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quarta-feira, 10 de junho de 2026

«Amarga Navidad» film di Pedro Almodóvar

Sarebbe fuorviante rimanere sulla constatazione di uno stanco meccanismo autocitazionista e, forse sottotraccia, anche autocelebrativo, perché l’attenzione viene riportata, se non proprio con costanza e rigore sempre e comunque con una precisa consapevolezza del (meta) discorso avviato, sulla cornice del film nel film. 

di Fabrizio Croce

Il suono delle lettere battute sulla tastiera di un computer che comincia a sentirsi fin dai titoli di testa, annuncia già uno degli intrecci portanti della struttura di Amarga Navidad, nuova stazione drammaturgica del romanzo cinematografico e della parafrasi autobiografica di Pedro Almodóvar: stavolta El Deseo, nome della casa di produzione fondata assieme al fratello Augustin e ispirata al tram di Tennessee Williams, scorre a partire dall’apparizione del suo fiammeggiante marchio grafico nel rapporto generativo con la scrittura che diventa immediatamente immagine, memoria, riflesso della realtà nel farsene non imitazione o mimesi, ma esplicita riformulazione nella misura del rapporto tra verità e finzione, tra organizzazione interna del racconto e le imponderabili digressioni esterne della vita parallelamente vissuta.  Il primo piano, inteso come frontale close-up e anche come prima inquadratura, non può essere che quello di un regista e sceneggiatore (nell’accezione tout court di autore) colto nel processo in medias res della realizzazione della sceneggiatura per un film.

Il dispositivo cinematografico si rivela più che mai nella sua evidenza e trasparenza, e non c’è l’hitchcockiano incastro tra falso e vero flashback, tra ricostruzione spazio temporale del set, del ricordo e del presente, con relativo capovolgimento di prospettiva e percezione, di precedenti opere almodovariane che ne sono i più diretti riferimenti: La mala educación (2004), vertigo straziante, desiderante e torbida di un complesso di colpa, e Dolor y gloria (2019), tra la struggente elegia del primo amore diverso e l’analisi impietosa del rimpianto come forma sublimale e consolatoria di una perdita e di una rimozione. Nel caso di Raúl (Leonardo Sbaraglia), il volto che ci appare nel campo e controcampo dello schermo di un PC e delle parole che vi vengono computate sopra, il passaggio che da forma alla storia in progress introduce direttamente questa dialettica; e le parole continuano a scriversi su una sequenza ambienta nel 2004, dove Elsa (Bárbara Lennie),  una donna che scopriremo essere una regista che ha rinunciato alle proprie ambizioni autoriali (dopo due flop diventati però “di culto”) sta facendo i conti con l’esordio di una crisi di panico e la voglia di riprovare con un terzo lungometraggio, dopo una routinaria carriera nella pubblicità. Ad accudirla e accompagnarla, c’è il suo ben più giovane compagno Bonifacio (Patrick Criado), con il quale già si pone un’asimmetria anagrafica, sociale, culturale (lui fa il pompiere e lo spogliarellista part time e lei lo aveva conosciuto ad un addio al nubilato, ingaggiandolo per uno spot di biancheria intima). Gli elementi per spalancare la voragine, o quantomeno il tarlo, di un altro melodramma sull’attrazione entusiasmante dei corpi e lo sgretolamento delle illusioni sentimentali ci sarebbe dunque, ma con la solita, magistrale e spiazzante capacità di passare da un piano all’altro della visione e dell’ascolto, Almodóvar mantiene il punto sul fatto che ci troviamo ai margini, parlando in termini di pagina scritta, di un film in potenza, ancora legato al testo e alla sua apertura verso direzioni e svolte inattese. 

             Leonardo Sbaraglia

Si tratta di una dichiarazione anzi, in maniera più risoluta, dell’affermazione di un punto di vista espresso già dal modo in cui viene presentata la figura di Raúl: la mdp si muove infatti dal basso verso l’alto, da dietro il computer, fino a fermarsi sul volto e sullo sguardo concentrato del regista sceneggiatore, che impone sopra a tutto il primato della propria creazione. E proprio partendo da questo presupposto vuole fare un film, mettendone in abisso la questione nella trama e duplicando nel profilo di Elsa il suo ego di artista che quasi rivendica il bisogno di acquisire, utilizzare, manipolare la vita propria e quelle degli altri come materia plasmabile a cui poter dare qualsiasi costrutto o elaborazione. Raúl ed Elsa diventano l’uno il proseguimento e l’estensione dell’altra, tanto da arrivare a dimenticarsi o a confondersi, in certi momenti, su chi stia raccontando la storia di chi, pur essendoci l’inequivocabile chiarezza dell’assunto.

Uno straniamento che avviene anche perché le sequenze del mondo parallelo di Elsa diventano progressivamente più lunghe, cercando di individuare quello che potrebbe essere il tema principale del suo sentire, pensare ed agire:  il conflitto, la colpa e il rimpianto (ancora loro) della donna che non è riuscita a salvare la madre malata, e ad elaborarne la morte, e che vorrebbe  salvare ora le persone a lei più care e vicine (una sua collaboratrice tradita dal marito, un’amica più giovane alle prese con il dolore incommensurabile per la morte di un figlio); una volontà, apparentemente altruista ma sostanzialmente egoriferita, che la porta a credere di scrivere nel copione che sta elaborando un salvifico finale alternativo per loro, confondendo la possibilità del processo creativo di integrare, compensare e in parte risanare i traumi e le ferite della vita, con l’onnipotenza di chi crede di avere il diritto di accentrare chiunque e qualsiasi cosa intorno al nucleo del proprio estro. 

Aitana Sánchez-Gijón e Leonardo Sbaraglia
Qui si pone però un altro problema, che forse è l’impasse, il corto circuito, il respingimento che provoca questo tardo “natale amaro” del cineasta madrileno: Elsa, e con lei i personaggi che la contornano, portano su di loro una sorta di opacità, di sfocatura, di poca incisività, quasi con la triste consapevolezza di essere derivativi e derivative di un sistema di codici e di rimandi chiusi dentro l’acquisita, e appassionatamente e convintamente amata, almeno per chi scrive, costellazione del cinema almodovariano, per interposto l’ (ennesimo) alter ego, Raúl. Tra l’altro il gioco di specchi si infittisce ulteriormente, visto che a interpretare il regista è Leonardo Sbaraglia, con un aspetto che è molto simile a quello di Antonio Banderas in Dolor y gloria, dove invece Sbaraglia faceva l’amante perduto (adombrando, non da un punto di vista strettamente autobiografico quanto più emozionale, la stessa storia tra Banderas e Almodóvar). Come dire che siamo ormai arrivati al ribaltamento del ribaltamento di proiezioni e identificazioni, con tanto di versione omosessuale femminile. Anche i due densissimi momenti musicali dedicati a Chavela Vargas (Amarga Navidad è il titolo di una sua celebre canzone), appaiono come rimembranze acustiche a circuito chiuso, che comunque spalancano l’intenso e malinconico scenario di un pianto mancato, di un non detto rimasto tale.

Ma, come si diceva, sarebbe fuorviante rimanere sulla constatazione di uno stanco meccanismo autocitazionista, e forse sottotraccia anche autocelebrativo, perché l’attenzione viene riportata, se non proprio con costanza e rigore, sulla cornice del film nel film. Almodóvar disinnesca così il rischio del compiacimento (che passa, per i cinefili adoranti, nel cogliere questa o quella menzione della sua filmografia), attraverso la controparte incarnata da Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), la ventennale agente, confidente, prima e migliore lettrice del lavoro di Raúl, che assume anche il ruolo di controcanto, di coro a una voce o di voce fuori dal coro, che non amplifica il portato tragico di quello script poco ispirato ma ne commenta, nello spazio diegetico di uno scontro memorabilmente dialogato, la carenza drammatica ( “da film di un’ora che potrebbe andare bene per una serie su Netflix”, con una pungente ironia sulla decadenza autoriale che ricorda, dall’altra parte del tavolo, la scena del dialogo tra Nanni Moretti e gli automatizzati dirigenti di Netflix in Il sol dell’avvenire). E il fatto che questo sradicamento appassionato della roccaforte del proprio immaginario e delle sue estenuanti reiterazioni passi per la calda presenza di un’attrice carnale come Aitana Sánchez-Gijón riassesta il colpo al cuore di un ritrovato fuoco centrale. Un rito di orgasmica esaltazione, catalizzatore di un bruciante godimento e di spregiudicate contraddizioni, dove il sé stesso che sa di poter creare viene sempre un attimo prima dell’altro da sé che chiede di poter essere ascoltato, e l’occhio è al contempo quello che uccide e quello che da la vita.

In Concorso al Festival di Cannes 2026
In sala dal 21 maggio 2026


Amarga Navidad  –  Regia e sceneggiatura: Pedro Almodóvar; fotografia: Pau Esteve Birba; montaggio: Teresa Font; musica: Alberto Iglesias; interpreti: Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Bárbara Lennie, Victoria Luengo, Patrick Criado, Quim Gutiérrez, Milena Smit; produzione: Agustín Almodóvar per El Deseo; origine: Spagna, 2026; durata: 111 minuti; distribuzione: Warner Bros Italia.

 

[Fonte: www.close-up.info]

terça-feira, 9 de junho de 2026

«Amarga Navidad»: el acto creativo como exorcismo personal

En el largometraje, que tiene dosis de humor y emoción, se da un nuevo ejemplo de la fascinación del manchego por la metaficción y los relatos ubicados como prolijas cajas chinas.

El film de Almodóvar llega a las salas argentinas una semana después de haber pasado por Cannes. 

Escrito por Diego Brodersen 


AMARGA NAVIDAD 8 puntos

(España, 2026)

Dirección y guion: Pedro Almodóvar.

Duración: 111 minutos.

Intérpretes: Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Patrick Criado

Estreno en salas de cine


No es la primera vez que Pedro Almodóvar le da vida a un alter ego de su persona –con más o menos vínculos con la realidad, aunque siempre permeado por la ficción– para que atraviese alguna crisis artística y/o personal. El ejemplo más cercano en el tiempo es Dolor y gloria, pero no solo en esa película un director de cine enfrenta los nubarrones y tormentas del acto creativo, como lo confirman La mala educación y un clásico de la primera etapa de su filmografía, La ley del deseo. 

En Amarga navidad, que se estrena en Argentina dos meses más tarde que en España y una semana después de pasar por el Festival de Cannes, el artista en cuestión es Raúl Durán (Leonardo Sbaraglia), un prestigioso realizador español que no filma desde hace un lustro. Es su teclado el que dicta las órdenes de una parte de lo que el espectador comienza a ver en pantalla, la historia de una mujer, colega de Raúl, que abandonó el cine de ficción para dedicarse al económicamente más reconfortante universo de la publicidad. 

En gran medida, entonces, la protagonista del último Almodóvar es Elsa (notable, como es la costumbre, Bárbara Lennie), quien comienza a sufrir intensos ataques de pánico, consecuencia de una ansiedad a la cual resulta difícil aprehender y ponerle un nombre. Al menos lo es en un sentido literal, ya que ocupa más tiempo en el metraje total. Sin embargo la imbricación entre Elsa y Raúl es tal que resulta imposible separarlos, en un nuevo ejemplo de la fascinación del manchego por la metaficción y los relatos ubicados como prolijas cajas chinas. Elsa convive con un hombre bastante más joven, un bombero que, por las noches, suma unos billetes como stripper, y es durante una de sus falsas crisis físicas (la migraña, la falta de aire, las palpitaciones) que una médica que supo conocer a ambos por separado –uno de esos momentos típicos en Almodóvar donde el humor ataca de frente el drama– recibe una respuesta a su incógnita sobre el sentido del “cine de culto”. 

Si en uno de sus niveles narrativos, que transcurre en 2004, Amarga navidad describe la existencia de Elsa a partir de un momento de su vida que parece tener forma de bisagra, a su vez pincelado con flashbacks del pasado reciente, en otro estrato Raúl intenta escribir un guion que podría implicar un retorno triunfal al métier. Que su productora de toda la vida, interpretada por Aitana Sánchez-Gijón, lo deje luego de dos décadas de trabajo en conjunto para cuidar de una amiga en problemas no es un elemento casual: la realidad comienza a penetrar con fuerza en ese relato de ficción que aún está en pañales. Que a Raúl se le achaque precisamente eso, tomar anécdotas no poco dolorosas de personas reales para construir una ficción, podrá tener poco o mucho que ver con algunos datos de la vida del director de Átame. Pero eso es lo menos relevante de todo el asunto, como lo confirma con humor la inclusión de no una sino dos canciones de Chavela Vargas, y el posterior comentario de un personaje acerca de la impertinencia de esa repetición. 

Algunas reseñas luego de su estreno español le achacaron a la película la repetición de motivos y un ombliguismo exacerbado como nunca antes en la obra de Almodóvar. Sin embargo, como ocurre con otras películas de autores obsesionados con el acto creativo como exorcismo personal, Amarga navidad no podría ser de otra manera. Y si durante sus dos primeros actos el film parece un tanto frío cuando se lo compara con las creaciones más famosas del realizador, es recién en el tercero y final –cuando Elsa pasa unos días en Lanzarote, frente a paisajes encantados y la luz de su computadora personal, y Raúl hace lo propio en la soledad del estudio– cuando la emoción surge con fiereza y vuelve a poner en tensión el lugar del creador en el mundo que lo rodea y su nexo con las personas más cercanas. 

 

[Fuente: www.pagina12.com.ar]

sábado, 6 de junho de 2026

«Amarga Navidad» é um almodrama com alegria de viver

 

Escrito por Rodrigo Fonseca

Alberto Iglesias, músico que serve de medula à estética chamada por Caetano Veloso de “almodrama”, embala Amarga Navidad com acordes de rara sofisticação melódica no cinema europeu contemporâneo. Há algo entre Georges Delerue e Michel Legrand. A banda sonora acelera nos momentos mais refulgentes de uma narrativa que parece semiótica, interessada na arte da dramaturgia, até revelar-se apaixonada pela arte de viver, nas suas práticas imperfeitas, mas irretrocedíveis. Destoa por completo da brandura de The Room Next Door, o anterior filme de Pedro Almodóvar, que lhe valeu o Leão de Ouro. Ali havia cheiro de morte; aqui, há um sopro de joie de vivre. Iglesias traduz essa energia nas suas composições.

O elenco acompanha esse tom, em especial Patrick Criado. No papel de Bonifácio, um bombeiro que, à noite, faz striptease, exibe um carisma luminoso — uma espécie de Zac Efron ibérico. Ao seu lado, Elsa, cineasta de “filmes de culto” (expressão que Almodóvar desmonta com humor), dá a Bárbara Lennie um espaço amplo para revelar inteligência, charme e força. A sua interpretação é das mais marcantes da 79.ª edição do Festival de Cannes, na corrida pela Palma de Ouro.

Já estreado em Espanha, Amarga Navidad é um Almodóvar particularmente sofisticado, próximo do nível de Volver, e chegou à Croisette rodeado do habitual fervor que acompanha cada regresso do realizador.

Aos 76 anos, o cineasta manchego volta a transformar o melodrama num laboratório íntimo, aprofundando a vertente autoficcional já presente em Dolor y gloria (2019). O que aqui se vê é uma exposição mais crua. Na estreia espanhola, o filme foi acompanhado pela frase: “Este é o filme em que fui mais cruelmente eu mesmo”. A declaração prepara o espectador para uma autópsia sentimental.

Ambientado entre Madrid e as Ilhas Canárias, o filme articula duas narrativas paralelas que se refletem. De um lado está Elsa (Lennie), uma operária da publicidade devastada pela morte da mãe durante o Natal. Consumida pelo luto e pelo excesso de trabalho, mesmo sob o afeto de Bonifácio, abandona a capital e ruma a Lanzarote, numa tentativa de reorganizar a própria subjetividade. 


Do outro lado do tabuleiro semiológico, surge Raúl Durán, cineasta vivido pelo argentino Leonardo Sbaraglia, cujas crises criativas de meia-idade dissolvem fronteiras entre experiência pessoal e ficção, com uma certa dose de oportunismo. A duplicação de histórias, olhares e emoções transforma o filme numa engrenagem metalinguística em permanente combustão, fotografada por Pau Esteve Birba, numa apetência voraz pelas cores da direção de arte de Antxón Gómez.

O recurso do “filme dentro do filme”, frequente na obra de Pedro Almodóvar, em especial desde La mala educación (2004), ganha aqui um peso confessional. Em Amarga Navidad, a narrativa parece menos interessada em separar realidade e invenção do que em fundi-las num mesmo fluxo emocional, onde memória, desejo e perda coexistem sob um colorido saturado e enquadramentos estilizados. Elsa, uma leoa, pode ser apenas fantasia de Raúl. A imagem promocional — uma silhueta masculina que contém a figura de uma mulher — sintetiza essa lógica de identidades fragmentadas e afetos que sobrevivem como fantasmas internos. É um Persona que sublima as suas tramas na passionalidade.

Produzido pela El Deseo em parceria com Movistar Plus+, Amarga Navidad reúne ainda nomes históricos do universo do realizador, como Rossy de Palma e Aitana Sánchez-Gijón, ao lado de intérpretes de uma geração mais recente, entre eles Milena Smit e Quim Gutiérrez, que rouba cada sequência em que surge, no papel do namorado de Raúl. O elenco reforça a sensação de síntese de carreira: um filme que revisita obsessões antigas — maternidade, desejo, abandono, performance — com maior depuração formal, sem abdicar do excesso emocional que tornou Almodóvar uma assinatura estética reconhecível em qualquer parte do mundo.

Mais do que disputar a Palma de Ouro que ainda lhe falta, Amarga Navidad parece interessado em radicalizar o próprio “almodrama”. Enquadra-se no que o teórico José Carvalho define como “metamelodrama” (ou “quarto campo narrativo”): uma carpintaria melodramática cuja matéria não reside na experiência sensível do real, mas no próprio cinema — um cinema onde o sentimental nunca é fraqueza, mas matéria-prima de investigação estética e existencial.

 

[Fonte: www.c7nema.net]

sexta-feira, 5 de junho de 2026

Entre el silencio y el recuerdo: la intimidad doliente de Almodóvar

Escrito por Carla Dos Santos

Amarga Navidad

La película Amarga Navidad de Pedro Almodóvar se inscribe dentro de una etapa madura de su filmografía, donde el exceso emocional característico de sus primeras obras se depura en favor de una introspección más contenida, aunque no por ello menos intensa. En este sentido, el film se presenta como una reflexión sobre la memoria, la pérdida y la imposibilidad de reconciliar el pasado con el presente, articulada a través de una estética que, fiel al autor, convierte el color, los espacios y los silencios en vehículos narrativos fundamentales.

Uno de los aspectos más destacables de Amarga Navidad es su tratamiento del tiempo. Almodóvar abandona la linealidad para construir una estructura fragmentaria donde los recuerdos irrumpen sin aviso, generando una sensación de discontinuidad que refleja el estado emocional de los personajes. Esta elección formal no es gratuita: el relato se construye desde la subjetividad, desde una memoria herida que no logra ordenarse ni clausurarse. En este sentido, la película dialoga con una tradición de cine de la memoria que va más allá del propio Almodóvar, acercándose a una sensibilidad más europea, incluso bergmaniana, en su tratamiento del duelo y la introspección.

El universo visual, sin embargo, sigue siendo profundamente almodovariano. El uso del color —especialmente los rojos intensos y los contrastes cromáticos— no solo cumple una función estética, sino que actúa como un código emocional. Los espacios interiores, cuidadosamente diseñados, funcionan como extensiones de los estados psíquicos de los personajes: casas que parecen habitadas por ausencias, habitaciones donde el pasado se vuelve casi tangible. En este sentido, la dirección de arte y la fotografía contribuyen a crear una atmósfera densa, casi asfixiante, que refuerza el tono melancólico del relato. 


En cuanto a las interpretaciones, el film apuesta por un registro contenido que se aleja del melodrama más explícito. Los personajes no estallan, sino que se repliegan sobre sí mismos, lo que genera una tensión interna constante. Este desplazamiento hacia lo no dicho es uno de los grandes aciertos de la película, ya que obliga al espectador a completar los vacíos, a leer entre líneas. La emoción, por tanto, no se impone, sino que se filtra lentamente, generando un efecto más duradero.

No obstante, esta misma contención puede percibirse también como una limitación. En ciertos momentos, la película parece excesivamente autoconsciente de su propio tono, lo que deriva en una cierta frialdad. La distancia emocional, aunque coherente con la propuesta, puede dificultar la identificación del espectador con los personajes, especialmente para aquellos más acostumbrados al Almodóvar de pasiones desbordadas. Aquí, el director parece más interesado en la contemplación que en la implicación directa, lo que sitúa la obra en un territorio más reflexivo que visceral.

Otro elemento relevante es la dimensión metanarrativa que atraviesa el film. Almodóvar, como en otras obras de su etapa reciente, introduce una reflexión sobre el propio acto de narrar, sobre cómo las historias —personales o ficcionales— funcionan como mecanismos para procesar el dolor. En este sentido, Amarga Navidad puede leerse también como una película sobre el cine, sobre su capacidad para reconstruir, deformar o incluso traicionar la memoria. Esta capa añade profundidad al relato, aunque también contribuye a su densidad, exigiendo un espectador activo y atento. 


Desde una perspectiva temática, la película aborda cuestiones recurrentes en la obra del director —la familia, la pérdida, la identidad— pero lo hace desde un lugar más sombrío. Aquí no hay redención clara ni reconciliación definitiva; lo que queda es, más bien, una aceptación incompleta, una convivencia con la herida. Esta visión, más cercana a una ética de la incertidumbre que a una resolución clásica, conecta con sensibilidades contemporáneas en torno a la memoria y el trauma.

En conclusión, Amarga Navidad es una obra coherente con la evolución reciente de Pedro Almodóvar, que apuesta por la introspección, la fragmentación narrativa y una estética altamente controlada para explorar los pliegues de la memoria y el duelo. Si bien puede resultar menos accesible que otros títulos de su filmografía, su complejidad formal y temática la convierten en una propuesta rica y sugerente, que confirma al director como una figura capaz de reinventarse sin renunciar a su identidad autoral.

 

[Fuente: www.elespectadorimaginario.com] 

«Amarga Navidad»: un Pedro Almodóvar cada cop més greu i més autoreferencial

El director manxec, que va representar la frivolitat de la movida, s’ha convertit als seus 76 anys en un cineasta seriós i amb tendència a posar-se transcendent, com succeeix a la seva última pel·lícula, on aborda els dubtes ètics de la creació 

Escrit per Mauricio Bach

A Amarga Navidad hi ha un personatge de professió bomber i estríper en el seu temps lliure, que a més es diu Bonifacio. I tanmateix, no hi ha a la nova pel·lícula de Pedro Almodóvar ni rastre de l’astracanada que era habitual en etapes anteriors. La carrera del cineasta presenta una evolució molt coherent (amb només algun pas enrere aïllat com la vergonyosa comèdia queer Los amantes pasajeros). Del desbocat petardeig dels seus inicis underground a la comèdia esbojarrada; d’aquí al melodrama passat de voltes, amb ecos de fulletó i serial, que després esdevé melodrama pur i dur i desemboca en drama a seques i en introspecció autoreferencial.

 

L’Almodóvar que en els temps de la movida cantava amb McNamara profusament maquillat i vestit amb mitges de xarxa i sabates de taló ha mutat en un senyor donat a prendre’s molt seriosament i a posar-se transcendent (McNamara també ha tingut la seva evolució, molt més delirant, que l’ha portat del travestisme a la nostàlgia del franquisme). A mesura que Almodóvar ha anat complint anys –ja en té 76, que no és poc–, el seu cinema ha anat guanyant gravitas i ha reduït l’humor més esbojarrat. 

 


 

Després del joiós desplegament d’amour fou i homenatge al Franju de Els ulls sense rostre que va ser La piel que habito i del desastre de Los amantes pasajeros, els cinc llargmetratges que ha rodat Almodóvar en els darrers deu anys tendeixen a la solemnitat i la transcendència, i a una progressiva depuració estilística. A Julieta insistia en els universos femenins, adaptant diversos relats d’Alice Munro; a Dolor y gloria parlava de manera indissimula sobre ell mateix en la seva condició d’artista sofrent, amb profunditat i cert excés d’autocomplaença; Madres paralelas va ser un intent gens afortunat d’explorar la maternitat amb un esbiaixat i panfletari ús de la memòria històrica de la guerra civil; mentre que La habitación de al lado, el seu primer llarg rodat en anglès, era de nou una adaptació literària –aquesta vegada d’una novel·la de Sigrid Nunez– que abordava la mort sense aconseguir commoure. I arriba ara Amarga Navidad, que se situa entre els seus èxits més notables. 

 

La seva connexió més evident és amb Dolor y gloria, perquè aquí apareix de nou un director de cinema que s’assembla sospitosament a Almodóvar i al qual, en un atac d’ego, el guionista Almodóvar fa que un personatge compari ni més ni menys que amb Bergman i Fellini. El guió té una estructura complexa i és del més brillant que ha escrit el director a la seva carrera. Perquè es tracta d’una mise en abyme que desplega una successió d’històries dins la història; és a dir, metacinema. En l’àmbit literari aquest recurs està ja tan trillat que resulta cansat, però a la pantalla s’ha explorat molt menys i la pirueta que proposa Amarga Navidad és suggerent. 



La pel·lícula comença amb l’Elsa, una directora de cinema en dic sec (Bárbara Lennie), que es dedica a guanyar diners amb la publicitat. Conviu amb el bomber estríper esmentat (Patrick Criado), a qui va conèixer seleccionant-lo per a un anunci de calçotets. I té una amiga en plena crisi matrimonial (Victoria Luengo) i una altra passant un dol (Milena Smit) per la mort del seu fill. La crisi d’ansietat en què estan submergides les tres –es consumeixen molts ansiolítics en aquesta cinta– les porta a planificar una escapada reparadora a Lanzarote. Allà l’Elsa recupera les ganes d’escriure i ho fa creant un guió en què utilitza aspectes de la vida i les desgràcies de les seves amigues. 

 

En paral·lel, un director consagrat anomenat Raúl Rossetti (Leonardo Sbaraglia) la parella del qual (Quim Gutiérrez) és molt més jove que ell, és informat per la seva fidel secretària (Aitana Sánchez-Gijón) que deixarà de treballar per a ell. Vol centrar-se a cuidar una amiga –que va ser en el passat alguna cosa més que una amiga–, destrossada per la mort del seu fill. El cineasta està sortint d’un bloqueig creatiu i finalment troba una història que l’apassiona, en què utilitza aspectes de la vida dels qui l’envolten. L’espectador no trigarà a entendre que l’Elsa és un personatge imaginat pel Raúl i d’aquí la mise en abyme: un director escriu un guió sobre una directora que al seu torn està escrivint un guió.

 

Almodóvar amb els actors d’‘Amarga Navidad’ 

 

La pel·lícula versa sobre el procés creatiu i els dubtes ètics que planteja la utilització de detalls íntims de les persones que envolten els creadors. Això fa que, per una vegada, fins i tot els estilemes almodovarians que poden resultar més irritants –els diàlegs excessivament emfàtics, les situacions forçades, les interpretacions actorals sobrecarregades, els decorats de color cridaner pop, la desmesurada sobrecàrrega emocional de les omnipresents bandes sonores d’Alberto Iglesias…– remin a favor de la pel·lícula. Perquè estem davant una ficció sobre com es construeixen les ficcions i per tant l’artifici és benvingut. 

 

El guió de vegades grinyola, amb situacions forçades com la rocambolesca cerca d’un ansiolític que serveix d’excusa per acabar en una festa l’amfitriona de la qual és Rossy de Palma i on Amaia Romero canta a l’Elsa una cançó de Chavela Vargas. No és l’única que apareix a la cinta, en una altra escena Lennie i Luengo ploren desconsoladament en un llarg pla sostingut, mentre escolten una gravació de la mexicana. Tornar a encabir, amb calçador, la Chavela forma part d’aquests recursos culturetes d’Almodóvar –ho va fer amb Pina Bausch a Hable con ella o amb Els morts de Joyce a La habitación de al lado–, que poden resultar carregosos, per molt que un admiri la Chavela, la Pina i en Joyce. Tanmateix, a Amarga Navidad, les dues seqüències amb la música de Chavela Vargas, molt discutibles des de la perspectiva de l’ortodòxia narrativa, són objecte de discussió per part dels mateixos personatges, que valoren si són o no pertinents, en un enginyós joc d’autoficció.

 

 

El que ni tan sols els seus detractors més acèrrims podran negar, és que la posada en escena d’Almodóvar és cada cop més estilitzada i depurada. La composició dels seus plans és d’una elegància superlativa. Amarga Navidad és una intel·ligent reflexió sobre com i per a què construïm ficcions. Tot i que no arriba a la magnificència de l’oscaritzada Valor sentimental de Joachim Trier, que, a través d’un altre personatge de director de cinema, manega el joc de miralls entre realitat i ficció i aborda les febleses del creador amb més profunditat i sense els artificis melodramàtics del manxec. 

 

Al seu cinema ja han aparegut uns quants cineastes com a personatges: a La ley del deseo, Átame, La mala educación, Los abrazos rotos, Dolor y gloria i ara Amarga Navidad. És en aquesta última on de manera més clara apareix retratat el creador com a vampir que xucla vivències alienes. Almodóvar ha vampiritzat molt, sense contemplacions, com qualsevol inventor de ficcions. I això porta a l’escena clau de la pel·lícula, en què el personatge de Sánchez-Gijón, que al principi sembla molt secundari, pren protagonisme. És en aquest moment decisiu, quan en Raúl cau finalment en el compte d’alguna cosa, que ho canviarà tot: el guió que està escrivint i la seva manera d’entendre la vida. Aquesta escena és un dels cims del cinema de Pedro Almodóvar. 

 

 

 

[Imatges: FERNANDO IGLESIAS MÁS - font: www.cronicaglobal.cat]