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sexta-feira, 18 de setembro de 2026

La Shoah, la storia e la scoperta della vergogna - colloquio con Carlo Ginzburg

Il rigore dei fatti e la trappola del ricordo. L'Olocausto e Auschwitz. Lo storico riflette su identità multipla ed eredità di Primo Levi: «Ho capito di essere ebreo quando ho cambiato nome»

di Emanuele Coen

La conversazione con Carlo Ginzburg parte da alcune verità storiche incontrovertibili, ampiamente condivise. E si nutre delle sue citazioni colte e disparate: Proust, Omero, Agostino, Brecht. Ognuna di queste, come porte in un misterioso castello, ne cela altre, indizi di un paradigma magmatico e inesorabile. Il Giorno della Memoria è l’occasione per ragionare insieme con Ginzburg, uno dei più importanti storici contemporanei, saggista, professore di fama internazionale, figlio di Leone e Natalia Ginzburg. 

 

La data del 27 gennaio è stata scelta per commemorare le vittime della Shoah: quel giorno, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, rivelando al mondo l’orrore del genocidio nazista. Il nostro colloquio parte dalla Storia con i suoi punti fermi: la persecuzione degli ebrei, l’abisso dei lager, il genocidio, il processo di Norimberga, la necessità dello Stato di Israele.

 

Negli ultimi anni tutto si è complicato. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, perpetrato dai terroristi di Hamas con oltre 1.200 morti e 250 ostaggi israeliani, la repressione attuata dai militari dell’Idf è stata brutale. Il massacro della popolazione palestinese di Gaza e le accuse di genocidio al governo guidato da Benjamin Netanyahu hanno lacerato l’opinione pubblica, rimettendo in discussione convinzioni e certezze. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja ha emesso un mandato di arresto contro il premier israeliano per crimini di guerra e contro l’umanità. Addirittura l’unicità di Auschwitz viene messa in dubbio e l’espressione “mai più”, imperativo morale dell’elaborazione della Shoah, sembra aver perso in parte la propria forza. Ginzburg non si sottrae all’incalzare dei fatti. Nell’ultimo anno ha firmato appelli contro la pulizia etnica a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina, contro il recente ddl Delrio sulla definizione di antisemitismo. Nel suo nuovo libro, “Il vincolo della vergogna. Letture oblique” (Adelphi, pp. 275; € 32), lo storico sposta l’asticella del ragionamento: sostiene che il Paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. «La vergogna può essere un legame più forte dell'amore», esordisce il professore con tono cordiale e pacato, accogliendoci via Zoom nel suo studio colmo di libri e fogli di appunti, a Bologna.

 

Professor Ginzburg, può approfondire il concetto cardine del libro?

«Il saggio, già pubblicato diversi anni fa, esce ora per la prima volta in italiano. L’ipotesi centrale è che la vergogna implica un vincolo di appartenenza. Quando insegnavo a Los Angeles fui colpito dal fatto che, di fronte alle torture di Guantanamo, provavo orrore e furore ma non vergogna, mentre per eventi italiani - anche minori - avvertivo questo sentimento. La vergogna indica il Paese in cui ci riconosciamo, quello di cui possiamo vergognarci. Ho verificato questa ipotesi con amici di diversi Paesi: tutti hanno reagito con sorpresa iniziale seguita da pieno consenso. Rileggendo il mio saggio dopo il 7 ottobre, ho aggiunto una coda. La feroce, criminale risposta del governo Netanyahu al pogrom di Hamas ha suscitato vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica».

 

La nostra conversazione avviene alla vigilia del Giorno della Memoria. Marc Bloch ha affermato che la memoria non si basa necessariamente sulla verità ma la deforma e la arricchisce. Condivide questa prospettiva?

«Per ragionare su questo punto occorre partire da un libro bellissimo di Maurice Halbwachs, “Les cadres sociaux de la mémoire”, uscito nel 1925. Lui distingue fra cornice sociale della memoria e Storia. Ho cercato di sviluppare questo concetto alla luce di vicende successive e sono arrivato alla convinzione che la memoria reagisce a qualcosa che non ha a che fare col vero e col falso. In altre parole, memoria e Storia devono restare separate, anche se la Storia si nutre della memoria e viceversa».

 

Vista così, tuttavia, la riflessione sulla Storia rischia di restare confinata tra gli addetti ai lavori.

«Non necessariamente. Il mio motto, scherzo naturalmente, è “tartufi per tutti”. I tartufi sono buoni, cari, rari, quindi tartufi per tutti. Scrivere di Storia, dunque, non significa abbassare il livello dell’argomentazione per renderla comprensibile a un pubblico più ampio. Al contrario, vuol dire cercare di trascinare il pubblico dei non addetti ai lavori nel mondo della ricerca. È il contrario del paternalismo: il mio modello è Marc Bloch, che l’ha detto molto chiaramente. Altri modelli, nella letteratura novecentesca, sono Marcel Proust con la “Recherche” e Bertolt Brecht, che sottolinea l’importanza di includere l’impalcatura nella costruzione dell’edificio».

 

A ottantuno anni dalla liberazione di Auschwitz cosa significa celebrare il Giorno della Memoria?

«Non ho mai accettato di intervenire in questa giornata per un motivo semplice: non penso di avere niente di rilevante da dire. Una pura ripetizione sarebbe inadatta alla circostanza e forse anche dannosa. Cito un amico che invece interviene con grande ricchezza di argomentazione, Stefano Levi Della Torre. Ammiro quello che Stefano fa, ma non mi sento di seguirlo su questo terreno, molto delicato, perché si può arrivare alla banalizzazione. È quello che mi spaventa».

 

Qual è la giusta distanza per guardare oggi la Shoah?

«La dimensione emotiva non può essere esclusa, fa parte della verità di questa tragedia immane. L’esempio di sdoppiamento a cui pensiamo subito è Primo Levi. Non a caso Lévi-Strauss, a proposito di “Se questo è un uomo”, affermò che si tratta dell’opera di un antropologo».

 

Claude Lanzmann, regista del monumentale documentario “Shoah” (1985), criticava severamente qualsiasi rappresentazione romanzata dell’Olocausto. Eppure film come “Schindler’s List” e “La vita è bella” hanno contribuito all’esercizio della memoria. Di recente è uscito “Norimberga” di James Vanderbilt. Condivide il rigorismo di Lanzmann?

«Mi sono sempre tenuto lontano da questo genere di film. Ma il punto è di carattere generale e la risposta viene ancora una volta da Bloch. Nel suo libro postumo “Apologia della storia o mestiere dello storico” c’è un capitolo straordinario su quello che lo storico può trarre da narrazioni di finzione. Quando leggiamo memorialisti come Saint-Simon, dice Bloch, al di là di quello che scrive la cosa più importante è quello che leggiamo tra le righe. Su questo aspetto ho scritto un saggio intitolato “Rivelazioni involontarie”, incluso nel volume “La lettera uccide” pubblicato da Adelphi. Leggere tra le righe è decisivo per uno storico».

 

Nell’ultimo anno lei ha firmato appelli contro “la pulizia etnica” a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina e contro il ddl Delrio, che include nella categoria di antisemitismo anche alcune critiche radicali allo Stato ebraico. Li firmerebbe ancora?

«Vorrei rispondere alla sua domanda con un’altra domanda: “Cosa è successo nel frattempo per indurmi a un ripensamento?”».

 

Sul termine “genocidio” dei palestinesi di Gaza lei ha citato Tatiana Bucci, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia?». Qual è la sua posizione?

«Il termine genocidio ha una dimensione tecnica giuridica, ma viene usato anche al di fuori di questo contesto. Sulla comparazione con la Shoah, Primo Levi aveva una posizione chiara: comparare non significa abolire l’unicità dell’evento. Se il confronto implicasse una diminuzione dell’enormità della Shoah non lo accetterei. La comparazione evidenzia convergenze e divergenze».

 

Durante la guerra lei usò un nome falso per sfuggire alla persecuzione. Come influì questo fatto sulla sua percezione di sé?

«Ne parlo nella postfazione al mio libro “I benandanti” (Adelphi). Ero con mia madre e mia nonna al Saltino, vicino a Vallombrosa, quando la zona era occupata dai tedeschi in attesa delle truppe inglesi. Mia nonna, Lidia Levi Tanzi, l’unica componente non ebrea della famiglia, mi disse: “Se ti chiedono come ti chiami, devi dire Carlo Tanzi”, il nome di suo padre. Avevo cinque anni. Scrisse quel nome sulla prima pagina del libro che mi stavano leggendo, “Il più felice bambino del mondo”. Più tardi ho capito che in quel momento sono diventato ebreo».

 

Come si concilia il sentirsi ebreo con il non credere nell’identità come categoria fissa?

«Nel caso di un ebreo diasporico è la riprova che le identità sono multiple. Come diceva Primo Levi: “italiano ed ebreo”. Non amo la parola identità proprio per la sua etimologia: da “idem”, per cui si rimane uguali. Il mio sentirmi ebreo viene dalla persecuzione, ma proprio per questo rifiuto l’identità come categoria fissa, essenziale. È preferibile considerare l’individuo come il punto di convergenza di più insiemi».

 

E l’identità italiana?

«Il caso italiano è appassionante e unico. È impossibile trovare un Paese in cui il policentrismo sia così accentuato in uno spazio così piccolo. Potrebbe essere un esempio per il mondo, far fare un passo avanti all’umanità».

 

Pochi anni fa avete consegnato l’archivio di suo padre, Leone Ginzburg, alla Fondazione Polo del ’900. È stato costretto a sdoppiarsi: storico, figlio, sopravvissuto. Come è stata tramandata nella sua famiglia la memoria della Shoah?

«È stata una dolorosa, faticosa scoperta».

 

 

[Fonte: www.lespresso.it] 

quarta-feira, 2 de setembro de 2026

Quand Israël invente des faux « antisémites », les vrais antisémites se préparent à sévir !

Pas de doute, l’« antisémitisme » version Netanyahou, fait rage par les temps qui courent ! La preuve ? Israël, l’État hébreu qui prétend représenter tous les juifs sur la planète terre, est « le plus haï du monde » de l’aveu de J.D. Vance, le vice-président de Trump qui aime affirmer que son gouvernement est le plus pro-israélien de l’histoire des Etats-Unis ! 


Écrit par Yorgos Mitralias

L’affirmation est suffisamment grave pour mériter une explication, d’autant plus que les dirigeants de cet État israélien martèlent sans arrêt que ceux qui critiquent, et a plus forte raison « haïssent » leur pays, sont des « antisémites » patentés. Alors, comment est-on arrivé à ce que pratiquement tout le monde s’est reconverti a cet « antisémitisme » ? Et qui en est le grand responsable ?

Evidemment, le grand responsable est l’État d’Israel, ses politiques et surtout ses actes. Et incontestablement, c’est le génocide toujours en cours des Palestiniens de Gaza qui a tellement choqué et ému l’humanité entière au point de lui ouvrir les yeux une fois pour toutes sur la vraie nature coloniale, raciste et barbare de l’État sioniste. Cependant, le génocide -en direct- des Palestiniens n’explique pas tout. Il y a eu aussi les très « mauvaises fréquentations » de cet État israélien et de ses dirigeants. Ses dirigeants qui, à l’instar de Netanyahou lui-même, n’ont pas hésité à s’allier à tout ce qu’il y a comme racaille raciste, nostalgique ou héritière des régimes antisémites exterminateurs et génocidaires de Juifs, afin d’appliquer leurs politiques, dont celle qui consiste a déclarer la guerre a ceux qu’ils appellent « antisémites » parce qu’ils « osent » critiquer leur dérives criminelles, racistes et assassines. Ce n’est pas donc une surprise que c’est exactement la fine fleur de l’extrême droite européenne au passé violemment antisémite comme le néonazi AFD allemand, le VOX franquiste espagnol ou le RN pétainiste français qui deviennent les meilleurs soutiens d’Israël et les premiers à persécuter et qualifier d’ « antisémite » toute personne, juifs inclus, qui oserait critiquer les politiques criminelles de ce pays. En somme, le monde à l’envers…

Comme par exemple, ils l’ont fait contre le juif Edgar Morin, le grand sociologue et philosophe Français dont l’œuvre, la vie et les actes ont marqué la deuxième moitié du XXe siècle, l’accusant d’ »antisémitisme » parce qu’il avait osé cosigner en 2002, un texte titré « Palestine-Israel : le cancer » comprenant des phrases comme celui-ci : « Les juifs d’Israël, descendants des victimes d’un apartheid nommé ghetto, ghettoisent les palestiniens. Les juifs qui furent humiliés, méprisés, persécutés, humilient, méprisent, persécutent les palestiniens. Les juifs qui furent victimes d’un ordre impitoyable imposent leur ordre impitoyable aux palestiniens. Les juifs victimes de l’inhumanité montrent une terrible inhumanité. Les juifs, boucs émissaires de tous les maux, ‹ bouc-émissarisent › Arafat et l’Autorité palestinienne, rendus responsables d’attentats qu’on les empêche d’empêcher. » [1]. Les procès intentés par les acolytes de l’Etat sioniste en service commandé ont duré quatre ans avant d’aboutir à l’acquittement des trois accuses, dont Edgar Morin qui vient de nous quitter juste un mois avant son 105e anniversaire, non sans avoir répété qu’il était « ahuri et indigné » par le « carnage » commis par Israël à Gaza.

Mais, celle qui est restée dans l’histoire comme « l’affaire Morin » ne devrait plus surprendre. La fabrique à inventer des faux antisémites tourne actuellement à plein rendement. La raison est simple : les juifs très critiques de l’État d’Israël ou même antisionistes, sont desormais légion dans la diaspora. À tel point que les philippiques anti-israéliennes et antisionistes d’un ex-président du parlement israélien (!) et ex-président de l’Organisation sioniste mondiale comme l’a été Avrum Burg ne fassent plus l’impression qu’ils mériteraient. D’un Avrum Burg qui n’a pas peur de déclarer que « le sionisme c’est du racisme » et qu’il définit à l’aide des phrases lapidaires suivantes les conditions nécessaires pour une paix durable au Moyen Orient : « Une paix juste exigera de l’État d’Israël qu’il reconnaisse officiellement la Nakba, qu’il assume la responsabilité de l’expulsion de centaines de milliers de Palestiniens en 1948, qu’il mette en place un mécanisme approuvé de retour ou d’indemnisation, qu’il démantèle les structures profondes de l’occupation, qu’il assure l’égalité des droits entre la mer et le Jourdain, et qu’il instaure un partage équitable des ressources et des terres. Telles sont les conditions nécessaires à la paix elle-même, et il ne s’agit ni de cadeaux ni de gestes de générosité. Tout accord qui renoncerait à ces fondements ne serait qu’un armistice, un répit temporaire qui, à terme, donnerait naissance à la prochaine guerre. Cent ans de mépris israélien pour les structures profondes du conflit, et les dizaines de milliers de tombes de part et d’autre, en témoignent » [2].

Mais, attention : à force d’avoir choyé et d’avoir couvé l’œuf du serpent raciste et néonazi, l’État sioniste est en train de voir ce serpent sclore et grandir : il y a seulement quelques jours, le très populaire parmi les Républicains de Trump et grand ténor de l’extrême droite nord-américaine et mondiale Tucker Carlson et ses amis ouvertement racistes et néonazis, et cette fois véritablement antisémites, viennent d’annoncer qu’ils sont en train de préparer un troisième parti américain dont les juifs auront tout à craindre…

Alors, rien de mieux dans ce contexte morose, que de voir l’admirable Union des progressistes juifs de Belgique (UPJB) donner la parole à la palestinienne Dima Issa pour célébrer, avec un discours inspiré et émouvant, les héros de l’insurrection du ghetto de Varsovie. Et aussi, de rappeler par un texte écrit juste après sa mort à l’automne 2009, ce qu’était le seul survivant parmi les chefs de l’insurrection de ce ghetto, l’antisioniste et ami du peuple palestinien Marek Edelman qui reste, maintenant plus que jamais, une épine dans le flanc de ceux qui sont les vrais antisémites, les génocidaires israéliens…

Notes

[1] https://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_Morin_(France)

[2] Voir Avram Burg, « Les oiseaux nés en cage croient que voler est une maladie » : https://wordpress.com/2026/05/19/un-appel-a-la-revolution-des-guerres-justes-a-la-paix-juste/

[Source : www.cadtm.org]

sábado, 22 de agosto de 2026

S’émanciper du sionisme

« Les Juifs sont devenus blancs ». Dans Redevenir juif, le philosophe Michel Feher nuance et critique cette formule contestable. Selon lui, la figure du Juif n’est aujourd’hui politiquement acceptée qu’à la condition d’adhérer sans réserve aux dogmes coloniaux de l’État d’Israël et aux mythologies historiques qui exonèrent l’Europe occidentale de sa judéophobie exterminatrice.  

Publier par Faris Lounis

«Les Juifs sont devenus blancs». Cette formule, forgée dans le camp de l’émancipation sur fond de concurrence victimaire, de néo-campisme et de réflexes anti-impérialistes quelque peu romantiques, est-elle vraiment pertinente, analytiquement juste?

Dans Redevenir juif, un ouvrage très documenté, savant — tant sur le passé du mouvement sioniste que sur son actualité —, stimulant sur le plan des analyses et iconoclaste par les idées qu’il avance, le philosophe Michel Feher nuance et critique cette formule contestable, au motif que les colporteurs de l’antisémitisme «à l’ancienne» sont toujours actifs.

Énergiquement, l’auteur enjoint à réinvestir la tradition d’une pensée juive aujourd’hui minorée : celle des Juifs diasporiques qui se sont toujours opposés, depuis une optique internationaliste, cosmopolite et résolument universaliste, au nationalisme ethnoreligieux, au suprémacisme et, surtout, à la déclinaison coloniale, puis impériale, du sionisme.

Précisons d’emblée les choses. Redevenir juif, qui n’ignore rien des brimades et des persécutions subies par les Juifs en Europe, s’oppose au sionisme et le rejette en raison de la supériorité ethnoreligieuse qui le traverse et de sa réalisation coloniale en Palestine historique. Loin du dogmatisme antisioniste, qui ne prend pas en considération l’existence, depuis la Nakba de 1948, d’un peuple israélien, comme des judéophobes patentés qui prétendent «défendre le peuple palestinien», ce livre aide à comprendre, à partir de l’histoire des Juifs européens, la genèse du nationalisme juif, dont la motivation première était de mettre fin à une judéophobie séculaire en terre européenne.

Ce besoin de protection et, en définitive, de dignité est parfaitement illustré par une controverse qui eut lieu à Vienne, alors capitale de l’Empire austro-hongrois, en 1897, sur le sens du mot «sionisme».

Scandalisé par les formulations ethnicistes et chauvinistes du livre programmatique de Theodor Herzl, L’État des Juifs (La Découverte, 2008) — lequel pensait que recouvrer la supposée terre du lointain ancêtre et y fonder son propre État soulagerait l’Europe d’un «grand nombre de spéculateurs financiers et d’agitateurs révolutionnaires» —, l’érudit et rabbin juif Moritz Güdemann (1835-1918) précise, dans un texte intitulé «Du nationalisme juif», que ce «terme et le phénomène qu’il désigne doivent leur existence à l’antisémitisme» et que l’idée «d’un nationalisme juif était inconnue il y a encore trente ans».

Auparavant, poursuit le rabbin, les Juifs d’Europe se disaient Allemands, Français, Anglais, etc. Mais à partir du moment où «l’antisémitisme, pour faire meilleure impression sur lui-même et sur le monde, s’est octroyé un caractère national et s’est mis à proscrire les Juifs non seulement en tant que juifs, mais aussi en tant qu’étrangers, [...] ceux-ci ont réagi à cet ostracisme en admettant leur propre individualité nationale, en la soulignant même avec zèle, et en étendant à leur nationalité l’appellation de judaïsme qui n’avait, jusque-là, correspondu qu’à leur conviction religieuse».

Les textes de cette controverse, traduits et publiés récemment aux éditions Verdier sous le titre D’une nation juive, ou non (2025), éclairent au moins deux visages du sionisme : une quête d’émancipation plurielle qui se matérialise, depuis la précitée «Nakba continue» de 1948, en un projet de destruction de l’humain, de l’habitat et du climat.

Antidogmatique, l’antisionisme de Michel Feher est clair quant à l’avenir du peuple israélien : s’il ne croit aucunement en la chimérique solution à deux États, il fait sienne l’idée d’un Edward Said qui, en plus de son engagement pour «une solution binationale au conflit entre Israéliens et Palestiniens», rêvait de voir un jour naître, en Palestine historique, une société plurielle qu’aucun nationalisme ne pourrait posséder, dont aucune souveraineté ne saurait entraver la vitalité, «un tissu social plus riche, que personne ne pourrait entièrement posséder».

Pour lui, le «blanchiment» des Juifs n’est pas de l’ordre de l’essence, mais du contrat : un contrat inégalitaire au nom d’une «égalité» qui serait l’apanage des seules nations occidentales. «Initialement conçu pour séparer le combat contre la judéophobie des autres formes d’antiracisme, voire pour insinuer que ces dernières sont le plus souvent les paravents du “‘nouvel antisémitisme”’, le pacte de blanchiment auquel nous autres juifs sommes pressés de souscrire est progressivement devenu le ferment de la coalescence des droites».

Ici, le philosophe s’inscrit au cœur de la «bataille culturelle», au sein de laquelle les droites dures et extrêmes, ainsi que de larges pans du centre et de la gauche sociale-démocrate, tentent délibérément de confondre la critique de l’apartheid colonial organisé par Israël, du fleuve Jourdain jusqu’à la mer Méditerranée, et le racisme spécifique dirigé contre les Juifs à travers le monde.

Certes, la judéophobie existe à gauche. Et, regrettablement, Michel Feher ne traite pas suffisamment de cet écueil majeur qui affaiblit le camp de l’émancipation : se mobiliser prioritairement contre telle ou telle forme de racisme, au lieu de mener une lutte fédératrice et définitivement débarrassée du boulet de la concurrence victimaire. Mais sa rupture avec le «pacte de blanchiment réciproque» des Juifs a le mérite de défaire méthodiquement la thèse essentialiste d’un prétendu «nouvel antisémitisme» qui ne concernerait que les Palestiniens, les Arabes et les musulmans. 

Dans cette perspective, la contestation de ce «blanchiment» conditionnel — sur fond de mauvaise conscience occidentale face à la destruction des Juifs d’Europe et de narcissisme civilisationnel — fait écho à l’ironie ravageuse du classique Le Monolinguisme de l’autre, dans lequel Jacques Derrida évoquait «l’ablation de [sa] citoyenneté française» durant deux ans, «“sous l’Occupation” sans occupation» du régime de Vichy en Algérie dite française.

Explorant les liens qui unissent les droites euro-étasuniennes, et tout particulièrement celles qui se nourrissent du venin de l’antisémitisme biologique, aux néofascistes nationalistes et religieux qui tiennent les rênes du gouvernement israélien, le philosophe démontre que la figure du Juif n’est acceptable politiquement qu’à condition de servir les intérêts des nations puissantes, jadis responsables et complices du judéocide. À l’imputation d’une «détestation des juifs à quiconque s’indigne des crimes commis par l’État israélien», l’arsenal argumentatif du sionisme réellement existant réalise la performance de classer parmi les «nouveaux antisémites» des personnes juives.

Selon Steve Bannon, lors de la Conférence d’action politique conservatrice (CPAC) de février 2025, «ces juifs» bénéficieraient «des largesses d’une poignée de spéculateurs hors-sol» et s’en serviraient «pour comploter contre la restauration de la grandeur américaine et l’établissement du Grand Israël».

Le «redevenir juif» auquel invite Michel Feher est loin d’impliquer les seuls Juifs. Parmi ses agents propagateurs, un bon nombre de non-Juifs travaillent activement à la réhabilitation de la figure du paria qui, en habitant pleinement et fièrement sa condition diasporique, inscrit la «question juive» dans un vaste champ de luttes cosmopolites.

Révolte destinée à résonner avec celles de tous les autres parias, les Palestiniennes et les Palestiniens au premier chef, ce texte trace le chemin, depuis une énonciation juive francophone, d’une intégration en permanente insurrection «contre les formes de souveraineté exclusive», voire contre le «principe de souveraineté lui-même, dans la mesure où son application tend à fabriquer des laissés-pour-compte».

Certes minoritaires dans le judaïsme français, qui peine à s’émanciper du poids du sionisme en raison de la judéophobie qui continue de travailler la société française, des crimes antisémites des deux dernières décennies, mais aussi du passé colonial qui ne passe pas et du refus des États postcoloniaux du Maghreb et du Machrek d’attribuer aux Arabes juifs la citoyenneté et une place légitime, Redevenir juif pose les premiers jalons d’une réflexion de fond sur un possible renouveau diasporique.

À l’instar de mouvements ouvriers ou culturels tels que le Bund au XIX siècle ou d’associations comme Jewish Voice for Peace (JVP) aujourd’hui, il rappelle, à rebours de l’essentialisme qui domine le débat public, qu’on peut être parfaitement solidaire de tous les dominés, à partir de l’histoire des luttes juives et des enseignements du judaïsme auxquels déroge l’État d’Israël, notamment depuis les massacres du 7 octobre 2023 et son «coming out spartiate».

Dire que «la Colonisation», pour reprendre l’un des substantifs par lesquels les médias arabes désignent «la seule démocratie de la Jungle du Proche-Orient», doit renoncer à son éthos colonial et à ses pratiques génocidaires n’est pas un scandale, mais une radicalité humaniste qui, en ces temps de valorisation des pulsions annihilatrices de la vie, devient presque indicible dans «le monde libre», et particulièrement dans «la patrie des droits de l’Homme».

  

[Source : www.actualitte.com]

quarta-feira, 19 de agosto de 2026

« Redevenir juif » pour s’émanciper du sionisme

La jeunesse juive étatsunienne s’éloigne de plus en plus du sionisme. Cette distanciation se traduit notamment par un regain d’intérêt pour des mouvements historiques tels que le Bund, qui prônait un judaïsme diasporique à l’opposé des dogmes de « l’État juif ». En France, un élan similaire, bien qu’encore timide, voit le jour. Le dernier livre de Michel Feher Redevenir juif s’en fait l’écho.

Détail d’une affiche électorale du Bund, à Kiev, vers 1917. En yiddish : «  Là où nous vivons, c’est là notre pays  !  » Wikimedia Commons

Écrit par Sylvain Cypel

On assiste dans la jeunesse juive américaine à une distanciation importante à l’égard de l’État d’Israël. Elle avait lentement commencé de progresser dès le début des années 2000, mais après le massacre du 7 octobre 2023 elle a littéralement explosé, au vu de la cruauté du comportement des gouvernants israéliens à l’égard des Palestiniens. L’une des manifestations les plus marquantes de cet éloignement est que le terme « sioniste » est devenu une insulte pour une partie de ces jeunes juifs.

Une des formes étonnantes de cette désaffection se manifeste dans le regain progressif de l’intérêt que porte une partie non négligeable d’entre eux à l’histoire du Bund, une organisation juive née à la fin du XIXe siècle. Ainsi, en avril 2026, l’autrice américaine Molly Crabapple a bénéficié d’un succès littéraire important avec la publication d’un livre titré Here where we live is our country (Là où nous vivons est notre pays). Son livre, qui raconte l’histoire du Bund, est resté plusieurs semaines parmi les meilleures ventes des best-sellers du New York Times.

Un judaïsme « diasporique »

Pourquoi ce soudain intérêt pour une organisation ouvrière et culturelle juive qui tenait à la fois du parti, du syndicat et de l’association communautaire ? Née à la fin du XIXe siècle dans la « zone de résidence juive » de l’Europe de l’Est1 elle a disparu à la fin des années 1940. L’intitulé du livre de Crabapple résume tout : les juifs n’ont pas besoin d’aller ailleurs que là où ils sont pour s’émanciper. Et certainement pas d’aller prendre la terre des autres. Ce qui caractérisait particulièrement le Bund2, c’était son progressisme et son antisionisme radical. Il se disait marxiste et prônait l’autonomie culturelle. En octobre 1938, son principal dirigeant, Henrik Erlich, écrivait :

« Si un État juif est un jour fondé en Palestine, son climat spirituel sera le suivant : une peur éternelle de l’ennemi extérieur (les Arabes), une lutte sans fin contre l’ennemi intérieur (les Arabes) pour chaque petit lopin de terre, pour le moindre poste de travail. Est-ce là le genre de climat dans lequel la liberté, la démocratie et le progrès peuvent s’épanouir ? N’est-ce pas au contraire le climat dans lequel prospèrent le chauvinisme et les tendances réactionnaires ?3 »

Bref, pour vivre dans un monde meilleur, les juifs n’avaient pas besoin d’établir un État en expulsant ses habitants. Cette idée mènerait au pire.

C’est ce « climat » désormais porté jusqu’à son paroxysme génocidaire par le sionisme qui amène les jeunes juifs américains à s’intéresser à ce que fut le Bund. Non parce ce parti pourrait aujourd’hui se régénérer : il a disparu dans le génocide juif, et ses quelques dirigeants qui sont restés, Joseph Staline s’est occupé de les assassiner. Mais le regain actuel d’intérêt pour le Bund incarne la possibilité d’une vie juive autre que guidée par le messianisme, le suprémacisme ethnique juif et le culte de « Tsahal, l’armée la plus morale au monde ». Ce regain aspire, à l’inverse, à pouvoir vivre un judaïsme « diasporique » intrinsèque. Sait-on qu’un phénomène identique se développe désormais aussi en France, certes à un niveau beaucoup moins développé, mais réel et croissant ? Le livre du philosophe Michel Feher, Redevenir juif, est l’un des premiers, en France, à poser les jalons d’une réflexion sur un possible nouveau « diasporisme » émancipé du poids du sionisme, après le manifeste du collectif Tsedek ! publié en février 2026.

Une proximité idéologique entre sionistes et antisémites

On a là affaire à un livre savant. Autant sur le passé du mouvement sioniste que sur son actualité. Par exemple sur les liens qui unissent la droite sioniste américaine aux diverses fractions de Maga, et tout particulièrement celles qui entretiennent des propensions antisémites ; sur le pourquoi de ces étonnantes alliances, mais aussi sur les tensions internes qu’elles suscitent. Lorsque l’influenceur de premier plan de la mouvance Maga Charlie Kirk est assassiné, « Candace Owens, l’enfant terrible du mouvement, fait courir le bruit que Kirk a été liquidé… par le Mossad », note Feher. Le vice-président américain J. D. Vance, pour sa part, promet à ses partisans qu’ils vivront bientôt « dans une nation chrétienne où ils n’auront plus jamais à s’excuser d’être blancs ». Voilà qui va rassurer les juifs américains… C’est cette atmosphère ambivalente de liens de grande proximité idéologique entre le sionisme et le régime de Donald Trump — c’est-à-dire le suprémacisme blanc, le mépris pour le droit international, l’ethnonationalisme religieux, etc. —, proximité liée à une poussée antisémite importante qui ne ressort pas des milieux « islamo-gauchistes », mais précisément du sein même de Maga — « pour les amateurs de complots (…), les juifs demeurent des objets de phobie difficilement remplaçables », écrit Feher — c’est donc bien cette atmosphère nauséabonde, validée par les plus hauts dirigeants israéliens, qui amène les jeunes juifs américains à chercher aujourd’hui une alternative au dogme sioniste.

La dernière partie de l’ouvrage est consacrée au débat autour de la figure du juif comme paria. On y retrouve entre autres, mais sans surprise, le rapport de Hannah Arendt à cette thématique, et celle d’un précurseur moins connu : Bernard Lazare, un juif français « assimilé » que l’affaire Dreyfus transforme initialement en militant très actif de la lutte contre l’antisémitisme, puis en porte-voix du sionisme. Il prend la parole au deuxième Congrès sioniste en 1898, avant… de s’en détourner et de rompre avec son fondateur, Theodor Herzl. Dans les deux cas, il s’agit de deux intellectuels juifs qui, attirés un premier temps par le sionisme, en viennent à manifester à son égard le plus grand scepticisme. Cette rupture est souvent celle dans laquelle s’engagent de plus en plus de jeunes juifs américains.

Dans son livre exceptionnel Le Siècle juif (La Découverte, 2008), qui traite du destin des juifs d’Europe centrale et orientale du milieu du XIXe siècle jusqu’au milieu du XXe, Yuri Slezkine divise l’humanité entre les « apolliniens » et les « mercuriens ». Les premiers symbolisent l’enracinement dans la glaise, l’ethnicisme, la pensée grégaire. Les seconds sont des passeurs : passeurs de frontières, passeurs d’idées. Les juifs qu’il étudiait étaient révolutionnaires, cosmopolites et universalistes, et il les voyait comme l’incarnation du type mercurien. Slezkine se préoccupait peu des sionistes, champions du nationalisme ethniciste.

Cinq ans plus tard, Enzo Traverso consacrait un ouvrage à « la fin de la modernité juive » (La Découverte, 2013). Le succès du sionisme comme celui de l’insertion des juifs aux États-Unis avaient consacré, selon lui, leur transition de la révolution vers le conservatisme.

Feher induit que Traverso pourrait bien s’être trompé. Les campus américains sont désormais remplis de jeunes juifs en passe de rupture radicale avec Benyamin Nétanyahou et consorts. Mais parviendront-ils à leurs fins ? Réussiront-ils à élargir leurs rangs au-delà des États-Unis ? L’auteur ne tranche pas, les temps présents étant plus qu’incertains. En attendant, il craint visiblement que « le coming out spartiate » d’Israël proclamé par Nétanyahou récemment ne conduise à une nouvelle « déportation massive des Palestiniens », une idée dont il constate qu’elle « fait l’objet d’un large consensus » dans la population juive israélienne. « Redevenir juif » pourrait prendre du temps.  

[Source : www.orientxxi.info]