Un italiano adulto
su 5 vive da solo. I nuclei monopersonali sono ormai la forma di famiglia più
diffusa nel nostro Paese. Ma il trend è lo stesso anche nel resto d’Europa e
negli Usa. Tra nuovi stili di vita e popolazioni che invecchiano
di Enrico Mingori
Nel suo
romanzo più conosciuto, I Malavoglia, Giovanni Verga racconta le
tormentate vicende di una famiglia di pescatori siciliani, i Toscano: padre,
madre, cinque figli, più il nonno paterno. Quando il libro fu pubblicato, nel
1881, vivere in otto sotto uno stesso tetto non era così insolito: agli inizi
del XX secolo la famiglia italiana contava in media 4,5
componenti.
Oggi immaginare una casa affollata come quella dei Toscano apparirebbe
irrealistico: le famiglie sono composte in media da 2,2 persone. Non solo
si fanno meno figli, ma si uniscono anche meno coppie. Nel 2021 si è registrato
un sorpasso storico: i
nuclei monopersonali sono diventati la forma familiare più diffusa del Paese.
Rappresentano ormai il 37% del totale delle
famiglie censite. Trent’anni fa erano il 21%.
Identikit
Oggi un
italiano adulto su cinque vive da solo: una popolazione atomizzata di 9,9 milioni di individui. Quasi la metà ha più di 65 anni, mentre
solo il 10% ne ha meno di 35. Un terzo sono vedovi, un quinto sono separati o
divorziati, il restante 42,6% è celibe o nubile. Le donne sono in leggera
maggioranza: 53,4%.
Fra i non
anziani, la quota di chi vive solo è pressoché raddoppiata rispetto ai primi anni Duemila. Per
alcuni è una scelta, per altri una costrizione. Tra i più giovani si tratta per
lo più di una condizione transitoria, nelle cosiddette «età centrali» (35-64
anni) i single prevalgono leggermente su separati e divorziati, mentre fra gli
anziani la maggioranza sono persone che hanno perso il proprio coniuge (anche
se negli anni è cresciuta la quota di separati e divorziati).
Per secoli le coppie con figli hanno costituito il modello familiare più
diffuso, ma negli ultimi trent’anni quel tipo di struttura è andato in costante
diminuzione: a metà degli anni Novanta il 47,9% delle famiglie era
rappresentato da coppie con figli, adesso la quota si è ristretta al 28,4%.
Nello stesso arco temporale i nuclei monogenitoriali (in cui i figli vivono
solo con la madre o solo con il padre) sono aumentati dall’8 a quasi l’11%. È
rimasta costante nel tempo, invece, la percentuale di coppie senza figli:
sempre oscillante intorno a un quinto del totale.
All’estero
La crescita dei nuclei monopersonali è forte in tutto il mondo
occidentale. Nel territorio dell’Unione europea gli adulti che vivono soli sono passati dal rappresentare il 33%
delle famiglie nel 2016 al 37,4% nel 2025. Negli Stati Uniti la percentuale è oggi del 29% a fronte del 20% del 1975. Nei Paesi
dell’area Ocse,
quasi un quinto della popolazione vive in nuclei familiari composti da una sola
persona: dieci anni fa era il 15%.
Il fenomeno è più spiccato nei Paesi scandinavi
e baltici e meno in America Latina, Europa dell’est ed Europa del sud. Ma
ovunque si registra un incremento del tasso di “solitari”. In generale, le
persone anziane sono quelle che hanno maggiori probabilità di vivere da sole,
ma il fenomeno è cresciuto in tutte le fasce d’età tra il 2010 e il
2022. Secondo l’Ocse, «la quota di nuclei familiari composti da una sola
persona è destinata ad aumentare nei
prossimi decenni»
Salasso
«Vivere da soli – spiega l’Istat –
non si traduce in una condizione di isolamento sociale». In Italia l’83,7% di
coloro che non hanno compagnia in casa dichiara di avere almeno una persona nel
mondo esterno su cui poter contare in caso di bisogno: la percentuale è
naturalmente più elevata per gli Under 34 (93%), mentre scende (al 78%) per gli
Over 75.
Nonostante il supporto di amici o parenti non
conviventi, chi sta da solo esprime mediamente un più basso livello di
soddisfazione rispetto alla propria vita: secondo i dati dell’Istituto Nazionale
di Statistica, solo il 41,9% si dichiara «molto soddisfatto», a fronte del
48,3% delle persone che convivono con altri. Del resto, tirare
avanti in solitaria è più oneroso anche dal punto di vista economico: a
qualsiasi spesa bisogna far fronte da sé. Tanto che è stato persino coniata
un’espressione ad hoc, «tassa sui single», per descrivere le spese aggiuntive
sostenute da chi non ha un partner.
Il differenziale rispetto agli altri nuclei
familiari è tale che nei Paesi europei dell’area Ocse si stima che tra le
famiglie composte da un solo adulto (incluse però anche quelle
monogenitoriali) una su tre sia
a rischio di povertà o esclusione sociale. A fine 2024 la Coldiretti ha
diffuso un rapporto secondo
cui le persone che vivono da sole devono sopportare un costo della vita quasi
doppio (+80%) rispetto a quello ipotizzato per ciascun membro di una famiglia
media di tre persone. Nell’indagine, basata su dati Istat, si calcola che la
spesa media per alimentari e bevande di un single sia di 337 euro al mese, più
alta del 53% in confronto con quella di ogni componente di una famiglia tipo di
tre persone: un divario determinato anche dal fatto che sono assai rari sul
mercato i formati di cibo adeguati per una persona. Pesano inoltre le spese per
l’abitazione (canone d’affitto o rate del mutuo) e bollette: secondo
Coldiretti, in questo caso i costi sono maggiori del 156%: anche perché
generalmente le case più piccole hanno prezzi più elevati al metro quadro sia
in caso di acquisto che di affitto. Ma vivere da soli è più gravoso anche per
quanto riguarda le spese nella salute (+87%) e nei trasporti (+16%).
Oltre al danno, c’è pure la beffa. I lavoratori
single, separati, divorziati e vedovi sono infatti penalizzati anche quando si
tratta di pagare tasse e contributi. Stando a un’analisi dell’Ocse
basata sull’anno fiscale 2022, in Italia l’aliquota complessiva media per un
lavoratore sposato con due figli è del 34,9%, mentre per un lavoratore single
senza figli è del 45,9%. Ed è così ovunque nel mondo. In Germania lo sposato
con prole paga il 32,9% e il single il 47,8%, in Francia si passa dal 39,2 al
47%, negli Stati Uniti dal 19,8 al 30,5%. Evidentemente, però, nemmeno la leva fiscale basta a convincere i contribuenti
a fare più figli. In Italia, Ue e Usa i tassi di natalità calano di anno in
anno. Nel nostro Paese si prevede che nel 2100 avremo
44,7 milioni di abitanti, un livello mai così basso dal 1936.
Con una differenza non da poco: all’epoca ogni famiglia contava in media 4,3
componenti. Le culle erano piene, quindi c’erano prospettive di crescita
demografica. Adesso invece la curva è discendente: la popolazione diminuisce e
continuerà a diminuire. Di questo passo, conviene prepararsi: ne resterà
soltanto uno. L’ultimo spenga la luce.
[Foto: Mint Images RF / AGF - fonte: www.tpi.it]
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