Ministri, ong e siti di notizie stanno unendo le
forze per dipingere la crescita urbana dei palestinesi nel nord di Israele come
un’“invasione” e promuovere l’insediamento ebraico.
di Baker Zoubi
+972 Magazine
Prima delle elezioni del mese prossimo la destra
israeliana ha nel mirino un bersaglio vecchio e nel contempo nuovo: dopo Gaza,
la Cisgiordania, Gerusalemme e il Naqab (Negev), ora politici di destra stanno
promettendo sempre più spesso di usare la mano pesante sulla presenza palestinese
in Galilea, nel nord di Israele.
La politica nota come “ebraicizzare la Galilea” risale ai
primi decenni di Israele, quando fu caratterizzata da espropri e restrizioni su
vasta scala contro l’espansione delle città arabe e dalla creazione di nuove
comunità ebraiche, tutto ciò con l’intento di ridefinire l’equilibrio
demografico e spaziale della regione.
Lo spirito di questa politica non è mai scomparso: nella
regione la pianificazione urbana degli arabi è rimasta pesantemente limitata a
favore dell’insediamento ebraico. Ma nelle ultime settimane la destra
israeliana ha rinnovato questa campagna a voce alta. La possibilità stessa che
una comunità araba possa espandersi, costruire un nuovo quartiere o avvicinarsi
a un’altra comunità araba limitrofa è stata dipinta come una perdita di
sovranità israeliana, una minaccia per la sicurezza e un cambiamento
demografico fondamentale.
A metà agosto il sito informativo di destra HaKol
HaYehudi ha pubblicato un’inchiesta con il titolo “Il piano Khamaisi”. La
ricerca presenta il lavoro del professor Rassem Khamaisi, un urbanista e
ricercatore del villaggio di Kafr Kanna, come un progetto per l’occupazione
araba “dall’interno” della Galilea.
Il presunto piano, va detto fin da subito, è
un’invenzione. Il reportage non rivela nessun documento segreto, ma
semplicemente assembla articoli pubblicati, lezioni e vari programmi di
Khamaisi, in cui egli è stato coinvolto da decenni, presentati come un malefico
complotto nazionalista.
Dai suoi tentativi di promuovere piani regolatori ed
estendere i confini giurisdizionali fino alla regolamentazione dell’attività
edilizia e al coinvolgimento dei cittadini arabi negli organismi di
pianificazione, tutto questo è stato trasformato su un’unica mappa in blocchi
arabi uniti che starebbero avanzando verso le principali strade e circondando
le comunità ebraiche.
L’“inchiesta” presenta lo sviluppo di queste comunità
come una minaccia strategica e persino esiziale, sostenendo che nel caso di un
conflitto i cittadini arabi sarebbero in grado di bloccare le principali
arterie e separare il nord dal centro del Paese. Inutile dire che non viene
presentata alcuna valutazione indipendente sulla sicurezza che colleghi i piani
di sviluppo a questo scenario. La mappa in sé funge da prova: una volta che le
varie comunità vengono colorate con la stessa tonalità la loro vicinanza viene
presentata come un intento nazionalista condiviso.
Ciò è anche quello che rende l’attacco contro Khamaisi
così pericoloso. Egli viene dipinto come una persona che ha perfezionato le
regole del sistema, inflitrato le sue istituzioni e le sta usando contro lo
Stato. Di fatto non è solo Khamaisi che è sospettato, ma ogni ente locale arabo
che cerchi di estendere la propria giurisdizione, ogni urbanista arabo che
stili un piano urbanistico locale e ogni abitante arabo che faccia richiesta di
un permesso edilizio.
“Un obiettivo sionista e nazionale”
Il rapporto ha raggiunto il suo scopo, lanciando una
vasta campagna che intende rappresentare la necessità per i cittadini
palestinesi di avere una casa e infrastrutture come una minaccia e legittimare
le richieste che erano già prevalenti nel discorso della destra: bloccare la
pianificazione urbana degli arabi, intensificando la repressione e le
demolizioni e ampliando l’insediamento ebraico.
In un articolo di approfondimento su HaKol HaYehudi è
stato chiesto a personalità di destra come “riportare la Galilea in mani
ebraiche”. Ohad Tal, parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano,
ndt.] del partito Sionismo Religioso [estrema destra dei coloni, ndt.] di
Bezalel Smotrich, ha spiegato che “l’ebraicizzazione della Galilea è un
obiettivo sionista e nazionale,” ed ha invocato il consolidamento delle
fattorie agricole e l’eliminazione degli ostacoli dei piani regolatori agli
insediamenti ebraici.
Tzvika Mor, candidato nella lista dello stesso partito
nelle imminenti elezioni, ha invitato l’opinione pubblica ad abituarsi all’idea
che Israele ha una “quinta colonna sofisticata e subdola”. Ha chiesto un rigido
controllo delle attività della comunità araba e un immediato congelamento di
ogni progetto urbanistico approvato per espandere le città e i villaggi arabi
in Galilea. Mor ha anche proposto di costituire una serie di nuovi insediamenti
ebraici e di schierarvi dei soldati.
Omer Rahamim, presidente dello Yesha Council (il
movimento che unisce le colonie in Cisgiordania), che si candida anche lui
nella lista del partito Sionismo religioso, ha chiesto di replicare nel Naqab e in Galilea il modello sviluppato in Cisgiordania: primo, espropriare
terre attraverso la creazione di fattorie e pascoli per pecore e bovini e poi
promuovere progetti di colonizzazione e offrire incentivi per potenziali
acquirenti in modo da cambiare l’equilibrio demografico.
Lo stesso Smotrich ha poi pubblicato una campagna video
generata con l’IA in cui compare un palestinese della Cisgiordania che parla
convulsamente con un parente di Sakhnin, una città araba della Galilea, e lo
avverte che “gli ebrei stanno arrivando”. L’abitante della Cisgiordania
continua: “Sta arrivando Smotrich per fare a te quello che ha fatto a noi.
Vogliono ebraicizzare la Galilea e il Naqab.” Poi il video passa a una voce
fuori campo e il testo conferma: “Sì, stiamo ebraicizzando.”
È così che una campagna mediatica diventa un piano
d’azione: i cittadini palestinesi sono presentati come una minaccia, un
processo di pianificazione urbana civile viene trasformato in una “questione di
sicurezza” e la soluzione proposta è il congelamento dello sviluppo delle
comunità arabe e nel contempo viene accelerato l’insediamento ebraico.
In vista delle elezioni questo discorso consente alla
destra di unire due messaggi che hanno già dimostrato la loro forza: la paura
del “nemico dall’interno” e la promessa di ripristinare l’“autorità”. E nella
forma di mappe, numeri e nomi di comunità, la pianificazione urbana fornisce
carburante retorico senza limiti.
In questa campagna non sono coinvolti solo membri della
Knesset; vi ha aderito anche Regavim, organizzazione di estrema destra fondata
da Smotrich che promuove le demolizioni di quelle che chiama costruzioni
“illegali” nelle comunità arabe da entrambe le parti della Linea Verde
[divisione tra Israele e i territori palestinesi occupati, ndt.].
In un post intitolato “La Battaglia per la Route 77”
Regavim descrive la costruzione non autorizzata da parte di arabi su terreni
agricoli a nord di questa arteria come la creazione di un “nuovo corridoio di
insediamenti nel cuore della Galilea” e definisce Kafr Kanna un “villaggio
ostile”. Annunciando il “ritorno di Regavim a nord”, l’organizzazione afferma
di aver scritto una “lettera urgente” alle autorità in cui chiede la fine dell’“invasione”
da parte di comunità arabe.
Apparentemente Regavim è un’organizzazione non
governativa, ma negli ultimi anni il confine tra essa e le istituzioni statali
è diventato sempre più sfocato. Non solo è stata fondata da Smotrich, l’attuale
ministro delle Finanze di Israele e uno dei ministri del ministero della
Difesa; quest’anno il suo ex-presidente Yehuda Eliyahu è stato nominato
direttore dell’Autorità Israeliana per la Terra, l’ente statale responsabile di
gestire la destinazione di buona parte dei terreni dello Stato di Israele.
Un’organizzazione che plasma il discorso di “prendere
possesso” da fuori è quindi ora collegato a centri di potere responsabili delle
politiche della pianificazione territoriale.
Demografobia
Il timore di Khamaisi è che, anche senza una decisione
del governo che adotti esplicitamente il termine “Progetto Khamaisi”, ciò sia
sufficiente perché urbanisti e politici introiettino l’idea che autorizzare una
qualunque espansione delle comunità arabe potrebbe farli diventare bersagli di
un attacco pubblico. Ma egli non intende interrompere il suo lavoro. “Non
svilupperemo le nostre comunità e non daremo risposte alle nostre necessità?”
Mansour Alsana, architetto e urbanista, evidenzia la
palese contraddizione insita in questa nuova campagna della destra: quando una
comunità ebraica cresce si “espande” e si “insedia”, mentre una comunità araba
“invade” e “occupa”.
“Un piano regolatore non è una dichiarazione di sovranità”,
dice Alsana a +972. “Non sposta un confine né toglie una zona al controllo
dello Stato. Tenta di affrontare problemi di alloggi, scuole, infrastrutture,
impiego e spazi all’aperto”.
“Quando una famiglia araba costruisce una casa in Galilea
non diventa sovrana e quando due comunità crescono una accanto all’altra non si
crea nessuna entità politica tra loro”.
Secondo Alsana, una volta normalizzata l’idea di
cittadini come se fossero uniti in un conflitto demografico sul territorio, la
questione non sarà più come viene pianificato l’uso dello spazio, ma per chi:
chi è considerato un cittadino con diritti di pianificazione urbanistica e chi
è percepito come una forza ostile che confisca la terra.
Conseguenze indesiderate
La destra israeliana può sostenere che il sistema di
pianificazione è stato conquistato dagli arabi, ma la verità è l’esatto
opposto. Da quando l’attuale governo è entrato in funzione c’è stata una
evidente tendenza a ridurre le zone di sviluppo nelle località arabe,
congelando piani regolatori complessivi e rimandando progetti su cui erano già
stati investiti anni di lavoro e fondi pubblici.
Tutto ciò nonostante il fatto che le zone sotto la
giurisdizione delle comunità arabe comprendono solo circa il 3,4% del
territorio israeliano all’interno della Linea Verde. Oltretutto il processo per
ottenere una licenza edilizia all’interno di queste località richiede circa
otto anni, più di tre volte il tempo necessario nelle comunità ebraiche.
Questo è il contesto che viene cancellato quando il
diritto a edificare della popolazione palestinese di Israele viene descritto come
un’“invasione”. Nel Naqab, dove di recente il ministro della Sicurezza
Nazionale si è vantato di aver effettuato 5.700 demolizioni nel 2025, è già
chiaro verso quale direzione questo percorso si stia dirigendo.
Il pericolo non si limita ai bulldozer. Congelare i piani
di sviluppo significa meno quartieri, meno istituzioni pubbliche, meno
opportunità di lavoro e di sviluppo. Ciò indebolisce le autorità locali, riduce
l’economia formale e approfondisce le stesse difficoltà che portano alla
diffusione della violenza e della criminalità, che invece vengono presentate
come una prova del fallimento della società araba in Israele.
Queste politiche stanno avendo anche una conseguenza
indesiderata. Un rapporto del Van Leer Jerusalem Institute ha scoperto che il numero
di arabi che vivono in comunità ebraiche (escludendo quelle definite “città
miste”) è salito da circa 16.000 nel 2003 a circa 62.000 nel 2023. La crisi
abitativa, la mancanza di terre, la pianificazione discriminatoria e la
criminalità in aumento stanno spingendo famiglie palestinesi relativamente
benestanti verso comunità in cui è più facile trovare alloggio e servizi.
Comunitàfondateperrafforzare il dominio ebraico stanno quindi diventando di fatto esse stesse “città miste”. A Carmiel, che a lungo è
stata considerata una città esclusivamente ebraica, la proporzione di abitanti
arabi è salita al 5,1%. A Nof HaGalil (nota originariamente come Nazareth
Illit) la proporzione ha raggiunto il 38,1%.
La campagna contro Khamaisi, i rinnovati appelli a “ebraicizzare”
la Galilea e il “ritorno al nord” di Regavim intendono ridurre e congelare
ulteriormente la pianificazione territoriale araba e conferiscono a questa
politica una giustificazione securitaria. Il suo successo non farà che
approfondire la crisi abitativa, accelerare la costruzione senza permessi e
obbligare più famiglie a cercare soluzioni al di fuori delle loro comunità, a
volte proprio nelle città fondate per evitare la situazione contro cui la
destra sta mettendo in guardia.
Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di
Israele che vive nel villaggio di Kufr Maser, in Bassa Galilea. Ha iniziato la
sua carriera nel 2010 come reporter per mezzi di informazione arabi locali
prima di arrivare alla posizione di capo redattore del sito di notizie Bokra,
con sede a Nazareth. Dal 2021 è stato collaboratore esterno di Local Call e
+972 Magazine, pur continuando il lavoro part-time come capo redattore di Bokra
e pubblicando editoriali su questioni politiche e sociali della società
palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico collabora con varie istituzioni
su progetti di traduzione ed editing del testo e saltuariamente nel montaggio
di programmi televisivi. Lui e sua moglie Yara hanno tre figli: una femmina,
Jida, e due maschi, Jabr e Jawad.
[Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi - foto: Kafr
Kanna - riprodotto su zeitun.info]