segunda-feira, 9 de março de 2026

La verità sulla violenta espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 non è una novità

I documenti israeliani recentemente scoperti confermano ciò che i palestinesi affermano da decenni su espulsioni e massacri 

L'espulsione e la marcia per trovare un rifugio sicuro

di Amira Hass

Haaretz

“Migliaia di documenti recentemente scoperti permettono ora di raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948”, dichiara il sottotitolo di un altro inquietante articolo dello storico Adam Raz, pubblicato di recente. Il titolo non coglie nel segno. I palestinesi raccontarono la “vera storia” del ’48 da molto prima che questi documenti emergessero. L’essenza di quella storia è sempre stata chiara: l’esercito ebraico li espulse intenzionalmente, e uno dei mezzi impiegati furono omicidi e massacri.

Il sottotitolo non è del tutto coerente con l’articolo stesso: Raz cita la letteratura e gli studi palestinesi – di Saleh Abd al-Jawad e Adel Manna – basati su testimonianze orali. Questi studi e opere letterarie, anche se pubblicati dopo la Nakba, attingevano alla conoscenza diretta di quanto era accaduto. Questa conoscenza proveniva da centinaia di migliaia di persone che avevano vissuto gli eventi mentre si svolgevano.

Anche se questa conoscenza non fu immediatamente trascritta, verificata con metodi storici convenzionali o tradotta in ebraico, essa trasmetteva la vera storia fin dall’inizio. Era la conoscenza degli espulsi, dei sopravvissuti, degli “assenti presenti”, delle sorelle in lutto e degli abitanti del villaggio che cercavano di raggiungere – “infiltrarsi”, nel nostro linguaggio – i loro vigneti per raccogliere i frutti dagli alberi piantati dai loro genitori. Apparteneva ai giovani che cercavano vendetta con le armi, agli studenti che cantavano il ritorno in patria e ai fondatori delle organizzazioni di liberazione.

Presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che vengono alla luce significa concedere all’autore del reato in esclusiva la prima e l’ultima parola nello stabilire quale sia la storia vera.

Le ipotesi dei ricercatori – e spesso le loro conclusioni esplicite – tratte da queste testimonianze e dal chiaro schema che ne emergeva si sono dimostrate più accurate delle affermazioni di coloro che davano priorità ai documenti scritti sopra ogni altra cosa. Ad esempio: che l’espulsione fosse pianificata piuttosto che spontanea e che gli atti di massacro fossero più numerosi di quanto inizialmente riportato.

Raz osserva che dei 17 milioni di documenti conservati negli Archivi di Stato israeliani e negli Archivi dell’IDF e dell’Ente di Difesa oltre 16 milioni sono inaccessibili al pubblico. Il loro occultamento è deliberato. Si può ragionevolmente supporre che se questi documenti avessero contraddetto le testimonianze orali sulla Nakba e sulla Guerra d’Indipendenza ebraica lo Stato si sarebbe affrettato a renderli pubblici.

Quindi un sottotitolo più accurato avrebbe potuto recitare: “Migliaia di documenti scoperti per caso e rivelati grazie ai tenaci sforzi dell’Istituto Akevot [Organizzazione fondata nel 2014 con l’obiettivo di sostenere il lavoro dei difensori dei diritti umani anche ampliando l’accesso del pubblico agli archivi del governo israeliano, n.d.t.] confermano la vera storia raccontata dai palestinesi sul ’48 – una storia che la società israeliana si è rifiutata di ascoltare”.

“La storia di ogni società esistita fino ad oggi è la storia di lotte di classe… oppressori e oppressi… in costante opposizione l’uno all’altro”, scrissero Karl Marx e Friedrich Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”. Potremmo ampliare questa formulazione per includere le lotte di genere, interetniche e nazionali. La verità sullo sfruttamento, l’oppressione e il profitto a spese altrui esiste con o senza documentazione.

I documenti – soprattutto quelli prodotti dagli oppressori e profittatori, da chi ha espulso e da chi ha massacrato – aggiungono dettagli cruciali. Consentono precisione: la sequenza degli eventi, le date, i tipi di armi e munizioni, i nomi di coloro che hanno impartito gli ordini, nonché i moventi e gli obiettivi definiti dai loro autori. Ma presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che essi vengono alla luce – significa concedere in esclusiva all’autore del reato la prima e l’ultima parola nello stabilire la verità storica.

Questa assurda gerarchia è familiare a qualsiasi giornalista che si occupi di questioni palestinesi e non consideri il proprio ruolo come un rafforzamento della narrazione israeliana sulla sicurezza. Le testimonianze palestinesi sono generalmente considerate dagli israeliani come materiale giornalistico di qualità inferiore. Un video o una foto incriminanti – ad esempio, di un attacco di coloni, di abusi da parte di un soldato o di una guardia carceraria, o di un detenuto rilasciato dalla custodia dell’Israel Prison Service che sembra appena uscito da un campo di concentramento – hanno maggiori probabilità di essere accettati come prova credibile.

In cima a questa gerarchia di “verità” c’è il documento segreto israeliano trapelato o la dichiarazione di un funzionario israeliano. Ottenere tale materiale è considerato giornalismo investigativo. Di solito conferma – spesso non in tempo reale e solo dopo che sono già stati arrecati gravi danni – le testimonianze palestinesi, respinte come inferiori, accumulate in precedenza.

Ad esempio: il movente dell’espropriazione alla base della dichiarazione di “zone di tiro”, la forza sproporzionatamente letale usata per reprimere le manifestazioni nelle prime settimane della seconda intifada, il fuoco delle IDF contro gli abitanti di Gaza in fuga con bandiere bianche durante la guerra del 2008-2009, l’uso proibito del fosforo bianco contro i civili e la designazione di intere famiglie come obiettivi legittimi nella guerra del 2014. Queste pratiche non sono iniziate il 7 ottobre 2023. Eppure, i resoconti basati sulle testimonianze palestinesi acquisiscono valore solo una volta confermati da un’autorità della sicurezza[israeliana] o da un documento scritto israeliano.

A causa di questa gerarchia giornalistica distorta, quando le testimonianze orali si accumulano – una dopo l’altra, rivelando lo stesso schema in luoghi e tempi diversi, come l’uccisione di palestinesi, compresi bambini, che non rappresentavano una minaccia per nessun soldato – una singola smentita da parte del portavoce delle IDF è sufficiente a spingerle nella cantina dell’attenzione pubblica israeliana.

Ma per quanto profonda possa essere quella cantina, la vera storia – del nostro potere distruttivo, letale, espropriante ed espulsivo – rimane intatta e valida, e va ricercata al di fuori di questo potere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

[ Foto: Rafi Kotzer - articolo riprodotto su www.zeitun.info]

domingo, 8 de março de 2026

Antonio Lobo Antunes, o escritor sen Nobel que converteu nun milagre a literatura

Antonio Lobo Antunes deixa este mundo tras crear algunhas das máis fermosas páxinas da historia da escritura 

Escrito por Ramón Loureiro 

Por desgraza, é certo: Antonio Lobo Antunes xa habita o que nós chamamos morte. Foise a vivir alén do río, á eternidade. E un, envolvido na dor que trae consigo a noticia da súa marcha —a noticia da desaparición dun dos máis grandes autores que lle deu ao mundo a literatura europea—, non quere dicir o que, no seu momento, xa Torga dixo de Pessoa: que o seu país o viu pasar sen preguntarse quen era. Porque o certo é que Portugal, o noso querido Portugal, o noso Portugal irmán, si foi moi consciente da grandeza da obra de Lobo Antunes. Como tamén o foi España, grazas ao esforzo, entre outros, de Dolores Vilavedra, de Mario Merlino e do conde de Siruela. Pero o mundo das letras (e que significará iso do mundo das letras...?), en xeral, non estivo á altura dun creador que abriu novas portas á escritura, como no seu momento as abriron Joyce (Si, si, Joyce, estou a dicir exactamente o que digo...!) ou Faulkner.  

E son moitos quen se pregunta, a esta hora, por que Lobo Antunes non recibiu o Premio Nobel de Literatura. Por que foise sen ese galardón que tampouco recibiu Antonio Tabucchi (como non o recibiron, polo menos ata o de agora, nin Pierre Michon nin Claudio Magris). Nós poderiamos responder a esa pregunta, e saír do paso, esgrimindo un tópico vello: que os premios, aos libros, non lles cambian nin unha soa coma; ou dicindo o que Tabucchi díxome un día, cando lle preguntei precisamente polo Nobel: que escribir é algo tan fermoso que non merece a pena perder o tempo pensando en galardóns, en cousas como esa. Pero non é bo, ou polo menos así mo parece a min, que o tempo de Lobo Antunes non fose capaz de recoñecer que tiña ante si a un escritor que fixo que as nosas vidas fosen mellores e que nos ensinou a ver máis aló as sombras.  

Hai libros que son para grandes lectores, é verdade. Libros, como os de Antonio Lobo Antunes, que esixen, de quen os le, un esforzo que ás veces roza o titánico. Pero eses libros (non están vostedes de acordo comigo...?) fan que as nosas vidas merezan ser vividas. Ningúns, e quero dicilo en voz ben alta, estaremos en débeda con Lobo Antunes sempre... e para sempre. Foise sen que puidésemos darlle as grazas, e iso, neste instante, aínda fai máis grande a nosa dor.  

 

[Imaxe: BENITO ORDOÑEZ - fonte: www.lavozdegalicia.es ]

Trump-Netanyahu: el perro y la cola

 

Escrito por Moshé Machover 

¿Cuál es la base de la relación entre Estados Unidos e Israel? Ha habido un animado debate sobre esto desde 2006, inicialmente provocado por un artículo y luego un libro de dos politólogos estadounidenses de la escuela realista, John Mearsheimer y Stephen Walt.(1) 

Básicamente, su argumento es que la política de los Estados Unidos hacia Oriente Medio está dictada por el lobby pro-Israel. Con juicio no se refieren al "lobby judío", porque reconocen que la mayoría de este lobby no es de hecho judío. Hay muchos más partidarios fundamentalistas cristianos de Israel que judíos. Una institución importante en este lobby es el Comité de Asuntos Públicos de Israel de Estados Unidos, que es un comité de coordinación para movilizar el apoyo a Israel. 

¿Es correcto el análisis de Mearsheimer-Walt? Hay quienes en la izquierda defienden un análisis similar - una versión muy cruda es la de James Petras, un exacadémico estadounidense que escribió muchas cosas interesantes sobre América Latina, pero que en relación con Israel de repente se convirtió en un patriota estadounidense, afirmando que "estamos colonizados por Israel". Esta visión la llamo "Itwad" - "La cola israelí mueve al perro estadounidense".  

Otro aspecto de esta teoría es que el lobby israelí influye en la política de los Estados Unidos de una manera que va en contra de los intereses reales de los Estados Unidos. Petras fue especialmente insistente sobre ello, al igual que Mearsheimer y Walt. Pero esta teoría muestra deficiencias tanto desde el punto de vista del materialismo como de la dialéctica.  

Ian Donovan ha propuesto una especie de explicación materialista: argumenta que todo es obra de los capitalistas judíos-sionistas estadounidenses, que están en la vanguardia del imperialismo (esta "teoría" suena materialista debido a su referencia a los capitalistas). Tiene razón cuando dice que los judíos están sobrerrepresentados entre la clase capitalista estadounidense. La proporción de judíos (dependiendo de cómo se definan) en la población general de los Estados Unidos es de alrededor del 2,5% y entre los capitalistas estadounidenses la cifra es ciertamente mayor (por supuesto, los judíos en Estados Unidos no son el único grupo étnico o religioso sobrerrepresentado en la clase capitalista). 

Sin embargo, ¿estos capitalistas judíos realmente necesitan influir en la política de Estados Unidos de esa manera? ¿Los capitalistas estadounidenses que son judíos tienen intereses distintos de los capitalistas estadounidenses en general? ¿Tienen un interés material especial en Israel? No hay evidencia de esto. (Como por otro lado es ridícula la idea de que la política exterior de los Estados imperialistas está dictada por individuos ricos).  

Tomemos, por ejemplo, el famoso caso de Sheldon Adelson, un importante capitalista y partidario de Israel. ¿Tenía alguna inversión en Israel? Si: invirtió en un periódico diario gratuito, Israel HaYom, que es una hoja de propaganda para Benjamin Netanyahu. Pero lo hizo como una contribución política: no tenía ningún interés material en Israel, pero era un magnate del juego de Las Vegas. ¡No es una posición muy estratégica desde la que influir en la política de los Estados Unidos en Oriente Medio! 

¿Qué parte del capital influye realmente en la política de los Estados Unidos en Oriente Medio? Lo sabemos de buena fuente: el complejo militar-industrial. El discurso de despedida del presidente Dwight D Eisenhower a la nación en 1961 advirtió que el complejo militar-industrial tiene una "influencia injustificada" en la política y debe detenerse (en relación con Oriente Medio, añadiría las corporaciones petroleras). Son las corporaciones, no los capitalistas individuales, las que ejercen una influencia oculta en la política y hay mucha evidencia de que el complejo militar-industrial tiene una participación directa en Israel. Puede que Sheldon Adelson no haya tenido una participación material, pero esta sección del capital de los Estados Unidos sí la tiene e Israel está fuertemente integrado con ella.   

La colección de evidencias más importante de esto se puede encontrar en el informe publicado en 2011 por el Instituto de Washington para la Política del Cercano Oriente, escrito por Robert Blackwill y Walter Slocombe. Se publicó un resumen del informe en el Los Angeles Times. Pero hay pruebas más antiguas. El experto israelí Yoram Ettinger, presidente de proyectos especiales en el Ariel Center for Policy Research, escribió en 2005 que la relación entre Israel y los Estados Unidos no era unilateral: Israel proporciona servicios importantes. Citó al exsecretario de Estado de los Estados Unidos y excomandante de la OTAN, Alexander Haig, quien dijo que apoyaba a Israel porque es "el portaaviones estadounidense más grande del mundo que no puede ser hundido, no lleva ni un solo soldado estadounidense y se encuentra en una región crítica para la seguridad nacional estadounidense". 

En lo que Ettinger se concentró principalmente fue en la contribución de Israel al complejo militar-industrial, especialmente en términos de tecnología moderna de TI y robótica. Israel es pionero en la producción de drones y en el uso de drones para la vigilancia y el asesinato, particularmente relevante desde que los drones se convirtieron en una herramienta importante de dominación global de los Estados Unidos. En este nicho, Israel ha desempeñado un papel vital para el complejo militar-industrial. El vicepresidente de la compañía que produce los aviones de combate F-16 fue citado por Ettinger diciendo que Israel es "responsable de 600 mejoras en los sistemas del avión, modificaciones estimadas en valor de miles de millones de dólares, lo que ahorró docenas de años de investigación y desarrollo".(2) Israel se especializó en esto, en ausencia de su propia industria pesada. Las empresas estadounidenses proporcionaron el hardware, pero las empresas israelíes proporcionaron experiencia científica y electrónica vital y fueron responsables de muchas mejoras. 

Continuó: 

"El uso de armas estadounidenses por parte de Israel garantiza nuestra existencia, pero al mismo tiempo otorga a las industrias militares estadounidenses una ventaja competitiva, en comparación con las industrias europeas, al tiempo que impulsa la producción militar estadounidense, produce empleos estadounidenses y mejora la seguridad nacional de Estados Unidos. Japón y Corea del Sur, por ejemplo, prefirieron el avión espía Hawkeye y el helicóptero MD-500, ambos comprados y actualizados por Israel, a aviones británicos y franceses comparables". 

Este es el papel internacional de Israel y su vínculo con la dominación global de los Estados Unidos. No tiene nada que ver con los capitalistas judío-sionistas: tiene que ver con el complejo militar-industrial.  

Contribución israelí  

Ahora permítanme citar el informe de Blackwill y Slocombe. En primer lugar, subrayan un punto muy pertinente que yo también he hecho, usando palabras diferentes: la relación de Estados Unidos con Israel es diferente de las que tiene con cualquier otro país de la región: "En un contexto político, es importante señalar que Israel, a diferencia de otros países de Oriente Medio cuyos gobiernos son socios de los Estados Unidos, ya es una democracia estable, que no será barrida por un levantamiento repentino o una revolución explosiva: un hecho que puede volverse más importante en el turbulento período que se avecina". (3)  

Esta es una referencia a lo que sucedió en Irán, cuyo régimen fue "socio" de los Estados Unidos, pero fue barrido por la revolución de 1979. Blackwill y Slocombe continúan: 

"Además, a pesar de todas nuestras disputas periódicas, el pueblo y los políticos de Israel tienen una perspectiva proestadounidense profundamente arraigada que es uniformemente popular entre el pueblo israelí. Por lo tanto, el apoyo de Israel a los intereses nacionales de los Estados Unidos está estrechamente entretejido con la cultura política democrática israelí, una característica crucial que actualmente no se encuentra en ninguna otra nación del Gran Oriente Medio". 

Y detallan las diversas formas en que Israel ayuda al complejo militar-industrial. Esto es del resumen del informe del Los Angeles Times

"A través de la formación conjunta, los ejercicios y los intercambios sobre la doctrina militar, los Estados Unidos se han beneficiado en las áreas de la lucha contra el terrorismo, la inteligencia y la experiencia en la guerra urbana. Cada vez más, la seguridad nacional y las agencias militares de los Estados Unidos están recurriendo a la tecnología israelí para resolver algunos de sus problemas técnicos y estratégicos más molestos. 

Este apoyo incluye asesoramiento y experiencia en técnicas de detección conductual para la seguridad de los aeropuertos y la adquisición de un sistema de radar táctico producido por Israel para mejorar la protección de una fuerza hostil. Israel ha sido líder mundial en el desarrollo de sistemas aéreos no tripulados, tanto para la recopilación de inteligencia como para el combate ['combate' aquí significa asesinato], y ha compartido con el ejército estadounidense la tecnología, la doctrina y su experiencia con respecto a estos sistemas. Israel también es un marcapasos global en la protección de vehículos blindados, la defensa contra los cohetes de corto alcance y las técnicas y procedimientos de la robótica, todos los cuales ha compartido con los Estados Unidos".(4)   

Y aquí viene un pasaje muy notable. He citado a Haig refiriéndose a Israel como un portaaviones insumergible sin soldados estadounidenses en él, pero aparentemente este ya no es el caso: 

"En defensa antimisiles, Estados Unidos tiene una asociación amplia y multifacética con Israel. Las defensas antimisiles nacionales de Israel, que incluyen el despliegue estadounidense en Israel de un avanzado sistema de radar de banda X y más de 100 militares estadounidenses que lo manejan [la primera admisión que he visto de tropas estadounidenses estacionadas en Israel], serán una parte integral de una defensa antimisiles más amplia que abarca Europa, el Mediterráneo oriental y el Golfo Pérsico para ayudar a proteger a las fuerzas y aliados estadounidenses".(5)   

Y así sigue y sigue -podemos ver que el papel de Israel como aliado de los Estados Unidos no es solo regional. Tenga en cuenta que hay una sinergia muy íntima entre la industria militar israelí y el complejo militar-industrial estadounidense. Si cree que Eisenhower tenía razón (y yo lo creo), entonces esto proporciona una base material para la relación muy especial entre estos dos Estados. 

Quiero citar de otra fuente: un comentarista de izquierda, William Greider, discutiendo un informe recientemente publicado por el Instituto de Análisis de Defensa en Washington, que data de 1987. Señala que el informe confirma implícitamente el hecho de que Israel tiene armas nucleares; esto es, por supuesto, un secreto a voces. Dice: "Sin embargo, el mensaje más poderoso de la IDA puede no ser lo que dice sobre las armas nucleares de Israel, sino lo que transmite sobre la relación entre Estados Unidos e Israel. Se asemeja a un matrimonio tecnológico que a lo largo de décadas transformó la naturaleza de la guerra moderna de muchas maneras". (6)   

Tenga en cuenta las implicaciones globales de esto. El artículo continúa:  

"La mayor parte del informe es realmente una encuesta detallada del papel colaborativo de Israel en el desarrollo de tecnologías críticas, la base de investigación e industrial que ayudó a generar armamentos avanzados de todo tipo. La mayoría de los estadounidenses, incluyéndome a mí, están acostumbrados a asumir que el complejo militar-industrial de los Estados Unidos inventa y perfecciona deslumbrantes innovaciones, y luego comparte algunas con aliados especiales como Israel".  

Eso no está del todo mal, pero el informe de la IDA sugiere un entendimiento mutuo más significativo. Estados Unidos e Israel son más como una asociación de alta tecnología muy sofisticada que colabora en las fronteras de la física y otras ciencias para producir el armamento de última generación que ahora define la guerra moderna. En la década de 1980, los dos Estados estaban compartiendo y polinizando su investigación en defensa a un nivel muy avanzado. 

Hoy tenemos como resultado el "campo de batalla electrónico" y muchas otras innovaciones increíbles: 

*Comandantes de tanques con mapas de pantalla pequeña que muestran hacia dónde se mueven sus adversarios. 

*Pilotos a reacción que disparan bombas guiadas por ordenador.  

*Barcos en el mar que lanzan misiles sobre el horizonte y golpean objetivos a 1.000 millas de distancia...  

Estos expertos hablaban en la década de 1980 sobre los desafíos tecnológicos que fueron precursores de las deslumbrantes innovaciones que ahora son estándar.  

Las guerras de Oriente Medio se convirtieron en el campo de pruebas con fuego real, donde se perfeccionaron nuevos sistemas: "Los científicos de Rafael [otro centro israelí] han ideado una forma ingeniosa de usar las propiedades de un plasma de descarga brillante para detectar microondas y ondas milimétricas", dijo el informe. "El atractivo del proyecto radica en la capacidad de la descarga para soportar los efectos de las armas nucleares". 

Esta observación me dio escalofríos porque los científicos de defensa serios aún no han encontrado una manera de que los seres humanos "resistan los efectos de las armas nucleares".  

Dialéctica  

Me he referido al materialismo y a la base material de la relación entre Estados Unidos e Israel, pero ¿qué pasa con la dialéctica? Nadie puede negar que el lobby proisraelí tiene una inmensa influencia política en los Estados Unidos - es un hecho observable.   

La pregunta es, ¿por qué se le permite tener este poder? ¿Está más allá del poder de los motores reales del capitalismo estadounidense movilizar, si quisieran, suficientes fondos para contrarrestar este lobby? Después de todo, las corporaciones ahora son consideradas como personas a efectos de contribuciones políticas en los Estados Unidos. Si el complejo militar-industrial sintiera que el lobby israelí en los Estados Unidos va en contra de los intereses estadounidenses, seguramente podría contrarrestarlo. Sin embargo, no tienen ningún interés en hacerlo. Lo que Aipac y otros organismos de este tipo pretenden hacer es simplemente silenciar la disidencia contra la política de Oriente Medio de los Estados Unidos y el apoyo estadounidense a Israel, en interés del verdadero motor del capitalismo estadounidense.   

¿Qué pasa con la afirmación de que esta política contradice los intereses de los Estados Unidos de otras maneras? Blackwill y Slocombe tratan esta cuestión dialécticamente, como ocurre, aunque, por supuesto, no son marxistas de ninguna manera. Dicen: "Está bien, Estados Unidos tiene intereses conflictivos. Esto sucede en relación con Israel y en relación con cualquier otro de nuestros aliados en Oriente Medio". Especialmente hoy en día (aunque siempre ha sido así hasta cierto punto), los intereses de cualquier poder imperialista no son del todo coherentes. No existe tal cosa como el interés estadounidense: se trata de intereses conflictivos, que tienen que ser equilibrados. Blackwill y Slocombe muestran que de ninguna manera el apoyo estadounidense a Israel daña los intereses de Estados Unidos hasta tal punto que sea contraproducente. La contradicción con otros intereses estadounidenses es una cuestión de la dialéctica de los intereses de cualquier poder. 

Por cierto, esto no se aplica simplemente a los Estados. Ninguna clase o  potencia en el mundo tiene intereses que sean completamente monolíticos y coherentes. Siempre hay algún conflicto que tiene que resolverse de una manera u otra. 

Así que mi conclusión es que Israel seguirá siendo en el futuro previsible el principal aliado de Estados Unidos en Oriente Medio y continuará causando problemas con respecto a su relación con Irán.

Notas:

  1. 'The Israel lobby' London Review of Books 23 de marzo de 2006:www.lrb.co.uk/v28/n06/john-mearsheimer/the-israel-lobby. Véase también J Mearsheimer y S Walt El lobby israelí y la política exterior de los Estados Unidos, Nueva York 2007. ↩︎

  2. Y Ettinger, 'Interdependencia militar estadounidense e israelí':www.freeman.org/serendipity/index.php? /archivos/46-Yoram-Ettinger-AMERICAN-AND-ISRAELI-MILITAR-INTERDEPENDENCE.html. ↩︎

  3. R Blackwill, W Slocombe Israel: un activo estratégico para los Estados Unidos, Washington 2011, p14. ↩︎

  4. Los Angeles Times 31 de octubre de 2011. ↩︎

  5. Esta es una referencia a las torres gemelas operadas por Estados Unidos cerca de Dimona, que son las torres de radar más altas del mundo. Ver.wikipedia.org/wiki/Dimona_Radar_Facility. ↩︎

  6. W Greider, "Es oficial: el Pentágono finalmente admitió que Israel también tiene armas nucleares" The Nation 20 de marzo de 2015.↩︎ 

 
veterano militante socialista antisionista israelí que fue cofundador de la extinta Organización Socialista de Israel (Matzpen). En la actualidad, vive en Londres. Es profesor emérito de filosofía del King's College, de la Universidad de Londres. Su libro más reciente sobre el tema es Israelis and Palestinians: conflict and resolution, London 2012.



[Fuente: www.weeklyworker.co.uk/worker/1573/the-dog-and-the-tail/ - reproducido en www.sinpermiso.info]

Vicent Flor: «Els maltractadors de la dictadura franquista eren persones normals»

Vicent Flor (València, 1971), antropòleg, sociòleg i gestor cultural, autor d’un grapat d’assajos sobre la identitat valenciana, va debutar com a novel·lista el 2022 amb una novel·la, 'El carrer de baix' (Premi Joanot Martorell), en què ficcionava i feia literatura a partir de colpidores experiències personals. Quatre anys i escaig després, torna amb una segona novel·la, 'Terres bàrbares', que explica una història de ficció sobre un periodista que descobreix un sòrdid secret familiar relacionat amb la lluita antifranquista.

El sociòleg, assagista i escriptor Vicent Flor 

Escrit per Xavier Aliaga 

Entrevistem l’autor poc abans de la presentació a la Llibreria Fan Set, en un vestíbul del Centre Octubre de Cultura Contemporània amb molt de públic, persones properes, gent de la cultura, de l’àmbit del valencianisme, on ha militat molts anys, però també curiosos. Vicent Flor és un novel·lista que comença, amb els avantatges de la maduresa i la pedra picada en l’àmbit de l’assaig, però la seua trajectòria pública és extensa i reconeguda. A més, hi ha afegit una vocació narrativa tardana però fructífera.

Expliques en els agraïments que Terres bàrbares, tot i incloure alguns personatges reals, és una obra de ficció pel que fa als protagonistes. És una reacció, d’alguna manera, a un primer llibre amb molta implicació personal? Una forma de distanciar-s’hi?

—En Terres bàrbares hi ha molta més ficció que en El carrer de baix, sí. La vida d’una persona no dona per a tant. I la meua tampoc [riures]. A mi, sobretot, m’interessa que les històries siguen potents, perquè com a lector m’agrada això. I en Terres bàrbares necessitava recórrer a coses que m’he inventat a partir d’elements reals.

Sovint s’ha tractat la qüestió de l’antifranquisme des d’un punt de vista èpic, heroic. Sense desvelar massa, Terres bàrbares aborda un vessant menys complaent d’aquella lluita.

—Bé, és que una novel·la o una pel·lícula no pot ser una història de bons i roïns. Primer, perquè la realitat no és així; els humans no som bons i roïns. Ho som, en combinacions diferents...

En diferents graus.

—En diferents graus. Per tant, una persona bona pot tindre un 20% de maldat, posem per cas. Volia mostrar que la realitat és complexa; si als «roïns» de la dictadura els considerem dimonis, al final els exculpem, perquè no són humans, són bèsties. No. Els maltractadors de totes les dictadures, també la franquista, eren persones perfectament normals. Eren sàdics, però estaven fent el seu treball.

Fins i tot parles d’un torturador que tenia ínfules literàries i inquietuds intel·lectuals.

—N’hi ha diversos. De fet, en el llibre de Lucas Marco Simplemente profesionalidad [subtitulat com Historias de la Brigada Político Social de Valencia] vaig trobar aquella pista. Hi havia membres de la Brigada Político Social que escrivien novel·la o que anaven a tertúlies literàries. Això m’interessava, m’interessaven els matisos. I fer veure que en la part resistent no tot eren heroïcitats, que també hi havia misèries.

Guillem, el protagonista, és un d’aquells personatges en l’abisme permanent. Algú tan atrapat que no pot escapar ni del seu present ni del seu passat.

—Tots, d’alguna manera, estem atrapats per les nostres condicions socials, pels nostres contextos. El que passa és que hi ha contextos més senzills, com el de la nostra generació. Jo nasc el 1971, no tinc vivència de la dictadura, visc en una família de classe mitjana, i m’ha anat bé. Hi ha gent que viu en un context de guerra i repressió, és més complicat viure-hi. Però tots d’alguna manera som hereus dels nostres contextos. En tot cas, crec que amb l’edat, a còpia de colps, som menys dúctils, menys flexibles. Per això volia contraposar a Guillem el personatge de Vera, també periodista però més idealista, perquè és més jove i valenta. Ella té 30 anys i Guillem, que en té 50, n'ha vist de tots colors. Salvant les distàncies, serien com Sancho Panza i el Quixot. 

Vicent Flor, amb la seua segona novel·la en les mans

El dibuix que fa la novel·la de la professió periodística és demolidor. I no seré jo qui et portarà la contrària.

—Els protagonistes són periodistes perquè m’interessa el tema de la veritat i la mentida en les societats contemporànies. I els periodistes són, juntament amb els sociòlegs i altres, els que intenten buscar-la. Hi ha gent que ho té més fàcil, que ho té més difícil, però també intente deixar una escapatòria; també hi ha mitjans dignes, que lluiten contra el poder. En la novel·la apareix un mitjà que fa aquella funció de contrapunt, el que no volia és que un futur estudiant de periodisme no volguera fer la carrera en llegir la novel·la. Crec que hi ha futur, però és ombrívol; en el periodisme i fora del periodisme.

Un periodista era el tipus de personatge que podia furgar millor en el passat familiar?

—Evidentment. M’interessen les novel·les que tracten diversos temes, com en El carrer de baix. I un dels temes és la família, el diàleg amb els pares sempre interromput i sempre insuficient. Aleshores, havia d’acoblar les dues històries, la del franquisme i la història de la família. Per això els personatges són arquetípics, el pare de Guillem i la mare com a contrapunt. Perquè moltes vegades s’ha parlat del dolor que van patir els homes durant la dictadura, però el de les dones s’ha silenciat.

Has parlat del tema familiar, que per a mi és el punt fort de la novel·la. Els moments més colpidors són els de la crònica familiar, d’una família disfuncional a molts nivells, amb episodis molt bèsties que no avançarem. El lector va comprenent coses i comportaments en la mesura que avança la trama, acompanya el protagonista. Això m’ha semblat interessant.

—Volia mostrar al lector que no podem anar amb un discurs maniqueu de bons i roïns. Perquè darrere de la «maldat» hi ha persones que han patit, la qual cosa explica, que no justifica, el seu comportament. El fill narrador en primera persona li atorgava més potència a la trama, descobreix que la mare i el pare no eren el que deien ser. I es troba amb la sorpresa que la biografia del pare era radicalment diferent de com s’havia imaginat. Els fills sempre descobrim tard als pares, els descobrim quan estan morts. La novel·la té a veure amb la qüestió autobiogràfica meua; ahir va fer sis anys que morí mon pare, sis anys de la sensació d’orfandat, de no poder parlar amb ell. Un diàleg interromput, quan podies haver agafat la gravadora. És una sensació molt compartida per molta gent. I jo també l’he tingut malgrat ser sociòleg. També m’ho he plantejat amb els meus iaios, que van viure la Guerra Civil.

Relacionat amb això, hi ha el drama dels fills que pensen que no han escoltat prou els pares, que no han fet prou acompanyament.

—Sempre hi ha eixa sensació. De pares a fills i de fills a pares. Es diu molt dels pares, però també he sentit moltes mares dir que se’ls ha escapat la infantesa dels fills, que no van estar prou amb ells. En realitat, és impossible, la vida és la que és, tenim el temps que tenim. Ara, producte dels avanços científics i mèdics, el final és més llarg. I això genera una reflexió sobre la vida, sobre la nostra mort. Els humans sempre estem comparant-nos, la vellesa és llarguíssima. Abans, la gent es jubilava i pocs anys després moria. Hui no és així, afortunadament. Però hi ha aquell revers.

El sociòleg i escriptor, uns minuts abans de presentar la novel·la a València

 La novel·la dispara a tort i dret. De memòria històrica, de canvis sociològics, de les transformacions urbanes, de l’estat el periodisme. I ho fas amb el bisturí del sociòleg i antropòleg, de l’assagista. Això estava en l’anterior novel·la, però s’ha accentuat ara.

—Doncs mira, amb sinceritat pensava que estava menys accentuat, més matisat. És possible, fugir d’un mateix és molt difícil. En aquesta novel·la ho he intentat. De fet, vaig triar un periodista, i no un assagista, perquè l’alter ego estiguera més distanciat de la meua realitat. Però de vegades intentem una cosa i aconseguim la contrària. Jo tinc la sensació que està menys accentuat, però potser tingues tu raó.

On estarem d’acord és que hi ha una progressió en la tècnica narrativa, en l’ofici de narrador. Entre unes coses i altres, han passat quatre anys des de la primera novel·la.

—Gràcies. Hi ha molt de treball en aquesta segona novel·la. La primera fou un rampell d’inconsciència, diguem-ne. Però en la segona em vaig adonar que el tema era seriós, havia de treballar-la el millor possible, almenys intentar-ho. I en quatre anys i mig, entre altres coses, perquè no soc escriptor professional, aquesta novel·la ha tingut quinze esborranys, tranquil·lament. Això ha fet que estiga més polida. Segurament és insuficient, però ho farem millor en la tercera.

Més que insuficient, perquè el que hi ha està polit, la clau com dius en els agraïments és que t’ha costat llevar coses.

—M’ha costat, però he llevat coses. Més de les que un lector podria imaginar. Del primer esborrany vaig treure quasi el 50% de la novel·la. Després he anat omplint, però sí que he estat capaç de posar el bisturí. En això m’han ajudat molt els lectors i també l’editora, Pilar Beltran, que em convidava a llevar coses d’una manera molt bonica, molt tendra.

Molt amable.

—Molt amable, sí.

En tot cas, hi ha una progressió pel que fa a l’estil, una voluntat de guanyar expressivitat.

—La novel·la és fons i forma. I la forma és molt important. Ho he intentat, he treballat molt el llenguatge, el diccionari de sinònims... Tinc moltes coses per aprendre, però si he tardat molt de temps és perquè he cuidat molt la forma, amb frases amb poques subordinades, tallants... La forma ha d’acompanyar la història, i no podia contar una història dura d’una manera proustiana, per dir-ho d’alguna manera.

També hi ha un treball més conscient pel que fa als girs del relat.

—Sí, perquè El carrer de baix era una història potent, potser no li calia, perquè a més començava amb la mort del fill del narrador. Ací el lector va trobant a poc a poc la veritat, amb algunes colpades pel mig. Perquè la vida també és així. De vegades, les novel·les funcionen de manera més quadriculada, però la vida és aleatòria. Hi ha un punt d’aleatorietat buscada: ara que el lector està tranquil, una guantada; ara que hi ha hagut més intensitat, un poc de pau. La vida és això, una suma de colps i de plaers.

[Fotos de l'autor - font: www.eltemps.cat]


António Sala: «António Lobo Antunes era um falso durão»

Conheceram-se há duas décadas e tornaram-se amigos. « »Unia-nos acima de tudo a ternura. Nós gostávamos um do outro", diz António Sala ao DN. 

«António era daquelas pessoas únicas, única a escrever, única a conviver e a amar as pessoas de quem ele gostava», diz António Sala.Foto: Paulo Spranger/Global Imagens 

Escrito por Carla Alves Ribeiro 

António Sala conheceu António Lobo Antunes há mais de duas décadas. Numa certa noite, em Lisboa, num restaurante, o apresentador da Rádio Renascença viu-o e foi apresentar-se. «A primeira coisa que nos uniu foi o facto de sermos ambos benfiquistas», diz António Sala ao DN.

António Sala chegara há pouco tempo dos Estados Unidos onde tinha sido operado a um tumor na cabeça. «E disse-lhe que uma das coisas que eu, quando estive numa situação mais difícil, pensava, é que não queria perder as minhas capacidades, que esperava que aquilo não me retirasse a capacidade de ver, de ler, de raciocinar e de fazer coisas de que eu gosto, e uma das coisas de que eu gostava - e de que gosto - era de ler as obras dele».

António Sala - foto: Reinaldo Rodrigues

E foi naquele momento que a amizade entre ambos começou. «E logo ali deu-se um clique muito grande e abraçámo-nos», relembra.

António Sala na altura apresentava um programa na Rádio Renascença aos sábados de manhã, o «António Sala aos Fins de Semana», e convidou António Lobo Antunes a participar.

«E ele disse-me, mas eu não gosto de dar entrevistas. E eu respondi que não gosto de fazer entrevistas, gosto de conversar, o que eu faço é conversas. Então e ele disse, se é para conversar consigo, então vamos a isso».

O escritor acabaria por lhe dar várias entrevistas e o contacto entre ambos manter-se-ia. «E foram conversas maravilhosas, únicas. Ficámos amigos, cruzámo-nos muitas vezes, falávamos telefonicamente». Nos últimos anos falavam menos, mas nunca perderam o contacto, diz.

E se o Benfica começou por juntá-los, outros elos surgiram. «Unia-nos acima de tudo a ternura. Nós gostávamos um do outro, e ele disse uma vez uma coisa, num testemunho que ele gravou e que entrou no espetáculo comemorativo dos meus 60 anos de carreira, que dois homens, quando são verdadeiramente homens, e é muito raro, diz ele, encontrar um homem na minha vida, e quando se encontram dois homens a sério, têm de ser forçosamente amigos. Ele tinha por mim um carinho muito grande, e eu também».

António Sala diz que «ele era um falso duro, um falso durão. Ele era rebelde na forma como dava certas respostas, ele tinha às vezes determinadas respostas, até em entrevistas que dava para os jornais, para a televisão, para os media, ele era às vezes contundente, e era pouco aquilo que se pode chamar politicamente correto em determinadas coisas. Mas depois, entrando na alma e conhecendo-o mais de perto e como amigo, de uma forma mais profunda, ele não era um tigre, era um gato, doce».

Para António Sala, «o António era daquelas pessoas únicas, única a escrever, única a conviver e a amar as pessoas de quem ele gostava, os amigos, a família, e o Benfica, sempre». 

 

[Fonte: www.dn.pt]