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quinta-feira, 5 de novembro de 2026

Eisenkot o Netanyahu: a prescindere da chi formi il governo la democrazia è morta

La maschera del liberalismo di Israele è stata spazzata via dal feroce espansionismo dello Stato e dal desiderio collettivo di vendetta nei confronti dei palestinesi 

Un cartello elettorale raffigurante i due rivali Eisenkot e Netanyahu

di David Hearst

Se Israele fosse una democrazia, come sostiene la diaspora ebraica, in questo momento si starebbe formando un governo che rispecchia l’esito delle elezioni di ieri sera. 

Si tratterebbe di un esecutivo, di maggioranza o di minoranza, guidato da Gadi Eisenkot, con la partecipazione, formale o informale, dei due blocchi palestinesi. 

Se Benjamin Netanyahu rispettasse questo risultato per il suo blocco di estrema destra non ci sarebbe alcuna possibilità di tornare al potere. Per il primo ministro più longevo della storia di Israele, sarebbe la fine di un’era. 

Ma Israele non è una democrazia, e Netanyahu non è un democratico. 

È uno Stato di coloni che si è modellato in modo sempre più stretto attorno all’identità e alle posizioni dei fascisti ebrei. 

Si tratta di una potenza occupante in cui i palestinesi vengono cacciati dalle proprie case, come accade a Hebron, senza alcuna sentenza del tribunale, senza alcun diritto a ricorsi o risarcimenti e in totale assenza di un qualsiasi iter legale. 

La questione centrale che gli ebrei devono affrontare non era nemmeno presente nel dibattito elettorale. 

Al centro del dibattito c’erano la leadership di Netanyahu, il suo colpo di mano contro la magistratura, il rifiuto degli ultraortodossi di prestare servizio militare e l’isolamento internazionale di Israele; tutto, tranne il genocidio a Gaza, i pogrom nella Cisgiordania occupata e il futuro dei palestinesi. 

Una minaccia esistenziale 

In questa campagna elettorale ogni partito sionista ha agito come se metà della popolazione del territorio dominato da Israele non esistesse e dovesse essere esclusa. 

Diversi partiti hanno fatto della deportazione e dello sfollamento dei palestinesi due punti cardine del proprio programma. Sionismo Religioso, guidato da Bezalel Smotrich, ha promesso di “ebraicizzare” la Galilea e il Negev (Naqab), terre in cui vivono centinaia di migliaia di palestinesi. 

La popolazione palestinese in Israele ha compreso, a ragione, di trovarsi di fronte a una minaccia esistenziale e si è recata alle urne in numero record nel tentativo di impedire che ciò accadesse. Palestinesi che per decenni avevano boicottato le elezioni sono andati a votare. 

“Non ci sentiamo al sicuro. Il senso di sicurezza è svanito del tutto e intendo sicurezza a ogni livello”, ha dichiarato Ibrahim Said a Middle East Eye. “Mi sento non solo un cittadino di seconda classe, ma di ventesima classe”. 

Circa l’80% dei cittadini israelo-palestinesi si è recato alle urne. Questo dato rappresenterà un campanello d’allarme per il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, il quale terrà a mente lo shock di queste elezioni in vista di futuri tentativi volti a restringere e limitare il peso elettorale dei palestinesi. 

I cittadini ebrei e quelli palestinesi non sono mai stati su un piano di parità, ma oggi il divario tra loro ha assunto contorni grotteschi. Lo stesso vale per i loro rappresentanti politici: uno di loro, Sami Abu Shehadeh, leader del partito Balad, è stato escluso dalla competizione elettorale a causa di un articolo in cui analizzava l’attacco di Hamas del 7 ottobre e le sue conseguenze. 

E lo stesso vale per il loro voto. Israele è ormai un Paese in cui si rischia di essere picchiati o accoltellati solo perché si parla arabo, come accaduto a tre cittadini drusi in un locale notturno a Tel Aviv e, se si è medici o operatori sanitari, si può arrivare a perdere il proprio posto di lavoro. 

Essere un arabo sionista, come nel caso dei drusi che prestano servizio nell’esercito, non offre alcuna protezione contro i fascisti. 

Gli arabi sono percepiti come un nemico esistenziale non solo dagli ebrei suprematisti, ma dall’intera popolazione ebraica israeliana. Di conseguenza lo stesso Eisenkot e tutti i suoi alleati, a eccezione di uno, hanno esplicitamente dichiarato che non avrebbero mai assunto il potere attraverso un accordo con i due blocchi politici palestinesi: la Lista Comune e Ra’am. 

Secondo loro uno Stato ebraico non può essere governato da arabi, a prescindere dal fatto che siano sionisti o meno. 

Manovre politiche 

In qualsiasi altro Paese un risultato del genere avrebbe reso i partiti arabi l’ago della bilancia della formazione del governo, dato che le previsioni assegnavano loro complessivamente 17 seggi. Ma non viviamo in un’epoca in cui si sa perdere con dignità. 

Proprio come Flavio Bolsonaro, che si è rifiutato di riconoscere la vittoria del presidente Lula da Silva in Brasile, o come l’ex presidente statunitense Donald Trump dopo l’elezione di Joe Biden nel 2020, anche Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte in silenzio. 

Sappiamo già che nei giorni precedenti al voto ha tentato in ogni modo di riaccendere il conflitto con l’Iran; e ha fallito solo perché il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir si è rifiutato di assecondarlo, stando a quanto riportato dai media israeliani. 

Quando quel tentativo è fallito Netanyahu ha pubblicato un’immagine generata dall’intelligenza artificiale di un fungo atomico sopra Tel Aviv, e ha ampiamente diffuso la notizia del [presunto] tradimento di Zamir, con l’obiettivo di far apparire i vertici militari come troppo teneri riguardo alla difesa di Israele. 

Nelle settimane o nei mesi di manovre politiche che seguiranno un attacco all’Iran diventa più, e non meno, probabile; se non altro per predeterminare la linea politica del suo successore. 

Al pari di Trump, Netanyahu è un bugiardo patologico. Tuttavia, è molto più intelligente e subdolo: il che spiega la sua longevità [politica]. 

Dover rispondere di corruzione davanti alla magistratura, o affrontare una commissione d’inchiesta sulle gravi lacune in materia di sicurezza che hanno lasciato il sud di Israele esposto all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, rappresenta solo la minore delle sue tre principali preoccupazioni. 

La terza, e più importante, consiste nel realizzare il sogno di suo padre, Benzion Netanyahu, studioso nato in Polonia e sionista revisionista, di annettere la Cisgiordania occupata o, per usare le loro parole, restituire il regno di Giudea e Samaria allo Stato ebraico. 

Sottovalutare il fondamentalismo di Netanyahu significa lasciarsi attirare dal suo inglese americano con inflessione della Pennsylvania in una trappola ben congegnata, nella quale sono caduti, uno dopo l’altro, diversi presidenti degli Stati Uniti. 

Netanyahu si è già trovato in una situazione analoga in passato. Sa bene come proporre ai suoi avversari politici un governo di unità nazionale per poi annientarli. 

Sa come puntare a una seconda tornata elettorale, consapevole che in quel caso le migliaia di elettori ebrei residenti all’estero non tornerebbero una seconda volta in Israele per votare contro di lui. Nel frattempo egli rimane primo ministro ad interim, una condizione che potrebbe protrarsi per molti mesi. 

In qualità di leader del partito di maggioranza, il Likud, Netanyahu potrebbe persino ottenere la grazia dal presidente israeliano Isaac Herzog in merito alle accuse di corruzione che pendono su di lui; inoltre Herzog potrebbe incaricarlo di formare il nuovo governo. 

Il terrorismo dei coloni 

Sarebbe altrettanto folle immaginare che Ben Gvir e Smotrich si facciano da parte senza opporre resistenza. Oggi dispongono di una propria milizia armata: Ben Gvir ha infatti annunciato che dal 7 ottobre il suo ministero ha rilasciato 100.000 licenze per il porto d’armi. 

La maggior parte di queste armi è finita nelle mani dei coloni. Già prima dell’attacco di Hamas, ai coloni veniva data la priorità nell’ottenimento del porto d’armi, poiché vivevano in una “zona di pericolo”. Secondo un’analisi del 2024 un terzo di tutti gli adulti negli insediamenti di Adora, a nord-ovest di Hebron, possedeva una licenza per il porto d’armi. 

In realtà Ben Gvir e Smotrich dovrebbero indossare divise militari, non abiti eleganti; d’altronde godono anche del sostegno dell’elettorato giovanile. 

Negli Stati Uniti, stando a un recente sondaggio condotto dal Jewish Voters Resource Center, quasi la metà degli ebrei sotto i 35 anni ha respinto il concetto di uno Stato basato sulla supremazia ebraica, a favore di una cittadinanza paritaria per palestinesi ed ebrei all’interno di un unico Stato binazionale. 

In Israele il voto dei giovani ha preso una direzione opposta. I sondaggi condotti tra chi votava per la prima volta hanno mostrato che se l’esito elettorale fosse dipeso dal voto giovanile Ben Gvir e Smotrich avrebbero ottenuto insieme oltre il 16% dei consensi, pari a 29 seggi. Ben Gvir ha tutte le ragioni per considerarsi un primo ministro in pectore. 

L’avvertimento della CIA, secondo cui le crescenti fratture tra gli ebrei in Israele potrebbero condurre a una guerra civile, non è una semplice boutade retorica o polemica. 

Se Eisenkot riuscisse a formare il prossimo governo il suo primo e principale compito sarebbe quello di neutralizzare i coloni; un’impresa non facile, dato che questi potrebbero aver già acquisito un potere eccessivo. 

Come ha scritto il direttore Aluf Benn su Haaretz, i coloni e i loro sostenitori politici darebbero vita a una campagna determinata per preservare i traguardi raggiunti sotto Netanyahu. Per loro il momento attuale rappresenta un’occasione provvidenziale per instaurare il “regno di Giudea” sull’odierna mappa della Palestina. 

La follia dell’Occidente 

Ma c’è un errore ancora più importante che i sostenitori occidentali del progetto sionista si apprestano a commettere. 

Anche una temporanea uscita di scena di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich verrebbe accolta con un evidente sospiro di sollievo in Gran Bretagna e in tutte le capitali occidentali. 

Si giungerebbe alla conclusione che Israele sia tornato nelle mani di una persona pragmatica, che conosce bene la Cisgiordania, capace di impedire che il blocco di insediamenti “E1” separi in due il territorio occupato, condannando di fatto uno Stato palestinese ancora prima che possa nascere. 

Tutte le pressioni esercitate sui governi occidentali affinché isolino Israele tramite sanzioni svanirebbero e dopo tre lunghi anni si tornerebbe alla normalità. 

Ma non cambierebbe nulla per i palestinesi, che continuerebbero a soffrire la fame, sotto assedio e all’interno di tende, frugando tra le macerie di quella fossa comune che è Gaza, alla ricerca dei resti dei propri familiari massacrati. 

In Cisgiordania, sotto la guida di Eisenkot, i palestinesi continuerebbero a essere terrorizzati da bande di coloni ebrei protetti dall’esercito. In Israele, chiunque osasse parlare arabo in pubblico rischierebbe ancora il linciaggio. 

E nulla cambierebbe nemmeno per i vicini di Israele, sempre più impotenti. Vaste aree del Libano meridionale e della Siria, ben più estese di Gaza, rimarrebbero ancora sotto l’occupazione dell’esercito israeliano, mentre i territori siriani abitati dai drusi continuerebbero a essere un protettorato di Israele. 

Israele continuerebbe a considerarsi in guerra con tutti i suoi vicini arabi: la verità, che nessuno vuole affrontare, è che Israele è cambiato per sempre. 

Nel suo desiderio collettivo di vendetta a Gaza, il Paese ha gettato via la maschera del liberalismo. Negli ultimi tre anni, Israele si è rivelato per ciò che è sempre stato: un progetto coloniale incapace di convivere pacificamente con le popolazioni di cui continua a sottrarre le terre. 

‘Uno spettacolo con un unico protagonista’ 

Questo concetto è stato espresso con forza da una persona che nessuno definirebbe mai un simpatizzante dei palestinesi: Ronald Lauder, ottantaduenne miliardario ebreo e presidente del Congresso ebraico mondiale. 

Lauder è diventato, di fatto, un’impresa sionista che fa capo a un’unica persona. Ha finanziato la creazione di scuole ebraiche nell’Europa dell’Est e ha destinato ingenti somme del suo patrimonio a istituzioni in Israele. La sua ricchezza gli ha permesso di stringere amicizie con 40 leader mondiali, ma il legame più stretto è stato quello con Netanyahu. 

Eppure, in un’intervista davvero sorprendente rilasciata al quotidiano Haaretz e pubblicata questo mese, Lauder ha rotto un silenzio che durava da 30 anni. 

«Ci ​​troviamo di fronte a un dittatore, a uno spettacolo con un unico protagonista. Israele è una democrazia, ma Netanyahu non sta rispettando le regole della democrazia», ha affermato Lauder. 

«Qualche settimana fa ho parlato con il re di Giordania. La Giordania è sempre stata uno dei paesi più leali nei confronti di Israele; eppure, a causa di ciò che ha fatto Ben Gvir, abbiamo trasformato il nostro alleato più fedele in un paese che ora nutre odio verso Israele», ha aggiunto. «E quando [i suoi sostenitori] picchiano un fotografo del Washington Post… quanto si può essere stupidi? Per colpa di questo, il Washington Post odierà Israele. Odio! E a che scopo?» 

Secondo quanto riportato da Haaretz, sul volto di Lauder è apparso un profondo senso di disgusto mentre raccontava di aver interrotto i propri legami con Israele. 

«Ho venduto il mio appartamento a Tel Aviv e ho donato la mia casa a Be’er Sheva al Fondo Nazionale Ebraico, di cui sono anche presidente. In sostanza, ho tagliato i ponti. Perché la situazione è diventata così…» Lauder ha interrotto la frase, mimando il gesto del vomito. 

Ha inoltre descritto l’Israele di oggi come un Paese che si trova in una «posizione molto difficile. Più difficile di quanto loro stessi si rendano conto… Israele ha perso non solo l’Europa e altre aree, ma anche la diaspora. Certo, gli ebrei della diaspora restano leali a Israele, ma non sentono che Israele li stia proteggendo». 

Queste parole provengono da un uomo che un tempo era il più stretto confidente di Netanyahu, incaricato delle missioni diplomatiche più delicate, come la mediazione con Hafez al-Assad in Siria riguardo alle Alture del Golan. 

«Alla fine ho capito che Israele non voleva davvero la pace, ma il dominio. E così me ne sono andato». 

Lauder coglie un aspetto che figure come il primo ministro britannico Andy Burnham potrebbero fin troppo facilmente trascurare, nella fretta di nascondere questo conflitto sotto il tappeto. Israele continuerà a «prendersi tutto», fino al proprio crollo. 

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye. 

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È un commentatore e relatore esperto della regione, nonché analista dell’Arabia Saudita. In passato è stato editorialista di politica estera per il Guardian e corrispondente in Russia, in Europa e a Belfast. È approdato al Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove ricopriva il ruolo di corrispondente per il settore dell’istruzione.

 

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

[Foto: Jack Guez/AFP - fonte: www.zeitun.info]

terça-feira, 3 de novembro de 2026

Bartov, la sconfitta morale di Israele

 


di Mario Ricciardi

Ciò che accade a Gaza è un test morale in due sensi, diversi ma connessi. Sul piano personale è l’occasione di un esame di coscienza, perché ci costringe a fare i conti con un fatto storico che mette in discussione le nostre certezze e stana i nostri pregiudizi. Sappiamo bene che non è la prima volta che una violenza sistematica e brutale colpisce una popolazione al punto da metterne in pericolo l’integrità e persino la sopravvivenza. Tuttavia, questa è la prima volta che lo sterminio di un popolo avviene “sotto gli occhi” dell’intera comunità internazionale. Questa espressione non è più un modo dire, dobbiamo prenderla in senso letterale. Chiunque, più o meno ovunque, può connettersi ai network che diffondono immagini, voci, racconti. Pochi minuti dopo un bombardamento sappiamo già che quel bambino o quella bambina sono stati uccisi con la famiglia, o che quel ragazzo che era uscito per cercare da mangiare non è tornato a casa perché gli hanno sparato. In molti casi di queste vittime vediamo in tempo reale, o quasi, i corpi martoriati, o assistiamo alla straziante agonia che è l’ultima parte della loro breve vita. Guardiamo madri e padri che piangono figli e figlie, fratelli e sorelle che si dicono addio, bambini che porteranno per tutta la vita i segni di una violenza spietata.  

Tutto questo è terribile, e provoca in alcuni una comprensibile reazione di fuga. Sottrarsi, tuttavia, non pacifica la coscienza. Mancheremmo al rispetto che dobbiamo a noi stessi come persone dotate di ragione se scegliessimo di ignorare quei corpi, di distogliere lo sguardo dai volti, o di non ascoltare quelle voci. Una volta che abbiamo appreso non possiamo scegliere di non sapere. Anche se non siamo in condizione di salvare gli abitanti di Gaza, perché non ne abbiamo individualmente i mezzi, possiamo rendere testimonianza di ciò che accade alle vittime nella misura in cui ne siamo consapevoli, resistendo alla tentazione di soffocare lo sgomento e la rabbia cercando di pensare a altro. La testimonianza è essenziale – come lo è stata in passato per il genocidio degli armeni e per la Shoah – ma non basta. Bisogna anche rispondere alla domanda sul “perché” tutto questo sta accadendo. Comincia tutto il 7 ottobre 2023? Può un’atrocità giustificarne un’altra? Può il sangue di un innocente compensare la morte violenta di un altro innocente? Anche chi ammette che ci sono casi in cui l’uso della forza è giustificabile – per esempio per respingere un atto di aggressione potenzialmente letale – non potrebbe rispondere affermativamente a queste domande. Non può, perché uscirebbe dal perimetro segnato dal principio supremo della moralità: l’eguale rispetto che dobbiamo alle persone.   

Questo ci conduce al secondo senso per cui ciò che sta accadendo a Gaza è un test morale: quello pubblico, che ha a che fare con la sfera delle relazioni tra persone all’interno di una comunità politica, e tra le comunità politiche sul piano internazionale. In questa dimensione a essere messa alla prova non è la coscienza individuale, ma quella pubblica, che si esprime nella capacità di ragionare insieme su ciò che è giusto e sbagliato (per questo chi vuole che il massacro vada avanti fino alle estreme conseguenze è così determinato a impedire che ci sia una libera conversazione sulle atrocità che sono state commesse dall’esercito israeliano). Qui le domande riguardano in primo luogo le regole. L’idea stessa di diritto è incompatibile con quella di doppio standard. Se un atto è contrario al diritto penale internazionale, lo è sempre, chiunque ne sia responsabile.  

Omer Bartov è uno storico israeliano che insegna “Holocaust and Genocide Studies” alla Brown University, nel New England. Nato nel 1957 in un kibbutz, da genitori emigrati in Palestina ai tempi del “mandato” britannico, Bartov è cresciuto in un ambiente permeato dalla mentalità del sionismo laico di orientamento socialista. Dopo aver prestato servizio nelle forze armate israeliane nel corso della guerra dello Yom Kippur, si è trasferito negli Stati Uniti dove si è affermato per i suoi studi sull’esercito tedesco e sul ruolo che ha avuto nello sterminio degli ebrei.  

Nel novembre del 2023 Bartov ha scritto un saggio, pubblicato dal “New York Times”, in cui denunciava il pericolo che le operazioni militari in corso a Gaza in reazione al sanguinoso e brutale attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre (cui hanno preso parte anche formazioni minori, e forse gazawi non legati a alcuna organizzazione) corressero il rischio di assumere i caratteri di un genocidio, come questo crimine viene definito dal diritto penale internazionale. In seguito, per via del peggioramento della situazione a Gaza, e dell’inasprimento delle violenze da parte dei coloni israeliani ai danni dei Palestinesi nei territori occupati, Bartov ha sostenuto che la soglia che distingue il pericolo di un genocidio dall’attivo perseguimento di obiettivi genocidari è stata superata. Dall’inizio dell’operazione militare nella striscia di Gaza si stima che siano state uccise più di 75000 persone, tra le quali ci sono anche oltre 200 giornalisti locali, e diverse migliaia di bambini. A cui bisogna aggiungere un numero molto elevato di feriti, molti dei quali hanno subito danni permanenti alla propria integrità fisica, e decine di migliaia di persone che sono state private delle proprie abitazioni, hanno perso quasi tutto, e sono state trasferite con la forza in strutture in cui sono costrette a vivere in condizioni inumane.   

Questa tesi viene articolata in Israel. What Went Wrong? (Fern Press, Londra) un libro pubblicato nel 2026, e tempestivamente tradotto in italiano nel corso dello stesso anno (Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, Laterza, Roma). Aver preso questa posizione ha esposto Bartov a numerose critiche, in patria e da parte dei tanti difensori di Israele in diversi paesi occidentali, che gli sono costate molto sul piano personale. A questi aspetti “privati” l’autore accenna appena nel corso del libro, ma si comprende che sono stati pesanti. Ciò nonostante, la scrittura mantiene un tono pacato, anche quando deve fare i conti con gli aspetti più dolorosi di ciò che sta accadendo a Gaza (come avviene nel capitolo quarto, sul “massacro dei bambini”).   

Negli ultimi mesi, Bartov ha continuato a difendere la propria tesi di fondo, articolandola e approfondendola ulteriormente in altri scritti e interventi. La sua autorevolezza di studioso e il suo profilo di intellettuale progressista, ma non settario, hanno fatto di lui uno dei critici più noti sul piano internazionale delle politiche dell’attuale governo israeliano. La sua attenzione, tuttavia, non si limita a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. Nel libro lo sguardo si allarga assumendo una prospettiva sugli orientamenti politici e culturali di fondo prevalenti da tempo nel suo paese di origine. Sotto questo profilo, il suo ruolo si può paragonare a quello di altri intellettuali e studiosi, come Amos Elon (scomparso nel 2006), David Grossman, Göran Rosemberg e Avi Shlaim, che nel corso degli ultimi decenni hanno criticato e poi messo in discussione la versione edulcorata della storia di Israele riassunta nella formula “una terra senza un popolo per un popolo senza una terra”. Per Bartov è la congiunzione tra una concezione suprematista del sionismo e una visione messianica dell’ebraismo a creare le condizioni per legittimare un uso sproporzionato della forza nei confronti dei civili palestinesi, anche quando non hanno alcun coinvolgimento nelle ostilità.  

Questo aspetto della ricostruzione di Bartov è di particolare importanza. Dopo il 7 ottobre 2023, infatti, si è spesso evocato come “attenuante” per l’uso massiccio e indiscriminato dei bombardamenti a Gaza il “trauma collettivo” provocato dalla violenza dell’attacco guidato da Hamas e dalla crudeltà degli atti compiuti durante quella azione, nel corso della quale sono state uccise 1195 persone di varie nazionalità (13 delle quali probabilmente vittime di “fuoco amico” in applicazione della “Hannibal Directive”) e catturati 251 ostaggi (militari e civili israeliani, tra cui diversi bambini, e anche cittadini di altri paesi). Non si può negare l’orrore di ciò che è accaduto il 7 ottobre. Questa considerazione psicologica, tuttavia, non si può evocare come scusante o come giustificazione sul piano morale o giuridico. Sappiamo infatti che ci sono diversi precedenti di uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano, con la conseguenza di elevate vittime civili, che risalgono almeno all’invasione del Libano nel 1982 e arrivano fino all’attacco a Gaza nel 2014. L’uso massiccio dei bombardamenti non è una semplice reazione emotiva alla brutalità dell’attacco subito, ma l’applicazione di una tattica (la “Dahiya Doctrine”) che è stata esplicitamente enunciata dalle autorità militari israeliane nel 2008 (fa riflettere che il generale che l’ha ideata, Gadi Eizenkot, sia considerato oggi come un plausibile successore moderato a Netanyahu se l’attuale primo ministro perdesse le elezioni).   

Come si è detto, Bartov non è il primo israeliano che critica il governo del proprio paese per il modo in cui vengono gestiti i rapporti con i palestinesi (sia entro i confini riconosciuti dall’ONU, sia nei territori occupati) e per l’uso sproporzionato della forza che in diverse occasioni è seguito a aggressioni da parte dei palestinesi. La letteratura è ampia, e un contributo significativo è stato dato anche da ricercatori e giornalisti che, sia pure con sempre maggiori di difficoltà, hanno documentato la traiettoria di una spirale per cui a ogni violenza segue una reazione ancora più letale fino a arrivare alla distruzione su vasta scala avvenuta a Gaza negli ultimi anni. Così come non mancano i contributi di storici che hanno gettato luce sul carattere brutale della originale espropriazione di una parte delle terre abitate o coltivate dai palestinesi avvenuta durante la Nakba nel 1948.  

A rendere particolarmente significativo il contributo di Omer Bartov sono alcuni aspetti che riguardano il suo profilo di storico e di intellettuale. Come studioso, infatti, Bartov è in condizione di discutere con autorevolezza un tema che è stato talvolta evocato nel dibattito sul conflitto tra Israele e i palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ma che è difficile da affrontare perché va a toccare convinzioni profondamente radicate non solo nel suo paese di origine, ma anche tra gli ebrei della diaspora e più in generale nell’opinione pubblica di diversi paesi occidentali. Si tratta della unicità della Shoah come “male assoluto” che non si dovrebbe dunque mai considerare in una prospettiva comparativa. Specie quando la comparazione riguarda Israele. Bartov ricostruisce con grande lucidità un dibattito che ha coinvolto anche diversi storici israeliani, i quali hanno sostenuto che questo modo di considerare la Shoah ha avuto a lungo l’effetto di inibire la collocazione di questo evento storico, che ha certamente tratti distintivi, nel contesto di altri genocidi che sono stati perpetrati sia prima sia dopo lo sterminio degli ebrei in Europa a opera dei nazisti. Questo ha finito per favorire una torsione del significato dell’espressione “mai più” che viene reinterpretata, anche contro le intenzioni di diversi intellettuali ebrei e israeliani che l’avevano evocata in passato, non nel senso di “mai più un altro genocidio” ma in quello di “mai più un altro genocidio degli ebrei”. Come risulta evidente, nella prima interpretazione la frase assume il valore di una prescrizione morale universale, mentre nella seconda il suo significato viene ristretto fino a escludere altri genocidi dalla sua area di applicazione.   

Passando dal piano morale a quello giuridico, questa interpretazione ristretta del “mai più” entra in contraddizione con quanto prescrive il diritto penale internazionale, che definisce il genocidio in termini universali e non in relazione a un popolo.  

Nella interpretazione di Bartov, questo è stato un fattore non secondario nell’influenzare un atteggiamento “eccezionalista” da parte di settori della politica e della cultura israeliana che ha alimentato un sentimento di impunità rispetto a quelle che, in modo sempre più chiaro, venivano denunciate come violazioni del diritto internazionale da parte delle forze armate e degli apparati di sicurezza di Israele. Richiamando i propri studi sull’esercito tedesco nel corso della seconda guerra mondiale, Bartov argomenta in modo convincente che l’accettazione tacita di questa premessa è il presupposto che consente di spiegare un atteggiamento di disumanizzazione dei palestinesi che ha facilitato alcuni dei crimini di guerra avvenuti negli ultimi anni nel corso delle operazioni militari nella striscia di Gaza. Una conferma della correttezza della interpretazione proposta da Bartov si trova in “Naza”, il reportage di due giornalisti israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, che in questi giorni viene proiettato in diverse sale italiane e si può reperire anche on-line. La classificazione delle vittime civili come Naza, cioè come danni collaterali accettabili per colpire un bersaglio ritenuto essenziale dai militari, emerge nel corso delle interviste filmate da Abraham e Szor come un fattore essenziale di una sorta di immunizzazione morale cui gli ufficiali coinvolti nelle operazioni ricorrono, sia pure in alcuni casi con evidente disagio, per giustificare le proprie azioni.  

Vale la pena di sottolineare che le interviste che sono raccolte nel reportage di Abraham e Szor erano già note al pubblico, perché erano state riportate da organi di stampa sia israeliani sia internazionali. La somiglianza tra le giustificazioni fornite da alcuni dei militari tedeschi coinvolti nello sterminio degli ebrei e quelle richiamate dagli ufficiali israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza ha probabilmente avuto un’influenza sul libro di Bartov. Somiglianza, ovviamente, non vuol dire identità. Bartov non afferma che i militari israeliani siano identici ai nazisti, ma impiega il metodo comparativo tipico della storia per mostrare che c’è parziale sovrapposizione tra due fatti storici, ciascuno dei quali conserva caratteristiche distintive che lo identificano.   

La questione del confronto con la Shoah è sullo sfondo di uno dei capitoli più attuali del libro, dedicato alla discussione dell’antisemitismo, e in particolare delle diverse definizioni che ne sono state proposte negli ultimi anni. Bartov, come diversi studiosi, critica la definizione proposta dall’IHRA, che vede nella proposta di similitudini tra il nazismo e le azioni del governo israeliano uno degli esempi di antisemitismo che dovrebbero fare da guida a iniziative specifiche di contrasto che andrebbero adottate dai governi e dalle amministrazioni che vogliono combattere questo odioso pregiudizio. Ciò, come osserva Bartov, andrebbe a discapito della ricerca su questo tema, e costituisce quindi un pericolo per la libertà degli studiosi, e più in generale dell’opinione pubblica, di affrontare anche aspetti spiacevoli o controversi dell’operato del governo israeliano. Nel libro, Bartov propone di adottare invece la definizione inclusa nella “Jerusalem Declaration” di cui è stato tra gli estensori. La ragione principale di questo orientamento è che tale definizione non fa dipendere l’individuazione di cosa sia antisemitismo dagli atteggiamenti e dai giudizi espressi su Israele e sul suo governo. Chi fosse interessato a questo tema, che è al centro di polemiche vivaci per via di una proposta di legge attualmente in discussione nel parlamento italiano che adotta la definizione IHRA, può fare riferimento a un altro libro pubblicato negli ultimi mesi. Si tratta di On Antisemitism. A Word in History (Penguin, Londra 2026; già una tradotto in italiano Sull’antisemitismo, Einaudi, Torino 2026) di Mark Mazower, uno studioso autore di lavori importanti sulla Shoah. La ricostruzione proposta da Mazower è più ampia e approfondita rispetto a quella di Bartov, perché si tratta di una storia dell’antisemitismo, ma le conclusioni cui giungono i due storici convergono nel giudizio negativo sulla definizione IHRA e sugli effetti nefasti che la sua adozione può avere sulla libertà di ricerca e di discussione. Per Bartov e Mazower la definizione di antisemitismo proposta nella “Jerusalem Declaration” è preferibile a quella IHRA perché distingue le critiche di Israele, che vanno discusse nel merito, dal pregiudizio antisemita che esiste, e deve essere respinto con forza tutte le volte in cui riemerge e da chiunque venga riproposto.   

La parte finale del libro di Bartov è dedicata alla discussione dei profili istituzionali che potrebbero indicare una via di uscita dalla situazione attuale. Nel capitolo quinto, viene affrontata la questione costituzionale. Israele non ha attualmente una costituzione scritta (come il Regno Unito) e questo fatto viene visto da alcuni giuristi come una debolezza delle garanzie che sarebbero indispensabili per ostacolare l’attuale deriva verso un sistema politico autoritario nel quale viene messa in atto una forma sempre più brutale di apartheid. Bartov vede con favore questi argomenti, anche se l’esperienza recente degli Stati Uniti (per fare solo l’esempio più noto) dovrebbe raccomandare prudenza nell’affidare la sopravvivenza della democrazia soltanto a un documento, per quanto autorevole come una costituzione. Di particolare interesse, in questo capitolo, sono le critiche di Bartov alle ambiguità del sionismo liberale di giuristi come Ruth Gavison e Aharon Barak, che hanno proposto una caratterizzazione di Israele come una “democrazia giudaica” aprendo la strada a un trattamento differenziato dei palestinesi che appare difficilmente compatibile con i principi enunciati nella dichiarazione di indipendenza del 1948. La lezione dei pensatori repubblicani moderni che si sono collocati nella scia di Machiavelli suggerisce che senza un robusto sostegno popolare ai principi di eguaglianza anche le leggi migliori tendono a perdere la propria capacità di incutere rispetto.   

Nel capitolo sesto, infine, Bartov prova a ragionare sul futuro, discutendo le proposte di soluzione confederale al centennale conflitto innescato dalla colonizzazione di parte della Palestina da parte dei sionisti. Un tentativo nobile, e degno di attenzione, di esercitare una sorta di “ottimismo della ragione” quando tutto – dalla politica interna israeliana alla situazione internazionale – fa pensare al peggio. Le riflessioni di Bartov si concludono, quindi, con messaggio di speranza, che andrebbe raccolto da tutte le persone di buona volontà, ma che deve comunque fare i conti con una situazione interna in Israele che lascia poco spazio a soluzioni come quella auspicata nella parte conclusiva del libro. Questo ci riconduce alle osservazioni da cui siamo partiti, e al ruolo che l’opinione pubblica internazionale può avere per avvicinarsi a una soluzione del conflitto.

In questo momento l’ostacolo più significativo a una svolta è costituito dall’atteggiamento di buona parte dei governi occidentali, che rifiutano di fare fino in fondo i conti con ciò che accade sotto i nostri occhi in ossequio a considerazioni strategiche. L’affermazione del capo del governo tedesco Friedrich Merz, secondo il quale Netanyahu sta “facendo il lavoro sporco per noi” è l’espressione più spudorata di questo atteggiamento. Se la valutazione della situazione in Palestina rimane condizionata dalla miopia dello sguardo occidentale (che per molti versi richiama alla mente quello descritto da Joseph Conrad nel suo romanzo Under Western Eyes) è difficile immaginare che sia possibile trovare una soluzione equa a un conflitto che ha provocato una scia di sangue e lasciato spazio agli istinti peggiori coltivati da chi, da entrambe le parti, ritiene di trarne vantaggio.

 

[Fonte: www.doppiozero.com]

sexta-feira, 30 de outubro de 2026

Il sionismo è razzismo. Il Partito britannico dei Verdi ha semplicemente enunciato un fatto storico

Nonostante le obiezioni al paragone anche da parte di alcuni critici di Israele, il movimento fu fondato sullo spossessamento palestinese e la supremazia ebraica 

Lo striscione del partito dei verdi alla marcia per la Palestina il 10 ottobre 2026. 

di Joseph Massad

Middle East Eye 

Il 4 ottobre 2026 il Green Party di Inghilterra e Galles ha ufficialmente approvato una mozione intitolata “Il sionismo è razzismo”. Sono subito seguite le condanne da gruppi filoisraeliani che hanno definito antisemita la decisione politica. 

Tuttavia equiparare il sionismo al razzismo non è un’affermazione nuova. Nel 1975 L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione in cui si definiva il sionismo una forma di razzismo che nel 1991, alle soglie della dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli USA insistettero perché venisse cancellata. Molti Paesi che l’avevano votata ribaltarono la propria posizione per allinearsi con le direttive statunitensi.  

Forse ancora più peculiare è che obiezioni che alla definizione del sionismo come razzista siano arrivate anche dai critici di Israele. Anche questa non è una novità.   

Noam Chomsky, da tempo critico di Israele, fu scioccato da quella che aveva etichettato la “famigerata” risoluzione ONU del 1975, che aveva condannato “per la profonda ipocrisia, data la natura degli Stati che l’avevano appoggiata (inclusi gli Stati Arabi), e (probabilmente) perché si riferisce al sionismo come tale, e non alle politiche dello Stato di Israele, ma, se limitata a queste politiche, la risoluzione non può essere criticata come scorretta”.    

È tuttavia poco chiaro se per Chomsky anche gli Stati filoisraeliani che si sono opposti alla risoluzione si meritino la condanna per il loro supporto al razzismo sionista.    

Oggi Norman Finkelstein si colloca fra i critici di Israele che si sono opposti alla mozione dei Verdi. Invocando la sua ossessione per “la precisione del linguaggio”, ha sorprendentemente affermato che “sionismo è un termine nebuloso “.   

Alcuni critici sostengono che condannare come razzista il sionismo, un’ideologia e un movimento politico, è astratto e privo di significato, mentre condannare lo Stato di Israele identifica il razzismo nella forma concreta delle sue istituzioni, leggi e pratiche.   

Mentre ciò potrebbe essere vero in parte, ci sono molte ideologie che sono bollate senza riserve come razziste, inclusi i nazionalismi e i suprematismi bianchi, per non menzionare tutto l’assortimento di nazionalismi, specialmente della varietà europea.   

Se questa è l’obiezione principale non è chiaro perché alcuni di questi critici abbiano avuto una reazione così viscerale da descrivere il sionismo, e il movimento politico che porta il suo nome, come razzista. La letteratura del movimento, le sue politiche e i pronunciamenti dei suoi leader offrono ampie prove di tale razzismo. Sicuramente niente di tutto ciò è in discussione per uno come Chomsky o i suoi seguaci di minor calibro.    

Origini coloniali   

La parola “sionismo” fu coniata nel 1890 da Nathan Birnbaum (1864-1937), giornalista austriaco ebreo la cui famiglia proveniva dalla Galizia, regione della Polonia annessa dall’Austria nel 1772. Egli fondò il gruppo Zion, Unione di Società austriache per la colonizzazione di Palestina e Siria.   

Birnbaum in seguito appoggiò Theodor Herzl, che aveva fondato l’Organizzazione Sionista nel 1897, per poi distaccarsi da lui nel 1898 e propugnare un’autonomia nazional-culturale per gli ebrei della diaspora. Abbandonò poi del tutto il sionismo nel 1900 e divenne un sostenitore dello yiddish. Alla fine diventò un leader dell’organizzazione religiosa non sionista Agudas Yisrael.   

Ripercorrere la genesi del termine chiarisce che, contrariamente ad alcuni dei suoi più testardi, ma ignoranti, difensori, il sionismo è sempre stata un’ideologia e un movimento colonialista. Al centro del progetto c’è sempre stata la colonizzazione della Palestina da parte di ebrei europei.   

Sin dall’inizio Herzl e i suoi seguaci pensavano che fosse necessaria l’espulsione degli autoctoni palestinesi che essi consideravano inferiori agli ebrei e un ostacolo alla sua realizzazione. I pochi esempi della storia del movimento che seguono dovrebbero essere sufficienti.    

Herzl insisteva che i coloni ebrei dovessero “cercare di spedire la popolazione [autoctona] povera oltre il confine procurando loro un lavoro nei Paesi di transito, negando qualsiasi impiego nel nostro Paese “.   

All’inizio del Ventesimo secolo ci sono state piccole varianti, come l’organizzazione Territorialista del razzista inglese Israel Zangwill, che voleva una patria ebraica al di fuori della Palestina. Anche questo era razzismo. Nel 1905 Zangwill stesso invocò l’espulsione dei palestinesi.   

Nel 1930 Chaim Weizmann, che guidava l’Organizzazione Sionista, respinse le richieste palestinesi per l’autodeterminazione mentre la sosteneva per il mondo ebraico. Il movimento non era ancora riuscito ad espellere i palestinesi.   

Egli scrisse a un funzionario britannico che “i diritti che sono stati riconosciuti al popolo ebraico in Palestina [dal Mandato britannico] non dipendono dal consenso e non possono essere soggetti alla volontà della maggioranza dei suoi attuali abitanti “.   

Citando la presunta “unicità” del “legame” degli ebrei con la Palestina, egli sottolineò che quando l’Inghilterra aveva promesso una patria nazionale ebraica “non era stato chiesto l’assenso degli arabi palestinesi “. Egli insistette che l’autodeterminazione araba altrove, come in Iraq, precludeva a richieste palestinesi in Palestina in conflitto con le aspirazioni coloniali ebraiche.    

Gerarchia razziale    

Per Weizmann i palestinesi inferiori non potevano “essere considerati in possesso del Paese nel senso in cui gli abitanti dell’Iraq o dell’Egitto possiedono i loro rispettivi Paesi “. Concedere loro autodeterminazione, autogoverno o un’assemblea legislativa, egli sostenne, “richiederebbe assegnare il Paese ai suoi attuali abitanti” e annullare la Dichiarazione di Balfour “in modo subdolo “.   

Tuttavia, In un’altra occasione, egli sostenne che “per quanto possibile vorremmo risparmiare agli arabi le sofferenze che ogni razza arretrata ha subìto all’arrivo di un’altra nazione più avanzata”.   

Quando i palestinesi si ribellarono ai loro colonizzatori Weizmann la definì una lotta fra “le forze della civiltà e costruzione ” e “le forze della distruzione”, definendola “la vecchia guerra del deserto contro la civiltà ” e promettendo: “non ci fermeranno “.   

Nel 1938 David Ben-Gurion dichiarò: “Io sostengo il trasferimento forzato [degli autoctoni palestinesi]. Non ci vedo nulla di immorale.” La sua affermazione rifletteva la politica dell’Agenzia ebraica, che nel novembre del 1937 aveva istituito il suo primo “Comitato per il Trasferimento della Popolazione ” per espellere i palestinesi [giudicati] inferiori.   

Negli anni ‘70 Abba Eban, ministro degli Esteri israeliano, senza usare mezzi termini disse che “l’autodeterminazione israeliana dovrebbe avere la precedenza morale e storica sull’autodeterminazione palestinese, sebbene non la escluda interamente”.   

Persino quando sosteneva la supremazia ebraica il movimento stava cambiando il modo in cui descriveva sé stesso. Già negli anni Trenta, con la crescita dell’anticolonialismo globale e la grande rivolta anticoloniale palestinese in Palestina, i coloni ebrei in Palestina e l’Organizzazione Sionista iniziarono a riconoscere il peso di descriversi come coloni.   

Essi cercarono di cambiare il lessico del progetto, quello che oggi si chiamerebbe rebranding, sebbene per gli anni a venire continuassero a usare esplicitamente termini coloniali.   

Dopo la Seconda Guerra Mondiale i sionisti cercarono di sfruttare la crescente decolonizzazione e l’importanza sempre maggiore della “autodeterminazione” sostenendo che il loro movimento razzista di insediamento coloniale era, in realtà, un movimento per l’”autodeterminazione” del popolo ebraico.   

Questa era una strana riconfigurazione. Né gli scritti di Herzl, né i congressi dell’Organizzazione Sionista, né i discorsi della sua delegazione alla Conferenza di Pace di Parigi dopo che in seguito alla Prima Guerra Mondiale avevano invocato l’”autodeterminazione” come principio alla base del progetto.   

Il termine era anche assente dalla Dichiarazione Balfour del 1917, dal Mandato per la Palestina della Società delle Nazioni del 1922, che garantiva la colonizzazione ebraica, e dal piano di Partizione dell’Onu del 1947.   

Rivendicare i diritti    

Né la Dichiarazione Balfour né il Mandato della Società delle Nazioni per la Palestina riconoscevano il diritto degli ebrei a fondare uno Stato in Palestina. Gli inglesi e la Società delle Nazioni riconoscevano solo la discutibile idea della “connessione storica del popolo ebraico con la Palestina” come base per sostenere il loro cosiddetto “ritorno”.   

Il Piano di Partizione proponeva uno Stato arabo e uno ebraico come “soluzione” del “problema della Palestina”, senza proclamare un inerente diritto ebraico alla statalità.   

Nel maggio 1948, 58 anni dopo la creazione del termine “sionismo”, il movimento invocava tale diritto per la prima volta nella sua ”Dichiarazione della fondazione dello Stato of Israele”, diffondendo la totale invenzione che “questo diritto era stato riconosciuto” dalla Dichiarazione Balfour, riaffermato nel Mandato e riconosciuto dal Piano di Partizione. Nessuno l’aveva fatto.    

Continui tentativi per riformulare in provetta il sionismo come “movimento di liberazione nazionale” del popolo ebraico, invece che di un progetto coloniale come si era sempre orgogliosamente proclamato, furono resi popolari alla metà degli anni ’60 da Albert Memmi, sionista tunisino antipalestinese che sorprendentemente si era appropriato del linguaggio dei colonizzati.    

In anni recenti Michael Walzer ha anacronisticamente affermato che la fondazione del colonialismo di insediamento ebraico significa che “oggi l’autodeterminazione ebraica, impossibile per almeno duemila anni, è un fatto accettato “.    

Queste affermazioni presentano il colonialismo di insediamento di Israele come “anticolonialismo”.   

Non sorprende che i crociati cristiani in Palestina usassero gli stessi argomenti. Joshua Prawer, storico sionista israeliano, spiega che le Crociate sono state presentate in modo simile non come “un movimento di imperialismo o colonizzazione, dato che, dalla prospettiva cristiana, erano un atto di decolonizzazione“.  

Il razzismo è sempre stato la base del movimento sionista. Come avrebbe altrimenti potuto giustificare il suo progetto di sottrarre la terra ai palestinesi? Israele e l’Organizzazione Sionista non hanno mai vacillato nel loro impegno per razzializzare la supremazia ebraica.   

Perché allora alcuni critici di Israele protestano per il paragone fra sionismo e razzismo? Come ho dimostrato, non c’è niente di “nebuloso” nella dedizione del sionismo al razzismo, che sia un’ideologia o un movimento politico.  

I suoi sostenitori continuano a diffondere la loro opinione del diritto unico di Israele di essere razzista pur rimanendo uno Stato esclusivamente ebraico con leggi e istituzioni razziste. Essi attaccano chiunque metta in dubbio tale diritto come antisemita.   

Pur restando dichiaratamente e apertamente razzista in parole e atti, Israele e il movimento sionista rifiutano solo, e comprensibilmente dalla loro prospettiva, di essere descritti come tali. Perché tutti i critici di Israele debbano cercare di scagionare Israele e questo movimento opponendosi alla descrizione accurata e precisa, storica e attuale, del sionismo come razzismo resta un mistero. 

  

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.   

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [La sessualità degli arabi]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue.

[Foto: Vuk Valcic/Zuma Press Wire - traduzione dall’inglese di Mirella Alessio - riprodotto su www.zeitun.info]

segunda-feira, 19 de outubro de 2026

Estudar galego nunha universidade alemá. O caso do Centro de Estudos Galegos de Kiel

 

Instalacións da Universidade de Kiel, en Alemaña. Imaxe: CAU

Escrito por María Xosé Porteiro

As estatísticas oficiais apuntan a que se fala galego nunha vintena de países: Arxentina, con 750.000 falantes, e con menor intensidade Alemaña, Austria, Brasil, Croacia, Cuba, Estados Unidos, Finlandia, Francia, Hungría, India, Irlanda, Italia, Polonia, Portugal, Reino Unido, Rusia, Suíza, Uruguai e resto do Estado español. Pódese estudar lingua e cultura galegas nos Centros de Estudos Galegos (CEG) en máis de corenta universidades estranxeiras onde se afonda no coñecemento da nosa cultura mediante investigacións e a súa difusión internacional. 

Os CEG dependen da Secretaría Xeral de Emigración da Xunta e traballan como departamentos dotados de lectorado especializado en filoloxía galega. Esta posibilidade favorece o coñecemento da nosa cultura e dá valor a súa referencia como lingua de prestixio, tanto desde a perspectiva histórica coma cultural. 

Neste sentido, é notable a oferta de cursos específicos e viaxes de estudo para coñecer o noso país como o organizado pola universidade de Kiel (Alemaña) onde existe desde hai 19 anos un Centro de Estudos Galegos adscrito ao Seminario de Linguas Románicas. Co seu director e recoñecido catedrático de lingüística románica, Elmar Eggert, acompañados polo Dr. Facundo Reyna-Muniain, un grupo de estudantes de galego visitou recentemente Galicia.

Elmar Eggert en Vigo 


Eggert é unha autoridade internacional no eido da lingüística como experto en linguas románicas: francés, español, portugués, e agora tamén galego. Falamos con el durante esta visita do alumnado de Kiel ao Museo do Mar de Vigo para afondar nas ligazóns literarias da cidade. O seu enclave histórico e paisaxístico dá título ao Capítulo VIII:  La baie de Vigo, da obra de Julio Verne, Vingt mille lieues sous les mers. No museo pode verse o artefacto ideado polo industrial vigués Antonio Sanjurjo Badía que inspirou o submariño citado na novela. Ese mesmo mar aparece no poemario De catro a catro, do poeta da Xeración do 27 Manoel Antonio, ou nas Cantigas de amigo na Idade Media.

Maria Xosé Porteiro: Como comezou a súa relación coas linguas románicas?

Elmar Eggert: En 1994 pasei un ano en Francia onde me examinei de Lettre moderne e desde aquela o francés é para min unha lingua moi querida e familiar, fermosa pola súa estética, na que me sinto moi cómodo. A fonética do francés é atractiva e aprendela na etapa da mocidade foi estimulante.

MXP: Logo dese primeiro e fondo contacto cunha lingua romance estudou outras.

EE: Si, e iso motivou a miña elección de ser lingüista. Non me dedico a ensinar gramática e facer traducións; a miña tarefa é dar a coñecer o funcionamento dunha lingua, o uso dos tempos verbais, historia, sociolingüística, pragmática e outros aspectos. Para que os alumnos poden chegar a ser profesores teñen que afondar nestes coñecementos.

 

MXP: A lingua diferencia ao ser humano de calquera outra especie animal. Tamén provoca un interese filosófico?

EE: Si, a antropoloxía lingüística está na base dunha lingua. Tamén a sintaxe, a gramática, o léxico ou a semántica. Pero para dominala hai que falala, practicala, coñecer a súa historia e as tradicións discursivas, practicar o seu uso, deterse nas tradicións e, con ese coñecemento, crear algo novo. Trátase de entender como funciona esa lingua, a relación entre o pensamento e a linguaxe, por que se escolle un determinado xeito para dicir algo dunha maneira e non doutra, saber si é un acto non reflexivo no que inciden criterios sociais, pragmáticos ou políticos... Hai moitos elementos que descifrar no complexo xeito co que funciona a linguaxe, ver como reaccionan os falantes con tantas variantes posibles e como se fai a escolla. É moi interesante achegarse un pouco máis á complexidade das linguas e á potencialidade que ofrecen.

MXP: O francés foi a súa primeira escolla, máis despois foron o portugués e o español. A que lle dá máis importancia, ao coñecemento teórico ou a práctica?

EE: Á combinación de ambas cousas. Explico o que é a lingua na práctica máis tamén nos textos de documentos históricos, nos vídeos, porque alén de rexistrar o funcionamento dun sistema, para o alumnado é importante saber por que funciona de determinado xeito e preguntarse sobre a realidade lingüística cun enfoque un pouco diferente onde a temática pode ir máis sobre a Historia. Na lingüística hai varias correntes como a gramática xenerativa. Outras apóianse en estruturas para deseñar árbores sintácticos, pero a linguaxe é sempre algo cultural, histórico, social. Non é unha maquinaria que funciona dunha determinada maneira pois sempre serán os falantes quen deciden como falar, que falar, por que facelo, e non podemos prescindir dese contexto.

Museo do mar de Vigo. Submarino que inspirou a Jules Verne


MXP: Semella que agora xa non sexa imprescindible aprender un idioma para andar polo mundo.

EE: É que unha cousa é falar e outra comunicarse. Trátase de lograr un entendemento onde a transición sexa algo máis. Sempre hai connotacións, aspectos da identidade e o respecto que supón coñecer os matices dun idioma. Ensinamos a amar, a facer nosa unha lingua sexa cal sexa o nivel que se teña. É un pacto de respecto, de intercambio, entre o falante e unha lingua.

MXP: Implica estar aberto a outras culturas, opinións, xeitos de vida, respecto da diversidade...?

EE: Implica amar ao outro de xeito diferente, pero primeiro hai que recoñecer o que non se coñece e querer saber por que algo é de determinada maneira, ter curiosidade, estar aberto, axudar ao alumnado a amar e descubrir outros mundos, facernos preguntas. É unha maneira científica de ver as cousas, non só como obxecto senón na práctica diaria. É estarmos atentos ao outro. Nesta viaxe cos estudantes reiterabámoslles que observasen como se usa a lingua na rúa porque non é inocente saber as razóns polas que se fai de determinada maneira

 

MXP: Profesor, véxoo coma un navegante.

EE: Interésame a Historia porque acompaña á hora de achegarnos a outra lingua, e coñecer os países é importante. Para o portugués fixen varios cursos e tiven unha beca para estudar en Lisboa cunha profesora como alumno único. Aprendín moito, fixemos excursións, coñecín mellor aquela cultura. Foi moi intenso e gustei moito desa lingua que me introduciu no mundo da lusofonía movéndome a estudar tamén a variedade brasileira.

MXP: E como chega ao galego?

EE: Foi unha transición desde o portugués a través do meu colega, Javier Gómez Montero, que fora director do Centro de Estudos Galegos de Kiel. Cando se xubilou preguntoume se sabendo eu portugués podería encargarme do estudo do galego. Aceptei coa condición de facer un achegamento máis fondo. Niso estou desde hai ano e medio, galeguizándome cada vez máis. A miña comunicación cos nosos profesores é en portugués, español, francés, e agora tamén en galego, pasando todo o tempo dunha lingua a outra. Xeralmente é difícil máis cando se fai habitual, non tanto. Eu non coñecía a totalidade da expansión do galego e resultoume moi útil a tese de Facundo Muniaín sobre a diáspora e a experiencia dos Centros Galegos que ofrecen estudos da lingua en Cuba, Arxentina, Holanda, Bélxica ou Australia.

Elmar Eggert e María Xosé Porteiro en Vigo


MXP: Que demanda hai na Universidade de Kiel para a aprendizaxe do galego?

EE: Os nosos estudantes teñen a obriga de aprender, alén do español, outra lingua románica como mínimo e facer estudos cando menos de dous cursos de Filoloxía Hispánica para chegar ao nivel 2 desa outra lingua. Para nós esa comparativa é moi importante. No primeiro ano, introdúcense nos estudos de Filoloxía Románica comparada para ver o conxunto deste ámbito cultural. Logo teñen que facer unha escolla na que o galego é unha opción. Tivemos de 15 a 20 alumnos nun primeiro curso de galego e queremos máis, pero iso require moita presencia, moita enerxía -sobre todo nos primeiros momentos-. Non podemos impoñelo pero si mostralo, participar en excursións coma esta... Por iso un Centro de Estudos Galegos é importante, pero precisa dun lectorado activo.

MXP: Que lle está a supoñer a experiencia que está a vivir coa lingua galega?

EE: Confirma a necesidade e a importancia de penetrar a fondo nunha cultura para coñecer ben a súa lingua: exactamente o que pretendíamos nesta viaxe porque non se sabe moito sobre Galicia na Alemaña. Coñécese o Camiño de Santiago, mais non se relaciona coa lingua nin co país.

 

[Imaxes da autora, agás onde se indica o contrario - fonte: www.praza.gal]