segunda-feira, 3 de agosto de 2026

Gideon Levy: «Israele non ha alcun diritto di dare lezioni alla Spagna»

L'attacco di un generale israeliano in pensione alla Spagna sull'immigrazione e Gaza riflette un male nazionale più profondo: la convinzione che Israele possa predicare la moralità rifiutandosi di affrontare la propria realtà.

di Gideon Levy

Amir Avivi è il Capitano B.H. Liddell Hart di Israele, storico e teorico militare britannico del ventesimo secolo. Avivi è il fondatore di Habit'honistim (il Forum israeliano per la difesa e la sicurezza), un Generale di Brigata della riserva del Genio Militare e un commentatore televisivo dalla parlantina sciolta, la cui reputazione, come quella di molti suoi colleghi, cresce negli studi televisivi a ogni nuova guerra. Ma la visione di Avivi va ben oltre quella dei proiettili di artiglieria delle Forze di Difesa Israeliane. Uno stratega del suo livello non può limitarsi agli sviluppi a Gaza e in Libano. Ha una prospettiva globale e molto da insegnare al mondo ignorante, in particolare all'Europa arretrata.

Avivi ha visto video di migranti marocchini che attraversavano il confine con la Spagna e ha un messaggio per quel Paese vacillante. Spagnoli, ascoltate il consiglio dell'esperto Avivi: prima in spagnolo, frutto dei suoi anni in America Latina come figlio del diplomatico Pinchas Avivi, così che anche quei primitivi di Madrid possano capire. Poi, in ebraico, Avivi spiega alla Spagna che è un "Paese spazzatura".

Avete capito? Un israeliano sta dicendo alla Spagna che è un Paese spazzatura. Un generale dello Stato reietto numero uno al mondo, il cui Primo Ministro è un ricercato, uno Stato accusato di Crimini Contro l'Umanità e il cui Regime, apparentemente democratico, minaccia di implodere, sta predicando la moralità a uno dei Paesi più magnifici d'Europa, un Paese con un patrimonio immenso e un presente tutt'altro che disprezzabile. Gli specchi di casa di Avivi sono in frantumi, non riesce più a vedersi riflesso da tempo. Non ha più consapevolezza di sé; l'ha persa da un pezzo, così come ogni senso di vergogna.

Sulla sua pagina Facebook, Avivi scrive: "Amici, stiamo assistendo all'inizio della fine della Spagna. La Spagna è un Paese in decadenza, un Paese del Terzo Mondo. L'Europa viene conquistata, semplicemente conquistata da ogni direzione. Ovunque ci sia un governo progressista "woke", il Paese sta semplicemente diventando un Paese spazzatura. I confini vengono violati, c'è immigrazione incontrollata, povertà, un'economia in rovina. Questo è il triste futuro del continente ed è anche una pessima notizia per gli ebrei che ci vivono, e in questo momento, è semplicemente giusto che si muovano e vengano in Israele".

Un discorso visionario da un residente dell'elegante città di Cesarea. Se Avivi non stesse riflettendo i sentimenti di tanti israeliani, sarebbe ridicolo, ma Avivi stava usando il gergo più israeliano che ci sia. È così che parlano i generali, così come i soldati smobilitati nei loro arroganti viaggi all'estero post-esercito ultranazionalisti. Fratello, siamo i migliori, critichiamo il mondo intero e gli predichiamo la morale. È una mancanza di autoconsapevolezza di provincialismo megalomane in un episodio patologico presentato in un singolo video.

C'è tutto. Ovviamente critica la Spagna per aver osato guidare la campagna contro il Genocidio di Gaza. Un Paese il cui carismatico Primo Ministro parla di Diritto Internazionale e moralità nel contesto israeliano rischia di scontrarsi con Aviv e con tutti noi. Quindi, voi spagnoli. Vi faremo vedere, a voi e al vostro Paese spazzatura. Dopo la vendetta nazionale per il sostegno degli israeliani all'Argentina nella finale dei Mondiali contro la Spagna, ecco un'arma apocalittica: Avivi. E lungo la strada, c'è l'opportunità di seminare paura nei confronti dei migranti musulmani e di scagliarsi contro il pensiero progressista.

E allora, che importa se avete il Prado a Madrid? Noi abbiamo il Memoriale del Corpo Corazzato a Latrun. Voi avete Antoni Gaudí e noi abbiamo Piazza Atarim a Tel Aviv. Voi avete il Real Madrid, noi abbiamo Beitar a Gerusalemme. E allora, che importa se avete Federico García Lorca e Pablo Picasso?

C'è anche l'opportunità di invitare gli ebrei d'Europa a emigrare immediatamente. Lasciate quel continente che affonda e venite in un luogo il cui futuro è un letto di rose, un Paese promettente e sicuro, una democrazia solida che cerca la pace e la prosperità. Il vostro futuro è qui, fratelli ebrei, in un Paese senza confini, che non sa se la prossima guerra scoppierà questa settimana o la prossima, che abusa di milioni di sudditi non ebrei, con uno dei Regimi più crudeli e spietati del mondo alle sue spalle e che commette Crimini di Guerra per passione, come ha detto un altro generale delle Forze di Difesa Israeliane. Cari ebrei, venite in un Paese che stermina i bambini. Qui starete molto meglio. Ascoltate cosa ha da dire Avivi.

- Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del quotidiano. Levy è entrato a far parte di Haaretz nel 1982 e ne è stato vicedirettore per quattro anni. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med nel 2008; il premio Libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell'Unione dei Giornalisti Israeliani nel 1997; e il premio dell'Associazione per i Diritti Umani in Israele nel 1996. Il suo libro, La Punizione di Gaza, è pubblicato da Verso; il suo libro più recente è Uccidere Gaza: Cronaca di Una Catastrofe.



Traduzione: La Zona Grigia

Unha asociación marroquí de dereitos humanos culpa Rabat da crise migratoria de Ceuta

A Presidencia irlandesa do Consello convocou unha reunión extraordinaria por videoconferencia despois das peticións do Goberno español e doutros 22 Estados membros, que manteñen posicións enfrontadas sobre as causas da crise e a resposta que debe adoptar a Unión Europea.

Chegada de migrantes a Ceuta, este 31 de agosto. 

Asociación Marroquí de Dereitos Humanos (AMDH) atribuíu a crise migratoria de Ceuta ás "políticas de empobrecemento e marxinación" aplicadas durante décadas polo Goberno de Marrocos sobre a poboación do norte do país. A entidade considera que a entrada dunhas 60.000 persoas a través do espigón do Tarajal é a consecuencia dunha profunda crise social e económica. 

A organización responsabiliza "politicamente" o Estado marroquí e atribúelle de maneira "directa e plena" as condicións que desembocaron nun desprazamento masivo que compara cos que se producen en zonas de guerra. A AMDH reclama a apertura dunha investigación "seria e independente" para esclarecer as circunstancias e as causas das saídas cara a Ceuta. 

A crise deixa polo de agora 67 persoas falecidas confirmadas polo Goberno español, principalmente por afogamento. A asociación eleva a cifra a 130 mortes e fala tamén de decenas de persoas desaparecidas, aínda que recoñece que este balance non foi confirmado oficialmente polas autoridades marroquís.

"Desesperación xeneralizada"

Para a AMDH, o sucedido é a expresión dunha "profunda crise estrutural" e o resultado de décadas de abandono social e económico no norte de Marrocos. A entidade considera que o feito de que milleiros de persoas arrisquen a vida para abandonar o país evidencia unha "desesperación xeneralizada" e unha perda de confianza nas institucións, nas políticas públicas e no futuro.

A organización denuncia que a pobreza, a desigualdade e a falta de perspectivas obrigan a poboación a procurar fóra do país mellores condicións de vida para ela e para as súas familias. Tamén acusa Rabat de utilizar a situación humanitaria e as necesidades da poboación, incluídas as crianzas e as persoas menores de idade, como instrumento de presión e negociación co Estado español e coa Unión Europea.

A asociación critica ademais o "silencio sospeitoso" das autoridades e institucións marroquís antes, durante e despois da crise. Ao seu xuízo, a ausencia de información e explicacións oficiais contribuíu a estender unha mobilización por distintas cidades e rexións do país para viaxar cara ao norte coa intención de cruzar a fronteira.

Por último, a AMDH condenou o aumento dos discursos da extrema dereita en Europa e nos Estados Unidos contra as persoas migrantes. A organización considera que esta retórica fomenta o odio e presenta a migración como unha ameaza para as sociedades occidentais.

Xuntanza de ministros do Interior

Os ministros do Interior da Unión Europea reuniranse a vindeira terza feira por videoconferencia para abordar a evolución da crise migratoria en Ceuta e coordinar a resposta comunitaria, segundo confirmou este sábado a Presidencia irlandesa do Consello da UE. "Como Presidencia do Consello, Irlanda convocará o martes unha reunión do Consello de Xustiza e Asuntos de Interior para debater a evolución da situación en Ceuta", anunciou o primeiro ministro irlandés, Micheál Martin. O encontro estará presidido polo ministro de Xustiza, Interior e Migración de Irlanda, Jim O'Callaghan.

A convocatoria chega despois de que o presidente do Goberno español, Pedro Sánchez, solicitase ás institucións europeas unha reunión extraordinaria para articular unha "resposta común". Paralelamente, os líderes doutros 22 Estados membros reclamaron tamén unha cita urxente nunha carta dirixida á Presidencia irlandesa, ao presidente do Consello Europeo, António Costa, e á presidenta da Comisión Europea, Ursula von der Leyen.

División entre os Gobernos europeos

Na súa misiva, Sánchez expresa a súa "seria preocupación" pola reacción dalgúns Gobernos europeos ante a emerxencia migratoria. Italia, Suecia e Dinamarca chegaron a reclamar a suspensión temporal do Estado español do espazo Schengen ou o restabelecemento de controis fronteirizos.

O presidente do Executivo español cualificou esta resposta de "asimétrica" e sostivo que se basea en "prexuízos, noticias falsas, ignorancia ou intereses políticos". Tamén considera que as medidas propostas contrarían o Dereito europeo e os principios de solidariedade comunitaria.

Os outros 22 mandatarios responsabilizan, pola contra, as políticas migratorias do Goberno español de favoreceren a crise. Na súa carta sinalan a recente sentenza do Tribunal Supremo sobre as devolucións en quente e a regularización extraordinaria dun "número moi elevado" de persoas migrantes como posíbeis factores de atracción.

 

[Foto: Marcos Moreno / Europa Press - fonte: www.nosdiario.gal]

 

Espanya espanta Europa amb la immigració

Escrit per Josep Sala i Cullell

Tots els sondeigs dels últims anys indiquen que els ciutadans europeus rebutgen de manera contundent el model d’immigració constant que hem viscut durant aquest segle. En una enquesta recent de YouGov, a molts països supera el 50 % l’opció de "no admetre més immigrants nous, i exigir que un gran nombre dels que van arribar en els darrers anys marxin". A Catalunya, les dades que ens dona el CEO mostren que la meitat o més dels catalans pensa que hi ha massa immigració, que l’efecte sobre els serveis públics és negatiu, i que les lleis són massa tolerants.

El punt de ruptura entre el model globalitzador i la ciutadania va tenir lloc el 2015, quan la guerra de Síria va provocar un enorme moviment de desplaçats cap a Europa. Des de llavors ha emergit una nova dreta contrària a la immigració que ha assolit conquestes electorals molt importants, i que té expectatives encara més altes. La voluntat dels ciutadans europeus —perfectament legítima i democràtica— és ben clara, i els partits tradicionals han après que molts dels seus electors els abandonen si no defensen el tancament de fronteres.

Això explica per què l’entrada de nouvinguts ha caigut en picat els últims anys, amb una sola excepció. Ara mateix, el 65 % del creixement demogràfic de la Unió Europea prové d’un sol estat, Espanya, que, tanmateix, només representa un 11 % de la població de la UE. El 2025, Espanya va créixer en 462.000 persones, mentre que França (que té vint milions d’habitants més) ho va fer en 230.000, i tant Alemanya com Itàlia van perdre població. L’onada migratòria fomentada per les autoritats espanyoles no té cap equivalència al continent, i fa unes setmanes ja vaig explicar a qui beneficia. Avui la gran porta d’entrada al continent és l’aeroport de Barajas.

La crisi de Ceuta ha fet reviure als governs europeus el trauma dels refugiats sirians

Per tot això, les imatges de l’entrada massiva de marroquins a Ceuta han provocat un terrabastall a tot Europa, i han encapçalat tots els informatius i les portades dels diaris. Des d’Espanya no s’acaba d’entendre, perquè com que l’estat de facto no accepta refugiats, aquella entrada massiva de sirians del 2015 no va tenir cap impacte. En canvi, per a la majoria dels polítics europeus ha estat reviure un trauma que els pot dur a un nou ensorrament electoral. Si ja veien amb un enorme escepticisme la regularització extraordinària d’un milió i mig de persones (que aviat tindran llibertat per moure’s per tot l’espai Schengen), veure joves entrant a Europa per mar o travessant una tanca ha estat letal.

La reacció exigint el control fronterer ha estat immediata i plena de fúria, i malgrat que els adlàters de Pedro Sánchez han intentat vendre que eren atacs de la ultradreta (amb Meloni com a espantall), en realitat han vingut de tot l’espectre polític: entre els 22 països de la Unió que han signat la carta que reclama noves mesures hi ha governs tant d’esquerra com de dreta. La decisió de Sánchez d’acusar-los d’actuar "per prejudici, mentides, ignorància o interès polític" és totalment irresponsable, i més quan tots els estats ja el veien com el cavall de Troia dels interessos xinesos al continent i el punt dèbil davant de l’amenaça russa.

La crisi de Ceuta també ha tornat a confirmar que tenim una esquerra totalment desconnectada de la realitat geopolítica global i de la voluntat majoritària dels ciutadans. Uns quants s’han dedicat a denunciar una conspiració trumpista-sionista per perjudicar el PSOE, però vull recordar que ja van intentar el mateix amb el cas de corrupció de Zapatero, i van haver de plegar veles. D’altres, amb una voluntat totalitària execrable, equiparen la defensa de les fronteres amb el racisme, i intenten, des de la seva talaia privilegiada, expulsar del debat públic qui no pensa com ells. Cal no oblidar tampoc que una entrada massiva de nouvinguts suposa una explosió d’ingressos per al tercer sector, i per això no m’estranya que alguns reclamin el trasllat immediat dels marroquins a la península.

Els fets d’aquests dies haurien de fer entendre a tothom que, malgrat el que repeteix aquesta esquerra, la immigració sí que es pot regular amb el control de fronteres. En el cas de Ceuta és obvi que la clau la té el Marroc, i fixeu-vos que decideix perfectament qui entra (oi que no heu vist subsaharians a les imatges?) i quan. Abandonem, per tant, la idea que el fenomen és inevitable i no s’hi pot fer res. Si Espanya és, de llarg, el racó d’Europa on arriben més immigrants —sobretot llatinoamericans per Barajas— és per una decisió conscient (i antidemocràtica) dels governs successius de PP i PSOE.

 

[Font: www.elnacional.cat]

Historia de amor e ruínas

Iria Collazo acumula paisaxes narrativas con fondura psicolóxica en «A muller de mentira» e recoñece que moitas persoas que leran a novela manifestaban que desexaban darlle unha aperta polo que escribira. Non é de estrañar 

Escrito por Ramón Nicolás

Tras Os mortos que amei (2024), proposta que ao meu ver adquiría un pulo diferente respecto das creacións literarias anteriores, Iria Collazo López ofrécenos arestora A muller de mentira: unha novela que naceu ao abeiro da I Bolsa Intercambio Xacobeo con Tbilisi en colaboración coa Residencia Literaria 1863 e que, ademais, resultou galardoada co Premio García Barros este mesmo ano.

Axéitanse estas páxinas a un modelo que aposta por unha primeira persoa na que a voz narrativa, non esquezamos que de índole literaria, escolle internarse polos ámbitos da non ficción para explorar todas aquelas zonas lóbregas que a ollada dunha muller que se considera invisible ilumina. Eis unha historia de amor e ruínas, un exercicio de reconstrución das causas que explican unha derruba persoal antes, durante e despois dunha ruptura sentimental. Alguén, por certo, que se define como «un animal imaxinario; un personaxe de conto; unha muller de mentira».

Coma se se tratase, así, dun breviario, dun diario sen datas, dun libro a medio camiño entre a memoria, a crónica e a ficción, é esta unha proposta gobernada por un espírito acaroado á brevidade, á escolla consciente do termo adecuado no seu xusto lugar. Iria Collazo acumula, deste xeito, pasaxes narrativas que nos deixan perplexos pola súa fondura psicolóxica, algo que deixa o camiño aberto a unha busca teimosa da intensidade emocional. Eses relatos mínimos, así pois, afondan na percepción, ou se se quere na interpretación, de acontecementos vividos de non sempre grata recordación. Velaí, ademais, como a autora incorpora un xogo vizoso que entendo como un espello que deixa admirar o cruzamento ou o diálogo con múltiples referencias literarias, cinematográficas e musicais que axudan, de vez, a erguer un edificio narrativo que xira e xira por volta dun camiño que non conduce a ningures ou talvez a algo novo e esperanzado.

Na presentación desta novela na Feira do Libro en Vigo, Iria Collazo confesou que nas últimas semanas moitas persoas que leran a novela manifestaban que desexaban darlle unha aperta polo que escribira. Non é de estrañar. Eu formo parte xa desta causa das apertas.

A muller de mentira

Iria Collazo López

Galaxia, Vigo, 122 páxinas, 16,50 €, 2026

 

[Fonte: cadernodacritica.wordpress.com]

domingo, 2 de agosto de 2026

Chi è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sfida Netanyahu?

Eisenkot, già membro del Gabinetto di Guerra di Israele, è emerso come lo sfidante più forte da anni del primo ministro Benjamin Netanyahu 

di Nadav Rapaport

Middle East Eye

Tra tre mesi il primo ministro Benjamin Netanyahu affronterà la sfida elettorale più difficile della sua carriera politica.

Le conseguenze dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, le campagne militari israeliane in tutto il Medio Oriente e la controversa decisione della coscrizione per gli ebrei ultra-ortodossi hanno rimodellato il paesaggio politico del Paese, erodendo il sostegno per Netanyahu e la sua coalizione governativa.

Al centro di questo cambiamento c’è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sta emergendo come lo sfidante più forte del primo ministro.

Gli israeliani andranno a votare il 27 ottobre e i sondaggi indicano costantemente che il Likud, il partito di Netanyahu, e i suoi alleati sono in difficoltà nell’assicurarsi la maggioranza parlamentare di 61 seggi necessaria a formare un governo.

Ora Eisenkot guida un ampio blocco di opposizione che abbraccia partiti, ebraici e palestinesi, di destra, centro e centro-sinistra, con recenti sondaggi che suggeriscono che, fino ad ora, ha la massima probabilità di porre fine alla lunga egemonia di Netanyahu.

Da umili origini a capo di stato maggiore

Eisenkot è nato nel 1960 a Tiberiade, da immigrati ebrei dal Marocco, ma è cresciuto a Eilat, la città israeliana più meridionale.

Dopo le scuole, nel 1978 si è arruolato nell’esercito iniziando una carriera militare culminata nella sua nomina nel 2015 a capo di stato maggiore, terminata dopo quattro anni con il pensionamento nel 2019.

Nel corso di quarant’anni Eisenkot è salito nei ranghi militari coprendo una serie di posizioni di comando ad alto livello. 

Agli inizi del 2000, durante la Seconda Intifada, comandava l’esercito nella Cisgiordania occupata prima di passare a guidare l’influente Direttorato delle Operazioni militari e poi del suo/locale Comando Nord.

Quando era a capo del Comando Nord, Eisenkot si è avvicinato alla “Dottrina Dahiya”, che prende il nome dal quartiere meridionale di Beirut a maggioranza sciita.

La dottrina raccomanda un uso schiacciante della forza militare contro infrastrutture civili in zone da cui sono lanciati gli attacchi con lo scopo di causare ampie distruzioni per ottenere degli obiettivi militari.

Nel 2008 parlando con Yedioth Ahronoth [il tabloid ebraico centrista più diffuso, ndt.] Eisenkot aveva delineato la strategia.

“In ogni villaggio da cui sparano contro Israele useremo una forza sproporzionata causando danni e distruzioni terribili”, aggiungendo che “dal nostro punto di vista queste sono basi militari”, chiarendo che i villaggi da cui partono gli attacchi sarebbero stati trattati come bersagli militari legittimi.

Sette anni dopo Netanyahu nomina Eisenkot capo di stato maggiore, sostituendo Benny Gantz di cui era stato il vice.

Durante il mandato di Gantz come capo di stato maggiore con Eisenkot quale vice, l’esercito israeliano uccise oltre 2200 palestinesi durante la guerra a Gaza del 2014 che, durata fino al 2023 è tutt’ora la più lunga campagna militare di Netanyahu.

“Il Medio Oriente sta andando a pezzi. Gli Stati stanno crollando. In questo vuoto un impero ci sta attaccando: l’Iran. Aspira ad armarsi con armi nucleari”, ha detto Netanyahu quando Eisenkot si insediò nel 2015.

“Il popolo di Israele si fida di te, il governo di Israele si fida di te, e Gadi, io mi fido di te”, ha aggiunto il primo ministro.

“Ci batteremo per scoraggiare il nemico, tenere la guerra sotto controllo, minacciare e vincere”, Eisenkot disse insediandosi al comando.

Sebbene durante il mandato di Eisenkot non ci sia stata un’offensiva militare sulla scala della guerra contro Gaza nel 2014, c’è stata un’escalation di violenza nei territori palestinesi occupati.

Tra il 2018 e il 2019, durante le proteste lungo la barriera Gaza-Israele della Grande Marcia del Ritorno, le forze israeliane uccisero oltre 200 palestinesi, ferendone migliaia, molti uccisi mentre si avvicinavano al confine.

Uno dei momenti decisivi del mandato di Eisenkot arrivò nel 2016 dopo l’uccisione di Abdel Fattah al–Sharif, da parte del soldato israeliano Elor Azaria nella Cisgiordania occupata.

Sharif, dopo un attacco con un coltello, giaceva a terra ferito nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron e Azaria gli sparò in testa; la scena fu ripresa da un video che scatenò una vasta condanna.

Nonostante le pressioni da parte di politici di destra e manifestanti, Eisenkot insistette che Azaria venisse giudicato da un tribunale militare, sostenendo che il soldato aveva violato il codice etico dell’esercito.

Alla fine Azaria fu condannato a 18 mesi di prigione anche se poi Eisenkot approvò una riduzione di pena a 14 mesi. Azaria fu rilasciato dopo nove mesi e non espresse mai rimorso.

Nel 2022, dopo il pensionamento, Eisenkot è entrato in politica, unendosi a Benny Gantz, suo ex comandante, nel Partito Unità Nazionale di centro-destra. Alla fine dell’anno, con il ritorno al potere di Netanyahu, è poi stato eletto alla Knesset, il parlamento di Israele.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha indotto il Partito Unità Nazionale a unirsi al governo di emergenza di Netanyahu, e sia Gantz che Eisenkot hanno occupato seggi nel gabinetto di guerra.

Ma le tensioni fra i due ex generali e il primo ministro diventarono ben presto di dominio pubblico.

Eisenkot ha ripetutamente criticato Netanyahu per la sua condotta della guerra, accusandolo di non aver dato la priorità al ritorno dei 251 ostaggi catturati da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre. Ha sostenuto che la pressione politica di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, i suoi partner nella coalizione di estrema destra, hanno minato gli sforzi per trovare un accordo.

“Quarantasei ostaggi che sarebbero dovuti ritornare non sono ritornati, alcuni di loro avremmo potuto riportarli a casa”, ha detto Eisenkot a Channel 12 News a gennaio.

“Abbiamo commesso degli errori”, ha detto, accusando Netanyahu di aver “sabotato” un accordo con Hamas all’inizio della guerra dopo averlo inizialmente approvato.

“Chiunque sia in una posizione di comando o leadership deve pagare il prezzo e tornarsene a casa”, ha aggiunto Eisenkot, riferendosi ai leader sia politici che militari che erano in carica durante l’attacco.

La sua attrattiva

A settembre Eisenkot ha abbandonato il sempre più impopolare Partito di Unità Nazionale di Benny Gantz per lanciare il proprio movimento politico, Yashar – in ebraico, “dritto” o “onesto”.

Annunciando il nuovo partito, Eisenkot ha detto che avrebbe lavorato per “riparare, guarire, e per dare speranza alla società israeliana”, collocando allo stesso tempo “la sicurezza e gli interessi nazionali dello Stato di Israele al di sopra di ogni altra considerazione”, una critica non troppo velata a Netanyahu, ripetutamente accusato di mettere la propria sopravvivenza politica davanti agli interessi del Paese.

Sembra che abbia vinto la scommessa.

Recenti sondaggi hanno regolarmente posto Yashar fra i primi partiti in Israele, alcuni mettendolo davanti al Likud e suggerendo che le opposizioni avranno abbastanza seggi per formare una coalizione di governo.

Ma Dahlia Scheindlin, analista politica israeliana, dice che l’ascesa di Eisenkot riflette un più ampio trend politico e non solo la sua popolarità personale.

“Parte del sostegno a Eisenkot non dipende da lui”, ha detto Scheindlin a MEE. “C’è un intero elettorato che si oppone a Netanyahu dai primi mesi della formazione governativa”.

Ha puntato l’attenzione sulle proteste di massa contro la riforma giudiziaria del governo nel 2023, sostenendo che gli elettori anti-Netanyahu hanno cercato fin da allora un leader di opposizione credibile.

“Questo non è un piccolo gruppo”, ha detto. “Dopo il 7 ottobre il suo sostegno è andato prima a Gantz e dopo a Bennett [ex Primo Ministro]. Non è solo grazie a Eisenkot, ma è perché c’è un campo politico in cerca di un leader”.

“Anche la carriera militare di Eisenkot ha sostenuto la sua posizione, ha detto Scheindlin.

“I leader militari godono del sostegno pubblico sin dalla fondazione dello Stato, grazie all’alto livello di fiducia che gli israeliani pongono nell’esercito”.

“Come altri ex generali che sono poi entrati in politica, dice, Eisenkot è visto da tanti come “efficiente, pragmatico e professionale”.

Inoltre, Scheindlin sostiene che anche la storia personale di Eisenkot è un forte elemento che lavora in favore dell’ex generale.

Fra l’ottobre 2023 e il novembre 2024 suo figlio Gal e due nipoti sono stati uccisi durante l’assalto militare di Israele contro Gaza.

“Ha perso il figlio e due nipoti mentre il governo chiudeva la porta alle famiglie in lutto e alle sofferenze del popolo, in un momento in cui la maggioranza degli israeliani voleva un accordo”, ha detto Scheindlin.

E nota che Eisenkot è visto da molti israeliani “come uno che ha sofferto in prima persona con la sua gente, sacrificando il figlio e nipoti“.

“Questo crea un contrasto tra lui e Netanyahu”, ha aggiunto. “Provoca rabbia verso il governo e incanala contro di esso la rabbia pubblica”.

Anche il suo background è diventato parte della sua identità politica.

Eisenkot diventerebbe infatti il primo mizrahi eletto premier. Figlio di ebrei immigrati dal Marocco, è di recente diventato bersaglio di quelli che i critici descrivono come attacchi razzisti nella campagna di Netanyahu.

mizrahi, ebrei le cui famiglie provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa, hanno da sempre subìto discriminazioni da parte degli ashkenaziti, l’élite sociale storicamente dominante in Israele.

“I miei genitori sono immigrati dal Marocco e io sono fiero di loro e delle mie origini, ma io sarei felice se, innanzitutto, fossimo fieri di essere israeliani”, ha detto Eisenkot dopo gli attacchi del partito Likud di Netanyahu, che da tempo si presenta come la casa politica di molti votanti mizrahi.

Amal Oraby, avvocata dei diritti umani palestinesi, ha detto che Eisenkot ha anche ottenuto un certo favore da parte dei cittadini palestinesi di Israele.

“Ha una buona reputazione su cui contare nella società palestinese di Israele”, dice Oraby a MEE. “A differenza di Benny Gantz, quando era capo di stato maggiore Eisenkot non ha condotto una guerra contro i palestinesi”.

Nonostante noti che Eisenkot sia rimasto per lo più in silenzio mentre i partiti dell’opposizione gareggiavano nell’adottare un linguaggio sempre più intransigente verso i cittadini palestinesi di Israele, Oraby sostiene che nonostante ciò molti palestinesi lo vedono come una figura più pragmatica di Netanyahu.

Oraby riferisce il commento di suo padre: Netanyahu ci fa rimpiangere Golda [Meir] e [Menachem] Begin. Il livello di violenza e fascismo di questo governo hanno portato i palestinesi a volere qualcuno di normale, qualcuno con cui dialogare”.

I piani di Eisenkot e come pensa di trattare i palestinesi

Eisenkot si presenta come un leader interessato a ricucire le divisioni politiche in Israele dopo quasi tre anni di guerra.

“La difficile e prolungata guerra ha rivelato la profondità delle spaccature e la necessità di un leader di tipo diverso: professionale, unificante e impegnato in una condotta democratica”, riporta il sito web del suo partito Yashar.

Il partito ha assicurato che darà la priorità alla leva degli ebrei ultra-ortodossi, rafforzando le istituzioni democratiche e attutendo la polarizzazione politica. 

All’inizio del mese Eisenkot ha anche promesso di abrogare le leggi approvate dal governo Netanyahu, accusandolo di indebolire l’esercito con il suo rifiuto di arruolare gli ultra-ortodossi.

Ma gli analisti dicono che Eisenkot è rimasto deliberatamente sul vago su molti dei temi che probabilmente caratterizzeranno il suo premierato, particolarmente il conflitto israelo-palestinese.

“Eisenkot non dice niente”, ha detto Scheindlin a MEE.  “Si concentra su cose che possono essere implementate immediatamente e sulla sua vita personale.”

Sostiene che la sua ambiguità si estende persino a temi che hanno dominato nella politica israeliana, inclusa la riforma giudiziaria che aveva innescato le proteste di massa nel 2023.

“I suoi consiglieri hanno adottato l’approccio che non c’è bisogno di parlare del problema palestinese”, ha detto Scheindlin.

“È possibile che i votanti del centro pensino che Eisenkot voglia raggiungere un qualche tipo di accordo con i palestinesi, ma è come uno schermo bianco su cui proiettare tutti i tuoi desideri.”

Oraby ha detto che Eisenkot sembra favorire il ritorno alla vecchia politica israeliana di gestire invece che risolvere il conflitto.

“Eisenkot vuole ritornare alla politica di gestione del conflitto”, dice Oraby, riferendosi a un approccio praticamente abbandonato dal presente governo.

Nonostante tutto ciò Oraby sostiene che molti palestinesi vedono Eisenkot come una figura più pragmatica.

“I palestinesi possono consolarsi del fatto che non sia un colono”, dice riferendosi alla presente guerra a Gaza e alle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata.

Ma Oraby ha detto che Eisenkot ha fatto pochi sforzi nel coinvolgere direttamente i cittadini palestinesi in Israele.

“Non si rivolge all’elettorato palestinese come a un pubblico che vuole convincere”, dice Oraby, aggiungendo che Eisenkot non ha presentato alcuna proposta per combattere la violenta criminalità contro le comunità palestinesi in Israele.

Dall’inizio dell’anno circa 150 cittadini arabi di Israele sono stati uccisi in atti di violenza criminale, la maggioranza dei quali casi irrisolti.

“C’è una accettazione tra i palestinesi in Israele che un governo guidato da Eisenkot non farà miracoli e certamente non risolverà il conflitto israelo-palestinese”, dice Oraby.

“I palestinesi vogliono un ritorno alla normalità.”

Scheindlin in linea di massima è d’accordo, sostenendo che la principale differenza tra Eisenkot e Netanyahu non stia tanto nella loro visione a lungo termine quanto nel loro stile politico.

“Questo è il significato di pragmatico. Non vuole spostarsi verso una visione fondamentalista.”

I commenti di Eisenkot fanno pensare che sia a favore del mantenimento del controllo israeliano su parti della Cisgiordania occupata anche se si oppone a un’annessione immediata.

“Se annettessimo a Israele i palestinesi, ciò sarebbe una seria minaccia al progetto sionista”, ha detto a Channel 13, aggiungendo che la fondazione delle colonie dovrebbe continuare entro i limiti della legge israeliana.

“Io non ho mai parlato di uno Stato palestinesi”, ha detto Eisenkot lunedì, ricusando la critica di essere un candidato di sinistra, ma aggiungendo che farà tutto il possibile affinché non si realizzi il piano di Smotrich di annettere la Cisgiordania.

“L’idea è assurda, una cosa completamente folle”, ha detto Eisenkot, sostenendo che, riferendosi ai palestinesi, Israele deve distinguere “fra terroristi e popolazione”.

Su Gaza Eisenkot sostiene che Hamas dovrebbe essere sostituito da un’Autorità Palestinese riformata.

”L’Autorità Palestinese a Gaza sarebbe meno peggio di Hamas”, ha detto lo scorso mese a i24News.

“Hamas deve essere eliminato come forza militare e governativa, e deve nascere una leadership diversa, affiliata con un’Autorità Palestinese che dovrebbe passare attraverso un accurato processo di de-radicalizzazione.”

Eisenkot può diventare primo ministro?

Resta incerto se Eisenkot saprà tradurre i suoi forti sondaggi in una vittoria elettorale.

“Le sue possibilità non sono così male”, ha detto Scheindlin a MEE facendo notare che, dal ritorno al potere di Netanyahu, i partiti di opposizione hanno costantemente avuto la maggioranza in molti sondaggi.

“Da tre anni e mezzo i partiti di opposizione hanno avuto la maggioranza in quasi tutti i sondaggi”, ha detto, sostenendo che adesso è “molto più difficile per il Likud formare un governo dopo le elezioni.”

Molto dipende se Eisenkot vorrà lavorare con i partiti palestinesi nella Knesset.

“I palestinesi vogliono abbattere il presente governo”, ha detto Oraby a MEE, aggiungendo che molti palestinesi cittadini di Israele dicono: “Siamo pronti a fare qualsiasi cosa per deporre Netanyahu.”

Ma ha messo in guardia che “l’opinione contro il coinvolgimento dei partiti arabi nel governo è così forte che non è certo se Eisenkot avrà il coraggio di farlo.“

In quasi tutti i sondaggi, il partito Yashar guidato da Eisenkot e i suoi alleati ebraici di opposizione non arrivano alla maggioranza dei 61 seggi necessari a formare un governo senza il sostegno dei partiti palestinesi. 

Si prevede che gli islamisti e i conservatori della Lista Araba Unita, noti come Raam, l’acronimo in ebraico, e i socialisti dell’unione Hadash-Taal vinceranno circa 10 seggi, il che li renderebbe l’ago della bilancia nei negoziati per una coalizione.

Scheindlin afferma che molti partiti di opposizione hanno inutilmente limitato le loro opzioni di coalizione rifiutandosi di collaborare con i partiti palestinesi.

Comunque Eisenkot ha lasciato la porta aperta almeno a Raam.

“Lascia la porta aperta alla cooperazione con Raam”, ha detto Scheindlin, osservando che i tre princìpi essenziali di Eisenkot – mantenere Israele uno Stato ebraico e democratico, sostenere i valori della Dichiarazione di Indipendenza e appoggiare il servizio militare o nazionale – potrebbero costituire una base comune con il partito.

Ha detto che l’enfasi di Eisenkot sul servizio nazionale come alternativa civile al servizio militare sostenuta da Raam, è ampiamente vista come un segnale che sarebbe favorevole a includere il partito in una futura coalizione.

Tuttavia Scheindlin ha avvertito che Netanyahu resta un formidabile oppositore politico nonostante i bassi sondaggi della sua coalizione.

Consolidando il sostegno a destra e rimodellando la sua coalizione prima delle elezioni, “c’è una possibilità non trascurabile che Netanyahu riuscirà a formare un governo”, ha detto.

Anche se nessuna delle parti riuscisse a ottenere una maggioranza parlamentare, Scheindlin ha detto che Netanyahu potrebbe ancora costringere Israele a un’altra tornata elettorale, uno scenario che ha più volte allungato la sua permanenza in carica.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 

[Fonte: www.zeitun.info]

A internacional reaccionaria fai bandeira do golpe ao Goberno de España en Ceuta

Hai algo máis de media década, en plena crise da COVID, facíanse 45 anos da invasión e anexión do Sáhara Occidental por parte de Marrocos mediante a Marcha Verde, cando o o reino daquela encabezado por Hassan II, pai do actual monarca marroquí, aproveitou a feblezada ditadura española, con Franco agoniante, para culminar a operación. Naqueles días, un electoralmente derrotado Donald Trump recoñecía a soberanía marroquí sobre o Sáhara 

Pedro Sánchez, o ministro Grande-Marlaska e mandos policiais, en Ceuta observando puntos fronteirizos a través de videovixilancia.

Escasos meses despois, o mesmo Marrocos ao que España e a Unión Europea subcontratan a política migratoria -mediante inxeccións económicas ao réxime de Mohamed VI para frear migrantes no seu territorio cos seus propios métodos militares e policiais- decidía relaxar os controis en Ceuta. Abrir a fronteira e propiciar a entrada na cidade norteafricana de soberanía española de milleiros de persoas migrantes, dando lugar a unha imaxe de desbordamento do Goberno de España e propiciando dantescas escenas de centos de persoasentre elas menores de idade -mesmo bebés- transitando a fronteira a pé, en balsas ou a nado 

Imaxes semellantes ás deste remate de xullo na mesma cidade de Ceuta e, en menor medida, tamén en Melilla. Nun novo golpe ao Goberno de Pedro Sánchez do que a internacional reaccionaria fai bandeira. 

Lo que ha sucedido es un ataque a la integridad territorial de España y merece nuestra más rotunda y enérgica condena.

Toda España está con la ciudadanía de Ceuta. El Gobierno de España está con la Ciudad Autónoma.

Gracias por la cooperación que siempre hemos mantenido con el… pic.twitter.com/ZqKdUdu7Oy

— Pedro Sánchez (@sanchezcastejon) July 31, 2026

Pedro Sánchez advirte en Ceuta dun "ataque á integridade territorial" do Estado

Non pasara nin un ano da anterior crise de 2021, coas persoas migrantes viradas por Marrocos en arma arreboladiza, e o Goberno español confirmaba a un xiro na súa posición histórica a respecto do Sáhara occidental, asumindo os plans de Marrocos para a que fora colonia española ata 1975. O Executivo español aceptou o modelo de "autonomía" para o Sáhara Occidental, sen autodeterminación, na liña marcada polos EUA. 

Apenas dous anos despois daqueles acontecementos  Trump volveu á Casa Branca, dando azos á internacional reaccionaria e ao seu aliado en Oriente Próximo, Israelavalándoo no seu xenocidio en Gaza. O Goberno de España significouse na contra, así como na oposición aos ataques a Irán á marxe da legalidade internacional. E nas últimas semanas, ao tempo, o gabinete Sánchez deu en recompoñer as relacións políticas -e enerxéticas- con Alxeria.

Todos estes elementos deben estar na mesa para entender o que é, pero non só, unha crise humanitaria. Éo en tanto que implicou milleiros de persoas (unhas 50.000, segundo algunhas fontes), moitas delas migrantes, entrando en masa de territorio marroquí a español e moitas delas, xa retornando. Aproveitando, en teoría, o recente ditame do Tribunal Supremo que impide as devolucións en quente -inmediatas tras a entrada- de persoas chegadas polo mar nun episodio que deixa, no momento da redacción desta información, máis de 40 vítimas mortais.

James David Vance, vicepresidente dos EUA, atacando o Goberno de España cun vídeo de Fox News sobre os sucesos de Ceuta

Sánchez, desprazado en Ceuta este venres, define o acontecido como "un ataque á integridade territorial de España". O Goberno español atribúe o sucedido a un aproveitamento por parte de "mafias" que se aproveitan dos migrantes da devandita xurisprudencia sentada polo Supremo e anunciou novas medidas sobre o terreo, dende barreiras físicas no mar ata unha despregadura do Exército. Marrocos, mantén Sánchez, está a "cooperar". 

Entre a obvia crise humanitaria e as habituais repercusións en política doméstica -o PP, con Feijóo á cabeza, culpa a Sánchez persoalmente de todo o acontecido-, a internacional reaccionaria celebra

E na vertente virtual, a das redes -especialmente X, a plataforma de Elon Musk- atacan ás claras ao Goberno de España con argumentos da Administración estadounidense segundo as cales os feitos de Ceuta teñen como causa "as políticas globalistas de extrema esquerda", amplamente secundados por, entre outros, destacados cargos israelís. Ao tempo, cargos das dereitas de diversos Estados da UE, a comezar pola italiana Meloni, suxiren expulsar a España da libre circulación garantida no Espazo Schengen.

Ataques de contas oficiais do Goberno dos EUA contra o Executivo español a conta dos sucesos de Ceuta

[Imaxe: Pool Moncloa/Borja Puig de la Bellacasa - fonte: www.praza.gal]


Crisi migratòria, cinisme imperial

Espanya farà l'única cosa que sap fer un estat fràgil amb pretensions d'imperi: sobreactuar, militaritzar el llenguatge i reforçar el xantatge fronterer. 

Imatge de la sortida de Ceuta de grups de migrants, facilitades pel govern espanyol. 

Escrit per Pau Gener

El govern dels socialistes torna a fer aigües. Aquest és un titular que darrerament no ens hem cansat de donar. La premsa de Madrid i la seva sucursal barcelonina el repetiran amb l’eufòria dels qui descobreixen la sopa d’all: avui són els trens que es paren, ahir eren els incendis o les comissions de no-sé-què, i avui és una nova crisi migratòria… És la crítica fàcil, el pim-pam-pum i la gestió. Però reduir aquesta qüestió al talent d’un funambulista de la Moncloa és pecar d’ingenu. Aquesta crisi va de Sánchez, sí; però sobretot va de la naturalesa mateixa de l’Estat espanyol i del cinisme fundacional d’una Europa esmaperduda. Anem a pams.

Malgrat el que digui la literatura barata per a consum de la parròquia constitucionalista, Ceuta i Melilla no són dues «ciutats autònomes». Són dues colònies anacròniques encastades al nord d’Àfrica; i Espanya, no és pas cap misteri, és un estat que es va edificar sobre un atavisme colonial que mai no ha tingut el valor ni la dignitat de mirar a la cara. A la progressia espanyola, sempre tan delerosa de disfressar-se de mestra de la descolonització global i la justícia de moqueta, ja li va bé —mentre les tanques aguantin. El problema de Sánchez és que, després de fer el milhomes moralista pel món, la realitat i els qui li volen mal li han tornat el cop on més li dol, o sigui a les portes del seu propi pati del darrere.

Que què farà ara l’Estat? La resposta ràpida és segurament no gaire. Espanya farà l’única cosa que sap fer un estat fràgil amb pretensions d’imperi: sobreactuar, militaritzar el llenguatge i reforçar el xantatge fronterer. Retornaran els migrants i Europa, naturalment, mirarà de dissimular-ho tot una mica mentre paga la factura de la policia del Marroc. La raó és que aquesta Unió Europea de la qual tant ens vanagloriem té exactament les mateixes deficiències d’Espanya i de governs com el de Sánchez: és un gegant amb peus de fang sustentat sobre l’asímptota de la hipocresia i la seva feblesa estructural és el símptoma d’un projecte incapaç d’assumir quin és el seu lloc al món.

El Vell Continent viu instal·lat en una fantasia fàcil, un parc temàtic de drets humans que no sempre es respecten finançat amb el treball dels altres i protegit per tanques alienes. L’espanyol, el mateix: viu instal·lat en el seu petit regne de paraula caduca i voldria un país sense problemes, un Estat immens i centralista on catalans, bascos i gallecs fessin la feina calladament i no fessin soroll; on mantenir dues possessions colonials a l’Àfrica no tingués cap cost geopolític. Però la història té el mal costum de passar factura. I això, tot i la seva deixadesa, Trump, Musk, la corona del Marroc i Netanyahu ho saben.

Tanmateix, com passa sempre en els drames de la decadència imperial, el preu no el pagaran els qui s’asseuen als consells de ministres, ni tan sols Espanya. El pagaran, en primer lloc, els mateixos migrants, utilitzats com a carn de canó per una monarquia alauita sanguinària i posteriorment expulsats cap a la precarietat i la persecució judicial per un progressisme europeu que s’omple la boca de solidaritat mentre signa les deportacions. I, en segon lloc, el pagarem els de sempre. Colònies internes com Catalunya, que continuen essent el motor econòmic indispensable per pagar la festa, el control policial i la desídia d’un Estat tant hipòcrita com ineficient que juga amb tota aquesta gent, en realitat tan vulnerable—perquè, recordem-ho, hi estiguem d’acord o no, la de Ceuta continua sent encara la nostra frontera.

Si Europa vol plantar cara a l’onada dels discursos d’odi i no acabar convertida en un museu d’impotència, haurà de deixar de jugar a ser un imperi de paper. Caldrà que decideixi d’una vegada quins són els seus límits reals, quin model territorial interior pot sostenir —més articulat, més regional, menys jacobí— i, a partir d’aquí, tractar la immigració no com una emergència policíaca, sinó com el test de cotó de la seva pròpia legitimitat. Als partits catalans els beneficiaria fer exactament el mateix: entendre la magnitud d’allò que està en joc, deixar de fer de còmplices del paperot de l’extrema dreta i d’aquesta ficció anomenada Espanya i fer entendre d’una vegada a Brussel·les que si la Unió vol sobreviure unida, l’únic camí real demana fragmentar-se, mirar tot aquest desgavell als ulls. Tota la resta és continuar fent tocar l’orquestra mentre veiem el vaixell enfonsar-se.

 

[Foto: ACN - font: www.nuvol.com]


Il Museo Nazionale del Cinema dedica una grande mostra a Gillo Pontecorvo e al suo archivio

A vent'anni dalla morte di Gillo Pontecorvo e a sessant'anni dal Leone d'Oro assegnato a La battaglia di Algeri, il Museo Nazionale del Cinema inaugura ala Mole Antonelliana una mostra costruita attorno al vasto archivio personale del regista, conservato a Torino dal 2013 grazie alla donazione della famiglia. 

Gillo Pontecorvo. Una battaglia dopo l’altra, visitabile dal 16 settembre 2026 al 5 aprile 2027 negli spazi del piano di accoglienza della Mole, rappresenta il primo tentativo sistematico di restituire al pubblico il funzionamento del laboratorio creativo di uno dei cineasti più influenti del secondo Novecento italiano attraverso materiali di lavoro, sceneggiature annotate, corrispondenza, fotografie, documenti preparatori e filmati provenienti dal Fondo Pontecorvo del Museo.

La mostra, curata da Mauro Genovese con Caterina Massignani, si sviluppa seguendo le principali questioni storiche e politiche che attraversano la biografia del regista e la sua filmografia: l’esperienza della Resistenza, la memoria della Shoah, i processi di decolonizzazione, le lotte di liberazione nazionale e i conflitti sociali del secondo dopoguerra.

Pontecorvo appartiene infatti a quella generazione di autori europei per i quali il cinema costituiva innanzitutto uno strumento di analisi storica e politica. La sua produzione rimane relativamente esigua — poco più di una decina di opere nell’arco di oltre quarant’anni — ma ha esercitato un’influenza che supera largamente la dimensione quantitativa della filmografia.

Il percorso espositivo dedica particolare attenzione a La battaglia di Algeri (1966), probabilmente il titolo che più di ogni altro ha contribuito a ridefinire il rapporto tra cinema politico e rappresentazione storica. Realizzato con il sostegno del governo algerino pochi anni dopo l’indipendenza e scritto insieme a Franco Solinas, il film adottava tecniche visive vicine al reportage televisivo e al documentario per ricostruire la guerriglia urbana nella Casbah durante la guerra d’Algeria.

L’impatto internazionale dell’opera è stato tale da oltrepassare il terreno strettamente cinematografico. Nel corso dei decenni il film è stato studiato tanto dai movimenti di liberazione nazionale quanto dagli apparati militari occidentali; nel 2003 il Dipartimento della Difesa statunitense organizzò una proiezione interna durante la guerra in Iraq, considerandolo uno strumento utile per comprendere le dinamiche della controinsurrezione e della guerra urbana contemporanea.

Accanto al film premiato a Venezia nel 1966 trovano spazio anche gli altri snodi della carriera del regista: Giovanna (1955), Kapò (1960), uno dei primi film europei a confrontarsi direttamente con la deportazione nei campi di concentramento, e Queimada (1969), riflessione sul colonialismo e sui meccanismi economici dell’imperialismo costruita attorno alla figura ambigua dell’agente britannico interpretato da Marlon Brando.

Una sezione è dedicata inoltre a Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, film della Resistenza del 1946 nel quale Pontecorvo comparve come attore prima di intraprendere definitivamente la strada della regia.

L’esposizione ricostruisce anche la rete di collaborazioni che accompagnò il lavoro del regista. Centrale fu il rapporto con Franco Solinas, tra gli sceneggiatori politicamente più influenti del cinema europeo del dopoguerra, e quello con Ennio Morricone, autore di partiture che contribuirono in maniera decisiva alla costruzione della tensione narrativa di opere come La battaglia di Algeri e Queimada. Ugualmente significativa fu la collaborazione con Yacef Saadi, ex dirigente del Fronte di Liberazione Nazionale algerino che partecipò alla produzione del film del 1966 interpretando inoltre il proprio ruolo storico sullo schermo.

La mostra dedica spazio anche agli anni della direzione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, incarico ricoperto da Pontecorvo tra il 1992 e il 1996, e successivamente alla presidenza di Cinecittà, a testimonianza di un’attività che si estese ben oltre la sola pratica registica.

Tra gli elementi più significativi dell’esposizione figura il prestito del Leone d’Oro originale assegnato nel 1966 a La battaglia di Algeri, presentato per la prima volta al pubblico insieme ai materiali preparatori del film.

Il progetto sarà accompagnato da una rassegna cinematografica al Cinema Massimo, da attività didattiche e da un programma di cinelezioni rivolte alle scuole, in continuità con una delle convinzioni che hanno attraversato l’intero percorso di Pontecorvo: l’idea che il cinema possa rappresentare non soltanto una forma artistica, ma anche uno strumento di educazione storica e di cittadinanza critica.

Gillo Pontecorvo. Una battaglia dopo l’altra
Museo Nazionale del Cinema – Mole Antonelliana, Torino
16 settembre 2026 – 5 aprile 2027

 

[Fonte: www.indie-eye.it]