Isac Nunes da Luz Cordeiro
***
Tradutor Público e
Intérprete do Comércio
***
Idiomas: francês, espanhol, catalão e galego ***
Matriculado na Junta Comercial do Estado do Paraná
*** Curitiba ***
República Federativa do Brasil
Un italiano adulto
su 5 vive da solo. I nuclei monopersonali sono ormai la forma di famiglia più
diffusa nel nostro Paese. Ma il trend è lo stesso anche nel resto d’Europa e
negli Usa. Tra nuovi stili di vita e popolazioni che invecchiano
di Enrico Mingori
Nel suo
romanzo più conosciuto, I Malavoglia, Giovanni Verga racconta le
tormentate vicende di una famiglia di pescatori siciliani, i Toscano: padre,
madre, cinque figli, più il nonno paterno. Quando il libro fu pubblicato, nel
1881, vivere in otto sotto uno stesso tetto non era così insolito: agli inizi
del XX secolo la famiglia italiana contava in media 4,5
componenti.
Oggi immaginare una casa affollata come quella dei Toscano apparirebbe
irrealistico: le famiglie sono composte in media da 2,2 persone. Non solo
si fanno meno figli, ma si uniscono anche meno coppie. Nel 2021 si è registrato
un sorpasso storico: i
nuclei monopersonali sono diventati la forma familiare più diffusa del Paese.
Rappresentano ormai il 37% del totale delle
famiglie censite. Trent’anni fa erano il 21%.
Identikit
Oggi un
italiano adulto su cinque vive da solo: una popolazione atomizzata di 9,9 milioni di individui. Quasi la metà ha più di 65 anni, mentre
solo il 10% ne ha meno di 35. Un terzo sono vedovi, un quinto sono separati o
divorziati, il restante 42,6% è celibe o nubile. Le donne sono in leggera
maggioranza: 53,4%.
Fra i non
anziani, la quota di chi vive solo è pressoché raddoppiata rispetto ai primi anni Duemila. Per
alcuni è una scelta, per altri una costrizione. Tra i più giovani si tratta per
lo più di una condizione transitoria, nelle cosiddette «età centrali» (35-64
anni) i single prevalgono leggermente su separati e divorziati, mentre fra gli
anziani la maggioranza sono persone che hanno perso il proprio coniuge (anche
se negli anni è cresciuta la quota di separati e divorziati).
Per secoli le coppie con figli hanno costituito il modello familiare più
diffuso, ma negli ultimi trent’anni quel tipo di struttura è andato in costante
diminuzione: a metà degli anni Novanta il 47,9% delle famiglie era
rappresentato da coppie con figli, adesso la quota si è ristretta al 28,4%.
Nello stesso arco temporale i nuclei monogenitoriali (in cui i figli vivono
solo con la madre o solo con il padre) sono aumentati dall’8 a quasi l’11%. È
rimasta costante nel tempo, invece, la percentuale di coppie senza figli:
sempre oscillante intorno a un quinto del totale.
All’estero
La crescita dei nuclei monopersonali è forte in tutto il mondo
occidentale. Nel territorio dell’Unione europea gli adulti che vivono soli sono passati dal rappresentare il 33%
delle famiglie nel 2016 al 37,4% nel 2025. Negli Stati Uniti la percentuale è oggi del 29% a fronte del 20% del 1975. Nei Paesi
dell’area Ocse,
quasi un quinto della popolazione vive in nuclei familiari composti da una sola
persona: dieci anni fa era il 15%.
Il fenomeno è più spiccato nei Paesi scandinavi
e baltici e meno in America Latina, Europa dell’est ed Europa del sud. Ma
ovunque si registra un incremento del tasso di “solitari”. In generale, le
persone anziane sono quelle che hanno maggiori probabilità di vivere da sole,
ma il fenomeno è cresciuto in tutte le fasce d’età tra il 2010 e il
2022. Secondo l’Ocse, «la quota di nuclei familiari composti da una sola
persona è destinata ad aumentare nei
prossimi decenni»
Salasso
«Vivere da soli – spiega l’Istat –
non si traduce in una condizione di isolamento sociale». In Italia l’83,7% di
coloro che non hanno compagnia in casa dichiara di avere almeno una persona nel
mondo esterno su cui poter contare in caso di bisogno: la percentuale è
naturalmente più elevata per gli Under 34 (93%), mentre scende (al 78%) per gli
Over 75.
Nonostante il supporto di amici o parenti non
conviventi, chi sta da solo esprime mediamente un più basso livello di
soddisfazione rispetto alla propria vita: secondo i dati dell’Istituto Nazionale
di Statistica, solo il 41,9% si dichiara «molto soddisfatto», a fronte del
48,3% delle persone che convivono con altri. Del resto, tirare
avanti in solitaria è più oneroso anche dal punto di vista economico: a
qualsiasi spesa bisogna far fronte da sé. Tanto che è stato persino coniata
un’espressione ad hoc, «tassa sui single», per descrivere le spese aggiuntive
sostenute da chi non ha un partner.
Il differenziale rispetto agli altri nuclei
familiari è tale che nei Paesi europei dell’area Ocse si stima che tra le
famiglie composte da un solo adulto (incluse però anche quelle
monogenitoriali) una su tre sia
a rischio di povertà o esclusione sociale. A fine 2024 la Coldiretti ha
diffuso un rapporto secondo
cui le persone che vivono da sole devono sopportare un costo della vita quasi
doppio (+80%) rispetto a quello ipotizzato per ciascun membro di una famiglia
media di tre persone. Nell’indagine, basata su dati Istat, si calcola che la
spesa media per alimentari e bevande di un single sia di 337 euro al mese, più
alta del 53% in confronto con quella di ogni componente di una famiglia tipo di
tre persone: un divario determinato anche dal fatto che sono assai rari sul
mercato i formati di cibo adeguati per una persona. Pesano inoltre le spese per
l’abitazione (canone d’affitto o rate del mutuo) e bollette: secondo
Coldiretti, in questo caso i costi sono maggiori del 156%: anche perché
generalmente le case più piccole hanno prezzi più elevati al metro quadro sia
in caso di acquisto che di affitto. Ma vivere da soli è più gravoso anche per
quanto riguarda le spese nella salute (+87%) e nei trasporti (+16%).
Oltre al danno, c’è pure la beffa. I lavoratori
single, separati, divorziati e vedovi sono infatti penalizzati anche quando si
tratta di pagare tasse e contributi. Stando a un’analisi dell’Ocse
basata sull’anno fiscale 2022, in Italia l’aliquota complessiva media per un
lavoratore sposato con due figli è del 34,9%, mentre per un lavoratore single
senza figli è del 45,9%. Ed è così ovunque nel mondo. In Germania lo sposato
con prole paga il 32,9% e il single il 47,8%, in Francia si passa dal 39,2 al
47%, negli Stati Uniti dal 19,8 al 30,5%.
Evidentemente, però, nemmeno la leva fiscale basta a convincere i contribuenti
a fare più figli. In Italia, Ue e Usa i tassi di natalità calano di anno in
anno. Nel nostro Paese si prevede che nel 2100 avremo
44,7 milioni di abitanti, un livello mai così basso dal 1936.
Con una differenza non da poco: all’epoca ogni famiglia contava in media 4,3
componenti. Le culle erano piene, quindi c’erano prospettive di crescita
demografica. Adesso invece la curva è discendente: la popolazione diminuisce e
continuerà a diminuire. Di questo passo, conviene prepararsi: ne resterà
soltanto uno. L’ultimo spenga la luce.
TECOUS treballa per fer comprensible la informació jurídica en un ecosistema digital on la
lletra petita continua generant barreres.
·TECOUS vol oferir claredat legal per
reduir barreres i desigualtats.
Entitat redactora: Colectic
En un entorn digital on la informació
jurídica és omnipresent però sovint incomprensible, la lletra petita continua
condicionant decisions quotidianes: contractes, compres, registres, subvencions o resolucions
administratives. La complexitat, el llenguatge tècnic i la manca d’accessibilitat generen
desconfiança i dificulten l’exercici efectiu dels drets. En aquest
context, emergeixen iniciatives que busquen transformar aquesta experiència,
fent que la comprensió de la informació legal sigui part essencial de la transparència i
no un obstacle afegit.
Francesc Serras, cofundador de TECOUS, treballa per convertir
documents jurídics extensos en interfícies clares, visuals i accessibles que
permetin a qualsevol persona identificar allò essencial, entendre com l’afecta
i prendre decisions informades. Des de la seva mirada, la claredat legal és
una infraestructura necessària per reduir desigualtats informatives,
reforçar la confiança i situar la informació jurídica al servei de
les persones.
Com definiries TECOUS i quin problema intenta
resoldre?
TECOUS és una iniciativa que transforma
informació jurídica complexa en experiències digitals clares, visuals, accessibles i interactives.
Vol resoldre el problema de rebre molta informació legal sense disposar de les
eines per entendre-la, com passa amb termes i condicions, contractes, bases
de subvencions o resolucions administratives. Tot i que la informació
hi és, sovint es presenta en documents extensos, amb llenguatge tècnic o
en blocs de text que generen frustració, desconfiança i
distància entre ciutadania i institucions, afectant especialment persones amb
menys coneixements jurídics o competències digitals.
TECOUS crea una capa de comprensió perquè les
persones puguin identificar la informació important, entendre com els afecta i
prendre decisions informades, sense eliminar ni modificar el contingut jurídic
original.
Per què la lletra petita és també experiència
d’usuari, i com ho heu integrat en el vostre model de disseny legal?
La lletra petita forma part de
l’experiència d’usuari perquè apareix en moments de presa de decisions:
registres, compres, cessió de dades personals, contractació de serveis o
reclamacions. Una web pot ser fàcil d’utilitzar, però si la informació sobre
drets i obligacions és incomprensible, l’experiència no és accessible. Sovint
es dissenya perquè acceptar sigui fàcil, però no perquè entendre també
ho sigui.
Per això, TECOUS integra la informació legal
dins del recorregut de la persona i la presenta per capes: visió breu i
visual, explicació en llenguatge clar i accés al text jurídic
complet. Incorpora icones, navegació per temes, cercadors, audiodescripció i
altres recursos d’accessibilitat perquè cada persona pugui entendre la
informació essencial i aprofundir-hi quan ho necessiti.
Quins criteris utilitzeu per transformar un text
legal complex en una interfície visual, clara i accessible sense alterar-ne el
contingut jurídic?
El primer criteri és identificar drets, obligacions, terminis, imports, conseqüències i
decisions importants per a la persona destinatària. L’estructura es reorganitza
segons les seves necessitats, no necessàriament seguint l’ordre del document.
S’utilitza llenguatge clar, frases curtes, exemples i elements visuals,
evitant simplificacions que modifiquin el sentit jurídic, i cada resum es
vincula al fragment original.
El document original es manté sempre disponible
com a font jurídica. El resultat es valida des de perspectives jurídica, comunicativa, visual i
d’accessibilitat, evitant que la presentació de la complexitat generi més
barreres.
Quins impactes heu observat en plataformes,
entitats o administracions que han implementat TECOUS?
El primer impacte és convertir informació que
sovint actua com una barrera en una eina útil per prendre decisions.
Els impactes observats són principalment qualitatius: les persones localitzen
més ràpidament la informació rellevant, redueixen la càrrega de lectura i
entenen millor quines decisions han de prendre o quins passos han de seguir.
Han desenvolupat projectes com el del sandbox
d’aprenentatge regulatori Cruïll(IA), amb l’Autoritat Catalana de Protecció de
Dades, per explicar quines dades es recullen i com s’utilitzen. També han fet
una prova pilot amb la Generalitat de Catalunya per fer més
comprensibles resolucions administratives i iniciaran treballs amb l’Ajuntament
de Barcelona per fer més accessibles les bases de subvencions. Els
resultats quantitatius s’estan avaluant, especialment en comprensió, confiança
percebuda i reducció de consultes o incidències.
Com garantiu la traçabilitat i el compliment
normatiu, especialment en relació amb el Reglament General de Protecció de
Dades i altres regulacions?
La traçabilitat implica que cada
resum, explicació o element visual es pugui relacionar amb el fragment original
del document. Això permet comprovar que la informació no ha estat
descontextualitzada, mantenir control de versions i saber quin contingut era
vigent en cada moment.
En protecció de dades, treballen amb principis
com la privacitat des del disseny, minimització de dades, transparència i
responsabilitat proactiva. La informació s’ha de presentar de manera clara, per
capes i en el moment rellevant. TECOUS no converteix en legal un document que
no ho sigui: el contingut jurídic ha d’estar correctament elaborat i validat, i
la seva funció és fer-lo més comprensible sense alterar-ne els efectes.
Quina és la visió a llarg termini del projecte?
La visió és que comprendre la informació
jurídica deixi de ser un privilegi i es converteixi en un estàndard. La
transparència no és només publicar un document, sinó garantir que les persones
el puguin entendre, independentment dels seus coneixements jurídics o
capacitats.
Imaginen una infraestructura de claredat
legal integrada en normativa, tràmits administratius, contractes,
resolucions i comunicacions, contribuint a convertir la comprensió en un nou
estàndard de transparència a Europa. Fer la informació legal més clara és una
manera de reduir desigualtats informatives, facilitar l’exercici efectiu
dels drets i reforçar la confiança entre ciutadania i
organitzacions. Volen que la informació legal sigui una eina que empoderi les
persones, i no una barrera.
¿Es Pedro Sánchez el presidente más odiado de la
democracia? Las encuestas no sirven para responder a esa pregunta. Miden la
valoración de los políticos, no el odio que despiertan. Y, en ese sentido, no
ha sido ni mucho menos el peor valorado.
El
presidente Sánchez sale al finalizar una sesión en el Congreso de los Diputados
Escrito
por Jorge Armesto
Durante la crisis económica, Zapatero cayó hasta
un 3,3 % en el CIS pero el que era su contrincante, el líder de la
oposición, Mariano Rajoy, obtenía entonces
un 3,2. A pesar de estar rozando lo que en mi época de estudiante se
consideraba un Muy Deficiente, el pueblo español, en su sabiduría, premió a
Rajoy con una holgada mayoría absoluta. Rajoy no defraudó las expectativas:
durante su mandato consiguió rebajar aún más su valoración hasta dejarla en un
histórico e inalcanzable 2,9, El peor registro de la historia de nuestra
democracia y uno de los más bajos de las democracias europeas.
Se repite a menudo que la democracia está en crisis, sin embargo, millones
de personas siguen acudiendo disciplinadamente a votar aunque suspendan con
notas humillantes a casi todos los candidatos. Hay algo conmovedor en esa
fidelidad al ritual democrático. Se parecen a esos aficionados que no abandonan
a su equipo aunque juegue rematadamente mal: acuden al estadio, sufren noventa
minutos, se encabronan y luego dedican el lunes a poner a caer de un burro al
entrenador y a media plantilla.
Pero una mala valoración no equivale al odio. Rajoy estaba pésimamente
valorado, pero nunca tuve la sensación de que fuera un hombre odiado. El odio no consiste
solo en sentir antipatía. La propia RAE añade un ingrediente decisivo: hay que
desear el mal al otro. Y no creo que quienes detestaban políticamente a Rajoy
le deseasen una desgracia. Pedro Sánchez, en cambio, rara
vez baja del 4 y suele ser, además, el dirigente mejor puntuado entre los
principales líderes nacionales. Sin embargo, la frontera del odio se cruza con
demasiada frecuencia.
Yo jugaba de niño con otros niños que hoy son figuras relevantes del PP
gallego. Aunque ahora no tenemos trato, no los recuerdo con antipatía y mucho
menos con odio. De hecho, incluso me podría tomar un café con alguno y
discrepar afablemente porque hay una base de respeto mutuo y vieja camaradería.
En fin, que el odio es cosa
seria. No se siente por cualquiera ni por cualquier razón.
Lo odia la chavalada que grita en los campos de fútbol y
también antaño amables ancianitas de Cáritas que hasta ayer jamás habían
entrado en política
Pero con Pedro Sánchez la cosa cambia y las mínimas formas de decoro se han
perdido hace ya mucho. Y de un modo, casi diría que transversal: lo odia la
chavalada que grita en los campos de fútbol y también antaño amables ancianitas
de Cáritas que hasta ayer jamás habían entrado en política y hoy se convierten
en furibundas militantes del antisanchismo de WhatsApp. Lo odian en
los restaurantes de postín y en los bares de menú.
¿Y por qué? ¿Cuál es su
pecado? Podemos concretar las causas de la desafección hacia otros presidentes
—su gestión de la crisis, el rescate bancario, la corrupción—, pero ¿cuál es la
razón del odio a Sánchez? Sus odiadores no suelen explicar sus razones. Más
bien, parece que justifican sus insultos con otros insultos en una espiral
creciente cuyo inicio no queda claro del todo. Es un misterio.
No parece que la situación económica pueda motivar tal inquina. En muchas
áreas presenta indicadores muy favorables y algunos de los sectores más
críticos figuran también entre los más beneficiados. La pensión máxima, por
ejemplo, ha aumentado casi 10.000 euros anuales durante el sanchismo, y son
conocidas sus cifras de empleo y salario mínimo. Se dirá entonces que
la verdadera razón son Ábalos, Koldo, Santos Cerdán o la vivienda. Pero
esas explicaciones llegaron después. El odio ya existía y necesitaba argumentos
con los que justificarse. Funcionan más como coartadas retrospectivas que como
causas originales. Si mañana desaparecieran todos esos problemas el odio
seguiría intacto. Da la impresión de que el odio a Sánchez nace en otro lugar.
Y no creo que se le reproche gobernar mal, de hecho, sospecho que parte de la
irritación la generan también los datos positivos de su gestión.
Lo imperdonable es haber pactado con la anti-España,
haber concedido la amnistía a los protagonistas del procés que, a juicio de
algunos, escaparon de su merecido castigo
¿Qué queda entonces si no se trata de gobernar mal? Lo imperdonable. Y lo
imperdonable es haber traicionado una idea de España. Haber pactado con la
anti-España, haber concedido la
amnistía a los protagonistas del procés que,
a juicio de algunos, escaparon de su merecido castigo.
Porque el problema nunca fue únicamente el procés, el problema
era el castigo. El Estado debía escarmentar al independentismo para que
ninguna generación futura volviese a intentarlo, y la humillación de sus
dirigentes tenía un valor ejemplarizante. No bastaba con derrotarlos: había que
convertirlos en tenebrosa advertencia.
Se atribuye al general Espartero la frase de que
es necesario bombardear Barcelona cada 50 años. La leyenda es falsa, pero ha
permanecido como símbolo de una vieja pulsión en la historia de España por
disciplinar a Cataluña. El procés ofreció para muchos la
ocasión perfecta para hacerlo y la respuesta penal, policial y judicial no solo
perseguía unos delitos dudosos; sobre todo pretendía restaurar una determinada
concepción de la autoridad del Estado. La amnistía de Sánchez rompió el guion,
y en lugar de ver a Puigdemont esposado se nos presentó negociando en un sofá
como un interlocutor político respetable.
Odiar a Cataluña me convertiría en un
nacionalista español rencoroso, odiar a Sánchez, por el contrario, en un
patriota constitucional
El odio a Sánchez, en realidad, esconde el odio
al independentismo, a Puigdemont, a Junqueras, a la estelada, pero resulta más
respetable odiar a Sánchez que reconocer una animadversión casi identitaria
hacia Cataluña. Odiar a Cataluña me convertiría en un nacionalista español
rencoroso, odiar a Sánchez, por el contrario, en un patriota constitucional.
Por eso tiene una parte incómoda y difusa. Y
como la verdadera causa no se puede decir, sus odiadores nunca acaban de
explicar muy bien sus razones. Se expresa en canciones, insultos cada vez más
desaforados y tiene hasta una función de reconocimiento: crea un sentimiento de
comunidad, de sociedad secreta que comparte la misma contraseña. Pero
precisamente la desmesura de los exabruptos, esa competición por elevar la cota
de energumenismo, delata en su desproporción la existencia de un motivo oculto.
El odio a Sánchez es un odio vicario. Y la
cárcel que le desean es la cárcel que no ha tenido Puigdemont. Por eso, no me
cabe duda de que intentarán encarcelarlo.
Si hay un sector que, sin duda, le guarda una
mayor aversión, este es el de la judicatura, que se ha sentido desautorizada en
el núcleo mismo de su función
De hecho, si hay un sector que, sin duda, le
guarda una mayor aversión, este es el de la judicatura, que se ha sentido
desautorizada en el núcleo mismo de su función. La Ley de Amnistía, cuyo solo
anuncio motivó furibundas críticas y protestas, se ha interpretado como una
impugnación de su papel constitucional, pero sobre todo como una derrota
corporativa. Las asociaciones judiciales, en un tono apocalíptico, llegaron a
calificar la amnistía, sin conocer siquiera su contenido, como “el principio
del fin de la democracia”, una “abolición del Estado de derecho” o una forma de
“anular al poder judicial”. Todo ese esfuerzo policial, judicial y penal fue
desactivado por una decisión parlamentaria.
Los jueces están acostumbrados a que sean ellos
quienes corrijan a los políticos, no al revés. Para llegar a magistrado hay que
superar una oposición durísima; al Congreso, en cambio, llega
casi cualquiera. Que una mayoría parlamentaria deshiciera el mayor proceso
judicial de las últimas décadas fue vivido por muchos como una humillación
profesional. Humillación profesional, por cierto, que las sucesivas
desautorizaciones recibidas desde de la justicia europea no han contribuido
precisamente a mitigar. Esa herida no ha cicatrizado y es un hito en nuestra
democracia. Porque, si bien no era la primera vez que se retorcía la ley para
doblegar a los nacionalismos periféricos, sí era la primera en que un partido
de Estado impedía el correctivo. Y eso cierta parte de la judicatura no parece
dispuesta a tolerarlo. En su lógica punitiva, ahora toca escarmentar a quien frustró
el escarmiento: al PSOE.
Los procesos contra el hermano de Sánchez o
Begoña Gómez constituyen la siguiente manifestación de ese odio vicario: una
venganza por delegación
Así las cosas, los procesos contra el hermano de
Sánchez o Begoña Gómez constituyen la siguiente manifestación de ese odio
vicario: una venganza por delegación. Puede que Junts tenga buenas razones para
distanciarse hoy del gobierno, pero la libertad de algunos de sus dirigentes la
va a pagar con la suya la mujer del presidente. Y luego, quizá él. Pedro
Sánchez pasará; y cuando pase, el odio a Cataluña volverá a exhibir su
verdadero rostro.
[Foto: Bruno
Thevenin - fuente: www.elsaltodiario.com]
Els primers resultats d’una tesi revelen que la
llengua oficial de país perd els trets propis entre les noves generacions
El català que parlen els joves d’Andorra està
canviant i s’està perdent la distinció entre les vocals obertes i tancades,
segons els primers resultats de la tesi de la filòloga Sílvia Rovira a la
Universitat de Barcelona (UB) centrat, precisament, en aquest aspecte, segons
ha informat RTVA.
Les primeres dades de l’estudi en què s’han
entrevistat més de setanta persones de totes les edats i de totes les
parròquies, assenyalen que l’evolució fonètica detectada seria conseqüència
d’una evolució interna del català més que no pas per la influència d’altres
llengües com el castellà o el francès. De fet, aquest procés també s’ha
detectat en altres territoris de parla catalana. “El castellà podria haver
accelerat el fenomen actualment, però no sembla ser-ne el causant, tenint en
compte que aquests primers indicis es donen en persones nascudes abans de la
penetració del castellà al territori”, explica Rovira a RTVA.
Els primers resultats de l’estudi assenyalen que
el català d’Andorra està perdent els trets propis entre els joves com també
passa en altres zones del català nord-occidental.
La filòloga remarca que el català d’Andorra és
una de les varietats menys estudiades del domini lingüístic català i
pràcticament no hi ha documentació moderna sobre la seva pronúncia.
Tots els sondeigs
dels últims anys indiquen que els ciutadans europeus rebutgen de manera
contundent el model d’immigració constant que hem viscut durant aquest
segle. En una enquesta
recent de YouGov, a molts països supera el 50 % l’opció de "no
admetre més immigrants nous, i exigir que un gran nombre dels que van arribar
en els darrers anys marxin". A Catalunya, les dades que ens dona el CEO
mostren que la meitat o més dels catalans pensa que hi ha massa immigració, que
l’efecte sobre els serveis públics és negatiu, i que les lleis són massa
tolerants.
El punt de
ruptura entre el model globalitzador i la ciutadania va tenir lloc el 2015,
quan la guerra de Síria va provocar un enorme moviment de desplaçats cap a
Europa. Des de llavors ha emergit una nova dreta contrària a la immigració que
ha assolit conquestes electorals molt importants, i que té expectatives encara més
altes. La voluntat dels ciutadans europeus —perfectament legítima i
democràtica— és ben clara, i els partits tradicionals han après que molts
dels seus electors els abandonen si no defensen el tancament de fronteres.
Això explica per
què l’entrada de nouvinguts ha caigut en picat els últims anys, amb una sola
excepció. Ara mateix, el 65 % del creixement demogràfic de la Unió
Europea prové d’un sol estat, Espanya, que, tanmateix, només representa un
11 % de la població de la UE. El 2025, Espanya va créixer en 462.000 persones,
mentre que França (que té vint milions d’habitants més) ho va fer en 230.000, i
tant Alemanya com Itàlia van perdre població. L’onada migratòria fomentada per
les autoritats espanyoles no té cap equivalència al continent, i fa unes
setmanes ja vaig explicar a
qui beneficia. Avui la gran porta d’entrada al continent és l’aeroport de
Barajas.
La crisi de Ceuta ha fet
reviure als governs europeus el trauma dels refugiats sirians
Per tot això, les
imatges de l’entrada massiva de marroquins a Ceuta han provocat un terrabastall
a tot Europa, i han encapçalat tots els informatius i les portades dels diaris.
Des d’Espanya no s’acaba d’entendre, perquè com que l’estat de facto no
accepta refugiats, aquella entrada massiva de sirians del 2015 no va tenir cap
impacte. En canvi, per a la majoria dels polítics europeus ha estat
reviure un trauma que els pot dur a un nou ensorrament electoral. Si
ja veien amb un enorme escepticisme la regularització extraordinària d’un milió
i mig de persones (que aviat tindran llibertat per moure’s per tot l’espai
Schengen), veure joves entrant a Europa per mar o travessant una tanca ha estat
letal.
La reacció
exigint el control fronterer ha estat immediata i plena de fúria, i malgrat que
els adlàters de Pedro Sánchez han intentat vendre que eren atacs de la
ultradreta (amb Meloni com a espantall), en realitat han vingut de tot
l’espectre polític: entre els 22 països de la Unió que han signat la
carta que reclama noves mesures hi ha governs tant d’esquerra com de
dreta. La decisió de Sánchez d’acusar-los d’actuar "per prejudici,
mentides, ignorància o interès polític" és totalment irresponsable, i més
quan tots els estats ja el veien com el cavall de Troia dels interessos xinesos
al continent i el punt dèbil davant de l’amenaça russa.
La crisi de Ceuta
també ha tornat a confirmar que tenim una esquerra totalment
desconnectada de la realitat geopolítica global i de la voluntat majoritària
dels ciutadans. Uns quants s’han dedicat a denunciar una conspiració
trumpista-sionista per perjudicar el PSOE, però vull recordar que ja van
intentar el mateix amb el cas de corrupció de Zapatero, i van haver de plegar
veles. D’altres, amb una voluntat totalitària execrable, equiparen la defensa
de les fronteres amb el racisme, i intenten, des de la seva talaia privilegiada,
expulsar del debat públic qui no pensa com ells. Cal no oblidar tampoc que una
entrada massiva de nouvinguts suposa una explosió d’ingressos per al tercer
sector, i per això no m’estranya que alguns reclamin el trasllat immediat dels
marroquins a la península.
Els fets
d’aquests dies haurien de fer entendre a tothom que, malgrat el que repeteix
aquesta esquerra, la immigració sí que es pot regular amb el control de
fronteres. En el cas de Ceuta és obvi que la clau la té el Marroc, i
fixeu-vos que decideix perfectament qui entra (oi que no heu vist subsaharians
a les imatges?) i quan. Abandonem, per tant, la idea que el fenomen és
inevitable i no s’hi pot fer res. Si Espanya és, de llarg, el racó d’Europa on
arriben més immigrants —sobretot llatinoamericans per Barajas— és per una
decisió conscient (i antidemocràtica) dels governs successius de PP i PSOE.
L’historiador
francès Johann Chapoutot no pot ser més il·lustratiu quan adverteix que Weimar
és una història tan viva que ressuscita els morts i mai no acaba d’interrogar
Alemanya. Però interrogar els alemanys sobre aquest període del seu passat,
sens dubte, suposa també interrogar França –un dels objectius d’aquest assaig–
i, encara, interrogar tots els europeus entre els quals podíem incloure, si
exploràvem tots els límits, els nord-americans.
La intenció no
seria cap altra que la d’obtenir respostes sobre el present per tal
d’evitar-nos de caure en un nou abisme com sembla que estem a punt de
fer-ho.
D’entrada, per a
arrencar un assaig de govern Franz von Papen i l’envia un dissabte 7
de desembre de 2019 junt amb un grup de joves militants de l’esquerra a la seu
del partit cristianodemòcrata alemany, al CDU, a Berlín.
L’home que, a
força d’intrigues maldestres, va convèncer el vell Hindenburg que nomenés
Hitler canceller vol ara prevenir la dreta alemanya de la temptació d’aliar-se
amb l’extrema dreta. Si de cas es coneixen els fets la seua és una intenció
sensata que evitarà en aquesta ucronia un desenllaç fatal per a Alemanya i per
al món. Els fets, però quins són els fets?
Chapoutot es
revolta amargament contra com s’han explicat aquests fets, en concret a França,
i no tan sols per la baixada general del nivell acadèmic:
“en aquest cas
tot plegat obeeix a un canvi historiogràfic i editorial de dimensions
tectòniques que ha relegat l’estudi de la República de Weimar i l’etiologia de
la seva desaparició als llimbs de la pedagogia i de la cultura general i del
debat públic”.
A causa d’aquest
canvi, l’historiador denuncia que a debats i taules redones s’han normalitzat
creences com ara que:
“’els nazis
encara van arribar al poder democràticament’ (fals), que ‘Hitler va ser elegit
pels alemanys (mai), que ‘la crisi va portar els nazis al poder (fals), que
‘els extrems/els populismes/els extremismes van matar la democràcia de Weimar’
(fals) i fins i tot, per als més murris que ‘l’esquerra és la responsable de
l’arribada dels nazis al poder’ una sentència que et deixa estupefacte,
comparable a les que l’estiu de 2022 atribuïen els grans focs que devastaven la
Gironda… als ecologistes”.
Johann Chapoutot, Els irresponsables, Angle (2026)
Per a l’autor als
alumnes francesos –i podríem fer una extrapolació local:
“senzillament, ja
no se’ls convida a reflexionar sobre què és el que va poder destruir una
democràcia al cor d’Europa, en ple segle XX, en un país on la taxa
d’alfabetització, el prestigi de les seves universitats i el seu patrimoni
literari, filosòfic, artístic i científic forçaven l’admiració dels seus
veïns”.
Sens dubte, les
dades usades en els manuals per a explicar l’arribada dels nazis al poder han
estat interpretades al dictat d’unes presumpcions que l’historiador tomba una
per una a base d’un relat minuciós dels fets que es recolza en una bibliografia exhaustiva, en documents, en un coneixement i vivisecció dels fets
lluminós.
Va ser, afirma,
l’autor d’Els irresponsables:
“una petita
oligarquia descarada, egoista i curta qui va fer la tria, el càlcul, l’aposta
d’assassinar una democràcia: els liberals autoritaris que, convençuts de la
seva legitimitat supraelectoral, persuadits de la legitimitat de la seva
política de ‘reformes’ (la paraula ja era omnipresent el 1932), infatuats del
seu geni, del seu naixement i de les seves xarxes, van decidir fredament que
l’única via raonable, per mantenir el poder i evitar qualsevol possibilitat de
victòria de l’esquerra, era l’aliança amb els nazis”.
I conclou:
“Hitler com a via
de la raó, o com l’extrem centre va posar l’extrema dreta al poder. Aquest és
l’objecte de la present investigació, que vol ser instrucció, en tots els
sentits del terme, i que també es podrà llegir com una acusació”.
Recorda
l’historiador que van ser els liberals autoritaris ansiosos de mantenir-se
en el poder els que el 30 de gener de 1933, amb la complicitat del vell i
corrupte aristòcrata prussià que era Hindenburg, que van cridar als nazis a
ocupar el poder convençuts que els podrien domesticar. Uns nazis, explica,
que
“estaven en desacceleració
política i en clar declivi electoral, en grans dificultats, per tant. La
hipòtesi més probable era que en el termini d’unes setmanes l’NSDAP es
fracturés en una gran escissió i desaparegués purament i simplement”.
Diu l’historiador
també, preocupat per l’evolució política del seu país i per les estratègies
de Macron, que la història no es repeteix però quequeja molt. Les analogies en
aquest cas sempre són útils per intentar entendre què està passant en el
nostre temps.
Un altre autor,
en aquest cas italià, de manera molt menys exhaustiva i mirant cap a l’altra
banda de l’Atlàntic, Siegmund Ginzberg, també s’ha servit de l’exemple de la
descomposició de Weimar per explicar l’ascens de Trump, de l’extrema dreta
arreu d’Europa. Tant l’un com l’altre, Ginzberg i Chapoutot, coincideixen en
apuntar unes mateixes causes en la desfeta de la democràcia alemanya.
Tant a l’un com
l’altre els incumbeixen els factors actuals que podrien tornar a portar a la
destrucció de les nostres democràcies: unes elits preocupades pel seu benestar,
incapaces de gestionar la situació de crisis que ells mateix han generat,
espantats per la pèrdua del propi estatus. Unes elits convençudes que una
extrema dreta atemorida pels mateixos mals i convenientment domesticada, podrà
salvar la situació, la seua situació.
La lectura
d’aquest apassionant assaig històric no podria ser més oportuna per als nostres
lectors en plena descomposició interna d’una extrema dreta espanyola que
malgrat això cada dia ocupa més espais de poder territorial gràcies a la
complicitat del gran partit conservador delerós de conservar el poder i
entregat amb cos i ànima a l’imaginari de l’extremisme dretà.
Afirma
Chapoutot:
“L’arribada dels
règims com el feixisme i el nazisme, per exemple, és una reacció contra les
promeses de la modernitat, singularment les de la llibertat, igualtat i
fraternitat, però ‘aquesta reacció antimoderna té lloc en les condicions de la
modernitat’ i els historiadors del període saben des de fa molt de temps, amb
Jeffrey Herf, que el segle XX va parir una ‘modernitat reaccionària’ que va
sembrar horror i mort en la guerra i el genocidi, però que la violència i la
devastació constitutives, essencials, d’aquesta modernitat poden agafar en
préstec vies aparentment més suaus o, per dir-ho amb les noves paraules de la
neollengua contemporània, benignes”.
Un total de 186 persones han obtingut la nacionalitat amb plenitud de drets
polítics
Andorra ha concedit la nacionalitat andorrana a 359 persones durant
el segon trimestre del 2026. Del total, 186 persones han obtingut
la nacionalitat amb plenitud de drets polítics, mentre que 173 han
adquirit el dret a la nacionalitat de manera provisional.
Entre les persones que han obtingut la nacionalitat amb plenitud de drets,
la majoria ho han fet a través de l’article 6 de la Llei qualificada de la
nacionalitat, amb 50 casos, seguit de l’article 11.1, amb 46
adquisicions, i de l’article 1, amb 37.
116 adquisicions de nacionalitat d’origen
De les 186 persones que han obtingut la nacionalitat definitiva, 116
corresponen a adquisicions de nacionalitat d’origen. Les 70 restants han
obtingut la nacionalitat andorrana definitiva després d’haver renunciat
a la seva nacionalitat anterior i haver acreditat la seva pèrdua.
Pel que fa a la nacionalitat provisional, 173 persones han vist
reconegut el dret a adquirir la nacionalitat andorrana, a l’espera de complir
els requisits establerts per la legislació. En concret, 123 persones
encara no han acreditat la pèrdua de la seva nacionalitat o nacionalitats
d’origen, mentre que 50 mantenen la nacionalitat provisional fins a
confirmar-la formalment en arribar a la majoria d’edat i durant l’any
posterior.
Pel que fa a les persones nascudes al Marroc, les adquisicions de la
nacionalitat andorrana han augmentat de manera progressiva: han passat de 3
casos el 2022 a 6 el 2023, 8 el 2024 i 11 el 2025, fet que representa un
increment del 266,7% en tres anys.
Així, el 37% de les persones amb dret d’adquisició de la
nacionalitat provisional ho han fet mitjançant l’article 11.1, amb 64
casos, i estan pendents de provar la renúncia a la seva nacionalitat d’origen.
Un altre 26% ha obtingut aquest dret mitjançant l’article 6 i
es troba a l’espera de confirmar la nacionalitat dins dels terminis previstos
legalment.
L’escolaritat obligatòria i la prova d’integració, entre les vies d’accés
Entre les persones que han obtingut el dret a adquirir la nacionalitat
mentre esperen acreditar la renúncia a la seva nacionalitat anterior, 44
ho han fet després d’haver provat que han cursat l’escolaritat obligatòria al
Principat.
Les 79 persones restants han obtingut aquest dret després d’acreditar
el diploma de ciències humanes i socials d’Andorra, en 31 casos, o
bé després d’haver superat la prova d’integració de la Comissió de la
Nacionalitat.
En el cas de les persones que han obtingut el dret d’adquisició a l’espera
de confirmar definitivament la nacionalitat, 45 ho han fet per la via
de l’article 6 i cinc per la de l’article 35.
67 residents han obtingut la nacionalitat definitiva
D’acord amb la normativa europea en matèria d’estadístiques de migració i
protecció internacional, les dades d’adquisicions de nacionalitat de residents
només inclouen els processos que impliquen un canvi de nacionalitat i que
corresponen a persones residents.
Durant el segon trimestre del 2026, 67 residents han adquirit la
nacionalitat andorrana amb plenitud de drets després d’haver renunciat
i acreditat la pèrdua de la seva nacionalitat o nacionalitats d’origen.
La principal via ha estat la residència de vint anys, que
representa el 79,1% dels casos, seguida del matrimoni, amb el
19,4%, i d’altres vies previstes per la Llei qualificada de la nacionalitat.
Entre les adquisicions per residència, el 50,7% corresponen a homes
i el 49,3% a dones. Per nacionalitats d’origen, la majoria són persones
de nacionalitat espanyola (79,1%), seguides de la portuguesa (6%) i
de la brasilera i la colombiana, amb un 3% cadascuna.
En el cas de les adquisicions per matrimoni, el 51,2% han estat
homes i el 48,8%, dones.
Algunos
problemas son menos visibles, pero persistentes: la falta de registro, barreras administrativas, pobreza y discriminación.
Pasaporte
de la República Federal Socialista
de Yugoslavia. Tras la disolución de Yugoslavia,
las leyes de ciudadanía de los Estados sucesores dejaron a algunas personas
sumidas en años de incertidumbre jurídica. Foto de Global Voices (CC-BY).
Escrito (por Global Voices
Central & Eastern Europe
Traducido por Antonella Clara
Difalco
Las cuestiones relacionadas con la apatridia que afectan
a los países que antes conformaban la Yugoslavia Federativa pueden reflejar
tendencias que inciden en el conjunto de Europa. Estas abarcan desde
complicaciones generacionales en materia de ciudadanía por los cambios en las
fronteras, hasta la discriminación sistémica que provoca la exclusión del pueblo romaní de
los trámites oficiales de sus países de origen.
Estas cuestiones se recogen en el Índice de Apatridia,
elaborado por la Red Europea sobre la Apatridia. El Índice evalúa las leyes,
las políticas y las prácticas de los países europeos en materia de protección de
los apátridas, y de prevención o reducción de la apatridia, y las comparara con
las normas internacionales y las buenas prácticas.
Entre 1990 y 2008, Yugoslavia (compuesta por
entidades que ya eran Estados formales, seis repúblicas y dos provincias
autónomas) se
disolvió en siete países independientes. Estos
países enfrentaron retos similares, pero también vivieron diferencias
importantes que influyen en sus respuestas institucionales a la apatridia.
Eslovenia y Croacia son miembros de la Unión
Europea, lo que les da recursos adicionales para enfrentar los problemas
sociales. Los demás son países candidatos a adherirse a la Unión Europea, cuyos
procesos de adhesión han tenido distintos grados de logros: Montenegro es considerado uno
de los favoritos; Serbia, Macedonia del Norte y Bosnia Herzegovina quedan
rezagados de cumplir los criterios; y las
posibilidades de Kosovo se ven obstaculizadas porque algunos miembros de la
Unión Europea no reconocen su
independencia.
Mientras existió Yugoslavia, sus ciudadanos
disfrutaban de libertad de circulación por toda la federación; muchos se
establecieron fuera de las repúblicas en las que habían nacido, ya fuera por
motivos económicos o familiares. Como ocurre cuando alguien se traslada de un
estado a otro en Estados Unidos, no era necesario cambiar de nacionalidad. Sin
embargo, tras la independencia, se reformaron las
leyes de ciudadanía, por lo que las personas nacidas en otras repúblicas que
decidieron permanecer en donde viven, donde quizá llevaban viviendo décadas,
tuvieron que enfrentar de repente trámites burocráticos. Esto también afectó a
sus hijos, independientemente de su lugar de nacimiento, ya que la ciudadanía
por nacimiento no siempre era automática.
En los Estados sucesores, conceder la
ciudadanía a los residentes nacidos fuera de las fronteras actuales conllevaba
numerosas complicaciones, aunque cumplieran los criterios formales. Por
ejemplo, que el Gobierno
macedonio de 1994, liderado por socialdemócratas, concediera
ciudadanía por naturalización a residentes legales nacidos en Kosovo y Serbia,
en su mayoría de etnia albanesa y bosnia, lo utilizan antes de cada ciclo
electoral los opositores
populistas de derecha, que repiten narrativas de desinformación
sobre la «importación de
150,000 votantes de Kosovo«. Según otra teoría de la
conspiración, se concedió la ciudadanía a los refugiados
de la guerra de Kosovo de
1999, cuando en realidad la mayoría regresó a
su país.
Más de tres décadas después, los problemas
relacionados con la apatridia en estos siete países, que comparten raíces
históricas, adoptan diferentes formas en la actualidad. La mayoría se refiere a
la situación de las personas que no regularizaron, o no pudieron regularizar,
su ciudadanía tras la disolución de Yugoslavia. Otros problemas son menos
visibles, pero más persistentes: falta de inscripción en el registro civil,
documentos personales perdidos, pobreza, discriminación y barreras
administrativas que afectan desproporcionadamente a las comunidades romaní, ashkali y egipcias
de los Balcanes.
Uno de los hitos más recientes ocurrió en
julio de 2025, cuando la Agencia de Naciones Unidas para los Refugiados
(ACNUR) anunció que
Macedonia del Norte se había convertido en el primer país de la región en resolver
todos los casos conocidos de apatridia provocados por la disolución de la
República Federal Socialista de Yugoslavia. Según ACNUR, se concedió la
ciudadanía a las últimas 317 personas que habían vivido en un limbo jurídico
desde la independencia. Este resultado fue fruto de años de esfuerzo, que
incluyeron la cooperación entre instituciones internacionales y nacionales, así
como la sensibilización de la población, además de la campaña de ACNUR de 2017,
que comparaba la apatridia con la invisibilidad.
Después, ACNUR señaló que
casi 20,000 apátridas habían adquirido la ciudadanía en Macedonia del Norte
desde 2001, y que las modificaciones aprobadas en 2021 en la ley de ciudadanía
habían dado una solución jurídica a quienes habían estado sin nacionalidad
desde la desintegración de Yugoslavia. Sin embargo, la apatridia no se había
erradicado por completo: 147 personas, la mayoría niños nacidos en Macedonia
del Norte, seguían sin tener ciudadanía porque los registros de nacimientos se
han perdido.
Esta es la situación actual de la apatridia en
los Balcanes. Ya no se trata únicamente de quienes quedaron desamparadas tras
la desaparición de un Estado, sino también de quienes, aunque están presentes
en los Estados actuales, siguen siendo difíciles de «ver» para las
instituciones.
Pongamos como ejemplo al joven Valentin
Rakip, de Skopie. Nació en Macedonia del Norte,
pasó años sin identidad legal porque su nacimiento no se había registrado y no
se le había reconocido la paternidad. Sin documentos, no podía matricularse en
la secundaría, acceder a atención médica o dental habitual, trabajar legalmente
ni viajar al extranjero. «Me siento como un extranjero en este país», declaró a
ACNUR en 2022, tras una batalla legal de 12 años para obtener la nacionalidad.
Estos casos muestran por qué el registro civil
no es solo una cuestión técnica: un niño sin partida de nacimiento no puede
integrarse en el ordenamiento jurídico y, más adelante, puede tener
dificultades para obtener un documento de identidad, acreditar su ciudadanía,
acceder a la seguridad social, continuar su educación, registrar su domicilio,
encontrar un empleo formal, abrir una cuenta bancaria o heredar bienes.
El Índice de Apatridia señala que,
en junio de 2023, Macedonia del Norte adoptó medidas para garantizar estos
derechos, y modificó la legislación para exigir el registro inmediato de todos
los niños nacidos en su territorio, independientemente de la nacionalidad o la
situación personal de los padres. Asimismo, señala que siguen existiendo
problemas de aplicación y que los obstáculos para el registro de nacimientos
afectan de manera desproporcionada a las comunidades romaníes.
La diferencia entre una ley sobre el papel y
la realidad fue el tema central de una demanda colectiva interpuesta
por el Centro Europeo para los Derechos de los Romaníes y la Asociación de
Jóvenes Abogados de Macedonia. En julio de 2025, el Tribunal Civil de Primera
Instancia de Skopie dictó una sentencia en primera instancia relativa a las
personas no registradas, en particular romaníes, que habían sido inscritas en
un «Registro Civil Especial» y a quienes se habían expedido documentos
provisionales. Según la Asociación de Jóvenes Abogados de Macedonia, estos
documentos a menudo no eran válidos en la práctica y no se reconocían para
acceder a los servicios para los que se habían creado.
En diciembre de 2025, el Centro Europeo para
los Derechos de los Romaníes informó que
el Tribunal de Apelación había confirmado la sentencia, con lo que se convirtió
en definitiva y jurídicamente vinculante. El tribunal de apelación confirmó la
conclusión de que las violaciones eran sistémicas y de que el Estado había
tratado a las personas afectadas de manera diferente sin objetivo legítimo ni
proporcionado. La sentencia destacó que el acceso a la inscripción en el
registro civil no es una cuestión administrativa discrecional, sino una
obligación fundamental del Estado vinculada a los derechos fundamentales. Una
declaración de la directora jurídica del Derechos de los Romaníes y la Asociación
de Jóvenes Abogados de Macedonia, Senada Sali, captó la esencia de la
injusticia, al destacar que
«la inacción institucional equivale a discriminación».
El documental «Los invisibles» (Невидливите)
también abordó estos
acontecimientos. Se observa el mismo patrón, con variaciones nacionales, en
toda la región de la antigua Yugoslavia.
El Índice de Apatridia dice que
Serbia es parte de las Convenciones
sobre la apatridia de 1954 y 1961, pero no tiene un
procedimiento específico para determinar la apatridia. Las normas municipales
sobre el registro de nacimientos exigen que los padres presenten certificados
de nacimiento y documentos de identidad, lo que aumenta el riesgo de que los
nacimientos queden sin registrar. Como en casi todos los países balcánicos,
existen algunas garantías, pero es posible que las personas que más las
necesitan sean precisamente quienes menos puedan cumplir los requisitos de
documentación necesarios para presentar una solicitud.
Kosovo tiene medidas de protección en su
legislación sobre nacionalidad para evitar la apatridia infantil, y la
inscripción de los nacimientos está garantizada. Sin embargo, el Índice de
Apatridia señala que
las comunidades romaní, ashkali y egipcia enfrentan obstáculos prácticos, como
falta de documentos, complejidad de los trámites, aplicación inconsistente de
la norma, estigma y conocimiento limitado. Es posible inscribir un nacimiento
de forma tardía, pero el proceso resulta largo y complejo si faltan pruebas.
Estas cuestiones, en sus distintas variantes,
también afectan a Bosnia Herzegovina. En 2017, el país redujo el
número romaníes indocumentados de unas 3000 a 57. Su legislación incluye
algunas garantías, entre otras, para niños abandonados, niños adoptados y niños
nacidos en el extranjero hijos de ciudadanos bosnios. Sin embargo, a los niños
con padres indocumentados a menudo se les impide inscribir
el nacimiento dentro del plazo habitual, especialmente cuando faltan los
documentos necesarios. Una vez más, las comunidades romaníes se han visto
afectadas de manera desproporcionada.
Montenegro destaca por haber aprobado en
2018 un procedimiento de determinación de la apatridia, aunque no se aplica de
forma sistemática: «A fecha de octubre de 2024, se había reconocido a 11
personas como apátridas y había 19 solicitudes pendientes», según el
Índice de Apatridia, mientras que «ACNUR informó de un total de 420 personas
identificadas en riesgo de apatridia en Montenegro a noviembre de 2024, de las
que más del 55% eran niños, aunque es probable que la cifra real sea superior».
La situación en Eslovenia y Croacia demuestra
que la pertenencia a la Unión Europea por sí sola no resuelve el problema.
Eslovenia sigue marcada
por el legado de los «borrados», entre quienes se
incluyen 25,671 personas eliminadas del
registro de residentes permanentes tras
la independencia y que lucharon durante 20 años para recuperar sus derechos.
Aunque Eslovenia se adhirió a
la Convención sobre la apatridia en
2025, sigue sin tener un
procedimiento específico para determinar la apatridia y presenta vacíos en las
garantías para los niños nacidos en Eslovenia que, de otro modo, serían
apátridas.
La película dramática eslovena de 2018
«Izbrisana» («Borrada«)
ofrecía una perspectiva artística sobre la pesadilla kafkiana que sufren
quienes «no figuran en la computadora».
Croacia, que también es parte de las
Convenciones sobre la Apatridia de 1954 y 1961, no tiene un
procedimiento específico para determinar la apatridia y conceder
a los apátridas una protección adecuada. Su censo de 2021 contabilizó 558
apátridas y 173 personas con «nacionalidad desconocida», mientras que ACNUR
estimaba que, a mediados de 2023, había 733 personas bajo su mandato apátrida
en Croacia. El Índice de Apatridia añade que las prácticas discriminatorias
suponen un obstáculo para algunos niños, y que el actual Plan
Nacional para la Inclusión de la Comunidad Romaní no
incluye medidas de sensibilización, prevención y reducción de la apatridia.
Esta comparación destaca que, en lo que
respecta a la apatridia, la línea divisoria entre los Estados miembros de la
Unión Europea y los que no lo son no está claramente definida. La adhesión a la
Unión Europea puede generar presión para que se lleven a cabo reformas
legislativas, pero la identidad jurídica depende de la voluntad política local
para garantizar que las instituciones eliminen activamente las barreras que
enfrentan quienes no tienen documentación, viven en asentamientos informales,
no pueden acreditar su domicilio o pertenecen a comunidades que durante mucho tiempo
han sido objeto de recelo.
Los datos importan, ya que los apátridas
suelen no aparecer no solo en los registros de ciudadanía, sino tampoco en las
estadísticas oficiales. Categorías como «apátrida», «ciudadanía desconocida»,
«sin nacionalidad» o «en riesgo de apatridia» no siempre se definen ni se
utilizan de forma coherente en los censos.
Si la desintegración de Yugoslavia creó una
generación de incertidumbre jurídica, el reto actual consiste en evitar que las
nuevas generaciones hereden la invisibilidad, por medio de resolver los casos
pendientes de ciudadanía y garantizar aspectos como registro universal de
nacimientos, documentos de identidad válidos, registro de domicilio accesible,
trámites gratuitos o asequibles, asistencia jurídica y actividades de
divulgación en aquellas comunidades que tienen motivos para desconfiar de las
instituciones.