sábado, 2 de maio de 2026

La sublime idiozia del suprematismo morente

La decadenza di una gelida utopia: Demenza Senile & Terminazione assistita dall'Automa intelligente

Istubalz 2020

di Franco Berardi

Nel 1996 John Perry Barlow lanciò la Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio.

Era un’esibizione di ardimento libertario contro gli Stati nazionali nel nome di una superiore universalità del Sapere. Ma era anche un’esibizione di arroganza neoliberale.

Il globalismo del Mercato e del Sapere portava eccitanti promesse, ma covava un uovo avvelenato che oggi si dischiude: la guerra di tutti contro tutti.

A quell’epoca di Cyber-ottimismo gridavamo ai governanti: noi abbiamo creato lo spazio della rete globale e non vi vogliamo nel nostro territorio.

In quel decennio la classe virtuale, erede della scienza novecentesca e in qualche modo erede dell’energia libertaria del Sessantotto globale, si proiettò sulla scena come un corpo giovane capace di produrre innovazione utile per l’intera società.

Trent’anni dopo ci tocca leggere il Manifesto in ventidue punti della Techno-repubblica, una sublime idiozia scritta dai deprimenti Alex Karp e Nicholas Zamiska: nazionalismo bianco, suprematismo aggressivo, culto della potenza distruttiva della tecnologia. Promesse di guerra.

La rivendicazione della superiorità razziale bianca è patetica, ma anche tremendamente pericolosa, perché si attribuisce il diritto allo sterminio degli unter menschen, e riconosce la necessità di sottomettere il Sapere alla Nazione e di consegnare la decisione sulla guerra nucleare all’unico nostro figlio che non soffra di psicosi depressiva: l’Automa Intelligente.

Dietro l’arroganza suprematista si intravvede la decrepitezza del corpo bianco irrigidito nel ghiaccio delle matematiche, e la disperazione senile di una civiltà che non è più in grado di governare il caos prodotto dall’accelerazione iper-liberista e dalla proliferazione incontrollata delle armi di distruzione di massa. 

La gesticolazione disperata del Super-Loser POTUS, è la prova più evidente del tragico labirinto in cui la mente suprematista si è intrappolata.

Il pianeta, devastato dagli effetti del cambiamento climatico, ora si trova sul bordo di un iper-conflitto terminale.

Il cervello della razza bianca (brainrot per sua stessa ammissione) non è più in grado di manovrare la macchina Terminale, né di garantire il controllo sull’over kill atomico. La sola cosa che può fare è consegnare le leve dell’over-kill al suo erede automatico super-Intelligente, sperando che ci garantisca la vittoria.

Ma purtroppo anche gli Unter menschen posseggono over-killing weapons, e anche gli Unter Menschen (soprattutto quei piccoletti cinesi) posseggono l’Automa Intelligente, e ci hanno fatto vedere recentemente un esercito di robot guerrieri al cui cospetto il signor Alex Karp farebbe meglio ad abbassare la cresta.

Ma io temo che non l’abbasserà, tanto peggio per tutti.

Nell’arco di trent’anni la demografia ha giocato uno scherzo crudele alla razza che si crede superiore.

La seconda parte del secolo ventesimo vide un balzo demografico senza precedenti, accompagnato da un progresso della scienza medica.

La generazione che emerse nel trentennio post-bellico (la mia) godeva del miglior regime alimentare di tutti i tempi, era colta, raffinata, abbastanza felice o perlomeno speranzosa, e credette che fosse possibile la pace e forse anche il socialismo.

Ma al volgere del secolo la curva demografica si è rovesciata, e il trionfo della scienza medica ha permesso a un esercito sterminato di vecchi di invadere la scena storica: arroganti, petulanti, aggressivi e incapaci di pensare il proprio esaurimento, perché cresciuti in un mondo culturale in cui la vecchiezza e la morte sono inconfessabili e banditi.

Né l’ideologia pubblicitaria della classe dominante, né il pensiero critico di ispirazione marxista ha tentato di fare i conti con questo rovesciamento della prospettiva, con questo decadimento del corpo collettivo e con la tristezza che ha invaso la mente collettiva, non solo quella dei vecchi, ma ancor più marcatamente delle nuove sparute generazioni solitarie, oppresse dal peso di un futuro sempre più senile.

Poiché non abbiamo riflettuto sulla vecchiezza e sulla morte eccoci ora sprovveduti di fronte alla demenza senile dilagante. Il Manifesto nazistoide del signor Alex Karp e del suo compare va letto prima di tutto come una dichiarazione di decadenza rabbiosa di una cultura che non si rassegna alla senescenza e che non sa pensare la morte.

Quel patetico manifesto cerca di rinvigorire la mente guerriera della razza dominante depurandola da ogni empatia, da ogni comprensione dell’altro.

Il punto dieci avverte che “La psicologizzazione della politica ci porta fuori strada. Quelli che pensano di fare politica per nutrire la propria anima … saranno delusi.”

Se la civiltà moderna aveva prodotto qualcosa di buono, accanto al predominio violento del colonialismo occidentale, è quel barlume di universalismo che, nelle sue varianti kantiane come in quelle marxiste, tentò di pensare la possibilità della pace e dell’internazionalismo.

L’intrepido Karp (e il suo fido scudiero Zamiska) pensano che facendo la faccia cattiva incuteranno terrore negli Unter Menschen.

Ma non sembra che gli Unter Menschen persiani si siano tanto spaventati, mentre gli Unter Menschen cinesi se la ridono e osservano il crollo della mente americana, in attesa che il cadavere passi sul fiume.

Il punto 5 mette in guardia contro ogni limitazione (etica, o semplicemente umana) all’esercizio della forza armata (e dell’Intelligenza Assassina): “i nostri avversari non perderanno tempo a discutere i meriti delle tecnologie, procederanno senza tante storie.”

Questo è probabilmente il punto più pericoloso del Manifesto, perché descrive una realtà innegabile: in condizioni di competizione il peggio è garantito.

Ricordate i tempi gloriosi del Neoliberismo giovanile e rampante, i tempi in cui John Perry Barlow poteva scrivere quella baldanzosa dichiarazione?

Allora ci dissero che occorreva privatizzare tutto, dalla scuola alla sanità a ogni altro servizio, perché la competizione (economica) migliora le prestazioni, e garantisce il massimo di qualità agli utenti dei servizi.

Non era vero, e oggi sappiamo che le condizioni di vita della società sono enormemente peggiorate da quando il criterio dominante è il profitto e non il bene collettivo.

Ma se la competizione economica ha provocato un disastro sociale, la competizione militare potrebbe provocare il disastro finale, la distruzione della civiltà umana.

Qualche ben intenzionato sostiene che si può evitare che l’Intelligenza artificiale provochi certi temuti effetti devastanti, codificando regole etiche capaci di trattenere l’Automa dallo strangolarci.

Davvero?

Potremmo crederci in condizioni di pace e fratellanza universale.

Ma siamo invece entrati nell’era del nazionalismo aggressivo, come possiamo pensare che i nostri nemici si comportino bene se noi abbiamo dichiarato che ci comporteremo certamente malissimo?

In ogni regime di competizione c’è qualcosa che non possiamo sapere: le strategie del nostro competitore, o nemico che sia.

Ma proprio il fatto che non possiamo sapere ci induce a fare ciò che il nostro sapere ci permette di fare: tutto quel che ci permette di fare, senza limitazioni. Non possiamo evitarlo perché il nemico potrebbe fare quel che noi ci tratteniamo dal fare. Dunque non possiamo permetterci di non realizzare tutto ciò che il nostro sapere ci permette di realizzare a prescindere dal fatto che sia distruttivo, anzi proprio perché lo è.

Perciò nessuna devastazione di cui il nostro sapere è capace ci sarà risparmiata.

Perciò io sono convinto che il secolo ventuno sia il secolo terminale.

C’è un’altra considerazione da fare: noi non possiamo sapere se ciò che ci espone al pericolo (anche quello estremo) contiene le condizioni di un ordine superiore, di un ordine matematico finalmente libero da quell’imperfezione che è la vita cosciente.

L’Automa lo sa. Perciò è determinato a cancellare l’imperfezione che noi siamo.

L’abbiamo costruito per questo?

(da Euronews)




[riprodotto su francoberardi.substack.com]

sexta-feira, 1 de maio de 2026

Des de quan es parla català a l'Aragó?

La comunitat acadèmica sosté que el català i l’aragonès són les dues llengües romàniques més antigues de l'Aragó 

Foto: Pinterest

Escrit per Marc Pons  

Afraga, actualment Fraga (llavors taifa almoràvit de Saraqusta, actualment Saragossa), 24 d’octubre del 1149. Fa 877 anys. Les hosts de Ramon Berenguer IV, comte independent de Barcelona i home principal de l’Aragó, i d’Ermengol VI, comte independent d’Urgell, prenien a l’assalt la ciutat, darrera plaça musulmana important al nord del riu Ebre. Pocs dies més tard, el nou poder cristià iniciaria l’operació d’expulsió de la població autòctona —islamitzada i arabitzada durant els quatre segles llargs de dominació andalusina— i la seva substitució per gent procedent dels dominis del nou poder. Aquella substitució demogràfica transformaria radicalment el paisatge sociològic del territori i, des d’aquell moment, la nova societat resultant seria confessionalment cristiana i lingüísticament catalana.

Mapa del domini lingüístic del català / Font: Enciclopèdia Catalana

Fraga és un cas singular? 

Durant el procés mal anomenat “reconqueridor”, les operacions de substitució demogràfica en benefici dels cristians serien una constant. Aquestes operacions serien una pràctica habitual arreu de la zona de xoc entre els dos mons —cristià i musulmà. Per tant, el canvi de paradigma social i cultural de Fraga i el seu territori, a conseqüència del canvi de domini, no seria un fenomen aïllat. Seria un fenomen que es repetiria, amb una extraordinària freqüència, arreu de la península Ibèrica i, en el cas dels dominis catalans i aragonesos, en bona part de les places conquerides de la vall de l’Ebre i del futur regne de València. Això sí, amb algunes excepcions. Quan el nou poder no tenia prou recursos poblacionals per a una substitució demogràfica, permetia la pervivència de moriscos, per a no interrompre el procés de producció i de tributació.

Fraga, catalana o aragonesa?


Segons la investigació historiogràfica, inicialment Fraga i el seu territori van ser incorporats, políticament, al comtat de Barcelona i, eclesiàsticament, a la diòcesi de Lleida. Posteriorment, durant el regnat de Jaume I (segle XIII), la frontera seria desplaçada cap a l’est, fins a situar-la sobre el riu Cinca, i Fraga restaria com la primera plaça catalana venint de Saragossa. I durant el regnat de Jaume II (segle XIV), es produiria una nova modificació del límit, i la frontera seria desplaçada, de nou, cap a l’est (l’eclesiàstica es mantindria), i seria situada sobre la clamor d’Almacelles, de tal manera que Fraga restaria dins de l’Aragó. No obstant això, hi ha dos aspectes que, des d’un primer moment (1149), mai no van canviar: Fraga es governaria amb el fur aragonès i seria culturalment i lingüísticament catalana. 

Mapa de les zones de parla aragonesa i catalana a l'Aragó / Font: Rolde de Estudios Aragoneses

El misteri de la Ribagorça


Benavarri (1062) i Tamarit (1104), a la meitat nord de la Franja, van ser conquerides pels aragonesos. Però van ser repoblades amb catalans originaris dels comtats independents del Pallars i l’Urgell, perquè els aragonesos no tenien prou recursos demogràfics per a aquella empresa repobladora. Això vol dir que la presència de la llengua catalana en aquest racó de l’Aragó es remuntaria gairebé a un segle abans de la conquesta de Fraga. I si acceptem la tesi de molts filòlegs (com Menéndez Pidal, gens sospitós de ser catalanista), que sostenen que el llatí vulgar que s’havia parlat a la vall dels rius Noguera Ribagorçana i Éssera evolucionaria a català i, per tant, que el comtat medieval de la Ribagorça hauria estat catalanoparlant, podríem afirmar que el català i l’aragonès són les dues llengües romàniques més antigues de l’Aragó.

El Matarranya


La vall del riu Matarranya va ser conquerida durant el regnat d’Alfons-Ramon, fill i successor de Ramon Berenguer IV i de Peronella. Per tant, és la primera operació expansiva conjunta catalanoaragonesa (1168-1179). Però la seva adscripció seria polèmica. Perquè, si bé el Matarranya era la vall bessona del Cinca (si fem un plec sobre el mapa a partir de la ratlla de l’Ebre, els dos cursos fluvials se superposen) i, per tant, era la projecció expansiva de Fraga, es decidiria que, en virtut de la vella divisòria del segle IV entre les arxidiòcesis de Tarragona i de Saragossa que seguia el curs del riu Algars (a l’est del Matarranya), Faió, Nonasp, Favara, Maella, Calaceit, la Vall de Tormo, Cretes, Vall-de-roures i Beseit —repoblades amb catalans originaris de les planes de Lleida i, per tant, catalanoparlants— serien incorporades a l’Aragó.

Retrat de Jaume I / Font: MNAC

La Franja


La societat contemporània de la Ribagorça, de la Llitera, del Baix Cinca i del Matarranya és el resultat d’un procés de formació que es va forjar durant els segles centrals de l’edat mitjana. Per tant, la societat de la Franja és de naturalesa aragonesa i de llengua i cultura catalanesAragonesos de llengua catalana des de l’inici de la història de l’Aragó. Tan aragonesos com els habitants de les valls d’Ansó i d’Echo, a l’extrem nord-occidental de l’Aragó, darrer reducte de la llengua aragonesa. I tant o més aragonesos que els habitants de Saragossa o d’Alcanyís, que durant els segles XVI i XVII abandonarien la llengua aragonesa i abraçarien la castellana. Per tant, podem dir que, a l’Aragó, el castellà és l’element intrús, perquè no és present en la seva societat fins sis segles després de la formació de les llengües aragonesa i catalana.

Negar el català als aragonesos de llengua i cultura catalanes


Negar el català als aragonesos que, des de la formació de l’Aragó, són de llengua i cultura catalanes es podria interpretar com un exercici d’absoluta ignorància de la pròpia història. I això no seria cap novetat, venint d’una classe política —no tan sols l’aragonesa— que cada dia se supera exhibint un nivell vergonyós, propi del pitjor de la classe posat a “medrar” en política. Sembla que assistim a la manifestació del fantasma de Calormarde, ministre de Ferran VII i paradigma de la mediocritat intel·lectual més vergonyosa i de la servitud al poder més llefiscosa. Però, en realitat, i tot i que qui ho promou exhibeix el nivell intel·lectual de l’escarabat de la patata, aquesta grollera negació és una estació més d’una operació contra Catalunya que s’escriu des de l’amputació de les parròquies aragoneses de la diòcesi de Lleida. Sixena “dixit”.

Retrat de Jaume II / Font: Bibliothèque Nationale de France

 

[Publicat dins www.elnacional.cat]


quinta-feira, 30 de abril de 2026

La «prioridad nacionalista» vasca con los inmigrantes

El nacionalismo vasco es una ideología fracasada porque, después de casi medio siglo de predominio, ha demostrado que el euskera no es capaz, ni de lejos, de sustituir al español como lengua de uso habitual en el País Vasco.

El lehendakari Iñigo Urkullu junto a Andoni Ortuzar, presidente del PNV, durante la celebración del Aberri Eguna. 

Escrito por Pedro José Chacón Delgado

Con la legalización masiva de inmigrantes a la que estamos asistiendo, el Gobierno vasco ha pedido la inclusión, en el expediente de regulación para el caso vasco de alguna fórmula acreditativa del interés del inmigrante hacia el euskera.  

Su propuesta ha sido ignorada por el Gobierno de Pedro Sánchez con la razonable premisa de que a los inmigrantes hay que tratarlos a todos por igual.  

Y hasta tal punto llega la dependencia del nacionalismo vasco respecto de Sánchez, que ni siquiera EH Bildu ha protestado, salvo por unas tímidas declaraciones de Otegi, cuando sabemos que el tema del euskera es el santo y seña del nacionalismo vasco.  

En realidad, a la hora de justificar ese interés por el euskera, al Gobierno vasco le habría bastado, como le basta en la realidad política y social vasca que conocemos los que vivimos aquí, con que el inmigrante en cuestión presentara un certificado, en este caso de estar matriculado en alguna academia de euskera (euskaltegi).  

Porque así está montado el sistema de euskaldunización en el País Vasco: acreditaciones, exámenes, perfiles lingüísticos y todo lo que pueda ser contabilizado por la Administración, cumpliendo así a la perfección el dicho castizo de "hecha la ley, hecha la trampa", como lo demuestra el uso real del euskera, muy alejado de lo que quisieran las estadísticas oficiales.   

Para el caso de los inmigrantes, desde hace más de veinte años el Gobierno vasco puso en marcha un curso llamado AISA, donde se les introduce a los recién llegados en los rudimentos de la lengua vasca. Dicho curso se basa en dos presupuestos que son los que informan la política de euskaldunización del nacionalismo gobernante y, por tanto, el armazón ideológico mismo del nacionalismo.   

Uno es el de que el País Vasco solo es una parte de un pueblo llamado Euskal Herria ("el país del euskera"), un Estado primigenio que, por una cuestión de fronteras invasoras e impuestas, quedó dividido en dos Estados (España y Francia) y tres regiones: País Vasco, Navarra y el País Vasco francés. Este último, entelequia en el país vecino, con rango administrativo de mancomunidad de municipios, dentro del departamento de Pirineos Atlánticos y con el agua, las basuras y el alcantarillado como casi únicas competencias.   

Lo de que tal pueblo vasco nunca haya protagonizado nada en la historia se explica por la opresión sufrida.   

Y el otro es que en esa Euskal Herria se hablaba antes solo en euskera pero que, debido sobre todo a la invasión española, dicha presencia del euskera retrocedió, ante lo cual surgió el nacionalismo cuyo objetivo sería "normalizar" la situación, es decir, devolver al euskera su pasada condición de idioma principal y con ello la soberanía perdida.   

No ha habido en todo este tiempo que llevamos de democracia, desde que falleció el general Franco, ninguna opción política en el País Vasco que haya cuestionado ese relato ideológico de raíz.  

Para ello habrían bastado dos ideas muy sencillas y sensatas, a mi juicio.   

Una, considerar que una lengua no es un objeto de comunicación químicamente puro, ajeno a las condiciones políticas, sociales, económicas y culturales que genera su uso.   

Y otra, que no es cierto que todas las lenguas sean iguales, porque a la vista está que, con el euskera, por mucho que se apoye desde todos los frentes oficiales, llevamos ya casi cincuenta años de régimen nacionalista y su uso baja hasta en las zonas donde fue mayoritario, como acreditan tozudamente todas las encuestas. Lo cual tiene que ver obviamente con la estructura misma de una lengua que exige que pienses de antemano todos los componentes de la oración antes de decidir qué forma verbal lleva, lo cual no resulta nada práctico para expresar espontáneamente oraciones complejas.   

El curso diseñado desde el Gobierno vasco para los inmigrantes desde hace más de veinte años, llamado AISA, presenta un país al que acaban de llegar que se llama Euskal Herria. España no aparece por ningún lado.   

El curso se desarrolla con unos personajes que interactúan y que enseñan a los estudiantes situaciones básicas de la vida diaria. Y los personajes principales son dos: Elena, colombiana, y Guillaume, francés.   

Hay otros personajes secundarios de otras procedencias, entre ellos, dos marroquíes, un rumano y una polaca. La profesora se llama Aitziber.   

¿A quién representa Guillaume? Se supone que a los inmigrantes europeos occidentales.   

¿Qué porcentaje de inmigrantes de Europa occidental hay en el País Vasco? Muy pequeño, comparado con el de inmigrantes de América del Sur, Magreb o Europa del Este. Y generalmente conformado por personas de alto nivel formativo y económico que lo último que harían sería ponerse a estudiar euskera.   

Y, sin embargo, Guillaume es personaje principal del curso. Junto con Elena, colombiana. Una Elena que habla español, pero llega al País Vasco y, en lugar de integrarse fácilmente gracias a su lengua materna, quiere estudiar euskera y lo va a hacer junto con Guillaume, que es francés y llega a Euskal Herria también con ganas de convertirse en vasco.   

La manipulación ideológica del curso de aprendizaje para inmigrantes del Gobierno vasco se pretende enmascarar de dos maneras: convirtiendo a Guillaume en igual de extranjero que Elena y justificando la no presencia de ningún personaje procedente de otras partes de España en que esos inmigrantes no serían extranjeros en el País Vasco. Pero Guillaume, como ciudadano del espacio Schengen, tiene los mismos derechos que cualquier español para residir en el País Vasco, ¿por qué a efectos del curso se le considera extranjero, como si fuera colombiano o magrebí?    

Lo que nadie que no viva en el País Vasco apreciará fácilmente es que el Guillaume francés está en el curso porque para el nacionalismo vasco su único Estado enemigo es España, no Francia, aunque en el País Vasco francés el euskera no sea ni lengua oficial.    

Y los llegados al País Vasco de otras partes de España no aparecen en el curso no porque no sean extranjeros, sino porque a la gran inmigración española del siglo XX el nacionalismo le quiso dejar claro desde el principio que lo español en el País Vasco solo tiene dos salidas posibles: o convertirse en vasco o no ser nadie.   

A los extranjeros, en cambio, franceses incluidos, se les hace ver que existe una Euskal Herria sin conexión ninguna con España, inculcándoles la ilusión de que no sería necesario saber español para vivir aquí.   

El nacionalismo vasco es una ideología fracasada porque, después de casi medio siglo de predominio, se ha demostrado que el euskera no es capaz, ni de lejos, de sustituir al español como lengua de uso habitual en el País Vasco.   

Pero ellos nunca van a reconocer la evidencia porque el tema del euskera, tal como lo han concebido y manipulado, es su única razón de existencia política. Y con excepción de la élite que maneja el poder y se sirve de él, la mayoría intuye, en el fondo, que vive una pesadilla de la que hay que salir como sea.   

Ojalá que los inmigrantes recién llegados, por su bien, tarden poco en comprender el engaño.


Pedro Chacón es profesor de Historia del Pensamiento Político en la UPV/EHU.

 

[Foto: Efe - fuente: www.elespanol.com]