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terça-feira, 3 de novembro de 2026

Bartov, la sconfitta morale di Israele

 


di Mario Ricciardi

Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.  

Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente? Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.   

Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella pubblica, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano). Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile.  

Omer Bartov è uno storico israeliano che insegna “Holocaust and Genocide Studies” alla Brown University, nel New England. Nato nel 1957 in un kibbutz, da genitori emigrati in Palestina ai tempi del “mandato” britannico, Bartov è cresciuto in un ambiente permeato dalla mentalità del sionismo laico di orientamento socialista. Dopo aver prestato servizio nelle forze armate israeliane nel corso della guerra dello Yom Kippur, si è trasferito negli Stati Uniti dove si è affermato per i suoi studi sull’esercito tedesco e sul ruolo che ha avuto nello sterminio degli ebrei.  

Nel novembre del 2023 Bartov ha scritto un saggio, pubblicato dal “New York Times”, in cui denunciava il pericolo che le operazioni militari in corso a Gaza in reazione al sanguinoso e brutale attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre (cui hanno preso parte anche formazioni minori, e forse gazawi non legati a alcuna organizzazione) corressero il rischio di assumere i caratteri di un genocidio, come questo crimine viene definito dal diritto penale internazionale. In seguito, per via del peggioramento della situazione a Gaza, e dell’inasprimento delle violenze da parte dei coloni israeliani ai danni dei Palestinesi nei territori occupati, Bartov ha sostenuto che la soglia che distingue il pericolo di un genocidio dall’attivo perseguimento di obiettivi genocidari è stata superata. Dall’inizio dell’operazione militare nella striscia di Gaza si stima che siano state uccise più di 75000 persone, tra le quali ci sono anche oltre 200 giornalisti locali, e diverse migliaia di bambini. A cui bisogna aggiungere un numero molto elevato di feriti, molti dei quali hanno subito danni permanenti alla propria integrità fisica, e decine di migliaia di persone che sono state private delle proprie abitazioni, hanno perso quasi tutto, e sono state trasferite con la forza in strutture in cui sono costrette a vivere in condizioni inumane.   

Questa tesi viene articolata in Israel. What Went Wrong? (Fern Press, Londra) un libro pubblicato nel 2026, e tempestivamente tradotto in italiano nel corso dello stesso anno (Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, Laterza, Roma). Aver preso questa posizione ha esposto Bartov a numerose critiche, in patria e da parte dei tanti difensori di Israele in diversi paesi occidentali, che gli sono costate molto sul piano personale. A questi aspetti “privati” l’autore accenna appena nel corso del libro, ma si comprende che sono stati pesanti. Ciò nonostante, la scrittura mantiene un tono pacato, anche quando deve fare i conti con gli aspetti più dolorosi di ciò che sta accadendo a Gaza (come avviene nel capitolo quarto, sul “massacro dei bambini”).   

Negli ultimi mesi, Bartov ha continuato a difendere la propria tesi di fondo, articolandola e approfondendola ulteriormente in altri scritti e interventi. La sua autorevolezza di studioso e il suo profilo di intellettuale progressista, ma non settario, hanno fatto di lui uno dei critici più noti sul piano internazionale delle politiche dell’attuale governo israeliano. La sua attenzione, tuttavia, non si limita a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. Nel libro lo sguardo si allarga assumendo una prospettiva sugli orientamenti politici e culturali di fondo prevalenti da tempo nel suo paese di origine. Sotto questo profilo, il suo ruolo si può paragonare a quello di altri intellettuali e studiosi, come Amos Elon (scomparso nel 2006), David Grossman, Göran Rosemberg e Avi Shlaim, che nel corso degli ultimi decenni hanno criticato e poi messo in discussione la versione edulcorata della storia di Israele riassunta nella formula “una terra senza un popolo per un popolo senza una terra”. Per Bartov è la congiunzione tra una concezione suprematista del sionismo e una visione messianica dell’ebraismo a creare le condizioni per legittimare un uso sproporzionato della forza nei confronti dei civili palestinesi, anche quando non hanno alcun coinvolgimento nelle ostilità.  

Questo aspetto della ricostruzione di Bartov è di particolare importanza. Dopo il 7 ottobre 2023, infatti, si è spesso evocato come “attenuante” per l’uso massiccio e indiscriminato dei bombardamenti a Gaza il “trauma collettivo” provocato dalla violenza dell’attacco guidato da Hamas e dalla crudeltà degli atti compiuti durante quella azione, nel corso della quale sono state uccise 1195 persone di varie nazionalità (13 delle quali probabilmente vittime di “fuoco amico” in applicazione della “Hannibal Directive”) e catturati 251 ostaggi (militari e civili israeliani, tra cui diversi bambini, e anche cittadini di altri paesi). Non si può negare l’orrore di ciò che è accaduto il 7 ottobre. Questa considerazione psicologica, tuttavia, non si può evocare come scusante o come giustificazione sul piano morale o giuridico. Sappiamo infatti che ci sono diversi precedenti di uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano, con la conseguenza di elevate vittime civili, che risalgono almeno all’invasione del Libano nel 1982 e arrivano fino all’attacco a Gaza nel 2014. L’uso massiccio dei bombardamenti non è una semplice reazione emotiva alla brutalità dell’attacco subito, ma l’applicazione di una tattica (la “Dahiya Doctrine”) che è stata esplicitamente enunciata dalle autorità militari israeliane nel 2008 (fa riflettere che il generale che l’ha ideata, Gadi Eizenkot, sia considerato oggi come un plausibile successore moderato a Netanyahu se l’attuale primo ministro perdesse le elezioni).   

Come si è detto, Bartov non è il primo israeliano che critica il governo del proprio paese per il modo in cui vengono gestiti i rapporti con i palestinesi (sia entro i confini riconosciuti dall’ONU, sia nei territori occupati) e per l’uso sproporzionato della forza che in diverse occasioni è seguito a aggressioni da parte dei palestinesi. La letteratura è ampia, e un contributo significativo è stato dato anche da ricercatori e giornalisti che, sia pure con sempre maggiori di difficoltà, hanno documentato la traiettoria di una spirale per cui a ogni violenza segue una reazione ancora più letale fino a arrivare alla distruzione su vasta scala avvenuta a Gaza negli ultimi anni. Così come non mancano i contributi di storici che hanno gettato luce sul carattere brutale della originale espropriazione di una parte delle terre abitate o coltivate dai palestinesi avvenuta durante la Nakba nel 1948.  

A rendere particolarmente significativo il contributo di Omer Bartov sono alcuni aspetti che riguardano il suo profilo di storico e di intellettuale. Come studioso, infatti, Bartov è in condizione di discutere con autorevolezza un tema che è stato talvolta evocato nel dibattito sul conflitto tra Israele e i palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ma che è difficile da affrontare perché va a toccare convinzioni profondamente radicate non solo nel suo paese di origine, ma anche tra gli ebrei della diaspora e più in generale nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali. Si tratta della unicità della Shoah come “male assoluto” che non si dovrebbe dunque mai considerare in una prospettiva comparativa. Specie quando la comparazione riguarda Israele. Bartov ricostruisce con grande lucidità un dibattito che ha coinvolto anche diversi storici israeliani, i quali hanno sostenuto che questo modo di considerare la Shoah ha avuto a lungo l’effetto di inibire la collocazione di questo evento storico, che ha certamente tratti distintivi, nel contesto di altri genocidi che sono stati perpetrati sia prima sia dopo lo sterminio degli ebrei in Europa a opera dei nazisti. Questo ha finito per favorire una torsione del significato dell’espressione “mai più” che viene reinterpretata, anche contro le intenzioni di diversi intellettuali ebrei e israeliani che l’avevano evocata in passato, non nel senso di “mai più un altro genocidio” ma in quello di “mai più un altro genocidio degli ebrei”. Come risulta evidente, nella prima interpretazione la frase assume il valore di una prescrizione morale universale, mentre nella seconda il suo significato viene ristretto fino a escludere altri genocidi dalla sua area di applicazione.   

Passando dal piano morale a quello giuridico, questa interpretazione ristretta del “mai più” entra in contraddizione con quanto prescrive il diritto penale internazionale, che definisce il genocidio in termini universali e non in relazione a un popolo.  

Nella interpretazione di Bartov, questo è stato un fattore non secondario nell’influenzare un atteggiamento “eccezionalista” da parte di settori della politica e della cultura israeliana che ha alimentato un sentimento di impunità rispetto a quelle che, in modo sempre più chiaro, venivano denunciate come violazioni del diritto internazionale da parte delle forze armate e degli apparati di sicurezza di Israele. Richiamando i propri studi sull’esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale, Bartov argomenta in modo convincente che l’accettazione tacita di questa premessa è il presupposto che consente di spiegare un atteggiamento di disumanizzazione dei palestinesi che ha facilitato alcuni dei crimini di guerra avvenuti negli ultimi anni nel corso delle operazioni militari nella striscia di Gaza. Una conferma della correttezza della interpretazione proposta da Bartov si trova in “Naza”, il reportage di due giornalisti israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, che in questi giorni viene proiettato in diverse sale italiane e si può reperire anche on-line. La classificazione delle vittime civili come Naza, cioè come danni collaterali accettabili per colpire un bersaglio ritenuto essenziale dai militari, emerge nel corso delle interviste filmate da Abraham e Szor come un fattore essenziale di una sorta di immunizzazione morale cui gli ufficiali coinvolti nelle operazioni ricorrono, sia pure in alcuni casi con evidente disagio, per giustificare le proprie azioni.  

Vale la pena di sottolineare che le interviste che sono raccolte nel reportage di Abraham e Szor erano già note al pubblico, perché erano state riportate da organi di stampa sia israeliani sia internazionali. La somiglianza tra le giustificazioni fornite da alcuni dei militari tedeschi coinvolti nello sterminio degli ebrei e quelle richiamate dagli ufficiali israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza ha probabilmente avuto un’influenza sul libro di Bartov. Somiglianza, ovviamente, non vuol dire identità. Bartov non afferma che i militari israeliani siano identici ai nazisti, ma impiega il metodo comparativo tipico della storia per mostrare che c’è parziale sovrapposizione tra due fatti storici, ciascuno dei quali conserva caratteristiche distintive che lo identificano.   

La questione del confronto con la Shoah è sullo sfondo di uno dei capitoli più attuali del libro, dedicato alla discussione dell’antisemitismo, e in particolare delle diverse definizioni che ne sono state proposte negli ultimi anni. Bartov, come diversi studiosi, critica la definizione proposta dall’IHRA, che vede nella proposta di similitudini tra il nazismo e le azioni del governo israeliano uno degli esempi di antisemitismo che dovrebbero fare da guida a iniziative specifiche di contrasto che andrebbero adottate dai governi e dalle amministrazioni che vogliono combattere questo odioso pregiudizio. Ciò, come osserva Bartov, andrebbe a discapito della ricerca su questo tema, e costituisce quindi un pericolo per la libertà degli studiosi, e più in generale dell’opinione pubblica, di affrontare anche aspetti spiacevoli o controversi dell’operato del governo israeliano. Nel libro, Bartov propone di adottare invece la definizione inclusa nella “Jerusalem Declaration” di cui è stato tra gli estensori. La ragione principale di questo orientamento è che tale definizione non fa dipendere l’individuazione di cosa sia antisemitismo dagli atteggiamenti e dai giudizi espressi su Israele e sul suo governo. Chi fosse interessato a questo tema, che è al centro di polemiche vivaci per via di una proposta di legge attualmente in discussione nel parlamento italiano che adotta la definizione IHRA, può fare riferimento a un altro libro pubblicato negli ultimi mesi. Si tratta di On Antisemitism. A Word in History (Penguin, Londra 2026; già una tradotto in italiano Sull’antisemitismo, Einaudi, Torino 2026) di Mark Mazower, uno studioso autore di lavori importanti sulla Shoah. La ricostruzione proposta da Mazower è più ampia e approfondita rispetto a quella di Bartov, perché si tratta di una storia dell’antisemitismo, ma le conclusioni cui giungono i due storici convergono nel giudizio negativo sulla definizione IHRA e sugli effetti nefasti che la sua adozione può avere sulla libertà di ricerca e di discussione. Per Bartov e Mazower la definizione di antisemitismo proposta nella “Jerusalem Declaration” è preferibile a quella IHRA perché distingue le critiche di Israele, che vanno discusse nel merito, dal pregiudizio antisemita che esiste, e deve essere respinto con forza tutte le volte in cui riemerge e da chiunque venga riproposto.   

La parte finale del libro di Bartov è dedicata alla discussione dei profili istituzionali che potrebbero indicare una via di uscita dalla situazione attuale. Nel capitolo quinto, viene affrontata la questione costituzionale. Israele non ha attualmente una costituzione scritta (come il Regno Unito) e questo fatto viene visto da alcuni giuristi come una debolezza delle garanzie che sarebbero indispensabili per ostacolare l’attuale deriva verso un sistema politico autoritario nel quale viene messa in atto una forma sempre più brutale di apartheid. Bartov vede con favore questi argomenti, anche se l’esperienza recente degli Stati Uniti (per fare solo l’esempio più noto) dovrebbe raccomandare prudenza nell’affidare la sopravvivenza della democrazia soltanto a un documento, per quanto autorevole come una costituzione. Di particolare interesse, in questo capitolo, sono le critiche di Bartov alle ambiguità del sionismo liberale di giuristi come Ruth Gavison e Aharon Barak, che hanno proposto una caratterizzazione di Israele come una “democrazia giudaica” aprendo la strada a un trattamento differenziato dei palestinesi che appare difficilmente compatibile con i principi enunciati nella dichiarazione di indipendenza del 1948. La lezione dei pensatori repubblicani moderni che si sono collocati nella scia di Machiavelli suggerisce che senza un robusto sostegno popolare ai principi di eguaglianza anche le leggi migliori tendono a perdere la propria capacità di incutere rispetto.   

Nel capitolo sesto, infine, Bartov prova a ragionare sul futuro, discutendo le proposte di soluzione confederale al centennale conflitto innescato dalla colonizzazione di parte della Palestina da parte dei sionisti. Un tentativo nobile, e degno di attenzione, di esercitare una sorta di “ottimismo della ragione” quando tutto – dalla politica interna israeliana alla situazione internazionale – fa pensare al peggio. Le riflessioni di Bartov si concludono, quindi, con messaggio di speranza, che andrebbe raccolto da tutte le persone di buona volontà, ma che deve comunque fare i conti con una situazione interna in Israele che lascia poco spazio a soluzioni come quella auspicata nella parte conclusiva del libro. Questo ci riconduce alle osservazioni da cui siamo partiti, e al ruolo che l’opinione pubblica internazionale può avere per avvicinarsi a una soluzione del conflitto.

In questo momento l’ostacolo più significativo a una svolta è costituito dall’atteggiamento di buona parte dei governi occidentali, che rifiutano di fare fino in fondo i conti con ciò che accade sotto i nostri occhi in ossequio a considerazioni strategiche. L’affermazione del capo del governo tedesco Friedrich Merz, secondo il quale Netanyahu sta “facendo il lavoro sporco per noi” è l’espressione più spudorata di questo atteggiamento. Se la valutazione della situazione in Palestina rimane condizionata dalla miopia dello sguardo occidentale (che per molti versi richiama alla mente quello descritto da Joseph Conrad nel suo romanzo Under Western Eyes) è difficile immaginare che sia possibile trovare una soluzione equa a un conflitto che ha provocato una scia di sangue e lasciato spazio agli istinti peggiori coltivati da chi, da entrambe le parti, ritiene di trarne vantaggio.

 

[Fonte: www.doppiozero.com]

quinta-feira, 15 de outubro de 2026

Delphine Horvilleur, tenir debout sous les décombres

Marc Knobel salue la parole de Delphine Horvilleur qui affronte les douleurs israéliennes et palestiniennes.

 

Écrit par Marc Knobel

Le nouveau livre de Delphine Horvilleur aide à penser, à ressentir et à tenir debout quand tout n’est plus que ruines. Mes lectures sont toujours saccadées. J’ouvre un livre. Je le ferme. Je regarde la couverture. Je ferme le livre. Je l’ouvre de nouveau. Pourtant, il est des livres qui, dès la première page, retiennent toute mon attention. Il faut une fluidité. Il faut une pensée. Il faut une écriture. Il faut que les mots viennent à nous. Qu’ils nous arrêtent. Qu’ils nous dérangent. Qu’ils nous obligent à réfléchir. Il faut surtout qu’ils nous touchent.

C’est ce qui m’est arrivé en ouvrant le nouvel ouvrage de Delphine Horvilleur, Sermons sous les décombres.

Les sermons réunis dans ce livre ont été prononcés dans la synagogue où Delphine Horvilleur officie, au soir de Yom Kippour, lors d’offices de Shabbat, de Hanouka, de Pourim, de Pessa’h ou de Rosh Hashana.

Le premier texte, « La prophétie de Léonard », a été prononcé le 24 septembre 2023, au soir de Yom Kippour, quelques jours avant les massacres du 7 octobre. Le deuxième, « La légende de Rabbi Naḥman », date du 13 octobre 2023, alors que le traumatisme, la douleur et l’angoisse avaient déjà saisi Israël, les Juifs de la diaspora et bien au-delà.

« Ces sermons tentent de mettre des mots là où les mots manquent, là où la violence, la peur et le chagrin rendent parfois la parole presque impossible. »

Ces sermons accompagnent ensuite le temps de la guerre, des deuils, de l’attente des otages, des fractures politiques et morales, jusqu’au retour des derniers otages en 2025. Ils tentent de mettre des mots là où les mots manquent, là où la violence, la peur et le chagrin rendent parfois la parole presque impossible.

Delphine Horvilleur écrit (p. 53) : « En traversant tous les mots que j’ai prononcés depuis le 7 octobre, je réalise aujourd’hui combien ils sont troués. Non par manque de lucidité, mais par la force des traumatismes qui les hantent, et tout ce qui empêche de dire ou d’entendre. J’y retrouve tant de fantômes du passé, ceux de mon peuple, et ceux de l’Histoire, les peurs de mes ancêtres et toutes ces douleurs réveillées chez moi ou chez mes proches ».

Cet aveu est rare chez quelqu’un qui parle en chaire. Elle ne prétend pas dominer ce qu’elle traverse, et c’est ce qui rend sa parole crédible.

Les douleurs que l’on ne peut nier

Delphine Horvilleur nous parle des drames qui frappent les Israéliens. Elle ne les évoque pas de loin, à travers des chiffres, des dépêches, des polémiques ou des slogans. Elle a vu cette douleur. Elle l’a rencontrée lors de ses nombreux séjours en Israël. Elle a parlé avec des familles de personnes prises en otage. Avec les proches de victimes assassinées par les terroristes du Hamas. Avec les familles endeuillées, celles qui attendent encore, celles qui savent qu’elles ne reverront plus les leurs.

Elle refuse aussi le renversement des responsabilités, et le dit sans détour (p. 105) : « Le 7 octobre dernier a eu lieu un massacre, mené par une organisation dont le projet est résolument génocidaire, et rien n’a su, ce jour-là, empêcher la tragédie de se dérouler. Dans l’esprit de nombreuses personnes, depuis cette date, les chaînes de causalité semblent se retourner, des réductions caricaturales s’opèrent. Qui aurait cru par exemple que si vite les victimes semblent mises en accusation ? Que s’exprimerait l’idée que des familles brûlées vives, des jeunes réunis à un festival de musique ou des gamins kidnappés et torturés l’auraient un peu cherché ? »

Elle a rencontré les proches de jeunes gens qui assistaient au festival Nova et qui furent tués le 7 octobre. Derrière les chiffres, derrière les discours, derrière les querelles et les commentaires, il y a des visages, des prénoms, des vies interrompues et des familles à jamais bouleversées.

C’est cette douleur israélienne, cette douleur juive, cette douleur humaine, qu’elle porte dans ses sermons. Mais elle ne s’y enferme pas. Elle ne s’en sert pas pour nier ou effacer celle des autres.

Elle prie, aussi, et c’est peut-être là que le livre est le plus nu (p. 82) : « Je prie du fond de notre désespoir, pour que dans cette nuit qui débute, nous sachions encore raconter des belles histoires : pas celles qui feront de nous des assoiffés de vengeance ou des êtres mutilés par la colère, mais celles qui nous rendront plus humains et plus grands ».

« Delphine Horvilleur ne questionne donc pas seulement la douleur des Israéliens. Elle questionne aussi celle des Palestiniens. Elle refuse que les souffrances soient utilisées les unes contre les autres. »

À Gaza aussi, des familles sont endeuillées. Des enfants meurent. Des maisons disparaissent. Des vies sont brisées, bouleversées ou détruites. Cette douleur-là ne peut être niée, minimisée ou effacée d’un revers de la main.

Delphine Horvilleur ne questionne donc pas seulement la douleur des Israéliens. Elle questionne aussi celle des Palestiniens. Elle refuse que les souffrances soient utilisées les unes contre les autres. Elle rappelle, avec gravité, qu’il n’y a pas d’humanité véritable lorsque la douleur d’un peuple rend aveugle à celle d’un autre.

C’est sans doute l’une des forces les plus profondes de ces sermons : dire la blessure juive sans devenir aveugle à celle des Palestiniens ; refuser l’indifférence sans céder aux simplifications ; tenir ensemble la mémoire, la compassion et l’exigence d’humanité.

Sa lecture du Talmud est toujours tournée vers le présent et n’est jamais étrangère à la question politique (p. 99) : « Doit-on considérer comme les rabbins du Talmud, que la lumière véritable ne vient jamais autant d’une victoire militaire que d’une lumière qui jaillit d’ailleurs ? Jamais de la simple force des armes sur un champ de bataille, mais toujours d’une source inattendue qui saura rompre avec l’obscurité ou l’obscurantisme ? » C’est sa méthode : une question tirée d’un texte ancien, qui laisse le lecteur seul avec elle. Pas de réponse facile.

Je ne dis pas que cela est simple. Rien ne l’est. Il est même devenu particulièrement difficile de tenir cette parole, tant les injonctions sont fortes, tant les passions sont exacerbées, tant les uns et les autres veulent parfois nous assigner à un camp, à une douleur unique, à une fidélité exclusive.

Rester debout

Il m’arrive de vivre sous une pression constante. Une pression qui n’a qu’un seul mot : oppression. Il ne se passe pas un jour sans que l’on parle de nous. Sans que l’on dise ce que les Juifs seraient devenus. Sans que l’on interroge notre place. Sans que l’on nous explique ce que nous devrions penser, ce que nous devrions dire, ce que nous devrions ressentir. Sans que l’antisémitisme soit parfois relativisé, déplacé, nié ou travesti.

Dans ce climat, les mots de Delphine Horvilleur sont précieux. Ils ne donnent pas de réponses faciles. Ils ne cherchent pas à flatter. Ils ne prétendent pas faire disparaître les décombres. Mais ils nous invitent à les regarder. À entendre ce qui se dit sous les gravats de l’histoire, de la peur et du chagrin. À ne pas détourner les yeux.

Elle relie les textes de la tradition juive. Elle interroge la Bible. Elle convoque les récits anciens, les figures rabbiniques, les légendes et les paroles transmises. Mais elle ne se réfugie jamais dans le passé. Elle fait du passé une lumière, parfois fragile, parfois vacillante, pour éclairer notre présent.

« Les mots de Delphine Horvilleur sont précieux. Ils ne donnent pas de réponses faciles. Ils ne cherchent pas à flatter. »

Lorsqu’elle nous prévient que les mots peuvent devenir des maux, elle touche à l’essentiel. Car les mots ne sont jamais innocents. Ils peuvent nommer. Ils peuvent consoler. Ils peuvent éclaircir. Mais ils peuvent aussi désigner, accuser, préparer l’exclusion, nourrir la haine et justifier la violence. Nous le savons, nous qui vivons dans un temps où l’injure, l’amalgame et la déshumanisation se diffusent avec une facilité effrayante.

J’ai toujours eu du mal avec les rabbins. Je n’entre pas facilement dans une synagogue. J’y vais rarement. Mais je n’ai aucun mal avec Delphine Horvilleur. J’apprends d’elle. Je lis en elle le passé, le présent et peut-être l’avenir de l’humanité.

Sermons sous les décombres possède cette force que peu de livres ont. La force de nous atteindre. De nous inquiéter. De nous relever. Et de nous obliger à penser.

Dans une époque où je me sens sans cesse ramené à ce que je suis, à ce que nous sommes, à ce que les autres disent des Juifs, le livre de Delphine Horvilleur me redonne la possibilité de penser, de ressentir et de tenir debout.

Il ne fait pas disparaître les décombres.

Il me permet de ne pas m’y perdre. 


Sermons sous les décombres de Delphine Horvilleur,
Olivier Nora éditions, octobre 2026,
230 pages, 21 €

[Source : www.revuedesdeuxmondes.fr]

segunda-feira, 12 de outubro de 2026

As eleições no Brasil: pensar o impensável

 Escrito por Boaventura de Sousa Santos 

Esta crónica está destinada a não ser convincente porque estamos condenados (até pela língua que usamos) a analisar o novo a partir do velho. O novo só será analisado nos seus próprios termos… quando for velho. Por isso, se esta crónica é, em geral, pouco convincente, é particularmente pouco convincente para os protagonistas do novo, sobretudo se os protagonistas do novo forem conservadores, de extrema-direita. 

Os jovens e as redes sociais 

Concentro-me no Estado de São Paulo que representa 31.5% do PIB do Brasil. Os cinco deputados federais mais votados têm entre 28 e 37 anos, todos são influencers ou ficaram conhecidos através das redes sociais. Têm entre 5.4 milhões e 2.1 milhões de seguidores no instagram. A maioria é de direita ou de extrema-direita. Dois dos cinco deputados federais mais votados são do partido PSOL, um partido de esquerda à esquerda do Partido dos Trabalhadores. Erica Hilton é uma mulher trans e travesti que tem 5.2 milhões de seguidores no instagram e tem-se distinguido no activismo anti-racista e anti-homofóbico; Sâmia Bomfim é uma activista feminista com 1.9 milhões de seguidores. Além da juventude, o que distingue estes eleitos é o terem feito a sua carreira nas redes sociais defendendo predominantemente causas identitárias. Vejamos, o caso dos deputados mais votados. 

O mais votado deputado federal foi Lucas Pavanato de 28 anos. Teve 3.038.438 votos e tem 5.4 milhões de seguidores no instagram. É o deputado federal mais votado da história de São Paulo. Pertence ao Partido Liberal, o partido do candidato Bolsonaro. Pavanato começou a vida política em 2016, aos 17 anos, quando participou das manifestações a favor do impeachment da ex-presidente Dilma Rousseff. Criado em uma família evangélica pentecostal, com os seus primeiros discursos feitos na Assembleia de Deus, Pavanato ingressou na política formal por meio do Movimento Brasil Livre (MBL). Em entrevista ao GLOBO na véspera do pleito, Pavanato afirmou que usará o seu capital político recém-adquirido para priorizar temas de segurança pública e educação. O principal objectivo do seu mandato já está definido: trabalhar pela redução da maioridade penal. Mais jovens para a prisão, pois claro, a maneira norte-americana de resolver o problema do desemprego dos negros. (https://oglobo.globo.com/politica/eleicoes-2026/noticia/2026/10/04/das-redes-ao-recorde-nas-urnas-quem-e-o-bolsonarista-lucas-pavanato-o-deputado-mais-votado-de-sao-paulo.ghtml). 

A mais votada deputada estadual é a influencer Eduarda Campopiano de 23 anos. Ganhou projeção nas redes sociais com pautas conservadoras e alinhadas ao bolsonarismo, superou com folga nomes tradicionais da política paulista: quase 2 milhões de votos. Filiada ao PL, a deputada eleita construiu a sua campanha estadual fortemente apoiada na comunicação digital. Durante a disputa de 2026, os seus conteúdos foram direccionados principalmente ao eleitorado conservador, com defesa da família tradicional, da vida desde a concepção e da presença de princípios cristãos na política. Também se posicionou contra temas progressistas, contra o feminismo contemporâneo e contra o que classifica de “cultura woke”. 

Meses antes da eleição, uma polémica envolvendo declarações de Eduarda Campopiano sobre a colonização do Brasil ganhou projecção nacional. Durante a participação em um podcast, a então vereadora afirmou que agradecia a Deus pela chegada dos colonizadores ao país e associou povos indígenas a práticas como o canibalismo e sacrifícios humanos. No debate, promovido pelo RedCast, Campopiano declarou: “Glória a Deus que colonizaram, glória a Deus que catequizaram as Índias”. Em seguida, afirmou que a colonização teria interrompido práticas que atribuiu aos povos indígenas, dizendo: “Glória a Deus que a extrema-direita chegou e falou para os índios: ‘Galera, fazer sacrifício e comer o braço do irmãozinho não é legal, enterrar criança viva.” (https://g1.globo.com/sp/sao-paulo/eleicoes/2026/noticia/2026/10/04/quem-e-eduarda-campopiano-a-deputada-estadual-mais-votada-de-sao-paulo.ghtml). 

Os dois casos dos deputados mais votados são paradigmáticos de uma certa corrente política emergente: jovens altamente politizados, conservadores ou partidários de políticas de extrema-direita que se tornaram conhecidos por meio das redes sociais. Não conhecem muita gente, mas muita gente conhece-os. Não participam em movimentos sociais porque eles ou elas são o movimento social. Têm um grande sentido de oportunidade para captar as ansiedades e frustrações que povoam as mentes de receptores disponíveis e para ampliá-las explorando as suas dimensões mais extremadas. Têm uma enorme perspicácia para saber donde sopra o vento do poder emergente. São promotores de rupturas contra tudo o que se apresente como continuidade ou evolução gradual. Misturam grandes questões com o cuidado personalizado até ao máximo grau de (falsa) proximidade. O seu campo é a subliminaridade donde o político emerge como não político: a solução óbvia, porque natural e sem alternativa; indiscutível, porque além do bem e do mal. 

São uma fantasmagoria perversa da democracia porque prescindem de opções. Estas só existem quando já feitas, isto, quando deixaram de ser escolhas. Tudo está pensado e ratificado pelo número dos likes. E como tudo o que existe se consumou no passado, o futuro está no passado, não como tarefa inacabada, mas como chave do original que devemos copiar. Sempre houve Deus, Pátria, Família, Propriedade e Liberdade (se formos nós a exercê-la). A “nossa” verdade é a verdade. Não há matizes semânticos nem complexidades ociosas. É tudo instantaneamente evidente. É importante tomar partido desde que o partido já esteja tomado. Decidimos orgulhosamente ser decididos por outros que pensaram tudo ao ponto de nada restar para pensar. 

Com esta matéria-prima, ser democrata é ser seguidor. Ser seguidor é considerar infiel quem não segue. Quem não segue não pertence e quem não pertence é inimigo. Para inimigo há uma ementa diversa: ódio, esquecimento, ridicularização, comiseração, inferioridade. Mas tudo isto é administrado com muita vaselina de piadas, testemunhos, música leve e, se possível, muita cor e muita velocidade. Pensar é parar e parar é extraviar-se do rebanho. O rebanho é o caminho que não se faz a caminhar pela simples razão de que já está feito. 

Qualquer relação disto com as teorias da democracia é pura coincidência. Se isto for democracia, a democracia não pode ser só isto. Onde está o que falta? Ou será que para as grandes maiorias isto é tudo e nada falta? A um democrata treinado na democracia que existia até agora faltam nomes de políticos sérios capazes de enriquecer o sistema democrático que não foram eleitos. Entre muitos outros: Marina Silva, Simone Tebet, Benedita Silva, Manuela D’Ávila, Paulo Pimenta, Gleisi Hoffman, Erika Kokay, Leila do Vôlei. A um democrata treinado na democracia que existia repugna que tenha sido eleita gente habituada a tratar a democracia como lixo: Michele Bolsonaro, Bia Kicis, Gustavo Gayer, Deltan Dallagnol, Sérgio Moro, Sanderson, Marcel Van Hatten, Carlos Bolsonaro, Carol de Toni. 

A democracia liberal morreu. Está a ser provisoriamente substituída pela autocracia eleitoral 

Os teóricos clássicos da democracia liberal imaginaram que sociedade era feita de indivíduos senhores de si que, aliás, nada deviam à sociedade e da qual esperavam apenas que se organizasse politicamente (Estados) para garantir a ordem e a segurança da sua propriedade privada. Como escreveu Adam Smith num momento de particular lucidez: “O Estado tem por função principal permitir aos ricos dormir descansados nas suas camas”. 

O indivíduo liberal é senhor de si porque é racional e livre. A democracia é o resultado dessa racionalidade e dessa liberdade. A liberdade é universal, mas na prática só pode ser exercida por quem for proprietário, isto é, por quem tenha condições de decidir livremente. As mulheres não podem votar porque são dependentes dos homens; os trabalhadores não podem votar porque são dependentes dos patrões. Nos séculos seguintes, boa parte da luta social teve por objectivo tornar possível que mais gente pudesse votar. Finalmente, foi consagrado o sufrágio universal: todos os cidadãos de maior idade (que foi diminuindo) podem votar. Quer isto dizer que os países que se dizem democráticos são hoje plenamente democráticos? Não. Porquê? 

Sobre os que não votam 

Uma percentagem grande dos que poderiam votar, não votam. No Brasil, num universo de 157,7 milhões de eleitores, 33,4 milhões decidiram não votar. Desiludidos? Cínicos? Com tarefas mais importantes ou urgentes do que ir votar? Evitar a frustração de votar em quem depois de eleito se esquece sistematicamente das promessas feitas? Porque os políticos são todos maus ou corruptos e “entre eles venha o diabo e escolha”? Ou será que alguns até são melhores que outros, mas mesmo os melhores pouco ou nada podem fazer porque tudo é decidido por quem tem poder para mandar sem ser eleito? Será racional votar se se sabe que não há alternativa, que os políticos gritam diferenças para ocultar semelhanças? Se a gritaria se substituiu ao debate? E se houver debate, será racional votar se a importância do debate é inversamente proporcional à sua importância na vida das pessoas, sobretudo no seu orçamento familiar? É racional a democracia de um país (Portugal) onde o debate sobre o uso público da burka ocupa o tempo de deputados bem pagos quando tal uso é quase tão residual quanto nevar em Lisboa? Podemos chegar à situação de que quem não vota contribui mais para sustentabilidade da democracia do que quem vota? 

Sobre os que votam 

O voto só é livre e racional quando não é manipulado nem pelo medo nem pela desinformação. Há hoje patrões invisíveis que ditam os votos aos votantes que se julgam livres? Não são patrões da força de trabalho, são patrões da força da opinião. Se a força de trabalho se compra e vende, estará o mesmo a acontecer com a força da opinião? Os eleitores que decidem hoje as eleições não serão precisamente os dependentes que a teoria liberal declarava incapazes de votar? Podem os escravos que se julgam livres votar contra a escravatura? Podem os pobres que se julgam ricos em bênçãos de Deus votar contra os ricos? Pode uma democracia — decidida por indivíduos que foram expropriados da autonomia, que foram incapacitados de avaliar racionalmente os seus interesses e aspirações, que foram amputados do confronto das ideias — ser outra coisa que uma democracia expropriada, incapacitada, amputada? 

A democracia nunca foi central para o liberalismo 

Quando se debruçam sobre as condições de vida das grandes maiorias e tentam explicar o comportamento político delas, os analistas sérios concluem invariavelmente que o decisivo é a economia, a melhoria ou a degradação das condições de vida (inflação, endividamento, taxas de juros, etc.). Falou-se muito no Brasil que um dos problemas da candidatura de Lula da Silva era não ter melhorado, como prometera, as condições de vida das maiorias. Afinal, não foi ele quem disse no mandato anterior que se fosse eleito, “o povo voltaria a comer picanha”? A verdade é que os comportamentos eleitorais não estão a ratificar os raciocínios económicos. 

A sondagem de opinião da SEMAFOR realizada de 12 a 15 de setembro, descrevia assim as preocupações dos brasileiros e brasileiras: violência, 28%; corrupção, 22%; economia, 19%; saúde, 15%; desemprego, 5%; educação, 5%.  A soma da economia e do desemprego fica abaixo da violência e da corrupção. Entende-se a importância concreta da violência na vida das pessoas. Se roubarem o telemóvel a alguém, essa pessoa vai certamente pensar que o grande problema é a violência e, se essa pessoa viver numa favela, essa percepção é exponencialmente maior. 

Ao contrário, a corrupção é uma preocupação abstracta, no sentido de que não se sente directamente no corpo ou na convivência quotidiana. Porque será então tão importante nas preocupações das populações? Tratar-se-á de uma preocupação real que é ampliada para esconder outras preocupações? Não estará a economia a ser escondida para deixar o verdadeiro poder (o poder dos que mandam nos que têm o poder de governar) com maior liberdade para continuar a expropriar as classes médias e populares dos seus magros rendimentos? 

Quando o liberalismo se metamorfoseou em neoliberalismo, a sua vocação original alterou-se qualitativamente. A contradição entre democracia (soberania popular) e capitalismo (acumulação infinita) agravou-se. O neoliberalismo é uma gigantesca engrenagem de transferência de rendimentos dos trabalhadores e das classes médias para uma minoria de ricos e super-ricos. Se há gente empobrecida é porque há gente enriquecida. Se permitir identificar e desmascarar este mecanismo, a democracia torna-se um perigo para a sobrevivência “normal” do capitalismo. É por isso que se amplia a insegurança e o medo da violência para ocultar a insegurança de uma economia antissocial. É por isso que o roubo ilegal da corrupção é denunciado de modo a ocultar o roubo legal, incessante e sistemático das políticas normais dos governos normais da ordem mundial neoliberal. 

A democracia está a ser desfigurada para poder continuar a ser funcional por mais algum tempo para o caos capitalista neoliberal. Trata-se de evitar os maiores custos políticos de uma ditadura civil ou militar que, por agora, é impopular. 

João Moreira Salles, cineasta e jornalista brasileiro, filho rebelde da alta burguesia, escreveu na revista Piauí que fundou, um artigo importante para entender o que pensa a alta burguesia e o modo como a preservação da democracia não entra na equação dos seus interesses. Descreve de modo magistral uma reunião do candidato Flávio Bolsonaro com altos representantes da burguesia industrial e financeira do Brasil: 

“Os apoiadores de Flávio Bolsonaro na elite econômica brasileira não formam um bloco homogêneo. Neles se misturam, às vezes num único personagem, a defesa de interesses particulares do velho patrimonialismo nacional, a preocupação legítima com a situação macroeconômica, o desejo ingênuo de “contribuir para o diálogo”, a vertigem quase erótica da influência política e a vaidade intelectual de quem se acha capaz de definir os melhores rumos da nação. Noves fora essas diferenças, existe um vocabulário comum em suas reivindicações: privatizações, redução da carga tributária, flexibilização regulatória, corte de gastos, diminuição da máquina pública… 

Coube ao anfitrião do evento, o banqueiro André Esteves, introduzir uma nota incômoda… Esteves lembrou aos presentes que “os maiores subsídios concedidos pelo governo ocorrem, na prática, em benefício do próprio mercado financeiro. ‘Há um trilhão de subsídio para nós aqui nessa sala, o subsídio ao rentista’, disse, referindo-se aos investimentos isentos de tributação”… O tema não mobilizou a plateia tanto quanto a perspetiva de cortar benefícios destinados aos pobres… 

[depois de referir a promiscuidade do candidato da extrema-direita com o mundo da criminalidade acrescenta:] Não deixa de ser revelador que boa parte dos comensais de que falo aqui não considere que os fatos acima – seja a estreita amizade, seja a reiterada defesa, seja a admiração confessa por pessoas ligadas ao que há de mais perigoso e criminal – constituam razão suficiente para se afastar do candidato. Suspeito – porque já ouvi essa conversa inúmeras vezes – que muitos deles já tenham pensado em transformar em residência permanente suas casas em Miami. Afinal, no Brasil, ‘a violência está demais’…. Historiadores do autoritarismo explicam que uma das características desse regime é contar com cidadãos que já não sabem distinguir ficção de fato, verdade de mentira. A gente de quem falo aqui sabe. São pessoas bem informadas, que sabem de Brilhante Ustra [um execrável torturador no período da ditadura (1964-1985) a quem Jair Bolsonaro, quando Presidente, prestou homenagem], sabem de Queiroz, sabem de Cláudio Castro, sabem de Ciro Nogueira, sabem do oito de janeiro, sabem das minutas impressas no palácio presidencial, sabem da conspiração tarifária contra o país, sabem da ascendência que o pai tem sobre o filho. Sei que sabem, porque conheço o mundo social em que vivem. É o mundo em que nasci. Sei das informações que circulam por ele, e são boas informações. 

…É curioso: essas são pessoas que não aceitam o risco de uma crise econômica, mas admitem sem estrilar o de uma crise democrática. As consequências da primeira podem ser gravíssimas, mas são, em princípio, reversíveis; as da segunda podem deixar marcas institucionais duradoura.” 

A confirmação desta análise está no comportamento da Bolsa de Valores do Brasil no dia seguinte ao primeiro turno das eleições: 

O Ibovespa, principal índice da Bolsa brasileira (B3), abriu esta segunda-feira (5/10) em forte alta. Em dois momentos, o indicador passou de 209 mil pontos. O pico desta manhã foi batido às 10h40, com 209.605 pontos, e uma variação positiva de 9,1%. Às 12h30, o painel marcava 208.193 pontos e alta de 8,37%. É a primeira vez na história que o índice ultrapassa os 200 mil pontos. (https://www.metropoles.com/brasil/bolsa-sobe-8-e-passa-dos-207-mil-pontos-embalada-pelo-1o-turno?) 

A democracia de mercado é o mercado da democracia. Leva quem der mais. 

O Supremo Tribunal Federal (STF): o grande alvo 

O STF foi em tempos recentes o garante da democracia no Brasil. Foi o STF que resgatou o sistema judicial brasileiro depois da mais grotesca lawfare da história do Brasil (Operação Lava-jato). Foi o STF quem definiu como golpe o que aconteceu em 8 de Janeiro de 2023 e atuou em conformidade. Foi o STF que, sobretudo a partir de 2011, aprovou medidas que mudaram a sociedade brasileira de modo a torná-la mais igualitária, menos discriminadora, mais respeitosa da diversidade social e cultural. Eis algumas medidas-marco:

 *União homoafetiva (2011): o tribunal reconheceu por unanimidade a equiparação das uniões estáveis homoafetivas às heteroafetivas. A decisão estendeu direitos previdenciários, sucessórios e de comunhão de bens a casais do mesmo sexo.

* Cotas raciais em universidades (2012): o Supremo validou o sistema de reserva de vagas com critérios étnico-raciais e sociais em instituições de ensino superior, consolidando as ações afirmativas como ferramentas legítimas de reparação histórica e igualdade material.

⃰Aborto de fetos anencéfalos (2012): no julgamento da ADPF 54, o STF declarou que a interrupção da gravidez de feto sem cérebro (anencefalia) não configura crime de aborto, assegurando o direito de escolha da gestante sob assistência médica.

⃰Estado de Coisas Inconstitucional dos Presídios (2015): ao julgar a ADPF 347, a Corte reconheceu a violação massiva de direitos fundamentais no sistema prisional brasileiro. Isso permitiu a imposição de medidas como as audiências de custódia obrigatórias em até 24 horas após a prisão em flagrante.

⃰Fim do Financiamento Empresarial de Campanhas (2015): o STF barrou doações de pessoas jurídicas (empresas) a partidos políticos e campanhas eleitorais, sob o entendimento de que o poder econômico desequilibrava o pleito democrático.

⃰Alteração de registro civil para transgéneros (2018): o STF garantiu a pessoas trans o direito de alterar o nome e o gênero no registro civil diretamente em cartório, sem a necessidade de cirurgia de redesignação sexual, laudos médicos ou autorização judicial.

⃰Criminalização da homofobia e da transfobia (2019): diante da omissão legislativa, o Supremo determinou que os atos de homofobia e transfobia fossem enquadrados nos crimes previstos na Lei de Racismo (Lei 7.716/1989) até que o Congresso edite lei específica.

⃰Rejeição do Marco Temporal (2023): no julgamento do RE 1.017.365, o tribunal derrubou a tese do “marco temporal”, definindo que o direito dos povos indígenas às suas terras tradicionais não depende de estarem ocupando a área na data da promulgação da Constituição (5 de outubro de 1988).

⃰Derrubada da tese de “Legítima Defesa da Honra” (2023): o tribunal proibiu de forma definitiva o uso desse argumento em júris de feminicídio. A Corte considerou a tese inconstitucional por violar a dignidade da pessoa humana e alimentar a violência de gênero.

⃰Porte de maconha para uso pessoal (2024): a Corte decidiu descriminalizar o porte de maconha para consumo próprio. O tribunal fixou um critério objetivo (40 gramas ou seis plantas fêmeas) para diferenciar o usuário do traficante, visando diminuir o encarceramento em massa decorrente de critérios subjetivos da abordagem policial. 

Se Flávio Bolsonaro for eleito presidente, poderá alterar tão profundamente a composição do STF que as conquistas democráticas que este tribunal protagonizou no passado podem ser derrubadas uma a uma. Basta pensar que no Senado há 54 senadores que já se declararam favoráveis ao impeachment de ministros do STF. São a necessária maioria de dois terços para decidir o impeachment. Basta pensar que ao longo do seu mandato o novo presidente pode vir a nomear quatro novos ministros, por exemplo, em resultado de aposentadorias e pode, além disso vir a impulsionar o impeachment de alguns dos cinco ministros do STF implicados no caso do Banco Master: Alexandre de Moraes, Dias Toffoli, Luis Fux, André Mendonça, Kássio Nunes. Ou seja, das decisões de um novo presidente autoritário, servido por um Senado-rebanho pode emergir um novo STF servilmente funcional aos desígnios da escumalha política no poder. 

As perguntas sem resposta:

Depois destas eleições o Congresso brasileiro está ainda mais dominado por políticos conservadores de direita e de extrema-direita, muitos deles fascistas confessos cuja política de segurança assenta no lema “bandido bom é o bandido morto”. O PL, o partido do golpista Bolsonaro e Co., tem agora 29 lugares no Senado, num total de 81, ou seja, mais de um terço.  O poder de desmantelar o Congresso tal como o conhecemos é evidente, tal como o poder para reduzir a cinzas a chama democrática que o STF acendeu. 

É possível governar democraticamente num país com um Congresso com esta composição? Merece a pena tentá-lo sem uma profunda reforma do sistema político? É possível lutar pela restauração da democracia com as armas desta democracia desfigurada? Uma coisa é certa: os fascistas e os golpistas não vão exercer democraticamente o poder que conquistaram democraticamente. O Brasil passou o patamar do fascismo gota a gota. Mais parece a avalanche de um OVNI. Ou um monstro. Talvez uma democradura, talvez uma ditamole? 

Os brasileiros e brasileiras correm um imenso risco: o de acordar no dia 26 de outubro e darem-se conta, entre o choque e a revolta, de que afinal já não vivem em democracia, apesar de, na aparência, tudo ter acontecido democraticamente. Para evitarem o choque dessa surpresa têm de ocupar as ruas nas próximas três semanas e transformá-las numa festa de democracia 24 horas por dia. Que não descansem os democratas, os rappers, os cantautores que sabem afastar este cálice, os grupos de carnaval, as associações de bairro. É preciso que cheguem ao fim exaustos para que a democracia renasça no outro dia.

 

[Fonte: www.aviagemdosargonautas.net]

quarta-feira, 30 de setembro de 2026

La storia recuperata dell’antisionismo ebraico, e la perdita a cui non ha potuto porre rimedio

Il nuovo libro di Benjamin Moser ritrova una tradizione di dissidenti che pagarono un prezzo per essersi opporti alla spoliazione dei palestinesi, anche se non poterono impedirla.

La demolizione di una casa palestinese a Jaffa nel 1949.

“Anti-Zionism: A Jewish History”, [Antisionismo: una storia ebraica] di Benjamin Moser, Doubleday, 2026 

di Yahia Lababidi

+972 Magazine 

Poche parole come “antisionismo” hanno subito nel dibattito pubblico contemporaneo una limitazione del significato così rapida e sanzionatoria. Quella che in precedenza era una posizione politica contestata, discussa all’interno della tradizione religiosa ed etica ebraica, ora si presenta come già condannata, trattata meno come un’idea storica che come una prova di contaminazione etica. La parola non descrive più solo una posizione rispetto al nazionalismo o alla costruzione di uno Stato, è diventata uno strumento di preclusione, capace di ridurre a un’accusa prese di distanza e storie personali. 

Questa riduzione è avvenuta rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attacchi del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti USA ha votato con 311 voti contro 14 per stabilire che antisionismo e antisemitismo sono sinonimi. Questa risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il genocidio israeliano a Gaza. Insieme alle successive iniziative legislative è servita a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e seria tradizione ebraica di opposizione al sionismo su basi religiose e politiche. 

“Anti-Zionism: A Jewish History” di Benjamin Moser si prefigge di recuperare quella tradizione. Biografo insignito del premio Pulitzer, Moser ha passato la sua carriera a riscattare figure ai margini di quello che le istituzioni disposte ad accettare, tra cui la critica americana Susan Sontag nel suo antagonismo e la scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua singolarità. Mette questo stesso impulso anche qui, verso una camera della storia intellettuale ebraica che altri hanno da molto tempo dichiarato sigillata. 

Forse quello che la biografia insegna è che una vita resa in modo pieno propone un’argomentazione più profonda di qualunque polemica. Una tesi può essere rifiutata, una persona, testimoniata autenticamente, tende a perdurare. 

Ognuno dei 12 capitoli del libro è dedicato a diversi mondi dell’opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo derivava dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui opposizione al sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese che arrivò a Gerusalemme come sionista e terminò come qualcosa che i sionisti trovarono inaccettabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e con nome arabo, l’atto di accusa più preveggente contro il sionismo prima della Nakba; un rabbino riformato statunitense che guidò un movimento contro il sionismo finché, in seguito alle pressioni e quando l’aria cambiò, ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi documenti. 

Moser scrive che le “Quartine”, la raccolta di brevi poesie di de Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e corpo”, vennero pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “salutate come uno dei più sublimi risultati nella storia della poesia olandese”. Chi era al potere evitò di citare quello che gli era stato fatto. 

La persecuzione contro Hannah Arendt fu di altro genere, le è sopravvissuta. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu meno organizzata e alla fine vi hanno partecipato i più importanti circoli del potere israeliano. Quando nel 1963 venne pubblicato “Eichmann a Gerusalemme” la reazione andò totalmente al di là del semplice dissenso: comportò un tentativo coordinato di garantire che quello che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nella mente dell’opinione pubblica, da una versione artefatta che era facile condannare. 

Venne accusata di dire che gli ebrei erano complici della loro stessa morte. L’Anti-Defamation League [una delle principali organizzazioni della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] guidò l’attacco, facendo circolare una sintesi di cinque frasi in cui risultava che Arendt incolpava gli ebrei della loro distruzione, un’accusa subito ripetuta in tutti gli Stati Uniti. Moser nota anche che Siegfried Moses, un importante politico del governo israeliano, andò da lei di persona per chiederle di interrompere la pubblicazione del libro e Arendt venne a sapere da altre fonti israeliane che era intervenuto lo stesso primo ministro David Ben Gurion. 

“L’immagine che avevano creato era quella di un ‘libro malefico’”, scrisse. “Ora devono dimostrare che è stato scritto da una ‘persona malefica’”. 

Quello a cui la campagna non poté sopravvivere, e sapevano che non avrebbe potuto farlo, era lo sguardo onesto di chiunque non solo sui rapporti storici tra sionismo e nazional-socialismo nell’accordo Ha’avara [con cui i dirigenti sionisti si accordarono con i nazisti per uno scambio di ebrei tedeschi, denaro e merci che favorì il regime di Hitler, ndt.], ma anche l’uso per il quale era stato approntato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare il ricordo degli assassinati in una moneta di scambio politica. Non si era mai guardato alla sostanza, bastava il clamore. 

Felicia Langer passò 22 anni cercando di utilizzare il sistema giudiziario israeliano per difendere i palestinesi sotto occupazione, perdendo la maggior parte delle cause, vincendone poche e arrivando alla fine alla conclusione che il suo lavoro in sé era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi dava all’apparato della giustizia militare l’apparenza di imparzialità che diversamente non avrebbe potuto rivendicare. 

Quando alla fine chiuse il suo studio nel 1990 dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà era il rifiuto di fungere da alibi. Ormai decenni di ostilità avevano presentato il conto. Era stata, scrive Moser, “derisa dalla stampa, le sputavano addosso per la strada.” Arrivò a credere persino che i suoi clienti palestinesi venissero puniti più duramente perché era lei a rappresentarli.   

Lasciò Israele, se ne andò in Germania, dove viveva suo figlio e si stabilì a Tubinga. Moser nota l’amaro simbolismo della scelta: era “una dichiarazione che era più libera come ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato ebraico.” 

Da ragazzo Ronnie Kasril piantava alberi. Aveva 10 anni, era un giovane sionista entusiasta a Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva soldi per il Jewish National Fund che incorniciava le ricevute delle sue donazioni e le appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi era piantati in Israele in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era nascondere le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948. 

L’antisionismo di Kasrils emerse dalla lotta che aveva già caratterizzato la sua vita. Sharpeville [famosa strage di cittadini neri da parte della polizia sudafricana, ndt.] contribuì a portarlo nell’ANC [African Nationale Congress, il partito di Mandela, ndt.] e alla lotta contro l’apartheid; in esilio vide Israele consolidare i suoi rapporti con il regime sudafricano, un collegamento che secondo Moser rafforzò la sua opposizione al sionismo.

Dopo la caduta dell’apartheid comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato. Nel 2001 scrisse una “Dichiarazione di Coscienza da parte di un Sudafricano di Origine Ebraica”. Sei anni dopo in un pamphlet dell’ANC fece un paragone tra la spoliazione dei palestinesi e i Bantustan [aree in cui era rinchiusa la popolazione nera, ndt.] in Sudafrica e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi potevano vivere insieme in uno Stato democratico. 

La reazione comportò un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che lui fosse “un vero ebreo”; venne denunciato per aver paragonato gli ebrei israeliani ai nazisti; quando lasciò il governo [fu più volte ministro, ndt.], scrive Moser, Kasrils era diventato una persona non grata per molti ebrei. 

Ciò che condividono queste quattro vite è il rifiuto, qualunque costo questa lucidità comportasse, di guardare altrove rispetto a quello che stava realmente avvenendo. La tradizione che Moser ha recuperato non è quella di un comodo dissenso, tutti hanno pagato un prezzo per aver dato un nome a quello che osservavano, senza mai smettere. 

Due eredità inconciliabili 

Prima dei dodici ritratti l’introduzione di Moser al libro inizia con un lascito: la copia di suo nonno della raccolta delle opere di Herzl, un pesante volume blu portato da Breslavia al di là dell’oceano a Houston. Moser lo descrive come un talismano, che conservò per decenni senza leggerlo con attenzione. Quando finalmente lo fece, quello che vi trovò lo sconvolse: Herzl come antisemita e megalomane, un uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. Il lascito rimase, quello che cambiò fu il significato di tenerlo. 

“Antisionismo: una storia ebraica” è insolitamente esplicito riguardo ai suoi limiti. Moser lo afferma chiaramente nell’introduzione: “Benché questo libro riguardi necessariamente degli ebrei, esiste solo per via dei palestinesi.” Alla fine dell’introduzione egli esprime la speranza che quelli che incontreranno questa tradizione “si libereranno del solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e porranno “le vere vittime del sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto quello che faranno.” 

Non si tratta di frasi a caso. Esse segnano, con una certa precisione, il limite esterno del progetto di Moser. Il recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio, parla principalmente alla comunità la cui coscienza viene riscattata. Il suo pubblico sono in primo luogo quanti hanno bisogno che gli venga ricordato che l’opposizione al sionismo nacque all’interno della vita intellettuale e spirituale degli ebrei. Questo lavoro è importante. Esso giunge, per sua natura, da una direzione. 

Quello che il metodo di Moser non può fornire è la visione dall’altra parte: la vita che sopportano quelli a cui queste dodici coscienze si opposero. Le personalità in questo libro furono, per la maggior parte, testimoni della spoliazione dei palestinesi piuttosto che suoi eredi. Videro chiaramente e pagarono per parlare, mentre la spoliazione continuò. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza deriva dalla stessa testimonianza. I due fatti coesistono nello stesso modo in cui una diagnosi corretta coesiste con una morte che non potrà impedire. 

C’è una sorta di consolazione morale che il libro, e bisogna dargliene atto, si rifiuta di offrire in modo troppo netto. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al sionismo porta con sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione ha un modo di avvicinarsi a chi viene consolato e la domanda di cosa questa tradizione recuperata significhi per quanti hanno perso le proprie case mentre essa veniva eliminata è una domanda a cui il libro si può avvicinare, ma non può rispondere. 

Leggere il libro di Moser in quanto scrittrice palestinese significa, a tratti, sentire la particolare estraniazione di essere il pretesto per un discorso condotto in buona misura senza di te. La coscienza recuperata è reale e il costo sopportato da quelli che l’hanno conservata non deve essere minimizzato. Però le case in cui i miei nonni vivevano sono state svuotate durante gli stessi decenni in cui questi dissidenti stavano discutendo e perdendo, e le case non aspettarono che la questione fosse definita prima che venissero occupate. 

Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds [Gerusalemme in arabo, ndt.] e fu tra i suoi primi giornalisti. La sua voce risuonò in tutta la Palestina che esisteva ancora come luogo unitario, un Paese con un servizio radiofonico e un poeta nazionale, una sua vita musicale abbastanza importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya al-Lababidi ricoprì quel ruolo al Palestine Broadcasting Service [Servizio Radiofonico Palestinese] a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero le canzoni del popolo che cercava di restare unito sotto enormi pressioni. 

Nel 1948 mia nonna venne sfollata sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiofonico venne chiuso, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita all’interno di una cultura coerente divenne, in una sola stagione, il primo capitolo di un esilio non ancora terminato. 

L’eredità di Moser è un libro conservato attraverso frontiere e generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura. La mia eredità è un Paese che non è sopravvissuto a quegli anni: una voce eliminata dall’etere, un archivio disperso, una casa lasciata con il presupposto di tornarci. Queste due eredità sono quello che il libro racchiude senza riuscire a riconciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove una volta trasmetteva Al-Quds Radio. Entrambe sono reali. Solo una può essere tramandata. 

Insistere su un’alternativa 

Prima di Herzl, la prima pagina del libro di Moser presenta una dedica: “Al popolo palestinese.” Poi arriva una preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la madrepatria dei loro desideri/e rendili di nuovo cittadini del paradiso”. 

Leggere questo libro come chiede di essere letto, verso quelli la cui perdita è la silenziosa premessa di quasi ogni vita che contiene, significa iniziare a comprendere quello a cui questo recupero assolve e dove non può arrivare. Le perdite della mia famiglia non furono un’eccezione. Sono perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser stavano cercando di impedire e non ci riuscirono, quelle a cui la dedica si rivolge con una preghiera senza avere dietro un programma politico, solo la più antica richiesta umana: concedi loro la madrepatria dei loro desideri. 

C’è una frase in ebraico che ricorre nella storia che Moser ricostruisce: “Ein breira” o “Non c’è alternativa”. Questa fu la logica che stava dietro alle spoliazioni, alle guerre e ai negoziati negati che le prove d’archivio ora hanno reso irrefutabili. Jabotinsky ne espresse la sincerità più dura e originaria: la popolazione araba avrebbe resistito, ammise, aveva tutto il diritto di farlo e avrebbe dovuto essere costretta ad arrendersi prima che ne potesse seguire un qualunque accordo. Non c’era alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico percorso e la gente che già vi viveva fosse semplicemente d’intralcio. 

Ciò che la coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questo restringimento. Aaron Samuel Tamares lo predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu [unico ministro ebreo del governo britannico quando venne resa pubblica la dichiarazione Balfour, a cui si oppose, ndt.] mise in guardia a questo proposito nel governo inglese nel 1917. Ahmad Sadiq Saad lo documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La registrazione della loro accuratezza ora è estesa, documentata negli archivi che Moser ha letto e nei libri che i Nuovi Storici israeliani ne hanno ricavato. La storia non è stata nascosta, ma cancellata. 

Il recupero di questa storia non risponde alla preghiera che Moser propone. Sa che è inadeguata, non può recuperare quello che è stato preso. Non può rimandare in onda una radio. Non può rimettere insieme l’archivio di un compositore. Non può riportare una donna anziana alla casa che ha lasciato credendo che ci sarebbe tornata entro qualche settimana.

Quello che può fare, e che il libro di Moser onestamente fa, è recuperare una genealogia morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al sionismo era possibile e onerosa. Vale a dire che c’era un’alternativa: una tradizione che contiene Tamares e Arendt e Langer e Kasrils, persone serie che hanno riconosciuto e resistito alla cancellazione dei palestinesi. 

Verso la conclusione del capitolo finale Moser scrive una frase che potrebbe servire da seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami ancora più stretti che ci legano tra noi e al popolo palestinese che soffre così tanto in nostro nome.” È scritto in persona plurale, il noi degli ebrei antisionisti, di quelli che hanno trovato se stessi nel corso dei decenni di cancellazione che questo libro recupera. La sofferenza, riconosce, avviene nel loro nome. La determinazione da offrire in cambio è la loro. 

Il resoconto è onesto perché non sostiene mai di essere un rimedio. Un libro che fosse finito con la convinzione di essere sufficiente avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece “Antisemitism: A Jewish History” si chiude come inizia, nella consapevolezza di una distanza che non può attraversare, verso persone che può citare ma non risarcire. 

“Concedi loro la madrepatria dei loro desideri / e rendili di nuovo cittadini del paradiso.”

Di nuovo. La parola contiene tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come ricostituzione. Di nuovo, come il riconoscimento che qualcosa è stato preso a un popolo che ce l’aveva e che quello che gli è stato preso ha un nome, e che il nome viene ancora detto, in arabo e in esilio, con un anelito che non ha dietro un programma politico e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica e sta ancora aspettando. 

Yahia Lababid è una scrittrice arabo-americana di origini palestinesi, autrice di sedici libri di poesia, saggistica, aforismi e colloqui. I suoi scritti sono apparsi, tra le varie pubblicazioni, su The New Statesman, Liberties, World Literature Today, Salmagundi e The Threepenny Review.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi) 

[Foto: Fritz Cohen/GPO - riprodotto su www.zeitun.info]