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segunda-feira, 5 de outubro de 2026

Elezioni Brasile, Bolsonaro in vantaggio su Lula al primo turno: si andrà al ballottaggio il 25 ottobre

I sondaggi davano favorito il leader progressista, che però ha perso il voto delle periferie così come la regione di Minas Gerais. L’avvocatura di Stato indaga sull’ingerenza di Washington nella campagna elettorale. 

di Estefano Tamburrini 

Sarà ballottaggio, ma con un piede a destra. Con il 47,03% dei voti (oltre 56 milioni), Flávio Bolsonaro è in vantaggio di quasi due punti sul presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva, fermo al 45,16% (circa 54 milioni di voti). Bolsonaro vince anche all’estero con 25mila voti, contro i 18mila di Lula. I sondaggi davano un vantaggio di due punti al leader progressista, ma la mappa del voto è cambiata: oltre al meridione e al centro-ovest, l’ultradestra conquista lo stato di Minas Gerais, dove secondo l’immaginario comune si decide il prossimo presidente. Bolsonaro si aggiudica così il cuore economico e industriale, ma anche le periferie urbane. A sua volta, il candidato progressista mantiene la propria roccaforte a nord-est, ma la strada verso la rielezione è in salita su tutti i fronti. 

“Ero convinto di vincere le elezioni al primo turno”, ha detto Lula, per il quale “da domani (oggi, ndr) inizia la nuova campagna”. Deve recuperare le periferie, entrate nell’orbita della destra. Crede nella possibilità di fermare Bolsonaro, che ha una “biografia scandalosa”, legata a “gruppi paramilitari” e a vicende di corruzione che “andrebbero chiarite”. Reagendo ai primi risultati, Bolsonaro ribadisce che il Paese “vuole un cambiamento”, sottolineando che “la fine dell’era del Partito dei lavoratori è vicina”. “Ho solo bisogno di un mandato”, promette, anticipando la volontà di rinnovare la Corte suprema “per affrontare e risolvere i veri problemi del Brasile”. 

I voti dei candidati fuori corsa, Escritor Augusto Cury, Ronaldo Caiado e Renan Santos, entrambi di destra moderata (che sommano il 7,8% dei consensi), sono pronti a confluire su Bolsonaro, che resta favorito. Anche le camere vanno a destra: il blocco di centrodestra proietta la maggioranza assoluta al Congresso (53%), con almeno 270 deputati, e tra 35 e 40 seggi al Senato (che si è rinnovato di due terzi). Netta vittoria del blocco di destra anche alle elezioni regionali: ottiene 15 governatori su 25 al primo turno, tra cui Tarcísio de Freitas (San Paolo) e Cleitinho Azevedo (Minas Gerais). Restano in bilico sei stati, tra cui Distretto Federale e Amazonas. 

Nelle ore del voto sono state arrestate 169 persone per reati connessi a propaganda irregolare, violazione del silenzio elettorale e corruzione elettorale: 23 persone sono state fermate per voto di scambio a Teresina, Piauí, Boa Vista e Roraima. Sequestrata anche la quantità complessiva di 789.800 reais in contanti (l’equivalente di 151mila dollari) destinati a corrompere gli elettori, non vincolati al momento a un singolo schema finanziario né a un unico candidato. Lo stesso Bolsonaro avrebbe violato il silenzio elettorale, chiedendo il voto ai cittadini in fila all’ingresso del suo seggio a Rio de Janeiro. Tensioni nei pressi dell’ambasciata brasiliana a Buenos Aires tra sostenitori dei candidati, ritardi significativi nelle aperture dei seggi negli Usa e un tentativo di distruggere materiale elettorale a Ginevra. 

Il Brasile è diventato terreno fertile di ingerenze e attacchi ibridi Usa, su cui indaga l’Avvocatura dello Stato. La Polizia federale parla addirittura di un milione proveniente dagli Usa passato attraverso il programma di “Contrasto al lawfare e alla censura”. Altri fondi, destinati alla propaganda digitale, sarebbero arrivati attraverso il Rockbridge network, che fa capo al vicepresidente Usa JD Vance. Per l’Avvocatura, le azioni straniere puntano a “perseguire” e “indebolire la sovranità nazionale”. La Giustizia locale indaga anche sul trasferimento di 12 milioni di dollari eseguito nel 2025 dall’ex banchiere Filipe Vorcaro — oggi in carcere — per finanziare il film Dark Horse, prodotto da Go Up Entertainment e diretto da Cyrus Nowrasteh. 

E non solo. Alla vigilia del voto, l’ambasciata Usa a Brasilia e la rete consolare hanno sospeso i servizi nel Paese per “motivi di sicurezza“, chiedendo ai cittadini americani di non avvicinarsi alle sedi diplomatiche senza fornire dettagli. Bolsonaro incolpa Lula della crescente insofferenza di Washington verso Brasilia, ritenuta “troppo vicina alla Cina“. Ma l’esecutivo non ci sta e denuncia l’evento come “un gesto diplomatico anomalo”, compiuto a “ridosso delle elezioni”, che “proietta instabilità” favorendo la destra. Lo staff di Lula ha chiesto alla Corte suprema di indagare sul “serio sviluppo” dell’ingerenza Usa, con la complicità dei fratelli Flávio ed Eduardo Bolsonaro. Washington ha imposto dazi punitivi contro il Brasile, avviato indagini sul sistema di pagamento Pix e revocato il visto a otto funzionari e undici giudici della Corte suprema, tra cui Alexandre de Moraes, sgradito a Trump per la condanna a Jair Bolsonaro causa tentato Golpe. Il tycoon ha persino ricevuto Bolsonaro Jr. a Washington a fine maggio come precandidato, provocando l’ira di Lula: “Se Marco Rubio vuole sostenere la candidatura del mio avversario, il senatore Flávio Bolsonaro, venga in Brasile e fondi un comitato elettorale. Li sconfiggeremo, in difesa della democrazia”. 

Tali azioni hanno spinto i senatori Usa Shaheen, Kaine e Welch a denunciare in una lettera al segretario di Stato Rubio la “campagna di interferenza e destabilizzazione” della Casa Bianca, chiedendo di “riconoscere il risultato certificato delle elezioni democratiche 2026 in Brasile”. Da sottolineare infine il ruolo delle chiese evangeliche (30% della popolazione, 47 milioni di fedeli): oltre la metà sostiene Bolsonaro tramite la rete di Edir Macedo, le Assemblee di Dio e il fronte parlamentare evangelico. Flávio promette loro “quattro o cinque ministri convintamente evangelici” per “salvare anime” e “onorare il nome di Dio”.


[Fonte: www.ilfattoquotidiano.it] 

 

domingo, 27 de setembro de 2026

Pour qui le Premier ministre israélien Netanyahou a-t-il prononcé un discours à l’Assemblée générale des Nations unies ?

Le discours du Premier ministre israélien Netanyahou lors de la 81e Assemblée générale des Nations unies ne peut être considéré comme un simple discours diplomatique de routine. Ce qui s’est passé à New York reflétait avant tout la position d’Israël sur la scène internationale. 

La salle vide de l’ONU et l’effondrement du discours d’Israël

Ce qui s’est passé à New York reflétait avant tout la position d’Israël sur la scène internationale – une image qui contrastait fortement avec le discours véhiculé par le Premier ministre du régime. Netanyahu a cherché à présenter Israël comme une nation triomphante et puissante bénéficiant du soutien tacite du monde entier ; pourtant, les caméras du monde entier ont capturé une scène bien différente : un défilé de délégations quittant la salle, des rangées de sièges vides et un Premier ministre qui a commencé son discours en s’en prenant à ceux qui refusaient d’écouter ses propos. 

Selon les chiffres publiés dans les médias israéliens, 77 délégations étaient absentes de la salle pendant le discours de Netanyahou ; certaines étaient parties avant le début de l’allocution, tandis que d’autres n’étaient tout simplement pas présentes. L’Agence France-Presse (AFP) a également confirmé le départ de dizaines de délégations, le qualifiant de protestation contre les politiques d’Israël et la guerre à Gaza. 

La portée de ce chiffre ne réside bien sûr pas uniquement dans le nombre de délégations ; sa véritable importance tient à l’image renvoyée à l’opinion publique mondiale. Les Nations unies constituent la plus importante tribune multilatérale au monde, et le Premier ministre israélien comptait utiliser cette tribune pour aborder la sécurité d’Israël, la guerre à Gaza, l’Iran et les menaces auxquelles, selon lui, le régime est confronté. Pourtant, avant même que ses arguments n’aient pu être entendus, le spectacle des délégations quittant la salle est devenu l’image marquante de ce discours. 

La réaction de Netanyahou lui-même a encore renforcé cette image. S’adressant aux délégations qui avaient quitté la salle, il a fait remarquer que s’il y avait d’autres « lâches moraux » qui n’avaient pas encore quitté la salle, ils pouvaient le faire à ce moment-là. Cette déclaration a démontré que le départ des représentants n’était pas simplement une question secondaire pour le Premier ministre israélien ; cet événement était suffisamment important pour retenir une part considérable de son attention dès le début de son discours. Les médias israéliens ont également largement couvert l’incident, le *Yedioth Ahronoth* le qualifiant d’acte de protestation rare et spectaculaire. 

Mais pourquoi cela s’est-il produit ? 

La réponse ne peut être cherchée uniquement dans la personne de Netanyahou ou dans son style oratoire. Le problème trouve son origine dans une accumulation de crises politiques, humanitaires, juridiques et diplomatiques s’étalant sur plusieurs années. La guerre à Gaza, le nombre élevé de victimes palestiniennes, la destruction généralisée des infrastructures civiles, l’expansion des colonies et la violence des colons, ainsi que les procédures juridiques internationales ont créé une image différente d’Israël aux yeux d’une partie de l’opinion publique mondiale. Israël rejette toutes les allégations de génocide, considérant ses opérations comme un acte de légitime défense contre le Hamas ; cependant, une commission d’enquête indépendante de l’ONU a conclu en 2025 qu’Israël avait commis un génocide à Gaza — une conclusion que Tel-Aviv a rejetée. Parallèlement, en novembre 2024, la Cour pénale internationale a émis des mandats d’arrêt à l’encontre de Netanyahou et de Yoav Gallant pour crimes de guerre et crimes contre l’humanité. 

Dans ces circonstances, Netanyahou a une nouvelle fois rejeté l’accusation de génocide devant les Nations unies, la qualifiant de « plus grand mensonge du siècle ». Cependant, le problème avec son discours était qu’il n’était plus confronté à un simple adversaire politique ou à un média critique ; au contraire, une multitude d’institutions internationales, de gouvernements, d’organisations de défense des droits de l’homme et de segments de l’opinion publique mondiale soulevaient de sérieuses questions quant au comportement d’Israël. Ainsi, le défi pour Netanyahou ne consiste plus simplement à convaincre un seul gouvernement ou un seul média ; le problème réside dans le fossé grandissant entre le discours officiel d’Israël et la perception mondiale selon laquelle un génocide est en train d’être commis par Israël. 

Au nom de qui le Premier ministre israélien Netanyahou s’est-il exprimé à l’Assemblée générale des Nations unies ? 

De ce point de vue, le contenu du discours de Netanyahou mérite également d’être souligné. Au cours d’un discours d’environ 40 minutes, il a présenté une longue liste de ses adversaires et détracteurs — allant de l’Iran et du Qatar à la Turquie, en passant par les pays européens et le maire de New York, Zahran Mamdani. Une partie importante de son intervention a même été consacrée à réfuter les critiques dont il fait l’objet. Netanyahou a cherché à démontrer que le problème ne venait pas d’Israël, mais que le monde se trompait dans sa position à l’égard du pays. Pourtant, cette liste très longue d’ennemis pourrait en soi être le signe d’une crise. 

Lorsqu’un Premier ministre – s’exprimant depuis la tribune diplomatique la plus importante au monde – consacre une part importante de son discours à répondre à une longue liste de critiques plutôt qu’à exposer une vision pour mettre fin à la guerre, à tracer l’avenir de la région ou à proposer une voie de sortie de la crise, la question se pose : s’agit-il simplement de « l’hostilité du monde envers Israël », ou bien Israël est-il confronté à une grave crise sur le plan diplomatique et en matière de persuasion internationale ? 

Cette question prend encore plus d’importance lorsque l’on replace le discours de Netanyahou dans le contexte de la scène politique intérieure israélienne. Les élections législatives sont prévues le 27 octobre, ce qui signifie que ce discours a eu lieu à peine 33 jours avant le scrutin. Les médias israéliens ont également relevé ce timing ; des titres tels que *Haaretz* et *Yedioth Ahronoth* ont laissé entendre qu’une part importante des propos du Premier ministre s’adressait à un public national plutôt que d’être destinée à influencer l’opinion de gouvernements critiques. 

En effet, on pourrait se demander : à qui Netanyahu s’adressait-il aux Nations unies ? 

Aux délégations — dont 77 étaient absentes de la salle ? Aux gouvernements qui ont vivement critiqué les politiques d’Israël ? Ou aux électeurs israéliens qui se rendront aux urnes dans à peine un mois ? 

D’autres indices viennent également étayer cette hypothèse. Le séjour de Netanyahu à New York a été très bref et, contrairement à de nombreuses visites précédentes, aucune rencontre avec Donald Trump ne figurait à l’ordre du jour officiel. L’Associated Press a également analysé son discours dans le contexte d’une élection nationale imminente et de critiques internationales croissantes. 

Dans ce contexte, une contradiction majeure transparaît dans le comportement de Netanyahou. D’un côté, il a cherché à présenter Israël comme un régime défendant la « civilisation » — et même d’autres nations —, affirmant que de nombreux dirigeants qui avaient quitté la salle avaient exprimé en privé leur gratitude pour les actions d’Israël. D’autre part, la réalité observable dans cette même salle était que des dizaines de délégations ont refusé de rester pour écouter son discours à l’Assemblée générale. De plus, l’affirmation concernant les marques de gratitude exprimées en privé par les dirigeants n’était qu’une allégation de Netanyahou lui-même et ne peut être considérée comme un fait vérifié et indépendant. Cet écart entre le discours et la réalité est peut-être le principal enseignement à tirer du voyage de Netanyahou à New York. 

Israël est désormais vilipendé et isolé sur la scène internationale. Les signes du coût diplomatique croissant de ses politiques ne peuvent être ignorés. Les départs de dizaines de délégations, les manifestations généralisées à New York, la pression juridique internationale grandissante et les critiques de plus en plus vives à l’égard de la guerre à Gaza forment un ensemble d’indicateurs qui revêtent une signification collective. C’est pourquoi l’image la plus révélatrice du discours de Netanyahou n’était peut-être ni la démonstration de force militaire, ni les menaces contre l’Iran, ni ses proclamations de victoire ; l’image la plus fidèle à la réalité était celle des sièges vides. 

Netanyahou a tenté de parler d’une voix plus forte pour démontrer la puissance d’Israël, mais la salle vide a posé une autre question au monde : si Israël est si sûr de son discours, pourquoi a-t-il tant de mal à se faire entendre ?

 

MNA

 

[reproduit sur groupegaullistesceaux.fr]

 

sexta-feira, 25 de setembro de 2026

«Neutralidade ativa»: pode um país tomar partido sem pegar em armas?

A 27 de setembro, um referendo sobre a neutralidade no país neutro por excelência — a Suíça — colocará esta questão. Entre o silêncio e as armas existe um vasto espaço de ação política. 

Instalação do artista espanhol Fernando Sánchez Castillo

Escrito por Marco Morosini 

Pode um Estado ser “parcialmente neutro”? Tanto quanto se pode estar “parcialmente grávida”, disse na rádio suíça o professor vienense Ralph Janik, referindo-se à quase-neutralidade da Áustria. Mas a questão vai muito além da Áustria e da Suíça. Entre o silêncio e as armas existe um arsenal sem armas: diplomacia, sanções, direito, comércio, finanças e mediação. Até que ponto pode um Estado opor-se a uma guerra sem tornar-se beligerante? 

A Suíça, o país neutro por excelência, oferece esta semana um caso revelador. Quatro dias depois de a Rússia ter invadido a Ucrânia, em 2022, a Suíça adotou também as sanções da União Europeia contra a Rússia. Pouco depois, Christoph Blocher, patriarca da direita suíça, lançou a “iniciativa da neutralidade”. Desde então, a sua SVP (Schweizerische Volkspartei) fez da luta por uma nova e absoluta neutralidade suíça uma causa urgente. 

A 27 de setembro, os eleitores suíços votarão uma alteração constitucional proposta pela iniciativa “Salvaguardar a Neutralidade Suíça”. A Constituição de 1848 exige que o Governo “salvaguarde a neutralidade”, mas não define o que é a neutralidade. A iniciativa pretende especificar o que a Suíça deve — e, sobretudo, o que já não poderá — fazer para ser neutra: manter uma “neutralidade permanente e armada”, limitar a cooperação militar e proibir sanções contra Estados beligerantes, exceto as impostas pelas Nações Unidas. Blocher, antigo ministro da Justiça afastado do Governo pelo Parlamento em 2007, afirma que, mesmo que perca a 27 de setembro, continuará a lutar pela “neutralidade absoluta”, inclusive através de um novo referendo. 

“Não à guerra”. E os negócios na Rússia? 

O multimilionário Blocher é também o maior financiador individual da campanha pelo Sim: mais de dois milhões de francos suíços, num total declarado de 3,84 milhões. A campanha pelo Não declara 1,67 milhões. Ao longo de décadas, Blocher transformou a SVP no maior partido da Suíça e construiu a fortuna familiar através do gigante químico Ems-Chemie, hoje controlado pelas suas filhas. Em 2025, a empresa faturou 1,95 mil milhões de francos suíços, 96% dos quais no estrangeiro. A sua filial Eftec possui duas fábricas na Rússia; no total, o grupo EMS tem 25 unidades de produção em 16 países. 

A 4 de setembro, a Republik publicou uma investigação que causou grande impacto, “Os negócios dos Blocher na Rússia”, documentando a presença industrial e comercial da Ems-Chemie na Rússia. A investigação levanta uma questão: poderia a proibição de sanções como as impostas à Rússia beneficiar também os interesses económicos de uma família que financia esta campanha com milhões de francos? 

“Não à guerra. Sim à neutralidade suíça”, proclamam os cartazes da campanha pelo Sim, acompanhados por uma pomba da paz. Um folheto com o rosto de John Lennon e as palavras “Give Peace a Chance!” teve de ser retirado depois da intervenção dos detentores dos direitos. Mas, afinal, quem votaria “a favor da guerra”? A escolha não é entre guerra e paz, mas entre duas definições de neutralidade: a flexível, testada pela prática, e uma nova, estritamente definida na Constituição. 

Neutralidade: um instrumento, não um valor 

A SVP argumenta que a Suíça deve manter uma neutralidade sem concessões perante todas as partes num conflito, para preservar a sua capacidade de mediação, como tantas vezes fez no passado. O argumento é sério. Mas a neutralidade militar não exige equidistância moral, política ou jurídica. Sancionar um Estado que viola o direito internacional não significa fazer-lhe guerra. A neutralidade exige que um país não pegue em armas; não exige cegueira nem silêncio. 

Para o Departamento Federal dos Negócios Estrangeiros suíço, a neutralidade é “um instrumento da política externa suíça”. A democracia, a paz, a dignidade humana e o Estado de direito são valores. A neutralidade é um meio, que deve ser avaliado pelo que permite a um país fazer. 

O artigo constitucional proposto permitiria apenas sanções decididas pelas Nações Unidas. Mas, no Conselho de Segurança, os membros permanentes — incluindo um eventual agressor — dispõem de direito de veto. A Suíça poderia, portanto, ter de esperar pelas grandes potências em vez de agir autonomamente. As grandes potências têm grandes exércitos; os pequenos Estados têm fronteiras cuja segurança depende de os outros as respeitarem. Para os pequenos Estados, o direito internacional não é um ornamento moral. É um seguro de vida. 

As sanções não são guerra, mas podem provocar retaliações: ciberataques, sabotagem, desinformação e outras formas de conflito híbrido. A fronteira entre a paz e a guerra é cada vez mais porosa. Uma definição constitucional detalhada da neutralidade imporia importantes limitações à política suíça e poderia congelar a sua capacidade de resposta perante formas de conflito em rápida transformação. 

Por uma “neutralidade ativa” 

Daí a ideia de uma “neutralidade ativa”, assente numa longa prática suíça: ficar fora da guerra, mas não ser indiferente perante o direito internacional; conservar a capacidade de condenar violações, impor sanções não militares, oferecer bons ofícios e falar com todos. 

Esta questão diz respeito a todos os Estados: como pode um Estado opor-se à força sem fazer da força o seu único instrumento? Uma violação do direito internacional deve ser condenada, venha ela, por exemplo, de Moscovo, Washington ou Pequim. A independência mede-se também pela capacidade de dizer não aos próprios amigos. 

É certo que um Estado sancionado pode recusar a mediação suíça. Mas deverá a credibilidade de um país medir-se pela sua capacidade de nunca desagradar a ninguém? O referendo suíço de 27 de setembro coloca frente a frente duas conceções de neutralidade: credibilidade através da distância ou através da independência de julgamento. 

No final de agosto, nas margens do lago de Zurique, uma enorme bandeira branca, de 22 por 14 metros, flutuava suspensa de uma alta grua: uma instalação do artista espanhol Fernando Sánchez Castillo. A imagem parecia feita para a Suíça. Uma bandeira branca pode pertencer a quem renuncia a tomar posição. Ou pode querer dizer: “Não dispararei contra ti. Vem, falemos.” 

Falar com todos. Não fazer guerra a ninguém. Mas não chamar neutralidade ao silêncio.


Marco Morosini é professor emérito da ETH Zurique, jornalista independente. 

 

[Foto do autor - fonte: www.esquerda.net]

quinta-feira, 24 de setembro de 2026

Comissão eleitoral israelita quer afastar partidos árabes das legislativas

Comissão Eleitoral Central afastou a Lista Árabe Unida e a Lista Conjunta, bem como um atual e um ex-deputado. Defesa fala de um “processo racista e arbitrário” e vai recorrer para o Supremo. 

Sessão no parlamento israelita

O Adalah - Centro Legal para os Direitos da Minoria Árabe em Israel - denunciou o afastamento dos partidos árabes das próximas eleições legislativas israelitas marcadas para 27 de outubro, na sequência de queixas interpostas pela direita.   

Para este centro que assumiu a defesa dos visados, tanto as audiências como as próprias acusações “demonstraram mais uma vez que se trata de um processo arbitrário, incitador e racista, desprovido de qualquer base jurídica. A Comissão Eleitoral Central conduziu um processo político ilegítimo destinado a perseguir ideias que a maioria não aceita, o qual culminou na desqualificação de toda a representação palestiniana no Knesset israelita”, anunciou o Adalah. 

A Lista Árabe Unida (Ra’am), liderada pelo deputado Mansour Abbas, foi acusada de apoio à luta armada de uma organização terrorista ou Estado inimigo, com a defesa a alegar que as acusações se apoiaram em elementos antigos que foram já revistos pelo Procurador Geral e os serviços de segurança, tendo estes chegado a conclusões bem diferentes. 

Quanto à Lista Conjunta, liderada por Yousef Jabareen e reunindo os partidos Hadash/Jabha, Balad/Tajammu' e Ta'al, a acusação invocou propostas legislativas e posições também já examinadas no passado, algumas pelo Supremo Tribunal. Mas não apontou nenhuma ação concreta que justificasse o afastamento, ficando agora em causa “a possibilidade de centenas de milhares de cidadãos escolherem os seus representantes”, refere o Adalah. 

As mesmas acusações de apoio à luta armada serviram para impedir as candidaturas do antigo deputado e presidente do Balad, Sami Abu Shehadeh, com mais de três décadas de intervenção pública comprometida com os direitos humanos e a busca de uma solução diplomática. A sua defesa fez o contraste com os casos que envolveram figuras dos partidos sionistas radicais que incitaram à violência contra palestinianos e foram poupados à desqualificação das candidaturas, enquanto no caso de Shehadeh a acusação se baseia num único artigo em árabe para concluir que ele “supostamente” apoiou a luta armada contra Israel, quando a mensagem desse artigo é por uma solução política para israelitas e palestinianos.

Também o atual deputado Ofer Cassif, do Hadash/Jabha, viu a sua candidatura excluída devido a uma queixa do Likud. “É difícil acreditar que o Likud, ao apresentar esta moção, tenha realmente pensado que esta se baseava em provas, mesmo que remotamente relacionadas com os motivos de inelegibilidade previstos na Lei Fundamental. A legislação israelita não permite impedir um candidato de entrar no Knesset simplesmente por criticar o exército e o governo por cometerem crimes de guerra contra os palestinianos, e muito menos por apoiar a criação de um Estado palestiniano ao lado de Israel”, afirmou na audiência Ariel Remez, a advogada do Adalah. 

O Adalah anunciou que irá contestar estas decisões junto do Supremo Tribunal, tal como o fez em eleições passadas em que os juízes acabaram por revogar os afastamentos decididos pela Comissão Central Eleitoral

 

[ Foto: Knesset - fonte: www.esquerda.net]

terça-feira, 8 de setembro de 2026

Vanuatu reclama a l’estat francés la sobeiranetat de las illas Umaeneg e Leka

Revendica la sobeiranetat sus aquelas illas, que París considèra coma francesas e que balhan accès a una zòna economica exclusiva de 350 000 quilomètres cairats

Escrich per Jòrdi Ràfols 

Vanuatu a engatjat una procedura davant la Cort Internacionala de Justícia (CIJ) per la disputa amb l’estat francés sus la sobeiranetat de las illas pichonas Umaeneg e Leka (Matthew e Hunter, dins lors noms colonials), situadas dins lo Pacific Sud, çò rapòrta Vilaweb. Pasmens, l’afar poirà pas avançar se l’estat francés accèpta pas la competéncia de la Cort per resòlver aquel litigi.

La requista depausada per Vanuatu demanda tanben l’establiment d’una frontièra maritima unica entre las zònas economicas exclusivas e los planestèls continentals dels dos estats, pertocant sustot Canaquia. Umaeneg e Leka son doas illas inabitadas de mens d’un quilomètre cairat, situadas entre Vanuatu e Canaquia. Malgrat lor talha reducha, lor possession revestís una importància estrategica considerabla, puèi que permet a l’estat francés de dispausar d’una vasta zòna economica exclusiva de mai o mens 350 000 quilomètres cairats.

Vanuatu revendica sa sobeiranetat sus elas dempuèi son independéncia, obtenguda en 1980, mentre que París manten sas pretensions sus aquelas doas illas. Après la dobertura de negociacions en 2025, lo govèrn vanuatuenc acusa sos interlocutors de perpetuar de practicas colonialas.

Lo primièr ministre Jotham Napat aviá ja avertit qu’utilizariá totas las vias diplomaticas e juridicas internacionalas per defendre la sobeiranetat del país. D’ara enlà, la decision aperten a l’estat francés. Se París acceptèsse la competéncia de la CIJ, lo desacòrdi poiriá enfin èsser examinat per la mai nauta juridiccion de las Nacions Unidas.

 

 

[Sorsa: www.jornalet.com]

sábado, 29 de agosto de 2026

«Fabbrico fake news», ammette un funzionario della comunicazione israeliano

Il funzionario israeliano Eli Hazan

 Redazione di Middle East Monitor

“Fabbrico fake news” ammette Eli Hazan, funzionario senior della comunicazione israeliano, in un video in cui dichiara che la verità e i fatti non contano più. La stupefacente confessione di Hazan è stata catturata in un filmato diventato virale sui social media. 

Il video ha attratto oltre un milione di visualizzazioni su X, con migliaia di condivisioni e commenti. Nel filmato Hazan afferma: “La verità non conta più. I fatti non contano più”. Continua ammettendo: “Come reazione io rispondo fabbricando fake news”, per finire sostenendo che Israele deve adottare una strategia di comunicazione modellata su quella del presidente statunitense Donald Trump.   

Il modello Trump citato da Hazan va di pari passo con l’uso ripetuto di affermazioni false o fuorvianti, scartando ogni reportage sfavorevole come “fake news”. Trump ha contribuito a rendere popolare la frase come attacco politico contro le critiche. Il termine, che all’inizio è stato usato principalmente per descrivere storie inventate, è diventato un aspetto centrale degli attacchi di Trump contro i media durante la sua scalata al potere.  

Il disprezzo di Tramp per l’accuratezza dei fatti è stato ampiamente documentato da verificatori dei fatti indipendenti. Il Washington Post ha documentato, durante il suo primo mandato presidenziale, 30.573 affermazioni false o fuorvianti, una media di circa 21 al giorno. PolitiFact, dopo aver esaminato 1000 dichiarazioni di Trump dal febbraio 2024 ha scoperto che circa il 76% di quelle selezionate per la verifica dei fatti erano valutate “Quasi del tutto Falso”, “Falso” o “Bugia”, con una valutazione media di “Falso”.  

Imitando Trump, anche Hazan descrive i social media come un campo di battaglia in cui Israele deve combattere una “guerra” online contro i suoi oppositori, e afferma che in questa guerra di informazione l’accuratezza fattuale è secondaria.  

Hazan è da tempo un personaggio della comunicazione del Likud: è stato direttore degli Affari Esteri del partito, portavoce di Benjamin Netanyahu e ambasciatore di Israele a Singapore. I media israeliani hanno rivelato che quest’anno Netanyahu avrebbe cercato di nominarlo direttore dell’Ufficio Stampa del Governo (GPO), l’organo responsabile delle relazioni fra governo israeliano e giornalisti locali e stranieri.   

Il GPO descrive come parte del suo ruolo il mantenimento delle relazioni con i giornalisti stranieri e lo svolgimento di attività diplomatiche pubbliche intese a migliorare l’immagine di Israele sui media internazionali.   

Le affermazioni di Hazan sono diventate virali mentre Israele riversa somme senza precedenti nella hasbara, la diplomazia pubblica e l’apparato di propaganda dello Stato, per tentare di ribaltare il crollo del sostegno internazionale dopo il genocidio a Gaza.   

Il budget della diplomazia pubblica di Israele è balzato a circa 730 milioni di dollari, oltre quattro volte i 150 milioni di dollari allocati l’anno prima. La cifra destinata quell’anno era già 20 volte la spesa israeliana per tali operazioni prima del 2023. Le somme vengono indirizzate verso campagne digitali, influencer, delegazioni straniere, organizzazioni di sostegno e altre iniziative intese a rimodellare l’opinione internazionale.   

Israele ha anche pagato a influencer sui social media fino a 7000 dollari per post per pubblicare materiale filoisraeliano. Altri contratti prevedevano migliaia di storie per i social e decine di milioni di visualizzazioni mensili, mentre altre campagne hanno cercato di influenzare i risultati delle ricerche e dell’ambiente delle informazioni usati dalle piattaforme di intelligenza artificiale.   


(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio) 


[Foto: Screengrab/@HatsOffff - riprodotto su www.zeitun.info]


sexta-feira, 21 de agosto de 2026

«La batalla de Argel», 60 años inspirando la resistencia

La batalla de Argel transformó una memoria reciente en un hito del cine político. A 60 años de su estreno, la obra de Gillo Pontecorvo sigue siendo una referencia ineludible en un mundo signado por las guerras de contrainsurgencia.

Entre la audacia de una naciente industria nacional, la solidaridad de los realizadores italianos y las presiones diplomáticas de París, La batalla de Argel se abrió paso hasta convertirse en un mito del cine mundial. Una película que enseñó a filmar —y a pensar— la resistencia anticolonial.

Escrito por Luca Peretti

Traducción: Florencia Oroz 

Incluso antes de su estreno en el Festival de Cine de Venecia el 31 de agosto de 1966, La batalla de Argel, de Gillo Pontecorvo, ya había despertado una enorme expectativa. El jurado, presidido por el escritor italiano Giorgio Bassani, le otorgó el León de Oro —máximo galardón del certamen— «por la valentía con que abordó un tema histórico y político tan complejo y controvertido, y por el vigor con el que supo dominar la materia». Pero más allá de los elogios, el filme desató intensas polémicas que se prolongaron mucho después de su exhibición.

La delegación del gobierno francés en Venecia se negó a asistir tanto a la proyección como a la ceremonia de clausura porque, en palabras de su máximo representante (el funcionario y escritor Philippe Erlanger), «interpretamos la inclusión de la película en el festival como una muestra de hostilidad hacia Francia». La crítica cinematográfica francesa —que, como siempre, desbordaba la ciudad italiana al constituir la delegación periodística extranjera más numerosa— sí asistió a la sala, pero la recepción estuvo lejos de ser favorable.

Por citar solo un caso, Yvonne Baby escribió en Le Monde que «Gillo Pontecorvo cometió el error de acentuar —con una intensidad irritante a la que la música contribuye enormemente— el heroísmo de los combatientes argelinos, y de filmar constantemente, en primeros planos y bajo un trágico crepúsculo, rostros tensos y afligidos cuyas expresiones… no despiertan emoción alguna». Francia no estaba preparada para hablar de la guerra de Argelia apenas cuatro años después de su humillante retirada del país norteafricano.

Pero ¿de qué trata la película de Pontecorvo y por qué sigue siendo imprescindible analizarla sesenta años después?

Pioneros

El filme hace foco en un episodio extenso y emblemático de la guerra de independencia de Argelia (1954-1962): la batalla desencadenada en la capital en 1957. A partir del asalto de los paracaidistas franceses al refugio de un reducido grupo de militantes (encabezado por Ali La Pointe, uno de los referentes del Frente de Liberación Nacional [FLN]), la película recurre a un flashback para reconstruir el proceso de politización y formación guerrillera de La Pointe. Muestra la evolución del combate en Argel: desde los primeros pasos para tomar el control de la Casba hasta el intento de propagar la insurrección al resto de la ciudad. El cierre del filme retrata las revueltas de diciembre de 1960 —en su mayoría espontáneas— que terminarían abriendo el camino hacia la independencia en 1962.

Con un elenco integrado de manera casi exclusiva por intérpretes no profesionales y rodada íntegramente en Argel con un estilo realista y cuasidocumental, la película nació del encuentro entre Yacef Saâdi —excombatiente de la guerrilla argelina reconvertido en productor cinematográfico—, el director italiano Gillo Pontecorvo y el guionista Franco Solinas. Mientras Saâdi buscaba llevar a la pantalla un relato que enalteciera la gesta de independencia, los italianos querían realizar un filme anticolonial centrado en una lucha paradigmática pero capaz de resonar a nivel universal. Ambas partes ya trabajaban en proyectos independientes cuando se reunieron en 1964 y decidieron aunar esfuerzos.

Como ocurre a veces en el arte, el resultado superó con creces cualquier expectativa: La batalla de Argel se convirtió casi de inmediato en un clásico, una obra que goza de una «resonancia contemporánea renovada sin cesar», según apuntó el historiador de cine Nicholas Harrison. Al día de hoy, por ejemplo, se sigue proyectando y debatiendo al calor de la causa palestina y como modelo sobre la vigencia de las tácticas de guerrilla urbana en los conflictos contemporáneos. Al mismo tiempo, la película no deja de revelar nuevas facetas y protagonistas: la portada del reciente libro de Jeremy Harding, Analogue Africa, muestra una fotografía del equipo de trabajo en el rodaje (entre ellos, el director de fotografía Marcello Gatti), donde además se puede reconocer a una joven Sarah Maldoror, rescatada en años recientes como una de las cineastas pioneras del cine anticolonial y africano.

La realización de la película

Argelia acababa de conquistar finalmente su independencia cuando Saâdi fundó la productora Casbah Films y comenzó a proyectar un filme sobre la guerra de liberación. Francia, que había colonizado Argelia en la década de 1830 y la consideraba parte integral de su territorio nacional, se resistía a perderla tras haber cedido la mayoría de sus colonias —incluidos los vecinos Marruecos y Túnez— y luego de una larga y sangrienta guerra en Indochina. El cine desempeñó un papel activo: cineastas de diversas partes del mundo viajaron a Argelia para documentar los hechos o filmaron obras de solidaridad desde sus países de origen, mientras el cine argelino nacía al calor del conflicto armado.

Saâdi, respaldado por el gobierno del FLN, decidió encarar la producción junto a realizadores italianos debido al activo compromiso de estos con la causa independentista. Pontecorvo no fue la primera opción, según documentan diversas fuentes, pero junto a Solinas ya trabajaba desde principios de los años sesenta en un proyecto sobre Argelia cuyo título provisional era Para. Ambos viajaron al país tras la independencia para explorar locaciones y compenetrarse con la realidad local. Luego de sortear varios obstáculos para conseguir financiamiento —Pontecorvo recordaría en su libro de conversaciones con la periodista Irene Bignardi que los productores potenciales le advertían que «a nadie le interesan los árabes ni los negros»—, el director se asoció con Antonio Musu para crear la productora Igor Film, que unió fuerzas con Casbah Films.

Conseguir financiamiento no fue una tarea sencilla: los productores e inversores italianos arriesgaron su propio capital, al tiempo que el gobierno argelino aportó fondos para el rodaje. Para junio o julio de 1965, Pontecorvo ya estaba en Argel, aunque lo más probable es que la filmación propiamente dicha haya comenzado entre julio y agosto. Las fechas resultan clave: el 19 de junio de 1965 fue un momento de quiebre en la historia argelina, cuando un golpe de Estado no violento encabezado por Houari Boumédiène derrocó a Ahmed Ben Bella, el primer presidente de la Argelia independiente. La célebre leyenda de que la población vio los tanques en las calles y creyó que se trataba de una escena de La batalla de Argel carece de sustento histórico (la documentación disponible indica que el rodaje comenzó con posterioridad a esa fecha). Sin embargo, la anécdota da cuenta del enorme valor simbólico y del impacto emocional que la película generó durante su realización. Cientos de habitantes locales participaron como extras, la ciudad funcionó como set abierto durante meses —el rodaje concluyó en diciembre— y la prensa dio un seguimiento entusiasta: «La ciudad se ofreció a Gillo y a su equipo como si fuera un inmenso escenario poblado de rostros fascinantes, de los cuales varios terminaron seleccionados para pequeños papeles», escribió Bignardi.

El rodaje se convirtió en un acontecimiento central para la Argelia de fines de 1965, en un contexto donde coincidió con la filmación de otras producciones nacionales y con la reestructuración integral de la industria cinematográfica local en materia de producción, distribución y creación de instituciones culturales. El montaje y la posproducción se llevaron a cabo durante el primer semestre de 1966, inicialmente a cargo del montajista neorrealista Mario Serandrei y, tras su imprevisto fallecimiento, del joven Mario Morra. Como era de esperarse, la primera proyección en Argel en junio de 1966 —su estreno mundial previo a Venecia— contó con la asistencia de las autoridades nacionales y de los propios integrantes del elenco, y fue recibida con ovaciones. Loris Gallico, corresponsal en Argel del periódico del Partido Comunista Italiano l’Unità, destacó que el filme constituía «un ejemplo formidable de colaboración entre argelinos e italianos».

En efecto, sin caer en un enfoque eurocéntrico o enfocado exclusivamente en Italia, la película de Pontecorvo —junto a otras producciones de Casbah Films— resultó determinante para formar a una generación de técnicos y realizadores que luego estructurarían el cine argelino. Como señala Joan Mellen, desde Italia viajó solo un equipo reducido: «El resto de los trabajadores de la producción eran argelinos sin experiencia previa en el cine, capacitados en el rodaje en diversas especialidades. Esta era, desde luego, la intención de Casbah Films, que veía la alianza con los italianos como una vía para profesionalizar a su propio personal cinematográfico».

Por mencionar solo a dos figuras además de Saâdi y de Sarah Maldoror (omitida en los créditos), Moussa Haddad trabajó como asistente de dirección —para luego dirigir varios filmes argelinos— y Ali Maroc, quien se convertiría en uno de los directores de fotografía más destacados del país, se desempeñó como asistente de cámara. Se seleccionó a numerosos actores y actrices no profesionales para papeles secundarios y para el rol estelar de Ali La Pointe (Brahim Hadjadj). Por su parte, el actor francés de teatro militante Jean Martin interpretó al coronel Mathieu: suele presentárselo como el único actor profesional de la película, aunque también participaron en roles menores el reconocido comediante argelino Rouiched y el actor italiano Franco Morici (quien tampoco figura en los créditos).

Un asunto diplomático

Durante los meses previos a la proyección en Venecia se desplegaron intensas maniobras diplomáticas entre Francia e Italia (y, en menor medida, Argelia), documentadas tanto en la prensa como en los archivos de sus respectivos ministerios de Relaciones Exteriores. Por entonces, los festivales de cine funcionaban como escenarios diplomáticos donde las autoridades culturales de cada país postulaban las películas a competición, en lugar de ser elegidas por un comité de selección independiente. Sin embargo, en la edición de Venecia de 1966, el cineasta Luigi Chiarini —fundador del Centro Experimental de Cinematografía durante el fascismo y figura clave de la posguerra italiana— y su equipo contaban con la atribución de enviar un cupo reducido de invitaciones directas. Ese fue precisamente el camino que siguió el largometraje de Pontecorvo: la representación oficial de Italia fue Un uomo a metà, de Vittorio De Seta (seleccionada para la competencia oficial), mientras que Argelia no contaba con representación formal.

Las controversias políticas y diplomáticas, sin embargo, se habían desatado mucho antes. Cuando el guion fue presentado ante el Ministerio de Turismo y Espectáculos de Italia para acceder a subsidios públicos, la comisión evaluadora advirtió: «Tenemos conocimiento de ciertas reacciones en los círculos franceses ante las noticias sobre este filme. No obstante, ignoramos la naturaleza exacta de tales inquietudes». Las autoridades de París calificaron la inclusión de la película en la Mostra de Venecia como una «muestra de hostilidad», aunque nunca llegaron a imponer un veto formal. Esta ambivalencia reflejaba la histórica posición de Italia frente a la guerra de independencia argelina: tanto los gobiernos italianos como el Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) —la petrolera estatal— expresaban un respaldo tácito o explícito al movimiento argelino sin llegar a fracturar los lazos diplomáticos con Francia.

Las autoridades francesas exigieron la supresión de escenas consideradas «antifrancesas», en particular las que retrataban las torturas. De cara a la proyección, el ministro de Relaciones Exteriores, Amintore Fanfani, le escribió al mismísimo primer ministro Aldo Moro —secuestrado y asesinado años después por las Brigadas Rojas—: «Las reacciones provenientes de París en este momento no son en absoluto tranquilizadoras… Le agradecería profundamente que evaluara la posibilidad de intervenir de manera personal ante mi colega Corona [entonces ministro de Cultura] y ante la presidencia de la Bienal…» (el ente organizador del certamen cinematográfico y de las grandes exposiciones de arte y arquitectura de Venecia).

Durante el transcurso de la Mostra, cuando la posibilidad de que La batalla de Argel se alzara con el León de Oro se volvió inminente, Fanfani llegó a enviar una nota urgente al primer ministro desaconsejando que se le otorgara el máximo galardón. Por lo demás, la relación de Saâdi y Pontecorvo con el Estado francés fue notoriamente tirante tanto durante la realización de la película como en los años posteriores: en septiembre de 1966, Francia le prohibió el ingreso al excombatiente, al tiempo que un memorándum interno del Festival de Cannes lo definía como «jefe de los terroristas argelinos». Por su parte, Pontecorvo, de origen judío, se había exiliado en Francia tras la promulgación de las Leyes Raciales italianas en 1938 y mantenía un estrecho vínculo intelectual con la cultura francesa; aun así, también fue expulsado del territorio francés y solo logró revocar la medida tras presentar un recurso de apelación. Para sostener su reclamo redactó una vehemente carta que hoy se conserva en los archivos del Museo Nacional del Cine de Turín.

Una obra nómada

Tras alzarse con el León de Oro en Venecia, el filme alcanzó de inmediato el estatus de obra de culto. A esto contribuyeron diversos factores: desde el hecho de que Argel se hubiera convertido en la célebre «capital del Tercer Mundo» —refugio para revolucionarios de todo el Sur global—, hasta las rebeliones y movimientos del 68 que adoptaron la película y la exhibieron masivamente. Aquel fue, en particular, el caso del Partido Pantera Negra y otras organizaciones radicales estadounidenses: se trataba, después de todo, de una cinta de «visionado obligatorio y una suerte de herramienta pedagógica para la juventud radicalizada de Estados Unidos y los militantes opuestos a la guerra de Vietnam».

En un artículo de la época, la activista y organizadora afroamericana Francee Covington afirmó que «si Los condenados de la tierra [de Frantz Fanon] es el “manual de la revolución negra”, La batalla de Argel es su correlato cinematográfico». El filme se analiza con frecuencia a la luz del pensamiento y la praxis política del psiquiatra y referente martiniqués-argelino Frantz Fanon. Las Panteras Negras lo exhibieron en cientos de ocasiones: el filme llegó a citarse incluso como prueba de cargo en un juicio contra la organización, donde la fiscalía argumentó que era «utilizado con fines de formación por las Panteras Negras y de exhibición obligatoria para todos sus integrantes». A medida que Argel se consolidaba como la «Meca de la revolución», «la película de Gillo Pontecorvo contribuyó enormemente a proyectar la imagen de Argelia y su guerra de liberación en el escenario internacional», según palabras del historiador de cine argelino Ahmed Bedjaoui. Entre el archivo personal de Pontecorvo se conserva, de hecho, una invitación para exhibir el filme en la Cuba posrevolucionaria.

En Italia, el largometraje fue un éxito de taquilla a pesar de las virulentas críticas de la extrema derecha. En 1972, durante una reexhibición en el cine Nuovo Olimpia de Roma, un comando neofascista atracó la sala y dejó gravemente herido a un espectador. Como era de prever, su periplo en Francia resultó todavía más turbulento. La película no sufrió una censura estatal explícita por parte de la comisión de calificación cinematográfica; más bien, como señala el historiador Andrea Brazzoduro en su estudio sobre las memorias de los veteranos franceses, fue «víctima de los complejos mecanismos de autocensura y represión que estructuran la relación de la sociedad francesa con la memoria del conflicto».

Entre 1970 y 1971, el filme logró finalmente llegar a las salas comerciales francesas y fue visto por miles de personas, aunque las salas y agrupaciones que lo programaron volvieron a ser blanco de hostigamientos verbales y atentados físicos, según registran los historiadores Benjamin Stora y Patricia Caillé. Tras ese breve recorrido, la cinta desapareció casi por completo de las pantallas francesas —tanto en cine como en televisión—, y recién a comienzos de los años 2000, tras su emisión televisiva, el público masivo pudo acceder de manera generalizada a La batalla de Argel.

A seis décadas de su estreno, La batalla de Argel trasciende su condición de ser una de las representaciones más logradas de una gesta anticolonial. Como advierte el crítico André Nette en un trabajo reciente sobre cine político, «uno de los aspectos más sobrecogedores de volver a La batalla de Argel de Gillo Pontecorvo más de medio siglo después es la extrema actualidad que transmiten sus imágenes de tropas occidentales enfrascadas en una sangrienta campaña de contrainsurgencia en el mundo árabe». Cuando el Pentágono la programó en 2003, en pleno desarrollo de la invasión de Irak, lo hizo con el propósito explícito de analizar tácticas de guerrilla urbana. De igual modo, su presencia constante en los programas universitarios demuestra su vigencia ininterrumpida para problematizar cuestiones clave como la violencia política, la liberación nacional, el anticolonialismo y el islam político. Se trata de dilemas que distan de perder vigencia; todo indica que continuaremos debatiendo en torno a esta obra imprescindible durante muchas décadas más.

 

[Foto: Igor Film / Casbah Films - fuente: www.jacobinlat.com]


sexta-feira, 14 de agosto de 2026

Israel, de consens a fractura: així ha canviat l’opinió pública als Estats Units

Les accions del govern de Netanyahu a Gaza, Cisjordània i l'Iran erosionen un suport fins ara incondicional

Europa Press

Escrit per Lluís Tomàs

Israel perd cada cop més terreny en un front que durant dècades havia tingut gairebé garantit: l’opinió pública dels Estats Units. La Casa Blanca és el principal suport del govern de Benjamin Netanyahu en tots els àmbits —polític, econòmic i militar—, però l'agressivitat de les operacions israelianes a Gaza, l’expansió de la violència a Cisjordània i la guerra amb l’Iran han convertit la relació amb Tel-Aviv en un element cada vegada més polaritzador dins la societat nord-americana. El suport incondicional a Israel ja no funciona com un dogma incontestable i l’últim cas que fa palesa aquesta tendència s’ha produït aquest mateix dijous, quan l’ambaixador dels Estats Units a Jerusalem, Mike Huckabee, ha denunciat els "terroristes israelians" que assetjaven una família palestina a Qusra, al nord de Cisjordània. "Les accions d’aquells que estan duent a terme aquests actes horribles de terror per intimidar i assetjar aquesta família són repugnants", ha afirmat. 

La violència exercida per colons israelians contra la població palestina de Cisjordània s’ha intensificat en els últims anys en paral·lel als bombardejos sobre la Franja de Gaza. La comunitat internacional denuncia des de fa temps la il·legalitat de molts assentaments, però el que resulta menys habitual és que aquestes crítiques arribin des de la mateixa diplomàcia nord-americana. Huckabee ha estat especialment contundent i ha assegurat que "no hi ha excusa per a un comportament tan brutal". També ha explicat que la delegació dels Estats Units ha instat tant la policia com l’exèrcit israelians a actuar contra aquests "terroristes".

Més enllà de Cisjordània, el principal focus de tensió aquest any ha estat la guerra amb l’Iran. Una part del Partit Republicà considera que el govern de Netanyahu ha arrossegat Washington cap a un conflicte que era evitable. Un pensament compartit dins del moviment MAGA (Fem que Amèrica torni a ser gran, en anglès) i les seves veus més influents. Tucker Carlson, exassessor de Trump i antic presentador estrella de Fox News, ha arribat a acusar el president nord-americà d’estar sota el "control" de Netanyahu. En la mateixa línia, l’excongressista republicana Marjorie Taylor Greene, una de les principals aliades de Trump fins a la ruptura entre tots dos a principis d’aquest any, s’ha convertit en una de les figures més crítiques amb Israel dins l’ala ultraconservadora.

Divisió entre els demòcrates

Dins del Partit Demòcrata, la relació amb Israel s’ha convertit en una de les principals fonts de fractura interna. D’una banda, l’establishment tradicional i moderat manté la línia històrica del partit, que presenta Israel com un aliat estratègic innegociable dels Estats Units i com l’única democràcia de l’Orient Mitjà. De l’altra, una ala progressista cada vegada més crítica sosté que Washington no pot continuar oferint suport incondicional a un govern al qual atribueix violacions dels drets humans i responsabilitats en la crisi humanitària de Gaza.

Abdul El-Sayed durant les primàries demòcrates de Michigan / EFE

L’ascens de l'ala progressista s’ha fet visible a les primàries demòcrates. L’AIPAC (el principal lobby proisraelià dels Estats Units) i altres organitzacions afins han destinat desenes de milions de dòlars a donar suport a candidats moderats i, doncs, intentar derrotar congressistes crítics amb Tel-Aviv. Però aquesta inversió no sempre ha tingut efecte. La victòria d’Abdul El-Sayed a Michigan confirma l’empenta d’un sector progressista que també ha sumat èxits com el de Zohran Mamdani a Nova York. Tots dos representen una nova generació de dirigents demòcrates molt crítics amb Israel i partidaris de posar fi a l’ajuda militar incondicional que Washington manté amb el govern israelià.

Erosió a l'electorat

La fractura no s'ha produït només als despatxos, també entre l'electorat. Una enquesta de Gallup publicada a l’abril ja mostrava un canvi de tendència de gran abast, ja que, per primera vegada, la simpatia per Palestina superava la d’Israel entre els ciutadans dels Estats Units. Fa una dècada, un 62% dels nord-americans expressava simpatia per Israel, davant de només un 15% que ho feia per Palestina. Ara, en canvi, el suport a Israel ha caigut fins al 36%, mentre que el de Palestina ha crescut fins al 41%.

Aquesta transformació també està marcada per una profunda bretxa generacional. Les generacions més grans van créixer amb la imatge d’Israel com un estat democràtic, petit i vulnerable, envoltat d’enemics i encara sota l’impacte de la memòria de l’Holocaust. En canvi, molts joves de la generació Z i els millennials han conegut un Israel consolidat com la principal potència militar i econòmica de la regió i interpreten el conflicte palestí a través de marcs vinculats a la justícia social, el colonialisme i els drets civils. Aquesta mirada connecta, a més, amb moviments interns dels Estats Units com Black Lives Matter, fet que ha contribuït a transformar la percepció d’Israel entre els sectors més joves de l’electorat.

 

[Font: www.elnacional.cat]