terça-feira, 3 de novembro de 2026

Tout est moche dans ce qui arrive à l’écrivain Thélyson Orélien

Lâché par sa maison d’édition au Canada, l’auteur canadien d’origine haïtienne reconnaît avoir eu recours à l’intelligence artificielle, mais seulement pour des “recherches historiques”. Bouc émissaire d’une situation qui lui échappe, le cas Orélien est devenu le symbole d’une rupture qui fera date dans l’histoire de l’écriture. 

Écrit par Jean-Marie Durand 

Tout est moche dans ce qui arrive à l’écrivain Thélyson Orélien dont la maison d’édition Boréal vient de confirmer, après des semaines de soupçons répétés, que l’auteur du roman C’était ça ou mourir avait bien eu recours à l’intelligence artificielle. Dans un entretien téléphonique accordé à Libération, il reconnaît lui-même avoir eu recours à l’IA pour des “recherches historiques”, tout en réfutant l’avoir utilisée pour rédiger son texte. En étant tout à fait prêt à le croire, et à considérer brutale son excommunication du paysage des lettres, sa mésaventure signe, de fait, une rupture qui fera date dans la longue histoire de l’écriture, pourtant riche en manipulations et falsifications.

Elle ouvre une nouvelle ère du soupçon, en élargissant ce que d’aucuns appellent aujourd’hui une nouvelle “blessure narcissique” pour les individus, qui après avoir dû comprendre que la Terre n’était pas au centre de l’univers (Copernic) que l’humain était un animal comme les autres (Darwin) et que le moi n’était pas maître de sa propre destinée (Freud), doivent se résigner au fait que les romancier·ières (et les artistes en général) peuvent les berner en utilisant en catimini des outils techniques au service de leur art. Un “pacte de confiance” implicite entre les auteur·rices et les lecteur·rices saute pour de bon. Le président de l’Académie Goncourt Philippe Claudel parle “d’un virage d’un point de vue ontologique, anthropologique”.

Penser “l’imagination artificielle”

La “mort de l’auteur”, dont l’expression remonte à un essai éponyme de Roland Barthes publié en 1967, serait-elle advenue avec la prise de conscience de cette extension du domaine de la littérature au-delà de ses propres ressources ? Qui peut sincèrement le savoir ? Comment imaginer le futur du livre autrement qu’en se livrant à un exercice de prophétie absurde ? Chacun·e semble avoir sa théorie sur la question, ce qui d’une certaine manière est plutôt rassurant sur le constat de l’importance symbolique encore réservée à la littérature. Mais ce que l’affaire Thélyson Orélien révèle en tout cas, c’est combien les appels à la pureté – littéraire, technique, politique, existentielle – pourrissent les débats, par ailleurs légitimes sur l’usage de l’IA. Ce qu’Orélien paye forcément, sans que cela ne soit avoué ouvertement, tient à la manière dont il met en scène la condition de l’exil. On ne peut pas exclure que les attaques dont il a été et reste l’objet soient, en grande partie, de nature racistes et conservatrices. 

Mais les attaques fielleuses procèdent aussi d’un certain rapport à la langue, à un certain rapport fétichisé à la créativité de l’auteur·rice vu comme un·e créateur·rice isolé·e du monde, en lévitation au-dessus de ce qui affecte les vies elles-mêmes. Or, l’IA, même si tout le monde la déteste (en l’utilisant), fait partie de ces vies dont les écrivain·es consignent les règles et les usages. Si nous sommes tous·tes plus ou moins attaché·es à l’idée d’une subjectivité et d’un imaginaire absolus de l’auteur, ne serait-il pas temps (parce qu’on n’a plus le choix) de penser “l’imagination artificielle”, comme le font les artistes visuels et chercheurs Grégory Chatonsky et Yves Citton dans un ouvrage paru aux Presses du réel ? Le prompt, l’itération, l’intentionnalité sont en train de devenir des outils au cœur de la responsabilité artistique. On ne peut plus feindre de l’ignorer, quand bien même on veut encore croire au génie unique de l’auteur·rice.

Alors, plutôt que de condamner l’outil en estimant que l’être humain et la technique peuvent se séparer, “comme le corps d’un vêtement” (selon l’expression de Chatonsky), il est temps de prendre la mesure de ce nouvel âge de la création. “Ni l’humain ni l’IA ne créent depuis un point zéro : toute création naît d’un réseau de contraintes, de techniques, de mémoires et de relations”, avance l’artiste-chercheur. “L’enjeu n’est donc pas de savoir qui crée seul, mais ce qui émerge entre l’humain et la machine”. À ses dépens, en traversant une épreuve douloureuse, Thélyson Orélien restera le nom de cette bascule culturelle.

 

[Photo : Joel Saget / AFP - source : www.lesinrocks.com]

Bartov, la sconfitta morale di Israele

 


di Mario Ricciardi

Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.  

Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente? Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.   

Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella pubblica, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano). Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile.  

Omer Bartov è uno storico israeliano che insegna “Holocaust and Genocide Studies” alla Brown University, nel New England. Nato nel 1957 in un kibbutz, da genitori emigrati in Palestina ai tempi del “mandato” britannico, Bartov è cresciuto in un ambiente permeato dalla mentalità del sionismo laico di orientamento socialista. Dopo aver prestato servizio nelle forze armate israeliane nel corso della guerra dello Yom Kippur, si è trasferito negli Stati Uniti dove si è affermato per i suoi studi sull’esercito tedesco e sul ruolo che ha avuto nello sterminio degli ebrei.  

Nel novembre del 2023 Bartov ha scritto un saggio, pubblicato dal “New York Times”, in cui denunciava il pericolo che le operazioni militari in corso a Gaza in reazione al sanguinoso e brutale attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre (cui hanno preso parte anche formazioni minori, e forse gazawi non legati a alcuna organizzazione) corressero il rischio di assumere i caratteri di un genocidio, come questo crimine viene definito dal diritto penale internazionale. In seguito, per via del peggioramento della situazione a Gaza, e dell’inasprimento delle violenze da parte dei coloni israeliani ai danni dei Palestinesi nei territori occupati, Bartov ha sostenuto che la soglia che distingue il pericolo di un genocidio dall’attivo perseguimento di obiettivi genocidari è stata superata. Dall’inizio dell’operazione militare nella striscia di Gaza si stima che siano state uccise più di 75000 persone, tra le quali ci sono anche oltre 200 giornalisti locali, e diverse migliaia di bambini. A cui bisogna aggiungere un numero molto elevato di feriti, molti dei quali hanno subito danni permanenti alla propria integrità fisica, e decine di migliaia di persone che sono state private delle proprie abitazioni, hanno perso quasi tutto, e sono state trasferite con la forza in strutture in cui sono costrette a vivere in condizioni inumane.   

Questa tesi viene articolata in Israel. What Went Wrong? (Fern Press, Londra) un libro pubblicato nel 2026, e tempestivamente tradotto in italiano nel corso dello stesso anno (Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, Laterza, Roma). Aver preso questa posizione ha esposto Bartov a numerose critiche, in patria e da parte dei tanti difensori di Israele in diversi paesi occidentali, che gli sono costate molto sul piano personale. A questi aspetti “privati” l’autore accenna appena nel corso del libro, ma si comprende che sono stati pesanti. Ciò nonostante, la scrittura mantiene un tono pacato, anche quando deve fare i conti con gli aspetti più dolorosi di ciò che sta accadendo a Gaza (come avviene nel capitolo quarto, sul “massacro dei bambini”).   

Negli ultimi mesi, Bartov ha continuato a difendere la propria tesi di fondo, articolandola e approfondendola ulteriormente in altri scritti e interventi. La sua autorevolezza di studioso e il suo profilo di intellettuale progressista, ma non settario, hanno fatto di lui uno dei critici più noti sul piano internazionale delle politiche dell’attuale governo israeliano. La sua attenzione, tuttavia, non si limita a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. Nel libro lo sguardo si allarga assumendo una prospettiva sugli orientamenti politici e culturali di fondo prevalenti da tempo nel suo paese di origine. Sotto questo profilo, il suo ruolo si può paragonare a quello di altri intellettuali e studiosi, come Amos Elon (scomparso nel 2006), David Grossman, Göran Rosemberg e Avi Shlaim, che nel corso degli ultimi decenni hanno criticato e poi messo in discussione la versione edulcorata della storia di Israele riassunta nella formula “una terra senza un popolo per un popolo senza una terra”. Per Bartov è la congiunzione tra una concezione suprematista del sionismo e una visione messianica dell’ebraismo a creare le condizioni per legittimare un uso sproporzionato della forza nei confronti dei civili palestinesi, anche quando non hanno alcun coinvolgimento nelle ostilità.  

Questo aspetto della ricostruzione di Bartov è di particolare importanza. Dopo il 7 ottobre 2023, infatti, si è spesso evocato come “attenuante” per l’uso massiccio e indiscriminato dei bombardamenti a Gaza il “trauma collettivo” provocato dalla violenza dell’attacco guidato da Hamas e dalla crudeltà degli atti compiuti durante quella azione, nel corso della quale sono state uccise 1195 persone di varie nazionalità (13 delle quali probabilmente vittime di “fuoco amico” in applicazione della “Hannibal Directive”) e catturati 251 ostaggi (militari e civili israeliani, tra cui diversi bambini, e anche cittadini di altri paesi). Non si può negare l’orrore di ciò che è accaduto il 7 ottobre. Questa considerazione psicologica, tuttavia, non si può evocare come scusante o come giustificazione sul piano morale o giuridico. Sappiamo infatti che ci sono diversi precedenti di uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano, con la conseguenza di elevate vittime civili, che risalgono almeno all’invasione del Libano nel 1982 e arrivano fino all’attacco a Gaza nel 2014. L’uso massiccio dei bombardamenti non è una semplice reazione emotiva alla brutalità dell’attacco subito, ma l’applicazione di una tattica (la “Dahiya Doctrine”) che è stata esplicitamente enunciata dalle autorità militari israeliane nel 2008 (fa riflettere che il generale che l’ha ideata, Gadi Eizenkot, sia considerato oggi come un plausibile successore moderato a Netanyahu se l’attuale primo ministro perdesse le elezioni).   

Come si è detto, Bartov non è il primo israeliano che critica il governo del proprio paese per il modo in cui vengono gestiti i rapporti con i palestinesi (sia entro i confini riconosciuti dall’ONU, sia nei territori occupati) e per l’uso sproporzionato della forza che in diverse occasioni è seguito a aggressioni da parte dei palestinesi. La letteratura è ampia, e un contributo significativo è stato dato anche da ricercatori e giornalisti che, sia pure con sempre maggiori di difficoltà, hanno documentato la traiettoria di una spirale per cui a ogni violenza segue una reazione ancora più letale fino a arrivare alla distruzione su vasta scala avvenuta a Gaza negli ultimi anni. Così come non mancano i contributi di storici che hanno gettato luce sul carattere brutale della originale espropriazione di una parte delle terre abitate o coltivate dai palestinesi avvenuta durante la Nakba nel 1948.  

A rendere particolarmente significativo il contributo di Omer Bartov sono alcuni aspetti che riguardano il suo profilo di storico e di intellettuale. Come studioso, infatti, Bartov è in condizione di discutere con autorevolezza un tema che è stato talvolta evocato nel dibattito sul conflitto tra Israele e i palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ma che è difficile da affrontare perché va a toccare convinzioni profondamente radicate non solo nel suo paese di origine, ma anche tra gli ebrei della diaspora e più in generale nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali. Si tratta della unicità della Shoah come “male assoluto” che non si dovrebbe dunque mai considerare in una prospettiva comparativa. Specie quando la comparazione riguarda Israele. Bartov ricostruisce con grande lucidità un dibattito che ha coinvolto anche diversi storici israeliani, i quali hanno sostenuto che questo modo di considerare la Shoah ha avuto a lungo l’effetto di inibire la collocazione di questo evento storico, che ha certamente tratti distintivi, nel contesto di altri genocidi che sono stati perpetrati sia prima sia dopo lo sterminio degli ebrei in Europa a opera dei nazisti. Questo ha finito per favorire una torsione del significato dell’espressione “mai più” che viene reinterpretata, anche contro le intenzioni di diversi intellettuali ebrei e israeliani che l’avevano evocata in passato, non nel senso di “mai più un altro genocidio” ma in quello di “mai più un altro genocidio degli ebrei”. Come risulta evidente, nella prima interpretazione la frase assume il valore di una prescrizione morale universale, mentre nella seconda il suo significato viene ristretto fino a escludere altri genocidi dalla sua area di applicazione.   

Passando dal piano morale a quello giuridico, questa interpretazione ristretta del “mai più” entra in contraddizione con quanto prescrive il diritto penale internazionale, che definisce il genocidio in termini universali e non in relazione a un popolo.  

Nella interpretazione di Bartov, questo è stato un fattore non secondario nell’influenzare un atteggiamento “eccezionalista” da parte di settori della politica e della cultura israeliana che ha alimentato un sentimento di impunità rispetto a quelle che, in modo sempre più chiaro, venivano denunciate come violazioni del diritto internazionale da parte delle forze armate e degli apparati di sicurezza di Israele. Richiamando i propri studi sull’esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale, Bartov argomenta in modo convincente che l’accettazione tacita di questa premessa è il presupposto che consente di spiegare un atteggiamento di disumanizzazione dei palestinesi che ha facilitato alcuni dei crimini di guerra avvenuti negli ultimi anni nel corso delle operazioni militari nella striscia di Gaza. Una conferma della correttezza della interpretazione proposta da Bartov si trova in “Naza”, il reportage di due giornalisti israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, che in questi giorni viene proiettato in diverse sale italiane e si può reperire anche on-line. La classificazione delle vittime civili come Naza, cioè come danni collaterali accettabili per colpire un bersaglio ritenuto essenziale dai militari, emerge nel corso delle interviste filmate da Abraham e Szor come un fattore essenziale di una sorta di immunizzazione morale cui gli ufficiali coinvolti nelle operazioni ricorrono, sia pure in alcuni casi con evidente disagio, per giustificare le proprie azioni.  

Vale la pena di sottolineare che le interviste che sono raccolte nel reportage di Abraham e Szor erano già note al pubblico, perché erano state riportate da organi di stampa sia israeliani sia internazionali. La somiglianza tra le giustificazioni fornite da alcuni dei militari tedeschi coinvolti nello sterminio degli ebrei e quelle richiamate dagli ufficiali israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza ha probabilmente avuto un’influenza sul libro di Bartov. Somiglianza, ovviamente, non vuol dire identità. Bartov non afferma che i militari israeliani siano identici ai nazisti, ma impiega il metodo comparativo tipico della storia per mostrare che c’è parziale sovrapposizione tra due fatti storici, ciascuno dei quali conserva caratteristiche distintive che lo identificano.   

La questione del confronto con la Shoah è sullo sfondo di uno dei capitoli più attuali del libro, dedicato alla discussione dell’antisemitismo, e in particolare delle diverse definizioni che ne sono state proposte negli ultimi anni. Bartov, come diversi studiosi, critica la definizione proposta dall’IHRA, che vede nella proposta di similitudini tra il nazismo e le azioni del governo israeliano uno degli esempi di antisemitismo che dovrebbero fare da guida a iniziative specifiche di contrasto che andrebbero adottate dai governi e dalle amministrazioni che vogliono combattere questo odioso pregiudizio. Ciò, come osserva Bartov, andrebbe a discapito della ricerca su questo tema, e costituisce quindi un pericolo per la libertà degli studiosi, e più in generale dell’opinione pubblica, di affrontare anche aspetti spiacevoli o controversi dell’operato del governo israeliano. Nel libro, Bartov propone di adottare invece la definizione inclusa nella “Jerusalem Declaration” di cui è stato tra gli estensori. La ragione principale di questo orientamento è che tale definizione non fa dipendere l’individuazione di cosa sia antisemitismo dagli atteggiamenti e dai giudizi espressi su Israele e sul suo governo. Chi fosse interessato a questo tema, che è al centro di polemiche vivaci per via di una proposta di legge attualmente in discussione nel parlamento italiano che adotta la definizione IHRA, può fare riferimento a un altro libro pubblicato negli ultimi mesi. Si tratta di On Antisemitism. A Word in History (Penguin, Londra 2026; già una tradotto in italiano Sull’antisemitismo, Einaudi, Torino 2026) di Mark Mazower, uno studioso autore di lavori importanti sulla Shoah. La ricostruzione proposta da Mazower è più ampia e approfondita rispetto a quella di Bartov, perché si tratta di una storia dell’antisemitismo, ma le conclusioni cui giungono i due storici convergono nel giudizio negativo sulla definizione IHRA e sugli effetti nefasti che la sua adozione può avere sulla libertà di ricerca e di discussione. Per Bartov e Mazower la definizione di antisemitismo proposta nella “Jerusalem Declaration” è preferibile a quella IHRA perché distingue le critiche di Israele, che vanno discusse nel merito, dal pregiudizio antisemita che esiste, e deve essere respinto con forza tutte le volte in cui riemerge e da chiunque venga riproposto.   

La parte finale del libro di Bartov è dedicata alla discussione dei profili istituzionali che potrebbero indicare una via di uscita dalla situazione attuale. Nel capitolo quinto, viene affrontata la questione costituzionale. Israele non ha attualmente una costituzione scritta (come il Regno Unito) e questo fatto viene visto da alcuni giuristi come una debolezza delle garanzie che sarebbero indispensabili per ostacolare l’attuale deriva verso un sistema politico autoritario nel quale viene messa in atto una forma sempre più brutale di apartheid. Bartov vede con favore questi argomenti, anche se l’esperienza recente degli Stati Uniti (per fare solo l’esempio più noto) dovrebbe raccomandare prudenza nell’affidare la sopravvivenza della democrazia soltanto a un documento, per quanto autorevole come una costituzione. Di particolare interesse, in questo capitolo, sono le critiche di Bartov alle ambiguità del sionismo liberale di giuristi come Ruth Gavison e Aharon Barak, che hanno proposto una caratterizzazione di Israele come una “democrazia giudaica” aprendo la strada a un trattamento differenziato dei palestinesi che appare difficilmente compatibile con i principi enunciati nella dichiarazione di indipendenza del 1948. La lezione dei pensatori repubblicani moderni che si sono collocati nella scia di Machiavelli suggerisce che senza un robusto sostegno popolare ai principi di eguaglianza anche le leggi migliori tendono a perdere la propria capacità di incutere rispetto.   

Nel capitolo sesto, infine, Bartov prova a ragionare sul futuro, discutendo le proposte di soluzione confederale al centennale conflitto innescato dalla colonizzazione di parte della Palestina da parte dei sionisti. Un tentativo nobile, e degno di attenzione, di esercitare una sorta di “ottimismo della ragione” quando tutto – dalla politica interna israeliana alla situazione internazionale – fa pensare al peggio. Le riflessioni di Bartov si concludono, quindi, con messaggio di speranza, che andrebbe raccolto da tutte le persone di buona volontà, ma che deve comunque fare i conti con una situazione interna in Israele che lascia poco spazio a soluzioni come quella auspicata nella parte conclusiva del libro. Questo ci riconduce alle osservazioni da cui siamo partiti, e al ruolo che l’opinione pubblica internazionale può avere per avvicinarsi a una soluzione del conflitto.

In questo momento l’ostacolo più significativo a una svolta è costituito dall’atteggiamento di buona parte dei governi occidentali, che rifiutano di fare fino in fondo i conti con ciò che accade sotto i nostri occhi in ossequio a considerazioni strategiche. L’affermazione del capo del governo tedesco Friedrich Merz, secondo il quale Netanyahu sta “facendo il lavoro sporco per noi” è l’espressione più spudorata di questo atteggiamento. Se la valutazione della situazione in Palestina rimane condizionata dalla miopia dello sguardo occidentale (che per molti versi richiama alla mente quello descritto da Joseph Conrad nel suo romanzo Under Western Eyes) è difficile immaginare che sia possibile trovare una soluzione equa a un conflitto che ha provocato una scia di sangue e lasciato spazio agli istinti peggiori coltivati da chi, da entrambe le parti, ritiene di trarne vantaggio.

 

[Fonte: www.doppiozero.com]

90 anos do Tarrafal - um campo de concentração português

Seguindo o exemplo de Adolf Hitler, Salazar também criou um campo de concentração para presos políticos. Escolheu um local em Cabo Verde, especialmente propício a doenças tropicais, como febres palustres e biliosas. Foi no dia 29 de outubro de 1936 que entrou em funcionamento.

Fotografia aérea de 1937 do Campo de Concentração do Tarrafal. Foto: Omar Camilo

Escrito por Luís Carvalho

Seguindo o exemplo de Adolf Hitler, Salazar também criou um campo de concentração para presos políticos.

Escolheu um local em Cabo Verde, especialmente propício a doenças tropicais, como febres palustres e biliosas. Somaram-se torturas e maus-tratos, subalimentação e negação de assistência médica.

Resultado: ali morreram cerca de 10% dos prisioneiros. Apesar de que eram homens na força da vida, sobretudo entre os 25 e os 45 anos.

Entre os mortos do Tarrafal ficaram dois dos mais importantes líderes do movimento operário português à época: o ferroviário anarquista Mário Castelhano (aos 44 anos) e o torneiro mecânico comunista Bento Gonçalves (aos 40 anos).

Foi no dia 29 de outubro de 1936 que entrou em funcionamento. 

Mário Castelhano e Bento Gonçalves
Foi Salazar que disse

O Dicionário de História de Portugal, dirigido por António Barreto e Maria Filomena Mónica, repete o discurso da ditadura, designando o Tarrafal como “colónia penal”.

E vá de sentenciar que isso de lhe chamar “campo de concentração” era coisa da “propaganda antirregime”. E que dava uma “conotação” abusiva com os “campos de extermínio nazis”.

Acontece que foi a própria ditadura que começou por fazer essa “conotação”.

Fê-lo em janeiro de 1934, logo após reprimir uma revolta contra a dissolução forçada dos sindicatos livres - o 18 de janeiro.

Numa “nota oficiosa”, o governo de Salazar anunciou a intenção de deportar os revoltosos para um “campo de concentração”, que previa instalar em Angola.

Era já o que viria a concretizar dois anos depois no Tarrafal.

Essa “nota oficiosa” está publicada em vários jornais do dia 20 de janeiro de 1934. Por exemplo, no Diário de Lisboa.

E repetiu…

Depois, no decreto que instituiu o Tarrafal, foi novamente o governo de Salazar que o “conotou” com um “campo de concentração”.

Fazendo alusão a um projecto anterior, também em Cabo Verde, afirma que “a colónia penal criada por este decreto poderá instalar-se provisoriamente” utilizando os meios “destinados ao campo de concentração da Ilha de S. Nicolau”.

Este decreto está publicado no Diário do Governo de 23 de abril de 1936.

2ª Guerra Mundial

Em 1936 ainda não existiam os “campos de extermínio” nazis, com câmaras de gás para assassinar populações judaicas numa escala industrial. Esses só surgiram em 1941/42, num contexto radicalizado pela 2ª Guerra Mundial.

Ao criar o Tarrafal, o modelo nazi que Salazar seguiu foi uma coisa diferente. Foi o “campo de concentração” para presos políticos criado por Hitler em 1933, junto à cidade alemã de Dachau. E cujo alvo principal também foi o movimento operário.

O dicionário dirigido por António Barreto e Maria Filomena Mónica confundiu, afinal, coisas diferentes. E que importa saber distinguir?

A Biblioteca Wiener do Holocausto define “campo de concentração” como um “local onde pessoas são concentradas e aprisionadas sem julgamento”, sendo “usualmente exploradas como mão de obra e submetidas a duras condições”, com “desprezo pelas suas vidas e pela sua saúde”.

“Mesmo método”

Indo aos factos, o tal dicionário dirigido por Barreto e Mónica reconhece que no Tarrafal o “processo utilizado para executar adversários do regime” seguiu o mesmo “método, por sinal utilizado em grande escala nos campos alemães”, que “era o da chamada ‘morte natural’ (também assim lhe chamavam os nazis)”.

E descreve a “falta de condições de salubridade e higiene, na subnutrição, na quase inexistência de medicamentos, na recusa de assistência médica e na exposição deliberada ao mosquito da malária”.

Note-se que, no decreto que instituiu o Tarrafal, o governo de Salazar assumiu que escolheu a sua localização “depois de um reconhecimento cuidadosamente feito por técnicos”. O qual concluiu que aquele local era o que “reunia as condições necessárias”, “sob o ponto de vista higiénico”…

“Condenação à morte”

Mais diz o dito dicionário que “acresciam o trabalho forçado, a tortura […] e os espancamentos”. E conclui que era “praticamente uma condenação à morte, ainda que aleatória na escolha das vítimas”.

Aponta ainda que alguns diretores do Tarrafal “confessavam sem problemas a intenção de provocar mortes” e que um até “terá estagiado em campos de concentração alemães e italianos”...

Colonialismo

Com a derrota dos fascismo alemão e italiano, na 2ª Guerra Mundial, as condições do Tarrafal deixaram de ser tão mortíferas. E acabou por ser encerrado ao fim de poucos anos.

Mas voltou depois a entrar em funcionamento, já na década de 1960. Menos assassino, mas como novos métodos de tortura. Nessa nova fase o seu alvo foram militantes dos movimentos africanos de libertação anticolonial. Um dos prisioneiros foi então o escritor Luandino Vieira.

O Tarrafal só foi definitivamente encerrado com a revolta armada que derrubou a ditadura em Portugal, no 25 de abril de 1974.


Luís Carvalho é investigador


[Fonte: www.esquerda.net]

Élections en Israël: le passage de la mer Rouge

 Écrit par Éric Dufeil

On vote beaucoup de par le monde ces derniers temps : Brésil et Serbie le 25 octobre, Israël le 27, Midterms américaines le 3 novembre, législatives espagnoles le 29, en attendant une série non moins importante en 2027 : France, Italie, Pologne... S’agit-il d’un brassage général des cartes sur fond de vague populiste ? Ou bien, selon le prince de Salina dans le Guépard, faut-il que tout change pour que rien ne change ?

On peut se poser la question au vu des résultats en Israël. Ces élections sont les premières depuis la tragédie du 7 octobre, qui vit le pays vaciller sur ses bases, avec un premier ministre, Benjamin Netanyahu, 77 ans, à la longévité exceptionnelle dix-neuf ans dans le poste, quatre ans de plus que Ben Gourion), mais de plus en plus critiqué. Au XXe siècle, en Israël comme aujourd'hui encore au Brésil ou en Espagne, la campagne aurait été un affrontement droite/gauche portant sur les grandes orientations politiques, économiques ou sociales. Mais depuis l’échec des accords d'Oslo et la seconde intifada, la gauche, identifiée généralement au « camp de la paix » alors qu'une majorité d'Israéliens ne la croient plus possible, a considérablement réduit son audience. Elle est aujourd’hui représentée par le parti « les Démocrates » dirigé par Yaïr Golan, et a décroché 8 sièges. C'est le double de ce qu'elle avait auparavant, mais ne lui permet pas de diriger une coalition. Elle est au mieux une force d'appoint et un laboratoire d'idées. Les autres partis, presque tous de droite ou d'extrême droite, n'ont guère de différences idéologiques entre eux. On n'a d'ailleurs presque jamais évoqué leurs programmes, sauf très superficiellement.

C'est ainsi que la campagne s’est focalisée sur la personne du premier ministre, au point de dire qu’il s'agissait d’un référendum pour ou contre lui. Contre : c’est un personnage toxique, de graves soupçons de corruption et de malversation pèsent sur lui et des membres de sa famille ; il a peut-être délibérément ignoré les avertissements qui lui avaient été communiqués sur la préparation du 7 octobre. Avec les alliés d’extrême droite dont il a absolument besoin pour se maintenir au pouvoir, il conduit une désastreuse politique de guerre permanente et d'oppression des Palestiniens, et il est en train de transformer le pays en une démocratie illibérale de plus en plus isolée du reste du monde. Pour : les faits reprochés ne sont pas prouvés. Même s’ils étaient avérés, ils ne sont rien en regard des multiples dangers qui assaillent le pays, dont atteste le 7 octobre. Netanyahu est le meilleur gardien d’Israël et il faut le maintenir au pouvoir pour parachever la réduction de tous ses ennemis, affaiblis mais pas encore vaincus : Hamas, Hezbollah, régime des mollahs, Houtis, milices syriennes et irakiennes, terroristes en Cisjordanie. Voilà les deux narratifs entre lesquels les quelque 7 millions d'électeurs israéliens étaient appelés à trancher. 

Haute en couleur, très fragmentée, en état de recomposition quasi-permanente, la vie politique israélienne fait penser à un kaléidoscope bourré d'énergie. Rien d'étonnant à ce qu’il en sorte parfois des étincelles. Une législature dure au maximum quatre ans, mais des élections anticipées peuvent être organisées. C’est un outil aux mains du Premier ministre, qui peut juger de la meilleure opportunité pour lui et son camp. On y renouvelle la Knesset, assemblée unique de 120 membres, selon un scrutin de liste à la proportionnelle intégrale où Israël, pays d’une taille comparable à la Bretagne, constitue une circonscription unique. Dans le but de limiter la fragmentation politique, la loi prévoit un seuil de 3,25% des votants pour qu’une liste soit représentée. Elle reçoit alors un minimum de 4 députés. Cette clause est importante, parce que selon qu’une "petite liste" réussit ou non à dépasser le seuil, elle peut modifier les équilibres entre les autres listes, et dès lors la formation d’une majorité (61 députés au minimum). C’est le président de la République (Isaac Herzog) qui nomme le Premier ministre, en fonction de sa capacité à réunir une majorité. Netanyahu a subi un incontestable recul, puisque sa coalition passe de 68 à 53 députés et perd du coup sa majorité. En son sein le Likoud, son parti, passe de 36 à 27 députés et est le principal responsable du recul. Une partie de l'opposition souligne qu'une majorité d'électeurs (67 sièges) lui a signifié un rejet sans appel, raison pour laquelle il doit partir. Cette logique imparable, à laquelle on a envie de se rallier pour toutes les raisons qui rendent Netanyahu odieux, est en réalité simpliste.

Car en face l'alternative, qui aurait dû surgir du « bloc de l'opposition » dirigé par Gadi Eisenkot, un ancien chef d’état-major issu d’une famille modeste d’origine marocaine, peine à exister, si tant est qu'elle le puisse. Non seulement ce bloc n’a fait élire que 48 députés, loin des 61 fatidiques, mais encore Yashar ("droit"), le parti d'Eisenkot, n'atteint que 21 députés, 6 de moins que le Likoud. Autant d'arguments en moins devant Herzog pour être choisi comme premier ministre. Avant le scrutin, la plupart des sondages ne voyaient pas l'opposition dépasser 61 sièges, mais la plaçaient devant la coalition de Netanyahu. Ne reculant devant aucun mensonge ni aucune caricature, jouant sur la peur, Netanyahu a renversé la tendance dans la dernière ligne droite, et c’est pour l’opposition un échec puisque le résultat du vote est une impasse : aucune majorité ne se dessine. Israël est une société très particulière. Outre les deux blocs mentionnés, il faut prendre en compte la percée des partis arabes, qui représentent environ 21% de la population. On parle ici des Arabes israéliens, qui vivent dans les limites d'Israël avant juin 1967 et sont citoyens de ce pays, même si c’est plutôt de seconde zone. Grâce à une mobilisation très forte, ils décrochent 19 sièges alors qu’ils n'en avaient que 10 précédemment et apparaissent comme d'incontournables « faiseurs de rois ». Dans n'importe quel autre contexte, il suffirait d'additionner les 48 députés du bloc de l'opposition aux 19 des partis arabes, car tous veulent le départ de Netanyahu et la constitution d’une commission d’enquête indépendante sur le 7 octobre (obstinément refusée par lui), pour constituer une confortable majorité alternative de 67 députés. Ils ont manifesté une ouverture à cet égard, tant ceux de la liste unifiée (11 sièges), que le parti islamiste Ra'am (8 sièges), fût-ce via un soutien parlementaire sans participation ministérielle. Détail significatif : le numéro 2 de la liste Ra'am est un juif nommé Yoav Segalovitch, qui fut un temps ministre de la Sécurité publique. Ils veulent que l'on reconnaisse une bonne fois pour toutes qu'ils sont des citoyens à part entière et ont toute légitimité pour prendre part à la vie politique. Mais c’est encore loin d’être une évidence pour tout le monde.

L'opposition est tout sauf unie, en particulier sur cette question, et le leadership d’Eisenkot, qui doit compter avec des politiciens chevronnés comme Benny Gantz, Yaïr Lapid ou Naftali Bennett, tous d’anciens ministres, alors qu’il est un néophyte en politique, n'est en rien équivalent à celui de Netanyahu, chef incontesté de son camp. Elle menace de se désunir sur la réponse à donner à la situation actuelle. Avigdor Liberman, lui aussi ancien ministre, chef du parti laïque Israël Beitenou (Israël notre maison, 7 députés) et représente habituellement les juifs israéliens venus de l'ex URSS. Très conservateur, il est opposé à toute intégration des partis arabes et pourrait quitter l'opposition pour cette raison. En dépit de ses fortes divergences avec Netanyahu, à qui il reproche ses concessions aux religieux (par exemple sur la conscription ou les subsides), il menace même de rejoindre sa coalition. Gantz est également fermement opposé à une telle intégration et durant la campagne, Eisenkot avait lui-même exclu cette option, sachant qu’elle le couperait de nombreux électeurs. Finalement, seuls les « Démocrates » se sont exprimés clairement en ce sens, rappelant que la loi fondamentale d’Israël stipule l'égalité de tous ses citoyens, indépendamment de leur appartenance ethnique ou religieuse.

Si donc l'opposition dans son ensemble ne peut pas ou ne veut pas entrer dans la logique arithmétique d'une alliance avec les partis arabes, elle est confrontée à trois possibilités qui lui sont toutes défavorables :

. Attendre de nouvelles élections, qui pourraient avoir lieu au printemps 2027, avec l'actuel gouvernement pour expédier les affaires courantes. Netanyahu conserverait l'initiative et pourrait provoquer des tensions, voire une guerre avec l'Iran ou en Cisjordanie, dans le but de faire jouer un réflexe sécuritaire en sa faveur. En outre, il est permis de penser que la mobilisation des électeurs arabes et des Israéliens de l'étranger serait moindre, ce qui favoriserait encore Netanyahu. Le président Herzog appelle à tout faire pour éviter de nouvelles élections. 

. Entrer, au moins pour une partie d'entre elle, dans un gouvernement d'union nationale dirigé par Netanyahu. D'une part, ce serait se déjuger face aux électeurs aussi bien que face aux alliés et laisserait des traces dans le futur. D'autre part, ce serait encore se mettre sous la coupe de Netanyahu avec le risque d'être à nouveau roulés par lui dans la farine : Bennett ou Lapid doivent en avoir gardé un mauvais souvenir. L’opposition s’est intitulée « bloc du changement », mais il n’y aurait aucun changement !

. Se lancer dans l'aventure d'un gouvernement minoritaire, fragile et instable par définition, dont on ne voit pas clairement les contours et qui serait voué à chuter rapidement. Elle serait alors tenue pour responsable de l'échec et se trouverait pour longtemps écartée du pouvoir. 

N'ayant durant la campagne jamais été capable d'expliciter le projet commun qu’elle pourrait porter, elle est bien trop hétérogène pour cela et c’est sa faiblesse, elle s’était réunie sur le « tout sauf Netanyahu ». Mais c’est un peu court. Ce n'est pas une très bonne prémisse pour trancher le nœud gordien actuel. Pourtant, plus qu’à quiconque, c’est à elle que ce choix appartient. Elle doit mettre à profit les délais légaux requis pour les tractations (28 jours après proclamation des résultats, éventuellement prolongés de 14 jours) pour décider laquelle est, parmi des options toutes deux difficiles, la chose qu’elle désire le moins : (1) ne pas franchir le pas d’une alliance judéo-arabe, mais alors laisser la voie libre à Netanyahu pour poursuivre son actuelle et désastreuse politique de guerre permanente. Ou bien (2) passer outre ses préventions et ses peurs, innover, entrer en terre inconnue, mais avec peut-être de grands bénéfices politiques à la clef.

De façon immédiate, après trois années tellement éprouvantes à tous égards, ce serait ouvrir la porte à un retour à une certaine normalité pour le pays et au changement par rapport à l’ère Netanyahu, ce à quoi aspire une majorité d'électeurs. À moyen terme, ce serait permettre une consolidation d’Israël en le rapprochant de sa réalité sociologique. Au quotidien, même s’il n’y a pas partout mixité, les Arabes israéliens partagent la vie de leurs concitoyens juifs. Ils étudient, deviennent médecins, ingénieurs ou juges quand ils le peuvent et n’aspirent à rien d’autre que mener une vie normale. Israël est leur pays, ils n’en ont pas d’autre, et demandent seulement à être reconnus et que leurs difficultés spécifiques (criminalité, accès aux services publics) soient prises en compte et traitées. On n’a pas assez souligné en dehors d’Israël, en Europe par exemple, que face aux actions du Hamas ou à celles de l’Iran, les Arabes israéliens ne se sont pas révoltés contre leurs concitoyens juifs sur une base ethnique ou religieuse, contrairement à ce que le Hamas espérait vraisemblablement. Ils ont sans doute une sensibilité particulière pour le sort des Palestiniens de Gaza ou de Cisjordanie et s'expriment en faveur d’une solution politique au conflit. Qui s’en étonnerait ? Et qui ne voit que cela peut faire partie d’une vie démocratique normale au sein d’Israël ? À plus long terme, et dit avec toute la prudence qui s’impose, cette étape d’une meilleure intégration des Arabes israéliens dans leur société serait un signal fort alentour pour indiquer un chemin vers une possibilité de paix avec les Palestiniens, un thème qui a été le grand absent de la campagne alors qu’il est la clef de la paix au Proche-Orient. Il n’y a évidemment aucune garantie à ce sujet, et toujours beaucoup de risques. Au Proche-Orient, combien de fois les espoirs les mieux fondés n’ont-ils pas tourné court ? On ne reprocherait à personne d’être prudent, voire méfiant. Mais le chemin de Netanyahu est-il meilleur ? Conduit-il vers la paix ? À l'étape actuelle, la gauche israélienne, mais aussi des journaux comme Haaretz ou the Times of Israël, des intellectuels, des artistes comme la chanteuse Noah font activement campagne pour que cet espoir se réalise. Il y a aujourd'hui une fenêtre d'opportunité. On ne peut pas dire que si elle n’était pas saisie, elle serait définitivement perdue, parce qu’on ne le sait pas. Peut-être que la société israélienne, polytraumatisée, n’est pas encore prête pour franchir ce pas. Mais quand même, il y a une circonstance historique dont il serait bien que les responsables soient à la hauteur. 

Comme jadis, les tribus d’Israël se trouvent devant la mer Rouge, un obstacle réputé infranchissable. Comme jadis, il s’agit de se libérer de l’esclavage, celui de la peur, des préjugés, du racisme. Derrière eux, des terroristes de tout poil veulent s’en prendre à eux. On ne sait pas où est le chemin, mais il y en a peut-être un. Il y a même une tribu, la gauche démocratique, les activistes de Standing Together, d’autres encore, qui sont prêts à se jeter à l'eau dans l’espoir qu’alors le chemin apparaisse. Question : parviendront-ils à attirer à leur suite la majorité du peuple ? En Israël, être réaliste, c’est croire au miracle.

 

[Source : www.telos-eu.com]

segunda-feira, 2 de novembro de 2026

«Terra del foc», poemari d’Adam Zagajewski

Alegria enmig de la foscor 

Traducció de Xavier Farré

Escrit per Sandra Sàrrias

Adam Zagajewski (1945-2021) és considerat un dels poetes polonesos més rellevants i amb més projecció internacional, inclòs en la Generació del 68.  S’exilià l’any 1982, perseguit pel règim comunista, a París i als EUA, i el 2002 tornà i restà a la seva pàtria.

La nostàlgia de la pèrdua, pròpia d’un hom exiliat que ha tornat finalment a la seva terra, i que la sensació d’estranyesa i allunyament li retorna la memòria d’allò que no pogué ser, es reflecteix en cadascun dels poemes de Terra del foc (1994).

És com si l’autor es volgués despertar de la feixuga tristor de l’existència, de la seva pèrdua, dels seus morts, i per això, mentre crea poemes carregats d’analogies, imatges i descripcions desesperançadores, es fa visitar pels tres àngels o per un instant d’alegria.

Adam Zagajewski, Terra del foc, Quaderns Crema (2026)

Així doncs, després de gairebé més de la meitat del poemari, un cop has visualitzat: el pes del temps i la saviesa, la força descriptiva del poema, els soliloquis del poeta enamorat; el silenci després de la guerra i el florir en el silenci mentre un tren ja s’ha perdut; així com: la vellesa imprudent emmirallada en les fulles lleugeres de la tardor, el fet d’oblidar-se d’un mateix, la cerca de la veritable pàtria i la fugida amb un poema ràpid. A més a més, el fet d’haver deixat perdre l’oportunitat d’ajudar els altres i de retruc no haver conegut ni la seva música ni la seva crida. Altrament, després de somnis cansats o morts, banderes de nacions cansades, i una casa desolada com a metàfora de la vida perduda, finalment apareix “Instant” –el qual em recorda el poema “Instant” (2002) de la poeta polonesa Wislawa Szymborska–, moment desbordant d’alegria que l’autor o el poeta, semblava desconèixer, i que reverdeix la lectura amb un bri d’esperança.

Entremig, el poeta respira estèticament per mitjà de poemes com ara “Pintors holandesos” o “La noia de Vermeer”, fent-ne pintures verbals, en què l’autor descriu les seves imatges interiors a partir de les pintures, continuant, però, amb el fil de tristor del poemari: “La llum observa l’ombra altivament, indulgentment, amb tristesa potser”.

També trobem entre la foscor, anhels de l’autor de retrobar la vida, com en “Carta d’un lector”, en què el lector, el mateix poeta, demana que s’escrigui sobre la vida, cansat de tanta mort, com si l’autor s’ho reclamés a ell mateix. O en “Allò que va passar”, exclama la veu del poeta: “Però nosaltres hem de viure”, com una autoajuda per fugir del record de la mort.

Fins i tot inclou una elegia, poema que es dol de la pèrdua d’un ser estimat o d’alguna cosa valuosa, com ara la joventut i el temps. De fet, tot el poemari podria ser una elegia, una mena d’oració expiatòria per allò perdut. A més a més, introdueix el personatge de Persèfone dedicant-li un poema, amb la seva baixada a l’infern.

Hi ha elements que es repeteixen, com ara l’al·lusió al color blau, evocant-li diferents simbologies, de vegades és el misteri, altres és la llum, i a vegades també pot ser despietat. La referència constant a la sang, com la vida no viscuda: “amargor de sang no vessada”. I de vegades com a allò aliè: “la sang (la gran absent) entonava el seu cant gregorià”. I el foc, com a element del patiment o el no-res.

La sensació de desassossec hi és constant, i tampoc és d’estranyar que en un poema escrigui la referència Douleurs du monde de Shopenhauer.

En definitiva, és un llibre ple de melangia, experimentada probablement per l’autor a causa del seu context; tanmateix, el gust per la bellesa hi és sempre present: en l’art de la seva ploma i en el seu virtuosisme visual.

 

[Foto: Quaderns Crema - font: www.diarilaveu.cat]


Chi sono i Bolsonaro d’Italia?

 

di Pier Paolo Caserta 

La vittoria di Lula in Brasile è un’ottima notizia. Questo vale per tutti quanti sono sempre stati coerentemente e sinceramente legati ai valori lavoristi e del sindacalismo di lotta, dei quali Lula è portatore. Quanto ad alcuni improbabili parallelismi occorre chiarire le differenze nei contesti.

Nell’occidente collettivo, che ha sempre prodotto una immagine dell’America Latina a proprio uso e consumo, deformandola secondo schemi coloniali e neocoloniali, le cose stanno molto diversamente. Il continente europeo ha seguito una traiettoria affatto diversa. Dopo la fine della Guerra fredda, l’Unione europea è stato lo strumento di un crescente assoggettamento agli Stati Uniti. Uno degli effetti è stata la svolta degli anni Novanta, quando il testimone del neoliberismo, lanciato nel decennio precedente da Reagan e Thatcher, fu raccolto dalla sinistra di sistema: dapprima Clinton e Blair, sulle due sponde dell’anglosfera, e via via gli altri nell’Europa sempre più satellitare agli USA.

In Brasile la classe sociale dominante è ancora quella dei grandi latifondisti strettamente legata al Capitale straniero, in particolare statunitense (ma anche e in misura crescente europeo). I Bolsonaro sono i referenti di questo blocco sociale, dell’industria estrattiva e dall’agro-business. Gli stessi interessi contro i quali lottò Chico Mendes pagando con la vita nel 1988. La radice è la stessa, anche se i flussi finanziari si sono diversificati da allora. Lula è stato compagno di lotta di Mendes. Insieme fondarono il Partido dos Trabalhadores (PT), il partito brasiliano dei lavoratori. Lula è l’espressione di punta di un personale politico che si è formato nelle lotte condotte a fianco di Chico Mendes, raccogliendone l’eredità. È anche il caso di Marina Silva, giovane seringueira (raccoglitrice di gomma) che condivise il percorso sindacale e politico di Mendes, diventata senatrice federale per lo Stato dell’Acre, carica che ha ricoperto per sedici anni, tra il 1995 e il 2011, e di ministro per l’ambiente tra il 2003 e il 2008 nel primo e nel secondo governo Lula. È stata ancora alla guida del Ministero dell’Ambiente e del cambiamento climatico nel terzo governo Lula, a partire dal 1o gennaio 2023.

L’antitesi tra una destra reazionaria e una sinistra lavorista e progressista ha ancora, in Brasile e in generale nell’America Latina, più senso di quanto ne abbia in Europa e negli Stati Uniti, insomma nell’occidente tecno-capitalistico, dove la contrapposizione tra “destra” e “sinistra” di sistema deve essere considerata da tempo destituita di qualsiasi credibilità. Non ha alcun valore reale. Se prendiamo in esame la situazione italiana, il principale partito di governo e il principale partito di “opposizione” (le virgolette sono d’obbligo) sono ugualmente espressione delle élite. Questo è il grande imbroglio allestito nella sub-colonia Italia.

In Italia esiste ancora la grande proprietà terriera, tuttavia non costituisce una classe dominante come in Brasile, ma mutatis mutandis il PD è pienamente espressione del blocco sociale formato da top manager, immobiliaristi, capitalisti per procura, e dei suoi wannabe.

Il PD non ha nulla a che vedere con il Partido dos Trabalhadores (PT) fondato da Mendes e da Lula. Il PD, partito del Jobs act, della “buona scuola”, del sostegno alla legge Fornero sulle pensioni, del sostegno a tutte le politiche neoliberiste e di guerra nacque esattamente con lo scopo di marginalizzare e scoraggiare qualsiasi opzione di sinistra d’alternativa in Italia. È un partito atlantista per collocazione inamovibile e tanto servile nei confronti di Washinton quanto Meloni e quanto i Bolsonaro in Brasile, che usa i diritti civili e il peloso sostegno alle proteste in atto come strategie di marketing elettorale.

Se la vicinanza tra Meloni e Bolsonaro appare più immediata sul piano identitario, il PD è nondimeno pienamente espressione delle classi dominanti. se in Brasile fosse esistito qualcosa come il PD italiano – che in realtà lì non esiste proprio perché si spiega con la degenerazione assoluta e definitiva del campo progressista in Italia, in Europa e nell’occidente tecno-capitalistico iniziata dopo il 1990 – Mendes e Lula se lo sarebbero ritrovato come avversario da combattere.

 

[Foto: lastampa - fonte: www.linterferenza.info]