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terça-feira, 1 de setembro de 2026

Nova rebequeria de Trump amb els topònims

El president dels EUA indigna les comunitats indígenes amb el canvi de nom del llac Ontario per llac Amèrica

Donald Trump anuncia el canvi de nom del llac Ontario a la Casa Blanca

El president nord-americà, Donald Trump, ha tornat a aixecar una gran controvèrsia en ordenar el canvi de nom d’un topònim dels Estats Units, en aquest cas el llac Ontario, per rebatejar-lo amb el nom de llac Amèrica. Si el gener del 2025, el cap de la Casa Blanca va decidir canviar el nom del Golf de Mèxic pel de Golf d’Amèrica com a represàlia per una disputa amb el govern mexicà, ara ha signat una ordre executiva per esborrar el topònim del llac Ontario arran de la guerra comercial amb el Canadà.

La decisió de Trump ha tingut, com era d’esperar, el rebuig de les autoritats canadenques. El primer ministre canadenc, Mark Carney, ha remarcat que el nom prové de la nació Huron-Wendat i va sorgir 400 anys abans de la creació de la Confederació canadenca i de la Declaració d’Independència dels Estats Units. Carney ha assegurat que el llac es continuarà dient Ontario “aleshores, ara i sempre”.

En la mateixa línia s’ha expressat el cap de la Nació Wendat, Pierre Picard, que ha recordat que el nom Ontario vol dir “el llac és bonic, el llac és gran” i ha qualificat el moviment de “cop al cor de la nostra identitat wendat”. Als Estats Units, el cap de la Nació Wyandotte, d’Oklahoma, descendents dels wendat desplaçats, Billy Friend, ha dit que els seus avantpassats, que parlaven wendat, van donar el nom a Ontario i ha acusat el president de voler “esborrar la història” i ha afegit que ningú ha notificat a les tribus el canvi de nom.

Qui sí que ha acatat amb rapidesa la decisió del president nord-americà és Google, que ja ha canviat el nom del llac per als usuaris dels Estats Units. El secretari d’Interior, Doug Burgum, pressiona ara Apple Maps perquè segueixi el camí de Google, segons ha dit en una entrevista a Fox Business. En canvi, MapQuest s’ha negat a canviar el nom del llac, tal com va fer amb el Golf de Mèxic, fet que li ha valgut disparar-se en el nombre d’usuaris fins a convertir-se en l’aplicació de navegació més descarregada dels últims dies.

El precedent del mont Denali

Trump ja va indignar les comunitats indígenes quan va ordenar el canvi de denominació de Denali, la muntanya més alta d’Amèrica del Nord. La muntanya tenia aquesta denominació oficial des de l’any 2015 quan l’aleshores president nord-americà, Barack Obama, va decidir posar-li aquest nom, en la llengua autòctona d’aquella zona d’Alaska en lloc de Mont McKinley, el nom d’un president dels Estats Units, admirat per Trump, que va governar el país del 1897 al 1901, any en què va ser assassinat. 

La modificació del nom del llac Ontario només tindrà efectes a nivell intern dels Estats Units, en els documents de les agències federals, però estarà mancat de reconeixement internacional, tal com ha passat amb el Golf de Mèxic.

 

[Foto: WhiteHouse - font: www.diaridelallengua.cat]

domingo, 30 de agosto de 2026

Astor Piazzolla, lo sradicato del tango

di Corrado Antonini

Da giovane, a Buenos Aires, lo chiamavano El Yoni, traslitterazione argentina di Johnny, perché era cresciuto negli Stati Uniti. Più John Wayne che Carlos Gardel. A New York, quando gli parlavano in spagnolo, rispondeva in inglese e confessava di essere italiano, per timore di essere confuso con un portoricano. Quanto al lunfardo, gergo popolare bonaerense, argot della malavita che spesso affiora nei testi di tango, gli era non solo estraneo, ma con ogni probabilità l’avrebbe rifiutato in quanto cifra della Buenos Aires malfamata e viziosa che aborriva.

Astor Piazzolla (Astòr dall’italiano Astorre; la dinastia degli Astor anglo-americani non c’entra), propugnatore del nuevo tango, il musicista argentino più importante del Ventesimo Secolo, colui che trasferì il tango dalle sale da ballo di Buenos Aires ai teatri e le sale da concerto più prestigiose del mondo, di sé diceva: “io non ho niente a chevedere con il tango. La musica che faccio è quella della Buenos Aires di oggi. Qui non ci sono gauchos e neanche struzzi, né tanto meno furfanti a ogni angolo di strada”. Appunto. Niente furfanti, niente giocatori d’azzardo o donne di facili costumi, niente lame di coltello che sfavillano al chiaro di luna, niente lunfardo. Ma soprattutto questo: niente ballerini. 


Una delle definizioni più abusate del tango è quella che lo scrittore argentino Ernesto Sábato attribuì al compositore Enrique Santos Discépolo (massimo creatore del tango, diceva Sábato), secondo il quale “il tango è un pensiero triste che si balla”. Jorge Luis Borges si prese cura di segnalare, di quella frase, due parole a suo dire discutibili: pensiero e triste. Il tango, secondo Borges, non è assimilabile a un pensiero, ma a qualcosa di più profondo: un’emozione. Quanto all’aggettivo triste, Borges era dell’avviso che i primi tanghi non fossero affatto tristi. Sergio Piñero, amico di Borges, poeta e già direttore della rivista Martin Fierro, fece risalire questa tristezza agli immigrati italiani, colpevoli, a suo dire, di aver illanguidito un genere nato in realtà rissoso “nel barrio Palermo, o nelle tende di Adela vicino alla prigione (le ‘carpas de Adela’ erano dei postriboli, ndr.), o in calle Chile nel barrio Sur o forse nei Corrales Viejos (…), solo più tardi il tango si allontana dai luoghi considerati criollos, e si svigorisce quando giunge nel quartiere genovese della Boca” (Jorge Luis Borges, Il tango. Quattro conferenze, ed. Adelphi, 2019). Borges disse di non condividere questa interpretazione, ritenendo piuttosto che il tango si sia intristito poiché guadagnando in facoltà immaginativa perse per strada molto dell’eroismo e dello stoicismo delle origini (“la paura nasce dall’immaginarsi le disgrazie prima che accadano”, scrive Borges).

Di quella frase di Enrique Santos Discépolo, Astor Piazzolla avrebbe con probabilità cercato anzitutto di confutare l’idea secondo cui il tango sia una musica fatta per essere ballata. Nessuno, fino all’avvento di Piazzolla, aveva mai osato pensare e soprattutto dire pubblicamente una cosa del genere. Le orchestre di tango amate a Buenos Aires assolvevano precisamente questa funzione: far ballare la gente. Piazzolla, nel sostenere che il tango era musica da ascoltare prima ancora che da ballare, colpì il tango e gli argentini dritto al cuore. Incredulità, scandalo, indignazione. “A me i ballerini non sono mai interessati”, aveva confidato Piazzolla al suo primo biografo, Alberto Speratti (Con Piazzolla, Galerna, Buenos Aires, 1969). Borges (ricorrerà spesso in queste righe) sosteneva che “musicalmente, il tango non deve essere importante, la sua unica importanza è quella che gli attribuiamo”. Parole che molti musicisti di tango dell’epoca in cui Piazzolla si faceva le ossa arrangiando e componendo per l’orchestra di Aníbal Troilo avrebbero probabilmente sottoscritto. 


Astor Piazzolla nacque a Mar del Plata l’11 marzo del 1921, ma a cinque anni si trasferì a New York con la famiglia, dove rimase per poco più di dieci anni, prima di fare ritorno in patria. Papà Vicente, giunto nelle Americhe dalla Puglia, per sbarcare il lunario nella Grande Mela contrabbandava whisky che preparava e imbottigliava in gran segreto nella vasca da bagno. La vita della famiglia Piazzolla, a New York, con le sue amicizie pericolose e il barcamenarsi ai margini della legge, pare un episodio minore della saga di Il Padrino di Francis Ford Coppola. Ciò che più conta, però, è che il piccolo Astor imparò a suonare il bandoneon – la fisarmonica di origine tedesca caratteristica delle orchestre di tango – a Little Italy, New York, e non a Buenos Aires. Lo fece un po’ controvoglia su insistenza di papà Vicente. Astor era piuttosto affascinato dal jazz e dalla figura di George Gershwin, colui che, ai suoi occhi, aveva saputo coniugare musica colta e musica popolare, erudizione e istinto, Europa e Nuovo Mondo. Mille volte avrebbe preferito sedersi davanti a un pianoforte o imbracciare un violino, ma la sorte gli aveva riservato quello: una fisarmonica. Vicente Loduca, pure di origine italiana e a sua volta suonatore di bandoneon, fra i primi a portare il tango a Parigi fin dagli anni ’10 del Novecento, ricordava come fossero in pochi, all’epoca, ad avere il coraggio di entrare in una sala con lo strumento nella custodia: si vergognavano del suo aspetto, della sua volgarità.

Astor Piazzolla ha trascorso buona parte della sua vita a ripudiare il tango. Voleva fortissimamente profilarsi alla stregua di Gershwin o di Béla Bartók, di Stravinsky, e per riuscirci, quanto tornò in Argentina, prese lezioni da Alberto Ginastera. Anni dopo, a Parigi, provò con Nadia Boulanger, ma lei gli chiese quale musica suonasse in Argentina e Astor, con profondo imbarazzo, confessò che era un musicista di tango. Lei allora pretese che le suonasse qualcosa. Leggenda vuole che, dopo averlo sentito suonare la musica a cui lui, suo malgrado, apparteneva, l’abbia quasi implorato: “questa è la sua musica, non la abbandoni mai!”. Il difficile rapporto di Astor Piazzolla con il tango non riguardava in verità tanto la musica, quanto il contorno, le premesse, la cornice, qualcosa da cui molti, in Argentina, e ben prima di lui, avevano sentito la necessità di smarcarsi. Il tango, proprio come il jazz, era una musica associata ai postriboli. Lo ballavano gli uomini, fu Parigi e non Buenos Aires a canonizzarlo, e nel farlo fu costretta a rinunciare alle pose coreografiche originali, cortes y quebradas, trasformandosi, nelle parole di Borges, “in una specie di camminata voluttuosa”. Come sottolinea più volte lo stesso Borges nel volume citato, la gente comune stentò ad adottarlo proprio perché ne conosceva l’origine. Furono piuttosto i niños bien dell’alta società di Buenos Aires a farlo proprio e a esportarlo a Parigi. Leopoldo Lugones, poeta molto amato da Borges, scrisse: “il tango, questo rettile da lupanare”, e pur amandolo e sentendolo profondamente suo, pubblicamente lo disdegnava. 


Questo apparente paradosso accompagnò a lungo anche Astor Piazzolla. L’ombra della dissolutezza, da un lato, la dissipazione delle sale da ballo, il crimine e il vizio cui il tango incessantemente si riferiva e da cui traeva la sua ispirazione, dall’altro la poetica che si abbeverò a quelle ombre, e l’impossibilità, una volta diventato un genere alla moda, di sottrarsi a quelle ombre e a quella poetica (si pensi, ben oltre il successo parigino, a come il tango sia ormai parte del repertorio di molti musicisti di estrazione colta, sorta di licenza esotica – vogliamo dire erotica? – con cui ravvivare i programmi di sala). Ciò che lo scrittore e giornalista Riccardo Piglia definì gustosamente “quel surrealismo da quattro soldi che accosta il violino al colibrì e la forfora al cuore”, oppure il Julio Cortázar del racconto Le porte del cielo, quando nel descrivere una serata da ballo con l’orchestra di Francisco Canaro, parla di “odor di cipria a buon mercato” e, nel descrivere gli astanti, scrive: “compaiono alle undici di sera, calano da zone vaghe della città, lenti e sicuri, soli o a due a due, le donne quasi nane e dai lineamenti quasi cinesi, gli uomini simili a giavanesi, stretti in abiti a quadri o neri, con i capelli ispidi pettinati a fatica” e di “odore di borotalco umidiccio sulla pelle, di frutta marcia che ti fa sospettare affrettati lavacri”. Astor Piazzolla si batté contro tutto e contro tutti per sottrarre il tango a questa dimensione.

La sua ambizione, come si diceva, era di elevarlo a musica seria, una musica da ascoltare a concerto, non da strascicare in balera, a immagine di quanto Ravel, Bartók, Stravinsky, Villa-Lobos o Manuel de Falla avevano fatto con le musiche di estrazione popolare, ma anche di sottrarlo alla monotonia del sempre uguale, inseguendo nuove forme come nel jazz stava facendo Stan Kenton, altro suo grande punto di riferimento. Non a caso, e proprio a immagine di Kenton, il quale dava ai suoi dischi dei titoli altisonanti: Artistry in Rhythm (1950), A presentation of progressive jazz (1950), Innovations in Modern Music (1950), fin dalla metà degli anni ’50 Piazzolla prese a sua volta a esplicitare, enfatizzandoli, i suoi intendimenti: Sinfonía de Tango (1955), Tango progresivo (1956), Tango moderno (1957), Lo Que Vendra (1957), e poi, negli anni ’60, Tango Contemporáneo (1963), 20 años de Vanguardia (1964), giù giù fino agli ultimi capolavori: Tango: Zero Hour (1986), The New Tango (1987, con il vibrafonista Gary Burton). 


Inutile dire che accanto agli estimatori si guadagnò anche dei nemici. Alcuni particolarmente agguerriti. Ernesto Sábato, nel romanzo Sopra eroi e tombe pubblicato nel 1961, fa dire a un suo personaggio: “La nuova generazione non ne sa niente di tango. Solo fostrò, bolero, rumba, e tutte quelle stronzate. Il tango è una cosa seria, profonda. Parla dell’anima, ti fa pensare. (…) E quando uno di quei pagliacci pretende di fare tango nuovo… non ne parliamo, sarà meglio. Il tango dev’essere tango o niente”. Nel libro Tango, discusion y clave sempre Ernesto Sábato si prendeva cura di attribuire al tango un valore che andava ben oltre i meriti musicali e artistici del genere, trasformandolo in una sorta di impronta morale o di cruccio filosofico per chi era nato su quel lembo di terra: “un napoletano che balla una tarantella lo fa per divertirsi, il bonaerense che si fa un giro di tango lo fa per meditare sull’esistenza”. Non sono molte le musiche di estrazione popolare che hanno assunto, nel tempo, una simile valenza e che sono state caricate, loro malgrado, di tanto afflato. Il compositore Juan Carlos Paz, fra i maggiori critici della scuola latino-americana che si sforzò, nei primi decenni del Novecento, di cercare delle confluenze fra la musica di ascendenza colta e le musiche di matrice folklorica, liquidò così la questione: “Tutta questa musica sofisticata, mezza popolare, mezza colta – jazz metafisico, tango con innesti di Bartók, Ravel, Stravinsky o di chiunque altro possa concedere l’imprescindibile e sofisticata licenza di cultura e modernità”.

A sancire l’infantile perfidia degli eruditi nei confronti di Piazzolla pensò proprio Jorge Luis Borges, il quale si riferiva al musicista chiamandolo col termine infamante di Pianola. Borges amava il tango delle origini. Aveva delle riserve persino su Gardel, reo, a suo dire, di aver inferto al tango una posa drammatica che in origine non aveva, figurarsi un modernista come Piazzolla. Su di lui, pur riconoscendone il talento, spese parole crudeli. Chiamato a collaborare con Piazzolla a metà anni ‘60, Borges confidò all’amico Adolfo Bioy Casares la sua pena: “Piazzolla ha suonato dei tanghi suoi. Mia madre credeva fosse musica brasiliana. È un inetto e per giunta è così vanitoso… (…) Ti rendi conto di che razza di animale è? Non sono né tanghi né niente del genere. Il tango si sente nel corpo. Ascolti un tango e cambi subito postura, ti contrai un po’. Lui li chiama tanghi solo perché se li presentasse come semplice musica i musicisti lo sbranerebbero: invece, come innovatore del tango lo tollerano e lo fomentano pure”. Da par suo Piazzolla considerava Borges “un tipo stranissimo e distaccato”. Non lo capiva e non condivideva i suoi gusti musicali. Davvero difficile immaginare due artisti più incompatibili e più agli antipodi. 


Nel suo Music. A subversive history (Basic Books, 2019), lo storico della musica Ted Gioia sostiene che vi siano molti punti in comune fra i compositori che innovarono la musica colta nei primi decenni del Ventesimo Secolo e i pionieri del ragtime, del jazz o del blues, e individua uno di questi punti di contatto nello sradicamento, nella condizione di chi è chiamato a vivere e creare in terra straniera. Gioia, un punto di vista vertiginoso, suggerisce che la storia della musica americana sia in buona parte figlia dello sradicamento di un popolo, o meglio, di individui di popoli diversi (gli afro-americani), e che questa condizione di estraneità, di spaesamento, di privazione del proprio patrimonio di cultura e tradizione, abbia determinato, quasi per necessità di adattamento, la creazione di nuove forme di espressione musicale. Gioia va un passo oltre e arriva a ipotizzare che persino nel mondo della musica colta l’innovazione, e in particolare proprio nel Ventesimo Secolo, sia sovente da ascrivere agli outsider, siano questi esiliati politici o semplici emigrati. Prescindendo dalla generazione dei Gershwin e degli Irving Berlin (quasi tutta la canzone americana degli anni ’20 e ’30 nata in ambito teatrale o cinematografico reca la firma di un compositore o di un paroliere di origine ebraica, e lo stesso si potrebbe dire dei librettisti e dell’industria musicale tutta), Gioia fa i nomi di Arnold Schoenberg (da Vienna alla California), Igor Stravinsky (Svizzera, Francia, Stati Uniti), Paul Hindemith, Kurt Weill, Sergei Rachmaninoff, Béla Bartók, Erich Wolfgang Korngold, Ernest Bloch… Circostanze diverse, motivazioni diverse. A ben vedere persino Händel e Haydn (Inghilterra), o Chopin e Liszt (Parigi) prima di loro avevano operato e creato in terra straniera. Nel catalogo di emigrati illustri Ted Gioia stranamente non include Astor Piazzolla, ma nessuno meglio di lui avrebbe potuto rivendicare lo statuto di “sradicato DOC”: diventato adulto a New York, bandoneista a Little Italy, studi musicali a Parigi, la sensazione di essere straniero in patria, il rifiuto di operare entro i canoni e il sistema del tango così come lo avevano sempre inteso gli argentini. Se c’era qualcuno che poteva rifondare il tango partendo da un presupposto altro, quello era proprio Astor Piazzolla, El Yoni. Lo scrittore Ricardo Piglia ha scritto che “il tango, come la letteratura, non rispecchia una realtà, ma reclama una realtà”. E Piazzolla proprio questo ha fatto: ha dato al tango non tanto una seconda vita, ma una nuova realtà entro cui esprimersi.

Astor Piazzolla, "Adios Nonino"

 

 

Letture consigliate

Diego Fischerman e Abel Gilbert, Piazzolla. La biografia, Minimum Fax, 2012

Jorge Luis Borges, Il tango, Adelphi, 2019

Jorge Luis Borges, Storia del tango, in Evaristo Carriego, Einaudi, 1972

Julio Cortázar, Le porte del cielo, in Bestiario, Einaudi, 1965

Ernesto Sábato, Tango discusión y clave, 1963

 

[Fonte: www.doppiozero.com]

sexta-feira, 28 de agosto de 2026

Les Ciutats Verdes de França demostren que el canvi és possible

 


Escrit per Mathieu Dejean

Els alcaldes verds que van ser escollits han resistit els intents de soscavar-los. A mitjà termini, l’emergència climàtica s’agreuja i les seves polítiques mediambientals es comprenen millor, però l’onada verda segueix confinada a les zones urbanes. 

Es necessiten tres anys perquè una idea radical sembli raonable? L’experiència dels alcaldes verds triats en 2020 ajuda a respondre a aquesta pregunta. En les últimes eleccions municipals, una “onada verda” va arrasar una quinzena de ciutats, entre elles Lió, Estrasburg, Bordeus, Poitiers, Besançon, Tours, Annecy i Colombes, malgrat la baixa participació (el 59% dels votants es va quedar a casa en la segona volta). 

Encara que només el 3% de la població francesa viu ara en una ciutat governada pels Verds, aquestes eleccions van possibilitar al partit gaudir d’ “un dels seus moments més determinants”, subratlla la politòloga Vanessa Jérome en el seu llibre Militer chez les Verts (Ser activista verd). El partit va substituir al germà gran socialista en diverses ciutats, mentre que en unes altres va posar fi a dècades de govern de dretes, sent Bordeus el major avanç. D’aquí la reacció visceral contra els Verds de periodistes influents pròxims als partits tradicionals. 

L’expressió “Khmaires verts” (un joc de paraules entre “maires” (alcaldes) i “Khmers rouges”) es va posar ràpidament de moda, havent estat encunyada per primera vegada per Gérard Collomb, l’alcalde derrotat de Lió. Un mes després de la votació, la revista d’actualitat Le Point titulava “Els pallassos de l’ecologisme”, Le Monde es burlava de les “teories esotèriques” dels alcaldes verds i, en les pàgines de Le Parisien, el cèlebre escriptor i filòsof Bernard-Henri Lévy denunciava que els càrrecs electes estaven posseïts pel “dimoni antihumanista”. 

Es van intensificar les crítiques a les postures dels nous alcaldes. Alguns d’ells ocupaven càrrecs públics per primera vegada i tenien antecedents d’activisme social, per la qual cosa mancaven de xarxes i suport intel·lectual per a rebatre els atacs). 

El baptisme de foc de l’Onada Verda 

El que va ser escollit alcalde de Lió, Grégory Doucet, que abans treballava en el sector de l’ajuda humanitària, va ser el primer a ficar la pota, declarant que el Tour de França era “masclista i contaminant”. Després, el seu homòleg de Bordeus, Pierre Hurmic, es va negar a col·locar un arbre de Nadal -o, segons les seves pròpies paraules, un “arbre mort”- en una de les places de la ciutat. 

A Poitiers, Léonore Moncond’huy, de 30 anys, va justificar la seva “difícil decisió” de deixar de subvencionar els clubs aeronàutics de la ciutat per a “protegir el futur dels nens”. “És trist dir-ho, però els nens d’avui no haurien de somiar amb volar”, va afirmar. 

Aquestes posicions van provocar una gran reacció en els mitjans de comunicació. “Les polèmiques que van seguir a l’arribada dels Verds al poder van equivaldre al que Stanley Cohen va denominar pànic moral. Això ocorre quan la premsa i els mitjans de comunicació amplifiquen les anècdotes de pràctiques o discursos encara minoritaris per a facilitar la seva deslegitimació i preservar així l’statu quo”, explica Simon Persico, professor de Ciències Polítiques que codirigeix el projecte “Promesses et bilans donis municipalités écologistes” (Promeses i trajectòries dels municipis verds), en col·laboració amb la Fundació per a l’Ecologia Política de França i la Fundació Heinrich Böll d’Alemanya. “A nivell nacional, és evident que la classe política es queda curta”, afegeix la diputada verda pel Roine, Marie-Charlotte Garin, estreta aliada de Doucet. “Dir que el Tour de França és masclista i contaminant no hauria de causar tant de renou. Però és clar que tenim una diana a l’esquena per a recuperar les nostres ciutats: desacreditar-nos a nivell nacional també ens desacredita a nivell local”, opina. 

Per al president dels Verds de la regió metropolitana de Lió, Bruno Bernard, aquest renou s’explica pel fet que, sovint, “els Verds tenen prioritats més marcades que altres alternatives de la dreta o l’esquerra tradicionals: per a la societat civil, inclosos els mitjans de comunicació i les organitzacions empresarials, això marca un canvi significatiu”. 

En l’equador dels seus mandats, les acusacions d’amateurisme i dogmatisme dirigides als alcaldes Verds semblen haver remès. Han deixat de cometre errors de comunicació i els seus missatges s’han tornat més disciplinats. L’experiment pioner de Grenoble, on Éric Piolle dirigeix la ciutat des de 2014, també ha marcat la diferència: es va enviar a alts càrrecs locals a les ciutats recentment guanyades perquè compartissin la seva experiència. “El personal polític i administratiu d’alt rang s’ha dispersat pertot arreu”, explica Persico. 

En acabat, després d’estius abrasadors esquitxats de grans incendis, amb els camps de golf gaudint d’exempcions al racionament d’aigua, l’opinió pública va començar a veure on residia realment l’absurd. Això és el que vol creure l’alcaldessa de Poitiers, Léonore Moncond’huy. 

“Els Verds estan creant falques en el debat públic”. Posicions que en el seu moment van provocar indignació poden semblar menys xocants tres anys després” 

Després d’admetre la seva “ficada de pota” en parlar d’aviació, va entaular un debat que, segons ella, ha estat productiu: “He intentat fer una mica de judo amb aquesta polèmica. He parlat amb la indústria de l’aviació perquè és important explicar el nostre pla de transició. Crec que això ha fet canviar d’opinió”. 

“Els Verds estan creant falques en el debat públic”, afegeix Persico. Posicions que en el seu moment van suscitar indignació poden semblar menys xocants tres anys després. En aquell moment, aquestes reaccions eren una manera d’atacar al nouvingut. Avui, la consciència de les conseqüències tangibles de l’escalfament global és una mica major i més compartida, i l’estalvi energètic ja no és una paraula tabú en política pública, encara que continuï significant coses diferents per a persones diferents”.

Ecologisme quotidià 

Moncond’huy també considera que els alcaldes Verds, al capdavant de majories inclusives i de base (el 50% de la seva llista electoral estava composta per no afiliats al partit), han demostrat la seva vàlua en el poder: “Es presumia que seríem incompetents i aficionats, però tres anys després, ens hem consolidat. Hem demostrat que podem mantenir el rumb, que ens interessa més l’acció que les frases fetes”. 

Simon Persico confirma que, quan es tracta de la seva “activitat principal”, les promeses dels ajuntaments verds s’han complert: “En transport, menjadors escolars, polítiques de foment de l’ecologització i el drenatge sostenible, desplaçaments actius, estan avançant ràpidament en la majoria de les ciutats invertint i transformant el seu espai urbà. Moltes de les seves promeses en aquests àmbits s’han complert o estan a punt de complir-se”. 

En l’àrea metropolitana de Lió, un cas especial on les competències són àmplies i els centres urbans (Lió, Vénissieux, Vaulx-en-Velin) estan alineats políticament, els avanços han estat significatius: per a combatre les onades de calor, es van plantar 25.000 arbres i arbustos en l’hivern de 2022-2023, amb l’objectiu d’aconseguir una cobertura arbòria del 30% en 2026; la publicitat en espais públics s’ha reduït dràsticament (han desaparegut les tanques digitals, els anuncis en tanques d’obra i els aparadors il·luminats a la nit); s’instal·laran 1.300 contenidors de compostos en l’exterior dels edificis d’habitatges d’aquí a la fi de 2023, el contingut dels quals s’utilitzarà per a adobar les terres de cultiu; s’han potenciat les alternatives al cotxe, duplicant el pressupost de transport públic aquesta legislatura: les ampliacions de la línia B del metro i de la xarxa de tramvies 2026 hauran d’estar acabades en 2026… 

Els Verds es juguen molt: encara que Europe Ecologie Els Verts (EELV, el partit verd francès) es considerava la força emergent en política després de les eleccions europees de 2019 i les eleccions locals de 2020, els seus mals resultats en les eleccions presidencials de 2022 (amb un decebedor 4,7% dels vots) els ha restat força. Els alcaldes i diputats verds són ara els actius sobre els quals el partit espera construir bastions electorals i consolidar un paper més central en l’encara fràgil aliança amb l’esquerra. 

Canviar les actituds cap al medi ambient no és bufar i fer ampolles, amb el consumisme i el productivisme profundament arrelats en la societat. Malgrat això, els Verds no tenen intenció de descansar després de les seves primeres victòries locals.

Marini Tondelier, elegida secretària nacional de EELV al desembre de 2022, ho va confirmar en la clausura de la conferència del partit: “Avui hi ha càrrecs electes Verds en tot el nostre país; és un gran orgull. […] Així és, els Verds en el poder canvien vides! […] Tenim el doble de càrrecs que fa tres anys. El nostre principal objectiu és mostrar el que el moviment Verd pot significar per a una zona, perquè així és com podem aconseguir que la gent se sumi a un canvi realment efectiu”, afirma Moncond’huy. 

Grégory Doucet es va fer ressò d’aquest missatge en parlar amb Mediapart en 2020: “Són les ciutats les que impulsen la transició verda, les que poden donar exemple, perquè poden formar part de la vida quotidiana de la gent”. Persico assenyala que les ciutats estan dirigides en la seva majoria per coalicions, per la qual cosa “a nivell local, la transició ecològica no és patrimoni exclusiu dels polítics verds, encara que ajudin a desenvolupar i promoure bones pràctiques en aquest àmbit”. 

Construir més fortaleses verdes 

A ulls de Bernard, president de la poderosa àrea metropolitana de Lió i expert en la geografia electoral de EELV, el suport s’ha mantingut ferm fins ara -encara que en unes certes ciutats, com Annecy i Bordeus, la majoria del partit és fràgil-. “Des de 2020, hi ha hagut eleccions, sobretot parlamentàries, que han confirmat els nostres avanços. Si ens fixem en els resultats, no hi ha hagut ensulsiades ni signes de fissures”, assenyala. 

Encara que desconfia del triomfalisme, també assenyala que hi ha dues qüestions que estan cobrant importància en la societat i que legitimen les polítiques de transició ecològica. En primer lloc, l’estalvi energètic. “Quan parlàvem d’això fa dos anys, el president encara es burlava de la gent que volia “tornar a les veles”. En l’àrea metropolitana de Lió, l’hivern passat vam reduir un 10% el consum d’electricitat només amb l’educació”, presumeix. 

Després està la qüestió de l’aigua, sobre la qual “ara hi ha més consciència entre el públic en general”. Per als 1,5 milions d’habitants de l’àrea metropolitana de Lió, la gestió de l’aigua va passar a mans públiques l’1 de gener de 2023 per a protegir aquest preuat recurs. “Avui és molt més fàcil explicar el que fem”, afirma Bernard. 

Altres ciutats verdes estan, no obstant això, més aïllades que Lió, i han de fer front a “importants tensions interinstitucionals que fan que els projectes no avancin amb la rapidesa prevista”, afirma Persico. “Ens agradaria anar més lluny i més ràpid, però la política és un compromís permanent entre institucions”, coincideix Moncond’huy, frustrada per veure’s frenada tant per la regió com per les diferències de posició amb el Govern central. 

És en la qüestió del transport -i, per tant, de la reducció de l’espai per als cotxes- on els Verds continuen trobant la resistència més tenaç. Bernard afirma que les zones de baixes emissions (ZBE) “gaudeixen de més suport dins de l’àrea metropolitana de Lió que fora d’ella”, la qual cosa reflecteix que la base electoral de EELV continua sent predominantment urbana. 

En termes més generals, el canvi d’actitud cap al medi ambient no és bufar i fer ampolles, ja que el consumisme i el productivisme estan molt arrelats en la societat. “La gent és ambivalent, com tots. Són conscients que el canvi climàtic és irreversible i que alterarà radicalment la nostra vida quotidiana, però, al mateix temps, no estan disposats a renunciar a uns certs comportaments”, conclou Alain Coulombel, membre de l’oficina executiva de EELV. 

Malgrat això, els Verds no tenen intenció de descansar després de les seves primeres victòries locals. Ja estan planificant les eleccions municipals de 2026 amb la vista posada en les principals ciutats en mans de la dreta, entre elles Tolosa i Saint-Étienne, l’actual alcalde de la qual, Gaël Perdriau, està embolicat en un escàndol.

 

[Aquest article va ser publicat originalment per Mediapart i reproduït dins www.greeneuropeanjournal.eu]

quinta-feira, 6 de agosto de 2026

Le sort des indignés au Maroc

Depuis 1960, la rue marocaine n’a cessé de porter le même message, sous des formes différentes et à des générations différentes. Chaque mobilisation, chaque slogan scandé, chaque arrestation filmée relève d’un même geste : celui de rappeler à l’État l’existence d’une dignité bafouée. Mais au-delà du constat historique, une question de fond se pose, celle… 


Écrit par Les indignes 

La stigmatisation des indignés

Si un groupe d’individus décide d’occuper l’espace public en manifestation pour sa dignité, qu’est-ce que cela implique ?

D’abord, que ce peuple ne reconnaît pas qu’il éprouve une vie digne, que sa dignité a été atteinte. Qu’importe le nombre, qu’importe le point de vue idéologique ou le cadre d’analyse qui produit ce sentiment ou cette action. Et qu’importe le contexte, l’État devrait écouter et se doit de répondre. Pourquoi ? Car, vu les dispositifs démocratiques mis en place par l’État, la manifestation dans la rue devrait être comprise non seulement comme dernier recours pacifique des citoyens, mais surtout comme la preuve irréfutable de l’inefficacité desdits dispositifs administratifs. De ce fait, et constitutionnellement, il revient à l’État de réagir, et éventuellement au Roi comme arbitre suprême entre les institutions, puisque la finalité de tous est de garantir et préserver la dignité du peuple. En résumé, si le peuple déclare que sa dignité est touchée, tous devraient se mobiliser afin de réaligner les institutions au peuple…. En théorie.

Au Maroc, force est de constater que c’est l’inverse qui se passe : les mesures appliquées ont pour but de réaligner le peuple aux institutions. Comment ?

La première mesure prise est la répression des manifestations qui ne rentrent pas dans les cadres de l’État, et/ou qui n’exercent pas assez de pouvoir pour rendre la répression inefficace. Le mouvement GenZ212 comme dernier exemple nous montre les deux cas de figures. Lorsque les manifestants étaient éparpillés et non organisés : Des rafles arbitraires, les charges : Jeune. Puis lorsque les manifestations se sont mieux organisées dans les quartiers populaires, elles ont grandi en nombre et ont neutralisé la répression policière. Viens la seconde mesure : La diffamation. Séparatistes, gauchistes, bourgeois, pleureurs, jeunes ignorants manipulés, ennemis de l’État, servant des agendas externes, extrémistes, terroristes, criminels ou hors la loi … Le domaine médiatique est submergé de dénonciations et de jugements de valeurs, que cela soit ouvertement (Surtout sur les réseaux sociaux) ou par la mise en scène. C’est un double jeu : D’abord, la diffamation mobilise l’enjeu sécuritaire qui, par son urgence, fait oublier les revendications des manifestations face aux risques qu’ils pourraient présenter. Puis, l’État rassure : Nous avons initié un dialogue, mais ce sera à nous de choisir avec qui dialoguer. C’est ici où la mise en scène devient visible. Ce choix nous montre qui il faut être pour être écouté. Dans le cas de GenZ212, il fallait être un journaliste populaire sur les réseaux ou faire partie de la jeunesse d’un parti politique reconnu. En gros, il faut être capable de jouer le jeu, de bien parler, d’être articulé, d’échanger avec les outils du pouvoir pour permettre aux membres du gouvernement de faire semblant qu’ils concèdent à un dialogue, qu’ils sont ouverts et qu’ils font ce qu’ils peuvent.

En bilan, l’État regagne le pouvoir en effectuant une redistribution de la dignité à de nouvelles catégories qui émergent du contexte. En effet, l’État partage momentanément sa légitimité aux personnes qui permettent cette mise en scène. Ces catégories de personnes émergent par l’articulation des rapports pouvoir traversant la société. D’un côté, un mouvement social national conduit par des jeunes rend la figure du jeune importante et la replace au centre du débat. Néanmoins, n’importe quel jeune est digne de parler à l’État. Il faut qu’il soit éduqué, adhérant à un parti politique, âgé entre 15-30 ans et visible. Cette redistribution a même été formalisée à la suite du mouvement GenZ 212 par les facilités offertes à cette fine tranche de la société pour participer aux élections législatives 2026. En résultat de cette mise en scène les autres, ceux qui n’appartiennent pas à cette tranche de la fine société, gardent les étiquettes : illettrés, non-éduqués, gâtés révoltés, paresseux, insatisfaits de tout, gauchistes du dimanche, nihilistes, pessimistes ou que sais-je encore… Négationnistes ?

La promotion et la promulgation de ces catégories par tous les appareils de l’État est de nouveau un phénomène intéressant. Premièrement : C’est une atteinte à la dignité à une catégorie de personnes qui ne rentrent pas dans les cadres qui arrangent l’État. Celui-ci, donc, stigmatise une partie de la population constitutionnellement égale aux autres tranches. Et s’ils existaient vraiment ? Et qu’elles représentent un réel danger public ? C’est à l’État de démontrer et de définir clairement qui sont ces personnages, d’établir les raisons qui les construisent et de produire des mesures qu’il prend au niveau de l’éducation et des politiques publiques afin d’éviter que des gens si exécrables ne pourrissent plus notre société ! Faute de ces études, il est laissé aux citoyens eux-mêmes de comprendre, surtout d’interpréter, à travers les diverses mises en scène, poursuites judiciaires, emprisonnements, répressions, assassinats et toutes autres atteintes à la dignité quel est le citoyen que l’État considère digne. De notre côté, les indignés, il nous reste à déduire que la production de ces catégories est une nouvelle preuve de comment l’État pousse le peuple à se réaligner à ses « institutions ».

La dignité ne se limite pas au symbole

Depuis 1960, les mouvements sociaux au Maroc ont, pour l’essentiel, réclamé des droits fondamentaux : la santé, l’éducation, la justice sociale

Les rues de Casablanca gardent encore la mémoire des coups de feu et du grondement des chars lors des émeutes de 1981. Les murs de Rabat portent encore l’écho des cris des militants du Mouvement du 20 février.  

Il faut se garder d’un oubli : la dignité dont il est question ici ne se limite pas aux mots et aux symboles. Les offenses faites au peuple marocain ne relèvent pas seulement du discours ; elles relèvent aussi des faits et de la chair. Depuis 1960, les mouvements sociaux au Maroc ont, pour l’essentiel, réclamé des droits fondamentaux : la santé, l’éducation, la justice sociale. Les rues de Casablanca gardent encore la mémoire des coups de feu et du grondement des chars lors des émeutes de 1981. Les murs de Rabat portent encore l’écho des cris des militants du Mouvement du 20 février. Et les écrans diffusent aujourd’hui les images des personnes interpellées lors du mouvement GenZ212, qui scandaient toutes le même mot d’ordre : « Liberté, dignité, justice sociale ». Depuis plus de soixante ans, le peuple réclame sa dignité à un régime qui, lui, protège scrupuleusement la sienne — et celle des siens.

Si la dignité du peuple marocain est un jour appelée à demeurer aussi étroitement liée à celle du Roi qu’elle l’a toujours été, alors le silence face aux revendications de dignité populaire, opposé à la réactivité immédiate dès que la dignité du Roi ou des institutions est touchée, ne fait que creuser le fossé entre le Roi et son peuple. Ce déséquilibre pourrait s’aggraver avec le temps : il n’est pas impossible qu’un jour, le mécontentement populaire en vienne à se confondre lui-même avec une atteinte à la dignité du Roi ou des institutions — ou aux deux à la fois. Une loi qui punirait le mépris verbal envers le peuple, sans qu’aucun effort équivalent ne soit fait pour garantir sa dignité économique et sociale, resterait donc une coquille vide : un symbole qui masquerait l’essentiel plutôt que de le servir.

Une architecture juridique protectrice… sauf pour le peuple

Il existe au Maroc un paradoxe juridique que peu de citoyens connaissent, mais que chacun ressent instinctivement : offenser le Roi coûte jusqu’à deux ans de prison. Offenser un fonctionnaire public, jusqu’à un an. Offenser une institution constitutionnelle, une peine ferme également. Mais offenser le peuple marocain dans son ensemble — le traiter de « peuple d’ânes », le rabaisser collectivement, insulter sa dignité en tant que nation — on ne voit, dans les faits, personne être poursuivi pour cela. Ce silence n’est pas un détail technique. Il révèle une hiérarchie implicite des dignités que notre droit pénal n’a jamais corrigée.

Le Code pénal marocain est pourtant loin d’être avare en dispositifs de protection de l’honneur. L’article 179 sacralise la personne du Roi et de la famille royale. Les articles 263 et 265 protègent les fonctionnaires publics et les institutions publiques contre toute atteinte à leur autorité. Les articles 442 à 444 permettent à tout individu de poursuivre celui qui porte atteinte à son honneur personnel par diffamation ou injure. Chaque maillon de l’appareil d’État, chaque citoyen pris individuellement, dispose ainsi d’un recours.

Mais le peuple, en tant que corps politique et symbolique, n’a pas de statut pénal propre. Quand un discours généralise le mépris à l’ensemble des Marocains — les qualifiant collectivement d’ignorants, de médiocres, d’indignés — aucun texte ne permet de le qualifier pour ce qu’il est réellement : une atteinte à la dignité nationale, distincte de l’atteinte à l’honneur d’un individu ou d’une institution.

Le coût d’un silence

Cette absence a un coût concret. Elle prive les citoyens d’un recours légitime et cohérent face à des discours de mépris collectif, qu’ils viennent de responsables publics, de figures médiatiques ou d’acteurs étrangers. Elle oblige les tribunaux à des contorsions juridiques — chercher un recours du côté de l’article 431-5, qui vise l’incitation à la haine envers une partie du peuple, ou de l’article 443, qui protège l’individu contre l’insulte, faute d’un texte qui vise le peuple dans son ensemble — des contorsions qui affaiblissent la lisibilité du droit et alimentent le soupçon que seuls les individus ou certains groupes comptent vraiment aux yeux de la loi, jamais le peuple pris comme un tout. Car ni l’un ni l’autre de ces textes ne nomme, ni ne protège, la dignité du peuple marocain pris comme un corps unique et indivisible — une entité à part entière, distincte de la somme des individus qui la composent.

Or cette loi n’est pas tombée du ciel : elle est produite par un appareil législatif censé, en démocratie, représenter le peuple lui-même. Plusieurs propositions de loi ont été rédigées, discutées, votées au fil des décennies pour encadrer les offenses faites au Roi, aux institutions constitutionnelles, aux fonctionnaires publics. Des députés y ont consacré du temps, des débats, des arbitrages. Comment expliquer alors que ces mêmes institutions, depuis leur création, n’aient jamais institué de protection légale pour la dignité du peuple ? L’article 2 de la Constitution marocaine dispose que « la souveraineté appartient à la nation ». La Constitution fait par ailleurs du Roi le garant de cette souveraineté, l’arbitre suprême entre les institutions. Que dire, alors, des offenses et des insultes portées à ce peuple souverain — ce même peuple qui a fait naître les institutions chargées, elles, de protéger sa dignité à lui, le Roi ?

Ce n’est pas la seule faille : la hiérarchie traverse tout notre droit

Il faut se méfier d’une lecture trop étroite de ce vide juridique. Le réduire à un simple oubli du législateur sur la seule question de l’insulte reviendrait à manquer l’essentiel. Car ce vide n’existe pas isolément : il s’inscrit dans un système où, à plusieurs reprises, la loi choisit de développer en détail les droits d’une partie — l’État, l’institution, l’autorité — tout en laissant l’autre partie sans texte équivalent pour se défendre.

Ce choix n’est jamais neutre. Il traduit une hiérarchie de priorités qui préexiste au texte lui-même : on protège en premier lieu ce qui incarne le pouvoir et la continuité de l’État, et l’on considère, implicitement, que le peuple pris comme collectif n’a pas la même urgence à être défendu. C’est cette hiérarchie de priorités, plus que tel ou tel article manquant, qu’il faudra un jour interroger frontalement. Car tant qu’elle demeure intacte, on pourra ajouter autant d’articles que l’on voudra sur l’insulte au peuple : le problème de fond, lui, continuera de se reproduire ailleurs, sous d’autres formes, dans d’autres textes.

Mais la loi seule ne suffira jamais

Le premier responsable de la dignité du peuple, c’est le peuple lui-même. 

Cela dit, il faut se garder d’une illusion : aucun texte de loi, aussi bien rédigé soit-il, ne rendra au peuple sa dignité à sa place. La loi peut sanctionner le mépris affiché ; elle ne peut pas fabriquer le respect, ni la justice sociale, ni la considération politique. Ceux-ci se conquièrent. L’histoire — au Maroc comme ailleurs — enseigne que la dignité d’un peuple ne lui a jamais été offerte par décret : elle a toujours été arrachée par sa propre parole, sa propre mobilisation, sa propre exigence répétée sans relâche.

Attendre passivement qu’un article de loi ou qu’une réforme venue d’en haut vienne consacrer cette dignité serait une erreur 

Le premier responsable de la dignité du peuple, c’est le peuple lui-même. Attendre passivement qu’un article de loi ou qu’une réforme venue d’en haut vienne consacrer cette dignité serait une erreur : elle ne se décrète pas, elle se défend. Il appartient donc à chaque citoyen de parler, de revendiquer, de refuser le silence face au mépris — qu’il soit verbal ou matériel — car aucune institution ne se battra jamais pour une dignité que le peuple lui-même n’exige pas.

 

[Source : www.enass.ma]

La escalada implacable de los colonos israelíes en Cisjordania

 

Escrito por Amira Hass

Las incursiones de colonos, la expansión de los puestos de avanzada y la respuesta de los militares han creado condiciones en las que la confrontación, como se vio en los enfrentamientos mortales del fin de semana, es cada vez más inevitable.

Los palestinos en Cisjordania han mostrado y siguen ejerciendo una contención impresionante dado el creciente número de ataques y provocativas "excursiones" de los colonos en sus tierras.

Está claro que parte de esta contención es puro miedo: ¿Quién no tendría miedo de las grandes bandas de hombres armados con armas y palos, que no solo no temen a la policía, al ejército, los tribunales y la opinión pública, sino que saben que, de hecho, recibirán su apoyo?

Un resultado de esta situación es que las casas en las afueras de las aldeas palestinas se han convertido en fortalezas. Sus residentes se rodean con vallas o paredes de alambre de púas, agregan puertas de hierro con control remoto y cubren las ventanas con malla metálica para que las piedras no rompan los cristales.

Cada una de esas casas tiene cámaras de vigilancia que documentan el exterior: personas con las características habituales - una sudadera con capucha y tzitzit (flecos del manto de oración), una kipá y peyots (tirabuzones) - emergen del olivar o el jardín, corriendo o simplemente "hacendo una caminata" alrededor de la casa, si no están tratando de prenderle fuego.

Los residentes prohíben a sus hijos jugar al aire libre o caminar por las colinas vecinas. Después de todo, un grupo de judíos armados de excursión podría aparecer en cualquier momento, y quién sabe qué podría pasar entonces.

El viernes, esta contención se rompió en el pueblo de Tell después de que un grupo de residentes intentara impedir que algunos judíos armados de excursión entraran en el pueblo. Las imágenes del incidente muestran que durante la confrontación posterior, uno de los palestinos se hizo con el arma de Benayahu Melet, un miembro del escuadrón de seguridad en el puesto de avanzada de Havat Gilad, que acompañaba a los excursionistas.

Más tarde, Melet fue muerto a tiros. En uno de los elogios a Melet, se dijo que había "empujado sin descanso la conquista del área" y que era el "espíritu impulsor del foro "Luchando por el último dunam".

Durante el enfrentamiento, soldados o colonos mataron a cuatro hombres de la familia Ramadán, que habían salido a proteger sus hogares e hijos. No es la falta de contención lo sorprendente, sino el hecho de que se haya mantenido durante tanto tiempo, por tanta gente.

Un componente importante de la contención palestina es la comprensión política de que los colonos y sus leales representantes en el gobierno están interesados en que ocurra exactamente lo que está sucediendo: otra ronda de alborotos y disturbios incontrolados por parte de los colonos, en tantas aldeas como sea posible.

Y esto en un momento en que el propio ejército está atacando y dañando a tantos civiles palestinos como sea posible, con los políticos legalizando más puestos de avanzada y granjas judías. Los palestinos saben muy bien que el gobierno ha equipado a sus asaltantes con armas y vehículos todo terreno no para su seguridad, sino para fomentar la escalada de violencia.

Las provocaciones calculadas de los colonos, incluso antes de una nueva campaña electoral, apuntan a objetivos que van mucho más allá de las urnas. Cada caminata planificada de antemano entre las aldeas y cada puesto de avanzada de pastoreo que se hace cargo de la tierra de pastoreo palestinas empuja a Israel a realizar el llamado Plan Decisivo del ministro de Finanzas Bezalel Smotrich.

Este plan se esfuerza por provocar la rendición de los palestinos, su "emigración masiva", más asesinatos y la erosión de cualquier cohesión social.

Las FDI y los servicios de seguridad de Shin Bet se apresuraron a describir el asesinato no planificado del armado Melet como un ataque terrorista. Señalaron así que tienen la intención de explotar la oportunidad que les brindaron los colonos y, en la gran tradición de Israel, castigar a los atacados. Y eso es, de hecho, lo que ha estado sucediendo desde el mediodía del viernes.

El ejército ha estado asaltando aldeas y ciudades, entrando en casas, arrancando olivos, sitiando Nablus, separando los distritos de Cisjordania uno de otro, bloqueando carreteras entre aldeas y arrestando a personas.

El ejército está preocupado por los 70 grupos de autodefensa que se han formado en las aldeas de Cisjordania. A falta de una palabra mejor para describir esta preocupación, la llamaremos chutzpa (descaro).

Como fuerza de ocupación, se suponía que las FDI, que tienen la responsabilidad general de la seguridad en toda Cisjordania, tenían que evitar que los judíos atacaran a civiles palestinos hace décadas. No solo han fracasado en el pasado y en el presente, sino que están ayudando activamente a los asaltantes judíos y luego arrestan a personas que defienden sus hogares e hijos.

No se necesita una imaginación muy activa para adivinar qué pasaría si los jóvenes palestinos, con kaffiyehs alrededor de sus cuellos, se presentaran en el asentamiento de Ariel, por ejemplo, o simplemente fueran de excursión al oeste de la barrera de separación, en tierra fuera de los límites de sus propietarios palestinos. Si un judío disparara y golpeara a estos palestinos, no se le llamaría un acto de terror.

Además, si solo uno de esos palestinos estuviera armado, cualquier judío que se apresurara a matar a esos excursionistas sería llamado héroe. La ocupación militar que ya dura 60 años implica la fabricación de dobles y triples estándares mientras se niega completamente su misma existencia.

También en este asunto, se necesita una gran y constante moderación por parte de los palestinos ocupados para no explotar en rabia y odio todos los días.

El castigo de las víctimas se impone a una población civil, ya significativamente debilitada por las políticas sofocantes del gobierno israelí. La mayor parte de la población palestina se ha empobrecido tras la confiscación de los ingresos de la Autoridad Palestina por parte del Ministerio de Finanzas y la prohibición de trabajar en Israel.

La expansión de los puestos de avanzada y las crecientes declaraciones de zonas militares cerradas están eliminando fuentes de sustento como el pastoreo y la agricultura. El sistema de sanidad palestino casi ha dejado de funcionar, y la situación de las personas con enfermedades crónicas se está deteriorando dada la falta de medicamentos.

Además, el cruce fronterizo de Karameh (Allenby), que es el único cruce internacional disponible para los palestinos, está abierto solo durante horas limitadas y está cerrado los sábados. Esta realidad no solo permite una próspera industria de extorsión, sino que convierte cada entrada o salida de Cisjordania en una saga agónica.

Ningún palestino espera un desastre inminente, ya lo están viviendo, y saben que la destruida Franja de Gaza es el modelo definitivo imaginado por el régimen de Israel.

El liderazgo de la Autoridad Palestina parece más patético y fuera de contacto que nunca. Condena, advierte y llama al mundo a intervenir, como si fuera una organización no gubernamental y no un organismo que pretende ser el único representante del pueblo palestino.

No inicia ni planea medidas políticas audaces que lo liberen del estancamiento impuesto por los Acuerdos de Oslo, que Israel ha estado violando hace mucho tiempo. No está desplegando miles de sus fuerzas de seguridad para proteger a los atacados, debido al acuerdo que le prohíbe hacerlo.

Incluso en las casas de los partidarios veteranos de Fatah, la gente no oculta la indignación y el rechazo que siente hacia la Autoridad Palestina. No por su debilidad, sino por usar esta debilidad como excusa para la inacción y la falta de ideas. Los palestinos están convencidos de que el escalón gobernante está preocupado por perder los escasos privilegios otorgados por Israel y las ventajas económicas derivadas de su estatus.

Aquí, también, la gente mantiene la moderación, tanto porque temen a las fuerzas de seguridad de la Autoridad Palestina como porque saben que la derecha israelí dominante da la bienvenida a cualquier tensión interna entre los palestinos y alienta un sangriento conflicto interno.

 

Amira Hass es una reconocida corresponsal del diario israelí Haaretz con residencia en Ramallah

 

[Fuente: www.haaretz.com - reproducido en www.sinpermiso.info]

sexta-feira, 24 de julho de 2026

Cómo se inventó el país más racista del mundo

La campaña antiargentina fue un discurso de odio revestido de progresismo. 


Por Martín Mosquera

Entrevista por Gabriel Vera Lopes

 

Durante el Mundial de fútbol recién finalizado, el enfrentamiento entre selecciones derivó rápidamente en una campaña internacional contra Argentina. Figuras muy diversas, de Rosalía y Patti Smith a Samuel L. Jackson, Yanis Varoufakis y el escritor y activista Etan Thomas, participaron de una denuncia masiva del supuesto racismo excepcional del país, amplificada por las redes sociales y por buena parte de la prensa occidental, conservadora y progresista. El apoyo a sus adversarios llegó así a presentarse como una causa antirracista, mientras la sociedad argentina era reducida a una caricatura blanca, xenófoba y supremacista.

En esta entrevista, Martín Mosquera analiza el origen emocional y político de la campaña, discute la situación real del racismo en Argentina y cuestiona el papel desempeñado por una parte de la intelectualidad progresista global. La conversación fue realizada originalmente para Brasil de Fato y se publica aquí en una versión ligeramente adaptada.

¿Qué pensás de la ola antiargentina global?

Martín Mosquera

La verdad es que fue un fenómeno bastante impresionante. Durante algunos días, Argentina llegó a aparecer en las redes como el país más odiado del mundo, incluso por encima de Estados Unidos. Hasta cierto punto, nada de esto debería sorprendernos demasiado. El fútbol moviliza rivalidades nacionales intensas y las redes sociales las procesan dentro de un ecosistema dominado por la agresividad y las noticias falsas. Pero la situación pronto pasó a otro nivel.

Lo que comenzó como una reacción bastante típica de la competencia deportiva fue creciendo hasta alcanzar a buena parte de la prensa internacional. Desde la derecha se recuperó la vieja representación del argentino como una figura bárbara y deshonesta. The Telegraph, un diario conservador inglés, por ejemplo, tituló «Fútbol 1, delincuentes 0». El partido dejó de ser una competencia deportiva y pasó a presentarse como una confrontación moral entre el supuesto juego civilizado de España y la violencia constitutiva de los argentinos.

Más sorprendente todavía fue el papel de los medios progresistas o liberales occidentales. Publicaciones como The New YorkerThe GuardianLos Angeles Times o El País se sumaron, con distintos grados y matices, a una narración que presentaba el torneo como una lucha entre una Argentina blanca y racista y el multiculturalismo encarnado por las selecciones europeas. La operación era diferente de la conservadora, pero complementaria. Mientras unos denunciaban la barbarie argentina, otros la convertían en una expresión de supremacismo racial.

La escena era, como mínimo, paradójica. Pensemos un segundo. Cuando la campaña alcanzó su pico, el cuadro de semifinales reunía a tres selecciones pertenecientes a países centrales, con extensas historias coloniales y problemas contemporáneos muy documentados de racismo, frente a la selección de un país periférico. Sin embargo, una parte del progresismo internacional consiguió presentar el apoyo a España, Inglaterra o Francia como una posición anticolonial y antirracista frente a Argentina.

Creo que fue un caso bastante característico de nuestra época. En pocos días se produjo colectivamente una imagen completamente delirante de Argentina. Tal vez pueda resumirse en la intervención de Samuel L. Jackson, que llegó a presentar a Argentina como el país probablemente más racista del mundo y sugirió que las personas negras no debían alentar a su selección. Jackson es un actor genuinamente comprometido con los derechos civiles y vive, además, en un país cuya historia de esclavitud y segregación sigue proyectándose sobre el presente, donde se mantiene una enorme tradición de supremacismo blanco y son habituales los crímenes de odio. Creo que sus palabras dan la medida de la distorsión alcanzada por la campaña.

Estamos hablando de un poderosísimo aparato cultural global que se montó sobre una campaña de hostigamiento surgida en las redes sociales y amplificada por ellas. Para una sociedad periférica con escasa capacidad de intervención en la conversación pública mundial, contrarrestar un discurso de esa magnitud resultó prácticamente imposible. Hubo voces críticas, pero fueron minoritarias y no consiguieron alcanzar una circulación comparable. Entre ellas estaban, precisamente, muchas de las personas en cuyo nombre supuestamente hablaba la campaña, desde organizaciones afroargentinas hasta colectivos de migrantes latinoamericanos que describían experiencias y formas de recepción muy distintas de la caricatura que circulaba en el exterior.

Creo que el inicio de todo esto fue mucho más prosaico de lo que después pretendieron las racionalizaciones políticas. La materia prima de nuestras conductas, de las de todos nosotros, son las emociones. Las razones suelen llegar después, como coartada o disfraz de nuestras pasiones. Y en el fondo de todo esto hubo una emoción muy intensa, reactivada en el contexto del Mundial de fútbol.

El punto de partida fue la irritación que produjo en mucha gente el nuevo avance de la selección argentina, después de haber «sufrido» la arrogancia de sus hinchas tras el Mundial de Qatar de 2022. Había, sencillamente, un rechazo emocional ante la posibilidad de otra victoria argentina. En España se sumó, probablemente, la prolongada hostilidad hacia Messi de una parte importante del «madridismo», que durante años organizó una cultura deportiva y mediática alrededor de su rivalidad con el jugador argentino.

En América Latina ya existía un sentimiento antiargentino previo, asociado a la fama de arrogancia nacional. A eso se sumó la frustración de países enormes, con mucho más presupuesto y población. México arrastra una larga historia de decepciones futbolísticas, mientras Brasil atraviesa la mayor sequía mundialista de su historia justo cuando su principal rival regional encadena una etapa de éxitos. Brasil fue, de hecho, uno de los focos más activos de la campaña.

El fútbol es un extraordinario movilizador de emociones y, durante un Mundial, se combina con esa fuerza enigmática y poderosa de la modernidad que es el sentimiento nacional. El origen del fenómeno fue, en buena medida, una mezcla de rivalidad deportiva y orgullo herido ante la posibilidad de otra victoria argentina. Todo ello amplificado por una tecnología construida para premiar la agresividad y la indignación. Las redes sociales, y particularmente X bajo la conducción de Elon Musk, funcionan como una maquinaria de exaltación de este tipo de discursos.

Sobre esa base emocional se construyeron tres racionalizaciones políticas. La primera fue la idea de un supuesto favoritismo de la FIFA hacia Argentina, una acusación conspirativa con muy poco sustento. Cualquier decisión arbitral favorable era presentada como prueba de un complot, mientras se ignoraban los errores que perjudicaban al equipo o los beneficios recibidos por otras selecciones.

No sorprende a nadie la opacidad de la FIFA, acentuada por la influencia de Donald Trump en un Mundial organizado en Estados Unidos. Esa cercanía quedó expuesta cuando el presidente intervino para que se levantara la sanción a Folarin Balogun, jugador de la selección estadounidense. También resultó indignante la exclusión del árbitro somalí Omar Abdulkadir Artan, junto con decisiones arbitrales muy polémicas, como las del partido entre Croacia y Portugal, tras el cual la federación croata presentó una protesta formal. Ninguno de estos episodios benefició a Argentina. El torneo confirmó hasta qué punto la FIFA está atravesada por la mercantilización y la corrupción.

El segundo eje fue el vínculo del gobierno de extrema derecha de Javier Milei con figuras como Trump y Netanyahu. Ese alineamiento del gobierno argentino es real y forma parte de una orientación política concreta cuyas consecuencias padece la población del país. Sin embargo, su utilización dentro de la campaña fue selectiva y distorsiva. Se señaló, por ejemplo, la participación de Messi en una reunión institucional del Inter de Miami con Trump, un hecho repudiable. En cambio, no generaron un repudio comparable encuentros mucho más personales, como el de Harry Kane jugando al golf con Trump o la visita individual de Cristiano Ronaldo.

Mientras se condenaba a la selección argentina por esa supuesta cercanía política, también se ignoraron gestos que iban en sentido contrario. Junto con la hermosa imagen de Lamine Yamal celebrando con la bandera palestina, Argentina protagonizó uno de los pocos actos de desobediencia política del torneo. Tras la semifinal contra Inglaterra, varios jugadores desplegaron una bandera con la inscripción «Las Malvinas son argentinas», desafiando una prohibición explícita de la FIFA, respaldada incluso por el gobierno de Milei. El gesto conectaba con un sentimiento popular profundo y exponía a los jugadores a posibles sanciones. También generó incomodidad en el oficialismo, que reaccionó con hostilidad. Fue una intervención breve pero poderosa.

El tercer eje fue el racismo. En este punto, el rechazo encontró una racionalización más noble y mucho más eficaz. La campaña dejó de presentarse como una rivalidad futbolística y comenzó a describirse como una lucha moral contra un país supuestamente blanco, colonial, racista, violento y tramposo.

Eso no significa que Argentina carezca de racismo. Hay racismo, como existen otras formas de discriminación y desigualdad. Distintos grupos racializados, entre ellos pueblos originarios, afrodescendientes y migrantes regionales, sufren prejuicios y formas de exclusión. Y el fútbol constituye uno de los espacios donde esas expresiones aparecen de manera más desagradable e hipertrofiada. Pero la situación real guarda muy poca relación con la imagen construida por esta campaña.

Fue realmente sorprendente leer cosas cada vez más delirantes escritas por personas que conozco, muchas de ellas personas cercanas, además de inteligentes y formadas. Reproducían noticias falsas de fácil refutación y generalizaciones que jamás aceptarían si estuvieran dirigidas contra otros pueblos. También fue inquietante observar la creciente agresividad del lenguaje. Un militante marxista que está entre mis contactos en X llegó a pedir que Irán bombardeara Buenos Aires. Evidentemente no hablaba en serio, pero el comentario mostraba hasta qué punto se había naturalizado la hostilidad colectiva.

La experiencia fue reveladora. Nos permitió observar desde adentro cómo funcionan las redes de odio de las que se alimenta la extrema derecha. Todo empieza con una emoción intensa. Después, algunos hechos verdaderos se sacan de contexto y se mezclan con falsedades dentro de una comunidad que solo escucha lo que confirma sus certezas. En muy poco tiempo puede construirse una realidad completamente imaginaria y conseguir que personas inteligentes la reproduzcan con convicción.

Creo que no es exagerado hablar en este caso de un discurso de odio. Reunió varios de sus rasgos característicos: partió de una emoción exaltada, se propagó por las redes sociales, se alimentó de noticias falsas y medias verdades y atribuyó características morales a una población completa. Como suele ocurrir, esa estigmatización también tuvo consecuencias fuera de las redes, con episodios de agresión contra argentinos en España, México y Brasil. Por el momento fueron casos acotados, pero muestran que estas narrativas nunca son inocuas.

Lo más llamativo fue que una parte de la izquierda y de la intelectualidad progresista global, principalmente europea y estadounidense, funcionó como una pieza decisiva de la campaña. Le proporcionó un lenguaje respetable y una racionalización política.

Diría, por eso, que fue un discurso de odio disfrazado de progresismo. Una rivalidad futbolística perfectamente comprensible fue transformada en una condena moral de una población completa, y una parte del progresismo internacional le otorgó legitimidad política.

GVL

¿Cuál es la situación del racismo en Argentina?

MM

Argentina tiene racismo, pero no es la sociedad excepcionalmente racista que se construyó durante esta campaña. Ambas afirmaciones deben sostenerse simultáneamente.

Existe discriminación contra pueblos indígenas, afrodescendientes y migrantes de la región. Hay violencia policial selectiva y una cultura futbolística en la que sobreviven expresiones racistas y xenófobas muy fuertes. Durante mucho tiempo, además, el relato oficial presentó a Argentina como una nación puramente blanca y europea, minimizando la diversidad étnica y racial de su población.

Pero cuando se dejan de lado las impresiones y los episodios virales y se observan las instituciones, la historia social y los estudios comparativos, la caricatura internacional empieza a desmoronarse.

Para empezar, Argentina construyó uno de los sistemas de derechos civiles más avanzados de América Latina. Fue el primer país de la región en reconocer el matrimonio igualitario y la adopción plena por parejas del mismo sexo. Su Ley de Identidad de Género permitió modificar el nombre y el sexo registrado sin autorización judicial ni requisitos médicos o psiquiátricos, y fue considerada una legislación pionera a escala mundial. También reconoció la migración como un derecho humano y estableció un régimen relativamente abierto, con acceso de los extranjeros a los servicios públicos.

Argentina tampoco desarrolló nada comparable con el muro entre Estados Unidos y México ni con el régimen fronterizo europeo en Ceuta y Melilla, donde las políticas de contención migratoria han producido muertes y graves violaciones de derechos humanos bajo gobiernos conservadores y socialdemócratas. Esto no lo menciono para relativizar los racismos argentinos mediante la enumeración de los crímenes ajenos, sino porque durante esta campaña España fue presentada como la encarnación de una sociedad multicultural e integrada frente a una Argentina cerrada y supremacista. ¿Acaso no exige esta contraposición borrar de un plumazo buena parte de la realidad europea?

El gobierno de Milei está atacando una parte considerable de ese entramado institucional y promoviendo una política más restrictiva y punitiva. Hasta ahora, sin embargo, su capacidad para desmontarlo ha sido limitada. Su ofensiva constituye un retroceso precisamente porque existe una tradición previa de derechos civiles particularmente avanzada.

La historia argentina también presenta diferencias estructurales importantes. La Asamblea del Año XIII fue una asamblea política reunida en Buenos Aires durante el proceso de independencia del Río de la Plata. Aunque no abolió completamente la esclavitud, dispuso que los hijos de mujeres esclavizadas nacieran libres y adoptó medidas para limitar la trata. La abolición definitiva quedó establecida en la Constitución de 1853. Estados Unidos, por su lado, abolió la esclavitud en 1865, pero mantuvo durante casi otro siglo un régimen legal de segregación racial bajo las leyes Jim Crow.

La economía rioplatense nunca tuvo una estructura basada centralmente en la esclavitud comparable con Brasil o el sur de Estados Unidos. Esto no ocurrió porque las élites argentinas fueran antirracistas; eran abiertamente racistas. La diferencia se explica por otra estructura económica y social. Pero esa diferencia dejó consecuencias históricas.

A ella se sumó una tradición igualitaria poderosa. Historiadores de orientaciones muy diversas han vinculado esa tradición con la politización de la inmigración obrera, la fuerza del movimiento sindical y la incorporación de las clases populares mestizas a la vida política, especialmente durante el peronismo. También señalan el papel integrador de la educación pública y de una sociedad civil muy activa y densamente organizada.

Ese igualitarismo convivió con el racismo, pero contribuyó a atenuar algunos de sus efectos. También ayuda a explicar la ubicación relativa de Argentina frente a sociedades atravesadas por desigualdades raciales mucho más profundas. Argentina tiene enormes desigualdades materiales y simbólicas, pero existe a la vez una norma cultural fuerte contra la afirmación abierta de una superioridad fundada en el nacimiento, un fenómeno ampliamente documentado y estudiado por politólogos e historiadores. Esa tensión forma parte de la historia nacional.

Los estudios comparativos disponibles tampoco respaldan la imagen de una excepcionalidad racista. En el World Values Survey, que pregunta, entre otras cosas, si las personas rechazarían tener vecinos de otra raza, Argentina suele ubicarse entre los países con menor prejuicio racial declarado. Sus resultados son generalmente mejores que los de buena parte de la región y comparables con los de sociedades europeas de baja intolerancia. Según la pregunta considerada, Argentina suele ubicarse cerca de España o Reino Unido y, con frecuencia, por encima de Francia.

El Project on Ethnicity and Race in Latin America ofrece otra base comparativa. El estudio examina la relación entre color de piel y posición socioeconómica en varios países de la región. Sus resultados muestran que las jerarquías raciales atraviesan a toda América Latina, aunque con intensidades desiguales, y las brechas asociadas al color de piel son especialmente pronunciadas en países como Brasil, Colombia, México y Perú. Esto no elimina la existencia de racismo en Argentina, pero sí contradice la imagen de una excepcionalidad argentina construida por contraste con países vecinos que, en realidad, presentan desigualdades étnico-raciales muy profundas.

En buena parte de América Latina existen desigualdades étnico-raciales más profundas y visibles que las argentinas. Brasil exhibe brechas raciales muy pronunciadas tanto en las condiciones de vida como en la exposición al encarcelamiento y la violencia policial. México presenta profundas desigualdades que afectan especialmente a la población indígena y, de manera menos estudiada pero también documentada, a las comunidades afromexicanas. En otros países de la región, la pertenencia indígena o afrodescendiente también está estrechamente asociada a la pobreza y la marginación social.

Francia y Reino Unido, por su parte, cuentan con abundante evidencia sobre discriminación en el mercado de trabajo y en el trato policial. España enfrenta un racismo significativo contra migrantes africanos y una política fronteriza asociada a graves violaciones de derechos humanos.

Por eso, frente a la afirmación de que Argentina es más racista que las principales sociedades latinoamericanas o que Francia, España o Inglaterra, la pregunta inmediata debería ser: ¿según qué indicador? Los estudios comparativos de actitudes no sostienen esa conclusión. Las instituciones de derechos civiles tampoco. Las desigualdades étnico-raciales son considerablemente más profundas en otros países de la región, mientras varias sociedades europeas presentan problemas ampliamente documentados de discriminación institucional.

Esto no permite elaborar un ranking definitivo de sociedades racistas. Pero sí permite descartar la caricatura que circuló durante la campaña. No existe evidencia seria para afirmar que Argentina sea una anomalía racista frente a esos países. En varios indicadores, la evidencia disponible apunta en la dirección contraria.

¿Cómo se formó, entonces, la imagen exterior de una Argentina especialmente racista? Creo que hubo dos factores decisivos.

El primero es, precisamente, el fútbol. Los estadios son uno de los espacios donde el racismo argentino aparece de manera más hipertrofiada. La cultura futbolística local tiene naturalizados los cantos racistas. Además, los argentinos que viajan regularmente a los mundiales no son una muestra sociológica del país. Pertenecen en gran medida a sectores medios altos y altos, entre los cuales el clasismo y el racismo pueden expresarse de manera particularmente cruda.

El segundo factor es la dificultad para reconocer la diversidad argentina cuando no adopta las formas fenotípicas y categoriales de Estados Unidos. La sociedad argentina es profundamente mestiza, aunque ese mestizaje haya sido recubierto durante décadas por una ideología de blanquitud. Desde el exterior, esa ideología suele aceptarse literalmente. Argentina dijo alguna vez que era blanca y sus críticos decidieron creerle.

Las categorías argentinas de raza y clase tampoco coinciden con las estadounidenses. La palabra «negro», por ejemplo, puede funcionar como categoría racial, insulto clasista, pero también, y muchas veces, como una forma afectiva de trato. Esa polisemia obliga a atender al contexto. Un ejemplo de esto fue la sanción impuesta por la Federación Inglesa a Edinson Cavani por escribirle «gracias, negrito» a un amigo. Un uso afectuoso del español rioplatense fue interpretado como un agravio racial. Terminó sancionado un uso afectivo del término porque una institución inglesa trasladó a otro contexto lingüístico su propio código sobre el lenguaje racial.

El desafío consiste en evitar dos simplificaciones. La primera es la vieja negación local del racismo, según la idea de que, como aquí no existe una división racial idéntica a la estadounidense, no hay discriminación. La segunda es la caricatura inversa, que convierte a Argentina en una anomalía supremacista y desconoce su composición popular y mestiza, así como la tradición igualitaria expresada en buena parte de sus instituciones.

La comparación internacional permite rechazar una afirmación empíricamente falsa sin minimizar los problemas reales del racismo argentino. Esa falsedad, además, produce efectos políticos negativos sobre los que vale la pena detenerse. Argentina no aparece, ni en sus instituciones ni en los principales estudios internacionales de actitudes, como una sociedad más racista que los países latinoamericanos o las grandes potencias europeas que protagonizaron esta campaña. En varios indicadores ocurre exactamente lo contrario.

GVL

¿Qué pensás del papel de la intelectualidad progresista global?

MM

Fue uno de los aspectos más decepcionantes. Una parte considerable de la intelectualidad progresista europea y estadounidense reprodujo exactamente la actitud eurocéntrica que los departamentos anglosajones de estudios decoloniales dicen denunciar: habló desde un pedestal moral sin molestarse demasiado en conocer la historia concreta ni la realidad social del país al que estaba condenando. De ese modo, convirtió a una sociedad periférica en objeto de juicio e invisibilizó el racismo característico de sus propias sociedades.

El excelente artículo que publicó Jacobin en Estados Unidos, hay que decirlo, uno de los pocos medios importantes de izquierda que se opuso abiertamente a esta ola, y que tradujimos con el título «Contra el moralismo geopolítico futbolero», señaló algo fundamental: muchas de estas intervenciones no intentaban comprender una realidad desconocida, sino forzarla dentro de categorías preestablecidas del Norte Global.

Como los autores lo formularon de una manera mejor de lo que yo podría hacerlo, voy a citarlos ampliamente:

Las desigualdades raciales en nuestro país no encajan, ni podrían encajar jamás, en el patrón estadounidense. Verlas como versiones menores de las de Estados Unidos encaja exactamente en la definición de lo «imperial», en la práctica de «gobernar sobre» una multiplicidad de culturas por lo demás dispares. Este «gobernar sobre» desestima las particularidades, ignora formas de ver ajenas y, en general, espera que toda esa diversidad se subordine a esta mirada dominante y monolítica. Esto no es un rasgo exclusivo de los ideólogos de derecha; lamentablemente, se extiende también a algunos de quienes en otros contextos denunciarían al imperio.

La historia racial argentina no puede comprenderse como una versión incompleta o defectuosa de la experiencia estadounidense. Convertir una historia nacional particular en modelo universal y obligar a las demás sociedades a reconocerse en ella es un gesto que podría considerarse, en definitiva, imperial.

Estados Unidos organizó históricamente su sistema racial alrededor de la esclavitud de plantación y, más tarde, de la segregación jurídica, dentro de una clasificación relativamente binaria entre blancos y negros. Brasil tuvo otra trayectoria, atravesada por una economía esclavista de enorme escala y por jerarquías más graduales de color. Argentina tuvo una formación diferente, marcada por la menor centralidad económica de la esclavitud y por un mestizaje cuya visibilidad fue posteriormente desplazada por el peso demográfico y simbólico de la inmigración europea masiva. A eso se sumaron la invisibilización de afrodescendientes y pueblos originarios y una tradición de integración social que convivió con formas concretas de discriminación.

Aplicar, aunque sea de manera implícita, una clasificación racial binaria importada de Estados Unidos conduce a inspeccionar los rostros y los tonos de piel de los jugadores argentinos para decidir si son suficientemente negros. Como no encajan en una imagen estereotipada de la negritud, la selección es declarada blanca. Pero la selección argentina es mestiza y socialmente popular, formada en su enorme mayoría por jugadores provenientes de hogares trabajadores de las provincias y periferias urbanas. La sociedad, en su mayoría, se identifica con ellos por sus trayectorias y porque reconoce en sus maneras una pertenencia común, no porque representen una fantasía de pureza blanca.

La selección argentina también es multicultural, aunque su diversidad no coincida con la imagen que una oficina universitaria estadounidense espera encontrar. Refleja las migraciones internas, así como una diversidad de ascendencias integrada por instituciones populares como los clubes de barrio.

También hubo una asimetría evidente en los criterios. Argentina quedó sometida a un examen moral absoluto, mientras España, Francia e Inglaterra eran liberadas de toda evaluación histórica y contemporánea. Desaparecieron sus historias coloniales y las formas contemporáneas de violencia contra migrantes y poblaciones racializadas.

¿España es una sociedad multicultural y Argentina una sociedad racista? España es una sociedad con una importante población de origen migrante, y Lamine Yamal, además de ser un jugador excepcional, ha sostenido posiciones políticas valientes, reivindicando sus orígenes humildes y expresando su apoyo a Palestina. Muchos argentinos vimos en él algo de Diego Maradona, probablemente el futbolista que más abiertamente se enfrentó a la FIFA y que asumió compromisos políticos y populares reconocibles.

Pero también vimos al capitán de España celebrar junto a su afición «por el rey y por España», cuando esa idea de España ha estado históricamente asociada a la subordinación de las identidades nacionales catalana, vasca y gallega. España enfrenta, además, una violencia sistemática contra migrantes africanos y una derecha xenófoba que todavía se alimenta de las persistencias culturales del franquismo. Francia presenta una discriminación ampliamente documentada contra personas de origen africano y magrebí. En el Reino Unido existen brechas raciales en las condiciones de vida y una fuerte desigualdad en el encarcelamiento y el trato policial.

No se trata de defender al propio país reemplazando un estigma por otro. Se trata, sencillamente, de mostrar la arbitrariedad de una intelectualidad occidental que convirtió a esas sociedades en emblemas del multiculturalismo y el antirracismo mientras sometía a Argentina a un juicio moral absoluto.

Nada de esto convierte a esas sociedades en esencias racistas. Ese es precisamente el criterio que debería aplicarse también a Argentina. Las sociedades son formaciones contradictorias, atravesadas por relaciones de poder y conflictos internos. No pueden reducirse a una esencia moral deducida de una selección de fútbol.

El comentario de Yanis Varoufakis fue un ejemplo particularmente elocuente de esa simplificación, aunque la lista es lamentablemente interminable. Varoufakis celebró el triunfo español afirmando que el fútbol había vencido a su mercantilización y que la brillantez colectiva de España se había impuesto al individualismo argentino.

Pero ¿por qué Argentina representaría la mercantilización y España su superación? La Federación Española forma parte de una de las industrias futbolísticas más ricas y poderosas del mundo, dominada por clubes como Real Madrid y Barcelona. Argentina, en cambio, ocupa una posición periférica y forma jugadores que luego son absorbidos por las ligas europeas. Convertir al polo subordinado en símbolo del mercado y a uno de sus centros principales en emblema de la resistencia muestra hasta qué punto una preferencia deportiva fue revestida arbitrariamente de contenido político. También revela una considerable ignorancia, tanto sobre la estructura del fútbol mundial como sobre las relaciones entre centro y periferia, un terreno en el que cabe exigir bastante más de una figura del prestigio intelectual y político de Varoufakis.

También resulta arbitrario identificar a Argentina con el individualismo por la presencia de Messi. Es cierto que la selección se benefició de una figura providencial, comparable únicamente, en otros contextos históricos, con Pelé o Maradona. Pero el equipo argentino de los últimos años fue profundamente colectivo, construido alrededor de la solidaridad entre sus jugadores y de la subordinación de sus figuras a un proyecto común. Lo importante, de todos modos, no es la discusión futbolística, sino la desfiguración de la realidad a la que se prestaron figuras prestigiosas de la intelectualidad europea. El comentario de Varoufakis dice mucho menos sobre el juego argentino que sobre la necesidad de convertir un episodio deportivo en una victoria moral y política, de manera irresponsable y contribuyendo a una suerte de hostigamiento global contra un país.

No se trata necesariamente de mala fe. Fueron, más bien, actos irresponsables que dicen mucho sobre nuestro tiempo. Una persona con autoridad intelectual debe ser especialmente cuidadosa cuando habla de una sociedad que no conoce. No puede convertir intuiciones formadas a partir de publicaciones virales en afirmaciones generales sobre la historia y el carácter de un pueblo. El prestigio aumenta esa responsabilidad, porque sus palabras proporcionan legitimidad a comportamientos que luego circulan de manera mucho más agresiva.

También hubo una forma de ventriloquia política. Se habló en nombre de distintos colectivos racializados de Argentina, pero rara vez se los escuchó. Muchas de esas voces rechazaron la caricatura internacional sin negar los problemas reales de discriminación en Argentina. Sin embargo, tuvieron mucha menos circulación que las opiniones de celebridades extranjeras. El supuesto antirracismo volvió a colocar a los centros culturales internacionales en el lugar de quienes explican una sociedad periférica por encima de quienes viven en ella.

Una intelectualidad verdaderamente internacionalista debería juzgar menos rápido y conocer mejor las historias nacionales sobre las que interviene. También debería resistir la opinología irresponsable y el vedetismo narcisista que estimulan las redes sociales. El antirracismo pierde fuerza cuando se convierte en una distribución arbitraria de certificados morales y se vuelve directamente imperial cuando transforma las categorías del Norte Global en la medida universal con la que deben ser juzgadas las sociedades periféricas.

GVL

¿Por qué esta campaña constituye un problema político y no solamente una representación injusta de Argentina?

MM

Porque el problema excede ampliamente la reputación internacional del país. Mi preocupación no es defender el honor nacional ni demostrar ninguna presunta superioridad moral de los argentinos. Lo grave es que una parte de la izquierda y del progresismo internacional haya adoptado los procedimientos de una campaña de odio y los haya presentado como una forma de antirracismo.

Ese mecanismo perjudica, en primer lugar, a quienes combaten el racismo dentro de Argentina. Los colectivos racializados quedaron enfrentados a una caricatura exterior que tenía poco que ver con sus experiencias concretas. La derecha puede aprovechar ahora esa exageración para negar el problema real. Si es absurdo afirmar que Argentina es el país más racista del mundo, entonces, dirá, toda denuncia de racismo es falsa. El moralismo extremo termina ofreciéndole una coartada.

La campaña también divide a pueblos que deberían reconocerse como aliados. Las sociedades latinoamericanas están atravesadas por problemas específicos de racismo, pero también por historias de luchas obreras, indígenas, democráticas y anticoloniales. Convertir rivalidades futbolísticas en una competencia moral entre pueblos resulta políticamente desastroso, sobre todo en un momento de avance de la extrema derecha y renovada presión estadounidense sobre la región.

El problema de fondo es qué tipo de izquierda se está formando cuando puede participar con tanta facilidad en campañas de estigmatización nacional. El internacionalismo se vacía cuando la solidaridad entre pueblos es reemplazada por una competencia por demostrar quién ocupa el lugar moralmente correcto. El racismo debe ser combatido y denunciado allí donde aparezca. Pero una izquierda incapaz de distinguir entre combatir el racismo y estigmatizar a un pueblo termina empujando hacia la reacción a personas que no son racistas ni derechistas. La extrema derecha ha sabido explotar muy bien esa experiencia de humillación moral.

El internacionalismo siempre consistió en construir solidaridad entre pueblos diferentes a partir del conocimiento de sus historias y de las estructuras que los enfrentan. Una campaña que convierte a un pueblo periférico en objeto colectivo de odio destruye ese vínculo.

Por eso debe ser denunciada con claridad. Argentina no está libre de racismo, pero ningún racismo se combate estigmatizando una nacionalidad. Las críticas extranjeras son legítimas, pero deben fundarse en hechos y en un conocimiento histórico capaz de aplicar criterios simétricos. La solidaridad entre los pueblos oprimidos es demasiado importante como para dejarla subordinada al moralismo y a la lógica de las redes sociales.

Sobre el entrevistador

Gabriel Vera Lopes es corresponsal de Brasil de Fato y participa en distintos espacios de formación vinculados a movimientos sociales de América Latina.

 

 

[Foto: Lucia Prieto - fuente: www.jacobinlat.com]