quinta-feira, 9 de julho de 2026

L'Institut Ramon Llull impulsa un centre d'estudis catalans a Montreal, el primer fora d'Europa

La institució es fixa com a prioritat projectar-se a l'Amèrica Llatina, Àsia i els països àrabs

La directora de l'Institut Ramon Llull, Anna Guitart, i el director de l'àrea de llengua i universitats, Josep-Anton Fernàndez 

L'Institut Ramon Llull impulsa el Pol d'Estudis Catalans a la Universitat de Montreal, que obrirà les portes el setembre. Serà el cinquè centre d'estudis catalans al món, sumant-se als de Londres, París, Siena (Itàlia) i Poznan (Polònia), i el primer fora d'Europa. 

Així ho ha anunciat el director de l'àrea de llengua i universitats de l'IRL, Josep-Anton Fernàndez, que també ha explicat que la seva prioritat és estendre's a l'Amèrica Llatina, l'Àsia i els països àrabs. 

D'altra banda, la setmana que ve, del 14 al 17 de juliol, tindran lloc les 40es Jornades Internacionals per a Professorat de Català, a l'edifici històric de la UB. Sota el lema 'Ensenyar i aprendre en la diversitat', reunirà 80 professors provinents de 25 països.



[Foto: Nico Tomás - font: www.racocatala.cat]

«On vous croit» di Charlotte Devillers & Arnaud Dufeys: recensione – Berlinale 75 (Perspectives)

Nel loro primo lungometraggio, i belgi Charlotte Devillers & Arnaud Dufeys scelgono di avvicinarsi fino al limite ai corpi e ai volti dei personaggi, per rinchiudere ansie e urgenze dentro la struttura di un tribunale, filmata con intenti concentrazionari. Su "On vous croit", sorprendente opera prima sulla tutela dei minori e lo scontro durissimo con le regole dello stato di diritto. Visto a Berlino 75 nella sezione Perspectives 


di Michele Faggi 

On vous croit si apre con una sequenza di grande drammaticità, dove una madre preoccupata cerca di convincere con la forza il figlio adolescente a prendere i mezzi pubblici.

Un’estrema vicinanza ai volti, ai corpi e allo scontro fisico mediante orchestrazione soggettiva, che si contrappone subito dopo alla geometria di un moderno tribunale fatto di vetro e cemento.

Al suo interno Alice e i figli Etienne e Lila attendono un’udienza evidentemente traumatica, mentre il minore si rifiuta strenuamente di incrociare, anche solo per un istante, la figura che rappresenta l’altra parte del dibattimento e che scopriremo essere il padre, nascondendosi negli anfratti di un luogo inospitale, dove sembra impossibile uscire.

Nel loro primo lungometraggio, i belgi Charlotte Devillers & Arnaud Dufeys scelgono di avvicinarsi fino al limite ai corpi e ai volti dei personaggi, per rinchiudere ansie e urgenze dentro una struttura filmata con intenti concentrazionari. Una prigione angusta, caratterizzata da scale, corridoi e riflessi che limitano l’espressione del soggetto, per tradurre visualmente il peso di una legge tecnicamente chirurgica, inadatta ad applicare le conquiste dello stato di diritto come forma di tutela per i minori.

Questa immersione in uno spazio illuminato a giorno da una luce accecante ed azzerante, sembra desumere alcuni motivi visuali dall’espressionismo, per la relazione tra corpi, volumi architettonici e la loro stessa dialettica all’interno di una realtà prospetticamente distorta.

A questa sezione introduttiva fa eco l’ultima parte del film, mentre lungo 55 minuti viene ricalcato il tempo reale dell’udienza con l’ausilio di veri avvocati, impegnati insieme agli attori a sdipanare le caratteristiche della vicenda che coinvolge i due contendenti.

Con un approccio marcatamente laboratoriale, il duo di autori riconfigura il courtroom drama riorganizzandone proprio lo spazio scenico in una disposizione frontale, costretta in quest’aula che domina la città dall’alto e con un valore assoluto assegnato alla metamorfosi dei volti, vere e proprie mappe emotive, contradditorie, rivelatrici e imperscrutabili.

Il tentativo di Devillers/Dufeys è quello di discutere tutte le strategie di tutela relative alla protezione dei minori in caso di incesto, quando questo non è evento documentabile se non attraverso le numerose forme di rivelazione, conscie e inconscie, che il gesto, la parola e il corpo delle vittime, possono esprimere.

C’è una qualità cinematografica intrinseca in ciò che la legge non può provare e nella struttura stessa del dibattimento in aula.

Da questa prospettiva, i due autori tentano una strada diversa rispetto al dato testimoniale che reagisce con altre forme del racconto, tra cui quella legata alla visualizzazione della memoria, concentrando tutto sulla parola e sulla gestione attoriale del volto.

Un esperimento a suo modo radicale, estremo nel rendere indefinita la verità e nel concentrare tutte le ipotesi e lo sprigionarsi delle immagini nel precario equilibrio tra raziocinio ed emozioni, vissuto da avvocati, contendenti, giudice, e dove si manifesta lo scarto spesso violento tra parola e capacità del volto di esprimere altri significati.

Inchioda questa disamina impietosa e tecnica del linguaggio giudiziario, separato da quella tensione eminentemente teatrale e quindi calato nello spazio del cinema mediante il contrasto durissimo tra primo piano e parola. Fuori campo, tutti gli eventi evocati dall’esposizione dei fatti si concretizzano attraverso le espressioni contratte e rilasciate dal volto di Myriem Akheddiou, proprio quando a parti invertite non riescono mai ad avvicinare completamente l’indicibile, oppure lo sfiorano per incuria, delegittimazione, vittimizzazione secondaria. Tutte definizioni che si avvicendano e che non riescono a tradurre quel dolore completamente visibile sul volto della donna.

Un crinale delicatissimo, perché senza mettere in dubbio i principi della presunzione di innocenza, Devillers/Dufeys evidenziano i punti deboli di quello stesso diritto, quando questo si sovrappone pericolosamente alle necessarie norme di protezione preventiva nei confronti di un minore a contatto con la possibilità di un trauma reiterato e reiterabile, da cui potrebbe rivelarsi impossibile tornare indietro.

Diventa allora insostenibile assistere alla descrizione delle conseguenze psicofisiche sul corpo di Etienne che hanno cambiato la sua vita dopo i supposti stupri perpetrati dal padre. Nel tentativo di cercare una dimensione equidistante nel racconto di esperienze soggettive plurali, l’orrore preme dai margini e inibisce la messa in atto di altre tutele, per rispetto procedurale.

Qui i due autori sembrano lasciar andare gli ormeggi, attivando una sequenza frequentativa di eventi che sfondano le pareti rappresentative del tribunale, per favorire il gesto liberatorio.

Il boccaglio da sub ficcato in bocca al padre e successivamente lo sfottò sui capelli finti dell’avvocato dei minori da parte dei figli di Alice una volta fuori dal tribunale, tendono ad attivare la forma di una reazione anarchica rispetto all’esistente e che fa il paio con la didascalia conclusiva, quella che ci informa sulla percentuale esorbitante di incesti rimasti impuniti.

Se sia un disequilibrio rispetto alle scelte estetiche sino a qui praticate, oppure un’improvvisa necessità di aprire il film ad una possibilità semplicemente liberatoria, più vicina alla percezione del popolo contro la legge, è difficile da stabilire, perché al di là delle riflessioni che può innescare sul piano giudiziario, è interessante il contrasto tra due opposte gestioni dello spazio, che rovescia improvvisamente il film come un guanto, attraverso la parodia feroce di quel sistema impenetrabile rappresentato fino a quel momento.

Eppure, nel succedersi di immagini fulminanti che è difficile dimenticare, emerge la solitudine del giudice, quella di Etienne, la vergogna improvvisa che assale il volto dell’avvocato del padre, l’incapacità espressiva, quasi fragile, dell’uomo stesso, ma soprattutto il girovagare di Alice alla disperata ricerca dei figli, in uno spazio protetto che improvvisamente diventa labirinto inestricabile, parte dello splendido e terribile set design immaginato da Mathilde Lejeune, reso ancora più sottilmente minaccioso dall’elettronica di Lolita Del Pino, drone music impalpabile come la luce satura fotografata da Pépin Struye.

Devillers/Dufeys, già allavoro su nuovi lungometraggi, sono due autori di talento da tenere assolutamente d’occhio.   

On vous croit di Charlotte Devillers & Arnaud Dufeys (Belgio 2025, 78 min)
Interpreti: Myriem Akheddiou, Laurent Capelluto, Natali Broods, Ulysse Goffin, Adèle Pinckaers
Fotografia: Pépin Struye
Musica: Lolita Del Pino


[Materiale stampa e foto fornite da ufficio stampa The PR Factory] 

[Fonte: www.indie-eye.it]

Xosé Neira Vilas, o home, o escritor e o seu triángulo vital e literario

Escrito por Ramón Nicolás

Teño para min que Neira Vilas simboliza a figura do escritor que puxo a súa voz ao servizo do que se lle revelou como necesario no seu tempo. Isto converteuno nun escritor popular, accesible e que conseguiu atraer para a literatura galega milleiros de persoas que, talvez, leron por vez primeira na nosa lingua novelas ideadas polo autor de Gres. Con todo, a súa produción de ficción ocupa outras dimensións moi suxestivas como ben se pode ver no seu libro de relatos O home de pau (1999), que particularmente sempre recomendei.

Os ángulos internos dese triángulo que sintetiza a súa vida son, como é sabido, Gres (Vila de Cruces), Bos Aires e A Habana: algo máis ca unha forma xeométrica doada de lembrar porque estes espazos son zume nutricio da súa biografía e están presentes na súa obra de ficción, na ensaística -aínda non superada no que se refire á presenza de Cuba en Galicia ou de Galicia en Cuba, ou dos numerosos libros poéticos que publicou aquí e acolá. Cando o coñecín persoalmente na Coruña, en maio de 1995 con ocasión do Día das Letras dedicado a Rafael Dieste, decateime que a súa figura excedía a do escritor, isto é, malia que non o pretendía era memoria viva de acontecementos e vivencias do século XX retratadas, con paixón e certeira seguridade, na incorporación ao diálogo do título dun libro, dunha data, dun nome…

Dun ou doutro xeito, malia non verme enteiramente reflectido na célebre figura de Balbino, recoñecín e saudei sempre en clave entusiasta o seu célebre libro –Memorias dun neno labrego, que conta cunha magnífica tradución ao castelán en Kalandraka- e as reedicións e novas entregas dun autor que traballou ata o último instante da súa vida. Foi xeneroso comigo doándome algúns manuscritos e, desde que o coñecín, valorei aínda máis esa obra literaria independente, sólida e senlleira e, ademais, aqueloutro Neira Vilas máis oculto que foi agromando aos poucos, tanto en epistolarios como noutras obras de carácter memorialístico.

Chegarán agora, como é natural, biografías, reedicións, quen sabe se inéditos  e estudos necesarios pois teño a convicción que aínda hai moito que dicir sobre a súa obra e o que significou. Teño para min que, igualmente, cómpre saber situar no seu contexto as tres institucións que creou: a editora e libraría Follas Novas, a Sección Galega do Instituto Cubano de Literatura e Lingüística e mais a Fundación Neira Vilas e unha análise cumprida dos esteos que constitúen a súa ideoloxía, que se translocen con naturalidade na súa produción literaria.

Pola miña parte conclúo coa síntese profesional que o propio Neira Vilas ofreceu no Dicionario da nova literatura (2021), inquirido por Xesús Alonso Montero e que apunta os tres ángulos arriba amentados: «Galicia: labrego, tenedor de libros nun aserradeiro. Bos Aires: obreiro panadeiro, crasificador de teas nun estabrecemento maorista de tecidos, vendedor de madeiras paraguaias, xefe de importación e de finanzas nunha empresa madeireira, libreiro, editor, xornalista. En Cuba: diversos cargos dirixentes no campo da industria (alternando coa práctica xornalística, estudos, etc.)». Velaí como, con orgullo, non esquece as variadas ocupacións que abrazou para gañar a vida e que soubo compaxinar coas letras, coas nosas letras. Oxalá presenciemos un vizoso Día das Letras para o vindeiro ano.

 

[Fonte: cadernodacritica.wordpress.com]

Duel en una sala de vistes

 

                                                         L’actriu Myriem Akeddiou a ‘Yo te creo’

Escrit per Imma Merino

Quan s’acaba On vous croit, premi a la millor òpera prima a la Ber­li­nale de l’any pas­sat, apa­reix aquesta infor­mació: “Segons una esti­mació de l’OMS, un 20% de les nenes i un 10% dels nens d’arreu del món patei­xen violència sexual. Es pre­senta denúncia en un 10% dels casos. Un 2% de les denúncies es reso­len amb una con­demna.” Aquesta pel·lícula codi­ri­gida pels bel­gues Char­lotte Devi­llers i Arnaud Dufeys trans­corre pràcti­ca­ment en una sala de vis­tes on té lloc un duel duríssim entre una dona i el seu exma­rit, que reclama poder veure els fills (un nen i una ado­les­cent) de tots dos.

A l’exterior del jutjat, hi ha un preàmbul, en què el nen es resisteix a pujar en un autobús, i un epíleg en què la mare, els dos fills i una advocada escolten una gravació realitzada d’amagat per l’adolescent mentre ella i el germà estaven en una sala a part (on van romandre durant la vista judicial) parlant amb la jutgessa, de la qual aleshores se senten aquestes paraules: “Us crec.” És així? La justícia fa cas al que diuen els infants? Essent una qüestió exposada al film, ha de tenir per força present que poden estar manipulats pels adults?

El punt de vista narratiu sembla creure’s (i així prendre part) la mare i els fills, que acusen el pare d’abusos; però no es pot dir que ho faci amb simplisme, sense concedir a l’home arguments que fan entendre que, quan es queda sola a la sala, la jutgessa es posi les mans al cap i sospiri profundament. A l’acte processal, filmat en plans frontals a vegades de qui parla i a vegades dels que escolten, es concedeix temps perquè cadascú (les dues parts i els advocats respectius, a més d’un assessor de la jutgessa) s’expliqui. Amb rigor i sobrietat, s’evita el sensacionalisme, al qual convida el tema, en un film d’una gran maduresa per ser una òpera prima i molt ben interpretat.

Yo te creo

Directors: Charlotte Devillers, Arnaud Dufeys

Intèrprets: Myriem Akeddiou, Laurent Capelluto, Natali Broods

Bèlgica, 2025

 

[Imatge: KARMA FILMS - font: www.elpuntavui.cat]


quarta-feira, 8 de julho de 2026

« On vous croit », film de Charlotte Devillers et Arnaud Dufeys

 


Écrit par Pierig LERAY 

Dans un quasi huis-clos où les enjeux dépassent la Justice, le futur des enfants de Alice est en jeu. Un père demande la garde partagée de ses enfants Lila et Etienne dans un nouveau recours face au Tribunal des enfants. Mais l’affaire est toute sauf banale, au vu de la peur viscérale d'Etienne de ne serait-ce que croiser le regard de son père ; l’on comprend rapidement l’exceptionnalité d’un jugement hors du commun. Le père, dénué de prénom, est accusé de viol sur son fils Etienne, une procédure pénale est en cours. Et face à de telles accusations, il souhaite reprendre contact avec ses enfants, qui eux, ne veulent bien logiquement plus le voir. Dans un tel contexte invraisemblable, la parole et la quête de vérité seront au cœur de ce film procédé, où l’absurdité d’une Justice dépassée se mêlera à l’indécence émétique de l’avocate du père au comportement d’une toute aussi harassante obscénité. Face à eux, une juge qui prendra ses responsabilités, une mère digne qui fera face à la terreur et aux épreuves d’une éducation désormais impossible. 


Son ouverture inquiète, théâtrale, Myriem Akheddiou, qui interprète la mère (Alice), se confond dans le sur-jeu, imprègne le film de sensationnalisme déroutant, hors-propos, à la fois par ses hurlements sur son fils dans la rue (lui qui refuse de monter dans un tramway) puis à l’intérieur du Tribunal, lorsque ses enfants sont placés en isolement. Il y a là une décharge inconséquente d’une énergie dramatique démesurée, et que l’on retrouvera malheureusement à la fin du film, lors d’une absurde scène de confrontation avec son ex-mari qui détonne avec la dignité de son comportement exemplaire lors de l’audition et qui, malencontreusement, tempère sa puissance d’incarnation. Car lorsque les cris se tuent, que la caméra lui fait face, que de courtes larmes naissent sur la décence d’un regard droit, et qui jamais ne baissera les yeux, le film prend enfin la mesure de la gravité de son sujet. Et Akheddiou la pleine puissance de son personnage. Jamais le duo belge Devillers et Dufeys ne nommera le père, lors de son témoignage victimisant insupportable, il est hors-champ, l’indignité de son visage mis au ban de l’obscurité, la tonalité sa voix, elle, parfois surnage, mais son image reste éteinte. Car cet homme est poursuivi pour viol sur son fils qu’il souhaite pourtant revoir. Et cette invraisemblable demande en appel s’associe à l’absurdité d’une Justice qui doit la mettre en application, faire subir à ces enfants un énième procès, eux qui aimeraient se reconstruire loin de leur père qu’ils décrivent « comme mort ». Mais là où l’absurdité de cette demande du père aurait servi amplement en contre-poids à la vérité de la mère, Devillers et Dufeys pousse la dramaturgie situationnelle maladroitement vers la caricature, probablement pour insuffler une forme ironique en apaisement de la lourdeur, mais là encore, le personnage grotesque de ce juge à postiche ridiculise le travail judiciaire qui se prend ici une jolie balle perdue en toute gratuité. Car bien sûr que sa prise de parole est risible, lui qui demande à la juge de reconsidérer le partage de garde dans le seul argumentaire que des enfants doivent être élevés avec une figure paternelle, ce pauvre pantin ridicule qui ne s’est entretenu avec les enfants que cinq minutes avant sa piteuse plaidoirie, et qui ose émettre un tel avis indigent. Il y a donc là le cœur du problème du film, la puissance d’un message (la sacralisation de la parole de victime) face à une surcharge dramatique et d’absurdité. 


Il y a donc dans On vous croit le pilier central du témoignage de Alice, la force de la vérité, de la palabre qui surnage à la douleur, du combat par le sens du vrai et non du jeu, ce témoignage qui emporte tout, la juge qui semble terrassée par la vérité, l’avocate du père qui n’ose plus intervenir, et ce père désormais muet et invisibilisé. Et le tragique d’une vie brisée, celle d’un enfant, Etienne, violé, et qui aujourd’hui, s’est fait voler toute son enfance, et probablement sa future vie d’adulte. Le film aurait mérité d’être allégé de tout sensationnalisme et absurdité pour se focaliser sur ce témoignage de Alice. Et peut-être se positionner également du côté de Etienne, la victime, qui ici l’on croit mais qu’on ne voit pas. Il y a néanmoins dans On vous croit le plus solennel des messages, ce titre c’est bien la phrase que dira la juge à Lila et Etienne, « on vous croit ». Ne jamais mettre en doute la parole d’une victime, écouter et croire, soutenir et croire, croire, encore et toujours à la véracité implacable des témoignages des victimes, il n’y a jamais à remettre en doute le témoignage d’un enfant qui réussit enfin à libérer sa parole, à dépasser le silence et la honte, les pressions du monde adulte, la peur, sidérante, de se livrer, de faire tomber le masque effroyable du mutisme : cette parole est sacrée et doit être systématiquement sacralisée. 


Malgré un péché de sensationnalisme et d’absurdité maladroite, On vous croit reste néanmoins un puissant témoignage en faveur de la sacralisation de la parole victimaire, celle qui doit coûte que coûte être préservée et défendue.

 

 

[Images: Jour2Fête - source : www.culturopoing.com]

Respeitar o leitor é publicar menos, para Milton Hatoum

Escritor participou do evento literário Babell no Porto e lançou em Lisboa o segundo volume do trio de romances com que pretende evitar o branqueamento da ditadura militar e do pesadelo Bolsonaro.

A memória é a matéria-prima para a trilogia de Milton Hatoum sobre os tempos da ditadura militar no Brasil. O segundo volume, 'Pontos de Fuga', sucede a 'A Noite de Espera,' ambos já publicados em Portugal.

Escrito por João Céu e Silva 

O escritor brasileiro Milton Hatoum esteve em Lisboa para lançar o romance Pontos de Fuga, o segundo volume da trilogia O Lugar Mais Sombrio, com que faz o retrato literário do período da ditadura militar brasileira entre 1964 e 1985. Se Hatoum considerava esse tempo como desaparecido, a eleição de Bolsonaro fez com que o revivesse numa nova época difícil: “Quando comecei a escrever esta trilogia não sabia que íamos reviver esse pesadelo com um capitão, que hoje está preso por vários crimes. Foi um dos períodos mais conturbados da nossa política porque abrangeu o país todo ao dar voz e liderança aos extremistas, uma época em que duas situações surpreenderam: a primeira, saber que há 30% de brasileiros de ideologia extremista e muito ignorantes; a segunda, de que Bolsonaro e os seus adeptos conseguiram acabar com a direita brasileira tradicional por ter sido cooptada pelo radicalismo. O que é muito ruim para o Brasil.”

A escrita da trilogia não é um projeto de agora ou devido à recente realidade política brasileira, antes de quando decidiu passar a livro um tempo que viveu e que considera merecer um romance (foram três) a recordar aqueles tempos de estudante universitário contestatário. Explica as suas razões: “O terceiro volume foi publicado no Brasil recentemente, chama-se Dança de Enganos, e fecha uma trilogia que pretende aclarar alguns aspetos de personagens que estavam um pouco ocultas nos dois livros anteriores, bem como iluminar certas situações políticas e sociais vividas então, de modo a completar o retrato total sobre um período que eu queria lembrado.”

Milton Hatoum tem uma obra vasta, mas confessa que tem muito por publicar: “Quero reescrever algumas coisas e é nisso que estou empenhado. Tenho muitos inéditos de que gosto, mas também muitos que deitei fora.” Já há duas décadas o escritor era definido como alguém que “escrevia muito, mas publicava pouco”. Hatoum justifica essa situação de ser um escritor bissexto: “Continuo a ser assim porque escrevo muito, mas reescrevo o tempo todo. Porque escrever é reescrever, daí que em 40 anos de trabalho só tenha concluído o primeiro romance em 1987. Quando morei em Paris, nos anos 1980, ouvi uma vez Roland Barthes responder a uma pergunta sobre a crise do romance assim: «Não há crise do romance, o que existe é um excesso de livros». E eu concordo, portanto, poderia ter publicado mais três ou quatro livros, mas acho que devemos respeitar o leitor. Até porque vivemos o tempo de uma grande massificação em tudo e, como qualquer outro produto, o livro virou uma mercadoria igual a todas as outras. A atual massa de leitores não consegue discernir o que é um bom livro daquele que é de autoajuda ou do que foi escrito para ser um best-seller. É o resultado de uma massificação que fez caminho na cultura, área onde os melhores livros não são os mais vendidos. Com o tempo, acredito, os bons livros alcançam um público leitor razoável.”

A paciência para esperar pelo leitor de cada livro parece ser uma virtude no escritor, como se pode depreender: “Eu publiquei um romance intitulado Dois Irmãos de que a crítica gostou muito. Tanto no Brasil como noutros países, como foi o caso do Líbano (Milton Hatoum é de ascendência libanesa), e não foi um best-seller instantâneo, mas ao longo dos últimos 25 anos tem sido muito lido. No Brasil, alcançou um público de mais de 300 mil leitores, o que para o país é muito. Ou seja, a minha opinião é de que o passar do tempo da leitura é importante para a literatura, porque a literatura fala basicamente sobre a passagem do tempo, os conflitos, a vida dos personagens, o que elas fazem, como pensam. Tudo isso existe no tempo e a leitura também, daí que o romance peça um tempo de leitura.”

Pode dizer-se que a principal inspiração dos livros de Hatoum é a memória. É o caso desta trilogia, como confirma o escritor: “A memória é a musa tutelar da literatura. Não é por acaso que o segundo volume termina com um verso do Jorge Luis Borges: «O esquecimento é uma das formas da memória». Trata-se de um jogo entre o lembrar e o esquecer, de uma resposta ao discurso oficial como é o dos militares que chamam de revolução o que foi uma ditadura. Daí que diga que "a memória é uma irmã para mim e que espere pelo passar do tempo para escrever os romances. Ou seja, o projeto desta trilogia começou em Madrid, em janeiro de 1980, mas rapidamente percebi que os acontecimentos estavam muito próximos da minha vida. Então, decidi escrever Relato de um Certo Oriente, que remete a um tempo mais atrás, os das memórias da minha infância. Preferi esperar quase 40 anos para começar a escrever e publicar estes livros da trilogia.”

Em muitos escritores existe uma incapacidade de obrigar os personagens a serem aquilo que o escritor queria. Como é no caso de Hatoum, os personagens fogem às ordens do escritor? Sintetiza: “Saramago disse uma vez que não acreditava nessa autonomia dos personagens. Tal como ele, eu quero que sejam o que preciso deles, portanto, antes de começar o romance penso muito nos personagens. Ao querer conhecê-los, evito a maior parte das surpresas possíveis, mesmo que uns se atrofiem e outros cresçam.”

A propósito da memória, lembra-se a Hatoum a alteração da sua cidade natal, Manaus, e de como a recorda: “Aquela Manaus que conhecia já não há. Foi um tempo que existiu e que agora só está na nossa memória. Um mundo que acabou com a infância, que é para muitas pessoas uma espécie de paraíso perdido. Manaus não foi destruída como Lisboa pelo Terramoto de 1755, apenas pela ganância humana que é a especulação imobiliária, tanto que um jovem hoje nunca será capaz de imaginar a cidade encantadora da década de 1960, nem sequer a Brasília da trilogia, porque também não se reconhece mais o plano-piloto de Lúcio Costa e a arquitetura de Oscar Niemeyer, em muito destruídos durante a ditadura. Não foi apenas o tempo do fim da democracia, a censura, a prisão e a tortura e o assassinato de muitos brasileiros que lutaram pela liberdade, foi também uma época muito nociva à educação pública e às cidades brasileiras. Esta trilogia é o meu esforço de recordar um tempo que só existe na memória. 

                                                                        PONTOS DE FUGA

Milton Hatoum

Companhia das Letras

312 páginas

[Fonte: www.dn.pt]

Cadaqués impulsa una campanya per promoure el català entre els visitants del municipi

Han elaborat cartells amb expressions senzilles sota el lema 'Entre tots, mantenim viu el català'

Fragment d'un dels cartells de la iniciativa per impulsar l'ús del català a Cadaqués.

L'Ajuntament de Cadaqués (Alt Empordà) ha engegat una campanya per impulsar l'ús del català entre els visitants del municipi. A través d'uns cartells, el consistori vol convidar els turistes a utilitzar la llengua sota el lema 'Entre tots, mantenim viu el català'. Els cartells s'han distribuït entre els establiments del poble, en format pòster i fulletó, per compartir-los amb els visitants. Els fulletons mostren paraules o expressions senzilles en català com 'Bon dia', 'Gràcies', 'Si us plau', 'Quan val?' o 'A quina hora?', i les seves traduccions al castellà, l'anglès i el francès perquè els visitants puguin entendre'n el significat i després utilitzar-les. 

A més, a la part superior dreta del cartell, es podrà escanejar un codi QR que redirigeix a l'usuari fins a una pàgina web de l'Ajuntament de Cadaqués, on es pot sentir la pronunciació de les paraules i expressions que es troben al fulletó. Aquestes gravacions de la pronunciació de les paraules han estat realitzades per un grup de col·laboradors voluntaris, a qui l’Ajuntament ha agraït la seva disponibilitat, implicació i participació, que ha contribuït a fer possible aquesta iniciativa de promoció lingüística.

La regidora de Turisme i Cultura del municipi, Núria Duran, remarca que l'objectiu és donar a conèixer la llengua, però que no pretenen "imposar-ne" cap a ningú. "Es tracta, simplement, d'un gest d'acostament i de descoberta cultural que permet als visitants establir un primer contacte amb la nostra realitat lingüística i cultural", afirma.

"La reacció de la gent és molt diversa: hi ha visitants que ho troben molt interessant, agraeixen conèixer millor la llengua i, fins i tot, s’animen a dir algunes paraules en català. D’altres s’ho miren amb sorpresa, ja que alguns ni tan sols sabien que a Catalunya es parla català. També hi ha qui s’ho pren amb humor", asseguren les informadores de l'oficina de turisme.

Un dels cartells de la iniciativa per impulsar l'ús del català a Cadaqués

[Imatges: ACN - font: www.racocatala.cat]


« Israël. Une course vers l’abîme », d'Omer Bartov : du rêve au cauchemar

Spécialiste de l’histoire des génocides et professeur à l’université de Brown, l’Israélo-Américain Omer Bartov, qui signe Israël. Une course vers l’abîme, a longtemps été un sioniste convaincu. D’une certaine manière, il l’est toujours, voulant croire à la possibilité d’un sionisme démocratique et laïc. À la suite d’un long débat avec lui-même, il est parvenu à la conclusion que la guerre menée à Gaza depuis octobre 2023, et la volonté exprimée par Israël de détruire le peuple palestinien totalement ou en partie, correspondent « aux critères définis par la Convention pour la prévention et la répression du crime de génocide ». Comment cette dérive a-t-elle pu se produire et comment éviter qu’Israël ne devienne un État paria ? 

Soldats israéliens sur les hauteurs du Golan, durant la guerre d’Indépendance (1948)

Écrit par Sonia Dayan-Herzbrun 

Le livre d’Omer Bartov pourrait avoir comme sous-titre « Autocritique ». Il peut se lire comme le récit d’une prise de conscience et l’expression de la souffrance d’un homme qui se sent de plus en plus étranger dans ce qui reste pour lui sa maison, sa patrie. « Tout est différent, bizarre, menaçant. » En novembre 2023, il écrivait qu’il n’y avait pas de preuve qu’un génocide se déroulât à Gaza. En juin 2024, son jugement n’était plus le même. Il n’était désormais plus possible de nier qu’Israël s’était engagé « dans des crimes de guerre systématiques, des crimes contre l’humanité et des actes génocidaires ».

C’est avec appréhension qu’il se trouvait alors en Israël pour la première fois depuis le 7-Octobre. Arrivant à l’université Ben-Gourion de Beer-Sheva pour y donner une conférence, il avait été accueilli par une manifestation d’étudiants et de membres du personnel, bien décidés à l’empêcher de parler. Au bout d’un certain temps, il avait réussi à établir un dialogue avec ces jeunes femmes et ces jeunes hommes, qui revenaient tout juste de la bande de Gaza où ils avaient été déployés en tant que réservistes. Toutes et tous avaient à cœur de prouver leur humanité. Ils voyaient de l’antisémitisme dans chaque critique de la politique israélienne, d’où qu’elle vînt. Selon eux, il n’y avait pas de famine à Gaza. « Ils défendaient la destruction systématique et, d’après eux, nécessaire et légitime des écoles, des universités, des hôpitaux, des habitations, et des infrastructures. »

Omer Bartov compare cette façon de voir dans la population ennemie au sens large une sous-humanité ne méritant aucun droit (des animaux humains) à la vision du monde des soldats allemands pendant la Seconde Guerre mondiale pour qui les bolchéviques étaient des Untermenchen (sous-hommes) responsables des atrocités qu’ils subissaient. Un tract de propagande de l’armée allemande de 1941 parlait en ces termes des commissaires politiques de l’Armée rouge : « Nous insulterions les animaux si nous décrivions ces hommes, pour la plupart juifs, comme des bêtes. » Lors d’un entretien à la radio, Sara Netanyahou, la femme du Premier ministre, avait déclaré le 10 octobre : « Je ne les traite pas d’animaux humains, car ce serait insulter les animaux. » Dans ce climat de méfiance radicale envers les solutions politiques, quand la guerre devient une fin en soi, elle peut se transformer « en un exercice de destruction illimitée ».

Israël, cependant, était censé offrir aux Juifs un État où ils seraient en sécurité. En réalité, constate Omer Bartov, Israël n’a jamais résolu les problèmes qui avaient amené à sa création et n’a pas normalisé l’existence de son État, « comme l’avaient espéré si ardemment les sionistes ». Le pays a enraciné son identité dans le fait de vivre entouré d’ennemis et donc de menaces existentielles alors qu’Israël avait vocation à protéger les Juifs de ces menaces. L’État s’est évertué à persuader la population que la moindre concession faite aux Palestiniens désireux de revenir chez eux signifierait la fin d’Israël et une répétition de la Shoah, devenue depuis les années 1980, y compris aux États-Unis, « un élément majeur de l’identité des jeunes Juifs ». À cette conception erronée qui assimile l’antisémitisme à la critique d’Israël et du sionisme, Omer Bartov rétorque que c’est la politique israélienne qui fait prospérer un véritable antisémitisme et a converti des soutiens de l’État en opposants farouches, parce qu’ils défendent « les valeurs qui étaient censées gouverner la création d’Israël : l’humanisme, la liberté, la dignité pour les opprimés, la résistance aux oppresseurs, la solidarité avec les victimes ». 

Historien des génocides, mais certes pas de la Palestine, Omer Bartov cherche désespérément l’origine de cette dérive, sans parvenir à mettre en cause le sionisme. Tout le monde ne partage pas ses convictions. Dans un article récent du Haaretz, consacré précisément à Omer Bartov, le journaliste israélien Gideon Levy objectait que le sionisme ne s’est pas égaré. Il a toujours été conçu comme une croyance en la suprématie juive sur la région s’étendant du Jourdain à la Méditerranée. Bartov veut dissocier le sionisme de son père, celui de son grand-père, de cet État qui dès sa création n’a pas tenu compte de ce que stipulait la résolution 181 des Nations unies qui recommandait, en 1947, la création de deux États, l’un juif et l’autre arabe, et demandait à chacun des États d’élaborer une Constitution démocratique. 

Or, la Déclaration d’Indépendance de 1948, qui s’est concentrée « exclusivement sur les citoyens juifs de l’État », n’évoquait ni la démocratie ni les frontières ; et de Constitution, il n’y en eut point et il n’y en a toujours pas, pas plus que de frontières. Cette « Constitution manquante » a été remplacée par une série de lois fondamentales, qui ne garantissent ni les droits égaux pour toutes celles et tous ceux qui vivent sur cette terre, ni liberté religieuse ou liberté de mouvement. La relation qu’Israël entretient avec la démocratie est trouble. La Cour suprême israélienne, décrite comme le bastion de la démocratie et « défendue avec véhémence pendant des mois avant le 7 octobre par les Israéliens juifs progressistes lors de manifestations contre la réforme judiciaire », a de fait « été l’instrument de l’apartheid dans le pays ». Elle a évité de répondre aux questions sur la légalité des colonies au regard du droit international et a autorisé les colons « à poursuivre l’accaparement de pans entiers de terre pris à la population palestinienne ». Même la partie la plus réduite de la population israélienne progressiste et laïque a refusé, depuis l’échec du processus d’Oslo, « de voir l’éléphant dans la pièce : l’occupation et le cancer qu’elle nourrissait, qui allait se métastaser dans toute la société et dans toutes les institutions nationales ».

Sans solution politique, la société israélienne s’enfoncera chaque jour un peu plus dans un abîme moral et psychologique. Omer Bartov place son espoir en une pression internationale, venant notamment de l’Allemagne, qui contraindrait Israël à accepter la création d’une confédération fondée sur l’ouverture et la coopération et liant deux États distincts, l’un palestinien l’autre israélien, séparés par une frontière établie le long de la « ligne verte de 1967 » (celle qui existait avant la guerre dite des Six Jours). Dans un article publié en 2023 dans la New York Review of Books, Omer Bartov s’en était pris violemment à l’historien Tony Judt ainsi qu’à Edward Saïd qui défendaient l’idée d’un seul État binational, qui serait l’État de tous ses citoyens, sur l’ensemble du territoire de ce qui avait été la Palestine mandataire. La seule solution, écrivait-il, serait de créer deux États « avec un très haut mur pour les séparer ». On mesure son évolution et l’effort qu’il fait pour essayer de tenir compte de la souffrance de l’autre, allant aujourd’hui jusqu’à qualifier de pogroms les attaques des colons de Cisjordanie, souvent secondés par l’armée, contre les communautés palestiniennes. Mais, comme un amant qui chercherait à revenir aux premiers jours heureux de sa passion, il ne parvient pas à accepter l’idée que le ver était peut-être dans le fruit dès le début de cette triste histoire.

Omer Bartov | Israël. Une course vers l’abîme. Trad. de l’anglais par Lise Vermont. Seuil, 288 p., 21,90 €

 

[Photo : CC BY 4.0/ Bibliothèque nationale d’Israël - source : www.en-attendant-nadeau.fr]


«Sparring partner», canzone interpretata da Paolo Conte





È un macaco senza storia
Dice lei di lui

Che gli manca la memoria
In fondo ai guanti bui

Ma il suo sguardo è una veranda
Tempo al tempo e lo vedrai
Che si addentra nella giungla
No, non incontrarlo mai

Ho guardato in fondo al gioco
Tutto qui, ma sai

Sono un vecchio sparring partner
E non l'ho visto mai

Una calma più tigrata
Più segreta di così

Prendi il primo pullmann, via
Tutto il reso è già poesia

Avrà più di quarant'anni
E certi applausi ormai

Son dovuti per amore
Non incontrarlo mai

Stava lì nel suo sorriso
A guardar passare i tram
Vecchia pista da elefanti
Stesa sopra al macadam

 

 

Disco: Paolo Conte (Generazione Cantautori (2013)) 
Anno di pubblicazione: 1984


terça-feira, 7 de julho de 2026

Autonomie de la Corse : jusqu’où ira la rupture avec l’égalité devant la loi ?

« Une constitution nationale et la liberté publique étant plus avantageuses aux provinces que les privilèges dont quelques-unes jouissaient, il est déclaré que tous les privilèges particuliers des provinces, principautés, pays, cantons, villes et communautés d’habitants sont abolis sans retour, et demeureront confondus dans le droit commun de tous les Français ». Lors de la nuit du 4 août 1789, les députés des États Généraux abolissent officiellement les privilèges et unifient les conditions juridiques du royaume. Le programme de la Révolution ne souffre alors d’aucune ambiguïté : la rupture avec la société d’ordres passe par l’égalité, non seulement des individus mais aussi des territoires devant la loi. Deux siècles plus tard, flotterait-il un parfum d’Ancien Régime au Palais Bourbon ? Le 23 juin, la majorité des députés vient d’y proclamer l’existence d’une « communauté insulaire, historique, linguistique et culturelle ayant développé un lien singulier à la terre corse » et de s’exprimer en faveur de l’autonomie politique de celle-ci. S’il venait à être définitivement adopté par les parlementaires à l’automne, ce retour en arrière serait lourd de conséquences. 

Écrit par Simon Férelloc

Le 21 mars 2022, le militant nationaliste corse Yvan Colonna meurt après son agression par un codétenu à la prison d’Arles1. S’ensuivent d’importantes manifestations de soutien à l’homme condamné pour l’assassinat du préfet Claude Érignac, commis à Ajaccio en 1998. Dans les principales villes corses, des milliers de sympathisants nationalistes défilent derrière des pancartes indiquant Statu francese assassinu (« État français assassin »), occasionnant des face-à-face violents avec les forces de l’ordre.

De son côté, la collectivité territoriale de Corse, présidée par l’autonomiste Gilles Simeoni, demande des comptes et fait mettre ses drapeaux en berne en hommage à Colonna (dont Simeoni fut l’un des avocats). Nullement échaudé par cette attitude, le gouvernement français engage alors des négociations entre la majorité nationaliste de l’Assemblée de Corse et le ministère de l’Intérieur. Ce « processus de Beauveau » aboutit à un projet de loi constitutionnelle qui prévoit un statut d’autonomie pour la Corse, assorti d’un pouvoir normatif dont les contours demeurent inconnus, et qui devront être fixés a posteriori par une loi organique. Consulté, le Conseil d’État a pointé le risque de produire ainsi une discrimination entre les citoyens français. Ces remarques n’ont pas empêché le gouvernement de soumettre son projet aux députés en début de semaine. L’examen et le vote du texte qui ont suivi entretiennent un brouillard politique et juridique qu’il convient de dissiper.

À qui profite l’autonomie ?

Les promoteurs de l’autonomie y voient un geste de démocratie où l’on rend enfin le pouvoir aux Corses, comme une façon de réparer une fracture vieille de plusieurs siècles. L’intention paraît difficile à contester ; qui plaiderait pour un pouvoir plus lointain, plus sourd, plus hors-sol ? Or la belle mécanique du « pouvoir rendu au peuple » se grippe sur une question que l’on se garde bien de poser : rendu à qui ? Car si le texte est soutenu par la collectivité de Corse (où l’on constate une surreprésentation des indépendants et des intérêts liés à la rente parmi les élus), on en conclut trop rapidement qu’il le serait aussi par leurs électeurs.

Au sein même du personnel politique insulaire, les voix discordantes ne manquent pas. Le communiste Dominique Bucchini (ancien président de l’Assemblée de Corse, décédé en début d’année) redoutait que l’autonomie n’accouche d’« un roi de Corse ». Le député François-Xavier Ceccoli (Les Républicains, Haute-Corse) dénonce, lui, l’absence des Corses d’un débat confisqué, et leur abandon à « un pouvoir local dont la boulimie de compétences n’est plus à démontrer ».

Faut-il en déduire que les Corses récusent l’État ? Si une partie de l’électorat regarde l’autonomie avec bienveillance, on peut penser que c’est moins par adhésion de principe que par défiance accumulée envers l’État et les élus. Cette défiance ne tombe pas du ciel : elle est le produit sédimenté de décennies de politiques publiques – actes successifs de la décentralisation, stagnation des salaires, coût de la vie insulaire et surtout de la condamnation judiciaire de l’ancien président du conseil exécutif, Paul Giacobbi (DVG). Ce dernier élément ayant achevé le centre-gauche régional en 2017, et favorisé l’alternance au profit des nationalistes, davantage sur fond de dénonciation du clanisme que de blanc-seing pour l’autonomie. La dernière consultation sur le sujet organisée en 2003, a d’ailleurs vu les Corses rejeter le projet de réforme institutionnelle ; verdict contourné depuis, à coups de loi NOTRe et de collectivité unique.

Le nationalisme parvenu au pouvoir a-t-il seulement rompu avec le clientélisme qu’il dénonçait ?

Au niveau national, le texte est ardemment soutenu par plusieurs groupes. D’abord par des députés autonomistes ou régionalistes comme le Morbihannais Paul Molac (membre du groupe LIOT), qui se vivent en défenseurs des intérêts particuliers de leurs « territoires » spécifiques. Ensuite, par les notables centristes plus à l’aise dans la « gouvernance » des « territoires » que dans la défense de la souveraineté nationale. Enfin, par une partie importante de la gauche : écologistes constants dans leur opposition tous azimuts à l’État central, socialistes dont le centre de gravité – faute de poids national – s’est déplacé vers des élus locaux volontiers fédéralistes, prompts à réclamer demain pour la Bretagne ou l’Occitanie ce qu’on accorde aujourd’hui à la Corse2.

La volte-face la plus spectaculaire revient à La France insoumise. « Il y a vingt ans, le responsable politique que j’étais n’aurait pas voté ce texte », confesse Éric Coquerel qui justifie son virage à 180 degrés par le vote des Corses en faveur des nationalistes, dont il reprend à son compte la dénonciation des « pratiques coloniales » de l’État dans l’île. Et Coquerel d’appeler de ses vœux une République « qui commence par garantir les mêmes droits et les mêmes progrès à toutes les citoyennes et à tous les citoyens, où qu’ils soient » tout en votant l’exact contraire. Une minorité de francs-tireurs refuse ce tournant : au sein du groupe insoumis, deux députés ont enfreint la consigne de vote. Le groupe communiste s’est quant à lui divisé avec 6 voix pour, 6 contre et deux abstentions3.

L’ombre de la mafia et du clientélisme 

À ces questions institutionnelles s’ajoute l’angle mort du projet : la question de la mafia. Le mot dérange au point qu’on lui préférait, jusqu’à récemment, les « dérives » et les « pressions ». C’est dans ce cadre-là qu’on choisit de transférer le pouvoir normatif et de desserrer la tutelle de l’État. Il n’est pas seulement question de rapprocher la décision des citoyens : l’autonomie, c’est surtout la rapprocher de ceux qui, sur le terrain, ont fait métier de capter le pouvoir. L’alerte ne vient pas de Paris mais du camp nationaliste lui-même. Le collectif Massimu Susini – du nom de ce militant nationaliste abattu en 2019 près de Cargèse, devenu une figure de l’antimafia insulaire – établit une corrélation directe entre les vagues de décentralisation et l’essor de la mafia à partir des années 1990. Ce même collectif soupçonne aujourd’hui les réseaux criminels de faire profil bas, de jouer la discrétion pour ne pas troubler le processus d’autonomie en cours. 

Car ce système, en Corse, intégré et vertical, voit une « bourgeoisie mafieuse » (selon les mots d’Umberto Santino) capter les positions de pouvoir et la commande publique, adossée à une base populaire et à la menace. Son vecteur ne se limite pas aux marges mais également à l’économie légale. Celle-ci s’infiltre par les interstices d’un cadre institutionnel « troué » : contrôle de légalité défaillant, administration fiscale sans interlocuteurs, collectivités locales dépourvues d’expertise, omerta. Or les deux domaines où elle prospère, c’est-à-dire le foncier et les marchés publics, sont précisément ceux que l’autonomie remettrait davantage entre les mains de l’échelon local. Enfin, la proximité sociale et professionnelle des élus corses avec la rente insulaire n’est pas là pour rassurer. Car le nationalisme parvenu au pouvoir a-t-il seulement rompu avec le clientélisme qu’il dénonçait ? L’affaire de la fibre – ce marché public, le plus gros de l’île, attribué à SFR sur fond de soupçons de favoritisme – appelle à la prudence.

Le constitutionnaliste Benjamin Morel rappelle qu’il n’existe que deux cas de distinctions entre les citoyens dans l’histoire du droit français contemporain : la colonisation et le régime de Vichy.

On objectera aux sceptiques que le projet « prévoit » des garde-fous : à la charge du futur exécutif autonome d’améliorer le dialogue des collectivités locales avec les services déconcentrés de l’Etat (c’est-à-dire notamment les préfets) pour faire émerger ces dispositifs ainsi que leur bon fonctionnement – chose qui est déjà fort difficile avec l’existant. On aboutit à ce paradoxe qui devrait questionner les partisans autonomistes : pour conjurer le risque mafieux qu’elle décuple, l’autonomie réclamerait une présence étatique toujours plus importante – plus d’inspecteurs, de magistrats, d’expertise, à l’instant même où son principe est d’en desserrer le poids.

La Corse, miroir grossissant de problèmes nationaux

La structure économique de la Corse repose en grande partie sur le tourisme, le BTP et l’emploi public. L’insularité complique la diversification de l’activité vers d’autres secteurs qui pourraient diminuer l’emprise de la spéculation financière et de l’affairisme. Pour autant, la plupart des difficultés de l’île ne sont pas spécifiques à la Corse. Elles ont pour cause la poursuite, au niveau national, d’une politique favorable aux rentiers. L’accroissement du taux de résidences secondaires et la captation de la propriété foncière par des acheteurs extra-régionaux touchent la majorité des façades atlantique et méditerranéenne ainsi que les massifs alpins et pyrénéens. Ces difficultés communes poussent paradoxalement les collectivités concernées à mettre en avant leurs particularismes. Pourtant, le fait de porter ensemble les revendications de « vivre et travailler au pays » à Paris leur offrirait bien davantage de marges de manœuvre.

La Corse souffre-t-elle réellement d’un excès de centralisation ? Il faut rappeler les mesures déjà consenties par les gouvernements successifs, qui ont déjà affaibli les prérogatives de l’État, via notamment la suppression de l’Assistance Technique de l’État pour des raisons de Solidarité et d’Aménagement du Territoire (ATESAT) en 2014. Le « mille-feuilles » territorial laisse de son côté le sentiment d’un État hors-sol et impotent, auquel il est tentant de vouloir échapper.

En ouvrant la marche vers l’autonomie, la Corse favorise l’étiolement la solidarité interrégionale dont elle est pourtant bénéficiaire.

De plus, le faible nombre d’actifs financiers et la marginalisation économique de la Corse la rendent dépendante de la péréquation, c’est-à-dire des transferts fiscaux opérés depuis l’État central pour atténuer la disparité des ressources entre les collectivités. Certaines revendications autonomistes, comme celle de la prospère Alsace, sont justement motivées par la volonté de s’y soustraire, en l’occurrence en se désolidarisant du reste du Grand Est. Ainsi, en ouvrant la marche vers l’autonomie, la Corse favorise l’étiolement la solidarité interrégionale dont elle est pourtant bénéficiaire.

Différenciation et régression sociale

Au cours du débat parlementaire, les députés insoumis ont tenté d’adjoindre au projet une clause de « non-régression ». L’une des visées de celle-ci était d’empêcher la communauté autonome de voter des textes qui marquerait un recul des normes environnementales et des droits sociaux par rapport à la législation nationale. Le rapporteur du projet, Florent Boudié (majorité présidentielle) a explicitement rejeté ce principe. Son refus ouvre la porte à une législation moins-disante de la Corse par rapport aux autres collectivités françaises et donc à une mise en concurrence des différentes régions entre elles.

Les défenseurs du projet justifient cette différenciation par la nécessaire prise en compte des spécificités territoriales. Le député Pierre Cazeneuve (majorité) explique que « personne ne peut croire que le même code de l’urbanisme [puisse] s’appliquer à Rueil-Malmaison et à Ajaccio ». Argument irréfutable, donc spécieux : S’il faut un code de l’urbanisme par ville, alors il faut un code du travail par entreprise et un code civil par habitant. De ce jeu dangereux, il pourrait résulter une appartenance sociale territorialisée qui alimenterait des dynamiques de sécession sur les modèles catalan ou flamand. 

Par ailleurs, si l’autonomie fait office de trophée symbolique pour les mouvements nationalistes corses, elle correspond aussi aux intérêts du gouvernement français auquel elle offre une diversion bienvenue. La focalisation des débats autour de l’avenir institutionnel de l’île permet d’éviter la question du manque d’investissements et de l’incapacité, à la fois du personnel nationaliste mais surtout de l’État, à proposer à la jeunesse un autre avenir que celui de travailler dans le tourisme ou au service de la collectivité territoriale. Elle interdit aussi le débat sur l’aptitude de la loi républicaine à prendre en charge les particularités régionales alors que l’existence de lois spécifiques à certains espaces géographiques, comme la « loi montagne » ou la « loi littoral », votées dès les années 1980, constituent des pistes prometteuses.

La discrimination inscrite dans la Constitution ?

Mais le projet constitutionnel n’ouvre pas seulement la boîte de Pandore d’un creusement des inégalités socio-économiques entre régions. En décrétant une spécificité « culturelle, historique et linguistique » des Corses, le projet induit une supériorité de ceux-ci par rapport aux autres Français qui en seraient dépourvus. Le constitutionnaliste Benjamin Morel rappelle qu’il n’existe que deux cas de distinctions entre les citoyens dans l’histoire du droit français contemporain : la colonisation et le régime de Vichy. Deux précédents qui auraient pu inciter les rédacteurs du projet à la prudence.

Le tiers-mondisme a fait son temps ; ce qui affleure, sous le folklore nationaliste, est d’une autre espèce.

Selon les promoteurs du texte, cette spécificité des Corses se justifie par la reconnaissance d’un « lien singulier à la terre » qui les caractériserait. La formule met la gauche – qui a en mémoire le mot de Philippe Pétain selon lequel « la terre ne ment pas » – mal à l’aise. Elle a donc souhaité alors circonscrire la spécificité corse à des considérations géographiques plus neutres comme son insularité et son relief montagneux. Pour indéniables qu’elles soient, ces caractéristiques n’ont rien de propre à la Corse. Reste donc seulement l’étrange argument de ce lien singulier, impalpable, presque mystique qui lient la terre corse aux Corses « historiques » et « linguistiques ». Ce droit exclusif de la population corse à « sa terre » ne peut que s’ériger contre deux principes cardinaux de la constitution française : le droit du sol et l’égalité entre citoyens.

Cette possibilité a été comprise par le Rassemblement National, désireux d’utiliser ce projet comme un cheval de Troie pour inscrire dans le texte la « priorité régionale », première étape de la « préférence nationale ». À l’inverse, l’amendement insoumis de « non-régression » cherchait aussi à conjurer ce risque en explicitant l’égalité de traitement entre tous les individus vivant sur l’île. La modification a suscité l’ire du RN mais aussi des nationalistes à l’initiative du projet. Ainsi, le député de Haute-Corse Michel Castellani a immédiatement attaqué l’amendement insoumis qu’il jugeait dangereux car « [supprimant] de fait toute raison que nous pouvons avoir nous en Corse d’avoir une priorité ». Pragmatiques, les partisans de Gilles Simeoni ont choisi d’entretenir le flou pour obtenir le soutien du mouvement de Jean-Luc Mélenchon. Si la clause d’égalité est bien inscrite dans le texte final, ce n’est que sous la forme d’une mention non-contraignante qui lui fait perdre son rôle de garde-fou et ne permet d’écarter aucun des risques évoqués4

De manière générale, le choix des nationalistes de fétichiser des symboles identitaires au détriment des questions économiques interroge. Il existe des instruments plus concrets pour lutter contre les crises sociales qui frappent la Corse, notamment celle du logement. Plutôt que de mettre en place des formes de préférence régionale pour l’accès à celui-ci (le « statut de résident »), il paraît possible d’envisager des dispositifs à la fois non-discriminatoires et plus contraignants pour le marché de l’immobilier. Par exemple, l’instauration de quotas de résidences secondaires permettrait d’en limiter le nombre, d’accroître l’offre disponible et de redonner vie à certaines communes (pas seulement corses) habitées à l’année par seulement la moitié, voire le quart de leur population. Il serait également possible d’encadrer les prix des loyers, voire d’achat des résidences principales. Outre leur efficacité accrue, toutes ces mesures ont l’avantage de ne pas oublier que la spéculation n’est pas simplement une intervention extérieure aux territoires sur lesquels elle s’exerce. Elle est aussi parfois pratiquée par certains locaux. 

Du « tiers-mondisme » à l’identitarisme ? 

Plus discrète ces dernières années, la rhétorique « anti-coloniale » demeure centrale dans l’idéologie nationaliste corse car elle seule lui permet de justifier la reconnaissance d’un peuple spécifique, ainsi que de droits et d’institutions qui lui seraient associés. Ainsi, en Nouvelle-Calédonie, c’est au nom de l’autochtonie du peuple kanak que la République reconnaît celui-ci en tant que peuple, dont elle intègre le droit coutumier dans son fonctionnement législatif et institutionnel. Mais cette reconnaissance, qui vaut dans le contexte particulier de la Nouvelle-Calédonie – un territoire considéré internationalement comme étant en voie de décolonisation – ne peut s’appliquer à la Corse.

Malgré le parallèle établi par les nationalistes entre les situations corses et kanaks (et que l’on retrouve dans la volonté de faire reconnaître « le lien singulier [des Corses] à la terre », élément sémantique associé à la notion d’autochtonie), l’île de Beauté n’a jamais été une colonie française. La Corse et ses habitants participent à la construction politique de la nation depuis la Révolution. Dix ans après celle-ci, un Corse – dont la langue maternelle n‘était pas le français – en devint le Premier consul puis empereur : Napoléon 1er. C’est son régime, et non celui de la République, qui inaugura une centralisation autoritaire de tout le pays. Avant l’actuel projet d’autonomie, aucun statut particulier n’avait jamais prétendu distinguer les Corses du reste des Français.

Le récit nationaliste se rêve continu – de Paoli au FLNC, une même émancipation -, mais sa trajectoire est faite de ruptures. Au sortir de la Grande Guerre, le corsisme d’A Muvra, financé par les industriels locaux puis courtisé par un Mussolini réclamant l’île à la « Mère Patrie », confond l’autonomisme avec le fascisme et fait de Paoli un héraut du Risorgimento italien. La dérive reste minoritaire : la Corse y oppose alors un patriotisme français farouche, du serment de Bastia (1938) au rejet des troupes italiennes débarquées en 1942, en passant par l’organisation de la Résistance par les sections locales du PCF. Il faut l’après-guerre et le FLNC (1976) pour que le combat identitaire, troquant la Mère Patrie italienne contre le logiciel tiers-mondiste, se découvre une grammaire de gauche, anticoloniale ; aux antipodes de son ancêtre bourgeois et fasciste.

Or ce costume-là se défait à son tour. Le tiers-mondisme a fait son temps ; ce qui affleure, sous le folklore nationaliste, est d’une autre espèce. Le discours contemporain s’organise de moins en moins contre l’« impérialisme » en mobilisant l’action terroriste et de plus en plus contre deux figures : le « continental » d’un côté, l’immigré de l’autre, accusés tous les deux de « coloniser » l’île et dont on chercherait à se débarrasser d’une façon légaliste. S’y ajoute une corde que la gauche, ailleurs, dit combattre : la foi catholique érigée en marqueur d’appartenance tout en tenant la laïcité pour suspecte. Derrière le centrisme rassurant de Gilles Simeoni et le vernis anticolonial historique prospère l’identitarisme autrement plus raide de certaines organisations nationalistes comme Core in Fronte ou Mossa Palatina, pour qui la laïcité n’est qu’un cheval de Troie de l’entrisme islamiste. Et c’est ce nationalisme-là, avec toute son ambivalence, que la formule votée le 23 juin vient adosser à la Constitution : une « communauté insulaire, historique, linguistique, culturelle » dotée d’un « lien singulier à la terre corse ».

Soutenu par Emmanuel Macron et son gouvernement, ce projet d’autonomie compte encore beaucoup d’écueils sur sa trajectoire. Même si le texte remportait d’une courte tête l’adhésion du Sénat en septembre prochain, sa difficile adoption par l’Assemblée nationale (271 voix pour, 202 voix contre, 64 abstentions) laisse présager de son incapacité à réunir une majorité de 3/5 des voix au Congrès, nécessaire pour toute révision constitutionnelle. Malgré son échec probable, le projet de loi autonomiste doit alerter : il témoigne de l’éloignement d’un nombre croissant d’élus à l’égard des principes sur lesquels ont été fondés la République française depuis la Révolution.

Notes :

1 Le prévenu, Franck Elong Abé purgeait alors une peine de prison pour des faits liés au terrorisme islamiste. Si celui-ci a reconnu être l’agresseur d’Yvan Colonna, la question de la motivation de son acte sera au cœur de son procès qui doit s’ouvrir au début de l’année 2027.

2 Plusieurs députés socialistes ont ainsi déposé un amendement ouvrant la porte à la multiplication des statuts particuliers au nom de la prise en compte des « caractéristiques géographiques, historiques, linguistiques, sociales et culturelles propres aux territoires concernés »

3 Mentionnons également l’opposition de l’ex-député LFI Alexis Corbière, et d’Emmanuel Maurel (Gauche Républicaine et Socialiste) qui dépose un amendement qualifiant le texte de « prélude au démantèlement de la République française ».

4 La formulation résultante votée par les députés est la suivante : « La loi organique (…) peut porter également sur les modalités de mise en œuvre, par les délibérations de la Collectivité de Corse, d’un principe de non-régression par rapport aux normes nationales, sociales et environnementales en vigueur ». Cité par LCP, « Communauté insulaire, lien singulier à la terre : comment les députés ont modifié le projet de loi sur l’autonomie de la Corse », 18 juin 2026. URL : https://lcp.fr/actualites/communaute-insulaire-lien-singulier-a-la-terre-comment-les-deputes-ont-modifie-le-projet

 

 

[Image: Stephan Agostini afp.com source : www.lvsl.fr]