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terça-feira, 3 de novembro de 2026

Bartov, la sconfitta morale di Israele

 


di Mario Ricciardi

Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.  

Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente? Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.   

Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella pubblica, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano). Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile.  

Omer Bartov è uno storico israeliano che insegna “Holocaust and Genocide Studies” alla Brown University, nel New England. Nato nel 1957 in un kibbutz, da genitori emigrati in Palestina ai tempi del “mandato” britannico, Bartov è cresciuto in un ambiente permeato dalla mentalità del sionismo laico di orientamento socialista. Dopo aver prestato servizio nelle forze armate israeliane nel corso della guerra dello Yom Kippur, si è trasferito negli Stati Uniti dove si è affermato per i suoi studi sull’esercito tedesco e sul ruolo che ha avuto nello sterminio degli ebrei.  

Nel novembre del 2023 Bartov ha scritto un saggio, pubblicato dal “New York Times”, in cui denunciava il pericolo che le operazioni militari in corso a Gaza in reazione al sanguinoso e brutale attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre (cui hanno preso parte anche formazioni minori, e forse gazawi non legati a alcuna organizzazione) corressero il rischio di assumere i caratteri di un genocidio, come questo crimine viene definito dal diritto penale internazionale. In seguito, per via del peggioramento della situazione a Gaza, e dell’inasprimento delle violenze da parte dei coloni israeliani ai danni dei Palestinesi nei territori occupati, Bartov ha sostenuto che la soglia che distingue il pericolo di un genocidio dall’attivo perseguimento di obiettivi genocidari è stata superata. Dall’inizio dell’operazione militare nella striscia di Gaza si stima che siano state uccise più di 75000 persone, tra le quali ci sono anche oltre 200 giornalisti locali, e diverse migliaia di bambini. A cui bisogna aggiungere un numero molto elevato di feriti, molti dei quali hanno subito danni permanenti alla propria integrità fisica, e decine di migliaia di persone che sono state private delle proprie abitazioni, hanno perso quasi tutto, e sono state trasferite con la forza in strutture in cui sono costrette a vivere in condizioni inumane.   

Questa tesi viene articolata in Israel. What Went Wrong? (Fern Press, Londra) un libro pubblicato nel 2026, e tempestivamente tradotto in italiano nel corso dello stesso anno (Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, Laterza, Roma). Aver preso questa posizione ha esposto Bartov a numerose critiche, in patria e da parte dei tanti difensori di Israele in diversi paesi occidentali, che gli sono costate molto sul piano personale. A questi aspetti “privati” l’autore accenna appena nel corso del libro, ma si comprende che sono stati pesanti. Ciò nonostante, la scrittura mantiene un tono pacato, anche quando deve fare i conti con gli aspetti più dolorosi di ciò che sta accadendo a Gaza (come avviene nel capitolo quarto, sul “massacro dei bambini”).   

Negli ultimi mesi, Bartov ha continuato a difendere la propria tesi di fondo, articolandola e approfondendola ulteriormente in altri scritti e interventi. La sua autorevolezza di studioso e il suo profilo di intellettuale progressista, ma non settario, hanno fatto di lui uno dei critici più noti sul piano internazionale delle politiche dell’attuale governo israeliano. La sua attenzione, tuttavia, non si limita a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. Nel libro lo sguardo si allarga assumendo una prospettiva sugli orientamenti politici e culturali di fondo prevalenti da tempo nel suo paese di origine. Sotto questo profilo, il suo ruolo si può paragonare a quello di altri intellettuali e studiosi, come Amos Elon (scomparso nel 2006), David Grossman, Göran Rosemberg e Avi Shlaim, che nel corso degli ultimi decenni hanno criticato e poi messo in discussione la versione edulcorata della storia di Israele riassunta nella formula “una terra senza un popolo per un popolo senza una terra”. Per Bartov è la congiunzione tra una concezione suprematista del sionismo e una visione messianica dell’ebraismo a creare le condizioni per legittimare un uso sproporzionato della forza nei confronti dei civili palestinesi, anche quando non hanno alcun coinvolgimento nelle ostilità.  

Questo aspetto della ricostruzione di Bartov è di particolare importanza. Dopo il 7 ottobre 2023, infatti, si è spesso evocato come “attenuante” per l’uso massiccio e indiscriminato dei bombardamenti a Gaza il “trauma collettivo” provocato dalla violenza dell’attacco guidato da Hamas e dalla crudeltà degli atti compiuti durante quella azione, nel corso della quale sono state uccise 1195 persone di varie nazionalità (13 delle quali probabilmente vittime di “fuoco amico” in applicazione della “Hannibal Directive”) e catturati 251 ostaggi (militari e civili israeliani, tra cui diversi bambini, e anche cittadini di altri paesi). Non si può negare l’orrore di ciò che è accaduto il 7 ottobre. Questa considerazione psicologica, tuttavia, non si può evocare come scusante o come giustificazione sul piano morale o giuridico. Sappiamo infatti che ci sono diversi precedenti di uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano, con la conseguenza di elevate vittime civili, che risalgono almeno all’invasione del Libano nel 1982 e arrivano fino all’attacco a Gaza nel 2014. L’uso massiccio dei bombardamenti non è una semplice reazione emotiva alla brutalità dell’attacco subito, ma l’applicazione di una tattica (la “Dahiya Doctrine”) che è stata esplicitamente enunciata dalle autorità militari israeliane nel 2008 (fa riflettere che il generale che l’ha ideata, Gadi Eizenkot, sia considerato oggi come un plausibile successore moderato a Netanyahu se l’attuale primo ministro perdesse le elezioni).   

Come si è detto, Bartov non è il primo israeliano che critica il governo del proprio paese per il modo in cui vengono gestiti i rapporti con i palestinesi (sia entro i confini riconosciuti dall’ONU, sia nei territori occupati) e per l’uso sproporzionato della forza che in diverse occasioni è seguito a aggressioni da parte dei palestinesi. La letteratura è ampia, e un contributo significativo è stato dato anche da ricercatori e giornalisti che, sia pure con sempre maggiori di difficoltà, hanno documentato la traiettoria di una spirale per cui a ogni violenza segue una reazione ancora più letale fino a arrivare alla distruzione su vasta scala avvenuta a Gaza negli ultimi anni. Così come non mancano i contributi di storici che hanno gettato luce sul carattere brutale della originale espropriazione di una parte delle terre abitate o coltivate dai palestinesi avvenuta durante la Nakba nel 1948.  

A rendere particolarmente significativo il contributo di Omer Bartov sono alcuni aspetti che riguardano il suo profilo di storico e di intellettuale. Come studioso, infatti, Bartov è in condizione di discutere con autorevolezza un tema che è stato talvolta evocato nel dibattito sul conflitto tra Israele e i palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ma che è difficile da affrontare perché va a toccare convinzioni profondamente radicate non solo nel suo paese di origine, ma anche tra gli ebrei della diaspora e più in generale nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali. Si tratta della unicità della Shoah come “male assoluto” che non si dovrebbe dunque mai considerare in una prospettiva comparativa. Specie quando la comparazione riguarda Israele. Bartov ricostruisce con grande lucidità un dibattito che ha coinvolto anche diversi storici israeliani, i quali hanno sostenuto che questo modo di considerare la Shoah ha avuto a lungo l’effetto di inibire la collocazione di questo evento storico, che ha certamente tratti distintivi, nel contesto di altri genocidi che sono stati perpetrati sia prima sia dopo lo sterminio degli ebrei in Europa a opera dei nazisti. Questo ha finito per favorire una torsione del significato dell’espressione “mai più” che viene reinterpretata, anche contro le intenzioni di diversi intellettuali ebrei e israeliani che l’avevano evocata in passato, non nel senso di “mai più un altro genocidio” ma in quello di “mai più un altro genocidio degli ebrei”. Come risulta evidente, nella prima interpretazione la frase assume il valore di una prescrizione morale universale, mentre nella seconda il suo significato viene ristretto fino a escludere altri genocidi dalla sua area di applicazione.   

Passando dal piano morale a quello giuridico, questa interpretazione ristretta del “mai più” entra in contraddizione con quanto prescrive il diritto penale internazionale, che definisce il genocidio in termini universali e non in relazione a un popolo.  

Nella interpretazione di Bartov, questo è stato un fattore non secondario nell’influenzare un atteggiamento “eccezionalista” da parte di settori della politica e della cultura israeliana che ha alimentato un sentimento di impunità rispetto a quelle che, in modo sempre più chiaro, venivano denunciate come violazioni del diritto internazionale da parte delle forze armate e degli apparati di sicurezza di Israele. Richiamando i propri studi sull’esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale, Bartov argomenta in modo convincente che l’accettazione tacita di questa premessa è il presupposto che consente di spiegare un atteggiamento di disumanizzazione dei palestinesi che ha facilitato alcuni dei crimini di guerra avvenuti negli ultimi anni nel corso delle operazioni militari nella striscia di Gaza. Una conferma della correttezza della interpretazione proposta da Bartov si trova in “Naza”, il reportage di due giornalisti israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, che in questi giorni viene proiettato in diverse sale italiane e si può reperire anche on-line. La classificazione delle vittime civili come Naza, cioè come danni collaterali accettabili per colpire un bersaglio ritenuto essenziale dai militari, emerge nel corso delle interviste filmate da Abraham e Szor come un fattore essenziale di una sorta di immunizzazione morale cui gli ufficiali coinvolti nelle operazioni ricorrono, sia pure in alcuni casi con evidente disagio, per giustificare le proprie azioni.  

Vale la pena di sottolineare che le interviste che sono raccolte nel reportage di Abraham e Szor erano già note al pubblico, perché erano state riportate da organi di stampa sia israeliani sia internazionali. La somiglianza tra le giustificazioni fornite da alcuni dei militari tedeschi coinvolti nello sterminio degli ebrei e quelle richiamate dagli ufficiali israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza ha probabilmente avuto un’influenza sul libro di Bartov. Somiglianza, ovviamente, non vuol dire identità. Bartov non afferma che i militari israeliani siano identici ai nazisti, ma impiega il metodo comparativo tipico della storia per mostrare che c’è parziale sovrapposizione tra due fatti storici, ciascuno dei quali conserva caratteristiche distintive che lo identificano.   

La questione del confronto con la Shoah è sullo sfondo di uno dei capitoli più attuali del libro, dedicato alla discussione dell’antisemitismo, e in particolare delle diverse definizioni che ne sono state proposte negli ultimi anni. Bartov, come diversi studiosi, critica la definizione proposta dall’IHRA, che vede nella proposta di similitudini tra il nazismo e le azioni del governo israeliano uno degli esempi di antisemitismo che dovrebbero fare da guida a iniziative specifiche di contrasto che andrebbero adottate dai governi e dalle amministrazioni che vogliono combattere questo odioso pregiudizio. Ciò, come osserva Bartov, andrebbe a discapito della ricerca su questo tema, e costituisce quindi un pericolo per la libertà degli studiosi, e più in generale dell’opinione pubblica, di affrontare anche aspetti spiacevoli o controversi dell’operato del governo israeliano. Nel libro, Bartov propone di adottare invece la definizione inclusa nella “Jerusalem Declaration” di cui è stato tra gli estensori. La ragione principale di questo orientamento è che tale definizione non fa dipendere l’individuazione di cosa sia antisemitismo dagli atteggiamenti e dai giudizi espressi su Israele e sul suo governo. Chi fosse interessato a questo tema, che è al centro di polemiche vivaci per via di una proposta di legge attualmente in discussione nel parlamento italiano che adotta la definizione IHRA, può fare riferimento a un altro libro pubblicato negli ultimi mesi. Si tratta di On Antisemitism. A Word in History (Penguin, Londra 2026; già una tradotto in italiano Sull’antisemitismo, Einaudi, Torino 2026) di Mark Mazower, uno studioso autore di lavori importanti sulla Shoah. La ricostruzione proposta da Mazower è più ampia e approfondita rispetto a quella di Bartov, perché si tratta di una storia dell’antisemitismo, ma le conclusioni cui giungono i due storici convergono nel giudizio negativo sulla definizione IHRA e sugli effetti nefasti che la sua adozione può avere sulla libertà di ricerca e di discussione. Per Bartov e Mazower la definizione di antisemitismo proposta nella “Jerusalem Declaration” è preferibile a quella IHRA perché distingue le critiche di Israele, che vanno discusse nel merito, dal pregiudizio antisemita che esiste, e deve essere respinto con forza tutte le volte in cui riemerge e da chiunque venga riproposto.   

La parte finale del libro di Bartov è dedicata alla discussione dei profili istituzionali che potrebbero indicare una via di uscita dalla situazione attuale. Nel capitolo quinto, viene affrontata la questione costituzionale. Israele non ha attualmente una costituzione scritta (come il Regno Unito) e questo fatto viene visto da alcuni giuristi come una debolezza delle garanzie che sarebbero indispensabili per ostacolare l’attuale deriva verso un sistema politico autoritario nel quale viene messa in atto una forma sempre più brutale di apartheid. Bartov vede con favore questi argomenti, anche se l’esperienza recente degli Stati Uniti (per fare solo l’esempio più noto) dovrebbe raccomandare prudenza nell’affidare la sopravvivenza della democrazia soltanto a un documento, per quanto autorevole come una costituzione. Di particolare interesse, in questo capitolo, sono le critiche di Bartov alle ambiguità del sionismo liberale di giuristi come Ruth Gavison e Aharon Barak, che hanno proposto una caratterizzazione di Israele come una “democrazia giudaica” aprendo la strada a un trattamento differenziato dei palestinesi che appare difficilmente compatibile con i principi enunciati nella dichiarazione di indipendenza del 1948. La lezione dei pensatori repubblicani moderni che si sono collocati nella scia di Machiavelli suggerisce che senza un robusto sostegno popolare ai principi di eguaglianza anche le leggi migliori tendono a perdere la propria capacità di incutere rispetto.   

Nel capitolo sesto, infine, Bartov prova a ragionare sul futuro, discutendo le proposte di soluzione confederale al centennale conflitto innescato dalla colonizzazione di parte della Palestina da parte dei sionisti. Un tentativo nobile, e degno di attenzione, di esercitare una sorta di “ottimismo della ragione” quando tutto – dalla politica interna israeliana alla situazione internazionale – fa pensare al peggio. Le riflessioni di Bartov si concludono, quindi, con messaggio di speranza, che andrebbe raccolto da tutte le persone di buona volontà, ma che deve comunque fare i conti con una situazione interna in Israele che lascia poco spazio a soluzioni come quella auspicata nella parte conclusiva del libro. Questo ci riconduce alle osservazioni da cui siamo partiti, e al ruolo che l’opinione pubblica internazionale può avere per avvicinarsi a una soluzione del conflitto.

In questo momento l’ostacolo più significativo a una svolta è costituito dall’atteggiamento di buona parte dei governi occidentali, che rifiutano di fare fino in fondo i conti con ciò che accade sotto i nostri occhi in ossequio a considerazioni strategiche. L’affermazione del capo del governo tedesco Friedrich Merz, secondo il quale Netanyahu sta “facendo il lavoro sporco per noi” è l’espressione più spudorata di questo atteggiamento. Se la valutazione della situazione in Palestina rimane condizionata dalla miopia dello sguardo occidentale (che per molti versi richiama alla mente quello descritto da Joseph Conrad nel suo romanzo Under Western Eyes) è difficile immaginare che sia possibile trovare una soluzione equa a un conflitto che ha provocato una scia di sangue e lasciato spazio agli istinti peggiori coltivati da chi, da entrambe le parti, ritiene di trarne vantaggio.

 

[Fonte: www.doppiozero.com]

domingo, 1 de novembro de 2026

El modernisme català viu a Múnic la seva gran primera exposició a Alemanya

La Kunsthalle es converteix en l'epicentre de la difusió de l'art català al país amb "Barcelona Moderna. De Gaudí a Picasso"

Escrit per Berto Sagrera

El modernisme català viu a Múnic la seva gran primera exposició a Alemanya, amb el títol "Barcelona moderna. De Gaudí a Picasso". La prestigiosa Kunsthalle München s'ha convertit en l'epicentre de la difusió de l'art català al país, amb la inauguració aquest dijous del primer gran projecte expositiu dedicat íntegrament al modernisme català. 

La galeria de la capital bavaresa acull una àmplia retrospectiva que disposa de més d'un centenar d'obres mestres signades per figures clau del tombant de segle, com Antoni Gaudí, Pablo Picasso, Lluís Domènech i Montaner, Josep Puig i Cadafalch, Santiago Rusiñol i Ramon Casas. 

La mostra es pot visitar fins al 21 de febrer del 2027, i després viatjarà fins al Museum Barberini de Potsdam, a tocar de Berlín, del 20 de març al 20 de juny de l'any que ve per consolidar la internacionalització del patrimoni artístic català a Europa. 

A través d'unes 160 pintures, dibuixos, escultures, mobles i maquetes, l'exposició explora la riquesa i la diversitat del modernisme català en el període 1880-1914. La proposta situa les creacions en el seu context urbà, social i cultural, mostrant com les influències històriques i contemporànies —catalanes, espanyoles i europees— van confluir per donar forma a una interpretació pròpia de la modernitat. 

Comissariada per Franziska Stöhr i Carlos Alonso Pérez-Fajardo, la mostra té com a propòsit oferir una visió global que superi els tòpics i ofereixi visibilitat a creadors essencials, alguns dels quals han quedat a l'ombra de perfils més internacionals. 

Entre els autors representats, destaquen mestres de primer ordre com els esmentats Gaudí, Picasso, Domènech i Montaner, Puig i Cadafalch, Rusiñol i Casas, com també Hermen Anglada Camarasa, Isidre Nonell i Joaquim Mir. Malgrat la referència a Barcelona en el títol, la iniciativa planteja una lectura de tot l'art català del període, recordant el paper de la capital del país com un laboratori cultural obert en el qual també es van formar i integrar artistes com el mateix Picasso o Joaquim Torres i García. L'exposició s'endinsa a més en escenaris que van actuar com a veritables dinamitzadors de l'avantguarda i la bohèmia, com Els Quatre Gats, el Cercle del Liceu, la Sala Parés o el Cau Ferrat de Sitges. 

Stöhr ha remarcat la intensa feina que ha suposat el muntatge durant prop de tres anys, augurant que serà una gran descoberta per als visitants alemanys. "Gaudí i Picasso els coneixen, però podran descobrir altres noms que segur que els sorprendran i els faran adonar que el modernisme és un moviment que poden apreciar encara més", ha dit. 

Per la seva banda, Pérez-Fajardo ha posat en relleu la importància que un centre tan prestigiós com la Kunsthalle München s'hagi interessat per la totalitat del moviment i "no només pels noms coneguts". "Que no es coneguin certs noms és una mica culpa nostra, perquè no ens adonem que tenen una projecció europea", ha lamentat el comissari. 

Precisament, la galeria bavaresa és una de les sales de referència d'Alemanya, amb una afluència d'uns 350.000 visitants anuals. Destaca per oferir programacions interdisciplinàries que combinen pintura, disseny, arts decoratives i arquitectura. 


La consellera de Cultura, Sònia Hernández, ha destacat que el projecte permet donar a conèixer artistes catalans al públic i al mercat internacional a través de peces de primer nivell, moltes de ls quals no surten habitualment de les seves seus museístiques habituals. "És una oportunitat no només per explicar-nos, sinó de fer-ho a través de la cultura i amb la veu de Catalunya", ha celebrat Hernández, que ha assenyalat que la proposta és una "gran exposició" tant per les dimensions com per la pluralitat de les disciplines que abraça. Així doncs, ha afegit: "És una oportunitat per presentar el període amb una altra mirada, més enllà dels grans noms i de l'arquitectura, tenint en compte la pintura i els objectes. Hi ha moments que són propicis, i en aquest cas la Kunsthalle ha volgut acostar-se a aquesta mirada, i els museus del país han respost". 

En aquest sentit, cal dir que l'envergadura de la iniciativa ha requerit un esforç coordinat que ha implicat nombrosos fons públics i privats del país. La gran majoria de les peces exhibides provenen de la Col·lecció Nacional de Catalunya, i destaca de manera singular el paper del Museu Nacional d'Art de Catalunya (MNAC), soci i col·laborador especial del projecte. El MNAC hi ha aportat suport científic i acadèmic, a més d'un nombre molt notable d'obres fonamentals. 

També s'hi compten el Museu Picasso de Barcelona, els Museus de Sitges, el Museu Víctor Balaguer de Vilanova i la Geltrú, el Museu Abelló de Mollet del Vallès, el Museu de la Garrotxa i la Sagrada Família. 

A més, hi han sumat fons la Casa Museu Joan Maragall, la Casa Museu Lluís Domènech i Montaner, la Fundació Catalunya La Pedrera, la Fundació Cultural Privada Casa Rocamora, la Col·lecció Carmen Thyssen, el Museu d'Història de Barcelona, la Reial Acadèmia Catalana de Belles Arts de Sant Jordi, la Col·lecció El Conventet, el Cercle del Liceu, la Fundació Amatller, la Col·lecció d'Art Banc Sabadell i la Fundació Orfeo Català - Palau de la Música Catalana.

 

[Fotos: ACN - font: www.elnacional.cat]

sexta-feira, 30 de outubro de 2026

Danemarc vòl donar als ciutadans lo contraròtle de lor imatge e de lor votz fàcia als «deepfakes»

Un projècte de lei enebís de difusar d’imitacions numericas realistas d’una persona sens son consentiment, e protegís la votz, la cara e los movements fins a cinquanta ans après la mòrt

Escrich per Manèl Navarro

Lo parlament danés estúdia un projècte de lei pionièr en Euròpa qu’enebís de partejar d’imitacions numericas realistas de personas sens lor consentiment. La reforma de la Lei dels Dreches d’Autor poiriá intrar en vigor lo primièr de genièr de 2027.

Danemarc se prepara per venir lo primièr país europèu a refortir d’un biais tan dirècte lo contraròtle dels ciutadans sus lor pròpri imatge, lor votz e lors movements fàcia als deepfakes generats per l’intelligéncia artificiala. Lo projècte de lei L 49, presentat lo 8 d’octòbre per la ministra de la cultura, Zenia Stampe, modifica la Lei dels Dreches d’Autor (Ophavsretsloven) per protegir tant las personas anonimas coma los artistas.

La norma establís que «las imitacions numericas realistas de las caracteristicas personalas fisicas d’una persona naturala pòdon pas èsser difusadas publicament sens lo consentiment de la persona imitada». Aquò inclutz l’aparéncia fisica, la votz e los movements. Qual que publique aquel tipe de contengut deurà demostrar qu’aviá obtengut lo consentiment de la persona concernida. La proteccion s’espandís a totas las personas, incluses los estrangièrs, e dura cinquanta ans après la mòrt.

Lo tèxte prevei tanben una proteccion especifica dels artistas e dels interprèts contra las imitacions numericas de lors interpretacions. L’objectiu es clar: frenar l’usurpacion d’identitat numerica e l’usatge abusiu dels deepfakes, que se pòdon crear en qualques clics e difusar lèu suls rets socials.

«Amb l’intelligéncia artificiala, se pòt crear de vidèos e d’imatges manipulats en qualques clics e los partejar suls rets socials», çò remarquèt la ministra Stampe al moment de presentar l’iniciativa. Lo projècte se basa sus un larg acòrdi politic conclús en junh de 2025, quand lo ministre d’alara, Jakob Engel-Schmidt, aviá ja defendut l’idèa que «tot lo monde a drech a son pròpri còrs, a sa pròpria votz e a sos pròpris traches del visatge».

La proposicion prevei d’excepcions per la satira, la parodia, la caricatura e la critica politica o sociala, e tanben pels usatges trivials o jornalistics . Pasmens, aquelas excepcions s’aplicaràn pas quand la desinformacion representa un perilh grèu pels dreches, per la vida o pels bens d’autras personas.

Los tribunals poiràn ordenar lo retirament dels contenguts de las plataformas, e la reforma serà articulada amb lo Reglament europèu suls Servicis Numerics (DSA) per facultar e accelerar lo tractament de las denóncias. Lo govèrn espèra que la lei poirà èsser adoptada a temps per intrar en vigor al començament de 2027.

Danemarc, qu’impulsèt aquela orientacion pendent sa presidéncia de l’Union Europèa en 2025, vòl servir de modèl als autres païses europèus fàcia a l’expansion dels deepfakes e als risques que representan per la vida privada, la reputacion e la democracia.

 

[Imatge: ApolitikNow - sorsa: www.jornalet.com]

quinta-feira, 29 de outubro de 2026

El Consell de l'Advocacia Catalana recollirà les incidències sobre les dificultats per utilitzar el català als jutjats

La iniciativa pren com a punt de partida les dificultats que es van produir durant el judici a Roger Español 

Una sala d'instrucció de la Ciutat de la Justícia

El Consell de l'Advocacia Catalana recollirà, a través dels 14 col·legis que l'integren, la recollida i sistematització de les incidències que els professionals detectin en l'ús del català als jutjats. L'objectiu és identificar els obstacles existents i promoure mesures que garanteixin l'exercici efectiu dels drets lingüístics en l'àmbit judicial. La iniciativa pren com a punt de partida les dificultats que es van produir durant el judici a Roger Español. El Consell ha fet una crida als advocats perquè comuniquin per escrit i concretant les dades de l'actuació o procediment al seu respectiu col·legi professional qualsevol situació que dificulti o impedeixi l'ús del català durant una actuació judicial. La informació recollida permetrà conèixer l'abast i la naturalesa d'aquestes incidències i traslladar-les, de manera sistematitzada, a les institucions competents.


El Consell ha considerat que el cas del judici a Roger Español evidencia la necessitat de continuar treballant perquè el dret a utilitzar el català als tribunals no depengui de les circumstàncies de cada procediment, sinó que es pugui exercir amb plena normalitat.


El Consell de l'Advocacia ha recordat que el català és una llengua oficial a Catalunya i que l'ordenament jurídic reconeix "expressament" el dret de totes les persones a utilitzar la llengua oficial que escullin en les seves relacions amb l'administració de la justícia. Ha afegit que l'Estatut estableix que aquest dret s'ha de poder exercir en totes les actuacions judicials, sense patir indefensió ni dilacions indegudes per raó de la llengua utilitzada.


En aquest sentit, el Consell ha afirmat que garantir aquest dret implica que els jutjats disposin dels recursos necessaris perquè l'ús del català sigui efectiu en la pràctica. Ha considerat especialment necessari revisar el funcionament dels serveis d'interpretació per assegurar que els professionals assignats tinguin les competències lingüístiques adequades per a les actuacions en què intervenen.


La normativa processal preveu mecanismes per donar resposta a situacions en què no és possible disposar d'un intèrpret judicial, inclosa, en determinades circumstàncies, l'habilitació d'una persona coneixedora de la llengua. En l'àmbit penal, la llei preveu aquesta possibilitat de "manera excepcional" quan no sigui possible la intervenció d'un intèrpret judicial de les llistes corresponents. En cap cas, però, aquests mecanismes han de substituir la necessitat de disposar d'un servei d'interpretació adequat i amb garanties, segons el Consell de l'Advocacia.


Aquest ens ha considerat també necessari reforçar la informació que reben les persones que participen en actuacions judicials. Per això, ha proposat que, abans de l'inici de vistes o declaracions, es faci constar de manera clara que les persones que hi intervenen poden utilitzar qualsevol de les dues llengües oficials de Catalunya, així com reforçar la presència als edificis judicials de cartells, plafons o altres materials informatius que recordin que es pot utilitzar el català amb normalitat.

 

Crida al Departament i al TSJC


En el marc d'aquesta campanya, el Consell de l'Advocacia ha apel·lat al Departament de Justícia i al Tribunal Superior de Justícia de Catalunya (TJSC) perquè contribueixin a reforçar les garanties que permetin exercir amb normalitat el dret d'utilitzar el català als jutjats. "El Consell considera que la coordinació entre les institucions responsables de l’Administració de justícia és essencial per identificar les dificultats existents, millorar els recursos disponibles i evitar que situacions com la viscuda en el judici de Roger Español es repeteixin", ha afirmat. 

 

[Imatge: Betevé - font: www.racocatala.cat]

terça-feira, 13 de outubro de 2026

« Sermons sous les décombres », pourquoi il faut lire le livre de Delphine Horvilleur

Comment nommer le fracas lorsque les certitudes s’effondrent ? Avec Sermons sous les décombres (Olivier Nora Editions), Delphine Horvilleur signe une œuvre poignante, située à la frontière du journal intime, de l’exégèse biblique et du pamphlet humaniste. 

Écrit par Elizabeth Sutton

Pendant deux années de déchirement collectif, de la veille des attaques du 7 octobre 2023 jusqu’au retour des derniers otages d’un territoire gazaoui en ruines en 2025, la rabbine a fait de l’écriture son sanctuaire.
Face à la polarisation aveugle et au mutisme qui frappe nos sociétés, elle interroge le destin du langage au milieu de la barbarie : que reste-t-il à dire quand plus personne n’écoute ?

Sermons sous les décombres – Une exégèse du présent

La force de cet essai réside dans la méthode chère à son autrice. Elle fait dialoguer les mythes anciens avec nos déchirements contemporains.

Delphine Horvilleur ne cherche ni à absoudre ni à dogmatiser ni à moraliser. Elle réinterprète les textes de la tradition juive pour y déceler des clés de lecture inédites. Ses interprétations apportent une lumière singulière sur des sujets brûlants.

Dans Sermons sous les décombres, elle analyse la responsabilité politique et l’usage de la force. Réfléchir à la légitimité de la défense sans perdre son âme ni céder à la vengeance est son crédo.

L’auteure analyse la réapparition des spectres du passé dans le débat public contemporain face à l’antisémitisme.

Elle accueille la douleur des victimes sans dresser de hiérarchie dans la souffrance.

La rabbine fait débat, notamment pour ses propos prononcés à chaud durant le conflit. Ses convictions ne cherchent pas à rassurer artificiellement. Ils cherchent à fissurer l’enfermement idéologique par le doute et l’empathie.

Le pari de la réparation

Au-delà du témoignage politique ou religieux, l’ouvrage pose une question fondamentale : peut-on réapprendre à se parler pour tenter de se réparer ?

En refusant les slogans simplistes et les vérités univoques, Delphine Horvilleur offre un manuel de survie. Sermons sous les décombres s’impose comme un texte essentiel, trois ans après le massacre du 7 octobre, pour quiconque refuse la résignation et cherche, dans la nuit de l’Histoire, la trace d’une humanité partagée.

 

[Source : www.idboox.com]

«Eichmann a Jerusalem», vigent i polèmic, es publica en català seixanta anys després

VilaWeb conversa sobre l’obra de Hannah Arendt amb la professora Fina Birulés, la traductora Helena Lamuela i l’editora Maria Nadal

Escrit per Ot Bou Costa

A principi dels anys seixanta, la pensadora Hannah Arendt va sotragar l’opinió pública mundial amb les cròniques del judici a Adolf Eichmann, un dels responsables directes del genocidi contra el poble jueu comès per l’Alemanya nazi. Les cròniques, publicades a la revista New Yorker i escrites amb una gran distància analítica, irònica i dura, van originar una polèmica fortíssima, que avui encara s’arrossega. L’any 1963 ja es van aplegar en un llibre de títol cèlebre, Eichmann a Jerusalem. Un informe sobre la banalitat del mal, que inexplicablement encara no s’havia publicat tot sencer en català. Ara ho ha fet l’editorial Arcàdia, amb una traducció d’Helena Lamuela. I no pas en un moment qualsevol.

La lectura és vigent i pertinent no sols perquè ajuda a entendre les turbulències internes que viu avui l’estat d’Israel, amb unes eleccions a la cantonada, sinó també perquè les cròniques d’Arendt no s’han llegit prou ni s’han llegit bé. El llibre es publica amb una introducció de Fina Birulés, professora de filosofia contemporània a la Universitat de Barcelona, ara retirada, i una de les principals expertes de casa nostra en l’autora. Birulés hi lamenta que, en gran manera, la conversa que s’ha tingut entorn del llibre s’edifica sobre tòpics o crítiques que es refereixen més a la polèmica que va causar que no pas a la literalitat del text. 

El primer element mal entès, segons el seu parer, és que se suposa que el llibre és una teoria sobre la banalitat del mal malgrat que, en realitat, l’expressió només hi surt dues vegades: al títol i en uns apunts afegits a posteriori. Arent, diu Birulés, fa tot just un informe en què “mostra que Eichmann es presenta a si mateix com un perfecte pare de família que fa una feina que li serveix per a pujar l’escalafó i tenir cura de la família”. Arendt es limita a descriure, i en la descripció no cerca consol per la tragèdia, sinó purament la constatació que “hi ha hagut grans crims comesos per persones que aparentment no tenien intencions malignes”.

El segon problema és la mala interpretació que es va fer del to irònic de les crítiques. Segons Birulés, Arendt el fa servir per a allunyar-se del sentimentalisme, perquè considera que, per a comprendre les coses terribles, hom no s’hi pot aproximar només amb un sentiment per les víctimes. Les ferides del món s’han d’afrontar de manera rigorosa, diu. “Arendt va ser molt criticada pel recurs de la ironia: li va costar car i va perdre molts amics. I la ironia és una manera de distanciar-se dels fets per pensar-hi sense quedar negat per les llàgrimes”, diu Birulés.

“Arendt es demana com s’ha de jutjar algú que no té mens rea, que no té cap intenció de fer el mal, sinó d’obeir una llei particular. I la manera de fer-ho és jutjar-lo i condemnar-lo per crims que encara no eren prevists en l’ordenament legal”, explica. “Ella diu que Eichmann és un subjecte incapaç de pensament, de reflexió, i, per tant, situa el problema en l’aspecte del coneixement. I fa un desplaçament interessant. No es fixa en l’emoció i en l’empatia. I això li permet, després, en el judici, de dir que Eichmann ha de ser condemnat no sols per haver comès un genocidi contra el poble jueu, sinó també per crims contra la humanitat”, explica Birulés.

I el tercer és que Arendt va posar el dit a la nafra fent aflorar “una cosa que sabia tothom, però que no havia dit ningú fora d’Israel: que els consells jueus, col·lectius amb el suport dels nazis, van col·laborar en certa manera en l’eliminació dels jueus”, explica Birulés. “Arendt diu que si no haguessin existit, no és pas que no s’haurien eliminat els jueus, però probablement molts menys, perquè el responsable de cada consell jueu solia tenir una certa autoritat i ordenava el nombre de persones que anaven als trens. Ara: no sempre va passar això. A Itàlia i en més llocs, els consells jueus es van negar a col·laborar-hi. Però en molts llocs, sí. I ella, dona jueva que escriu per al públic nord-americà, ho posa en evidència. Això va ser molt escandalós.”

La traductora Helena Lamuela diu que hi va tenir molta feina, i molt difícil, no sols per les frases llargues, enrevessades i plenes d’incisos, sinó també per a sintonitzar aquest to distant d’Arendt. Explica que la hi va ajudar trobar una entrevista en què Arendt situava Bertolt Brecht com el seu referent principal a l’hora de trobar el to. Deia Arendt en aquella conversa: “Quan vaig escriure Eichmann a Jerusalem encara no ho sabia, però un dels meus grans objectius era de destruir la llegenda de la grandesa del mal, de la força demoníaca; volia arrabassar a la gent l’admiració que tenen pels grans malvats com Ricard III. I vaig trobar en Brecht aquesta reflexió: ‘Els grans criminals han de ser exposats, i exposats especialment a la riallada. No són grans criminals polítics, sinó homes que han comès un gran crim polític, que és ben diferent. El fracàs de les seves empreses no indica que Hitler fos un idiota i l’abast de les seves empreses no el converteix en un gran home.’” 

Lamuela també explica que durant la traducció pensava sovint: “És clar que va ser polèmica, no m’estranya: justament posa el dit a la nafra que fa més mal. Critica les estratègies propagandístiques de l’estat d’Israel tot just fundat. Ataca la burocràcia, i atacar la burocràcia és molt perillós, perquè si l’ataques, t’ataca. I a vegades, més que no pas irònica, és fins i tot sarcàstica. Llegint el llibre és molt evident per què va molestar tant.” 

De tots aquests elements, la crítica d’Arendt a la propaganda israeliana és especialment valuosa avui encara. Lamuela diu que té un component gairebé profètic. La distància d’Arendt amb els fets, el vernís de la ironia per a poder criticar allò que s’edifica sobre les emocions, aquest refús de l’autocomplaença, són recursos que semblen avui un antídot per a frenar la fanatització de bona part del sionisme. Un antídot que, tres anys després del crim del 7 d’octubre i després de tres anys de genocidi a Gaza, sembla fallit.  

Birulés no creu que el llibre permeti d’interpretar mecànicament la realitat actual, però diu que dóna moltes pistes sobre com Israel ha tractat tot un seguit de qüestions que encara avui són fonamentals en la política del país: “Arendt havia estat sionista perquè era l’única manera que entenia que tenien els jueus per a defensar-se de la persecució. Però tan bon punt va acabar la guerra, al final de la dècada dels quaranta, ja va qüestionar en uns articles certs aspectes de la creació de l’estat d’Israel, cosa que li va valer moltes crítiques. I l’Eichmann a Jerusalem va ser la gota que va fer vessar el vas.”

“Paga la pena preguntar-se per què l’estat d’Israel va decidir de fer el judici a Jerusalem. Per què ningú no va reclamar un tribunal internacional. Per què Adenauer no va demanar l’extradició d’Eichmann. D’alguna manera, el judici va servir a Israel per a donar un estatus comú als habitants de l’estat, la majoria dels quals no havien sofert la persecució. Dient-ho malament: van decidir que la identitat no la feien a partir d’una llengua, sinó a partir d’una memòria, que era europea i no pas israeliana”, explica Birulés. El judici d’Eichmann servia com un espectacle més que no pas com un judici, en paraules del mateix primer ministre David Ben-Gurion, i el text d’Arendt no sols el tractava com un judici, sinó que també denunciava les incongruències de l’espectacle. El judici va servir a l’estat per a consolidar-se sobre un tràngol. “Abans del judici, Arendt va escriure un article en què ja ho avisava. ‘Aquí s’hi jugarà tot. Aquí Israel es funda com si no hi hagués hagut ningú’”, diu Birulés.

Arendt és una autora especialment admirada per Arcàdia, que darrerament ha publicat un llibre de Birulés que servirà als lectors per a aprofundir en totes aquestes idees, Hannah Arendt: el món en joc, i les cartes que Arendt va intercanviar amb el seu amic Günther Anders, aplegades al volum Dona’m notícies teves. L’editora executiva, Maria Nadal, explica que la publicació d’Eichmann a Jerusalem és el segon lliurament d’una nova col·lecció de clàssics del pensament contemporani, molts dels quals, malauradament, no s’han publicat en català. El primer va ser Minima moralia de Theodor W. Adorno.

 

[Font: www.vilaweb.cat]

quinta-feira, 8 de outubro de 2026

Anne Carson guanya el Nobel de literatura

"Per la seva obra audaç i inventiva que, en un diàleg lúdic amb la tradició clàssica, ha creat noves formes per a la literatura contemporània", ha dit l'acadèmia 


Anne Carson ha estat guardonada amb el Premi Nobel de Literatura 2026, segons ha anunciat aquest dijous l’Acadèmia Sueca. L’escriptora canadenca rep el guardó, segons el jurat: “Per la seva obra audaç i inventiva que, en un diàleg lúdic amb la tradició clàssica, ha creat noves formes per a la literatura contemporània.” 

Carson va néixer el 1950 a Toronto (Canadà). El 1981 va publicar la seva tesi doctoral en estudis clàssics, titulada Odi et Amo Ergo Sum. Al llarg de la seva trajectòria ha combinat l’escriptura de poesia amb la traducció i la docència en diverses universitats, segons que explica l’acadèmia. 

Bona part de la seva obra literària se situa en la intersecció entre l’obsessió del filòleg per les paraules i el desig del poeta de trobar nous significats. Ella mateixa ha definit l’etimologia de les paraules com el punt de partida de tota la seva obra. 

Les obres de Carson traduïdes al català 

El seu primer gran punt d’inflexió literari va arribar amb l’assaig Eros the Bittersweet, publicat el 1986. Carson hi reflexiona sobre l’amor com l’essència i la força motriu del poema, i sobre la distància entre l’amant i l’estimat com allò que posa en moviment el desig i, alhora, la poesia. Eros the Bittersweet arribarà a les llibreries en català el 14 d’octubre. Es dirà Eros dolçamargant, traduït per Núria Busquet Molist i publicat per Veles i vents edicions.

El llibre parteix de la poesia de Safo i de la idea d’Eros com una experiència alhora dolça i dolorosa. Carson hi explora la distància entre l’amant i l’estimat i la manera com aquesta tensió alimenta el desig i la poesia. L’obra ja conté alguns dels trets que marcarien la seva producció posterior: el diàleg entre la literatura clàssica i la contemporània, la combinació de poesia i assaig i el joc entre veus i perspectives diferents. 

Hi ha més obres traduïdes al català de Busquet, publicades per Vaso Roto. Entre els títols hi ha Decreació (2023), La bellesa del marit (2023) i Albertine. Rutina d’exercici (2023). 

L’any 2024 es va publicar Norma Jeane Baker de Troia, també traduïda per Busquet, i el 2025 va arribar Norma equivocada, la versió catalana de Wrong Norma, una de les obres més recents de Carson. 

Així, en els darrers anys s’ha consolidat un petit corpus de l’autora en català, que permet acostar al lector la seva escriptura híbrida, a mig camí entre la poesia, l’assaig, la narrativa i la traducció dels clàssics. 

Veus diferents que dialoguen i es contraposen 

La seva relació amb la literatura clàssica també es manifesta en les seves traduccions del grec antic, que l’Acadèmia Sueca considera obres independents per dret propi. Entre aquestes hi ha la seva interpretació dels fragments de poemes de Safo, publicada a If Not, Winter (2002), i les traduccions de les tragèdies Electra (2001) i Antígona (2015), de Sòfocles, i Bakkhai (2015), d’Eurípides. 

L’acadèmia sueca que en la seva obra constantment hi ha veus diferents que dialoguen i es contraposen. “És a través d’aquestes constel·lacions literàries, sovint inesperades, que Carson ha trencat amb la poesia lírica lligada al jo narratiu i ha inspirat noves formes de literatura contemporània. Aquest mètode d’escriptura condueix a obres lúdiques i iròniques que es mouen no només entre la poesia clàssica i la moderna, sinó també entre diferents gèneres i formes d’art”, destaca l’acadèmia.

 

[Foto: Jay Dixit - font: www.vilaweb.cat]