quinta-feira, 23 de abril de 2026

Els nord-catalans hauran de triar entre Pyrénées-Orientales, Pyrénées Catalanes o Pyrénées-Méditerranée

La consulta pel nom del departament es farà al mes de juny


La presidenta del Consell departamental Hermeline Malherbe, i el vicepresident, Nicolas Garcia, han presentat el balanç de les consultes ciutadanes celebrades aquest hivern sobre el futur nom del Departament dels Pirineus Orientals.

Els tres noms candidats sorgeixen de les reunions ciutadanes de la passada tardor-hivern. Segons un primer sondeig, el 23% dels participants volien mantenir el nom actual, Pyrénées-Orientales; el 49% apostaven per una referència al "català" —principalment Pyrénées Catalanes, seguit de Pays Catalan i Catalunya Nord—; i el 17% es decantaven per Pyrénées-Méditerranée

El procés entra ara en una fase decisiva. Una votació popular voluntària tindrà lloc de l'1 al 30 de juny per escollir entre les tres opcions: Pyrénées-OrientalesPyrénées Catalanes o Pyrénées-Méditerranée.  

Tots els habitants majors de 18 anys podran participar en la consulta mitjançant papereta enviada per correu al Departament, presencialment en una de les Maisons Sociales de Proximité de Perpinyà i d'altres municipis del territori, o bé a través del vot electrònic. La votació comptarà amb mecanismes de seguretat per prevenir fraus i garantir el vot únic per participant. 

En aquest context, els representants de les associacions catalanes han acordat sumar-se a una campanya en favor de Pyrénées Catalanes de cara a la consulta del mes de juny

[Font: www.radioarrels.cat]


L’asfissia del sistema, il cinema di İlker Çatak

Dopo la rivelazione con La sala professori, ecco la straordinaria conferma con Yellow Letters: un film dove le città tedesche recitano “nel ruolo” di quelle turche. Dal 30 aprile in sala

Yellow Letters - foto: Ella Knorz / FISCHERTGO

di Valerio Sammarco

Berlino nel ruolo di Ankara. Amburgo nel ruolo di Istanbul.

No, tranquilli, non siamo in una parodia melbrooksiana della Casa di Carta. Ci troviamo invece nel nuovo, importantissimo film di İlker ÇatakYellow Letters, già vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo festival di Berlino e ora, dal 30 aprile, nelle nostre sale con Lucky Red.

Se con La sala professori (2023, nella cinquina Oscar per il miglior film internazionale) il regista tedesco di origini turche aveva trasformato un microcosmo scolastico in un formidabile reagente chimico capace di sprigionare le tossine della società contemporanea, con Yellow Letters l’indagine si sposta dal piano istituzionale a quello esistenziale e politico, mantenendo però intatta quella tensione muscolare, quasi febbrile, che è ormai il suo marchio di fabbrica.

Siamo di fronte a un autore che ha compreso come il “politico” oggi non si esprima attraverso il comizio, ma attraverso la postura dei corpi, il respiro corto, lo sguardo che cerca una via d’uscita in un’inquadratura che si fa sempre più stretta.

Il dispositivo della tensione: dalla classe alla cella a cielo aperto

In La sala professori, Çatak costruiva un thriller dell’etica. La scuola non era una metafora della società, ma la società stessa colta nel suo farsi: il sospetto, la gogna mediatica (incarnata dal giornalino scolastico), il collasso della fiducia liberale di fronte all’imprevisto. La tensione in Çatak non nasce dall’azione, ma dal dispositivo. È una tensione architettonica, fatta di corridoi che sembrano restringersi e di una colonna sonora (firmata da Marvin Miller) che lavora sui nervi, trasformando il dubbio morale di Carla Nowak in un’angoscia fisica per lo spettatore.

La sala professori © ifProductions / Judith Kaufmann

In Yellow Letters, questa tensione cambia segno ma non intensità. Qui la posta in gioco è la sopravvivenza di una coppia di artisti, Aziz (Tansu Biçer) e Derya (Özgü Namal), epurati dal teatro statale turco in seguito ai decreti governativi. Se nel film precedente l’ossessione era la ricerca della verità (chi ha rubato?), qui l’ossessione è la perdita dell’identità. La tensione costante nasce dal paradosso di essere “liberi” ma impossibilitati a operare, a parlare, a esistere.

Çatak filma il precariato intellettuale non come una condizione economica, ma come uno stato di paranoia perenne, dove ogni lettera gialla (la notifica del licenziamento o dell’incriminazione) è una ghigliottina che cade.

Berlino-Ankara e Amburgo-Istanbul. Per una poetica dello sradicamento, ma non solo

L’aspetto più radicale e teorico di Yellow Letters, come detto, risiede nella sua audace scelta produttiva e formale: dichiarare apertamente che Berlino recita “nel ruolo” di Ankara e Amburgo “nel ruolo” di Istanbul.

Non è una necessità di budget, né solamente una questione di “impossibilità politica” a realizzare fisicamente il film in Turchia, ma una precisa dichiarazione di poetica dello sradicamento.

Sostituendo la toponomastica reale con una “messa in scena” urbana, Çatak opera uno scarto semantico potentissimo. Filmare Ankara a Berlino significa affermare che l’autoritarismo e l’oppressione hanno creato una condizione di esilio interiore tale per cui il luogo fisico non conta più. Per i protagonisti, Ankara è diventata una città straniera, un luogo dove non si riconoscono più, proprio come lo sono le strade di Berlino. È un’operazione di deterritorializzazione: la Turchia di Çatak non è un paesaggio, è un clima emotivo, una vibrazione di paura che si sovrappone a qualsiasi architettura.

Yellow Letters

Non è semplicemente una scelta metacinematografica. Vedere i palazzi berlinesi e sentirli chiamare con i nomi dei quartieri di Ankara genera nello spettatore un senso di inquietante estraneità (unheimlich), lo stesso che provano i personaggi. È come se il regime avesse il potere di alterare la percezione della realtà, trasformando luoghi un tempo familiari in non-luoghi.

Berlino e Amburgo, con la loro freddezza geometrica, si prestano perfettamente a diventare il palcoscenico di questa tragedia dell'assenza. E, soprattutto, assumono anche un’altra valenza: è come se Çatak, in fondo, ci volesse avvertire di una possibilità ormai non più così remota: anche quelle che consideriamo democrazie europee, giorno dopo giorno, potrebbero trasformarsi in (o ritornare) luoghi dove qualunque forma di dissenso o critica al potere sarà trattata allo stesso modo. 

Un cinema di corpi resistenti

Politicamente, il cinema di Çatak si colloca in una zona grigia necessaria. Non c’è eroismo plateale, c’è piuttosto la fatica di restare umani sotto la pressione della norma (sia essa la burocrazia scolastica tedesca o la censura turca).

In entrambi i film, il regista si concentra sulla “resistenza del corpo”: in La sala professori, il corpo di Leonie Benesch era un nervo scoperto, teso fino alla rottura. In Yellow Letters, viceversa, i corpi dei protagonisti diventano simulacri di una vita precedente, cercando di mantenere un decoro che il sistema vuole negare loro.

La capacità di Çatak di mantenere una tensione costante deriva da un uso sapiente del fuoricampo. Il pericolo non è mai di fronte alla macchina da presa, ma è sempre “dietro la porta”: è il preside che entra, è la polizia che potrebbe bussare, è il giudizio della comunità che isola, è anche in quell’abitacolo dell’auto dove esplode senza quasi più controllo la violenta ipocrisia di un patriarcato ancora vivo anche nei corpi apparentemente più impensabili: “Ti ho creata io!”.

Questo senso di asfissia è ciò che rende il suo cinema profondamente politico: ci ricorda che le democrazie e i regimi non sono entità astratte, ma spazi fisici che abitiamo e che, improvvisamente, possono smettere di accoglierci.

Yellow Letters - © EllaKnorz - ifProductions - Alamode Film / FISCHERTGO

Se quindi La sala professori ha rivelato Çatak come un chirurgo delle istituzioni occidentali, Yellow Letters lo consacra come il cartografo di una nuova diaspora dell’anima. La sua scelta di far “recitare” le città tedesche è l'ultimo atto di una sfida al realismo didascalico: la verità non sta nel mostrare la piazza reale di Ankara, ma nel mostrare come il dolore di un artista epurato possa trasformare qualsiasi città del mondo in una prigione a cielo aperto.

Un cinema di una lucidità spietata, che non concede catarsi, ma solo la consapevolezza che il conflitto tra individuo e sistema è, purtroppo, un linguaggio universale che non necessita di alcuna traduzione.


[Fonte: www.cinematografo.it]









L’olor del cafè que acabes de fer

És com si ens diguessin que ja està tot fet... Només hem de caminar pel camí que ells ens han pintat 

                                                                                                                                                                                                                                                         

Allò que no ens van deixar dir,
ho diu el cos.
Maria-Mercè Marçal, 
Desglaç

Escrit per Dani Vilaró

Premi Literari Catorze  

Tinc una amiga convençuda que el món va començar a morir el dia que ens van robar els colors. Ho explica com un fet indiscutible, com si tingués una mena de calendari intern que marqués amb exactitud el dia que vam deixar de veure el cel blau, el verd dels arbres o el groc de les mimoses. Però no n’és cap experta, no pot ser-ho; de fet, no pot ni recordar com eren els colors. Quan li van posar l’implant encara era una nena petita, com jo, com tantes altres, amb records esponjosos, vagues i poc fixats. Però hi pensa molt, en aquesta història, i sembla que això li doni dret a opinar amb una certesa implacable que m’incomoda.    

—Aquests grisos eterns amb què totes mirem el món des de petites pel coi d’implant... El blanc, el negre. ¿Saps? És com si ens diguessin que ja està tot fet —em deixa anar—. Que no cal pensar ni decidir res. Només hem de caminar pel camí que ells ens han pintat i seguir-lo sense fer-nos preguntes. 

No és una noia fàcil d’entendre, aquesta amiga meva. Fa veure que no està enfadada amb res ni amb ningú, però porta una guerra amagada sota la pell, clavada al pit; un d’aquells conflictes cruents que no solen fer presoners. Quan l’hi comento, riu i diu que no, que no se’n fa mala sang, de debò, que no sap què en faria ara, dels colors, si ens tornessin la capacitat de veure’ls.  

—Potser em molestarien i tot —diu—. En el fons ja m’he acostumat a aquest món uniforme. És fàcil, net i tot és a lloc. Però també et dic que, encara que segurament no els necessito, sé que els trobo a faltar. 

Als pares, els de dalt els van dir que els colors fomentaven emocions irracionals, ineficients. Nostàlgia, desig, alegria, por. En un món que aspirava a funcionar com un engranatge perfecte, tot aquell arc de Sant Martí desmanegat era un luxe innecessari. Van convèncer la generació dels pares que era pel nostre bé. “Una societat que no sent és una societat pacífica. Una societat que no sent és una societat que roda”, matxucaven els grans anuncis estesos a les façanes dels edificis. I els pares van assentir, cendrosos, com ombres perfectes, amb el cor bategant arran de terra. 

Fa uns mesos, al parc, dessota un sol balsàmic, la meva amiga em va ensenyar una cosa que guardava com un tresor. Era una flor. Petita i seca, com si hagués viscut premsada molts anys en un llibre vell. Quan me la va donar, em va sorprendre que encara fes olor; una de molt subtil, una mena de rastre. Vaig dir-li: 

—¿I aquesta olor? 

—De records, potser —em va respondre. 

Em va semblar una frase absurda. 

Fins ahir. 

Havia anat al centre, a una revisió rutinària per comprovar que l’implant funcionava correctament. Un pessigolleig rere l’orella, un xiulet i un clic sord, com quan es tanquen les portes del metro. Proves ràpides, a penes quinze minuts. Llegeixes unes paraules en una pantalla grisa i respires fondo. Després els homes et posen unes gotes, et miren els ulls pel fons de la còrnia i de la retina, buscant-hi qualsevol traç de cèl·lules fotosensibles.  

Mentre esperava que em posessin unes segones gotes, vaig notar un pessigolleig al nas. Era una olor. Suau, agradable. No era cap flor, sinó una cosa més forta, més intensa. Em vaig girar. Una dona tenia un tros de roba a les mans. Em mirava. Una tela blanca amb taques negres, i alguna de grisa. Vaig intuir que, temps enrere, les clapes havien estat d’un altre color. 

—L’olor que sents és d’allò que ens van robar —em va dir amb una veu aflautada, sense que li hagués preguntat res.  

No vaig reaccionar. En una seqüència estranya de moviments es va aixecar d’una revolada i em va deixar el tros de roba. El vaig tenir uns segons entre les mans. Al tacte no tenia res d’especial. Me’l vaig acostar al nas. El vaig ensumar un parell o tres de vegades, potser més, repetint l’acte mecànicament. 

L’hi vaig tornar. Havia sentit un sotrac. No només al nas: a les entranyes. Una lleu sensació sísmica al cos, una serp que feia pessigolles. 

La dona va somriure i va marxar.  

Quan avui l’hi he explicat a la meva amiga, ha fet una pausa llarga i ha dit:  

—¿I què creus que vas fer per sentir tot allò?  

—Res. Només vaig olorar i alenar fort.  

Ella ha assentit, com si allò ho expliqués tot. Amb les celles tibades, li veia l’excitació als ulls. Ha obert les mans:  

—Així és com comença tot. Olores, respires i, de sobte, t'adones que ha arrelat alguna cosa. 

Ha callat i ha marxat somrient. 

Ara, abans de dormir, m’ensumo els dits. Encara hi queda rastre d’ahir. No és només un efluvi: és com un batec amagat sota la pell que em recorre tot el cos. 

Per primer cop, he pensat que potser aquesta vegada no ens podran aturar.

El relat ‘L’olor del cafè que acabes de fer’ ha guanyat el segon Premi Literari Catorze

 

[Foto: Atiyeh Fathi - font: www.catorze.cat]

Régularisation des étrangers en prison en Espagne : les risques pour la sécurité


Dans le cadre de la régularisation massive des immigrants en Espagne, une initiative du gouvernement de Pedro Sanchez, une instruction interne et été envoyée par le Secrétariat général des établissements pénitentiaires à toutes les prisons espagnoles. En réaction aux instructions du ministère de l’Intérieur, les acteurs politiques et les syndicats TAMPM, JUPOL et SUP dénoncent les effets de ces scénarios sur le plan sécuritaire. Cette directive concerne plus de 15.000 détenus étrangers.        

Régularisation des étrangers en prison dans le cadre de la régularisation exceptionnelle approuvée par le gouvernement espagnol : une circulaire ordonne aux centres pénitentiaires d'identifier les détenus étrangers qui pourraient être éligibles au décret royal 316/2026 sur la régularisation extraordinaire. Sont concernées non seulement les personnes en détention provisoire, mais aussi celles condamnées à des peines définitives pour des crimes particulièrement graves.

Écrit par Celeste Caminos

L’instruction interne envoyée par le Secrétariat général des établissements pénitentiaires à toutes les prisons espagnoles a placé l’un des points les plus controversés de la politique migratoire actuelle au centre du débat.

Signée par le directeur général de l’exécution pénale et de la réinsertion sociale, Miguel Ángel Vicente Cuenca, et diffusée le 21avril, la circulaire ordonne aux centres pénitentiaires d’identifier les détenus étrangers qui pourraient être éligibles au décret royal 316/2026 sur la régularisation extraordinaire.

Ce document va au-delà d’une simple notification : il oblige les autorités à informer les détenus par le biais de panneaux d’affichage et de bibliothèques, à leur fournir toute la documentation nécessaire et à leur offrir un soutien linguistique en cas de besoin.

Cette directive concerne plus de 15.000 détenus étrangers. Elle a suscité l’inquiétude des forces de sécurité et des groupes de surveillants pénitentiaires. Le cœur de la controverse ne réside pas seulement dans l’acte administratif lui-même, mais aussi dans son impact sur la sécurité publique. Comment l’État peut-il légalement intégrer une personne et, en même temps, estimer nécessaire de la maintenir en détention en raison du risque d’évasion, de récidive ou de destruction de preuves ?

Problèmes opérationnels dans les prisons

Le premier syndicat d’agents pénitentiaires à alerter et à diffuser publiquement les instructions internes des établissements pénitentiaires a été le TAMPM (Tu Abandono Me Puede Matar, « ton abandon peut me tuer »). Son coordinateur national, Manuel Galisteo, a fait part à Epoch Times Espagne de la profonde indignation qui règne parmi les travailleurs.

«Ce qui se passe avec ce processus de régularisation dans les prisons est scandaleux, car on lui accorde un avantage que, par exemple, l’une de nos revendications en tant que forces de l’ordre n’a même pas été prise en compteelle est restée lettre morte pendant deux ans. Pourtant, on met tout le mécanisme à la disposition du gouvernement pour procéder à la régularisation des détenus», souligne M.Galisteo.

Le coordinateur national souligne également une différence fondamentale entre les personnes condamnées et les personnes en détention provisoire : «Le nœud du problème réside peut-être dans cette distinction, car les personnes en détention provisoire, qui n’ont pas encore de condamnation définitive, n’ont pas de casier judiciaire.

Le problème est que, comme on connaît déjà l’individu comme condamné, lorsqu’on régularise le statut d’une personne en détention provisoire, si elle est condamnée ultérieurement, cette régularisation est irrévocable, car l’effet rétroactif ne peut être appliqué. Et cela se produit dans 85% des cas, puisque 85% des personnes en détention provisoire finissent par être condamnées. »

M. Galisteo dénonce également la surcharge de travail engendrée par cette mesure : «Cela va soumettre les travailleurs sociaux pénitentiaires à une charge de travail énorme, et bien sûr, aucune ressource n’a été allouée pour augmenter leurs effectifs, leur apporter une quelconque aide, ni quoi que ce soit d’autre. Au final, une fois de plus, le gouvernement ne pense qu’à ses propres intérêts, et non à ceux des travailleurs.

Et dans ce cas précis, ce sont les élections générales qui les préoccupent, alors même qu’ils ont affirmé que cette régularisation visait à légaliser les étrangers qui travaillaient déjà en Espagne sans papiers, etc. À ma connaissance, peu de détenus étrangers ont réellement travaillé en Espagne, car la plupart étaient impliqués dans des activités criminelles. »

Cette rapidité de traitement des demandes de régularisation est perçue par les autorités comme une manière de privilégier la gestion administrative des détenus au détriment de la sécurité et du bien-être des gardiens de prison. La charge de travail supplémentaire, sans augmentation proportionnelle du personnel, compromet l’efficacité des filtres de contrôle et crée un environnement de vulnérabilité qui s’étend au-delà des murs de la prison.

La contradiction dans le modèle de contrôle des migrations

Le Syndicat unifié de la police (SUP) a publié un communiqué de presse officiel exprimant son inquiétude «face à la possibilité que des personnes privées de leur liberté puissent accéder aux procédures de régularisation, une mesure qui introduit une contradiction évidente dans le modèle actuel de gestion des migrations».

Le SUP (Syndicat unifié de la police) souligne que la détention provisoire n’implique pas une condamnation définitive, mais plutôt une décision judiciaire fondée sur des preuves d’une infraction et l’existence de risques tels que la fuite ou la récidive. Il avertit qu’« ignorer ce contexte dans une procédure administrative met à rude épreuve les critères de sécurité mêmes que le système est censé protéger ».

Au-delà de la mesure de précaution, le syndicat situe le débat dans un contexte de «déséquilibre structurel»: l’Espagne présente un écart structurel entre les arrêtés d’expulsion émis et ceux effectivement exécutés.

Faciliter la régularisation des détenus, selon le SUP, «témoigne d’un changement de logique: des individus qui, dans d’autres circonstances, seraient en procédure d’expulsion sont désormais intégrés à une procédure administrative sans que ce déficit structurel ait été comblé au préalable.»

L’idée centrale de la déclaration est claire. Sans un renforcement parallèle des ressources et de réelles garanties opérationnelles, ces types de décisions «peuvent engendrer une perte progressive de contrôle» et consolider «un modèle dans lequel ni les expulsions ne sont effectuées efficacement ni un contrôle rigoureux n’est garanti dans les processus de régularisation».

Le contrôle et le défi de la vérification internationale

L’un des points sur lesquels les critiques s’accordent le plus concerne la difficulté technique du dépistage des profils qui présentent un risque.

Le syndicat de police JUPOL a qualifié cette instruction de «mesure encore plus grave» et de contradiction directe avec les promesses de l’Exécutif, qui avait assuré à plusieurs reprises que les individus représentant un danger pour la santé ou la sécurité publiques ne seraient pas régularisés.

Le syndicat dénonce le fait que cette instruction concerne non seulement les personnes en détention provisoire, mais aussi celles condamnées à des peines définitives pour des crimes particulièrement graves.

Cette critique repose sur le manque de moyens pour une vérification approfondie : «Les vérifications d’antécédentsen particulier celles de nature policièredépendent largement des informations disponibles, qui ne sont pas toujours complètes ni accessibles, notamment au niveau international.»

La rapidité exigée des prisons est incompatible avec des vérifications rigoureuses des antécédents. En excluant la Police nationale de ce processus, le gouvernement délègue des fonctions de sécurité nationale à un système carcéral surpeuplé, augmentant ainsi le risque que des individus au profil criminel dangereux obtiennent un statut légal suite à un examen superficiel de leurs dossiers, a souligné le syndicat JUPOL.

La consolidation du droit de séjour va à l’encontre des possibilités d’expulsion

Sur le plan politique, le Parti populaire (PV) s’est montré l’un des plus fervents opposants à cette instruction. La secrétaire adjointe à la Coordination sectorielle, Alma Ezcurra, a mis en lumière un aspect fondamental de la loi sur l’immigration : la consolidation du droit de séjour fondée sur l’attachement à l’Espagne.

Mme Ezcurra a averti que «régulariser les détenus revient à protéger leur droit de séjour, ce qui empêchera leur expulsion dès le lendemainsoit exactement le contraire de ce qui devrait se produire».

L’argument est juridique : lorsqu’un État accorde un titre de séjour à une personne, celle-ci acquiert des liens sociaux, professionnels et familiaux qui, selon la législation en vigueur, constituent un rempart contre l’expulsion. Par conséquent, régulariser un détenu, même en détention provisoire, revient à lui donner un moyen de contester légalement, une fois libéré, toute tentative d’expulsion ultérieure.

Le parti politique Vox a annoncé son intention de porter plainte auprès de Bruxelles concernant cette mesure. Il invoque une possible violation du règlement Eurodac, la base de données d’empreintes digitales de l’Union européenne.

Une possible violation des normes de sécurité de l’espace Schengen

La plainte repose sur la suspicion que, dans le but de régulariser le plus grand nombre de personnes possible, le gouvernement espagnol pourrait omettre le recoupement rigoureux de ces données, ce qui constituerait une violation grave des normes de sécurité communes de l’espace Schengen.

Sur le plan économique, l’économiste Daniel Lacalle s’est montré particulièrement virulent. «La régularisation des prisonniers immigrés n’est pas un acte de solidarité. C’est une stratégie. Elle poursuit trois objectifs», a-t-il écrit dans un message publié sur son compte Twitter.

M. Lacalle décrit cette stratégie comme suit :

1. Acheter des votes à moyen terme

2. Accroître l’insécurité afin d’augmenter ensuite les dépenses consacrées à l’«aide à la réinsertion»

3. Intimider les citoyens en conférant un statut légal à des criminels

Une fois libérée de prison et régularisée, une personne ayant déjà présenté des signes de dangerosité – selon les critères judiciaires ayant conduit à sa détention provisoire – retrouverait une grande liberté de mouvement.

D’après les syndicats, cela faciliterait son intégration potentielle dans des réseaux criminels opérant dans différents pays de l’Union européenne. Le risque est donc à la fois transnational et structurel.

Les instructions du Secrétariat général sont déjà en cours d’exécution. Tandis que l’Administration défend sa conformité au décret royal316/2026, les syndicats et les partis d’opposition restent vigilants.

Ils insistent sur le fait que la procédure de régularisation doit toujours être subordonnée à la sécurité publique, et non l’inverse.

La question fondamentale – qui reste sans réponse – est de savoir si l’État sera capable de distinguer avec précision qui mérite une chance d’intégration, et qui représente une menace. Le cas échéant, cette personne ne devrait, en aucun cas, être régularisée. 

 

[Photo : FADEL SENNA / AFP / Getty Images - source : www.epochtimes.fr]




Eudald Espluga: «Ja vivim en la societat del col·lapse»

Imaginar la fi (Raig Verd), Eudald Espluga (Girona, 1990) fa alhora una història de la cultura i la política: com incideixen els relats apocalíptics imperants en les ficcions nord-americanes —i més properes— en els relats polítics? I a l'inrevés? El filòsof descobreix pulsions eugenèsiques en els grans empresaris de la IA, com Elon Musk, i un discurs ecosocialista a l'Apocalipsi de Sant Joan. 

Eudald Espluga 

Comencem pel final (com diu vostè). Hi ha cap dubte que cada dia estem un dia més a prop del final, l’apocalipsi o el col·lapse?

—Tot depèn de què entenem pel final. Diria que aquests relats sobre la fi del món són arquetips culturals o fins i tot transculturals —perquè no només són nostres i altres cultures també les comparteixen. Si analitzes els treballs de la gent que ha estudiat els col·lapses de civilitzacions (els col·lapses de grans cultures des d’una perspectiva arqueològica o històrica), gairebé tots coincideixen a assenyalar que les apocalipsis mai són un final sinó un període de transformació. Tots tenim les nostres biografies individuals i col·lectives projectades cap a aquest final, però és molt interessant veure que no hi ha una homogeneïtat de formes de relacionar-nos culturalment amb aquest final. I això es pot veure transformat des dels relats que trobem en llibres, pel·lícules o sèries, o en relats més polítics o formes d’afrontar aquest final. A mi m’interessava sobretot analitzar quins eren els relats hegemònics que avui dia ens repetim sobre aquesta fi del món. 

Aquests relats hegemònics van aparellats a una filosofia política?

—Jo faig una diferència entre el que anomeno fantasies col·lapsistes o imaginació apocalíptica, perquè crec que el que predomina són les fantasies col·lapsistes: els elements principals són que porten aparellada una antropologia pessimista (tots som egoistes i, quan hi hagi el més petit problema global —de falta de distribució d’aliments, de distribució energètica—, tothom prioritzarà el seu benestar individual per sobre dels altres) i començarà una guerra de tots contra tots. Per mi, aquesta visió antropològica de com entenen els homes i les dones porta aparellada una visió ètica i política que jo relaciono amb el preparacionisme i el survivalisme, i aquestes teories molt lligades a l’extrema dreta. Hem de tenir estratègies per saber sobreviure al bosc i fins i tot en entorns urbans, i estar preparats contra ambients urbans per si et disparen franctiradors des de l’edifici del davant. Quan ens representem la fi del món com un col·lapse, és quan anem a parar aquests relats. Jo en cap moment no qüestiono les dades científiques dels riscos existencials que ens trobem avui (en relació amb canvi climàtic, IA...), sinó com metabolitzem culturalment aquestes amenaces.

Aquestes fantasies col·lapsistes són, per exemple, les que generen aquestes ideologies TRESCAL (acrònim de transhumanisme, extropianisme, singularitarisme, cosmisme, racionalisme, altruisme efectiu i llargterminisme) que expliques al llibre?

—Per mi es deriven de molts àmbits. El més obvi és que va aparèixer amb l’emergència climàtica. Moltes vegades tendim a pensar que el negacionisme és només negació de l’evidència empírica i crec que no és així en cap cas. El que intento d'explicar és que això no només afecta l’àmbit de l’emergència climàtica o una visió de la fi del món provocat per unes transformacions geològiques i climàtiques, sinó també altres àmbits com el desenvolupament tecnològic o la IA. Si tu vas a l’origen de la majoria d’empreses actuals d’IA, tenen connexió amb totes les teories filosòfiques i culturals que porten a aquest desenvolupament, amb figures com Ray Kurzweil, Eliezer Yudkowsky, Nick Bostrom... Han desenvolupat aquestes teories (extropianisme, singularitarisme, cosmisme, racionalisme, altruisme efectiu i llargterminisme) que bé podrien quedar incloses dins del transhumanisme, perquè el transhumanisme el que defensa és una superació de la mortalitat de l’espècie humana per la via de la fusió, la hibridació de l’home amb la màquina. Per tant, tracten la mort com una malaltia —cosa que ja hem sentit moltes vegades en grups de Silicon Valley— i es busca aquesta fusió com la manera de fer evolucionar l’espècie cap a un transhumanisme.

La majoria d'empresaris de la IA són transhumanistes?

—Totes aquestes teories parteixen d’aquesta visió apocalíptica —persones com Elon Musk i Sam Altman, impulsors d’Open IA, creadora de ChatGPT— i han creat la seva empresa inspirats en aquestes premisses: pensen que el canvi climàtic potser matarà el 99,9% de la humanitat però no a ells —pensen Musk i Altman— perquè són els multimilionaris, els que sobreviuran. En canvi, els afecta un perill més gran: que en aquest camí posthumanista una intel·ligència artificial es converteixi en una superdictadora. Al darrere hi ha una teoria eugenèsica: qui es convertirà? Qui serà qui es fusioni amb la màquina? Si vas a buscar els autors que han generat aquests corrents de pensament, en molts casos hi ha directament teories d’eugenèsia heretades de l’eugenèsia nazi. Per tant, ells no busquen com protegir la humanitat, no intenten posar límits a la relació amb la capacitat de destrucció del planeta, sinó que busquen com una minoria blanca lligada a una línia de pensament d’una elit molt concreta pugui sobreviure i evolucionar cap a aquesta nova versió de superhome.

És a dir que tenen més por a Terminator que a l’eugenèsia nazi?

—Sí, la seva idea és convertir un Terminator que ve del futur en la promesa d’aquesta eugenèsia, perquè seran ells qui podran controlar aquesta espècie de Terminator. Això ens porta a la pràctica real: quan Elon Musk ja havia apostat per la nova eina d’IA, Grok (de la seva xarxa X), de sobte li va fer por que aquesta IA es converteixi en una IA woke i va voler que Grok fos antiwoke: per a aconseguir-ho, va canviar els mètodes d’entrenament per filtrar els pensaments d’esquerra. Per això fa uns mesos o un any, van preguntar a Grok com s’identificava ella mateixa i va dir com a MecaHitler (Meca dels meca dels robots japonesos i Hitler). Ara s’ha editat als EUA Muskism, que diuen que Musk vol crear un mecahitler o un mecamusk, en el sentit de dir: «Si hi ha una intel·ligència artificial que pot exterminar la humanitat, que segueixi els meus principis».

Explicava vostè que aquestes teories es basen originàriament a pressuposar que la humanitat respondrà negativament i egoista a un nou fet desastrós (sigui provocat per un canvi climàtic o una apagada). Però el fet és que la pandèmia va demostrar que la humanitat podia respondre positivament, sense aldarulls ni caos.

—Sí, i encara es va veure més clar a l’apagada de fa un any a l'Estat: en compte de saquejos de botigues, veies la gent que aprofitava que no podia treballar i no havia de mirar el mòbil per compartir una cervesa fresca amb els veïns i veïnes, i a xarrar una estoneta. Sí que és veritat que aquesta antropologia pessimista i aquesta visió pessimista que defensa que l’únic que mou l’home és l’interès i l’egoisme, ha estat desmuntat per moltes autores de la psicologia social. Rebecca Solnit, a Un paraíso en el infierno (Capitán Swing), fa un repàs de catàstrofes (Katrina, 11-S, etc.) i com davant de la catàstrofe el que sorgeix és tot el contrari: l’empatia, la capacitat de crear llaços, etc. Però jo no entro a discutir si l’home és més d’una manera o de l’altra. A mi m’interessa, quan pensem la fi del món que, per culpa dels relats literaris o televisius, o per la repetició fins i tot dels relats dels marcs polítics de la mateixa esquerra del que passarà quan arribem a la fi del petroli, que al final, al davant de la fi del món, ens acabem comportant igual que algú d’extrema dreta o algú preparacionista.

Per què tem això?

—Perquè se’ns ha repetit tant que, fins i tot, quan sabem que el més normal és que, quan acabi passant, tots ens ho prenguem amb calma; és possible que tots ens comportem com preparacionistes (de fet des de la UE també se’ns aconsella un kit de supervivència). El perill és que aquestes persones que aprenen a lluitar perquè temen que el dia del col·lapse els esperin franctiradors a la finestra, aquell dia actuïn d’aquesta manera com si es tractés d’una forma de profecia autocomplerta.

Explica vostè que el cine i la literatura estan simplificant la imatge del col·lapse, que antigament els monstres eren més diversos que les formes que ara semblen amenaçar el planeta. Hem perdut imaginació apocalíptica? 

—Sí que hi ha hagut un col·lapse de la imaginació apocalíptica: una reducció a relacionar-nos amb la fi del món només des d’un marge molt concret d’imatges. Jo ho contraposo amb el Llibre de la Revelació de Sant Joan perquè aquella altra part és la que dona peu a tenir una imaginació apocalíptica que no sigui col·lapsista: no com un cataclisme, no com un final ni una destrucció total sinó una transformació radical. Si vas al llibre de l’Apocalipsi, ens hem quedat amb els genets cavalcant pel món i el cel caient, però això és només una part, perquè un cop s’acaba, no s’ha destruït tot. Literalment hi ha un vers que diu que «s’està destruint a qui destrueix la terra» (cosa que dona a molts fer una interpretació ecosocial de l’apocalipsi). I després hi ha l’aparició d’una nova societat, una nova civilització, una Nova Jerusalem que es distingeix precisament per accés als recursos (hi ha una aigua molt neta), una ciutat oberta a tothom. De fet, apocalipsi, etimològicament, vol dir ‘desvelar’; no vol dir cataclisme. Per tant, hi ha aquesta voluntat de revelar. Tota aquesta riquesa iconogràfica com a oportunitat de transformació en present que no projecta un món per venir en el cel —com volia Sant Agustí—, sinó com una promesa terrenal, crec que queda desaprofitada i a poc a poc va desapareixent. Hem acabat associant el pensament apocalíptic amb aquest caràcter sectari que projecta una data concreta del fi del món (la dels mil·lenaristes, l'apocalipsi Maia, etc.) i l’única manera que tenim de representar-nos el món ha estat aquesta.

És per influència de Hollywood i les plataformes?

—No crec que sigui per una conxorxa de plataformes i productores, sinó perquè els riscos existencials que tenim són aquests que pensem provocats pel canvi climàtic i el pic del petroli (dos temes sobre els quals qui més ens fa pensar són els moviments ecologistes). Potser, com diuen alguns autors, el que hem de començar a pensar és que ja vivim en societats postcol·lapse o postapocalíptiques perquè ja hi ha refugiats climàtics, sequeres, inundacions, etc. Ja vivim en la societat del col·lapse. El que no podem és esperar aquest col·lapse que arribarà amb focs artificials, que apareixerà d’un dia per l’altre, ens deixarà a les fosques i amb franctiradors pel centre de Barcelona. Al contrari: com diu Patricia Reed, el col·lapse no és que el tren descarrili; el col·lapse és que el tren no freni mai i hi siguem tots a damunt i anem perdent gent pel camí.

Per tant, l’Apocalipsi de Sant Joan és més progressista que tota la resta d’apocalipsis imaginades?

—És una mica el que defenso al final del llibre. Hi ha hagut moltes relectures de Catherine Keller o Moore, que fan aquesta lectura molt progressista de l’Apocalipsi. Més enllà dels punts que són més radicals —com que l’apocalipsi és una utopia ecosocialista, que defensa Keller—, és bastant indiscutible que l’Apocalipsi és un llibre rar dins del corpus de la Bíblia: és un llibre que neix amb intenció antiimperialista, perquè és una carta a les set esglésies que estaven sota l’Imperi romà, en zones culturalment hegemòniques de l’Imperi. Per això tota la imatge de destrucció i revolta és una imatge contra els poders imperials. L’última traducció de Patxi Lanceros, per exemple, analitza com el llenguatge bèl·lic de l’Apocalipsi no té res a veure amb el de la resta de la Bíblia. Jo vaig a les lectures més provocadores, que són les que tenen aquesta mirada ecosocial, perquè amb aquesta voluntat de l’Apocalipsi «d’acabar amb aquells que destrueixen la terra», hi ha el germen d’aquests pensaments més a l’esquerra. Però la meva voluntat no és tornar a l’Apocalipsi com el manual d’actuació de l’esquerra, sinó que és una forma d’entendre la fi del món com un procés de transformació, no com un final. Si l’única sortida ja no és la fi del món, la imaginació apocalíptica pot convocar altres formes d’acció política col·lectiva.

Un libro para iniciar unha conversa sobre Escocia: «Alí un galego recoñece case todo o que ve»

 

Manuel Gago

Escrito por Marcos Pérez Pena

1.500 quilómetros separan Compostela de Edimburgo, pero é indubidable que Galicia e Escocia teñen moitas cousas en común. Semellanzas nas paisaxes, pero sobre todo no substrato social: nas lendas, na historia e na forma de ser das súas xentes, con puntos de conexión tamén con outros territorios atlánticos. É seguramente por isto que cando unha persoa viaxa de Galicia a Escocia "recoñece case todo o que ve".

Manuel Gago vén de publicar Ata que os mares sequen. Unha Escocia en clave galega (Morgante edicións), un ensaio que é tamén un libro de viaxes (non unha guía turística), pero un libro de viaxes especial, que percorra en todo momento estas conexións entre Escocia e Galicia. 

"Este é un libro de viaxes que se diferencia porque ao lelo, se foses camiñando, un pé estaría pisando en Escocia e outro en Galicia, é dicir, que vas avanzando por dous países ao mesmo tempo. Está deseñado como unha conversa, como cando vas cun amigo que te leva a coñecer unha cidade no estranxeiro e que mentres che vai amosando cousas, ti vala comparando co teu propio país", explica o autor. "Este é un libro para comezar unha conversa, buscando puntos en común", destaca.


Recomendacións para unha viaxe a Escocia conectada con Galicia



"A primeira versión que fixen deste libro parecíase máis a unha guía de viaxes, pero ao reescribilo decateime de que realmente eu estaba buscando outra cousa, o que quería contar era 'que representa Escocia para un galego', como un galego ve Escocia a través da proximidade cultural que pode existir entre os dous países que están moi conectados ao longo da historia", recoñece o autor. "O libro non che vai dar tanto indicacións concretas, porque para iso están as guías, pero si que che vai dar claves sobre certos lugares -máis ou menos coñecidos- que che van permitir vivilos dunha maneira moito máis íntima, ao interactuar con parte do noso imaxinario e da nosa identidade cultural", di.

No libro, Manuel Gago manexa un concepto, as ecotopías, que se poderían definir como a experiencia do asombro ao recoñecer resonancias do familiar nun lugar alleo. "É dicir, que cando os galegos imos a un país atlántico, como Escocia, as cousas que vemos alí sóannos, e ademais a moitos niveis e ás veces nin saber moi ben por que. Cando un escocés che conta unha historia, moitas veces sabes como vai rematar, porque ten semellanzas coa nosa mitoloxía e lendas, ou sabes onde vai estar o chiste, por compartir un tipo de humor semellante", explica.

"Dislle calquera cousa a un vello e respóndeche con retranca", di. "Por iso, eu quería aproveitar ese salto continuo que o noso cerebro está facendo cando estamos alí", engade.


Manuel Gago presentou Ata que os mares sequen o pasado mércores 15 en Santiago, acompañado de Belén Regueira, e farao o mércores 29 de abril na Coruña (no Fórum Metropolitano, ás 19 horas), con Bieito Romero. A introdución do libro pode lerse libremente nesta ligazón.

Por que facer un libro sobre Escocia, incidindo na súa conexión con Galicia? Por que non Irlanda ou Bretaña? "Historicamente sempre se tendeu a falar das conexións entre Galicia e Irlanda, que son importantísimas, por suposto, pero Escocia sempre se deixou un pouco de lado", di Gago. "Isto ten unha explicación histórica: na Galicia de finais do século XIX escolleuse Irlanda como referente por unha situación política que conviña ao discurso, dado o enfrontamento con Inglaterra, e ademais por ser un país fundamentalmente católico, que encaixaba co pensamento do galeguismo dese momento", engade. 

"Pero é que hai moitísimos elementos que teñen que ver co nacemento do mundo obreiro, coa revolución industrial e a ilustración, con conflitos sociais... que son comúns a Galicia e que quedaban relegados por outros factores culturais ou relixiosos", sinala.

Capa de Ata que os mares sequen - Morgante

Galicia e Escocia comparten, por exemplo, debates públicos e tensións espaciais económicas. "Fíxate que nós temos un eterno debate sobre a relación entre o Eixo Atlántico, moito máis poboado e desenvolvido, e o interior, rural e en proceso de despoboamento. Eses debates son exactamente iguais en Escocia, entre as zonas máis urbanas e o resto", cunha grande importancia da industria ou a economía do mar en Glasgow e nas áreas portuarias. "Hai un gran número de paralelismos e moitos non veñen tanto desas coincidencias culturais históricas, senón de circunstancias xeográficas, espaciais, económicas...", di.


Pasa o mesmo co despoboamento ou co rol da inmigración, "moi importante en Escocia xa que fronte á actual posición do Goberno de Londres, o Goberno do SNP si apoia a chegada de poboación de fóra para potenciar a economía".

"Eu podería terme limitado no libro a poñer unha relación de topónimos e lendas comúns, o xeito clásico en que se relacionou a Galicia con Escocia. Pero ao facer iso, moitas veces rexeitamos establecer comparacións que teñen que ver co noso presente", subliñaNese senso, o autor destaca que “quería reescribir esa relación atlántica dende o século XXI, sen esquecer as achegas anteriores”.


Viaxeiros ou turistas?

Hai moitos tipos de libros de viaxes, dende as guías máis básicas a aqueles nos que un visitantes vai percorrendo un país e describindo o que atopa. Pero case sempre os mellores son os que che permiten mergullarte na cultura, na forma de ser dos seus habitantes, grazas aos que podes entender mellor aquilo que che rodea e non limitarte a visitar 'as dez cousas que tes que ver' en cada lugar.

A viaxe resulta especialmente interesante, sinala Gago, cando ese lugar ou ese país "representa algo para ti". "Pode que non o saibas explicar demasiado ben, pero de súpeto ocupa un espazo no teu interior, dentro da túa propia vida. Ti nunca vas baleiro de ideas a unha viaxe, sempre vas con algún tipo de prexuízo, de expectativas", di. "Decateime diso unha vez que levamos os nosos pais a Roma e cando entraron no Coliseo, dixeron todos a un tempo: 'Pois xa está, isto xa está feito', no sentido de obxectivo cumprido. Nese momento decateime de que o Coliseo representaba algo importante nas súas vidas", comenta.


Abadía Jedburgh - fonte: www.historicenvironment.scot


Que é o que diferencia un viaxeiro dun turista? Cando optamos por evitar os lugares máis turistificados e deseñamos a visita dunha maneira moi diferente aos ritmos e rutas establecidas somos viaxeiros? Ou esa é unha fantasía que nos contamos a nós mesmos para evitar a etiqueta de turistas? "Eu creo que no 90% dos casos, mesmo cando nos queremos considerar a nós mesmos como 'viaxeiros', en realidade seguimos sendo turistas. Sempre digo que se tes o billete de volta comprado, es un turista; se non tes billete de volta, pode que sexas un viaxeiro", di Gago. 

"Se queres ser viaxeiro, vas facer algún tipo de proxecto nese lugar, vas con algún propósito. Porque o propósito axúdache a contactar con xente e a desprazarte de maneira diferente aos turistas. Eu mesmo, dende logo, as primeiras veces que fun a Escocia era un turista, pero cando fun para colaborar en proxectos con xente de alí posiblemente me convertín en viaxeiro", di.


Sete recunchos de Escocia recomendados por Manuel Gago para "comezar unha conversa"

Pedímoslle a Manuel Gago unhas recomendacións para visitar en Escocia, incluídas no seu libro, lugares nos que un galego ou galega pode atopar eses "puntos de conexión".

No Castelo de Edimburgo está a Pedra do Destino, que conta a lenda que chegou a Galicia dende o Mediterráneo Oriental, dende aí foi a Irlanda onde se fixo un reino dende o cal se conquistou Escocia e a pedra foi viaxando dun lugar a outro. É un mito que segue vivo, porque dalgún xeito educou a todos estes países atlánticos na idea de que todos vimos doutro lugar, que unha parte da nosa identidade está noutro lugar. O que moita xente non sabe é que ao lado da Pedra do Destino están as Armas de Escocia: a espada, o cetro e a coroa do rei de Escocia. E no cetro está representado o Santiago Apóstolo peregrino como protector do rei de Escocia. Por iso ata hai poucas décadas en Escocia a maior parte dos homes se chamaban James (Xacobe).

Recomendaría unha visita ás abadías do sur (Jedburgh, Melrose...), na fronteira entre Escocia e Inglaterra e que son preciosas. Fálannos do momento en que Escocia quixo ser un país moderno, no século XII, e alí instaláronse abadías cistercienses que teñen as mesmas cronoloxías que as galegas do seu momento (Oseira, Samos...), que crearon tamén unha trama urbana. Escocia quedou armada como país, con estas abadías e coa creación de vilas, no mesmo momento que Galicia. A maior parte da xente non visita o sur de Escocia, pero eu reivindico moito estas Lowlands, terras baixas, onde atopas moita arte medieval e renacentista, que rompe moitos tópicos.


Illa de Skye - fonte: www.visitscotland.com

Vou recomendar un sitio moi concreto e moi descoñecido da Illa de Skye. Hai unha lugar, chamado Rubh' an Dùnain, que é unha punta bastante desértica e á que só se pode chegar andando, nunha camiñada de varias horas. É un punto cunha paisaxe espectacular cara ao mar de Irlanda no que dalgún xeito está resumida toda a historia escocesa, pois quedou fosilizada. Hai un porto viquingo interior, hai un conxunto de mámoas moi semellantes ás galegas, hai un castro e hai unha aldea abandonada. Estas aldeas abandonadas, que nos recordan aos nosos castros, parécenme fascinantes e hainas en moitas zonas das Highlands. Nos séculos XVIII e XIX nas Highlands, que estaban superpoboadas, houbo un proceso masivo de expulsión da poboación a cargo dos grandes terratenentes, para ocupar todo o terreo con ovellas; ademais, ao Imperio Británico víñalle ben esa emigración para poboar todo o seu imperio colonial. E a paisaxe marabillosa e brutal das Highland que vemos hoxe é o resultado dese proceso de expulsión. Ese proceso tamén se intentou en Galicia, pero non tivo éxito.

Outra recomendación é o Forte de Dún Ad, que se atopa no Argyll, no oeste de Escocia. É un castro que se atopa moi preto do mar, nun sitio moi bonito a carón dunha abadía tamén moi fermosa. Sempre se interpretou como o lugar ao que chegaron os gaélicos procedentes de Irlanda e que invadiron a actual Escocia, levando a súa lingua e cultura ás Highlands escocesas. O forte é famoso porque no seu cume ten un petróglifo que é onde se coroaban os primeiros reis do reino de Alba, o reino gaélico de Escocia. Neste lugar apareceron tamén testemuñas de actividade comercial con Galicia na antigüidade tardía. Investigacións recentes revelaron que unha vez que cae o Imperio Romano, a circulación comercial atlántica se dinamizou, vinculando todas as áreas célticas do Atlántico. É un lugar que ten moita significación para Galicia e é, ademais, precioso e moi pouco visitado polos turistas galegos.


Ring of Brodgar - fonte: www.nessofbrodgar.co.uk

Outro sitio que recomendo son as illas Orcadas. Todo o esforzo que supón ir ata elas (que tampouco é tanto, peor son as Shetland) está compensado. É unha zona no que hai moitísimos monumentos prehistóricos, que se preservaron de marabilla e onde hai un lugar que se chama Ring of Brodgar, que é un crómlech enorme en perfecto estado de conservación. É moi famoso, ademais, porque na Segunda Guerra Mundial os seus foxos prehistóricos eran usado polas tanquetas para adestrar, como se pode ver na rede nunha foto histórica. E preto de alí está o famoso xacemento de Skara Brae, que é unha especie de vila prehistórica mergullada na area e que grazas a iso se preservou moi ben. Isto conéctase coas lendas galegas das vilas soterradas nas lagoas ou con lugares coma o illote do Areoso, que preservou de maneira excepcional a prehistoria galega.


Burghead - fonte:  University of Aberdeen/Dundee

A quen lle guste o whisky, eu recomendaría facer a ribeira do Spey, o Speyside, onde se atopan moitas destilerías, e visitar alí a destilería de Macallan. É unha ribeira que sempre ten unha néboa que en realidade é o vapor de auga das destilerías. A xente vaise sorprender porque no vestíbulo hai unha foto enorme do Courel que ocupa toda a parede. A razón é que a madeira que utiliza Macallan, que é un dos whiskys de máis calidade, vén do Courel.


E, para rematar, un lugar onde se pode ver moi ben o mundo picto, a gran cultura altomedieval escocesa, que está preto de Aberdeen, que ademais é unha cidade con moita relación con Galicia a través da pesca do mar do Norte. Burghead é unha vila de pescadores que rodea un castro, un antigo castro dos pictos, situado nunha península, como moitos galegos. Trátase dun lugar perfecto para coñecer a cultura dos pictos, que foi desprezada na propia Escocia durante moito tempo. Nos últimos anos estase redescubrindo alí (e tamén en Galicia) a riqueza desa cultura altomedieval.


[Fonte: www.praza.gal]