quarta-feira, 11 de fevereiro de 2026

Un rave alla fine del mondo

Il passaggio invisibile di «Sirat» 

Sergi López, Joshua Liam Herderson, Stefania Gadda in una scena del film "Sirat", diretto da Oliver Laxe

di Riccardo De Torrebruna

La vita mi ha spinto sull'orlo dell'abisso, come tutti. Realizzando "Sirat", sono felice di essere saltato nell'abisso.

Sirat è il ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve attraversare dopo la morte, largo per i meritevoli, sottile come un capello e tagliente come il filo di una spada per i peccatori. Non è una premessa formidabile per il titolo di un film?

A scriverlo, insieme allo sceneggiatore Santiago Fillol, è il regista francese di origini galiziane Oliver Laxe. Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, girato in pellicola da 16 mm, prodotto tra gli altri da Pedro Almodóvar, scandito dalla musica sotterranea di Kangding Ray, ambientato in Marocco tra squarci mozzafiato di deserto.

È molto raro che oggi si realizzi un’opera totalmente originale, questa lo è. Quindi va affrontata come un banco di prova, un confronto serrato, una sfida in cui si deve correre il rischio di fallire. Intanto non si può prescindere dalla multiforme intelligenza del suo ideatore e il corredo di una sua intervista è un percorso parallelo per accedere alla complessità del suo film.

C’è così tanto dolore nel mondo, e penso che l'arte - il compromesso del cinema - possa essere curativa. Siamo in un momento in cui dobbiamo contenere il dolore che ci circonda. Non importa la bandiera, non importa il genere, non importa la classe sociale. Voglio dire, siamo tutti distrutti. Sì, lo siamo. Abbiamo questo dolore che ci accompagna fin dall'infanzia - il dolore della nostra stirpe è sempre più forte1.

Un padre sta cercando sua figlia, è sparita da cinque mesi, fuggita dai legami sociali per rincorrere i rave party che si svolgono fuori dalla Spagna, oltre lo stretto di Gibilterra, in una zona franca e dilatata: la terra rossa del Marocco al confine con il deserto. Ad accompagnarlo c’è Esteban, il figlio minore, un ragazzino taciturno e sveglio, e Pipa, una cagnolina senza pedigree. Il loro furgone è parcheggiato sul limitare di un rave. Intanto si danno da fare a distribuire le foto della ragazza scomparsa ai partecipanti che danzano al ritmo bombato della musica, probabilmente alterati da qualche droga, dal desiderio di celebrare un’idea di libertà o, più semplicemente, di sparire in un’altra dimensione, ce ne dovrà pur essere una. E fermiamoci ad osservare questo rave.

I giovani e i meno giovani danzano con un senso di appartenenza che mi colpisce, celebrano qualcosa che li riguarda e che non mi esclude, ma mi risulta più misterioso di quanto immaginassi. Tra loro spiccano alcuni adulti con delle menomazioni, una protesi, un’amputazione, una bocca sdentata, a mitigare l’idea che siano fanatici invasati ricoperti della polvere del deserto, capaci solo di divertirsi. C’è molta attenzione da parte del regista a descriverli con rispetto e questo sguardo aiuta anche noi a resettare il puntuale meccanismo dei nostri pregiudizi.

Non lo sapevo, ma avvicinarmi alla cultura rave è stato una sorta di completamento della mia pratica spirituale nel Sufismo. Appartengo a una confraternita Sufi, andare ai rave - è qualcosa che sto imparando studiando psicoterapia della Gestalt - significava esplorare la mia ferita, danzare sulla mia ferita, celebrarla… In un certo senso, condivido la medesima ferita delle persone che inquadro. La stessa cicatrice. Sì, siamo tutti distrutti. E non lo dico in modo drammatico, voglio dire, è bello che la vita sia così ed è una sfida. Trascendere la ferita, o accettarla2.

L’arrivo di un plotone di soldati che scioglie il rave dà inizio a un nuovo viaggio, ancora più rischioso e profondo nel cuore del deserto. Luis, il padre, decide di aggregarsi ad alcuni irriducibili che s’inoltrano lungo sentieri impervi su due robusti autocarri per raggiungere un altro rave che, a quanto pare, avrà luogo in Mauritania. Forse anche sua figlia è diretta lì, basta questo per seguirli ad ogni costo.

E quel segnale di soldati in divisa, più tardi una colonna di automezzi, si ripete lungo la strada; riappare nei notiziari, è l’eco di un mondo da cui ci si allontana sempre di più, l’eco di una guerra e di una realtà storica da cui ci si vuole estraniare. La regia fa lo stesso con noi. Trascinati da questo manipolo di lucidi sballati, disposti a inerpicarsi lungo i fianchi di rocce rosse, quasi incandescenti sotto il sole, perdiamo poco alla volta i nostri riferimenti e veniamo risucchiati e proiettati oltre.

Oggigiorno la maggior parte dei registi dà troppo peso alle immagini. I filmaker mettono troppa retorica, troppo ego, troppo. Vogliono dire, vogliono narrare cose, le immagini vengono semplicemente strumentalizzate per comunicare qualcosa. Quindi arrivano morte. Sono morte… Sono stanche. Hanno sete, non hanno tutti gli strati - simbolismo, archetipi collettivi - che ha l'immagine3.

Non c’è molto spazio per i dialoghi quando un deserto di pietre si trasforma in una sfida ai tuoi limiti, devi solo chiederti come superare la prossima curva, come attraversare un imprevisto corso d’acqua e non sprofondare nel fango, come non precipitare nel nulla. E se questo accade, perché un incidente rompe l’illusione che tu sia veramente diretto da qualche parte, verso un obiettivo, allora devi attraversare quel dolore, trovare la forza di percorrere una via che era prevista solo per te, e che solo tu puoi riconoscere.

Ricordo quando chiesero a Jung “credi in Dio?” E lui rispose: “Non credo in Dio, lo conosco”. Sono una di quelle persone che pensa non ci sia nulla che non si muova per una ragione perfetta, una ragione millimetrica, intelligente, creativa. Quindi, sì, anche la cosa peggiore, il dolore peggiore, il peggior incidente che possa capitarti nella vita, come accade in questo film, può essere una grazia per te, una benedizione4.

A parte Sergi Lopez, che è il corpo e la sembianza del padre, tutti gli altri che partecipano al viaggio non sono attori professionisti, sono personaggi che vengono dai rave, reclutati per la loro intrinseca appartenenza allo spirito del film. E sono quello che devono essere, sé stessi, grazie a Dio. Non credo si potesse fare di meglio. Ritengo sia un ulteriore indizio della profonda integrità del regista e del suo lavoro.

Penso che “Sirat” sia così rischioso perché solo qualcuno che non ha paura di morire, che non ha paura di fallire può fare questo film. Anche il fallimento può essere un dono, questo film potrebbe essere l'ultimo. Voglio dire, la vita ha la capacità di ricordarmi di essere umile. I miei film sono estremi5.

Mi viene spontaneo pensare che la critica, la recensione, il quaquaraqua dei social non si possano applicare a certe imprese. Si dovrebbe avere quanto meno il coraggio di misurarsi con il coraggio di chi le ha compiute e poi rifiutarle in toto, oppure condividerle, facendo in modo che perfino dalla scrittura trapeli un gusto, un sapore da onorare e diffondere perché ha il potere di risvegliare la nostra coscienza.

Dhawq significa gusto, è un concetto spirituale del Sufismo, il gusto, è davvero immanente, ma trascendente allo stesso tempo. Quando immagino delle immagini, quando le immagini sono dentro di me, c'è un dhawq, c'è un sapore, e mi piace. Non so, è colorato. È come se provassi soddisfazione nell'esplorare queste immagini, quando cerco le location è lo stesso6.

Mi limito a restare sull’ultima di queste immagini, che naturalmente non rivelo perché potrei essere perseguibile per legge. Una chiusa che naturalmente rimanda ad altro, sempre in movimento, sempre lungo il binario della vita che non si arresta e soprattutto della Storia che non si arresta e dalla quale, rave o perfino deserto, non c’è possibilità di fuga.

Appartengo a una generazione che sa che questo mondo non è sostenibile: non ci identifichiamo con esso. Mi sono trasferito in Marocco a 23 anni - era come se in Europa ci fosse già un odore di marcio. Sirat parla di questa folle idea che ora c'è in Europa di fare pace con la guerra, quella di Gaza è un'ipotesi estrema – ma molte persone l’hanno avvertita, l’hanno sentita mentre guardavano il film7.

È candidato come Miglior film internazionale e Miglior sonoro alla 98ª edizione degli Academy Awards.

 

Note:

1-7 I pezzi di intervista a Oliver Laxe sono stati presi dall'intervista di Federico Pontiggia pubblicata su CinematografoOliver Laxe, “sono un jihadista”.

 

[Fonte: www.meer.com]

Una obra maestra de las letras nórdicas

Pocos autores han estado más arraigados en un lugar, ahondado tanto en un paisaje, incitado a otros a su búsqueda, como el noruego Tarjei Vesaas.


Escrito por 
Diego Courchay 

Empecé leyendo a Tarjei Vesaas para comprender el invierno. Me esperaba mi primera temporada gélida en una colina aislada y leer a un hombre conocido por haber pasado su vida en las montañas de Noruega, por su descripción de la dureza del clima y su belleza, se impuso como una guía providencial. 

Esa novela era El palacio de hielo, hasta hace poco la única disponible en español. Habla de la amistad entre dos niñas, de una cascada congelada y de la pérdida; pero en Vesaas la trama es apenas la escarcha que recubre el resto. El intento por describir de qué trata su escritura desemboca en oxímoros y palabras tachadas. Su mundo es el de las sensaciones en los linderos de la conciencia y la lógica, aquellas que olvidamos antes de poderlas nombrar; restituye toda la extrañeza de un mundo sin obviedades. Son todos los parpadeos que nos habitan a diario. Al salir del invierno viajé para hacer un reportaje sobre él.  

Tarjei Vesaas nació en 1897 en una granja llamada Vesås, una cima rodeada de pinos que dio nombre a su familia y donde nueve generaciones consecutivas se habían pasado la estafeta de trabajar la tierra. Él estaba destinado a continuar esa tradición. La rechazó por una vocación cultivada en silencio, tras jornadas cortando madera con su padre, retraído con pluma y papel en una esquina de la sala familiar. Saberse escritor fue el parteaguas de su vida. Rebasados los treinta años, tras alternar agricultura y primeras novelas, compró la propiedad de un tío en bancarrota y rompió esa cadena heredada por varios siglos. No podía abandonar el paisaje y la mudanza fue mínima: apenas seis kilómetros, los que separan Vesås de Midtbø, su nuevo hogar con vista al lago. Ahí escribió hasta su muerte, en 1970. La escarcha de una vida.  

“Escribió la mayoría de sus libros aquí, hasta el último verano”, dice Guri Vesaas, la hija del autor. Estamos en Midtbø, en la comuna de Vinje, en el céntrico condado de Telemark, cuya cultura popular y paisajes inspiraron en el siglo XIX a los pintores del romanticismo nacional noruego. Guri me recibe en la sala para compartir la historia de sus padres, de Tarjei y la poeta Halldis Moren, y el sueño que les llevó a fundar un hogar para dedicarse a la literatura en este sitio fuera del tiempo. Midtbø puede visitarse cada verano desde 2016, cuando la familia decidió abrir las puertas para ahuyentar el olvido y recibir a quienes la lectura se les volvió peregrinaje.   

Si las visitas abundan es porque pocos autores han estado más arraigados en un lugar, ahondado tanto en un paisaje, incitado a otros a su búsqueda. Entre ellos llega Kjell Andre, desde Lillehammer, al norte de Oslo, porque encontró en Vesaas a un autor que no terminaba de explicarse. “Nunca se acaba”, dice, así que se vuelve a él, de viaje a su zaga.  

Si el Telemark noruego logra escapar de la decepción que deparan otros viajes literarios –la obra confrontada con la banal ubicación de su trama– es porque en Vesaas el paisaje no es telón de fondo, sino su vocabulario.   

“Creo que él tenía el paisaje y el idioma de aquí, el dialecto de aquí, de alguna manera en el cuerpo. Era parte de su cuerpo”, dice Guri. Por eso una obra creada en una campiña recóndita sortea la épica pastoral; relata una forma de estar en el mundo.   

Como cuando Vesaas pregunta: “¿Con quién hablamos cuando callamos?”  

Guri asiente al escuchar la cita, y no cree en las respuestas. “Tan pronto intentas expresarlo desaparece. Creo que es algo que mi padre experimentó a menudo. Hay muchas cosas en él que no podía nombrar, pero al mismo tiempo las comunicaba… sin decir nada. Su lenguaje es muy simple, pero hay mucho entremedias, también en el silencio. En cuanto buscas ponerle palabras suena artificial.”   

Lo mismo opinaba Vesaas: “Decimos demasiadas cosas estúpidas, y torpes. A menudo son torpes. Las cosas dichas parecen zapatos dispares, abandonados en el suelo, mientras que lo que quería decirse parecen pájaros en pleno vuelo. No es solo la modestia la que silencia las cosas importantes. Nuestra lengua es de madera.”   

La mejor expresión de ese lenguaje que tartamudea belleza puede encontrarse en Los pájaros, su novela de 1957. Es la historia de Mattis, un hombre al que en su pueblo llaman “simplón”, incapaz de trabajar o de darse a entender, que vive con su hermana Hege y depende de ella. A veces se sube a su barca y se improvisa barquero para atravesar un lago que nadie busca cruzar. Hasta que un día alguien llama desde la orilla.  

Los pájaros acaba de ser publicado por la editorial Nórdica Libros, en la traducción de Juan Gutiérrez-Maupomé, Bente Teigen Gundersen y Mónica Sainz. El libro data de 1957 y es apenas el segundo del autor que se traduce al español, de un total de veintitrés novelas, seis poemarios, cuatro libros de cuentos y once obras de teatro. Pudo ser diferente: Vesaas tiene el dudoso honor de estar entre los autores más nominados al Nobel –57 veces– sin ganarlo. En 1970 era uno de los favoritos. Murió en marzo, luego de haber recibido nueve nominaciones. El ganador unos meses más tarde, Aleksandr Solzhenitsyn, recibió seis.   

Como ha repetido el también noruego Karl Ove Knausgård, Los pájaros “estaría entre los grandes clásicos del siglo pasado si se hubiera escrito en uno de los idiomas más hablados”. Vesaas escribía además en nynorsk, la menos usada de las dos formas del noruego escrito: tan solo entre el 10 y el 15% de la población la declara como su lengua oficial. Es una lengua derivada de los dialectos, a menudo discriminada como campirana. Vesaas la eligió y la consolidó como una lengua literaria. La consagración que impidió su muerte la conseguiría su principal sucesor en el uso del nynorsk, Jon Fosse, ganador del Nobel en 2023. “Me gusta escuchar audiolibros cuando conduzco largas distancias”, cuenta en una entrevista. “Mi favorito es Los pájaros de Vesaas, es bellísimo.”   

Hay un video en blanco y negro de la televisión noruega en el que Vesaas aparece sentado, con el trasfondo del campo. Sus palabras fluyen a cuentagotas. El entrevistador le pregunta: “¿El personaje de Mattis le resulta cercano?” Vesaas asiente: “Sí, podría decirse que es un autorretrato, con ciertas reservas.”   

La afirmación puede sorprender. Mattis es el inocente local, cuando no el tonto del pueblo. “No hay que entenderlo de forma literal, pero él sabe”, dice Guri. “Cuando lees sobre Mattis, ves que el escritor sabe cómo se siente, y por eso se identifica mucho con él. Mi padre no era como Mattis en cuanto a la incapacidad para trabajar, no era tan indefenso.” Pero compartían una imposibilidad. Mattis se siente desamparado ante las expectativas de los demás, como Vesaas ante el legado familiar. Es una fisura que atraviesa varias de sus novelas y personajes.   

“Sufrió mucho por no poder… Después de unos años, estaba plenamente convencido de lo que quería y de que no podía convertirse en agricultor, porque quería leer, escribir, ser escritor. Pero pensaba que sus padres se sentirían muy decepcionados”, dice Guri. “En las montañas no se hablaba mucho. Era difícil hablar de sentimientos o cosas parecidas, de las cosas difíciles no se hablaba. Cuando salió su primer libro, cuando llegó por correo a la casa, él entró a la sala y lo puso sobre la mesa. Nadie dijo nada. Él había escrito eso y nadie dijo nada. Simplemente fingieron no verlo.”   

Aunque Mattis sufre para expresarse entre sus congéneres, a solas en su barca lo cimbra la naturaleza. Vesaas nos permite entenderlo, sumar su humanidad a la nuestra. Nos regala su relación con el lenguaje.  

Esa proporción de las palabras que restituye su tentación, su peso y su misterio. Un pensamiento donde las fórmulas habituales tienen la violencia de la literalidad, la poesía de las cosas dichas tal cual. Los juegos y las lógicas secretas que existen en nosotros al margen de todo intercambio. Mattis habita un mundo saturado de significado, sin filtros ante el lenguaje, sin barreras entre la analogía y la realidad.   

“Lo importante de Mattis es que está cerca de la vida”, escribió Knausgård. “No es una persona que hace cosas, es incapaz de ello, es una persona que es. Y este estado de ser está lleno a rebosar… El escritor está abierto al lenguaje, el lenguaje está abierto a Mattis, Mattis está abierto a la vida.” Es uno de los grandes retratos que existen entre las páginas, una insólita “autobiografía” que se halla más allá de los hechos o de la trama, a otro grado de profundidad. O como lo dijo Halldis Moren, la poeta que compartió la vida con Vesaas: “Inmersión, tal vez esa sea la palabra que resuelve todo el ‘enigma’ que lo rodea. Ese era su faro.”   

En las laderas que bajan desde Midtbø hasta el lago las granjas son del color que tienen en los libros de Vesaas, se escuchan los mismos pájaros, bajo la misma luz pacientemente descrita. Para donde se mire converge lo leído: “El lago era como un espejo, el cielo y la tierra yacían allí boca abajo.” Una vieja barca abandonada en la orilla espera a Mattis, y las alegorías se funden en el paisaje que las inspiró. 


[Fuente: www.letraslibres.com]

Emil Zátopek: o atleta invencible

 

«Correr» chega ao galego dá man de Moisés Barcia.

Escrito por Ramón Nicolás   

Echenoz (Orange, 1947), narrador francés que acadou entre outros os premios Médicis, Goncourt ou Gutenberg, chega á lingua galega grazas ao seu Correr, traducido por Moisés Barcia.  

A proposta, un texto híbrido próximo á biografía novelada e segunda dunha triloxía que tamén dirixe o foco argumental ás vidas de Ravel e Nikola Tesla, adéntrase na traxectoria persoal de Emil Zátopek: un dos grandes atletas das probas de fondo do século XX. Un personaxe singular que chegou ao atletismo de maneira circunstancial para inscribir o seu nome nas letras de ouro dos mellores deportistas da historia. Velaquí o deseño da intrahistoria de Zátopek; isto é, a súa vida cotiá en Koprivnice, o seu traballo nunha zapatería, pasando polos anos de formación académica, a entrada no exército checoslovaco, o casamento con Dana Zátopková, campioa olímpica de lanzamento de xavelina e, por suposto, a evolución do seu percorrido como corredor de fondo que pulveriza marcas unha tras outra, aínda que perseverase nunha consideración un tanto distanciada do que era o deporte de elite. 

Aínda así, Echenoz pon o acento, desde as primeiras páxinas, no contexto histórico da vida do atleta, algo que fai con inequívoca habilidade, desde a doada ocupación do país nos tempos do nazismo, pasando pola súa liberación posterior da man do exército ruso e, sobre todo, pola sovietización do país, que desfigura as súas propias declaracións e que o utiliza como símbolo, alcumado como a Locomotora Checa, para converterse nun refén do réxime ás portas da primavera de Praga de 1968.  

A personalidade de Zátopek revélase como submisa, mais tamén rebelde cando se lle require o apoio ás reformas do presidente Dubcek e resulte, tempo despois, desterrado a traballar nas minas de uranio e logo obrigado a exercer de varredor, aínda que destes feitos non haxa probas evidentes.  

Que o percorrido vital de Zátopek non se achegue ás vivencias dos seus últimos días transmite, ao meu ver, que a súa figura foi escollida á mantenta como desculpa para construír un relato histórico, dominado por un ritmo narrativo rápido e pouco esixente, que se manifesta aquí inequivocamente inclemente co totalitarismo comunista.


[Fonte: www.lavozdegalicia.es]

Una historia marxista de la música pop

Del auge fordista al neoliberalismo tardío, Mixing Pop and Politics [mezclando pop y política] de Toby Manning explora cómo la música pop anglófona se convirtió en escenario de luchas sociales y disputas ideológicas. Entre mercancía y utopía, rebelión y cooptación, el pop emerge como archivo vivo de contradicciones históricas, capaz de preservar deseos radicales incluso bajo el peso del capital. 


Escrito por Mirko M. Hall

 Mixing Pop and Politics [mezclando pop y política] de Toby Manning (Routledge, 2023) es una ambiciosa y electrizante historia cultural marxista de la música popular anglófona durante los últimos 70 años. Desde el auge fordista de posguerra hasta los escombros del neoliberalismo tardío, este libro explora cómo la música refuerza y a la vez resiste las estructuras económicas, políticas y sociales dominantes de su tiempo. Manning afirma de forma convincente que incluso el pop comercial –pese a su cooptación por el capitalismo corporativo y las fuerzas conservadoras– sigue siendo un registro revolucionario de la memoria histórica y los anhelos utópicos. 

Haciendo uso de un conjunto de herramientas conceptuales tomadas de Karl Marx, las escuelas de Fráncfort y Birmingham y otros, Mixing Pop and Politics trata la música como una experiencia vivida, en la que clase, género, raza e identidad juvenil se negocian dentro del sonido mismo. Manning escribe de manera explícita «una historia marxista de la música popular, no una historia de la música popular marxista». Del doo-wop al disco, del punk al hip hop y del grunge al rap consciente, ofrece una embriagadora mezcla de teoría cultural y estudios sobre música popular, sintetizando teoría crítica, economía política e historia de la música.  

Manning es un periodista musical e historiador de la cultura residente en Londres. Su amplia producción sobre cultura y música pop –en medios como The Guardian, The Independent, NME, The New Statesman The Quietus– aporta un importante nivel de experiencia y credibilidad a este proyecto. Su prosa vívida y su entusiasmo polémico hacen que leer este texto sea un verdadero placer. 

Organizado en 13 capítulos –más una introducción teórica y un epílogo–, el libro recorre las transformaciones de la música pop a lo largo de distintas épocas: desde el rock ’n’ roll en la década de 1950 a la estética poscrisis de la década de 2020. En lugar de seguir una cronología estricta, cada capítulo de centra en los momentos de ruptura, cuando surgen nuevas formas musicales y contenidos líricos como inscripciones de la lucha histórica. En este contexto, por ejemplo, el rock aparece como rebelión y también como cooptación; la música disco, como liberación y mercantilización; y el hip hop, como resistencia y espectáculo. Manning se focaliza exclusivamente en canciones que llegaron a los ránkings de éxitos en el Reino Unido y Estados Unidos. Evita el análisis habitual de los grandes éxitos del pop y ofrece, en su lugar, una historia cautivadora del poder del sonido para alterar el statu quo cultural.  

El marco teórico marxista del libro se basa en orientaciones críticas como la Escuela de Fráncfort (Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse), la Escuela de Birmingham (Stuart Hall) y la nueva musicología (Simon Frith), junto con pensadores claves como Raymond Williams, Fredric Jameson y Mark Fisher. Esta síntesis creativa entiende la música como un archivo afectivo de tensiones sociales que transmite energía cultural revolucionaria y formas emergentes de conciencia, mucho más allá de su inexorable mercantilización. Ofrece un «nuevo mundo (…) de deseos y esperanzas». Para Manning, la música popular no es solo un entretenimiento tonto o un estilo superficial, sino más bien un poderoso espacio de creatividad cultural, crítica y resistencia. Mientras rechaza los enfoques apolíticos y esteticistas que reducen el pop a un consumo pasivo, percibe la música como un espacio en disputa de «represión y rechazo» que «mezcla y remezcla continuamente la historia» al servicio de la libertad humana. A través de la lectura atenta de las letras, las sonoridades y los modos de producción y circulación, Manning revela cómo el pop puede naturalizar las ideologías dominantes, al mismo tiempo que crea nuevos espacios de significado contrahegemónico. Aun bajo presiones capitalistas, la música continúa siendo una práctica para la transformación crítica. 

Lo que es central en el argumento del libro es la naturaleza dialéctica de la música: un «tira y afloja entre el producto y el afecto, la ideología dominante y el imaginario popular, el consentimiento y el rechazo». Géneros como la new wave y el synth pop, por ejemplo, reflejan la alienación emocional de la era posfordista, al tiempo que articulan una renovada esperanza en futuros aún por concretar. Este modelo le permite a Manning moverse más allá de la crítica musical más tradicional para mostrar cómo las canciones y los géneros revelan el sustrato utópico de la sociedad capitalista. Esta dinámica influye en el compromiso de Manning con una renovada teoría de la «hauntología», la creencia de que la música es una forma espectral que resuena con los sueños derrotados de los pasados políticos. Aun si la «política radical de un periodo es derrotada, su música permanece irreprimible, un recurso a través del cual podemos volver a acceder a sus esperanzas radicales». El poder último de la música reside en su capacidad de despertar las carencias, deseos y aspiraciones humanas insatisfechas. Es «total, feliz y antagónicamente política».  

Dos espectros habitan Mixing Pop and Politics, uno reconocido, el otro no. En primer lugar, el libro se basa en el famoso debate entre Adorno y Benjamin de fines de la década de 1930 sobre la reconversión de las técnicas productivas del mercado en un valor de uso revolucionario. En segundo lugar, sus argumentos recuerdan el trabajo pionero del musicólogo de Alemania Oriental Peter Wicke. Aunque no se lo menciona, Wicke exploró la música pop a través del prisma del materialismo histórico como una práctica socialmente arraigada vinculada a la lucha ideológica.  

En cada uno de los 13 capítulos, Manning rastrea el desarrollo de la música pop a lo largo de importantes líneas de falla económicas, sociales y políticas. Comienza en la década de 1950, cuando surgieron el rock ’n’ roll y el doo-wop en medio de la segregación racial y el consumismo fordista. La expresión de rebelión juvenil de ambos géneros fue rápidamente suavizada por versiones interpretadas por artistas blancos. En la década de 1960, el folk de protesta, el soul y la psicodelia transmitían ideales antirracistas, anticapitalistas y sexualmente ambiguos, pero pronto fueron absorbidos por el espectáculo comercial. La década de 1970 expandió esta tensión: el glam se burló de las normas elitistas a través del juego de géneros; el funk le dio voz a la lucha política de los negros; el punk canalizó la postura desafiante de la clase trabajadora; y la música disco ofreció la liberación queer, aunque todas eventualmente se mercantilizaron o fueron atacadas. En las décadas de 1980 y 1990 estas contradicciones se profundizaron. Mientras el pop convencional celebraba la productividad y el individualismo, el hip hop y el grunge sostenían energías radicales a través de expresiones de alienación, rabia y solidaridad fugaz. En los 2000, en medio de crisis globales, el pop promovió la resiliencia neoliberal, mientras que el indie feminista y el rap consciente forjaron nuevos modos de disenso cultural. 

El análisis de Manning sobre las contradicciones sociales de la música pop es fascinante. Desentraña cuidadosamente cómo los gestos performativos de un género son sintomáticos de su entorno histórico y político concreto. En este punto su estudio constituye una introducción sorprendentemente versátil a la historia (occidental) de la posguerra, algo similar a lo que sucede con A Marxist History of the World [una historia marxista del mundo], de Neil Faulkner. Manning destaca sistemáticamente la clase, el género y la raza como elementos centrales de la política de la música popular, sin reducir el sonido a una mera identidad. 

Es posible que los lectores en general deseen explicaciones teóricas más detalladas, en especial si no están familiarizados con la terminología y los conceptos marxistas. El foco de Manning en las listas de éxitos a veces puede pasar por alto géneros musicales no convencionales que también han desempeñado un papel crucial en la expresión política. Si bien se abordan el género y la sexualidad –en especial en los capítulos sobre el glam rock, el funk/soul y el hip hop–, algunos lectores pueden desear un compromiso más profundo con la teoría feminista y queer. 

Manning no lee únicamente las canciones en su aspecto político, sino también en su estética sonora y los afectos encarnados, lo que Raymond Williams llamaría sus «estructuras de sentimiento». Sintoniza con el modo en que suena la música: cómo el groove, la distorsión o el timbre energizan el cuerpo, expresan contradicciones sociales y transmiten aspiraciones humanas insatisfechas. Por ejemplo, su lectura de cómo el Auto-Tune refleja la chatura emocional de los programas de austeridad del nuevo milenio es reveladora. El enfoque general de Manning no es el de una mera historia cultural con banda sonora, sino un intento serio de teorizar el sonido como memoria histórica. 

La herramienta interpretativa más convincente del libro es el concepto de hauntología utilizado por el teórico de los medios Mark Fisher: la sensación de que el presente está habitado por visiones pasadas acerca del futuro. En deuda con Walter Benjamin, Ernst Bloch y Jacques Derrida, una hauntología sonora entiende la música pop –en especial las canciones que evocan una estética retro o una familiaridad extraña– como «siempre apuntando hacia el futuro, hacia la utopía». Estos rastros hacen algo más que señalar el pasado: reaniman promesas utópicas aletargadas. La música se convierte no solo en un diagnóstico de un momento histórico, sino también en una forma silenciosa de esperanza política, el anhelo de algo que está más allá del sistema vigente. Está cargada de lo que Benjamin llamó un «débil poder mesiánico»: la capacidad de reimaginar alternativas emancipadoras. 

Los lectores contemporáneos pueden ajustar esta lente hauntológica expandiendo el breve análisis de Manning de Born in the USA, de Bruce Springsteen (1984). El álbum llora la derrota de la clase trabajadora, aunque su producción «con aires de himno triunfalista» diera pie a interpretaciones nacionalistas erróneas. Él considera que la música de Springsteen está atravesada por la pérdida de la democracia social y ofrece una escasa visión revolucionaria. Aun así, permanece «cargada de una pérdida» que preserva la promesa de solidaridad de la clase trabajadora. La reciente gira Land of Hope and Dreams [tierra de esperanza y sueños] de Springsteen (2023-2025) reactivó estos impulsos. Su oposición abierta a la política MAGA [Make America Great Again] reconfigura estas canciones tempranas transformando la nostalgia en un llamado a la comunidad actual y la perseverancia. 

Mixing Pop and Politics es un libro voluminoso de casi 600 páginas. El texto avanza movido por un impulso urgente de nombrar y conectar el mayor número de artistas, canciones y estilos posibles, a veces hasta una docena por página. El resultado es un flujo turbulento que refleja el propio flujo inestable del pop. Y si bien esta elección produce destellos de una genuina perspicacia dialéctica, también puede frustrar a aquellos lectores que buscan un análisis más fundamentado. Pero justamente esta energía puede ser un gesto político. Como si anticipara la borradura cultural en nuestras épocas oscuras, Manning se apresura a preservar el archivo de resistencia del pop antes de que pueda ser más destruido. Como nos recuerda Benjamin, el «estado de emergencia» no es la excepción sino la regla. 

En una era de estancamiento neoliberal y distopía gestionada, Manning sostiene que la historia (aunque desordenada y no resuelta) permanece radicalmente abierta. La posición contradictoria de la música pop –enredada con el capital, aunque atravesada por un potencial emancipatorio– le permite funcionar como un archivo vivo de la memoria, la resistencia y la promesa. Trabajando contra la desesperanza cultural, Manning ofrece a los lectores un remix marxista esperanzador: materialista y utópica a la vez, la música sigue siendo una prefiguración infinitamente perfectible de la esperanza. Es un recurso para «inspirarnos e incitar a que nos abramos camino hacia el futuro, un futuro sin alienación, sin inhibiciones, libre». 

Nota: la versión original de este artículo, en inglés, se publicó en Marx & Philosophy Review of Books el 7/9/2025 y está disponible aquíTraducción: María Alejandra Cucchi

 

[Fuente: www.nuso.org]

Laïcité à la française : un grand malentendu ?

Principe juridique de neutralité de l’État, la laïcité a initialement été pensée pour protéger la liberté de conscience. Elle est aujourd’hui fréquemment mobilisée d’une manière qui contredit sa vocation première. Cette transformation n’est ni anodine ni sans effets sociaux et politiques. Comment un outil destiné à garantir la coexistence des libertés est-il devenu un levier de normalisation, ciblant certaines populations plus que d’autres ?  

Selon un rapport du défensur des droits, « malgré des formulations générales, les lois encadrant le port de signes religieux ont entendu viser les femmes musulmanes ».

Écrit par Alain Policar

Chercheur associé en science politique (Cevipof), Sciences Po

Alors qu’elle devait servir à la promotion de valeurs universelles, la laïcité apparaît désormais largement comme une expression nostalgique d’une identité majoritaire. Depuis l’affaire des foulards à Creil (Oise) en 1989, de principe organisant la coexistence des libertés, elle est devenue une valeur censée incarner la civilisation française.  

Ce changement, dont les causes sont multiples, a transformé un outil de paix civile en instrument de contrôle des conduites. En témoignent les votes de nombreuses loi restrictives. Parmi celles-ci, celle du 15 mars 2004 sur l’interdiction des signes religieux ostensibles à l’école, qui rompt avec la recommandation du Conseil d’État, lequel, saisi en 1989 par le ministre de l’Éducation nationale, Lionel Jospin, conditionnait l’interdiction à un comportement perturbateur. Ou encore celle d’août 2021, qui met l’accent sur le soupçon de séparatisme d’une partie de la population désignée par sa foi religieuse, réelle ou supposée.  

Cette évolution est congruente avec le fait qu’un parti d’extrême droite, qui se pose en héraut de la laïcité, et dont le programme repose sur la préférence nationale, occupe désormais une place majeure dans notre vie politique. Pour le Rassemblement national, les bienfaits de l’État-providence ne doivent être destinés qu’au « vrai peuple », le populisme procédant d’une révolte contre le partage des acquis sociaux durement obtenus sur le long terme avec de nouveaux venus, lesquels ne les mériteraient pas.  

La tolérance : une vertu politique  

Dans sa conception moderne, la tolérance est une vertu politique fondamentale : la divergence de la norme est possible au nom de la liberté. C’est ce que souligne l’article XI de la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen (1789) selon lequel « la libre communication des pensées et des opinions est un des droits les plus précieux de l’homme ». Ce droit sera affirmé plus nettement encore dans la Déclaration universelle de 1948, son exercice n’étant soumis qu’aux limitations légales destinées à assurer la reconnaissance et le respect des droits et libertés d’autrui. 

La tolérance n’exige évidemment pas que nous renoncions à nos désaccords, mais que nous considérions comme des égaux celles et ceux qui ont des convictions différentes des nôtres

Dès lors, l’intolérance consiste à revendiquer une place spécifique pour mes propres valeurs ou pour mon mode de vie et, pour cette raison, à vouloir les protéger jusqu’à limiter, voire supprimer, d’autres valeurs que les miennes, ce qui revient à refuser à celles et ceux qui les défendent le statut de membre à part entière de la société. C’est ce dont rend compte l’ouvrage d’Olivier Esteves, Alice Picard et Julien Talpin, à propos des musulmans français diplômés, lesquels se trouvent contraints, faute de reconnaissance de leurs compétences, de quitter la France pour des pays plus ouverts à la diversité.  

À l’inverse, la tolérance consistera à insister sur notre appartenance commune à un ensemble social et à reconnaître que les autres ont tout autant que moi le droit de contribuer à en définir les normes.   

Laïcité et islam   

La France est-elle aussi laïque qu’elle le prétend, s’interrogeait déjà le sociologue François Dubet en 1996, « en refusant aux musulmans les droits qu’elle accorde aux autres, en idéalisant son passé républicain, comme si celui-ci ne procédait pas d’une longue tradition chrétienne » ? Et il concluait par cette mise en garde : « La laïcité ne peut être vécue par les musulmans que sous une forme antireligieuse. »   

Ce diagnostic semble confirmé par le rapport 2025 sur les discriminations fondées sur la religion, du défenseur des droits :  

« La très grande majorité des réclamations reçues par le défenseur des droits en matière de discriminations fondées sur la religion concerne la religion musulmane et, en particulier, les femmes musulmanes portant un voile […] Cette surreprésentation traduit la spécificité française du débat sur la religion et la laïcité, qui se focalise sur l’islam et, plus encore, sur ses expressions vestimentaires féminines : voile et abaya à l’école, voile porté par les accompagnatrices scolaires, voile dans le sport, burkini dans les piscines, voire, plus récemment, voile porté par les mineures dans l’espace public. Ainsi, malgré des formulations générales, les lois encadrant le port de signes religieux ont entendu viser les femmes musulmanes. »  

Le rapport précise que, parmi les personnes se déclarant de religion musulmane ou perçues comme telles, 20 % déclarent avoir été « parfois » discriminées en raison de leur religion au cours des cinq dernières années et 14 % avoir « souvent » été discriminées pour ce motif. Notons que, parmi les personnes se déclarant chrétiennes ou perçues comme telles, 3 % déclarent avoir été « parfois » discriminées en raison de leur religion et 1 % l’avoir souvent été.   

État laïc ou société laïque ?   

La tentation de faire de la France non pas un État laïc mais un pays, une société qui serait laïque par nature, c’est-à-dire où l’application de ses règles ne serait plus limitée aux agents des services publics, est surreprésentée dans les médias et sur la scène politique. Jean-Michel Blanquer, alors ministre de l’Éducation nationale, par exemple, n’hésitait pas à déclarer que « le voile n’est pas souhaitable dans la société tout entière ». Gabriel Attal, ancien premier ministre, veut interdire le port du voile aux moins de 15 ans dans l’espace public, et Laurent Wauquiez, chef du groupe Les Républicains à l’Assemblée nationale, a déposé en novembre 2025 une proposition de loi allant dans ce sens, en élargissant l’interdiction à toutes les mineures dans l’espace public.   

Certains partisans d’une laïcité impliquant des restrictions étendues considèrent sans doute l’interdiction du foulard islamique comme une manière de lutter contre les croyances incompatibles avec la pensée libre et la citoyenneté éclairée. Au-delà du caractère vraisemblablement inconstitutionnel de la chose, il serait infiniment improbable qu’ils parviennent ainsi à atteindre les objectifs invoqués. On peut même craindre un effet contre-productif, en raison de la récupération de ces interdictions par l’islamisme radical, chez des adolescents en quête d’identité

Désormais, l’invocation de la laïcité, si l’on en juge par sa fréquence, semblerait en mesure de répondre à tout type de mise en cause des principes républicains, qu’il s’agisse des tenues vestimentaires de nos élèves ou des attaques terroristes dont la France a été victime. Pourtant, de 1982 (attentat de la rue des Rosiers, à Paris) jusqu’en 2012 (assassinat de quatre Juifs, dont trois enfants, par Mohammed Merah à Toulouse, en Haute-Garonne), nul n’avait songé à invoquer solennellement la laïcité, alors que l’on ne cesse désormais de le faire depuis 2015 ? S’agit-il d’une négligence malheureuse, aujourd’hui réparée ? Ou, plus vraisemblablement, d’une instrumentalisation dont on voit bien le profit que l’on pense en retirer ? 

Libre expression des différences  

Il serait utile de rappeler l’esprit de la Déclaration universelle sur la laïcité au XXIᵉ siècle : la laïcité, qui n’est pas une spécificité française, est la condition de la libre expression des différences. Peut-être aurions-nous alors accès à l’essentiel : si rien ne nous contraint à renoncer à nos fidélités singulières, la laïcité nous invite à les suspendre. Ce qui fait communauté, c’est précisément la suspension, évidemment provisoire, du sentiment d’appartenance. C’est encore la supposition qu’il y a, en tout autre être humain, la capacité à éprouver le même sentiment que moi.


Alain Policar est l’auteur de Laïcité : le grand malentendu, Flammarion, octobre 2025


[Photo : Mehdi Fedouach/AFP - source : theconversation.com]

terça-feira, 10 de fevereiro de 2026

Israele, mito e realtà


Di Marco Sferini

La mitizzazione è un tratto quasi istintivamente naturale, proprio un po’ di tutte le culture. Qual è infatti la storia di un popolo che è rimasta estranea alla possibilità di creare il μῦθος (il “mŷthos” ellenicamente inteso) come sequenza di parole, di racconti affidati per di più all’oralità o ad antichissimi testi rintracciabili solamente per riscritture successive, dando così vita ad un’origine che si perde nella notte dei tempi e su cui aleggia l’esaltazione del fantastico e, dunque, anche del mistero? 

Ogni nazione cerca il presupposto mitologico per farne l’eredità consacrata supposizioni che finiscono con l’essere più vere del vero stesso: fondamentalmente perché affidate all’ancestralismo religioso, alla metafisica dei sentimenti che surclassa la inconoscibile storia che va indietro di millenni e che, inevitabilmente, si perde nell’impreciso, nel non ben definito, nell’ipotesi come cifra di riferimento che sostituisce il fatto e che, dunque, dà avvio alla mitizzazione in tutto e per tutto. 

Hitler e Himmler vagheggiavano, al pari di molti nazionalisti tedeschi di fine Ottocento e inizio Novecento, delle origini del popolo germanico nel regno odinico, tra miriadi di valchirie furoreggianti in battaglie gloriose. Mussolini aveva dato al fascismo il carattere di nuovo risorgimento imperiale romaneggiante: lui come il Cesare o l’Augusto che fonda il perimetro dell’Urbe moderna a capo ancora una volta del mondo. Vaneggiamenti diremmo oggi, ma in quei precisi momenti della Storia sono stati vissuti come elementi costitutivi di una cultura anche piuttosto diffusa.  

Realtà e mito, dunque, si intersecano, si incontrano e non sono necessariamente contraddittori l’uno rispetto all’altro. Soprattutto se si considera il fatto che il mito è prodotto nella realtà ma rimane dietro le quinte di una oggettività della realpolitik che esige un più stretto e diretto contatto con un presente che è l’unico tempo che sfugge alla Storia perché è troppo coevo per essere definito un passato prossimo e troppo anticipatorio per essere incluso in un futuro semplice. 

Ma è proprio il trascorrere degli anni che determina, alla fine, ciò che è storicizzabile e ciò che invece rimane nell’aura folgorante del mito. Oggi questo rapporto ambivalente tra ciò che è e ciò che è presuntivamente stato riguarda tutte quelle vicende dell’attualità che hanno, nel loro dirsi ed essere giustificate da ragioni del passato (recente o remoto che sia), un ancoraggio prontamente giustificazionista per le atrocità che vengono commesse in guerre sanguinosissime che si trascinano da anni e anni e che non accennano a terminare.  

Ucraina e Gaza non su tutte, ma tra le tante, purtroppo, che punteggiano la carta del mondo quasi in ogni continente. Di quest’ultima si può parlare e scrivere in relazione, ovviamente, alla storia tanto del popolo palestinese, quindi una buona fetta di mondo arabo, quanto di quello ebraico. Il contenzioso su chi sia il legittimo abitante della terra al centro della questione delle questioni affonda così, molto incautamente, le sue radici sia nella recente realtà della costituzione dello Stato ebraico dopo l’Olocausto, sia nel rinverdimento del richiamo mitico all’uscita dall’Egitto e alla ricerca della Terra promessa.  

Michele Giorgio e Chiara Cruciati, attenti cronisti e studiosi, storiche firme del quotidiano comunista “il manifesto“, ripercorrono in “Israele, mito e realtà” (Alegre edizioni, 2018) la Storia del movimento sionista, dalla sua nascita nel secolo XIX fino agli ultimi tristissimi sviluppi nel governo di Benjamin Netanyahu sorretto dalle forze politiche di estrema destra che sostengono l’idea del “Grande Israele” dal Golan al Negev, dal fiume al mare, quindi senza alcuna presenza palestinese tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. Conoscere questo lungo filo di tessitura di una nuova identità ebraica che, per l’appunto, si trasforma in “israelitismo” civile (oltre che religioso) dal 1947 in avanti, è necessario per comprendere appieno le origini del fenomeno.  

Con troppa disinvoltura oggi, mentre Gaza brucia (il ministro della difesa Kantz dixit…) e i palestinesi sono spinti a centinaia di migliaia nel sud della Striscia, mentre i coloni ultrasionisti della West Bank spadroneggiano ovunque disseminando violenza con l’aiuto delle formazioni paramilitari e sotto lo sguardo benedicente dell’esecutivo, si assiste alla pacatissima rassegnazione di chi afferma che non c’è quasi più una possibilità di veder convivere in quel lembo di terra mediorientale i due popoli. Si accantonano le vecchie ipotesi di reciprocità dei diritti e dei doveri, si ipotizza soltanto la disperazione, l’esilio.   

Una nuova Nakba settanta e più anni dopo la prima grande catastrofe per il popolo palestinese. Israele può tutto e nessuno sembra poterlo (volerlo) fermare veramente. Il trumpismo accoglie, sostiene, induce, produce ogni scatto in avanti del triumvirato mortifero Netanyahu – Smotrich – Ben-Gvir: proprio questi ultimi due ministri dell’ultradestra religiosa sono quelli che più ricorrono all’elemento religioso e ad una mitizzazione delle radici ebraiche in Palestina. Le loro dichiarazioni tonanti e cruente si producono in una sequenza di affermazioni supportate dalle antiche leggi mosaiche, dalla sincretizzazione tra predestinazione divina e missione terrena del Popolo Eletto.  

La Palestina è stata, prima del 7 ottobre 2023, abbandonata al destino di questione etno-politica tutta interna agli affari israeliani e non, invece, considerata un problema di caratura internazionale che riguarda qualunque altra nazione perché è un punto di principio: un popolo che vive su una terra che gli viene via sottratta arbitrariamente e con la violenza delle armi, con la sopraffazione civile (si fa per dire…) e militare, con la repressione e la carcerazione. Persino dei bambini. Israele persegue un obiettivo ormai chiaro; un obiettivo che proprio la guerra contro Gaza ha rivelato in tutta la sua nettezza.  

Se, da un lato, c’è stata una mitizzazione della propria origine storica, dall’altro si sono poste le basi per una insindacabilità delle proprie azioni vincolate all’alibi di non poter ripetere gli orrori subiti durante prima e durante la Seconda guerra mondiale dal popolo ebraico. La Shoah non è e non deve essere richiamata in questi termini: chi lo fa, come i governanti israeliani, commette davvero un delitto di ieri che si riversa sull’oggi: non si può definire “antisemita” chiunque critichi le politiche di Tel Aviv e, in questo frangente, avanzi lo spettro del genocidio nei confronti dei palestinesi dopo oltre sessantacinquemila morti e duecentomila feriti.

La realtà israeliana è purtroppo questa: viene separata dal mito, perché si tenta di mitizzare essa stessa, di creare i contorni di una intangibilità odierna che poggia sul basamento del crimine di massa perpetrato dai nazisti con i campi di concentramento e di sterminio. Quella enorme tragedia deve rimanere unica nella Storia dell’umanità e non può ripetersi non solo per numeri ma soprattutto per metodi e intenzioni. Il genocidio è un crimine che può riguardare tutti i popoli: passivamente e attivamente. Perché mai Israele dovrebbe essere esentato da questa responsabilità se gli vengono riconosciuti piani genocidiari concretizzatisi in anni di guerra e in decenni di occupazione di Gaza e Cisgiordania?  

Michele Giorgio e Chiara Cruciati indagano non solo il mistero storico e gli antefatti trimillenari ma soprattutto la nascita del movimento sionista, la sua impostazione propriamente etnico-religoso-politica. Il suo trasformarsi da movimento di liberazione a movimento di oppressione, dopo aver teorizzato la nascita di uno Stato ebraico dopo diciassette secoli di Diaspora. Il punto di risalita della coscienza ebraica è determinata dall’infuriare dei pogrom nell’Europa centro-orientale. Ed è dall’inizio del Novecento che in Palestina si iniziano ad acquistare terre con il Fondo Nazionale Ebraico, favorendo così i primi insediamenti.  

Sul principio degli anni Venti del Secolo breve, è il ministro degli esteri britannico Arthur James Balfour a parlare favorevolmente di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. La storia prosegue con la prima grande rivolta palestinese (1936-1938) contro la colonizzazione soprattutto del centro-nord, tollerata dal Mandato dato al Regno Unito dopo la fine della Prima guerra mondiale. Senza una disarticolazione meticolosa delle vicende che si sono susseguite da più di un secolo a questa parte, non si può oggettivamente comprendere tutto ciò che è seguito alla fine del secondo conflitto globale.  

Uno dei punti dirimenti è la considerazione dei palestinesi come nativi che, via via, col passare dei decenni, sbiadisce fino a considerarli qualcosa di altro rispetto ad autoctoni. Il punto, di per sé, non sarebbe nemmeno così problematico se non si fosse posta la questione della convivenza tra lo Stato arabo e lo Stato ebraico nei piani che erano risultati applicabili dopo il ritiro di Londra dai territori palestinesi del Mandato. Mentre Israele ha tutto il diritto ad avere una Storia che affonda nel mito e nella predestinazione religiosa di sé medesimo, chiunque altro non ha nessun diritto in merito. Diviene un estraneo indesiderato e quindi deve essere, se non immediatamente espulso, quanto meno allontanato.  

Sempre la Storia ci racconta che prima della fine della Prima guerra mondiale, durante la dominazione ottomana, la Palestina era abitata quasi interamente dai palestinesi che si dividevano solamente tra credenti cristiani e credenti musulmani. Esistono quindi due narrazioni storiche differenti: quella del revisionismo sionista, che si rifà al mito piuttosto che alla realtà, al fideismo religioso e alla missione divina; quella, invece, propriamente tale che ci racconta di un popolo palestinese, certamente incluso nel novero dell’arabismo, con una propria identità nazionale marcata.  

La convivenza è possibile. I due Stati possono essere possibili. Ma per ottenere tutto questo deve venire meno la mitizzazione di Israele, prendendo le distanze dall’elemento religioso come cardine di unità etnica, come elemento costitutivo della popolazione che, a quel punto, può riconoscersi nella propria cultura senza pensarsi superiore o predestinato rispetto ad altri. Il bel lavoro di ricerca di Michele Giorgio e Chiara Cruciati merita una lettura a piene mani, con grande interesse proprio per entrare meglio nei difficili tempi presenti.

ISRAELE, MITO E REALTÀ

MICHELE GIORGIO
CHIARA CRUCIATI
EDIZIONI ALEGRE, 2018
€ 15,00


[Fonte: www.lasinistraquotidiana.it]