quinta-feira, 8 de outubro de 2026

Incel: la solitudine maschile è un problema sociale, non una conseguenza del femminismo

La solitudine va discussa analizzando e agendo sulla debolezza e le sofferenze di chi resta ai margini. La solitudine in generale, e maschile in particolare, è un problema sociale, di salute pubblica e un “campo di battaglia politico”: le cause non possono essere ricercate né nelle narrazioni antifemministe, né imputate alle scelte delle donne. Rassegna. 

Di Francesca Barca 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) annovera la solitudine tra i problemi di salute pubblica per le società contemporanee. Il rapporto, che menziona anche l’“isolamento sociale” (un’oggettiva mancanza relazioni o interazioni), definisce la solitudine come “un’esperienza soggettiva che si riferisce a uno stato emotivo negativo derivante da una discrepanza tra l’esperienza desiderata e quella effettiva di connessione sociale”.  

La solitudine non è univoca, non è solo relazionale e affettiva, ed è anche una questione sociale e politica.  

Incel e solitudine 

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla diffusione della parola “incel”, in relazione agli attentati terroristici commessi in nome di questa ideologia (che fa parte del più ampio mondo delle correnti mascoliniste) e alla diffusione della serie Adolescence, prodotta da Netflix.  

Il termine, abbreviazione di “involuntary celibate”, tradotto con “celibi involontari” (ma sarebbe più giusto parlare di “casti involontari”, ne abbiamo parlato qui) ha riaperto un dibattito interessante sulla solitudine maschile, ma anche prodotto una narrativa che va smontata. 

Ne parla la sociologa Katarzyna Dębska sulla testata polacca Krytyka Polityczna: “Si dice che per gli uomini sia più difficile trovare una compagna, anche se non mancano storie di donne che desiderano costruire una relazione soddisfacente, ma subiscono un fallimento dopo l’altro”.  

Dębska, che è ricercatrice alla facoltà di sociologia dell’Università di Varsavia, fa riferimento al maggiore “capitale” maschile nel cosiddetto mercato matrimoniale, tema a studiato dalla sociologa Eva Illouz in diverse ricerche, tra cui Why Love Hurts: A Sociological Explanation (2012, tradotto in italiano: Perché l'amore fa soffrire Il Mulino, 2015) o Unloving: A Sociology of Negative Relations (Oxford University Press, 2018), dove mostra come il “capitale” maschile resti nettamente superiore nelle relazioni amorose rispetto a quello femminile. 

Il capitale maschile secondo Eva Illouz

Per Illouz il capitale maschile (nell’ambito delle relazioni eterosessuali) è il valore e la desiderabilità che un uomo può mobilitare nelle relazioni amorose grazie a fattori come status sociale, reddito, prestigio professionale, autonomia, sicurezza di sé, capacità di non impegnarsi e accesso a potenziali partner. Gli uomini, soprattutto quelli socialmente ed economicamente più avvantaggiati, accumulano “capitale” perché possono combinare successo sociale, desiderabilità sessuale e libertà emotiva. Questa posizione consente loro spesso di scegliere, ritardare l’impegno, moltiplicare le opzioni e mantenere una certa distanza emotiva. Più delle donne. Questo capitale è legato, secondo la sociologa, allo sviluppo della società neoliberale, che toglie regole e precarizza strutture anche nell’ambito sentimentale e sessuale. 

La solitudine, un “campo di battaglia politico” 

Quali sono le cause della solitudine maschile? La risposta a questa domanda, continua Dębska, è un “campo di battaglia politico”. Per la “manosfera” e gli ambienti anti-gender la colpa è dell’emancipazione femminile, e questa retorica va combattuta.  

Negli ultimi decenni la posizione delle donne nella società si è rafforzata: l’accesso all’istruzione e al lavoro, così come agli spazi di socializzazione, ha rimesso in discussione non solo i ruoli di genere classici, ma anche la formazione delle coppie:  “A completare questo quadro ci sono il capitale sessuale e quello emotivo. Del primo parlano le sociologhe Dana Kaplan ed Eva Illouz nel libro What is Sexual Capital? [“Che cos’è il capitale sessuale?”]. Quali caratteristiche fisiche o comportamentali siano altamente apprezzate e quali invece screditino socialmente un individuo è determinato da fattori storici e culturali. In alcune epoche e contesti, per esempio, la verginità delle donne; in altri, è invece il numero elevato di partner sessuali (soprattutto nel caso degli uomini)”, spiega Dębska. “Come osservano le sociologhe, il capitale sessuale aumenta l’autostima degli individui, contribuendo a costruire un senso di agency e di controllo sulla propria vita”. 

Dębska inoltre, aggiunge un tassello: sono gli uomini delle classi popolari che percepiscono maggiormente queste differenze: “Questi uomini, a causa della loro posizione di classe, non possono incarnare la mascolinità egemonica, che la sociologa australiana Raewyn Connell  descrive come la più ambita in una data società, solitamente associata al possesso di un vantaggio non solo sulle donne, ma anche sugli altri uomini, nonché al rispetto e al riconoscimento da parte loro”. 

La voce di “celibi involontari” che non sono incel  

In un articolo per la testata indipendente ceca Deník Referendum la reporter Petra Dvořáková ha incontrato otto uomini che hanno raccontato il loro celibato involontario. Nessuno, scrive, frequenta regolarmente i forum incel né si riconosce nell’odio verso le donne.  

Tutti raccontano una sofferenza profonda, legata a isolamento, bassa autostima, difficoltà relazionali, traumi, bullismo, depressione e, spesso, sintomi o diagnosi di Adhd o autismo. “La maggior parte ha sottolineato che il proprio carattere timido e non competitivo non corrisponde agli ideali della mascolinità patriarcale tradizionale”, aggiunge Dvořáková. “Le capacità relazionali ed emotive sono un privilegio riservato a chi nasce da genitori emotivamente maturi”, le dice uno degli intervistati.  

“Mi chiamo Tomáš, ho trentotto anni ed è impossibile amarmi”: inizia così la prima intervista di Dvořáková. “Non mi identifico con l’etichetta di incel, non mi piace che le persone vengano incasellate, ma come persona in celibato involontario mi infastidisce il modo in cui questa etichetta viene trattata nelle discussioni e nei media”, continua. Tomáš è disoccupato per depressione cronica e convive con pensieri suicidi dall’adolescenza. Si  descrive come una persona impossibile da amare. Racconta di aver cercato rapporti di amicizia con donne sperando che diventassero relazioni, ma di essersi poi ritirato quando veniva percepito come amico. Non rivendica un diritto al sesso o all’amore, ma vive ogni rifiuto come la conferma di una propria esclusione dall’umanità. Per lui il sesso non è soltanto piacere: è un’esperienza condivisa che fa sentire parte del mondo.  

Secondo dati in Repubblica Ceca circa il 6 per cento delle donne e il 9 per cento degli uomini non ha mai avuto rapporti sessuali; tra i 18 e i 25 anni, la quota sale a quasi un quarto delle donne e oltre un terzo degli uomini. Dvořáková cita studi che spiegano che le donne single sono mediamente più soddisfatte degli uomini, perché più spesso dispongono di reti affettive e amicizie, mentre molti uomini dipendono quasi esclusivamente dalla coppia per ricevere sostegno emotivo. 

“Come uomo non hai dove trovare sostegno emotivo. Mi è sempre mancato non avere qualcuno con cui parlare di cose di cui non si può parlare con gli uomini”, scrive Peter a Dvořáková. L’uomo ha più di trent’anni, vive con la madre in un villaggio slovacco e rifiuta l’incontro di persona perché non si fida. Per oltre dieci anni è stato vittima di bullismo e dice di aver imparato fin da bambino che gli altri erano “pericolosi”. Peter non riesce a relazionarsi in gruppo: quando ha provato a inserirsi si è sentito dire che doveva solo essere più sicuro di sé.  

“Qualunque cosa si pensi della tradizionale divisione dei ruoli, si tratta di un sistema con delle regole. Oggi nessuno sa cosa ci si aspetti dagli uomini. Da un lato si sente ‘voglio un uomo sensibile, voglio abolire i ruoli di genere’, dall’altro ‘oggi gli uomini non sanno più essere uomini’. Questo è fonte di confusione per chi, come me, ha difficoltà a comprendere le regole sociali”, racconta Lukáš, 25 anni. Anche lui vittima di bullismo, dopo un innamoramento non corrisposto, ha cercato spiegazioni nella cultura “red pill”, che attribuisce la sofferenza maschile al disordine creato dall’emancipazione e invoca il ritorno a ruoli di genere tradizionali. Dice di non crederci più.  

Secondo Dvořáková questi uomini non incarnano il modello patriarcale dominante, ma ne subiscono gli effetti. Non sono forti, competitivi, carismatici o sessualmente sicuri; proprio per questo vengono marginalizzati. Il patriarcato, scrive Dvořáková, non danneggia solo le donne, ma anche gli uomini che non riescono o non vogliono aderire alla maschilità dominante. Dvořáková ritiene che ridurre gli uomini in celibato involontario a caricature misogine è miope. 

Una minoranza può radicalizzarsi, e la violenza incel esiste; ma la maggior parte vive una sofferenza invisibile. Per Dvořáková, con più cura, ascolto e interventi precoci, molti di questi uomini potrebbero diventare alleati nella critica del patriarcato, invece di essere respinti verso comunità rancorose e reazionarie. 

La solitudine in dati

Secondo un sondaggio Gallup, i giovani uomini statunitensi sono tra i più soli: secondo i dati, raccolti nel 2023 e 2024,  il 25 per cento degli uomini di età compresa tra i 15 e i 34 anni ha dichiarato di essersi sentito molto solo nel corso della giornata precedente, una percentuale superiore alla media della popolazione, che è  del 18 per cento, e a quella, simile, relativa alle giovani donne. 

In altri nove paesi dell’Ocse, almeno un giovane uomo su cinque dichiara di sentirsi solo;  tra questi Turchia (29%), Francia (24%), Irlanda (23%) e Canada (22%). In generale, nella maggior parte dei paesi Ocse, i livelli di solitudine dei giovani uomini sono simili alla media nazionale, e solo in tre paesi – Stati Uniti, Islanda e Danimarca – il loro tasso di solitudine è superiore a quello degli adulti nel complesso. 

Al contrario, in nove paesi i giovani uomini sono meno propensi a dichiararsi soli: Slovacchia (4% contro 15%), in Grecia (15 % contro 25%) e in Colombia (14% contro 23%). Gallup ha iniziato a interessarsi alla solitudine nel 2023. 

Uno studio dell’Ocse del 2025 rivela che gli uomini e i giovani hanno registrato dei peggioramenti nei legami sociali dal 2018/2019; molti di questi peggioramenti si notano nei giovani. Secondo lo stesso studio, le donne riferiscono un senso di solitudine leggermente più elevato, mentre gli uomini riferiscono un sostegno sociale minore; ma nel complesso le differenze sono minime. 

La prima inchiesta Ue sulla solitudine rileva che, in media, il 13 per cento degli intervistati dichiara di essersi sentito solo (la maggior parte del tempo o sempre) nelle quattro settimane precedenti il sondaggio (realizzato nel 2022), mentre il 35 per cento riferisce di essersi sentito solo in alcune occasioni. In questa inchiesta non si rilevano particolari differenze sul genere. La solitudine è più diffusa in Irlanda (20 per cento), seguono Lussemburgo, Bulgaria e Grecia. I livelli più bassi si osservano nei Paesi Bassi, nella Repubblica Ceca, in Croazia e in Austria (tutti al di sotto del 10 per cento). Questa inchiesta ha prodotto diverse pubblicazioni, consultabili qui.  

 

[Illustrazione: Thais Linhares l Cartoon movement - fonte: www.voxeurop.eu]

Le Brésil dans la nasse brune mondiale

L’avance de Flávio Bolsonaro au premier tour de la présidentielle est une funeste surprise. 47% des voix contre 45,1% pour Lula : le bolsonarisme est en force avant le second tour du 25 octobre. L’extrême droite s’étend, se renouvelle et gagne du terrain. 

Écrit par Pablo Pillaud-Vivien

Dimanche au Brésil, le candidat d’extrême droite Flávio Bolsonaro, fils de son père, est arrivé en tête de l'élection présidentielle avec plus de 56 millions de suffrages. Le président sortant Lula, qui espérait transformer son bilan social en avantage électoral, ne recueille que 53,8 millions de voix. Ici aussi, la vague d’extrême droite se fait sentir. Le chômage et la faim ont reculé, les revenus des plus modestes ont progressé mais ces avancées n’ont pas produit l’enracinement politique espéré. La poussée d’extrême droite ne s'est pas limitée aux fiefs traditionnels du bolsonarisme. Elle s’est particulièrement exprimée dans le Sud et le Centre-Ouest, mais aussi dans le Nord et jusque dans l’Amazonie : même dans les territoires où le Parti des Travailleurs (PT) de Lula conserve des positions fortes, l’avancée de l’extrême droite est manifeste. Elle se traduit aussi par la bascule du Sénat qui peut destituer les juges de la Cour suprême.

Lula en est à son troisième mandat. Comme nous l’expliquait Glauber Sezerino dans la Midinale vendredi : sa dernière élection en 2022 le fut à l’arrachée, grâce à la constitution d’une large coalition allant jusqu’à la droite et aux multinationales qu’il avait combattues. Lula ne fait pas de cette construction un étendard mais il sait ne pouvoir y échapper dans les rapports de force du Brésil. Pour expliquer cet inquiétant résultat, on pourra invoquer l’usure du PT et celle de son leader, certainement. Mais là n'est peut-être que l’écume. La gauche brésilienne comme celle du monde entier se trouve au défi de répondre à des crises structurantes, dont celle de l'épuisement des formes démocratiques. 

Alors que Lula essaie de tenir les différents bouts de la démocratie brésilienne, le camp Bolsonaro se resserre : Michelle, l’épouse de Jair, et Carlos, son fils, sont élus sénateurs, tandis que Jair Renan, autre fils de l’ancien président, et Renato, son frère, deviennent députés. Tarcísio de Freitas, figure majeure de la droite bolsonariste, est réélu gouverneur de l’État de São Paulo dès le premier tour. La famille Bolsonaro et ses alliés les plus proches sont désormais aux commandes avec pour premier objectif de faire sortir le père putschiste de prison. La réponse à la crise politique et démocratique est profondément désolante ; elle repose sur le look, le clan, l’enrichissement mais elle apparaît comme une rupture. L’État-nation défaillant remplacé par une famille… 

De nouvelles églises prennent une place politique inédite : elles parlent en direct avec le cœur des gens, avec comme objectif de réordonner le monde. Au Brésil, les églises évangéliques, les réseaux de quartier et les influenceurs – dont des stars du sport – proposent une vision du monde rassurante car réactionnaire. La question des identités y tient une place prépondérante. À ceux qui vivent comme une perte de statut les transformations sociales actuelles, la promesse du retour au « monde d’avant » apparaît comme un soulagement. 

La seconde crise majeure et mondiale est donc l'affaiblissement du cadre national, lieu d’unification et de rassemblement depuis un siècle et demi. Cette dimension est particulièrement frappante dans le sous-continent qui fit de son indépendance face à la puissance étasunienne un levier de politisation et de mobilisation. Lula a cherché à l’activer au maximum. Les menaces explicites et les ambitions de l'administration américaine contre la souveraineté brésilienne n’ont pas produit le sursaut espéré. Pourtant Washington est menaçant. Il utilise les droits de douane comme instrument de pression : 25% supplémentaires ont été imposés cet été sur une partie des produits brésiliens. Le risque d’intervention est même explicite depuis que l’administration Trump a désigné deux organisations criminelles brésiliennes comme terroristes. Washington pourrait dès lors s’autoriser à intervenir directement contre elles. Lula s’y oppose mais indépendance et souveraineté économique ne mobilisent plus guère. Il n’y a pas de projet alternatif : le Sud global balbutie et ne constitue pas encore une réponse au chaos mondial. 

Le Brésil fait face à un défi qui le menace. Et pas seulement lui. Relever le niveau d’inquiétude mais aussi de réflexion sur ce qui advient dans notre siècle ne peut être reporté.

 

[Source : www.regards.fr]

Porten al Parlament francès la modificació de la Constitució per protegir les llengües minoritzades

Vuitanta diputats de diferents partits donen suport la proposició per modificar l’article 2 de la Carta Magna 

El diputat Peio Dufau i el diputat bretó Paul Molac van presentar dimarts a l’Assemblea Nacional francesa una proposició de llei constitucional que demana modificar l’article 2 de la Constitució, que estableix que el francès és “la llengua de la República”, segons informa ICI Pays Basque. Els dos diputats, que  presideixen des de 2025 el grup d’estudis sobre les llengües i cultures regionals a l’Assemblea Nacional, es proposen acabar amb una disposició que ha servit, en moltes ocasions, per marginar les dites “llengües regionals” com el català, tal com han denunciat entitats i partits polítics. 

El cas més recent d’utilització de l’article 2 per bloquejar els progressos de les llengües minoritzades per França ha estat el veto del prefecte a les iniciatives preses per diversos municipis bascos per donar més reconeixement a l’eusquera, en un moviment que recorda als esculls que es van posar a diversos municipis de la Catalunya Nord per fer servir el català en els plens dels ajuntaments. 

Dufau a explicat a ICI Pays Basque que les “llengües regionals” “no competeixen en absolut amb el francès”, sinó que aporten “una riquesa que cal preservar”. De moment, la iniciativa del diputat basc i del diputat bretó ha aconseguit el suport de vuitanta diputats de diferents partits polítics “des d’Els Republicans LR fins a La França Insubmisa (LFI)” i esperen que la qüestió s’inclogui en l’ordre del dia en els pròxims mesos. 

 

[Font: www.diaridelallengua.cat]

Des collabos ordinaires : « Notre salut », film d’Emmanuel Marre

Avec Notre salut, en Compétition au Festival de Cannes, Emmanuel Marre fait le portrait d’un fonctionnaire vichyste épris de management et explore les rouages de la collaboration. Sans complaisance mais avec un humour grinçant, Notre salut est une grande réussite.

Notre salut d’Emmanuel Marre 

Écrit par Clément Carron 

Cinq ans après Rien à foutre, le cinéaste Emmanuel Marre revient à Cannes avec Notre salut, en compétition pour la Palme d’or. Inspiré de lettres échangées entre son arrière-grand-père et sa femme, ce film fait le portrait sans concession mais avec un humour acerbe d’un fonctionnaire vichyste et met à nu les rouages intimes de la compromission et de la collaboration. Un pari audacieux mais couronné de succès. 

La petite histoire de la collaboration 

Notre salut commence dans un grand salon. Les coupes sont pleines, les invités bien habillés. On discute, on plaisante, on boit. On fredonne Carmen et on échange autour du management dans l’administration, que l’on veut repenser. Des fonctionnaires de différents ministères sont présents. Rien ne distingue cette soirée de celles qui ont cours de nos jours dans les appartements parisiens. Puis, sans changer de tonalité, la discussion évolue et devient débat sémantique : vaut-il mieux parler de coopération ou de collaboration ? L’amour est un oiseau rebelle, chante-t-on, mais il va bien falloir que les Français acceptent ce mariage de raison. Les mots ont leur importance. Ils leur feront comprendre que, dans les ministères de Vichy, on dessine une voie « authentiquement française ».

Swann Arlaud interprète Henri Marre

La force de Notre salut est de mettre en scène la collaboration au plus près de l’histoire en train de s’écrire, débarrassée de la pesanteur de la grande Histoire construite nécessairement a posteriori. De montrer le quotidien d’un petit fonctionnaire médiocre qui n’est pas sans rappeler le Michael Scott de la série The Office : un éternel perdant, qui essaie à chaque occasion d’écouler les exemplaires de son livre de management dont personne ne veut et qui fournit la même étude de marché à trois sociétés différentes avant de se faire prendre. 

C’est donc avec une grande légèreté technocratique que l’on s’écharpe, au sein du Commissariat à la lutte contre le chômage, sur le partage des tâches — qui va bien s’occuper des étrangers et des Juifs, alors qu’on est déjà débordés avec les autres ? —, que l’on réquisitionne les bureaux de la CGT de Limoges et qu’Henri se transforme en Valérie Damidot des années 40, à ceci près que les « chambres Londres » ont cédé leur place aux affiches à la gloire du maréchal Pétain, ou encore que l’on se lance dans une comptabilité macabre pour connaître le nombre de Juifs que l’on peut « rassembler » dans un camion et le nombre de litres d’essence dont on aura besoin, car il faut bien comprendre que les ressources sont limitées. On fera suivre une note de faisabilité. 

Le management pour relever la France 

Pourtant, si Henri Marre est bien opportuniste au dernier degré, il serait erroné d’écrire qu’il n’a pas d’idéologie. Ce dernier voit en effet dans la défaite de la France l’occasion inespérée de relever le pays, c’est-à-dire d’instaurer les méthodes managériales qu’il a consignées dans le livre qu’il a publié sous le titre Notre salut. Marre est passé par un cabinet de conseil, dont il a gardé le vocabulaire ; pour évaluer l’efficacité de la propagande, il parle de cœurs de cible et d’impacts. Il ne tardera d’ailleurs pas à recourir à ces outils pour mettre en œuvre les politiques publiques dont il aura la charge. L’assurance chômage sera ainsi réformée : après deux offres d’emploi refusées, le chômeur sera obligé d’accepter la troisième, et ce, qu’il s’agisse d’un emploi dans les champs ou dans les mines. Le nombre de travailleurs étrangers à envoyer en Allemagne se négociera comme on négocierait le prix d’un bibelot dans une brocante. 200 ? 400 ? Quant aux formulaires dans les camps de travail, il faut les réduire car ils prennent trop de temps à remplir, indépendamment de ce que cela signifie pour les individus. On gouverne par les chiffres et les résultats.

Henri et Paulette

Pétri par les principes néolibéraux, dont l’impératif d’adaptation, inspiré de la biologie, il instaurera également des visites médicales permettant de contrôler la mémoire, l’écriture ou encore la résistance à l’effort des travailleurs et à l’issue desquelles chacun se verra attribuer des notes sous forme de lettres.  

Si la politique est masquée par les chiffres, consignée en creux dans les rapports barbants que l’on feuillette tous les jours sans y prêter attention, elle n’est jamais absente. Et derrière ces questions d’organisation parfois sans intérêt, c’est la déshumanisation progressive d’Henri et son goût de plus en plus marqué pour le pouvoir qu’Emmanuel Marre donne à voir. Celle-ci se perçoit notamment à travers les mots de sa femme Paulette, dont les lettres sont lues en voix off, qui contrastent avec le verbiage managérial de son mari. 

Emmanuel Marre : l’anti-Giannoli 

Depuis plusieurs mois, les débats autour du dernier film de Xavier Giannoli, Les rayons et les ombres, enflamment la presse française. Les deux films sont sensiblement identiques dans leurs buts — montrer les ressorts de la collaboration à l’échelle individuelle —, à ceci près que l’un s’intéresse à un journaliste et l’autre à un fonctionnaire. La comparaison se révèle pourtant douloureuse pour Les rayons et les ombres : Notre salut réussit là où Giannoli échoue, à cause de différences formelles.

La visite de Pétain

Les rayons et les ombres était empêtré dans une contradiction insoluble : la volonté de Giannoli de réaliser une grande fresque historique, presque hollywoodienne, l’empêchait de montrer l’évolution morale de quelqu’un qui sera amené à collaborer — qui aurait nécessité au contraire une approche intimiste. D’où les accusations de complaisance. Marre à l’inverse fait fi des grands événements pour préférer un cadrage sur Henri — dont les mouvements de caméra, les zooms effectués sur son visage et le jeu de Swann Arlaud rappellent une fois encore The Office —, permettant ainsi de dresser un portrait minutieux du fonctionnaire.  

Autrement dit, l’un est d’un classicisme poussiéreux, l’autre est moderne. Dans les deux cas cependant les protagonistes se sentiront irresponsables — il n’est alors pas anodin de songer aux travaux de Johann Chapoutot —, coupables de rien, cachés derrière leurs chiffres et leurs bonnes intentions. Ils n’ont fait que leur travail. Life is life. 

[Photos : Condor Films - source : www.lvsl.fr]

 



«O refraneiro», libro de Celso Rodríguez Fernández

Escrito por Ramón Nicolás 

Coido que a primeira achega arredor do mundo do refraneiro galego á que tiven acceso foi unha edición sinxela daquel proxecto que Editorial Castrelos puxera a circular con libros de peto e prezo baixo título de colección “O Moucho”. Tratábase de O refraneiro galego, de Xaquín Lorenzo “Xocas”, publicado por volta de 1983, e algún tempo despois, claro é, caería nas miñas mans o insubstituíble Refraneiro galego básico, recompilado por Ferro Ruibal, alén de ir descubrindo os traballos que arredor deste xénero literario oral realizaron Saco y Arce ou Taboada Chivite, entre outros. 

Sen ter un interese desmedido pola paremioloxía, sobre todo por certos estereotipos e prexuízos que atesouran e que dalgún xeito constitúen un espello dunha sociedade concreta, malia recoñecer que forman parte do noso patrimonio, o certo é que non se pode deixar de salientar a aparición deste voluminoso O refraneiro que publica con especial tratamento a editorial viguesa LuscoFusco Edicións, entre outras razóns porque, alén dos seus contidos, este é un libro con historia ata onde eu sei.  

O volume foi construído, así pois, polo doutor Celso Rodríguez e, agora, vinte e cinco anos despois do falecemento deste célebre pediatra, goza de existencia en forma de libro. Nun limiar que vén da man de Xosé Luís Méndez Ferrín, alén de cuestións que atinxen á amizade que os uniu desde novos, subliña a dedicación que Rodríguez prestou ao longo da súa vida á recolla e estudo de paremias, aforismos, expresións ou ditos populares. Razón que explica a existencia deste amplo volume, para o que contou coa colaboración do grupo chamado Tremiñado: mestres e alumnado do ensino público de toda Galicia cos que logrou, así, ofrecer máis de cinco mil seiscentas paremias, coa súa orixe en traballos de campo mais tamén inspirándose en estudos ou colleitas, agora analizadas e organizadas para o seu coñecemento e difusión. 

O libro non se someteu a ningunha actualización normativa, isto é, preséntase cun respecto escrupuloso polas variantes en que estes refráns foron recollidos oralmente de maneira que, por extensión, cartografan etnográfica, lingüística e culturalmente Galicia toda. Unha sorte poder telo nas mans. 


O refraneiro

LuscoFusco Edicións, Vigo, 598 páxinas, 28 €, 2026

 

[Fonte: cadernodacritica.wordpress.com]

Anne Carson guanya el Nobel de literatura

"Per la seva obra audaç i inventiva que, en un diàleg lúdic amb la tradició clàssica, ha creat noves formes per a la literatura contemporània", ha dit l'acadèmia 


Anne Carson ha estat guardonada amb el Premi Nobel de Literatura 2026, segons ha anunciat aquest dijous l’Acadèmia Sueca. L’escriptora canadenca rep el guardó, segons el jurat: “Per la seva obra audaç i inventiva que, en un diàleg lúdic amb la tradició clàssica, ha creat noves formes per a la literatura contemporània.” 

Carson va néixer el 1950 a Toronto (Canadà). El 1981 va publicar la seva tesi doctoral en estudis clàssics, titulada Odi et Amo Ergo Sum. Al llarg de la seva trajectòria ha combinat l’escriptura de poesia amb la traducció i la docència en diverses universitats, segons que explica l’acadèmia. 

Bona part de la seva obra literària se situa en la intersecció entre l’obsessió del filòleg per les paraules i el desig del poeta de trobar nous significats. Ella mateixa ha definit l’etimologia de les paraules com el punt de partida de tota la seva obra. 

Les obres de Carson traduïdes al català 

El seu primer gran punt d’inflexió literari va arribar amb l’assaig Eros the Bittersweet, publicat el 1986. Carson hi reflexiona sobre l’amor com l’essència i la força motriu del poema, i sobre la distància entre l’amant i l’estimat com allò que posa en moviment el desig i, alhora, la poesia. Eros the Bittersweet arribarà a les llibreries en català el 14 d’octubre. Es dirà Eros dolçamargant, traduït per Núria Busquet Molist i publicat per Veles i vents edicions.

El llibre parteix de la poesia de Safo i de la idea d’Eros com una experiència alhora dolça i dolorosa. Carson hi explora la distància entre l’amant i l’estimat i la manera com aquesta tensió alimenta el desig i la poesia. L’obra ja conté alguns dels trets que marcarien la seva producció posterior: el diàleg entre la literatura clàssica i la contemporània, la combinació de poesia i assaig i el joc entre veus i perspectives diferents. 

Hi ha més obres traduïdes al català de Busquet, publicades per Vaso Roto. Entre els títols hi ha Decreació (2023), La bellesa del marit (2023) i Albertine. Rutina d’exercici (2023). 

L’any 2024 es va publicar Norma Jeane Baker de Troia, també traduïda per Busquet, i el 2025 va arribar Norma equivocada, la versió catalana de Wrong Norma, una de les obres més recents de Carson. 

Així, en els darrers anys s’ha consolidat un petit corpus de l’autora en català, que permet acostar al lector la seva escriptura híbrida, a mig camí entre la poesia, l’assaig, la narrativa i la traducció dels clàssics. 

Veus diferents que dialoguen i es contraposen 

La seva relació amb la literatura clàssica també es manifesta en les seves traduccions del grec antic, que l’Acadèmia Sueca considera obres independents per dret propi. Entre aquestes hi ha la seva interpretació dels fragments de poemes de Safo, publicada a If Not, Winter (2002), i les traduccions de les tragèdies Electra (2001) i Antígona (2015), de Sòfocles, i Bakkhai (2015), d’Eurípides. 

L’acadèmia sueca que en la seva obra constantment hi ha veus diferents que dialoguen i es contraposen. “És a través d’aquestes constel·lacions literàries, sovint inesperades, que Carson ha trencat amb la poesia lírica lligada al jo narratiu i ha inspirat noves formes de literatura contemporània. Aquest mètode d’escriptura condueix a obres lúdiques i iròniques que es mouen no només entre la poesia clàssica i la moderna, sinó també entre diferents gèneres i formes d’art”, destaca l’acadèmia.

 

[Foto: Jay Dixit - font: www.vilaweb.cat]

quarta-feira, 7 de outubro de 2026

Quebèc: los independentistas ganhan tornarmai las eleccions, dotze ans après

Lo Partit Quebequés de Paul St-Pierre Plamondon torna al poder e relança la question de l’independéncia

Escrich per Jòrdi Ràfols 

Lo Partit Quebequés (PQ) a ganhadas las eleccions en Quebèc e formarà un govèrn minoritari après aver obtengut 59 sètis, cinc sètis jos la majoritat absoluda, çò rapòrta Vilaweb. Aquela victòria escarta del poder la Coalicion Avenir Quebèc (CAQ), lo partit de centredrecha nacionalista e autonomista que governava fins ara e pèrd totes sos deputats a l’Assemblada Nacionala, lo parlament provincial.

Segon los resultats provisòris de la radiotelevision publica canadenca CBC, lo PQ, dirigit per Paul St-Pierre Plamondon, obtenguèt 59 sètis e 1,167 milion de voses (un 27,9%), siá cinc sètis de mens que la majoritat absoluda (64 sètis). Lo Partit Liberal de Quebèc, centrista e federalista, arribèt en segonda posicion amb 40 sètis e mai d’un milion de voses, mentre que lo Partit Conservator fa son intrada pel primièr còp al parlament quebequés, venent la tresena fòrça amb 19 sètis e mai de 870 000 voses. Quebèc Solidari, independentista e d'esquèrra radicala, arribèt en quatrena posicion amb 9 sètis e 520 000 voses, reculant a respècte de las eleccions de 2022, amb dos sètis de mens e una baissa de mai o mens tres ponches de son resultat electoral. Es lo primièr còp dempuèi son intrada al parlament quebequés, en 2008, que lo partit recuola.

La victòria del PQ remet sus la taula la promessa de St-Pierre Plamondon d’organizar un tresen referendum sus l’independéncia pendent las quatre venentas annadas, qu’auriá luòc après la partença de Donald Trump de la presidéncia dels Estats Units.

Lo primièr ministre canadenc, Mark Carney, felicitèt Paul St-Pierre Plamondon per sa victòria electorala e li prepausèt de trabalhar conjonchament. «Bastir un Quebèc mai fòrt es essencial per bastir un Canadà mai fòrt», çò declarèt Carney dins un messatge publicat suls rets socials. 

 

[Sorsa : www.jornalet.com]

 


terça-feira, 6 de outubro de 2026

Ce que l’affaire Thélyson Orélien dit de nos représentations de la littérature

 

Le livre du romancier Thélyson Orélien, en marge de la 28ᵉ édition du festival littéraire des Correspondances de Manosque, dans les Alpes-de-Haute-Provence.

Écrit par Frédéric Gai

Maître de conférences en sciences de l'information et de la communication, Université de Caen Normandie 

La carrière de Thélyson Orélien est marquée du sceau d’une fulgurance qui montre, en premier ressort, les affres du traitement médiatique devenu instinctif et parfois irraisonnable : un auteur suscite l’intérêt avant même son accueil auprès du public, génère un engouement international spectaculaire, et s’impose comme un succès dans les librairies françaises. 

À mesure que les premiers pions de la rentrée littéraire se sont placés, Thélyson Orélien a vu sa cote grimper, cochant les cases d’une vie marquée par l’exil, du renouveau poétique d’une prose francophone et du statut de primo-romancier goûté du microcosme littéraire, qui doit faire conjuguer ses valeurs sûres avec le besoin de revivifier son catalogue. 

En quelque sorte, Thélyson Orélien a constitué une bonne carte à abattre dans le jeu, toujours difficile à emporter, qui oppose exploitation et innovation. En l’espace de quelques semaines, il est passé d’inconnu à talent à suivre, voire à nouveau génie créateur, faisant valoir auctorialité forte et intentionnalité originale, pour figurer en bonne place dans les sondages des grands prix littéraires de l’automne. 

Aux premiers jours de septembre, il ressortait que la capacité analytique moderne, la sensibilité artistique contemporaine nous permettraient de ne pas manquer un grand écrivain. Mais maudit est déjà Thélyson Orélien, rappelant au passage que la forge d’un succès n’est pas tant chronologique, au sens plein du terme, que culturelle, dans ses acceptions anthropologiques. 

Théorie du complot, plaisir du texte et illusion littéraire

Paradoxalement, le débat polémique qui ressort de cette affaire omet des déplacements théoriques anciens, convoquant de nouveau le tribunal littéraire. L’emballement numérique et médiatique, où les commentaires racistes font bon ménage avec une attaque frontale contre les milieux littéraires parisiens, devient alors poreux face aux questions politiques, arrêtant les industries culturelles au milieu du gué, entre problème et solution. 

De ce buzz ressort une double inaptitude supposée : celle d’un auteur racisé d’être à la hauteur du sacerdoce littéraire sans recourir à un tiers ; celle d’un entre-soi avide de têtes d’affiche au risque d’entacher le patrimoine français qu’est la littérature. Le débat est d’autant plus complexe qu’il fait suite à l’affaire Nora – le limogeage d’Olivier Nora, à la tête de la prestigieuse maison d’édition Grasset depuis vingt-six ans, a entraîné le départ concerté de 200 auteurs au printemps dernier. Grasset était alors rappelé au cœur même de contradictoires des industries culturelles loin d’être neuves, notamment depuis les travaux de Theodor Adorno : une place forte du dynamisme littéraire engluée dans un groupe médias aux intentions idéologiques et politiques avérées. 

Émancipation contre aliénation, manigance contre manigance, stratégie contre stratégie : dans ce contexte délétère, chaque opposant devient le complotiste de l’autre. 

Mort de l’auteur 

Cette polarisation met de côté l’histoire de la critique littéraire, à commencer par la réalité structurale du texte, entendu comme un dispositif hypertextuel dont les potentialités sont finalement activées par un contexte socioculturel. 

Si Thélyson Orélien a probablement été sacrifié sur l’autel de l’authenticité, de l’honnêteté et de la confiance que l’on projette, à titre de contrat de lecture, dans l’exercice d’écriture, Roland Barthes avait déjà, à la fin des années 1960, décrété la mort de l’auteur au profit de l’expérience de lecture.

Chez Barthes, ce concept venait se doubler d’une autre réalité : le plaisirdutexte. Et, au sein même de cette configuration critique, il relevait deuxdimensions dans l’acte de lecture : d’un côté, le confort d’un rendez-vous avec le texte, par la connaissance des codes et la maîtrise de ses applications (plaisir) ; de l’autre, le choc d’une rencontre plus fortuite, qui ouvre des voies nouvelles (jouissance). 

Dans chacun de ces deux possibles de l’expérience du texte, c’est bien le désir qui s’exprime, et avant tout le désir de lire, peut-être prolongé par un désir d’écrire, dans une logique résolument interpersonnelle : dire à l’autre, trouver l’autre. 

Bien avant les polémiques, bien avant que son auteur soit taxé, à tort ou à raison, de faussaire ou de plagiaire, le texte de Thélyson Orélien avait conquis un public. La jouissance du texte a été indéniable. 

Au cœur de cette pratique, l’écrivain travaille sur des horizons multiples, il use de « trucs », rhétoriques, poétiques, peut-être informatiques, pour atteindre un objectif relationnel. Dans la mesure où il s’adresse, par le langage, avant tout à des imaginaires, son activité relève de l’illusion. Bien avant ChatGPT, Racine l’avait posé. 

Chatgpt aura-t-il le Goncourt, Pangram deviendra-t-il éditeur ? 

À ce sujet épineux de l’auctorialité du texte s’ajoute celui, non moins épineux, de la place des intelligences artificielles dans nos vies culturelles. Dans le débat proposé, le vol de la créativité est posé comme un axiome : l’impression, exprimée par les journalistes et les commentateurs, que l’auteur s’est mué en usurpateur ; et plus encore, par une supercherie qui aurait ouvert une faille, que cette littérature serait dorénavant atteignable par une machine. 

Dans la presse ou sur les plateaux de télévision est invoqué le spectre de la mort de la littérature. Mais quelle littérature est ici en jeu ? Celle qui parle de son temps, qui est percutée par les pratiques de son époque, signe d’un renouveau plutôt que d’une catastrophe ? Celle qui conclut un exercice laborieux d’écriture, plaçant l’auteur à mi-chemin entre le siècle et les cieux, propre à notre concept moderne de littérature ? Celle qui construit « industriellement » depuis deux cents ans des succès par la médiatisation, et élabore des publics en faisant se rencontrer horizons culturels et méthodes marketing ? Celle qui s’incarne dans un milieu, où les modes de prescription font bon ménage avec une sociabilité « de salon », déjà relayée, voire remplacée par Instagram et TikTok ? 

Il convient finalement de replacer la présence même dans le quotidien, et dans nos pratiques littéraires, du dispositif technique qu’est l’intelligence artificielle. 

D’un point de vue symbolique, le recours aux IA génératives résonne, dans notre inconscient collectif, comme une facilitation, assistance qui s’oppose à la rugosité du chemin de croix littéraire. Tout aussi symboliquement, il peut paraître étonnant qu’un outil construit comme une métrique (Pangram) juge la probité d’une œuvre de l’esprit par une approche probabiliste. Les lieux communs mettraient aisément face à face, dans cette pratique, la littérature et les mathématiques, et peut-être n’auraient-ils pas tort. 

Par ailleurs, s’il est question de soupçon, de doute et de peur de manigance, soulignons que la paternité d’une œuvre à une intelligence artificielle a été accordée… par une autre intelligence artificielle, dont il est impossible de connaître totalement les modalités de calculs, et encore moins les objectifs. 

Ici, il n’est pas question d’agiter la peur du soulèvement des machines, mais bien d’interroger la position de spoliatrice, voire de prédatrice, de l’IA, qui capte les textes littéraires comme toute autre donnée, parfois au-delà du droit. Mais il ne sert à rien de polariser de nouveau un débat, alors même que Thélyson Orélien s’est peut-être lui-même soustrait à ce cadre légal. 

Alors soulevons un dernier point, peut-être plus important qu’une actualité : la présence même de la langue de l’IA dans nos pratiques, quotidiennes comme artistiques, à venir. Le roman a trouvé son public et s’est assuré un accueil critique favorable. Et s’il devait s’avérer que Thélyson Orélien a bien utilisé une IA générative, ce serait peut-être le signe que le langage de ChatGPT est déjà pour nous désirable, posant en des termes renouvelés la question philosophique de la « honte prométhéenne » établie dans les années 1950 par Günther Anders. 

 

[Photo : Joël Saget/AFP - source : www.theconversation.com]


El Estado de Judea contra Israel

El 27 de octubre, los electores israelíes acudirán a las urnas para renovar su Parlamento. Más allá de la cuestión del futuro político del primer ministro saliente, Benjamín Netanyahu, en estos comicios está en juego la confirmación, o no, del auge del sionismo religioso. Partidaria de la anexión de los territorios palestinos, esta corriente contribuye a una polarización extrema de la sociedad. 

KHALEDHOURANI. — Rolling Pin (‘rodillo de amasar’), 2026

Escrito por Ilan Pappé

(LE MONDE DIPLOMATIQUE)

La puesta en práctica del proyecto sionista se prolongó durante décadas antes del nacimiento de Israel. La situación actual debe plantear interrogantes sobre el futuro de este Estado, al menos en su forma actual. Sin tratar de suscitar temores ni formular profecías. Su posible derrumbe no sería cosa de un día. Pero una grieta de gran tamaño socava sus cimientos: el creciente poder de lo que conviene llamar el Estado de Judea, por oposición al Estado de Israel. Dicho de otro modo: la incontenible aparición de un movimiento que fusiona sionismo religioso y judaísmo ortodoxo, y cuyos partidarios aspiran a un Estado teocrático. Una forma de sionismo racista y supremacista moldea su proyecto radical de creación de un “Gran Israel” extendido a toda la Palestina histórica. Si esta fuerza política se convirtiera en hegemónica, la situación de los palestinos empeoraría aún más, pero también la padecerían los ciudadanos judíos deseosos de vivir en un Estado liberal, democrático y pluralista. 

Al buscar el núcleo ideológico del Estado de Judea, nos encontramos con los colonos religiosos de Cisjordania, muchos de ellos discípulos de los rabinos Kook, padre e hijo. El padre, Abraham Isaac Kook (1865-1935), nacido en Letonia, en el Imperio ruso, fue el fundador del sionismo religioso. En 1904, tras llegar a Palestina, se convirtió en la principal figura rabínica que cuestionaba el punto de vista judío ortodoxo, según el cual el sionismo es un intento desde el laicismo de interferir con la voluntad de Dios, incapaz, por consiguiente, de recabar el apoyo de los judíos practicantes (1). Kook se ganó el favor de una parte de la comunidad ortodoxa. Su principal legado para la causa fue el centro de estudios Merkaz HaRav (“Centro del Rabino”), hogar de la forma más extrema del sionismo: una mezcla de ideas mesiánicas, racismo descarado hacia los palestinos y desprecio por el judaísmo reformista y laico. 

Su hijo, Zvi Yehuda Kook (1891-1982), fue, por su parte, el padre espiritual del movimiento mesiánico Gush Emunim, fundado en 1974. Tras la victoria de 1967 sobre los ejércitos árabes, este “Bloque de los Creyentes” judaizó la Cisjordania ocupada y la Franja de Gaza. Con el paso de los años, fue abandonando los márgenes del sistema político israelí hasta alojarse en su centro. Kook hijo defendió durante toda su vida la colonización, a la que consideraba un imperativo religioso destinado a acelerar la redención del pueblo judío. Su voz quedó acaso un tanto ahogada entre 1967 y 1977, cuando ocupó el poder un Partido Laborista que también se mostraba inclinado a la judaización, en especial en las regiones palestinas rurales, que son también las de menor densidad poblacional. Pero los discípulos de Kook no se conformaban con algo así: querían implantarse en las ciudades bíblicas de Cisjordania, donde por entonces vivía gran número de palestinos. 

El “precio a pagar” 

Pero una política de Estado acabó por reunir a las dos ramas favorables al acaparamiento de Cisjordania —una basada en consideraciones de seguridad y otra impulsada por las aspiraciones religiosas de Gush Emunim— cuando, en 1977, el Likud llegó al poder y Menájem Beguín ocupó el cargo de primer ministro. Durante este primer gobierno de derechas de la historia de Israel, Kook hijo se impuso como líder ideológico de los judíos que colonizaban grandes áreas de Cisjordania, construyendo sus puestos avanzados en el corazón de regiones densamente pobladas por palestinos. Estos colonizadores consideraban que esta colonización agresiva habría de acelerar la “desarabización” de Cisjordania al volver más difícil el acceso de los habitantes palestinos a recursos esenciales como la tierra, el agua e incluso el empleo. 

Esta estrategia despiadada se pone en práctica día tras día bajo la atenta mirada del Ejército israelí, cuando no con su ayuda. Los palestinos sufren un acoso continuo. A veces los colonos los hieren o matan. Y aunque los sucesivos Gobiernos israelíes condenan formalmente la violencia y fingen ignorar lo que sucede sobre el terreno, las fuerzas armadas destacadas en Cisjordania apoyan a los colonos religiosos que, en sustitución de sus dirigentes, están creando una nueva realidad: la de un Israel ampliado. 

Desde su punto de vista, sus agresiones equivalen a una especie de represalia, el “precio a pagar” (tag meir) por quienes se oponen a la empresa de colonización. Lo más frecuente es, sin embargo, que se trate de ataques no provocados y de gran violencia contra poblaciones, granjas, vehículos, comercios o campos propiedad de palestinos. La presencia en el Gobierno actual de dos partidos favorables a los colonos —Otzma Yehudit (Fuerza Judía) y HaTzionout HaDatit (Partido Sionista Religioso)— consolida esta política. Sus representantes respectivos, Itamar Ben-Gvir (ministro de Seguridad Nacional) y Bezalel Smotrich (ministro de Finanzas), han tenido un papel determinante en la actual etapa de aterradores ataques contra los palestinos de Cisjordania, que se han cobrado más de mil vidas desde octubre de 2023. 

Para los partidarios del Estado de Judea, será una teocracia la que habrá de concluir la tarea que el sionismo laico no ha sabido llevar a buen puerto: la destrucción del pueblo palestino y la creación de un “Gran Israel” tal y como se describiría en las Sagradas Escrituras, lo que significa, dicho en plata, la anexión de territorios vecinos. Cierto es que los sionistas laicos realizaron el trabajo sucio de crear el Estado de Israel —una empresa de varias décadas iniciada en 1882, cuando los primeros colonos sionistas llegaron a Jaffa—, pero ahí acaba su misión histórica. Los judíos religiosos consideran que a ellos les corresponde ahora convertir su antigua tierra en un verdadero Estado judío. 

Pero no es eso lo que agrieta los cimientos del Estado de Israel: la mayoría de judíos laicos se aviene con esta transformación a costa de los palestinos y, en cuestión de territorios, en detrimento de sus vecinos árabes, sobre todo libaneses y sirios. El verdadero problema atañe a la hostilidad que manifiestan hacia los judíos laicos las fuerzas que defienden el Estado de Judea. Más tarde o más temprano, esa hostilidad acabará por socavar lo que reúne y aglutina a la sociedad israelí. Y la confrontación ya se ha hecho presente. 

El Estado de Judea ganó las elecciones legislativas de noviembre de 2022 y formó un gobierno de coalición gracias a una estrecha mayoría de 64 diputados sobre 120 en la Knéset. Su primera decisión fue modificar, en enero de 2023, el sistema judicial del país con el fin de conformarlo a su ideología y su visión, al permitir al Gobierno nombrar a los jueces y restringir los poderes del Tribunal Supremo para pronunciarse sobre la constitucionalidad de las leyes votadas en el Parlamento. Esta decisión acrecentó las tensiones entre ambos bandos y llevó a que se organizaran manifestaciones de laicos de unas dimensiones sin precedentes y cada vez más masivas hasta los ataques del 7 de octubre de 2023 (2). El pulso reveló el alcance de la división entre ambos bandos. Se trata, de hecho, de una lucha existencial entre dos proyectos antagónicos, un duelo a muerte sobre la propia vocación del Estado fundado en 1948. 

Los laico-liberales abandonan el país 

De momento, únicamente el temor a la desaparición de Israel obliga a ambas partes a no renunciar a su solidaridad mutua de forma definitiva. Su denominador común sigue siendo la perpetuación de un sistema que deshumaniza a los palestinos y niega sus derechos civiles y humanos fundamentales. Sabemos cómo considera a los palestinos el Estado de Judea. Pero la consideración que merecen al Estado de Israel apenas es mejor porque, aunque laico, está compuesto, sobre todo, por descendientes de judíos europeos que desean contar con los beneficios de una democracia liberal, pero que no han dejado de asentar su poder en la subordinación de los palestinos. No puede proponerles nada que no se limite a la retirada de las colonias en ciertas partes de la Cisjordania ocupada y el levantamiento de algunas de las restricciones impuestas a los habitantes de la Franja de Gaza. Su visión actual del Estado judío no pone en tela de juicio las bases del régimen de apartheid en el que se ha convertido Israel.

KHALEDHOURANI. — Motherhood Statue (‘estatua de la maternidad'), 2026

Por lo que respecta al Estado de Judea, de momento se conforma con la favorable posición que ocupa en el tablero político. Pero, cuanto más terreno gana en el plano electoral, mayor es la amenaza sobre Israel, ya que la élite tecnológica y financiera sobre la que reposa la prosperidad del Estado pertenece en su mayoría al bando laico. Si acaba abandonando el país, la economía y la cohesión social saldrán perjudicadas. Ahora bien, desde el 7 de octubre de 2023, se calcula que ha emigrado más de medio millón de miembros del bando laico-liberal. Esto último abre la puerta a nuevos triunfos electorales de un Estado de Judea que no dispone de la capacidad económica ni militar, ni siquiera del sentido de la estrategia, necesarias para la supervivencia de Israel. 

Y esta perspectiva resulta tanto más inquietante cuanto que las instituciones del país ya están muy debilitadas. Más de una década antes de los ataques del 7 de octubre de 2023, Israel ya estaba en crisis. En diciembre de 2010, un incendio forestal asoló durante más de tres días el monte Carmelo y causó la muerte de cuarenta y cuatro personas. La gravedad de la situación era tal que el Gobierno de Benjamín Netanyahu recurrió a la ayuda extranjera, en particular a la de Grecia, Italia, Rusia y Turquía (3), para sofocar el incendio. Esta petición de auxilio provocó el estupor de los observadores internacionales, que esperaban que un país que ha vivido varias guerras en su historia reciente dispusiera de material adecuado para combatir el fuego. Más recientemente, en abril de 2021, la avalancha humana durante la peregrinación al monte Merón, en el norte del país, que dejó cuarenta y cinco muertos y cerca de ciento cincuenta heridos, constituye otro ejemplo de la impericia de las autoridades. Y ello a pesar de que se habían lanzado numerosas advertencias sobre el peligro que podían entrañar grandes movimientos de multitudes en un lugar tan estrecho. En marzo de 2024, una comisión de investigación calificó la tragedia de “desastre que podría haberse evitado” y señaló directamente la responsabilidad del primer ministro (4). 

“¿Dónde está el Estado?”. Esa es la pregunta que muchas personas se hacen en Israel, incluidos los ciudadanos árabes, que desde hace varios años afrontan una oleada de asesinatos vinculados al crimen organizado (5). Tras los ataques del 7 de octubre de 2023, esta pregunta adquirió una nueva relevancia debido a las pérdidas humanas, hasta entonces inimaginables, sufridas por el país. Ni el Gobierno ni los servicios públicos en su conjunto parecieron capaces de responder a los miles de personas que necesitaban ayuda durante los enfrentamientos y después de ellos. Decenas de miles de habitantes de las zonas fronterizas con el Líbano y Gaza tuvieron que ser evacuados, y el Gobierno no disponía de un plan concreto para su alojamiento, su escolarización o su empleo a largo plazo. Las autoridades hicieron, además, todo lo posible para que estos desplazados regresaran a sus hogares cuanto antes. Si bien el 90% lo hizo, el futuro sigue siendo incierto para el 10% restante, en su mayoría supervivientes de los kibutz casi completamente destruidos durante los enfrentamientos. Las autoridades siguen mostrándose reacias a continuar financiando su realojamiento en otras regiones. Algunas de las personas evacuadas de la región fronteriza con el Líbano descubrieron con estupor hasta qué punto Israel había desatendido a sus comunidades durante décadas. Una de ellas lo relataba así en el diario Haaretz: “Nos han abandonado, desatendido, olvidado. […] Durante años éramos invisibles, nos las arreglábamos con casi nada y, de repente, descubrimos otro Israel: un Israel donde los servicios sanitarios son accesibles, donde hay cultura, transporte público” (6). 

¿Por qué Israel, que no deja de recordar a quien quiera escucharlo los peligros que representan sus vecinos y que solicita regularmente una cuantiosa ayuda militar, estaba tan poco preparado para los desafíos logísticos que traen consigo las guerras? ¿Por qué no existía un plan de evacuación de las zonas fronterizas? La explicación reside en una función pública sometida al sistema político, en la que los nombramientos premian las muestras de lealtad, bajo la supervisión de ministros para quienes la retórica prima sobre todo lo demás, en particular sobre la aplicación concreta de las políticas. Por supuesto, las deficiencias de la función pública no constituyen necesariamente una grieta en los cimientos del país: reformas y cambios en la Administración podrían mejorar la situación. Sin embargo, mientras el Estado de Judea siga en el poder, es muy improbable que sitúe la infraestructura pública entre sus prioridades, lo que no puede sino agravar la disgregación social.

 

(1) Véase Anne Waeles, “‘Dios no existe, pero él nos dio esta tierra’”, Le Monde diplomatique en español, abril de 2024.

(2) Véase Charles Enderlin, “Golpe de Estado identitario en Israel”, Le Monde diplomatique en español, febrero de 2023.

(3) “Israel accepts foreign aid in tackling deadly forest fire”, France 24, 4 de diciembre de 2010, www.france24.com

(4) “Israël: une enquête pointe la ‘responsabilité’ de Netanyahou dans une bousculade mortelle en 2021”, RFI, 6 de marzo de 2024, www.rfi.fr

(5) Majd Kayyal, “Israël. Le crime organisé gangrène la société palestinienne de l’intérieur”, 19 de mayo de 2026, https://orientxxi.info

(6) Shlomit Tsur, “‘We suddenly discovered another Israel’: Why these war evacuees chose not to return home”, Haaretz, Tel Aviv, 22 de octubre de 2024.

(7) Véase Anne Waeles, “‘Dios no existe, pero él nos dio esta tierra’”, Le Monde diplomatique en español, abril de 2024.

(8) Véase Charles Enderlin, “Golpe de Estado identitario en Israel”, Le Monde diplomatique en español, febrero de 2023.

(9) “Israel accepts foreign aid in tackling deadly forest fire”, France 24, 4 de diciembre de 2010, www.france24.com

(10) “Israël: une enquête pointe la ‘responsabilité’ de Netanyahou dans une bousculade mortelle en 2021”, RFI, 6 de marzo de 2024, www.rfi.fr

(11) Majd Kayyal, “Israël. Le crime organisé gangrène la société palestinienne de l’intérieur”, 19 de mayo de 2026, https://orientxxi.info

(12) Shlomit Tsur, “‘We suddenly discovered another Israel’: Why these war evacuees chose not to return home”, Haaretz, Tel Aviv, 22 de octubre de 2024. 

Ilan Pappé. Profesor de historia en la Universidad de Exeter. Autor de La Chute d’Israël. Pour la décolonisation et la coexistence (La Fabrique, París, octubre de 2026) y Breve historia del conflicto entre Israel y Palestina (Capitán Swing, Madrid, 2025), entre otros ensayos. 

 

[Reproducido en www.gerardodelval.com]