segunda-feira, 11 de maio de 2026

Il pluripremiato film tragicomico del regista croato che ripercorre la nascita del fascismo

Il film “Fiume o morte!” “ricrea” l’occupazione di Fiume da parte dei protofascisti italiani nel 1919 

L'editore italiano Arnoldo Mondadori e lo scrittore Gabriele D'Annunzio (al centro, in uniforme). Foto di Archivi Mondadori su Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0). 

scritto da Metamorphosis Foundation

tradotto (Italiano) da Domenica Pellicanò 

Questo articolo [mk] di Stojan Sinadinov è stato pubblicato per la prima volta sul sito Truthmeter.mk il 4 febbraio 2026. Una versione modificata viene qui ripubblicata nell’ambito di un accordo di condivisione dei contenuti tra Global Voices e la Metamorphosis Foundation.   

Il film documentario ibrido “Fiume o morte!” [it, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] dello scrittore e regista croato Igor Bezinović [en] offre una nuova prospettiva sulla visione ormai consolidata del fascismo come movimento politico radicato nello spettacolo propagandistico, nella mobilitazione di massa e nella creazione di miti nazionalistici. Nel film, Bezinović descrive minuziosamente i 16 mesi di occupazione della città di Fiume, nell'odierna Croazia, da parte dello scrittore italiano Gabriele D’Annunzio, esponente del Decadentismo e leader militare, e del suo esercito di legionari nel 1919, immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale.   

“Fiume o morte!” è tra i film di maggior rilievo del 2025, ottenendo 30 premi, tra cui il premio per il miglior film documentario [en] assegnato dalla European Film Academy, il Tiger Award [en] e il FIPRESCI Prize [en] all'International Film Festival Rotterdam, oltre a sei Golden Arena Awards al Pula Film Festival in Croazia. È stato anche selezionato [en] come candidato croato agli Academy Award [en] del 2026, pur non rientrando tra i finalisti.  

Coprodotto tra Croazia, Italia e Slovenia, il film fonde in modo creativo documentario e commedia, proponendosi come una sorta di lezione di storia sulla nascita del fascismo. Con la partecipazione di circa 100 attori non professionisti e comparse, il film “ricrea” l'anno 1919 e l'occupazione della città costiera croata di Fiume da parte delle forze paramilitari dell’aspirante comandante militare Gabriele D’Annunzio, poeta, drammaturgo, aristocratico e dandy italiano.   

Ecco il trailer ufficiale del film.

Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, insoddisfatto del fatto che la città di Fiume non fosse stata inclusa nel Regno d’Italia a seguito della firma del Trattato di Versailles tra la Germania e le potenze alleate dell'Intesa, D’Annunzio entrò in città l'11 settembre 1919 con decine di soldati legionari e costituì un para-stato noto come Reggenza italiana del Carnaro.   

Oltre un anno dopo, D’Annunzio ignorò il fatto che il Regno d'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SCS) (in seguito denominato Regno di Jugoslavia) avessero firmato un accordo nel novembre 1920, secondo il quale Fiume apparteneva al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Di conseguenza, l’esercito italiano fu costretto a espellerlo dal suo “stato”. I legionari di D’Annunzio si ritirarono da Fiume il 5 gennaio 1921 e lo stesso D’Annunzio due settimane più tardi, segnando la fine dell’occupazione durata 16 mesi.  

Il film di Bezinović ritrae il “pioniere” del fascismo italiano Gabriele D’Annunzio attraverso una lente critica, come si addice a una figura di riferimento per il leader fascista [en] Benito Mussolini. La vita e l'opera [en] di Gaetano Rapagnetta — nome di nascita di D’Annunzio; il padre assunse il cognome D’Annunzio dallo zio — costituiscono la base di una dettagliata vivisezione del protofascismo, condotta da Bezinović con impeccabile precisione. Il fatto che spettatori e critici vi riscontrino numerosi parallelismi con l’attuale situazione geopolitica e con il ricorrente riaffiorare del fascismo/nazismo in varie forme non è casuale: è proprio questo il motivo per cui Bezinović ha realizzato “Fiume o morte!”.   

L’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio e dei suoi legionari è ben documentata, con archivi che contengono oltre 10.000 fotografie, ad esempio, questo album e centinaia di riprese filmate. Nel film di Bezinović, queste fotografie e questi filmati costituiscono la base per “ricreare” le personalità e gli eventi dell’occupazione attraverso la drammatizzazione di attori non professionisti e comparse.   

Le seguenti immagini d'archivio illustrano come gli eventi dell’occupazione protofascista di Fiume siano stati documentati all’epoca; esse hanno costituito materiale di riferimento per la ricostruzione del film.

Come ha osservato il filosofo tedesco di origine ebraica Walter Benjamin [en], il fascismo può essere visto come una “estetizzazione della politica”, poiché tende a trasformare la politica in spettacolo attraverso simboli, rituali messi in scena, raduni di massa e media utilizzati per mobilitare emotivamente le persone. Al contrario, egli sosteneva che il comunismo mirasse a rendere l’arte politicamente impegnata. Benjamin, morto nel 1940 mentre fuggiva dai nazisti, individuava [en] come caratteristica cruciale del fascismo la dissoluzione del confine tra politica e performance.

·         Traduzione

 

·         Citazione originale

Questa è la situazione della politica che il fascismo trasforma in estetica. Il comunismo risponde politicizzando l’arte.

Questa prospettiva aiuta a inquadrare la rappresentazione del governo di D’Annunzio a Fiume da parte di Bezinović non come una forma di governo convenzionale, ma come una sorta di teatro politico — una realtà messa in scena in cui il potere viene esercitato attraverso una sequenza di immagini, gesti e miti così come attraverso la forza.

Un parallelo artistico simile si può riscontrare in Friedrich Nietzsche, che, nel suo dialogo con le opere di Richard Wagner, descrisse la “nascita della tragedia dallo spirito della musica”. L’ideologia nazista si sarebbe successivamente appropriata dell’opera di Wagner.

Nel film di Bezinović, tuttavia, le prime forme di fascismo sembrano emergere dallo spirito della commedia: una performance teatrale, spesso assurda (in linea con la tradizione della commedia italiana) le cui inevitabili conseguenze tragiche diventano pienamente visibili solo a posteriori. Questo intreccio tra il comico e il catastrofico conferisce al film una spiccata dimensione tragicomica.

In “Fiume o morte!” D’Annunzio viene mostrato mentre ripropone il saluto dell’antica Roma (spesso definito saluto romano), con “il braccio destro sollevato all'altezza degli occhi” [mk], che sarebbe poi diventato il saluto obbligatorio dei fascisti e, successivamente, dei nazisti.  

Bezinović sottolinea inoltre il breve soggiorno a Fiume dello scrittore italiano e fondatore del movimento futurista Filippo Tommaso Marinetti, che vi si recò su invito di D’Annunzio, ma lasciò la città dopo appena due settimane.   

Anche Mussolini soggiornò a Fiume solo per un singolo giorno prima di partire per preparare la formazione del suo Partito Fascista [en]. In seguito, divenne il Duce e incarnò le idee sia di D’Annunzio che di Marinetti nel corporativismo politico noto come fascismo.  

“Fiume o morte!” non omette il fatto che, durante il suo governo, D’Annunzio portò a Fiume più di 5.000 giovani italiani, in una città che all’epoca contava circa 30.000 abitanti, al fine di modificarne la composizione demografica. Né trascura il fatto che, all’inizio dell’occupazione, i suoi legionari, motivati dal razzismo, uccisero circa 10 soldati vietnamiti che facevano parte delle forze alleate dell’Intesa. 

Gabriele D'Annunzio (al centro con il bastone) insieme ad alcuni legionari ((membri del reparto degli Arditi dell'Esercito Reale Italiano) a Fiume nel 1919. Foto su Wikimedia Commons. Di pubblico dominio.

Lo scrittore e teorico italiano Umberto Eco, che tra le altre cose ha analizzato le molteplici forme del fascismo nel suo saggio del 1995 “Il fascismo eterno”, pubblicato con il titolo “Ur‑Fascism” [en] dal New York Review of Books, ha scritto:

·         Traduzione

 

·         Citazione originale

Ma il gioco fascista può essere giocato in molte forme, e il nome del gioco non cambia…

Il fascismo è diventato un termine onnicomprensivo perché si possono eliminare da un regime fascista una o più caratteristiche e questo resterà comunque riconoscibile come fascista. Togli l’imperialismo dal fascismo e hai ancora Franco e Salazar. Togli il colonialismo e hai ancora il fascismo balcanico degli Ustascia. Aggiungi al fascismo un radicale anti-capitalismo (che non ha mai particolarmente affascinato Mussolini) e hai Ezra Pound. Aggiungi un culto della mitologia celtica e del misticismo del Graal (del tutto estranei al fascismo ufficiale) e hai uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola

“Fiume o morte!” di Igor Bezinović aggiunge un’ulteriore sfumatura all’interpretazione del fascismo.


[Fonte: www.globalvoices.org]

La Universitat de Perpinyà rectifica i manté finalment el màster de català

La decisió arriba després de mesos de mobilització del sector educatiu i cultural de Catalunya Nord


La Universitat de Perpinyà mantindrà finalment el màster de català el curs vinent, després d’haver-ne anunciat el tancament al març per falta d’alumnes. Tal com ha avançat Ràdio Arrels i han confirmat fonts de la universitat i la Generalitat, el centre ha rectificat la decisió inicial i garantirà la continuïtat de l’únic màster íntegrament en català existent a tot l’estat francès.  

La universitat incorpora ara aquests estudis al pla 2027-2032, cosa que n’hauria de garantir la continuïtat durant els anys vinents. La decisió arriba després de setmanes de mobilització d’entitats, docents i representants del sector cultural de Catalunya Nord, que havien advertit que la supressió del màster trencava la continuïtat acadèmica dels estudis catalans entre el grau i el doctorat.   

Quan la universitat va anunciar el tancament del màster d’Estudis Catalans i Transfronterers, també va explicar que treballava en una reformulació de l’oferta formativa. En una entrevista a VilaWeb, el delegat de la Generalitat, Albert Piñeira, es treballava de cara al 2027-2028 en una nova titulació d’estudis catalans amb un pla docent “més atractiu per a l’alumnat”.   

Així que, l’any vinent hi haurà solament el segon curs del màster d’Estudis Catalans i Transfronterers, pels alumnes que l’havien començat enguany, i el setembre del 2027 ja es podrà començar aquest nou màster.   

L’anunci inicial del tancament havia causat una forta reacció de les entitats en defensa de la llengua catalana. La Federació d’entitats en defensa de la llengua i la cultura catalanes va qualificar la decisió de “incomprensible” i va alertar que eliminar el màster “posa en risc la formació de futures generacions de professionals, docents i especialistes en l’àmbit lingüístic i cultural”.


[Font: www.vilaweb.cat]



domingo, 10 de maio de 2026

Llegir en català, llegir per existir

 

Una llengua pot resistir oralment durant un temps, però si perd presència en la lectura, en el pensament acadèmic i en els usos cultes, entra en una fase d’empobriment 


Escrit per Gemma Pasqual i Escrivà

La davallada de la comprensió lectora és un problema educatiu, cultural i polític que massa sovint es presenta només com una qüestió escolar. Reduir-ho a un debat pedagògic és equivocar-se de diagnòstic. Quan baixa la capacitat lectora d’una societat, baixa també la seva capacitat de pensar, de cohesionar-se i de projectar futur. I quan passa això en una comunitat amb una llengua minoritzada, el risc encara és més extrem.

Les dades són prou clares. L’alumnat català de quart de primària va retrocedir de 15 punts en competència lectora entre el 2016 i el 2021 en les proves internacionals PIRLS, i es va situar per sota de la mitjana espanyola i de la dels països de l’OCDE. Però la dada més important no és només la posició al rànquing, sinó el tipus de dificultat detectada: una part important de l’alumnat respon millor quan només ha d’escollir una opció i baixa notablement quan ha d’interpretar, integrar informació o redactar una resposta pròpia. Dit ras i curt: costa més pensar que marcar una casella. 


Això revela un problema de fons del model educatiu. Durant anys s’ha insistit en metodologies atractives, en discursos innovadors i en reformes constants, però sovint s’ha deixat en segon terme allò que és essencial: ensenyar a llegir bé. Llegir bé vol dir dominar vocabulari, comprendre sintaxi complexa, fer inferències, detectar contradiccions i construir criteri propi.   

També hi ha una dimensió social incontestable. Els infants que creixen en llars amb llibres i hàbit lector arriben a l’escola amb avantatge. Aquells que no disposen d’aquest capital cultural depenen molt més del sistema educatiu. Quan l’escola funciona, compensa desigualtats. Quan falla, les consolida. Per això la comprensió lectora és una qüestió de justícia social tant com d’excel·lència acadèmica.  

Però a Catalunya hi ha un element afegit que sovint s’eludeix: la llengua. El català és una llengua minoritzada, sotmesa a una pressió constant d’un entorn audiovisual, digital i demogràfic dominat pel castellà i per l’anglès. En aquest context, la lectura en català no és només un hàbit cultural; és una estructura de supervivència col·lectiva. Una llengua pot resistir oralment durant un temps, però si perd presència en la lectura, en el pensament acadèmic i en els usos cultes, entra en una fase d’empobriment.   

Quan un infant llegeix poc en català, no tan sols perd fluïdesa lectora. Perd vocabulari abstracte, registres formals, referents literaris i seguretat lingüística. Perd la capacitat d’escriure amb precisió i d’expressar idees complexes en la llengua pròpia del país. I una comunitat que no transmet la seva llengua amb plenitud esdevé més dependent culturalment.   

Aquí la responsabilitat institucional és ineludible. Durant massa temps s’ha confiat que la immersió lingüística, per si sola, garantiria competència plena. Però una llengua no es consolida només essent vehicular unes quantes hores a l’aula. Necessita llibres, prestigi, exigència, consum cultural, biblioteques vives, mitjans atractius i professorat format que la cultivi com a llengua de coneixement. També necessita governs que la defensin sense complexos.

La política educativa tampoc no pot continuar atrapada entre eslògans. Cal menys retòrica i més mesures concretes: detecció precoç de dificultats lectores, reforç intensiu a primària, biblioteques escolars obertes i dotades, temps diari de lectura sostinguda, treball conjunt de lectura i escriptura i formació docent basada en l’evidència. A més, convé avaluar millor què passa a les aules i deixar de maquillar resultats amb discursos autocomplaents.  


El problema és més estès del que sembla. Afecta adolescents que poden passar hores davant d’una pantalla, però abandonen un text de dues pàgines; estudiants universitaris amb dificultats per a resumir un article; adults que no acaben d’entendre una notícia complexa o un contracte administratiu; i famílies que han anat perdent l’hàbit de llegir contes a casa perquè l’entreteniment instantani ho ocupa gairebé tot.   


Sovint es plantegen la preservació de la llengua i la millora de l’educació com si fossin dos reptes separats. No ho són. Sense lectors competents, no hi ha escola exigent; i sense lectors en català, no hi ha llengua amb futur. Formar bons lectors és, avui, una prioritat educativa i cultural de primer ordre per a un país que vulgui preservar la seva identitat i garantir el seu futur.

 


[Font: www.vilaweb.cat]

 

Le pendule oscille : la mort lente du consensus pro-israélien en Europe

Écrit par Ramzy Baroud

'Union européenne est la « reine des lâches », a déclaré Amnesty International dans un communiqué cinglant publié le 21 avril.

Cette condamnation était une réponse directe à l'incapacité systémique de l'Union européenne à rompre ses liens avec Israël lors de la réunion du Conseil des affaires étrangères à Luxembourg.

Malgré des mois d'avertissements juridiques, l'UE a une fois de plus fait passer la sécurité procédurale avant l'urgence de la vie humaine.

Les efforts visant à pousser l’UE à enfin adopter une position morale ont été menés par une coalition composée de l’Espagne, de l’Irlande et de la Slovénie, rejointe par la suite par la Belgique. Ces pays ont fait valoir que l’accord d’association UE-Israël — le cadre juridique régissant leurs relations commerciales — repose sur le « respect des droits humains ».

Maintenir cet accord alors que les violations extrêmes se poursuivent en Palestine occupée revient à vider de leur sens les propres traités fondateurs de l’UE.

Une telle décision, même tardive, aurait eu des effets bénéfiques incommensurables. Elle aurait restauré une partie de la crédibilité brisée de l’UE et relancé le débat sur le droit international. Plus important encore, elle aurait déclenché une série de mesures concrètes pour demander des comptes à Israël et donné aux Palestiniens un sentiment tangible d’espoir.

Rien de tout cela ne s’est produit, cependant, grâce au lobbying de l’Allemagne et de l’Italie. Ces nations ont agi comme un pare-feu diplomatique, protégeant Israël des conséquences.

La position allemande reste cohérente avec la défense intransigeante d’Israël par Berlin, une posture qui a persisté même tout au long du génocide à Gaza. En tant que pays qui aurait dû être le plus grand défenseur mondial contre l’extermination de masse, l’Allemagne a à plusieurs reprises protégé Israël devant la Cour internationale de justice (CIJ) et d’autres institutions mondiales.

Au cours de ce génocide, Berlin a redoublé d’efforts, insistant sur le fait que l’accusation n’avait « aucun fondement ». Cette position rigide est restée inchangée même lorsque l’Espagne s’est jointe à la plainte de l’Afrique du Sud devant la CIJ, signalant une rupture profonde dans le consensus juridique et moral européen.

Il n'est donc pas surprenant que les dirigeants allemands aient rejeté la proposition luxembourgeoise de suspendre les échanges commerciaux, la qualifiant d'« inappropriée ».

Aux côtés de l'Italie, ils ont insisté pour que l'UE reste dans un « dialogue constructif » avec Tel-Aviv — une expression devenue un euphémisme pour désigner la complicité.

L'Italie offre un exemple encore plus singulier. Alors que le gouvernement de droite de Giorgia Meloni reste aligné sur le camp pro-israélien, la mobilisation du peuple italien a été l’une des plus fortes d’Europe.

Les rues de Rome et de Milan ont été le théâtre de manifestations de masse et de grèves générales rivalisant avec la ferveur observée en Espagne. Pourtant, Meloni refuse toujours de répondre à l’appel de son peuple, ses ministres déclarant à Luxembourg que la proposition de suspension du traité avait été « mise en veilleuse ».

Le Premier ministre israélien Benjamin Netanyahu a sans doute ressenti un grand soulagement à l’issue du vote. L’économie israélienne est actuellement en difficulté sous le poids écrasant de guerres incessantes, le déficit budgétaire explosant à mesure que les dépenses de défense montent en flèche. L’UE reste le premier partenaire commercial d’Israël, les échanges commerciaux totaux de marchandises atteignant plus de 42 milliards d’euros.

Cet accord constitue une bouée de sauvetage économique vitale grâce à un accès préférentiel au marché et à l’intégration des hautes technologies; sa suspension provoquerait un choc financier dévastateur.

Mais le fait que l’Allemagne et l’Italie aient réussi à maintenir le traité pour l’instant ne remet pas en cause la rupture imminente déjà en cours.

Cette rupture n’est pas menée par les gouvernements, mais par les sociétés européennes. Il ne serait pas exagéré de suggérer que les relations de l’Europe avec Israël sont vouées à un changement radical. Le fossé historique entre les partisans inconditionnels d’Israël, comme l’Allemagne, et les nations plus sympathiques, comme l’Irlande, s’effondre à mesure que le pendule politique bascule en faveur de la Palestine.

Le camp des partisans de la ligne dure a récemment subi son coup le plus dur avec le revirement politique en Hongrie. Avec l’ascension de Péter Magyar, qui a récemment promis que la Hongrie respecterait les mandats d’arrêt de la CPI contre Netanyahou, Israël a perdu son « homme de veto » le plus fiable à Bruxelles.

Cela laisse l’Allemagne de plus en plus isolée en tant que seul poids lourd protecteur du statu quo.

Il ne s’agit plus de gestes symboliques. Nous assistons à une masse critique de soutien à la Palestine accompagnée d’actions directes : campements, recours juridiques et grèves. Le 14 avril, il a été rapporté que plus d’un million d’Européens avaient signé une pétition officielle intitulée « Justice pour la Palestine » appelant Bruxelles à imposer des sanctions.

Cela reflète une pression soutenue capable d'influencer les agendas politiques. Un sondage réalisé ce mois-ci indique que seuls 17 % des personnes interrogées en Allemagne considèrent désormais Israël comme un partenaire fiable. Cela met en évidence un fossé grandissant entre les opinions publiques européennes et leurs gouvernements. Alors que l'Espagne semble répondre au sentiment de l'opinion publique, l'Allemagne continue d'agir en dépit de celui-ci.

Ces mêmes positions morales se reflètent dans les attitudes envers d’autres guerres régionales. Un sondage de mars 2026 montre que 56 % des Espagnols et des Italiens s’opposent à une action militaire américano-israélienne en Iran. L’opinion publique considère de plus en plus ces crises non pas comme des crises distinctes, mais comme les fronts interconnectés d’une seule et même politique qui a échoué.

Le rejet de la guerre s’inscrit dans un rejet plus large de la politique militaire israélienne et de l’alignement des gouvernements européens sur celle-ci.

Ces changements n’ont pas seulement isolé Israël ; ils ont commencé à isoler ses alliés.

Mis à part Donald Trump et son alignement total sur le programme de Netanyahou, l’ère d’un bloc occidental unifié répondant sans broncher aux exigences d’Israël est en train de s’éteindre.

L’explication traditionnelle du soutien de l’Europe — la culpabilité historique liée à l’Holocauste — ne rend plus compte du comportement des élites politiques. Une explication plus juste réside dans l’héritage européen de violence coloniale et de hiérarchie raciale.

Cependant, le véritable changement vient de la société civile et de la résilience des Palestiniens qui ont contourné les filtres des médias traditionnels pour s’adresser directement au monde.

L’Europe sait désormais qu’un génocide a été commis. Ce changement de paradigme a peu de chances d’être inversé, que les bureaucrates luxembourgeois parviennent ou non à retarder l’inévitable.

 

[Source : Middle East Monitor - reproduit sur www.palestine45.fr]

Flores que facían libros


Escrito por Diego Ameixeiras

Lin con tristura estes días a noticia do peche de Ediciones de la Flor, emblemática editorial arxentina fundada por Daniel Divinsky e Kuki Miler. Pensa un nese nome e enseguida lle veñen á cabeza Roberto Fontanarrosa ou Rodolfo Walsh, que editaron os seus libros con eles. Tipos con conciencia. E o debuxante Quino, pai de Mafalda, puntal dunha empresa que quedou moi ferida cando a súa obra —que na Arxentina publicara De la Flor durante máis de medio século— pasou alí a mans do grupo Penguin Random House. Entre os motivos do peche, Miler citou a brutal baixada nas vendas e o desprezo á cultura do goberno de Javier Milei. O seu odio, a súa desconsideración. A súa falta absoluta de conciencia. Abro agora o meu exemplar de Operación Masacre, lendaria novela de non ficción coa que o xigante Walsh, en 1957, se anticipou en case unha década ao New Journalism de Truman Capote. Escribe Osvaldo Bayer no limiar: «No tengo otra forma de definir a Rodolfo Walsh que tomar la frase de Madame de Stäel referida a Schiller: la conciencia es su musa». A conciencia, como as navallas suízas, destaca pola súa multifuncionalidade. Sobre todo se conseguimos mantela máis ou menos tranquila. Ocórreseme que cunha conciencia saneada se poden facer cousas como coidar dos servizos básicos, facilitar o acceso á vivenda ou difundir noticias axustadas aos feitos. Por iso considera un, supoño que con inxenuidade, que cando dende os despachos se degrada a sanidade pública, se evita regular en favor de dereitos fundamentais ou se alentan mentiras disfrazadas de información, a moitos debería remorderlles. A conciencia, quero dicir. Ese músculo abstracto, ese zunido de insecto nocturno, ese tribunal que opera dentro das nosas cabezas. Pero non é así. Diriamos incluso que está de moda non tela e presumir ante os micrófonos dese baleiro. A cuberta icónica de Operación Masacre recolle a imaxe de Os fusilamentos do 3 de maio, pintura de Goya que inaugurou unha nova época na representación dos horrores bélicos. Sen conciencia seguen a perpetrarse hoxe novas guerras. Novos desaires a dereitos conseguidos polos que nos precederon, novas campañas de intoxicación. A historia ensínanos que son os campos onde mellor se desenvolven os que carecen dela. Sen conciencia, caemos en mans do seu óxido. E sen conciencia, asáltannos cousas que nunca pensariamos ver, como que sequen unhas flores das que nacían libros.


[Fonte: www.lavozdegalicia.es]

Patti Smith en el templo de la tradición

El Premio Princesa de Asturias a Patti Smith no es solo el reconocimiento a la figura punk de culto, sino también a la artista, escritora y poeta que, al proteger el legado de los muertos, anima a los más jóvenes a encontrar su propia voz. 


Escrito por José Homero 

Como indica la contraportada de Bread of angels (2025), la narrativa de Patti Smith tiene una cualidad dickensiana cuando aborda su infancia: niños enfermos, amenazas de desalojo, hambre continua y navidades sin regalos. Si bien el juicio describe el libro más reciente de Smith (significativamente etiquetado como “memorias”), en realidad compendia la actitud con que la artista recapitula su pasado: una mirada que repara en las carencias materiales que ella y su familia sufrieron en aquellos duros años de la posguerra, al tiempo que en esos recuerdos refulgen toques de esperanza, del mismo modo que en su penuria encontraron en las luciérnagas una fuente de luz. Como las de Dickens, las narraciones de Smith poseen una vena melodramática: conmovedoras por las penas que refieren, pero también por incluir motivos placenteros que atestiguan una infancia feliz pese a la pobreza.

Quizá la clave de este talento narrativo no provenga del narrador inglés –pese a la conjunción de penuria y alegría con que ella ha evocado esos años, tanto en Éramos unos niños (2010) como en Pan de ángeles–, sino de Robert Louis Stevenson, con quien tiene más elementos en común: la enfermedad, la voracidad lectora y la pasión por contar historias para entretener a sus oyentes.

Esta relación no es una desmesurada licencia poética de mi parte: bastaría recordar que uno de los libros más queridos por la niña Patti fue uno del escocés: el Jardín de versos para niños. Ahí nació la afición por la palabra de esa pequeña tusitala, quien congregaba en torno a su cama de enferma a sus hermanos y amigos mientras tramaba batallas o preparaba estrategias para las campañas que los niños emprendían bajo su mando.

Hay, sin embargo, un elemento que sella esta asociación: la devoción por Las mil y una noches. En Éramos unos niños, al referir su primer encuentro con Tom Verlaine, señala que ambos adoraban esa obra, también fundamental para el desarrollo de la poética del narrador escocés, quien encontró en Sherezade un modelo literario.

Con este bagaje y esta fascinación desde la infancia por el arte de fabular, resulta menos sorprendente el viraje que desde la segunda década del siglo XXI Patti Smith dio a su obra e imagen pública. A partir de ese primer libro de prosa, la llamada “Sacerdotisa del punk” dejó de ser exclusivamente una estampa de la iconografía del rock para paulatinamente reclamar un sitial en el panteón de la cultura contemporánea.  

Aun cuando Éramos unos niños se plantea desde una perspectiva biográfica, su enfoque es más restringido, como si Smith, a la manera en que solía trabajar su amado Robert Mapplethorpe en sus inicios, ajustara las opciones antes de decidir cuál será la distancia que asumirá frente al sujeto del relato y qué elementos dejará fuera del encuadre.  

Por ello, a pesar del sedimento veredictivo y de contar una historia arraigada en la existencia de la autora, por la visión con que se aborda bien podría leerse como una narración sin ficción inscrita dentro del subgénero alemán del Künstlerroman: la novela de formación de dos artistas: Robert Mapplethorpe y Patti Smith. También relato de iniciación: la asunción del arte como principal objetivo en la vida de sus protagonistas, quienes, en su relación profesional, intercambiaron papeles y fueron creador y musa, respectivamente: “Me escribió una nota para decirme que crearíamos arte juntos y triunfaríamos, con o sin el resto del mundo.”   

Hay cierta inclinación hagiográfica para perfilar que el arte era un destino. Así, al evocar una visita al Museo de Arte de Filadelfia, Smith acota que, aun cuando al salir parecía la misma niña larguirucha y desgarbada, “en mi fuero interno, sabía que me había transformado, conmovida por la revelación de que los seres humanos crean arte, de que ser artista era ver lo que otros no podían ver.”   

Si bien el recuento se concentra en la relación sentimental, igualmente refiere el crecimiento artístico de ambos, por lo que, en gran medida, documenta su consagración como artistas, una historia nostálgica, pero también de éxito. Libro de memorias que describe aquellos dorados años de penuria en una Nueva York sórdida y peligrosa, pero a la vez increíblemente vital, Éramos unos niños es un gran ejemplo de memoria personal, crónica cultural y Künstlerroman. A partir de este libro, al que se han sumado M Train (2015), Devoción (2017), El año del mono (2019) y recientemente Pan de ángeles, Smith ha elegido recapitular su existencia desde una identidad axial: la de la vida y el arte, como si para ella, el dilema de cómo se vinculan para la creación, se resolviera mediante la identificación y la disolución de límites: arte y vida son indisociables. Por eso, cuando uno lee sus ensayos y narraciones, las fronteras entre ambos géneros se diluyen, del mismo modo que en su obra performativa y poética lo hacen las diferencias entre música y poesía, y en sus relatos los límites entre la realidad y el sueño, entre lo vivido y lo soñado. Smith, además de creer en la unidad entre representación y esencia, destila la realidad en el alambique del arte. Con el símil como una de sus herramientas retóricas favoritas, su escritura abunda en comparaciones que remiten al mundo de la cultura. Así, describe la indumentaria que el niño Robert utilizó en la ceremonia de su primera comunión, evocando a sus amados poètes maudits: “Lucía un enorme lazo blanco como los de Baudelaire y un brazalete idéntico al que había llevado un Arthur Rimbaud muy altivo.”   

O asocia los pétalos de las violetas depositadas sobre la tumba de Jim Morrison en el cementerio Père Lachaise de París con las “flores del ramo de Ofelia”. Para Smith, como si fuera una esteta decadentista para quien el mundo solo existe como reflejo artístico, la vida es indisociable del filtro de la cultura.   

Esta conciencia y credo estético es la expresión más fehaciente de que el fundamento de la cosmovisión de Smith, la génesis de su pensamiento y actitud, es la tradición. Lejos de asumirse como una fuerza disruptiva o destructiva, a la manera en que Jim Morrison concebía el arte debido a su cosmovisión nihilista, se ha consagrado a velar el fuego sagrado, a la usanza de las vestales que preservaban el culto divino. Así lo escribe en M Train:  

No se puede juzgar una vida por un solo acto; se debe juzgar por la totalidad de su intención. Mi misión es mantener viva la llama de aquellos que me precedieron, para que otros puedan encontrar su propio fuego.   

Esa vocación reverente –que es intrínseca al arte, pues ¿qué artista no rinde homenaje en su obra a sus penates?–, al paso del tiempo se acentuó de forma natural. Aquello que había comenzado como un reconocimiento, en un extraño caso en el que en vez de sufrir por las influencias las reconocía abiertamente, sin menoscabo de ninguna angustia por servirles de caja de resonancia, se fue convirtiendo en un tributo a quienes morían, desde los primeros mártires del rock, como Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix y Jim Morrison, hasta sus seres amados: Robert Mapplethorpe, Jim Carroll, Fred Smith, su esposo, Todd Smith, su hermano, y Sam Shepard, e incluso a personajes cercanos, como Sam Wagstaff, Sandy Pearlman, Allen Ginsberg, Susan Sontag y Lou Reed, entre otros. A partir del nuevo siglo, Patti ha sido una presencia constante en funerales y ceremonias conmemorativas, en los que suele leer un poema o una canción escrita en honor de esa ronda de personas que nos preceden y con quienes compartimos la brevedad del tiempo.   

Así, lo que era una inclinación desde su juventud, el gusto por visitar museos, cementerios y recorrer ciudades en busca de los rastros invisibles, de los gestos indelebles, del panteón personal –las casas de Frida Kahlo, Albert Camus y Roberto Bolaño–, paulatinamente se convirtió en una misión: proteger el legado de los muertos, no a la manera de un archivista que conserva las obras, sino de una sacerdotisa. A sus 79 años, se ha convertido en un oráculo, en la profetisa que continúa la gran corriente secreta que no cesa de confrontar la realidad: la dimensión profética del Romanticismo.   

La referencia intertextual, manifiesta en “Gloria” y en “Horses”, distinguía ese primer disco, tanto como el carácter elegiaco de canciones como “Birdland”, “Break it up” y la significativamente titulada “Elegie”. Dicho carácter se ha convertido en uno de los rasgos más evidentes de la obra de Patti Smith: la preservación del legado. Ese himno a la mortalidad y a la vez a la vida con que concluía Horses se ha prolongado y encontrado nuevos cauces en su faceta literaria. Al respecto, dice en Éramos unos niños:  

Todo eso quedó plasmado en Horses, y también nuestro reconocimiento a quienes prepararon el terreno antes que nosotros. En “Birdland” nos embarcamos con el pequeño Peter Reich mientras esperaba a que su padre, Wilhelm Reich, bajara del cielo y se lo llevara. En “Break it up”, Tom Verlaine y yo escribimos sobre un sueño en el que Jim Morrison, atado como Prometeo, se liberaba de repente. En “Land”, imágenes de muchachos descontrolados se fundían con las etapas de la muerte de Hendrix. En “Elegie”, los recordamos a todos, pasados, presentes y futuros, a todos los que habíamos perdido, estábamos perdiendo y perderíamos.   

En Éramos unos niños, Smith se pregunta por qué no es posible escribir algo que resucite a los muertos, mientras que en Devoción sentencia: escribimos “porque no podemos limitarnos a vivir”: el arte como vehículo para la permanencia.  

Depositaria e intérprete de esa tradición, una de las últimas heroínas de ese inesperado vástago de la revolución romántica que fue el punk, Patti Smith es una superviviente.   

No siento ninguna necesidad de justificarme por ser una de las pocas supervivientes. Habría preferido verlos triunfar a todos, que alcanzaran el éxito. Al final, fui yo quien tenía uno de los caballos ganadores. (ibid).  

Por ello, el Premio Princesa de Asturias es un reconocimiento no únicamente a la figura punk de culto sino asimismo a la artista, escritora y poeta cuya voz, además de transmitir e interpretar el mensaje de los otros, ha servido de inspiración y estímulo para que otros, nuevos artistas, encuentren la suya y preserven el legado del arte.~~


[Foto: Ioann Maria Stacewicz/ZUMA Press Wire - fuente: www. letraslibres.com]


sábado, 9 de maio de 2026

O insólito proxectado no cotián

Fran Alonso fai unha proposta híbrida a partir da incrible e insólita noticia, pero real, da detención dunha vaca por pastar en herba pública nunha vila costeira galega  

O escritor e editor Fran Alonso 

Escrito por Ramón Nicolás                                                                       

Esa conexión consciente, performativa e lúdica, con outras pezas do autor, serpeando sempre polo medio de referencias cruzadas que alimentan un diálogo constante con pezas anteriores do autor, e non só, constrúe dalgún xeito Cáncara

Libro, malia todo, de difícil adscrición ou catalogación, incorpora con efectividade unha mestura de elementos que beben do xornalismo, da memoria, da historia, da ficción, da metaliteratura, da sátira ou mesmo da fábula. Velaquí, así pois, unha proposta híbrida e heterodoxa erixida a partir da incrible e insólita noticia, pero real, que daba conta do apresamento e detención dunha vaca por pastar en herba pública nunha vila costeira galega.  

Circula, por estas páxinas, unha interrogación permanente sobre os esteos dun poder local que protagonizou un feito ocorrido no ano 1983 e como este se proxectaría no presente, isto é, nun tempo onde se normalizamos a presenza da mentira. Para isto, Alonso opta por un discurso coral onde unha serie de voces abordan o acontecemento desde diversas perspectivas: velaí a da propia vaca detida, a dun espírito errante que mantén un suxestivo debate sobre a creación literaria coa voz que simboliza o autor que, ademais, considero unhas das páxinas máis brillantes da novela, alén doutros discursos individualizados non menos importantes como unha xornalista, o propietario da vaca e a voz do pobo (perfilada con moita ironía, ao meu ver) que axudan a internarnos por unha amálgama de visións deste feito raiano co ridículo e ollado, así, desde atalaias distintas e complementarias. 

Cáncara testemuña a querenza do autor polo ritmo áxil e secuenciado, onde se transloce talvez unha maior preocupación tanto polo rexistro literario como por incorporar unha pegada inequivocamente lírica en moitas pasaxes. Quen dubida que destaca aquí tanto a crítica á práctica dun poder, en aparencia absurdo mais onde se agochan outras intencións, como a relevancia que posúen os medios de comunicación, mesmo unha imprevisible chamada á revisión necesaria do que foi a colonización española en América. Páxinas nas que hai moito de memoria colectiva e, igualmente, desoutra que afonda as raíces no universo persoal do autor. 

 

[Imaxe: Miguel Villar - fonte: www.lavozdegalicia.es]