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quinta-feira, 24 de setembro de 2026

Samah Jabr, una psichiatra in Palestina

 


di Marco Ercolani 

Interrogata da Maria Nadotti sulla natura del trauma, la psichiatra palestinese Samah Jabr risponde così: «Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione e dell’apartheid. È l’esposizione incessante alla violenza, alla vessazione, all’umiliazione a deformare la psiche degli individui, costretti ad adattarsi al peggio per sopravvivere. Il progetto coloniale è, in sostanza, la riduzione dell’individuo all’impotenza» (Samah Jabr. Maria Nadotti, Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta, Feltrinelli 2026). Non sono queste parole che possano essere equivocate. Una psichiatra di Gerusalemme, che vive in un paese di guerre, testimonia che la sua pratica clinica è inscindibile dall’azione politica e dall’esperienza di vita. Dovendo lottare per ogni singolo individuo, afflitto spesso da lutti inconsolabili, resiste alla disperazione cercando, in ogni modo, con ogni mezzo, ai limiti del possibile, di trovare una anche piccola speranza verso un minimo futuro. Alla cura del sintomo deve affiancarsi una filosofica saggezza, che sappia ascoltare.

Nell’ultimo testo del libro-intervista, Hakimah. Oltre il camice bianco, leggiamo: «Perciò, sì, chiamatemi hakimah, perché curare senza saggezza può guarire un corpo, ma non può risanare il mondo. In un’epoca tormentata da guerre, sfollamenti e violenza strutturale, il mondo ha bisogno di medici che personifichino la saggezza tanto quanto la competenza clinica: medici capaci di ascoltare a fondo, di vedere con chiarezza e di agire in modo giusto al servizio di tutti gli esseri umani, medici coraggiosi che non abbiano paura di essere puniti dalle istituzioni per la loro limpidezza morale».

Il giuramento di Ippocrate recita: «Tutto ciò che vedrò e ascolterò nell'esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta. Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io godere dei frutti della vita e dell’arte, stimato in perpetuo da tutti gli uomini; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario». “Mantenere il segreto”, nel caso dello psichiatra, ha una sfumatura diversa: non si tratta solo del segreto da “non svelare”, rispettosi della privacy del paziente, ma soprattutto del segreto da “indagare”, fonte di trauma e di dolore: «Il trauma inscritto nell’esperienza dei palestinesi è reiterato, costante, subdolo. Si accumula, dunque può trasmettersi come un’”eredità”. Se non lo si riporta alla sua genesi storico-politica, se non lo si affronta come trauma di un’intera società, non se ne viene a capo... Se non si trova il modo di arrivare alla causa e al cuore di quella sofferenza, di permetterle di esprimersi offrendole il tempo e l’amorosità dell’ascolto e della comprensione, si rischia solo di iperpatologizzarla. In una società come la nostra, chi soffre non va messo nella posizione del “paziente”, ma affiancato nella ricostituzione di un tessuto sociale che si è smagliato e rischia di non ricomporsi mai più. Ed è un lavoro eminentemente politico».

In tutto il libro il “bisogno tanto di saggezza quanto di medicina” è evidente. Hakimah, nell’arabo classico, significa “donna saggia”, non “dottoressa”. Il “trauma infinito” dei pazienti, provocato dalla guerra interminabile che devasta tutti i paesi arabi, è qualcosa che riguarda anche noi occidentali, perché è impossibile sottrarsi a questo dolore diffuso, a questo permanente sopruso contro l’umano. Samah Jabr, secondo la tradizione ebraica, sarebbe una zaddiqim, un giusto destinato a salvare il mondo o almeno a pensare di poterlo salvare.

Fondamentale, per la psichiatra palestinese, è dare risposte non univoche, ma complesse, politiche, dinamiche, all’interno della sua competenza clinica su temi drammatici, ad esempio quello del suicidio, affrontato sia come rischio nella salute mentale sia come dilemma religioso.

«M.N.: Un uso combinato, il tuo, dei tuoi strumenti professionali e della tua conoscenza del testo coranico.

S.J: Sì, uso innanzitutto la mia familiarità con le tematiche religiose per trovare un punto di accesso e poi mi servo delle mie competenze professionali per arricchirle. Credo che la conclusione di quell’articolo sul suicidio fosse che è necessario che i medici siano informati sul piano religioso e che i religiosi siano informati dal punto di vista medico e psicologico in modo da svolgere insieme il loro compito».

Samah Jabr non si accontenta delle prime interpretazioni. La sua etica personale, umana, religiosa, clinica, non è un vangelo fissato in norme, come un codice giuridico: è modellata dalle idee e dall’esperienza clinica di un “caldo” sguardo antropologico che prevede un “principio-speranza” e una sincera adesione a una fede mai dogmatica: «Per il momento vorrei citarti tre versetti del Corano che, a mio parere, aiutano ad avere un pensiero critico. Il primo dice di non seguire il modello paterno e di pensare con la propria testa; il secondo di non seguire le persone che hanno potere e influenza; il terzo, di non seguire la maggioranza perché la maggioranza non sempre ha ragione. Poiché in generale si tende a fare queste tre cose, questi passi sono molto rilevanti. Tieni conto che sono stata io ad accostarli. Nel testo coranico questi versetti si trovano in punti diversi».

L’interpretazione è il modo che ogni persona sviluppa dentro di sé per far sentire la propria unica voce. Non interpretare conduce ad accettare una realtà così come è, senza impegnarsi a mutarla. Samah Jabr sposta l’indagine psichica dalla stanza chiusa dell’analisi, in cui vengono discussi i traumi interiori, alla stanza-conflitto, dove i traumi esogeni sono la sostanza del mondo, soprattutto in Palestina. Psicoterapeuta e scrittrice, per anni responsabile dell’Unità di salute mentale del ministero della Salute palestinese, ha elaborato un metodo clinico, ispirato a Frantz Fanon, che vuole esplorare le patologie generate dalla violenza sociale. La vocazione psichiatrica di Fanon, autore di I dannati della terra, si scontrò con la realtà violenta dell’oppressione coloniale, che lui chiamava la «patologia della dominazione». Samah Jabr potrebbe solo sottoscrivere le parole di Aimé Césaire che Fanon pone a epigrafe del suo Discorso sul colonialismo: «Io parlo di milioni di persone a cui sono stati inculcati/ con grande accortezza la paura, il complesso/ d’inferiorità, la soggezione, la prostrazione,/ la disperazione, il servilismo».

Samah Jabr crede che sia possibile curare anche in tempi di genocidio: difendere il proprio Corano, non arrendersi, resistere. Curare è prendersi cura delle persone sofferenti e vive, di noi stessi, dei libri che leggiamo, degli esseri che amiamo. Storicizzare i sintomi, decolonizzare la cura, prevenire il suicidio; ecco i doveri primari dello psichiatra curante. Non solo in Palestina o a Gaza, ma dovunque si consumi una violenza psichica e fisica di incommensurabile violenza, un attentato al nostro restare “esseri umani”. «Nella pratica psichiatrica vedo studenti, professionisti e genitori che adempiono ai loro compiti e ricoprono il loro ruolo senza apparente difficoltà e che tuttavia di frequente vengono da me con quesiti che riguardano non solo la regolazione emotiva, ma il senso stesso della propria esistenza. “Che senso ha vivere in queste condizioni?”. “Come faccio a proteggere i miei figli dalla disperazione?” “È da codardi volersene andare”?» ... Secondo le mie osservazioni una stragrande maggioranza di coloro che esprimono un desiderio di morte porta con sé un desiderio di vita ripetutamente naufragato. Spesso, quando qualcuno dice “vorrei essere morto”, ciò che di fatto esprime è il desiderio di vivere senza paura, senza impotenza, senza umiliazione».

In Palestina è facile dissociarsi da una realtà che non può essere tollerata. Il trauma interminabile dei ripetuti attacchi militari costringe talvolta a non voler più vedere una realtà tanto atroce, a scorrere rapidamente i video di droni letali che causano esplosioni mortali, perché è devastante vivere nel clima di una strage che non prevede nessuna soluzione. Credere che un sollievo possa ancora esistere, oltre il più indicibile dolore, è il compito del terapeuta, la sua personale ‘leggenda” umana, se sa accordarsi al dolore altrui e tenerlo dentro di sé. A volte, all’uomo ferito, può bastare uno sguardo, un cenno della mano, l’inizio di una fiaba. Si fa ciò che è possibile fare, pur cercando una pace impossibile, reale solo nei nostri sogni.

Scorrendo l’intervista di Maria Nadotti, Samah Jabr si concede anche delle confidenze intime; parla di una sua relazione affettiva che si è sviluppata al di qua dell’amore, come affettuosa amicizia; parla dei suoi sogni. «...sogno molto e presto attenzione ai miei sogni, che mi dicono molto sulla mia vita personale e la realtà. E, sì, ho una serie di sogni ricorrenti. Per esempio, sogno spesso i miei passaporti. Cerco i miei documenti di viaggio, non li trovo, mi preoccupo. Un altro tema ricorrente sono i piedi. Ad esempio sto pregando, ma quando finisco la preghiera non trovo le mie scarpe». Samah è una donna in cammino, che cerca sempre una sua strada per lottare contro soprusi individuali e collettivi. In uno dei suoi libri, Sumud. Resistere all’oppressione (Sensibili alle foglie, 2021), Samah parla del ṣumūd, una parola/concetto potente, che testimonia l’arte della perseveranza, della pazienza, dell’immaginazione. Il ṣumūd non nega il trauma, non è un valore statico, un atteggiamento apatico: è un modo di tenere con sé, dentro una certa armonia, qualcosa che sembrava perduto. In un certo senso, assomiglia a un metodo che preveda il silenzio e la resistenza: è una forma di terapia. «La terapia richiede la ricostituzione dell’umanità stessa: un risveglio globale che riconosca che nessun pacchetto di aiuti può sostituire la responsabilità. Tra le rovine di Gaza, la questione non è se il territorio palestinese possa riprendersi ma se il mondo possa recuperare la propria visione morale». Se i fatti diranno che è impossibile recuperare una visione morale collettiva, occorrerà che ogni palestinese, ogni essere umano, guidi se stesso e chi vive accanto a sé verso una sua visione morale: fosse anche simile un sogno, in quel sogno esisterebbe e non andrebbe del tutto perduta. Gaza, per Samah, può anche essere ricostruita ma non da chi l’ha distrutta. Il percorso di un mutamento, di una speranza che nutra se stessa anche nell’impossibilità effettiva di un mutamento, non spaventa Samah Jabr. La sua scrittura, nitida, lucida e chiara, nasce dopo lunghe esperienze epistolari: non è un caso che l’autrice abbia iniziato a scrivere proprio dopo avere scambiato lettere con interlocutori diversi ma fecondi per il suo sviluppo interiore. Quando tutto appare ridotto al silenzio, immerso nelle ombre della fine, un essere umano può, anche solo per caso, far pervenire un messaggio a un altro essere umano, una lettera breve, un cenno di saluto. Da una semplice frase si può ipotizzare l’inizio di una resurrezione, anche se le rovine di Gaza e il trauma mai concluso della guerra sono l’ombra costante dell’intero popolo palestinese. Eppure è vero che nessun trauma può davvero essere infinito: è lungo, intollerabile, atroce, ma non infinito.

Fedor Dostoevski, nel 1876, scrive un racconto, Sogno di un uomo ridicolo, dove un uomo che ha deciso il suicidio sogna di volare e di vedere una nuova terra. Questa finzione, pur generando belle emozioni e speranze, è destinata a restare illusione. In questa nuova terra innocente il protagonista vivrà per il tempo breve del sogno ma la sporcherà ancora, diventando colpevole di una nuova corruzione. Il dolore resta assoluto, il senso di colpa invincibile. Ma il personaggio, appena destato dal sogno, acquisirà una nuova consapevolezza che gli permetterà di non uccidersi e di tentare di essere diverso: tornato nel mondo reale, aiuterà una bambina a non morire. In sintesi, trova le sue energie positive all’interno di un sogno dove la visione della terra nuova eleva l’uomo dalle tenebre. La finzione salva l’uomo dall’abisso definitivo. E se questo sogno letterario, nato dal Diario di uno scrittore, domani fosse sognato da un paziente di Samah Jabr e aprisse le vie a una “nuova terra” in una realtà sconsolata, marchiata dai traumi e dalle guerre? Pensarlo è un’utopia della mente, ma le utopie possono non essere sconfitte. 


[Fotografia di Alexandra Dols - Wikimedia Commons - fonte: www.doppiozero.com]


terça-feira, 25 de agosto de 2026

Antiintel•lectualisme i sobreintel•lectualitat

Molta gent viu la cultura amb una barreja fatal de complaença i malestar, paralitzada entre el reconeixement i la certesa que tot es pot (i s’hauria de) fer molt millor. 

Escrit per Pol Viñas

Mentre escric això, o rumio com escriure-ho, m’envien el vídeo d’una booktoker que explica que no es vol sentir malament per no llegir “literatura elevada”. Sospito que vol dir “literatura” i prou, i sospiro mentre enfila un discurs que ja em conec: que a ella ja li agraden, ja, aquesta mena de llibres, els “clàssics”, no us confongueu; que ella llegeix molt, sí, però que no passa res per llegir “coses més lleugeres, llibres més mainstream…”, i que nota “com un classisme” perquè ara sembla que tots hàgim de llegir Dostoievski, etcètera. El vídeo em referma una intuïció, a saber, que la gent de la meva edat –de la meva generació, millor– viu la cultura amb una barreja fatal de complaença i malestar, resultat de dues forces oposades, però igualment paralitzants: antiintel·lectualisme i sobreintel·lectualització.

En primer lloc, tenim un antiintel·lectualisme en alça, del qual fa temps que s’alerta: una desconfiança generalitzada envers l’expertesa, el coneixement, el món acadèmic o l’alta cultura (sigui què sigui, perquè aquí tot es barreja). Normalment, se’n parla arran del qüestionament conspiranoic de consensos científics o l’ofensiva contra tot allò que és públic –en aquest cas, subvencions, beques i pressupostos culturals–, però la tragèdia es rebla quan són els mateixos entorns intel·lectuals els qui, revestits de democratització i igualitarismes mal entesos, interioritzen aquest rebuig. Quan es menysté l’acadèmia, es desacredita la idea de cànon, la magistralitat o els discursos aparentment massa abstractes, o “sofisticats”, es reprodueix i es legitima –canviant de bàndol la raó– la mateixa separació del món en dues castes que es pretén destruir d’entrada. 

Però això no explica tota la realitat: una altra força empeny en la direcció oposada. Es tracta d’una pulsió intel·lectual, també en alça, present a les xarxes; prova en són la pallissa crítica al voltant de L’Odissea de Christopher Nolan o el darrer disc de la Rosalía, la romantització de plataformes com Goodreads i Letterboxd i, sobretot i més recentment, l’auge de Substack... No es tracta ben bé d’esnobisme, sinó d’un anhel de reconeixement molt més mundà. Llegir, escriure, cultivar-se culturalment, res d’això no ha deixat mai d’ésser ben vist; la diferència és que ara tenim més recursos que mai per a demostrar, encara que sigui mentida, que ho fem. Posat al servei d’identitats digitals i analògiques a la recerca d’autenticitat, qualsevol gest –un tuit, una història, un vídeo, un article– pot ser sobreintel·lectualitzable i, un cop reconegut, sobreintel·lectualitzat.

El xoc, la combinació d’ambdues forces, fa que la mateixa societat que castiga la pedanteria, que es vanta de democratitzar l’art i el coneixement, que restringeix l’accés al cànon amb “massa difícils” i “no necessaris”, elevi tothora –servint la indústria que, teòricament, fa possible la cultura– llibres mediocres, obres fluixes, amateurisme alambinat, reflexions vagues i prescriptors infantilitzats. Això genera, com deia al principi, complaença i malestar. Complaença, perquè és més senzill que mai publicitar el capital cultural, gaudir d’una satisfacció reconeguda amb la teva obra o el teu consum i, en conseqüència, amb la teva persona; i malestar, perquè és difícil, per a molta gent que encara pot tocar de peus a terra, malgrat tot, no sentir-se un frau, no sospitar que alguna cosa no rutlla i que podrien fer quelcom millor amb la seva vida.

El vídeo que he explicat al començament m’ha fet gràcia perquè, malgrat la crítica antiintel·lectual a l’aparent “classisme” de les lectures canòniques, no pot evitar caure en la pulsió virtuosista d’admetre que sí, que ella llegeix i que li agrada de llegir clàssics. Sobre això, dos detalls interessants (i deslligats de l’anècdota). El primer és l’existència d’un paternalisme esquizofrènic –molt comú al món cultural–, una mena de despotisme antiil·lustrat segons el qual no pots reivindicar res de valor sense alhora matisar que el valor és relatiu, que tot està bé i que és molt important no sentir-se malament per res, ni tan sols per la ignorància fingida o volguda. El segon és l’error, també comú, de limitar la idea de “literatura elevada” als clàssics i, per tant, limitar-los també la crítica, el reconeixement i fins la justificació d’exigència lectora, mentre que les novetats editorials es jutgen, si és que són jutjades, a partir de criteris del tot diferents, laxos, banals i d’una frivolitat esfereïdora.

Fa dies que es parla –sobretot al món castellanoparlant– de la caiguda dels influenciadors: una campanya (a la qual aprofito l’avinentesa per a afegir-me) de boicot i desprestigi als creadors de contingut arran d’unes xifres que suggerien la relativitat del seu suposat impacte, però també d’un afartament generalitzat envers les plataformes i una cultura de xarxes superficial i nociva. En el sector cultural, la superficialitat i la nocivitat es poden aplicar igualment als mitjans tradicionals, sobretot els públics, i la seva funció de promoció acríticament entusiasta. Es pot entendre, per motius essencialment econòmics, que autors, creadors, editorials, llibreries, cinemes, promotores, agències de representació, etcètera, participin en aquest circ; en canvi, el paper de mitjans, ajuntaments, biblioteques i més organismes és escandalosament irresponsable, negligent i contrari a qualsevol concepció raonable d’interès públic.

La conseqüència lògica del xoc entre forces, antiintel·lectualisme i sobreintel·lectualització, per acabar, no és sinó una rebaixa general del nivell fins a un punt mort aparentment satisfactori, la creació d’una mena de sostre de vidre en “l’anar fent” que sols es pot trencar amb la voluntat individual de progressar, independentment de l’opinió pública. Malauradament, o afortunada, hi ha un motor raonable en la nostàlgia reaccionària que denuncia els mals del relativisme o la caiguda de l’exigència: hem de decidir si ens n’apropiem, recuperant la crítica i el valor, l’aspiració convençuda a un ideal de societat instruïda, o si el deixem en mans de qui, antiintel·lectualista sense falsa modèstia, ens vol ben feliços, esclaus d’una falsa intel·lectualitat. 

 

[Font: www.vilaweb.cat]

terça-feira, 7 de julho de 2026

«Koljós», libro de Emmanuel Carrère - Anagrama, 2026

 

Escrito por Álvaro García Montoliu

En “Koljós” (“Kolkhoze”, 2025; Anagrama, 2026; traducción de Juan de Sola), Emmanuel Carrère (París, 1957) se vale del “yo” no como un recurso estilístico, sino como tema principal. La muerte de su madre –la imponente historiadora Hélène Carrère d’Encausse– no desencadena solo un duelo personal, sino una revisión implacable de archivos familiares, recuerdos y, sobre todo, de una idea de Rusia que ambos compartieron durante décadas. Carrère lo revisa con la mezcla de ternura y brutalidad analítica que ha marcado su obra.

El título remite a un ritual infantil: cuando el padre viajaba, los hijos arrastraban colchones al dormitorio de los padres y dormían juntos en una especie de “granja colectiva” doméstica. Un koljós íntimo. La palabra soviética convertida en broma familiar, pero también en tesis. Rusia, para Carrère, ha sido siempre una obsesión geopolítica y una atmósfera doméstica. Una herencia afectiva antes que ideológica. En este libro, ambas dimensiones se funden.

La madre no es solo una figura privada, sino un personaje histórico. Hija del exilio aristocrático ruso, criada entre la nostalgia de un mundo perdido y el orgullo de una estirpe derrotada, terminó convertida en la gran intérprete francesa de la Unión Soviética y en secretaria perpetua de la Academia Francesa. Los presidentes la escuchaban y los platós de televisión la reclamaban cada vez que el Kremlin ocupaba titulares. Su biografía abarcaba príncipes georgianos, barones bálticos, palacios toscanos y apartamentos sombríos del exilio.

El nervio del libro no está en la crónica aristocrática, sino en la fractura ideológica. Carrère ha estado ligado a Rusia durante décadas. Escribió sobre Eduard Limónov con una mezcla de fascinación y repulsión y durante años compartió, en cierta medida, esa fascinación francesa por Rusia como territorio de intensidad moral y exceso espiritual. Una Rusia más profunda, más trágica, más auténtica que la Europa administrativa.

Su madre encarnaba esa pasión, pero en ella derivó hacia la indulgencia. A medida que Vladímir Putin consolidaba su poder, ella insistía en la necesidad de comprender a Rusia, de no humillarla, de aceptar sus particularidades. Carrère reconoce que él mismo tardó en romper ese hechizo. La invasión a gran escala de Ucrania actúa en “Koljós” como un terremoto ético. Viaja a Georgia, tierra de sus antepasados, y a Ucrania, escucha a escritores y filósofos que lo obligan a mirar a Rusia no como mito cultural, sino como potencia colonial.

Esos pasajes podrían haber desviado el libro hacia el reportaje político, pero funcionan como contrapunto íntimo. La muerte de la madre coincide con la muerte de una idea de Rusia. El duelo familiar se superpone al desencanto histórico. El adolescente que leyó “El idiota” (Fiódor Dostoyevski, 1869) como rito de iniciación descubre que esa educación sentimental conllevaba un lado oscuro: amar Rusia implicaba comprar el relato de que siempre era la incomprendida, nunca la responsable.

El “yo” carrereano se somete aquí a examen. Las sesiones de terapia ocupan el centro estructural del libro: escenas infantiles que se repiten en la vida adulta como variaciones obsesivas. ¿Confesión o puesta en escena? A estas alturas, lo que pedimos a Carrère no es exactitud notarial, sino esa vibración emocional que convierte cada libro en una especie de autopsia en tiempo real.

En las páginas finales, el libro se vuelve vigilia. La intelectual brillante se reduce a una mujer que agoniza, capaz todavía de ternura sin olvidar su paradigmática dureza. Carrère no edulcora su legado: registra la severidad hacia el marido, la obstinación, los gestos de gracia. Hay espacio para una piedad dubitativa, pero aquí lo que importa es la atención documental, sin complacencia ni caricatura.

“Koljós” es, en última instancia, una reflexión sobre la herencia. Linajes, ideologías, estilos literarios: todos funcionan como granjas colectivas donde aprendemos a vivir antes de elegir. Carrère no resuelve la tensión entre amor y verdad, pero la mantiene en ebullición. Y en esa ebullición reconocemos al escritor que ha convertido su vida en laboratorio moral, dispuesto a arriesgarlo todo, incluso el afecto, para seguir preguntándose qué significa decir “yo”.

 

[Fuente: www.rockdelux.com]

sábado, 2 de maio de 2026

«Matèria primera», novel·la de Jörg Fauser

Escrit per Xavier Serrahima  

Quan es llegeix —i encara més quan s’analitza— una novel·la, sembla que existeixi una certa obsessió per cercar-hi referències biogràfiques de l’autor, talment com si ésser capaç de localitzar-les i d’identificar-les comportés un mèrit afegit, incalculable, per al qui ho aconsegueix. Aquest hàbit, que té sentit en un estudi acadèmic exhaustiu, oblida que precisament l’essència de qualsevol bona novel·la és —o hauria d’ésser— la capacitat de ficcionalitzar la realitat: de convertir, quan cal, la realitat en ficció, però, per damunt de tot, la ficció en realitat. 

En llegir Matèria primera (Rohstoff), de Jörg Fauser, Labreu Edicions, Barcelona, 2013, la primera temptació que podem sentir és la de llençar-nos de cap a la caça i captura del seu component autobiogràfic, tan palpablement evident, tan a flor de pell. Per poc perspicaç que siguis, ben aviat t’adones que, més o menys camuflat sota la figura de Harry Gelb, el seu protagonista, s’hi perfila la figura del seu autor: un bohemi aspirant a escriptor que malda per obrir-se camí al bell mig de la selva salvatge del món cultural i editorial alemany.  

Tanmateix, si volem assaborir-la com cal —i bé que s’ho mereix—, cal que ens afanyem a alliberar-nos d’aquesta temptació: com succeeix amb qualsevol obra de vàlua, el que és fonamental en ella no és pas el motiu que la inspira, sinó el resultat que s’obté; no el material amb el què es treballa, sinó el fruit que produeix. 

I Fauser sense dubte ha sabut llaurar bé. És possible que el seu estil, ràpid, directe, aparentment espontani, sense concessions, que en ocasions pot fer la impressió —falsa, intencionada— de poc elaborat, pugui dur a fer-se enrere a algun defensor de les essències, però si som capaços de superar aquest afany purista —si deixem de banda allò que hauria d’ésser i ens centrem en el que és—, la nostra satisfacció com a lectors estarà garantida.

Atès que l’autor alemany provava tant de viure —“Dins d’aquest sistema, aparentment no hi havia cap possibilitat de fer el que un volia fer”, (pàg. 143)— com d’escriure a la seva manera —“fes allò que no puguis deixar de fer”, (pàg. 133)—, preferint no seguir cap escola ni convertir-se en mestre de ningú, el millor homenatge que li podem fer és llegir-lo amb la ment oberta; deixant que sigui la seva prosa, àgil, sòbria, immediatament accessible, la que pugui comunicar-se amb la nostra sensibilitat. O pugui no fer-ho, per descomptat: ambdues opcions seran perfectament legítimes, si ens hem despullat de teories, regles o condicionants previs.

El món que ens presenta l’escriptor, amb una explícita i reconeguda influència de Kerouac i Bukowski, però alhora captivat pel magisteri de la prosa clàssica —“Una lectura fabulosa, Dostoievski. Bon coneixedor de l’ànima”, (pàg. 173)—, de Chandler, Hammett i de Greene, és el món en descomposició sorgit de la Guerra Freda, del temor de la bomba atòmica. Aquest món desencantat i sense sentit, del no future, poblat per tot un seguit d’ésser noctàmbuls incapaços de trobar el seu lloc a la societat, anihilats per les drogues i embriagats per l’alcohol: “Jo era un noctàmbul, mai no em llevava abans de les onze, si no calia, m’anava posant a to cap a la tarda, després de la cinquena cervesa ja podia enfrontar-me al món i a les dues de la matinada hauria pogut arrencar arbres”, (pàg. 258).

Membres d’una generació perduda, privats d’esperances ni aspiracions, que, quan no naufraguen,  caminen per la Wild Side de Lou Reed; que cerquen el seu darrer refugi en una revolució de paper d’estrassa —“tota aquella colla de subversius de pacotilla, maoistes amb subvenció estatal i subproletaris a la recerca d’un raconet calent per l’hivern”, (pàg. 157)— que té més d’excusa i justificació —“ens capbussàvem en la fatxenderia filosòfica i en l’escuma existencial”, (pàg. 238)— que no pas de realitat: “Tractant-se de literatura, els marxistes sempre havien demostrat tenir un gust ben reaccionari. I pel que fa a la política, al capdavall, també”, (pàg. 162).

Una obra que, tant per la seva visió crítica, amargada i decebuda de la societat, pel seu contingut com per la seva plasmació narrativa (cínica, iracunda i desacomplexada) recorda la incisiva novel·lística de David Castillo i, sobretot, la seva magnífica No miris enrere: “Això era la felicitat: un moment concret, mínim, com un orgasme, davant l’adversitat general de la vida”.

En conclusió, bo i no essent del tot rodona, Matèria primera —traduïda amb braó per Ignasi Pàmies— ens acara amb una literatura poderosa i profunda, coratjosa i inconformista, lliure i alliberada, que —tot i que sabent que les respostes no existeixen— s’interroga i ens interroga sobre el sentit o la manca de sentit del món on ens correspon viure.

[Font: www.racodelaparaula.cat]

sexta-feira, 13 de março de 2026

Darko Cvijetić: «Tengo el deber moral de vivir en el lugar donde transcurren mis historias»

En su primera novela, El rascacielos rojo, Darko Cvijetić realiza una exhumación de la tragedia que sufrió Bosnia-Herzegovina en la guerra de los años 90. 

El escritor Darko Cvijetić

Escrito por Marc Casals y Patricia Pizarroso 

El escritor Darko Cvijetić (Ljubija Rudnik, 1968) nos ha citado en Le Pont, un popular restaurante de su ciudad, Prijedor (Bosnia-Herzegovina). El establecimiento recibe ese nombre porque está en uno de los extremos de un puente sobre el río Sana. Mientras mantenemos esta conversación con el autor, a sus espaldas el sol poniente y su reflejo en las aguas del río conforman una estampa de placidez. Es justo lo contrario de lo que propone la narrativa de Cvijetić, una implacable exhumación de la tragedia que sufrió Bosnia-Herzegovina en la guerra de los años 90. Su primera novela, El rascacielos rojo (Báltica, 2026), cuenta las historias del edificio donde vive Cvijetić desde que era pequeño para recrear un microcosmos de un dramatismo conmovedor.

Aunque lleva 50 años viviendo en el rascacielos rojo, su primera infancia la pasó en el pueblo minero de Ljubija. ¿Cómo la recuerda?

Ahora Ljubija es un pueblo semiabandonado donde no vive su población de antes, sino desplazados de la guerra procedentes de Bosnia Central, al norte de Sarajevo. Pero cuando yo era pequeño era un sitio precioso. Hay una ciudad en Eslovenia que se llama Velenje y es conocida por su hermosura. Pues bien, a Ljubija la llamaban “la Velenje bosnia”. Crecí en los años 70, cuando Yugoslavia vivía una época dorada, así que los trabajadores gozaban de un buen sueldo y cada año íbamos todos de vacaciones a la costa. En el sistema socialista, los trabajadores eran respetados. Pero, por encima de todo, Ljubija era mi abuela. Mis padres trabajaban para la mina, mi padre como cilindrador y mi madre como asistente de laboratorio, así que era mi abuela materna quien me cuidaba de pequeño. Me contaba historias maravillosas de las que no creo que ni una décima parte fueran verdad, pero estoy convencido de que esa fuerza narrativa suya plantó en mí una semilla que, al crecer, se transformaría en mi amor por contar historias y por el arte.

La tradición minera es muy importante no solo en Ljubija, sino también en toda la región de Prijedor, y en el libro se hacen numerosas referencias a ella. Cuéntenos un poco sobre la importancia de la minería para usted y sus paisanos.
En esta comarca se descubrió una veta de hierro ya en la época del Imperio romano, pero fue a partir de la llegada del Imperio austrohúngaro a Bosnia en 1878 cuando la minería floreció, porque las nuevas autoridades construyeron las infraestructuras necesarias. Nuestra veta de mineral de hierro abarca Ljubija, mi pueblo natal, así como los pueblos de Omarska y Tomašica. Quién sabe hasta dónde llegará. Entonces Prijedor era un villorrio de provincias, pero al quedar como centro de este sistema minero empezó a desarrollarse. Todo lo que se ha construido en Prijedor ha sido gracias a la mina. De hecho, incluso el club de fútbol local se llama Rudar, que significa “minero”. Sin embargo, a partir de los años 80 se dejaron de hacer prospecciones porque cada vez había menos hierro y este ha perdido importancia como mineral. Se utilizan aleaciones porque son más rentables y, además, algunas de estas minas como la de Omarska, aún activa, tienen mala reputación porque fueron campos de concentración. En la de Tomašica, ya en desuso, se encontró una fosa común con más de 430 cadáveres.

Mi padre trabajaba en el taller, mientras que mi madre iba y venía a diario con el resto de trabajadores hasta el laboratorio de Ljubija en un autobús contratado por la mina. Yo estoy convencido de que la mina me hizo ser quien soy

El propio rascacielos rojo fue construido pensando sobre todo en los mineros.
Sí, como el resto de los edificios de mi barrio, porque junto al rascacielos estaba el taller central de la mina. Así que, de algún modo, el rascacielos rojo era la prolongación de la mina, y también de Ljubija. Como decía, en Ljubija cada vez había menos mineral, y también la gente quería vivir en Prijedor porque es una ciudad más grande. Cuando la dirección de la mina se trasladó aquí, todo el mundo empezó a mudarse con ella. Mi padre trabajaba en el taller, mientras que mi madre iba y venía a diario con el resto de trabajadores hasta el laboratorio de Ljubija en un autobús contratado por la mina. Yo estoy convencido de que la mina me hizo ser quien soy. En aquella época, los mineros estaban muy bien pagados. Por ejemplo, los del rascacielos rojo tenían mejores sueldos que los profesores que vivían en el edificio.

¿Cuáles fueron sus primeras impresiones del rascacielos rojo?

Recuerdo el día en que mi padre me dijo: “Hijo, nos mudaremos a un edificio muy muy alto”. Probablemente, ni siquiera tuviera en su vocabulario la palabra “rascacielos”, ni ningún otro término capaz de describir ese tipo de construcción. Yo trataba de imaginarme cómo sería. Aún recuerdo mi sobrecogimiento cuando lo vi por primera vez, tan alto y hecho de ladrillo. Todavía hoy, 50 años después, continúa siendo el edificio más alto de la ciudad. Tiene 13 plantas, pero como el 13 da mala suerte, decidieron llamar a la primera planta “galería” y pasó a tener 12. Sin embargo, incluso así ha sido escenario de numerosas tragedias, tal como cuento en el libro. Es como si quien lo diseñó con trece plantas hubiera intuido algo de lo que iba a ocurrir en él, como si alguien hubiera enterrado un mal augurio en sus cimientos.

La convivencia tan estrecha se convirtió en un arma mortal, porque durante la guerra una información que tenías sobre tu vecino de otra nacionalidad podía costarle la vida

¿Cómo recuerda su infancia en ese rascacielos? ¿Notaba algún atisbo de animadversión entre nacionalidades?
Vivir allí fue como un cuento de hadas. Éramos chavales que proveníamos del mismo ambiente proletario y enseguida nos reconocimos entre nosotros. Además, la distribución de los apartamentos era tal que, en cada planta, había un serbio, un croata y bosniaco, así que, según la costumbre en Bosnia, nos visitábamos unos para felicitarnos las respectivas festividades religiosas: las Navidades católica y ortodoxa, el final de Ramadán, etc. Después esa misma convivencia tan estrecha se convirtió en un arma mortal, porque durante la guerra una información que tenías sobre tu vecino de otra nacionalidad podía costarle la vida. O podías cobrarte cuentas pendientes, aunque fuesen nimiedades: “¿Te acuerdas de aquella bici que me estropeaste aquella vez? Pues ahora te doy una paliza o te mato”. Últimamente leo mucho sobre el Holocausto en Ucrania, en la Segunda Guerra Mundial, de donde viene parte de mi familia, sobre cómo en Kiev la gente cambió de la noche a la mañana y eso desembocó en las masacres de Babi Yar. La gente cambió porque las personas corremos en pos de la seguridad, o en lo que instintivamente creemos que es la seguridad. No tiene que ser la nación, sino cualquier grupo donde nos sintamos entre los “nuestros”.

Al igual que sus padres, usted trabajó para la mina, en su caso en la de Omarska, que, tal como usted mismo ha explicado antes, luego sería un campo de concentración.

Mi padre estaba convencido de que trabajar en la mina era lo mejor que podía haber en el mundo, que una vez lograbas ser minero ya no podías aspirar a más. Terminé la Escuela Electrotécnica antes de cumplir los 18 años. Era verano, y los chicos nos bañábamos felices en el río Sana, pero un día mi padre llegó y me anunció, henchido de orgullo: “Tienes trabajo”. Me había encontrado un empleo en la mina de Omarska. Empecé allí como operario de una bomba de agua potable perdida en mitad del bosque. Pasaba el día solo en una cabaña junto a la bomba, que extraía el agua de una profundidad de 20 o 30 metros. Mi función era estar sentado oyéndola funcionar y, en caso de avería, llamar por teléfono a la central para que enviaran a alguien a repararla. No había nadie en cuatro o cinco kilómetros a la redonda, así que pasaba bastante miedo, pero me llevaba bolsas llenas de libros y me dedicaba a leer durante horas mientras la bomba rugía. Puedo decir que leí todo Dostoievski con 18 años en el turno de noche como operario de bomba en Omarska.

Luego también hizo de electricista.

Era algo que únicamente había estudiado porque mi padre me apuntó para que consiguiera un trabajo en la mina. Cuando yo le insistía en que quería ser escritor, me contestaba que no dijera sandeces, que pudiendo trabajar en la mina cómo iba a querer ser otra cosa. Luego estudié teatro en las academias de Banja Luka y Zagreb, pero a mi padre todo eso le parecían minucias en comparación con la posibilidad de ser minero: “Niño, tenlo presente: la mina es Dios”. Empecé a trabajar como electricista en unas oficinas, pero los ingenieros solo tardaron dos o tres días en darse cuenta de que no tenía la más mínima idea de electricidad y me mandaron a un rincón a dibujar esquemas. Uno incluso me aconsejó: “Darko, ni se te ocurra trabajar de verdad como electricista, porque te electrocutarás o le prenderás fuego a la mina”. Así que dibujaba los esquemas de marras y les llevaba café. Como sabían mucho sobre su especialidad, pero solo sobre eso, empezaron a preguntarme sobre literatura y filosofía, y empecé a hablarles de Sartre, Dostoievski y Tolstói. Eran un serbio, un bosniaco y un croata, pero jamás noté entre ellos la más mínima tensión nacional. Cuando la mina de Omarska fue transformada en campo de concentración, en el hangar sobre el que estaban esas oficinas fueron encerrados cientos de prisioneros.

¿Cuándo comprendió que la clase obrera había traicionado al socialismo y a Yugoslavia?

No me di cuenta hasta que sonó el primer disparo. En febrero de 1992 mi hermano tuvo que ir a hacer el servicio militar a Sarajevo. Mi padre le aconsejó que fuera, y eso que ya había guerra en Croacia a la que iban como voluntarios muchos jóvenes de Prijedor. Cuando le sugerían la posibilidad de que estallara la guerra también en Bosnia, mi padre contestaba: “Aquí eso es imposible”. Total, que cuando mi hermano se marchó a Sarajevo lo fue a despedir todo el rascacielos rojo: serbios, croatas y bosniacos. En abril de 1992, las tropas serbias depusieron a las autoridades de Prijedor y tomaron el poder. De repente los bosniacos y los croatas del rascacielos tenían que enseñar el documento de identidad para entrar en su propio edificio. Luego, una pequeña unidad bosniaca de un centenar de hombres trató de hacerse con el control de la ciudad y, al fracasar en el intento, el Ejército serbio inició una limpieza étnica sistemática. Un día vi cómo fusilaban a gente frente al rascacielos rojo y perdí los papeles. Corrí hacia mi padre increpándolo: “Pero ¿que estáis haciendo los serbios?”. Mi padre me dio una bofetada no porque estuviera ofendido, sino para que me calmara, para que me diera cuenta de que mi madre era croata y eso nos ponía en riesgo; de que la situación era grave y de que había que mantener la serenidad.

¿Cuáles fueron sus experiencias durante la guerra?

Mi padre y yo, como el resto de serbios, fuimos movilizados, pero como él ya era mayor no lo enviaron al frente, sino a vigilar puntos de control en la ciudad, y a mí con él. Hasta que un día nos recogieron en autobús y nos dijeron que nos llevaban a un punto de control a hacer una guardia. Pero lo que ocurrió fue que, cuando salí del bus, me encontré un campo de concentración para no serbios donde, entre otros, estaban presos amigos míos de la escuela. Comprendí al instante que la historia se repetía, porque en la Segunda Guerra Mundial mi abuelo y mi tío paternos habían sido asesinados en un campo de concentración. Pero yo ahora estaba en el otro lado del alambre de espino, con los guardias. Luego unos soldados borrachos me ordenaron que buscara a alguien que supiera degollar un cordero porque lo querían asar. Pregunté entre los cautivos y se ofreció un joven, hijo de un carnicero. Yo lo conduje hasta los soldados y me fui a casa. Al día siguiente, cuando nos volvieron a llevar al campo, lo encontré degollado en un maizal. En ese instante todo mi mundo se desmoronó y sufrí una crisis nerviosa. Me fui del ejército y, todavía no sé por qué, los militares no me buscaron. Me volvieron a admitir en el teatro donde trabajaba como actor antes de la guerra, y en ese teatro he estado hasta hoy.

Ha contado esta estremecedora historia en uno de sus libros, Por qué duermes en el suelo (Što na podu spavaš, Buybook, 2020), e incluso, en su adaptación teatral, se interpretó a sí mismo conduciendo sin saberlo a ese joven a la muerte. ¿Cómo fue esa experiencia?
Kokan Mladenović, uno de los principales directores de teatro de Yugoslavia, hizo una adaptación de El rascacielos rojo y nos enamoramos intelectualmente. Me pidió si podía actuar en Por qué duermes en el suelo, pero me dijo que solo sería pasar un par de veces por el escenario durante la función como recurso metateatral. Sin embargo, me fui dando cuenta de que mi papel tenía cada vez más peso, de que tenía que estar todo el rato sobre el escenario llamando a los actores según la escena que se fuera a representar y, al final, Kokan me pidió que representara lo ocurrido. Había ensayos en los que me resultaba imposible, porque no veía la cara de mi compañero de reparto, sino la del chico degollado en el maizal, y entonces Kokan lo paraba todo y me llevaba a tomar una cerveza para que me calmara. Me decía: “Llegará un día en que veas la cara del actor y no la del chico del maizal, y entonces te habrás curado”, pero eso no sucedía. Después de una cincuentena de funciones en las que yo terminaba exhausto, una noche al llegar la escena en que le daba la vuelta al cadáver del chico no vi la cara de aquel hijo de carnicero, sino la de mi compañero de reparto. Me entraron ganas de darle un beso en la boca.

A menudo me pregunto hasta cuándo escribiré sobre la guerra, pero es que en Bosnia es imposible escribir sin que la guerra o sus consecuencias aparezcan de una forma u otra

Vuelve una y otra vez al tema de la guerra. ¿Por qué y hasta cuándo?

Mi madre tiene Alzheimer, y a veces me pregunto si nace de su conciencia, que se defiende y trata de olvidar lo que ocurrió. En cualquier caso, yo he cogido el camino opuesto: lo escribo todo, porque no sé si algún día lo olvidaré y no quiero. Cuando mi familia se marchó a los Estados Unidos, es decir, se puso a salvo, y tras casarme y convertirme en padre, decidí que había llegado el momento de afrontar todo lo sucedido y contar esas historias. No se trata tanto de contarlas todas, porque es imposible, pero sí de plantear algunos temas cruciales para que, dentro de 20 o 30 años se pueda hablar con franqueza sobre ciertas cuestiones. A menudo me pregunto hasta cuándo escribiré sobre la guerra, pero es que en Bosnia es imposible escribir sin que la guerra o sus consecuencias aparezcan de una forma u otra. Después de la Primera Guerra Mundial tuvimos la Segunda, y luego la de los 90. No hay ninguna generación cuya vida haya transcurrido sin verse afectada por la guerra. Por eso, de Ivo Andrić en adelante, el tema de la guerra está presente en todos los autores balcánicos, incluido yo.

¿Cómo es seguir viviendo en el rascacielos rojo, siendo un lugar donde han ocurrido tantas cosas terribles?
Creo que tengo el deber moral de vivir donde transcurren mis historias. Es el escenario de mi infancia, de mi literatura, de mi amor y de mi vida. Abandonarlo ahora después de todo lo ocurrido sería una traición. Hace poco estuve en un festival literario en Polonia y el presidente del jurado me preguntó por qué seguía viviendo en el bloque. Yo me acordé del gran escritor polaco Bruno Schulz, quien en la Segunda Guerra Mundial se quedó en el gueto de Drohóbych hasta que ya no pudo salir y, al final, fue asesinado de un tiro por un oficial nazi. Le respondí: “Quizás soy como Bruno Schulz y estoy esperando mi bala”. Observo cómo el lugar cambia, cómo desaparece el jardín de Taib sobre el que hablo en el libro, cómo de su manzano podrido ha brotado un nuevo bloque, y esta observación de cómo cambia mi mundo alimenta mi literatura. Además, mis amigos del rascacielos, que están todos fuera, a veces vuelven y me dicen: “Colega, si volvemos es por ti”. Soy como un punto de anclaje para ellos. Cuando vienen y vamos a tomar una cerveza o a comer, se me abre el alma.

Hay un señor ya mayor de lo más agradable que siempre saluda: “¿Cómo está, vecino? Que le vaya bien el día”. Y yo en la guerra lo recuerdo como un monstruo con rifle que causaba verdadero terror

En Prijedor ocurre a menudo que perpetradores y víctimas se cruzan por la calle. ¿Hay antiguos perpetradores en su edificio?

Sí, y es asombroso ver cómo los humanos pasan de ser conejitos inofensivos a monstruos y luego vuelven a ser conejitos inofensivos. Hay un señor ya mayor de lo más agradable que siempre saluda: “¿Cómo está, vecino? Que le vaya bien el día”. Y yo en la guerra lo recuerdo como un monstruo con rifle que causaba verdadero terror. También está un personaje del libro, el operario de excavadora en la mina que se dedicaba a derruir las casas musulmanas de Prijedor. Un día subimos juntos en el ascensor, justo cuando acababa de publicarse la novela. Teníamos que ir hasta el noveno piso y, mientras subíamos, me dijo: “He leído lo que has escrito”. Yo pensaba que iba a apretar el stop para darme una paliza, pero solo añadió: “Es muy bueno. Y has hecho bien en mencionar a varios vecinos que ya no están”. No sé si le hacía ilusión formar parte de algo o es que estaba intentando que lo metiera también en mi siguiente libro [se ríe].

Usted es de padre serbio y madre croata, tuvo la experiencia que ha relatado en el campo de concentración, escribe desde un lugar mayoritariamente serbio acerca de crímenes perpetrados por el bando serbio... Por otra parte, ha contado que algunos bosniacos, incluso amigos suyos, le han acusado de haberse hecho famoso a partir de su tragedia. ¿Cómo definiría su posición en la Bosnia actual?

En las guerras civiles a veces te encuentras en la posición de víctima y otras, en la de verdugo. Ambas son intercambiables: en el mismo año puedes pasar varias veces de una a la otra. Lo que yo quería hacer en El rascacielos rojo era escribir sobre la tragedia de unas personas no porque fuesen bosniacos, sino porque eran mis vecinos. A los serbios de aquí no les gusto porque les recuerdo lo que ocurrió, y me ignoran por completo. En Croacia tampoco me aprecian porque, aunque mi madre es croata, mi padre es serbio. En Serbia ocurre lo mismo, porque al escribir uso la variante croata de la lengua. En la entrega del premio polaco Angelus, el resto de finalistas tenían una embajada que les había pagado el viaje, los gastos, etc., y su embajador asistía al acto. Yo estaba allí, con la bandera bosnia detrás, solo. Así que, al final, te encuentras con que no estás en ningún lugar, ni eres de nadie. Pero para un escritor esta es una buena posición, e incluso diría que es una posición ética.

[Foto: Ana Bogišić.- fuente: www.elsaltodiario.com ]

segunda-feira, 23 de fevereiro de 2026

Xesús Alonso Montero, a estela viva do mestre da bufanda vermella

Aspirante a marxista, «ateo grazas a Deus», entusiasta e subversivo, histórico columnista de La Voz, este seguidor do Celta xogou toda a vida o partido da defensa de Galicia


Escrito por Malores Villanueva

Sara escolleu para a derradeira viaxe do pai un dos seus traxes e a bufanda máis vermella do roupeiro; outra púxoa ela mesma, nun xesto entrañable. Sobre a caixa fúnebre pousou unha bandeira do Partido Comunista, no que militaba dende 1962. A miúdo repetía que era apenas un aspirante a marxista, porque era esencial ser moi boa persoa, e el non se cría merecente, malia intentalo cada día. Tamén era moi súa aquela retranca de proclamarse ateo grazas a Deus. Por iso, a súa despedida foi civil, nela familiares e amizades leron os poemas por el escollidos e entoaron a Internacional en galego, o himno obreiro adaptado e abreviado pola súa man, que soou con forza coma no mitin público do Partido Comunista Galego, aló polo 1977, cando todo estaba por construír.  

Xesús Alonso Montero (Vigo, 1928-2026) morreu na cidade que o viu nacer, Vigo, ás doce da mañá, porque el detestaba madrugar. Nacera noventa e sete anos antes, un 28 de novembro, na taberna El Recreo, na rúa Urzáiz, e chamárono Suso. Alí servíase o mellor viño do Ribeiro, viño de terruxeira, de terra alta, e xuntábase unha clientela selecta. Tras a sublevación fascista, un daqueles asiduos á chiquita, Ramón González Brunet, membro do Partido Socialista e da UXT, pediulle ao pai acubillo nun dos cuartos que alugaban. Benito Alonso sabía o risco que asumía, mais aceptou. Non tardaron en descubrir o agocho: Brunet foi asasinado xunto a outros compañeiros, entre os que estaba o alcalde da cidade; e o pai do pequeno Suso foi encarcerado e, días despois, trasladado a San Simón. Aquel neno non comprendía por que o seu proxenitor, que non roubara nin matara a ninguén, estaba preso. Tampouco entendía por que asasinaran o señor Adolfo, o panadeiro da beira da taberna, pai do seu amigo Fito. Tardaría anos en comprender, mais cando o fixo, converteu a memoria en tarefa, e non deixou de estudar os escritores deostados polo réxime e devolvelos á luz: Os poetas galegos e Franco. Estudo e antoloxía ou Os escritores galegos ante a Guerra Civil Española (1936-1939). 

Despois do vivido, a familia decidiu trasladarse a Ventosela e dedicarse á vida agrícola. O primeiro no que reparou o rapaz foi en que o galego era a lingua natural, e mudou sen resistencia o seu código. Coma os demais, ía roubar os figos ao cura, xogaba ao fútbol, andaba en zocos, traballaba co sacho e falaba galego. Nunha ocasión, un médico equivocouse e diagnosticoulle unha enfermidade no corazón, polo que os pais decidiron que estudase, pois ben sabían que valía para iso. A súa nai, Angelina, soñaba con velo de avogado ou médico. Para entón xa aparecera no seu camiño o mestre Bernardino Graña Refojos, quen lle abriu as portas da literatura, lle emprestou obras de Virxilio e Dostoyesvski e sementou nel unha vocación que non tería volta atrás: estudar Filoloxía Románica. Na aldea ninguén sabía para que servía aquilo, pero correu a voz de que estudaba para diplomático; así que durante un tempo foi o mozo de máis éxito na comarca do Ribeiro, porque a xente pensaba que o Suso ía para embaixador.   

Era 1948 e atopábase na estación de Ribadavia cun billete no vagón de terceira que lle custara cento once pesetas. En Madrid foi alumno de Rafael Lapesa e de Dámaso Alonso, e coñeceu a Uxío Novoneyra e a José Ángel Valente. Mais o decisivo foi precisamente aquel encontro con Ben-Cho-Shey —Xosé Ramón Fernández-Oxea—, inspector de Primeira Ensinanza, que falaba galego sempre que tiña ocasión e que o levou ao piso de Fermín Penzol, que, como gustaba dicir, non era unha casa, senón unha biblioteca habitada. Un día pediulle consultar a revista Ilustración Gallega y Asturiana, publicada en Madrid entre 1880-1882. Aquela noite non durmiu, sentía que tocaba coas mans un anaco de historia que lle fora negada.   

Licénciase en 1953 con premio extraordinario e realiza a súa tese de doutoramento sobre Curros Enríquez. Mais aquela excelencia académica non foi nunca para el un punto de chegada, senón o inicio dun labor sostido e teimoso. Xa en 1951 publicara o seu primeiro ensaio filolóxico en Galaxia, sinal dunha vocación temperá e firme. Foi, ante todo, un investigador entregado, metódico, por iso repetía, entre serio e irónico, que lle deberían conceder o carné número un da Biblioteca Penzol, onde era habitual atopalo na sala de investigadores, inclinado sobre papeis e documentos, como un máis, ata o final dos seus días.  

Os seus estudos centráronse en Rosalía de Castro, Curros, Leiras Pulpeiro, García Lorca, Blanco Torres, nas figuras exiliadas como Luís Seoane e noutras que forman parte do ronsel progresista da nosa tradición. Non buscaba só materia de análise, senón tamén unha ética: aprender deles para transmitir o seu valor. Admiraba profundamente tamén a Machado e a Miguel Hernández, mais a súa produción intelectual non foi só literaria. A recuperación da memoria histórica converteuse tamén nunha tarefa inescusable con obras como as Cartas de republicanos galegos condenados a morte (1936-1948).   

Non foi menor a súa faceta de editor. Á fronte do selo galego de Akal, Arealonga, contribuíu a abrir fiestras nun tempo aínda de tebras. Alí publicou o Informe dramático (1973), un texto sociolingüístico en que poñía o acento no esmorecemento da lingua galega. Naqueles anos, algunhas voces cualificárono de alarmista e pouco eficaz, hoxe recoñécese nel non só un texto pioneiro, senón tamén unha lucidez adiantada ao seu tempo. Nesa mesma etapa viu a luz Pedro Petouto. Traballos e cavilacións dun mestre subversivo (1975), o seu único libro de ficción, cun evidente pouso de realidade: o protagonista é un mestre socialista e curioso predicador marxistizante, que se converteu nun espello crítico da sociedade do seu tempo.  

Como profesor de Lingua e Literatura Española, exerceu na Escola Normal de Santiago e nos institutos de Palencia e Lugo, cidade esta á que chegou en 1960 e onde viviu dezaseis anos de plenitude. Alí o alumnado lembraba aulas cheas de vida: trazaba no encerado o esquema do que ía explicar e mentres o copiaban podían falar; despois cumpría gardar silencio e atender sen tomar apuntamentos. Era doado aprobar, e para subir nota podían facer traballos en galego. Lugo foi patria íntima, a cidade onde foi máis feliz, a pesar de ser denunciado e condenado ao desterro andaluz.  

Maxisterio nas aulas e nos cárceres  

Morto xa o ditador, regresou a Vigo para impartir docencia en varios institutos, o último o IES Álvaro Cunqueiro, onde organizou unha saída co alumnado á illa de San Simón, que para el non era só paisaxe, senón memoria. Logo pasou a impartir docencia na universidade, onde engaiolaba pola súa sabedoría, o dominio da palabra, o recitado de poemas e a emoción que puña en cada explicación. Contaba un alumno como un día, a finais dos noventa, o vello mestre chamouno ao seu despacho, quería darlle a foto da ficha de aula dunha compañeira que acababa de falecer e que el sabía que era amiga súa. Grazas a ese xesto puideron incluíla na orla final de carreira.   

Tiña o poder de conmover, unha paixón intacta, unha forza desbordante e unha entrega inquebrantable que o fixo ter unha axenda vertixinosa ata hai ben poucas semanas. Nunca dicía que non. Dáballe igual o auditorio, pois sempre estaba disposto a compartir tempo e sabedoría. Contaba con especial emoción as visitas aos cárceres galegos onde atopaba oíntes atentos e agradecidos. Nunha ocasión, na Lama, un rapaz marroquí que falaba un galego fluído entregoulle uns poemas: aquel xesto confirmáballe que a lingua estaba viva. Alonso Montero tamén fixo versos políticos, satíricos e gustaba de cantalos, porque era outra forma de militancia. Con voz vigorosa, entoaba coplas revolucionarias e antifranquistas xunto ás cantigas tradicionais, xunguindo nun mesmo alento memoria e celebración. Foi presidente da Real Academia Galega entre o 2013 e o 2017, e nunca tanto viaxou en tren. Aquel tempo servíalle para conversar, especialmente con xente moza, e se algo o definía era o uso da palabra. O certo é que sempre mantivo parladoiro, o último na Cafetería Verona, en Vigo, onde departía con Gonzalo Allegue, Estro Montaña, José Gómez Alén ou César Cunqueiro. O martes, xa sen el, os seus amigos decidiron xuntarse e honrar a súa memoria. A conversa xirou arredor das historias do vello amigo. Contaba Allegue que, pouco despois de coñecelo, alá polos anos sesenta, lle pedira que o levase dar unha conferencia a Sarria. Á volta solicitou parar, baixou do coche e regresou cunha bandexa de pasteis. Era xeneroso e galdrumeiro, lembraban, gustáballe a torta de Mondoñedo, os doces de Madarro e, en realidade, calquera sobremesa compartida. Coincidimos en que viaxar con el era asistir a un relato continuo. Mesmo nos traxectos máis longos enchía o tempo de historias, como aquela vez en que entrou clandestinamente na URSS cun pasaporte falso a nome de Alonso Quijano, el que era un cervantófilo. 

Xesús Alonso Montero 

Botarémolo a faltar os venres nas páxinas de La Voz de Galicia, onde colaboraba dende había máis de tres décadas, e tamén cando teñamos algunha dúbida, porque recorrer á súa memoria era infalible. Queda a súa produción intelectual, crítica e comprometida; quedamos todos os que nos sentimos camiñantes dos vieiros que nos abriu o profesor. 

Confesaba ser do Barça e do Celta, pero onde sempre militou foi na Galicia infinda, nas causas xustas, na igualdade. Recibiu premios e distincións, e aceptábaos con gratitude e sorpresa, porque nunca se considerou merecente de nada extraordinario: seguía a ser, por riba de todo, aquel neno de Ventosela que non estudou para diplomático, pero que foi o mellor embaixador da lingua e da cultura galegas. Aínda co corazón nun puño, pero co puño en alto, dicimos: «Ata sempre, mestre!».


[Ilustración: Pinto & Chinto - foto: Xoan A. Soler - fonte: www.lavozdegalicia.e]