terça-feira, 24 de fevereiro de 2026

«Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti»

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati. Foto ufficiale del Governo colombiano

di Sophie Bessis, Dominique Eddé 

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicatiLa civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)


[Riprodotto su www.zeitun.info]


Robert Duvall y la verdad de la mentira

Descamisado en medio de un bombardeo, sentado discretamente detrás de Vito Corleone o presumiendo su afición al tango en Buenos Aires, los personajes que interpretó Robert Duvall (1931-2026) en más de medio siglo de carrera demuestran que, en la actuación, a veces menos es más. 

Escrito por Ernesto Diezmartínez

¿En quién se inspiró Robert Duvall para su impávido Kilgore, el descamisado coronel que, en cuclillas, mientras todo explota a su alrededor, suelta con una suerte de serena alegría aquella célebre línea de “Me encanta el olor del napalm por la mañana”? ¿Estaba homenajeando torcidamente a su padre militar, un contraalmirante de la fuerza naval estadounidense, o se trata de una reconstrucción personal del año que pasó en el ejército, a inicios de los años 50? Difícilmente: Duvall nunca estuvo en combate en ninguna parte, apenas si sabía manejar armas y, por lo tanto, es muy probable que la citada escena de Apocalipsis ahora (Coppola, 1979) haya surgido, más bien, de su admirable y admirada perspicacia como actor, que no pudo ser opacada ni siquiera por el desafuero colectivo que fue el caótico rodaje de aquella obra maestra de Francis Ford Coppola.

Según sus propias palabras, Duvall no sabía ni quería hacer otra cosa que actuar. Acaso heredó esa pasión de su madre, una aspirante a actriz que no pudo desarrollarse profesionalmente. En todo caso, después de cumplir su año de servicio en el ejército, el joven Duvall cruzó el país, rumbo a Nueva York, a estudiar arte dramático en la Escuela de Teatro Neighborhood Playhouse, dirigida por Sandford Meisner, en donde conoció a algunos colegas con los que compartiría no solo clases, sino trabajos, habitaciones y hasta reputación, como James Caan y Gene Hackman. La técnica que aprendió Duvall en esa célebre escuela de teatro nos da la clave para entender la manera en la que el actor construiría sus personajes a lo largo de una extensa carrera de más de seis décadas, con más de 150 créditos teatrales, cinematográficos y televisivos.

A contracorriente del “método” popularizado por Lee Strasberg en esos años, su compañero y luego competidor Meisner rechazaba por completo el recurso a la “memoria afectiva” –central en la actuación del “método”–, favoreciendo el desarrollo y construcción de los personajes a partir de la acción y la reacción. Es decir, no se trataba de explorar recuerdos, memorias y profundos sentimientos internos, sino de estudiar con cuidado el entorno, adaptarte a él y buscar conexiones con tus compañeros de escena. En una frase, buscar la verdad de la mentira en el hacer y no solo en el pensar.

Esto explica la enorme versatilidad de Duvall, el hecho de que nunca pareciera fuera de lugar interpretando este, ese o aquel personaje, tan distintos uno del otro: sin excepción, siempre lograba transmitir algo genuino. Sea el ya mencionado Kilgore, que no parpadea cuando estallan bombas cerca de él y se levanta para lamentar que algún día esa guerra (la de Vietnam) terminará; sea el perpetuamente exasperado y abusivo ejecutivo Frank Hackett de Network: Poder que mata (Lumet, 1976); sea, en el otro extremo de estos dos explosivos personajes, su notable debut fílmico en el papel del misterioso ermitaño Boo Radley del clásico Matar un ruiseñor (Mulligan, 1962).

Aunque nunca fue extraño a la encarnación de la fuerza y la autoridad –además de los personajes arriba citados, hay que recordar su amenazante patrullero de Dos almas en pugna (Coppola, 1969) y su carismático predicador de la obra mayor El apóstol (1997), cinta que el mismo dirigió–, Duvall se ganó su lugar en la historia del cine desde muy temprano y con un personaje mucho más discreto, acaso el más discreto de todos: me refiero al consiglieri mafioso Tom Hagen del díptico de El padrino (Coppola, 1972 y 1974).

Su Tom Hagen es una clase magistral de “la técnica Meisner” con la que se educó. El hijo adoptivo irlandés de los italianos Corleone no toma jamás la iniciativa, pero siempre está ahí, presente, estudiando todo lo que le rodea, listo para reaccionar ante el mínimo gesto de Don Corleone, sonreír ante las peligrosas indiscreciones de Sonny, intervenir cuando Fredo ha perdido el piso y proponer opciones ante la calculadora frialdad del heredero Michael. Que Duvall no haya pasado desapercibido en esa engañosamente discreta actuación de El Padrino —obtuvo la primera de sus siete nominaciones al Oscar– es la mejor demostración de que, a veces, en lo que a la actuación se refiere, menos, es más.

El Oscar le llegaría, por fortuna –y a diferencia de su compañero de reparto Al Pacino, que lo ganó por la impresentable Perfume de mujer (Brest, 1992)–, por uno de sus mejores trabajos, el más sereno de toda su filmografía: como el alcohólico cantante de country en proceso de rehabilitación y reconstrucción Mac Sledge de El precio de la felicidad (Beresford, 1983). El primer largometraje hollywoodense del australiano Bruce Beresford es un lacónico melodrama viril en el que Duvall, fiel a su integridad artística, se adapta más que imponerse a la historia, al entorno y a los personajes que lo habitan.

Su cantante marginal y marginado por el alcohol inicia otra vida en algún lugar de Texas al lado de una nueva mujer –con observador hijito en ristre– sin explosiones dramáticas ni chantajes sentimentales de ninguna especie. El limpio estilo seco del primer Beresford –el mejor en su extensa filmografía– le permite a Duvall construir su personaje en encuadres abiertos, con gestos nada enfáticos, incluso con acciones fuera de cuadro que el espectador no ve, pero intuye. Se trata de una brillante derivación, aún más atemperada, de su discreto Tom Hagen.

Además de actuar, Duvall se animó ocasionalmente, a ritmo de cada década, a dirigir un puñado de películas: We’re not the jet set (1974), un documental sobre un grupo de vaqueros que había conocido al actuar en Dos almas en pugna; el meritorio  melodrama Angelo mylove (1983), sobre la desconocida comunidad gitano-americana; el intenso drama religioso ya mencionado El apóstol, con el que pudo haber ganado su segundo Oscar como actor; el capricho personal Crimen a ritmo de tango (2002), en el que se dio a sí mismo la oportunidad de practicar y presumir su pasión tanguera en el papel de un viejo sicario en Buenos Aires; y Wild horses (2015), un drama rural/policial con el que se despidió como cineasta, aunque nunca se haya retirado oficialmente como actor.

No tenía necesidad de hacerlo: presencias como las de él nunca se retiran por completo. Quedan flotando para siempre en la memoria colectiva. ~

 

[Foto: KPA/United Archives via ZUMA Press - fuente: www.letraslibres.com]

Unha antoloxía censurada de Alonso Montero, a piques de ver a luz

O informe da censura da época explicitaba un «no publicable» en base a criterios extraliterarios

«TRINTA ANOS DE POESÍA CRÍTICA 1936-1966». Cuberta escrita a bolígrafo por Xesús Alonso Montero. Esta obra verá pronto a luz da man da editorial Galaxia.

Escrito por Ramón Nicolás

Lémbroo ben porque era un día solleiro e concluíra o período das restricións ocasionadas polo estado de alarma derivado da covid-19. Alonso Montero e mais eu desprazámonos desde Vigo á biblioteca da Deputación de Ourense co obxectivo de recadar unha copia da antoloxía Trinta anos de poesía crítica, tras convencer ao autor da necesidade de dala a coñecer, como había pouco fixera co Dicionario da nova literatura galega (Xerais, 2021). No coche usou unha expresión que reiteraba bastante e era a de matar dous pombos dun tiro: en efecto, por alí estaba tamén Patricia Arias cun proxecto sobre Federico García Lorca, mergullada entre un océano documental que precisaría varias vidas para analizar e estudar. Escribo todo isto porque, en efecto, pasou bastante tempo e a edición daquela escolma debía estar publicada; mais o libro sufriu diversas peripecias coas que non contabamos. 

Dun ou doutro xeito, o relevante é que cando esta vexa a luz, que será en breve da man da editorial Galaxia, converteremos o libro nunha fermosa ocasión para que siga a perdurar na nosa memoria. Á devandita antoloxía poética, á que Alonso lle engadiu para esta edición un prólogo ad hoc —redactado, como era adoito nel, nunhas páxinas manuscritas que miran para min enriba da mesa de traballo— eu sumeille unhas páxinas limiares previas, alén de dispor a edición.

Obxectivamente, teño para min que é unha proposta relevante porque, alén do seu significado como achega crítica que incorpora textos poéticos, ás veces inéditos, cómpre ollala como un exemplo máis do férreo mecanismo de control ideolóxico do franquismo que foi inclemente coa antoloxía, como o foi con outra que organizara Xosé L. Méndez Ferrín por volta de finais dos anos sesenta e que aínda non viu a luz. 

Inclemente porque, aínda desde as instancias de certas limitacións coas que Alonso Montero operou, o informe da censura explicitaba un «no publicable» en base a criterios extraliterarios, subliñaba a intención «sediciosa» do autor e editor —publicaríaa Gráficas Tanco de Ourense— e xulgábaa como «atentatoria a la unidad nacional». De todo isto, e máis, falaremos en breve onde corresponda.

Desde os meus afectos, saúde e cante o merlo, don Xesús.

 

[Fonte: www.lavozdegalicia.es] 

Sébastien Lecornu veut lutter contre l’antisémitisme avec une proposition de loi pénalisant l’antisionisme

Le Premier ministre Sébastien Lecornu a promis jeudi qu'un texte de loi visant à lutter contre l'antisémitisme, qui suscite déjà de vifs débats, serait examinée "dès avril" par le Parlement. 

Le Premier ministre Sébastien Lecornu prononce un discours lors du dîner annuel du Conseil représentatif des institutions juives de France (CRIF) au Carrousel du Louvre à Paris, le 19 février 2026.

 

 

Sébastien Lecornu et l’antisionisme – « Le gouvernement inscrira à l’ordre du jour des travaux du Parlement dès ce mois d’avril la proposition de loi portée par la députée Caroline Yadan », a affirmé M. Lecornu lors du 40e dîner du Crif (Conseil représentatif des institutions juives de France) à Paris.

Ce texte élargit le délit d’apologie du terrorisme et crée un délit de négation d’un État. Il est contesté, ses opposants y voyant un amalgame entre juifs et Israël et une tentative de brider toute critique de la politique de Benjamin Netanyahu.

La dénonciation de l’antisionisme

« Appeler à la destruction de l’État d’Israël, c’est appeler à la mise en danger vital d’un peuple » ce qui « ne peut plus être toléré », a affirmé M. Lecornu, estimant que « Dire De la mer au Jourdain c’est appeler à la disparition d’Israël ».

Par ailleurs « soutenir Israël ce n’est pas soutenir un gouvernement » mais « l’existence d’un État, sa souveraineté, sa sécurité et donc le droit du peuple juif à disposer de lui-même », a-t-il ajouté.

M. Lecornu a par ailleurs estimé que « ce que fait l’actuel gouvernement israélien en Cisjordanie contrevient au droit international ».

Mais « l’instrumentalisation politique du droit n’est pas davantage acceptable », a-t-il ajouté, estimant que la représentante spéciale des Nations unies Francesca Albanese « décrédibilise profondément la parole internationale » lorsqu’elle « tient des propos en compagnie de représentants du Hamas ou de l’Iran ».

« La France en tire alors les conséquences et demande donc sa démission », a-t-il ajouté.

Une peine d’inéligibilité pour propos antisémite

Le premier ministre a aussi défendu la proposition faite par Emmanuel Macron d’une peine d’inéligibilité pour propos antisémite, qui « devra être également inscrite dans notre droit ».

Avant lui, le président du Crif Yonathan Arfi avait salué cette proposition, faite par le chef de l’Etat à l’occasion d’une cérémonie à l’Elysée pour les vingt ans de la mort d’Ilan Halimi, jeune juif séquestré et torturé à mort en 2006.

« Rima Hassan, Aymeric Caron, David Guiraud, Thomas Portes, tôt ou tard, vous serez rattrapés par la justice! », a lancé M. Arfi.

La fin de « l’angélisme face à la violence de LFI »

Il s’en est vivement pris à LFI qui selon lui « représente un danger existentiel pour les Français juifs », y voyant un « parti factieux » et une « secte politique dangereuse pour la République ».

« La mort de Quentin Deranque à Lyon doit servir aujourd’hui d’électrochoc : l’angélisme face à la violence de LFI doit cesser », a-t-il ajouté.

À quelques semaines des élections municipales, M. Arfi a aussi estimé que « le PS et tous les acteurs de la gauche responsable doivent rompre clairement, définitivement, avec LFI ».

Déplorant une « assignation permanente à la guerre à Gaza », M. Arfi s’est inquiété d' « un antisémitisme d’atmosphère » et du niveau élevé des actes antisémites, qui ont atteint 1.320 en 2025.

« L’antisémitisme est toujours le signal d’alarme. Il annonce les autres haines, les autres malheurs », a affirmé de son côté M. Lecornu

 

 

[Photo : GEOFFROY VAN DER HASSELT / AFP via Getty Images - source : www.epochtimes.fr ]

Gospodínov, exhumando sen fin a biblioteca do ADN e o mito

Chega este luns ás librerías a novela do autor búlgaro «Física da tristeza», na que explora o labirinto da historia familiar a través da idea do abandono

O minotauro. Á esquerda, o escritor Gueorgui Gospodínov. Á dereita, conxunto escultórico de Teseo abatendo ao minotauro, realizado polo artista veneciano Antonio Canova entre 1781 e 1783 no seu taller de Roma. 


Escrito por Héctor J. Porto

«Con todas as probas que apuntan a que a historia do últimos catro mil millóns de anos está escrita no ADN dos seres vivos, a frase “o universo é unha biblioteca” deixou de ser unha metáfora. Imos necesitar un novo alfabeto. Temos moita lectura por diante. Cando don Jorge Luis imaxinábase o paraíso como unha biblioteca sen inicio nin fin, probablemente, sen sospeitalo, xa pensaba nos estantes infinitos do ácido desoxirribonucleico. Eu son libros». Esta afirmación de identidade do escritor búlgaro Gueorgui Gospodínov (Yámbol, 1968) extraída de Física da tristeza —novela publicada no 2011, traída ao español no 2018 polo selo Fulgencio Pimentel e agora rescatada por Impedimenta na tradución revisada de María Vútova que chega este luns ás librerías— é unha dobre declaración de principios na súa condición de exhumador maior desa biblioteca inabarcable, un universo cheo de intersticios, e de postulante a herdeiro privilexiado de Borges, amante do préstamo, o roubo, o equívoco, a invención, o dobre, o grotesco, o soño, o xogo.

Coa súa hábil pluma, aguzosa aos xiros, saltos e conexións máis sorprendentes, eríxese en narrador omnisciente e libérrimo cuxo territorio é un grande arquivo íntimo, familiar e colectivo, unha arquitectura imposible cun paradigma que é o labirinto de labirintos, onde o fío de Ariadna non é un. Só el con ese talento precioso e innato é apto para saír indemne de tal aventura, deslizándose cómodo entre circunvoluciones e anfractuosidades, guiado pola idea do abandono do minotauro no soto como infante con cabeza de touro. «A historia da familia pode narrarse —anota— a través dos abandonos duns cantos nenos. A historia do mundo tamén [...] No comezo de todo, xa o dixen, hai sempre un neno ao que guindan a un soto».

Tras ese neno marchará Gospodínov, que posúe un don gravoso —unha empatía en grao superlativo— para introducirse nos recordos alleos, asegura, aínda que se garda de presumir, quizá para protexerse. E así procede co seu avó, por exemplo. Xa sexa cando aos tres anos foi esquecido —conscientemente— no muíño, porque a súa bisavoa entendeu que non podía alimentar a todos os seus fillos. Xa sexa o seu avó dous decenios despois, ferido na Segunda Guerra Mundial nun pobo húngaro e escondido e curado nun soto por unha boa samaritana á que rematará por amar culposamente. Tamén o avó que, como adolescente, pérdese na feira e acaba na carpa en que exhiben ao monstro, un muchachito con rostro bovina, o verdadeiro minotauro do labirinto, ao que o neno recoñece como un igual, máis humano que besta: «Hai nel unha tristeza que non posúe ningún animal», unha melancolía, por certo, que envolve amablemente boa parte do relato e das literaturas de Gospodínov.

Ese ser, metade home, metade touro, introduce a narración no mito mediante unha multitude de voces ás que mágicamente dá vida o propio narrador, inmerso no seu propio labirinto, polo que se despraza sen temor e rico en descubrimentos, en confesións, en achados doutros. «Eu somos», proclama Gospodínov. E hai que crelo como fe, verdade incuestionable, literaria e gozosa. Porque o lector entrará nun camiño abarrotado de prodixios inesperados, nunha viaxe nova, fragmentario, pero, sobre todo, rebosante de emoción.

Como di Hemingway en París era unha festa nunha das citas con que Gospodínov abre a novela: «Se o lector o prefire, pode considerar o libro como obra de ficción...»; e a ela engade unha máis da súa trasunto filosófico Gaustín: «Os xéneros puros non me interesan moito. Non hai raza aria na novela».

Penétrese, lector, sen medo, no labirinto. E goce.


[Imaxe: Impedimenta - fonte: www .lavozdegalicia.es]

segunda-feira, 23 de fevereiro de 2026

'¡Oíd, alemanes!': un homenaje

La devastación, a su vez, es la consecuencia inmediata de la guerra 

Escrito por José Luis García Delgado

Es una suerte que el 150 aniversario de Thomas Mann (Lübeck, 1875) haya propiciado la reedición en castellano de una obra poco conocida del autor de 'Los Buddenbrook', 'La montaña mágica', 'José y sus hermanos' o 'Doctor Faustus', por solo citar las obras que marcan más pronunciadamente un asombroso recorrido creativo. Se trata de '¡Oíd, alemanes!' ('Deutsche Hörer!'), el volumen que contiene los textos de las 59 alocuciones radiofónicas dirigidas por el autor al pueblo alemán entre octubre de 1940 y noviembre de 1945, con cadencia mensual, todas iniciadas con ese mismo reclamo que sirve de título. Grabadas en la ciudad californiana de Los Ángeles por razón de lugar –Pacific Palisades– donde Thomas Mann fija su residencia más duradera en el exilio americano, serán emitidas por la BBC desde Londres. Es una obra de extraordinario interés. Cada uno de esos mensajes radiados contiene una condena radical y punzante de «ese excremento del diablo llamado nacionalsocialismo», y una vehemente exhortación al pueblo alemán para que se deshaga de él. Constituyen, sin duda, un valiosísimo testimonio de un tiempo atroz.

Sin previa sistematización, las palabras de Thomas Mann permiten, en efecto, reconstruir los estadios que Alemania habrá de recorrer durante los años comprendidos entre la primera y la última de las emisiones: guerra, devastación, expiación, liberación. Por lo pronto, la continuidad de los discursos radiofónicos desde octubre de 1940 permite un seguimiento de los principales episodios del conflicto bélico en Europa. Lo más sobresaliente en este punto quizá sea la reiterada advertencia de Thomas Mann sobre el propósito belicista del régimen nazi, que busca y prepara intensamente la guerra desde su mismo arranque, «forzando durante siete años de intensa labor la maquinaria bélica» ante la pasividad de los «pueblos libres».

De ahí la ventaja en la carrera del rearme que adquirirá Alemania durante los alargados años «de apaciguamiento, de titubeo, de hacer la vista gorda, de tratar de mantener contento a Hitler». Por eso la guerra «no empezó en 1939, sino en 1933». Lo que implica como corolario que la guerra «habría podido evitarse» a tenor «de todo lo que se ha permitido en el pasado», escribe Thomas Mann el 15 de septiembre de 1942, subrayando a continuación y consecuentemente la «pesada carga moral para nuestro bando que ello comporta». He aquí un ejercicio de autoinculpación aleccionador por lo que tiene de exigente conciencia personal, pero también por cómo nos interpela a todos nosotros en la Europa actual.

La devastación, a su vez, es la consecuencia inmediata de la guerra. Desde temprana hora, la contienda en Europa no deja ninguna duda acerca del enorme destrozo material y moral que provocará. La lejanía física no le impide a Thomas Mann advertir la ruina que sufre el continente del que ha debido alejarse. La crudeza de sus palabras es particularmente acusada al referirse a la política del Reich en los territorios ocupados en el Este, pues en ellos el régimen nazi «pone en práctica la filosofía de la brutalidad».

«Todo lo que sucede en los territorios ocupados, en esos infernales Gobiernos Generales y protectorados –dirá ya en septiembre de 1941– tiene como objetivo deliberado la ruina biológica y moral, la castración espiritual –y, en muchos casos, no solo espiritual– de los pueblos». Objetivo que en enero de 1945 podría darse por alcanzado: Europa es entonces «un continente pisoteado, torturado, envilecido, castrado y sometido al exterminio», en la antesala de padecer el último acto de la tragedia.

El mensaje emitido por Thomas Mann ese mes, el primero de 1945, tiene el tono de un acta notarial: «Europa yace en ruinas, y con ella, Alemania. Los estragos causados por el nacionalsocialismo, tanto físicos como morales, no tienen precedente. Lo que ha costado en sangre y bienes, su furia rapaz y asesina, su diabólica política de despoblación, es inconmensurable».

La expiación será obligada, consecuentemente, cuando llegue el final del «monstruoso sistema de robos, crímenes y falsedades del nacionalsocialismo». Lo escribe y lo dice Thomas Mann también adelantándose en el tiempo. En las alocuciones emitidas a mediados de 1942 ya se pronuncia sobre el tema, empleando siempre un tono extraordinariamente afilado, casi desafiante. Por ejemplo, en mayo de ese año, cuando aún no se atisba el término de la guerra: «Nada podría ser peor para los alemanes que mostrarse quejumbrosos ante la derrota después de haberse ejercitado en una crueldad sin precedentes en la historia (…). Será inevitable una larga cuarentena de atenta vigilancia».

La culpa debe ser asumida y la expiación, necesaria. En mayo de 1944, un año antes del hundimiento definitivo, apela a «una Alemania que haya recuperado la razón, que reconozca y se arrepienta con sinceridad de las atrocidades cometidas contra la vida y los bienes de otros pueblos…».

Algo más tarde, en enero de 1945, cuando quedan al descubierto los campos de exterminio, exige «reconocer la irreparabilidad de lo que ha hecho Alemania, adiestrada en las artes de la bestialidad por unos maestros infames». Añadiendo una coda que quiere corresponder con fuerza a la magnitud de lo que va descubriéndose en Majdanek, Auschwitz-Birkenau y tantos otros lugares en los que ha habitado la muerte: «¡Alemanes, tenéis la obligación de saberlo! (…). Lo primero que debemos sentir y mostrar es estupefacción, vergüenza y arrepentimiento».

La liberación, por último, culminará el camino. La causa última por la que luchan los aliados. Anhelo de libertad frente a «la más infame de las tiranías que jamás haya amenazado al mundo», dirá Thomas Mann ya en la segunda de sus alocuciones, noviembre de 1940, y el mensaje será luego invariablemente nítido. «Vuestros tiranos –abril de 1941– os han inculcado que la libertad es un cachivache pasado de moda. Creedme, la libertad sigue viva y continuará siendo (…) lo mismo que era hace ya dos mil años: la luz y el alma de Occidente».

Retengamos como cierre este mensaje alentador del autor al que debemos tantas páginas magistrales en el conjunto de su vasta obra y que, en los textos comentados, trasmite una singular mezcla de lucidez y coraje. Me gustaría por eso que estas líneas constituyeran un modestísimo pero sincero homenaje por parte de un lector agradecido.


José Luis García Delgado es catedrático de Economía en la Universidad Nebrija


[Fuente: www.abc.es]