Mostrar mensagens com a etiqueta Clarice Lispector. Mostrar todas as mensagens
Mostrar mensagens com a etiqueta Clarice Lispector. Mostrar todas as mensagens

quarta-feira, 30 de setembro de 2026

La storia recuperata dell’antisionismo ebraico, e la perdita a cui non ha potuto porre rimedio

Il nuovo libro di Benjamin Moser ritrova una tradizione di dissidenti che pagarono un prezzo per essersi opporti alla spoliazione dei palestinesi, anche se non poterono impedirla.

La demolizione di una casa palestinese a Jaffa nel 1949.

“Anti-Zionism: A Jewish History”, [Antisionismo: una storia ebraica] di Benjamin Moser, Doubleday, 2026 

di Yahia Lababidi

+972 Magazine 

Poche parole come “antisionismo” hanno subito nel dibattito pubblico contemporaneo una limitazione del significato così rapida e sanzionatoria. Quella che in precedenza era una posizione politica contestata, discussa all’interno della tradizione religiosa ed etica ebraica, ora si presenta come già condannata, trattata meno come un’idea storica che come una prova di contaminazione etica. La parola non descrive più solo una posizione rispetto al nazionalismo o alla costruzione di uno Stato, è diventata uno strumento di preclusione, capace di ridurre a un’accusa prese di distanza e storie personali. 

Questa riduzione è avvenuta rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attacchi del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti USA ha votato con 311 voti contro 14 per stabilire che antisionismo e antisemitismo sono sinonimi. Questa risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il genocidio israeliano a Gaza. Insieme alle successive iniziative legislative è servita a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e seria tradizione ebraica di opposizione al sionismo su basi religiose e politiche. 

“Anti-Zionism: A Jewish History” di Benjamin Moser si prefigge di recuperare quella tradizione. Biografo insignito del premio Pulitzer, Moser ha passato la sua carriera a riscattare figure ai margini di quello che le istituzioni disposte ad accettare, tra cui la critica americana Susan Sontag nel suo antagonismo e la scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua singolarità. Mette questo stesso impulso anche qui, verso una camera della storia intellettuale ebraica che altri hanno da molto tempo dichiarato sigillata. 

Forse quello che la biografia insegna è che una vita resa in modo pieno propone un’argomentazione più profonda di qualunque polemica. Una tesi può essere rifiutata, una persona, testimoniata autenticamente, tende a perdurare. 

Ognuno dei 12 capitoli del libro è dedicato a diversi mondi dell’opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo derivava dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui opposizione al sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese che arrivò a Gerusalemme come sionista e terminò come qualcosa che i sionisti trovarono inaccettabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e con nome arabo, l’atto di accusa più preveggente contro il sionismo prima della Nakba; un rabbino riformato statunitense che guidò un movimento contro il sionismo finché, in seguito alle pressioni e quando l’aria cambiò, ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi documenti. 

Moser scrive che le “Quartine”, la raccolta di brevi poesie di de Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e corpo”, vennero pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “salutate come uno dei più sublimi risultati nella storia della poesia olandese”. Chi era al potere evitò di citare quello che gli era stato fatto. 

La persecuzione contro Hannah Arendt fu di altro genere, le è sopravvissuta. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu meno organizzata e alla fine vi hanno partecipato i più importanti circoli del potere israeliano. Quando nel 1963 venne pubblicato “Eichmann a Gerusalemme” la reazione andò totalmente al di là del semplice dissenso: comportò un tentativo coordinato di garantire che quello che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nella mente dell’opinione pubblica, da una versione artefatta che era facile condannare. 

Venne accusata di dire che gli ebrei erano complici della loro stessa morte. L’Anti-Defamation League [una delle principali organizzazioni della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] guidò l’attacco, facendo circolare una sintesi di cinque frasi in cui risultava che Arendt incolpava gli ebrei della loro distruzione, un’accusa subito ripetuta in tutti gli Stati Uniti. Moser nota anche che Siegfried Moses, un importante politico del governo israeliano, andò da lei di persona per chiederle di interrompere la pubblicazione del libro e Arendt venne a sapere da altre fonti israeliane che era intervenuto lo stesso primo ministro David Ben Gurion. 

“L’immagine che avevano creato era quella di un ‘libro malefico’”, scrisse. “Ora devono dimostrare che è stato scritto da una ‘persona malefica’”. 

Quello a cui la campagna non poté sopravvivere, e sapevano che non avrebbe potuto farlo, era lo sguardo onesto di chiunque non solo sui rapporti storici tra sionismo e nazional-socialismo nell’accordo Ha’avara [con cui i dirigenti sionisti si accordarono con i nazisti per uno scambio di ebrei tedeschi, denaro e merci che favorì il regime di Hitler, ndt.], ma anche l’uso per il quale era stato approntato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare il ricordo degli assassinati in una moneta di scambio politica. Non si era mai guardato alla sostanza, bastava il clamore. 

Felicia Langer passò 22 anni cercando di utilizzare il sistema giudiziario israeliano per difendere i palestinesi sotto occupazione, perdendo la maggior parte delle cause, vincendone poche e arrivando alla fine alla conclusione che il suo lavoro in sé era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi dava all’apparato della giustizia militare l’apparenza di imparzialità che diversamente non avrebbe potuto rivendicare. 

Quando alla fine chiuse il suo studio nel 1990 dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà era il rifiuto di fungere da alibi. Ormai decenni di ostilità avevano presentato il conto. Era stata, scrive Moser, “derisa dalla stampa, le sputavano addosso per la strada.” Arrivò a credere persino che i suoi clienti palestinesi venissero puniti più duramente perché era lei a rappresentarli.   

Lasciò Israele, se ne andò in Germania, dove viveva suo figlio e si stabilì a Tubinga. Moser nota l’amaro simbolismo della scelta: era “una dichiarazione che era più libera come ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato ebraico.” 

Da ragazzo Ronnie Kasril piantava alberi. Aveva 10 anni, era un giovane sionista entusiasta a Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva soldi per il Jewish National Fund che incorniciava le ricevute delle sue donazioni e le appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi era piantati in Israele in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era nascondere le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948. 

L’antisionismo di Kasrils emerse dalla lotta che aveva già caratterizzato la sua vita. Sharpeville [famosa strage di cittadini neri da parte della polizia sudafricana, ndt.] contribuì a portarlo nell’ANC [African Nationale Congress, il partito di Mandela, ndt.] e alla lotta contro l’apartheid; in esilio vide Israele consolidare i suoi rapporti con il regime sudafricano, un collegamento che secondo Moser rafforzò la sua opposizione al sionismo.

Dopo la caduta dell’apartheid comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato. Nel 2001 scrisse una “Dichiarazione di Coscienza da parte di un Sudafricano di Origine Ebraica”. Sei anni dopo in un pamphlet dell’ANC fece un paragone tra la spoliazione dei palestinesi e i Bantustan [aree in cui era rinchiusa la popolazione nera, ndt.] in Sudafrica e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi potevano vivere insieme in uno Stato democratico. 

La reazione comportò un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che lui fosse “un vero ebreo”; venne denunciato per aver paragonato gli ebrei israeliani ai nazisti; quando lasciò il governo [fu più volte ministro, ndt.], scrive Moser, Kasrils era diventato una persona non grata per molti ebrei. 

Ciò che condividono queste quattro vite è il rifiuto, qualunque costo questa lucidità comportasse, di guardare altrove rispetto a quello che stava realmente avvenendo. La tradizione che Moser ha recuperato non è quella di un comodo dissenso, tutti hanno pagato un prezzo per aver dato un nome a quello che osservavano, senza mai smettere. 

Due eredità inconciliabili 

Prima dei dodici ritratti l’introduzione di Moser al libro inizia con un lascito: la copia di suo nonno della raccolta delle opere di Herzl, un pesante volume blu portato da Breslavia al di là dell’oceano a Houston. Moser lo descrive come un talismano, che conservò per decenni senza leggerlo con attenzione. Quando finalmente lo fece, quello che vi trovò lo sconvolse: Herzl come antisemita e megalomane, un uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. Il lascito rimase, quello che cambiò fu il significato di tenerlo. 

“Antisionismo: una storia ebraica” è insolitamente esplicito riguardo ai suoi limiti. Moser lo afferma chiaramente nell’introduzione: “Benché questo libro riguardi necessariamente degli ebrei, esiste solo per via dei palestinesi.” Alla fine dell’introduzione egli esprime la speranza che quelli che incontreranno questa tradizione “si libereranno del solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e porranno “le vere vittime del sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto quello che faranno.” 

Non si tratta di frasi a caso. Esse segnano, con una certa precisione, il limite esterno del progetto di Moser. Il recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio, parla principalmente alla comunità la cui coscienza viene riscattata. Il suo pubblico sono in primo luogo quanti hanno bisogno che gli venga ricordato che l’opposizione al sionismo nacque all’interno della vita intellettuale e spirituale degli ebrei. Questo lavoro è importante. Esso giunge, per sua natura, da una direzione. 

Quello che il metodo di Moser non può fornire è la visione dall’altra parte: la vita che sopportano quelli a cui queste dodici coscienze si opposero. Le personalità in questo libro furono, per la maggior parte, testimoni della spoliazione dei palestinesi piuttosto che suoi eredi. Videro chiaramente e pagarono per parlare, mentre la spoliazione continuò. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza deriva dalla stessa testimonianza. I due fatti coesistono nello stesso modo in cui una diagnosi corretta coesiste con una morte che non potrà impedire. 

C’è una sorta di consolazione morale che il libro, e bisogna dargliene atto, si rifiuta di offrire in modo troppo netto. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al sionismo porta con sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione ha un modo di avvicinarsi a chi viene consolato e la domanda di cosa questa tradizione recuperata significhi per quanti hanno perso le proprie case mentre essa veniva eliminata è una domanda a cui il libro si può avvicinare, ma non può rispondere. 

Leggere il libro di Moser in quanto scrittrice palestinese significa, a tratti, sentire la particolare estraniazione di essere il pretesto per un discorso condotto in buona misura senza di te. La coscienza recuperata è reale e il costo sopportato da quelli che l’hanno conservata non deve essere minimizzato. Però le case in cui i miei nonni vivevano sono state svuotate durante gli stessi decenni in cui questi dissidenti stavano discutendo e perdendo, e le case non aspettarono che la questione fosse definita prima che venissero occupate. 

Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds [Gerusalemme in arabo, ndt.] e fu tra i suoi primi giornalisti. La sua voce risuonò in tutta la Palestina che esisteva ancora come luogo unitario, un Paese con un servizio radiofonico e un poeta nazionale, una sua vita musicale abbastanza importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya al-Lababidi ricoprì quel ruolo al Palestine Broadcasting Service [Servizio Radiofonico Palestinese] a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero le canzoni del popolo che cercava di restare unito sotto enormi pressioni. 

Nel 1948 mia nonna venne sfollata sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiofonico venne chiuso, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita all’interno di una cultura coerente divenne, in una sola stagione, il primo capitolo di un esilio non ancora terminato. 

L’eredità di Moser è un libro conservato attraverso frontiere e generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura. La mia eredità è un Paese che non è sopravvissuto a quegli anni: una voce eliminata dall’etere, un archivio disperso, una casa lasciata con il presupposto di tornarci. Queste due eredità sono quello che il libro racchiude senza riuscire a riconciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove una volta trasmetteva Al-Quds Radio. Entrambe sono reali. Solo una può essere tramandata. 

Insistere su un’alternativa 

Prima di Herzl, la prima pagina del libro di Moser presenta una dedica: “Al popolo palestinese.” Poi arriva una preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la madrepatria dei loro desideri/e rendili di nuovo cittadini del paradiso”. 

Leggere questo libro come chiede di essere letto, verso quelli la cui perdita è la silenziosa premessa di quasi ogni vita che contiene, significa iniziare a comprendere quello a cui questo recupero assolve e dove non può arrivare. Le perdite della mia famiglia non furono un’eccezione. Sono perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser stavano cercando di impedire e non ci riuscirono, quelle a cui la dedica si rivolge con una preghiera senza avere dietro un programma politico, solo la più antica richiesta umana: concedi loro la madrepatria dei loro desideri. 

C’è una frase in ebraico che ricorre nella storia che Moser ricostruisce: “Ein breira” o “Non c’è alternativa”. Questa fu la logica che stava dietro alle spoliazioni, alle guerre e ai negoziati negati che le prove d’archivio ora hanno reso irrefutabili. Jabotinsky ne espresse la sincerità più dura e originaria: la popolazione araba avrebbe resistito, ammise, aveva tutto il diritto di farlo e avrebbe dovuto essere costretta ad arrendersi prima che ne potesse seguire un qualunque accordo. Non c’era alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico percorso e la gente che già vi viveva fosse semplicemente d’intralcio. 

Ciò che la coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questo restringimento. Aaron Samuel Tamares lo predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu [unico ministro ebreo del governo britannico quando venne resa pubblica la dichiarazione Balfour, a cui si oppose, ndt.] mise in guardia a questo proposito nel governo inglese nel 1917. Ahmad Sadiq Saad lo documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La registrazione della loro accuratezza ora è estesa, documentata negli archivi che Moser ha letto e nei libri che i Nuovi Storici israeliani ne hanno ricavato. La storia non è stata nascosta, ma cancellata. 

Il recupero di questa storia non risponde alla preghiera che Moser propone. Sa che è inadeguata, non può recuperare quello che è stato preso. Non può rimandare in onda una radio. Non può rimettere insieme l’archivio di un compositore. Non può riportare una donna anziana alla casa che ha lasciato credendo che ci sarebbe tornata entro qualche settimana.

Quello che può fare, e che il libro di Moser onestamente fa, è recuperare una genealogia morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al sionismo era possibile e onerosa. Vale a dire che c’era un’alternativa: una tradizione che contiene Tamares e Arendt e Langer e Kasrils, persone serie che hanno riconosciuto e resistito alla cancellazione dei palestinesi. 

Verso la conclusione del capitolo finale Moser scrive una frase che potrebbe servire da seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami ancora più stretti che ci legano tra noi e al popolo palestinese che soffre così tanto in nostro nome.” È scritto in persona plurale, il noi degli ebrei antisionisti, di quelli che hanno trovato se stessi nel corso dei decenni di cancellazione che questo libro recupera. La sofferenza, riconosce, avviene nel loro nome. La determinazione da offrire in cambio è la loro. 

Il resoconto è onesto perché non sostiene mai di essere un rimedio. Un libro che fosse finito con la convinzione di essere sufficiente avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece “Antisemitism: A Jewish History” si chiude come inizia, nella consapevolezza di una distanza che non può attraversare, verso persone che può citare ma non risarcire. 

“Concedi loro la madrepatria dei loro desideri / e rendili di nuovo cittadini del paradiso.”

Di nuovo. La parola contiene tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come ricostituzione. Di nuovo, come il riconoscimento che qualcosa è stato preso a un popolo che ce l’aveva e che quello che gli è stato preso ha un nome, e che il nome viene ancora detto, in arabo e in esilio, con un anelito che non ha dietro un programma politico e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica e sta ancora aspettando. 

Yahia Lababid è una scrittrice arabo-americana di origini palestinesi, autrice di sedici libri di poesia, saggistica, aforismi e colloqui. I suoi scritti sono apparsi, tra le varie pubblicazioni, su The New Statesman, Liberties, World Literature Today, Salmagundi e The Threepenny Review.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi) 

[Foto: Fritz Cohen/GPO - riprodotto su www.zeitun.info]

terça-feira, 5 de maio de 2026

Breve historia de la saudade

 


Escrito por Siham El Khoury Caviedes 

Oiga, vecino, sabe el significado
de esta palabra blanca que como un pez se evade?
No… Y me tiembla en la boca su temblor delicado.

Pablo Neruda, “Saudade”

Gran parte de la experiencia humana es aprender a perder. Más específicamente, a transformar la pérdida; a significarla; a voltearla y sacudirla hasta que algo más salga del vacío. Eso, entre otras cosas, es la saudade.

Primero se le llamó soedade, luego suidade; una palabra que suena y se siente como soledad, pero la rebasa. La investigadora Inês Oseki-Dépré rastrea el nacimiento de este concepto hasta el establecimiento de las primeras colonias europeas en África y América, cuando los colonos galaico-portugueses expresaban sus sentimientos hacia la lejana patria desde Madeira, Alcazarquivir, Arcila, Tánger, Cabo Verde, las islas Azores y la bella Ilha de Vera Cruz, que ahora conocemos como Brasil. Los rumores decían que entre los marineros portugueses del siglo XV solía brotar una sensación agridulce que los motivaba a contar historias y entonar canciones, porque trasladarse “más allá del mar” implicaría una vida entera en añoranza por su tierra de origen.

¿Qué sucedió cuando esta afección trascendió los puertos y llegó hasta las nuevas ciudades? Con el tiempo, la suidade tomó el nombre que conocemos hoy en día y adquirió una dimensión espiritual y existencial. El sentimiento de falta por una causa externa claramente identificable (el hogar, la patria) se convirtió para algunos en una inquietud inherente al alma, que podía o no rastrearse a una pérdida concreta. Y eso se sentía muy humano. Más que humano: gallego, lusitano, brasileño. Así, la saudade comenzó a protagonizar coplas y poemas de la lírica trovadoresca, movimientos estéticos e incluso políticos que buscaban consolidar una identidad nacional específica, un posicionamiento frente a la irremediable finitud de la vida y sus placeres. Por eso, hasta la fecha, la saudade es un valor esencial del ser y el imaginario lusobrasileño e impregna diversas expresiones de su cultura y su arte.

Sería pretencioso intentar contener la saudade, que es un concepto arbóreo y complejo, plagado de historia y matices, en uno solo signficado “oficial”. De hecho, tuvieron que pasar siglos para que la saudade se asentara en definiciones aceptadas de los tesauros. Los diccionarios más comunes de la lengua portuguesa, como el Michaelis o el Aurélio, suelen coincidir en que la sensación de falta es el centro y la cuna de la saudade. El Dicionário Houaiss, en particular, se refiere a la saudade como “un sentimiento más o menos melancólico de incompletud, ligado mediante la memoria a situaciones de privación […], de alejamiento de un lugar o de una cosa, o a la ausencia de ciertas experiencias y determinados placeres ya vividos”. En las mismas fuentes encontraremos que el adjetivo “saudoso” puede aplicarse tanto para quien experimenta la saudade, como para quien (o lo que) la provoca. Así que, desde un punto de vista lingüístico, no se diferencia a quien extraña y lo que se extraña; la saudade recorre y colapsa esa distancia.

Muchos investigadores se han basado en este tipo de definiciones para crear una propia. Para Hans Ulrich Gumbrecht, por ejemplo, la saudade se resume en “la añoranza de una situación pasada que se ha perdido irremediablemente”, una tristeza vinculada tanto a la psique como a la tierra, que dispara el recuerdo de algo lejano y profundamente querido. Otros académicos, como Francisco Foot Hardman, entienden la saudade más bien como un concepto en desplazamiento, con expresiones similares en las literaturas de otros pueblos y lenguas, con frecuencia cercanas a la experiencia del abandono y el exilio.

Por supuesto, hay muchos términos afines: el dor rumano, el längtan sueco, el verbo alemán verlangen, el famoso spleen de Baudelaire. Incluso nuestra “melancolía” y “nostalgia” son similares, pero no idénticas a la saudade. ¿Qué diferencia a esta última, entonces?

Podríamos decir que todos estos conceptos comparten el mismo punto de partida: el dolor de la pérdida. Pero la saudade va un paso más allá de ese dolor; le da la vuelta; lo reconfigura; le imprime una dimensión o expresión “afirmativa” (humorística, creativa, lúdica) que, en teoría, no debería tener. Por eso la expresión de Francisco Foot Hardman, ser o estar “en desplazamiento”, es tan importante. Más allá del traslado geográfico de la palabra, hay un movimiento interior, a nivel emocional y psicológico.

En particular, la investigadora en letras brasileñas Ana Lúcia Liberato Tettamanzy ve en la saudade un “sentimiento de inadecuación profunda con el tiempo”, una “errancia mental y física”. La “errancia” de la que habla (otra forma de desplazamiento) está íntimamente ligada a la memoria y la imaginación: la conciencia de lo perdido, o incluso de lo que podría perderse en el futuro, nos obliga a fugarnos del presente. Fantaseamos; tememos; lamentamos. El filósofo portugués Eduardo Lourenço la define como un “dolor inexpresable ante el tiempo que huye” que genera otra suerte de huida, un “viaje a través de la eternidad perdida de nosotros mismos”.

El resultado de todo esto es una doble dimensión temporal: un aquí y ahora que se abre inesperadamente a evocaciones dulces, como lagunas. Pensemos en la saudade como un lugar trascendental, un tiempo más allá del tiempo, un espacio que se abre sólo bajo nuestros propios pies. Entonces comenzamos a ir y venir entre el pasado y el futuro, la satisfacción y la pérdida, la pena y el agradecimiento, con un vaivén similar al del mar o al del péndulo de un reloj. Para Lourenço, esta es una “última puesta en escena”, es decir, una re-presentación, “para aliviar el luto de nuestras esperanzas rotas, de nuestros anhelos perdidos, de nuestros amores difuntos”.

Sin embargo, re-cordar (etimológicamente, traer de vuelta al corazón) no restaura lo que se ha ido. Si acaso, nos lo regresa deformado y corrompido por el paso de los días, con huecos rellenados por la ficción. Todo lo recordado es re-creado, y así mismo nos re-creamos (nos desgarramos y reconstruimos) cuando recordamos, cada rememoración como un hilo nuevo en el entramado de nuestra experiencia del mundo.

Todas estas cosas, que no me pertenecen, me aseguran la meditación sensible con lazos de resonancia y de saudade. En cada una de esas sensaciones soy otro, me renuevo dolorosamente en cada impresión indefinida.

Vivo de impresiones que no me pertenecen, perdulario de renuncias, otro distinto en el modo de ser yo.

Fernando Pessoa, “93”, Libro del desasosiego

Si vemos la vida como un tejido, la saudade es la perforación de una aguja que introduce una nueva puntada, un nuevo patrón. Una sensibilidad enfermiza, una angustia entrañable, capaz de penetrar y transformar repetidamente la imagen sin destruirla. En las palabras de Eduardo Lourenço, “ardemos en el tiempo sin consumirnos en él”.

La saudade suena como se siente, con esa misma reiteración, ese afán de volver. Es la voz que se ovilla y desovilla en el aire, como las plegarias, los mantras y las canciones. Su expresión se parece mucho a la de nuestras celebraciones porque, en efecto, celebra y conmemora lo que ya no se tiene, porque se tuvo. He ahí lo que diferencia a la saudade: interpreta la ausencia, incluso el sufrimiento, como un recordatorio de que se perdió algo digno de amar. Extrañar no es más que la otra cara del disfrute. El vacío es una marca (“algo valioso estuvo aquí”) y merece festejarse, honrarse con risa queda y canto compartido. Como señala Clarice Lispector en “Saudades”:

Encontré una palabra
para usar todas las veces
que siento este vacío en el pecho,
medio nostálgico, medio sabroso,
mas que funciona mejor
que un signo vital
cuando se quiere hablar de vida
y de sentimientos.

¡Ella es la prueba inequívoca
de que somos sensibles!
De que amamos mucho
lo que tuvimos…

Ahí radica la experiencia afirmativa del dolor en la vida y el temor a su finitud. En suma, la saudade es mucho más que melancolía o nostalgia; es un dique de contención, un freno a la invasión del sufrimiento. También es lo que Machado de Assis define como “epitafio” en las Memorias póstumas de Blas Cubas: “Una expresión de aquel piadoso y secreto egoísmo que induce al hombre a arrancarle a la muerte un harapo”. 

Referencias

Foot Hardman, Francisco. “Espectros de la nación: figuras desplazadas entre ‘saudades’ y soledades”. Remate de Males, vol. 22, núm. 2, noviembre de 2012, pp. 76-96. DOI:10.20396/remate.v22i2.8636160.

Gumbrecht, Hans Ulrich. “The Beautiful Form of Sadness: Machado de Assis’ Memorial de Aires”. Portuguese Literary and Cultural Studies, vol. 13/14, 2004-2005, pp. 307-16.

Holanda Ferreira, Aurélio Buarque. “Saudade”. Dicionário Aurélio da Língua Portuguesa, Editora Positivo, p. 1556.

Houaiss, Antônio, ed. “Saudade”. Dicionário Houaiss da Língua Portuguesa, 2001, p. 2525. Instituto Antônio Houaiss, www.iah.com.br/sp/servicos.php.

Liberato Tettamanzy, Ana Lúcia. “Da melancolia em Padre Antônio Vieira e Machado de Assis”. Via Atlântica, vol. 1, núm. 12, diciembre de 2007, pp. 195-208. Portal de Revistas da USP, DOI: doi.org/10.11606/va.v0i12.50178.

Lispector, Clarice. “Saudades”, versión al español de Daniela Aguilar. Periódico de poesía, UNAM, verseando.com/blog/clarice-lispector-saudades/.

Lourenço, Eduardo. Portugal como destino, seguido de Mitologia da saudade. Editorial Gradiva, 1999. Colección Obras de Eduardo Lourenço.

Machado de Assis, Joaquim Maria. Memorias póstumas de Blas Cubas. Traducción de Antonio Alatorre, introducción de Lucía Miguel Pereira, Fondo de Cultura Económica, Biblioteca Americana, 1951.

Michaelis, Henriette, y Carolina Michaelis (eds.). “Saudade”. Dicionário Michaelis, Editora Melhoramentos, 2015. Dicionário Brasileiro da Língua Portuguesa, michaelis.uol.com.br/moderno-portugues/busca/portugues-brasileiro/saudade.

Neruda, Pablo. “Saudade”. Crepusculario, RBA – Instituto Cervantes, 2005 (publicación original: 1923). Asistentes Virtuales, www.poesi.as/pn23028.htm.

Oseki-Dépré, Inês. “La ‘Saudade’”. Les Chantiers de la Création: Revue Pluridisciplinaire en Lettres, Langues, Arts et Civilisations, vol. 1, 2008, pp. 1-11. Open Edition Journals, 28 de octubre 2014, DOI: doi.org/10.4000/lcc.103.

Pessoa, Fernando. Libro del desasosiego, compuesto por Bernardo Soares, www.cjpb.org.uy/wp-content/uploads/repositorio/serviciosAlAfiliado/librosDigitales/Pessoa-Libro-Desasosiego.pdf.

Sánchez-Moreno, Iván. “Razones del alma contrita: fenomenologías de la saudade: apuntes para una teoría histórico-cultural de la saudade”. Revista de História Comparada, vol. 11, núm. 2, 2017, pp. 108-31.

 

Siham El Khoury Caviedes estudió Literatura Latinoamericana en la Universidad Iberoamericana

[Ilustración: Gonzalo Tassier - fuente: www.nexos.com.mx]

sábado, 2 de maio de 2026

Samanta Schweblin en un mundo roto

La ganadora del premio AENA se consolida como una de las mejores narradoras actuales y agita la escena. Perfil de una autora que explora aquello que no vemos. 

Samanta Schweblin con Maurici Lucena, presidente de Aena, y el presidente catalán, Salvador Illa, en la entrega del premio AENA de Narrativa Hispanoamericana. AENA

Escrito por Fernanda Nicolini 

Samanta Schweblin tiene ocho años y viaja apoyada en la luneta del auto. Es de noche, su hermana duerme acurrucada en el asiento y su padre maneja en silencio. Faltan un par de horas para que amanezca y muchas más para llegar a la Patagonia —Bariloche o lago Puelo, la geografía de sus veranos— y ella mira hacia atrás, hacia la negrura de la ruta que se ilumina, apenas, con la luz anaranjada de los faroles traseros. Mira con la sensación de que el mundo se va inventando a medida que el coche avanza por el asfalto. Y se pregunta, en medio de esa oscuridad que la rodea: “¿Qué es todo lo demás que no veo?”  

Esa misma pregunta hoy late en el corazón de la obra de la multipremiada escritora que nació en Buenos Aires en 1978, creció en Hurlingham —una ciudad a las afueras de la capital, que con los años será comida por el cemento— y vive desde 2012 en Berlín. Una pregunta que irriga sus novelas (Distancia de rescate, Kentukis), pero sobre todo sus libros de cuentos (El núcleo del disturbio, Pájaros en la boca, Siete casas vacías, El buen mal), en los que lo cercano y familiar se vuelve extraño, por momentos inasible, y la realidad —lo que creemos real— es un escenario inestable que gotea por alguna grieta. Que se filtra por algún hueco y pone en duda nuestras ideas sobre el mundo. 

“Las ideas del mundo, que no son el mundo”. Eso dirá Samanta, entre otras cosas, cuando el pasado 8 de abril reciba en Barcelona el premio AENA de Narrativa Hispanoamericana (el bendito millón de euros que sacudió al precarizado mundo literario y alimentó la malicia en redes) por su último libro, El buen mal (Seix Barral). “Todos sabemos que estamos comandados por fuerzas —las ideas del mundo que no son el mundo, los miedos que heredamos, los mandatos familiares—. Dadas todas estas fuerzas, ¿hay una de ellas capaz de poner las otras en jaque? ¿Se puede prestar atención a lo que queremos y somos? Los protagonistas de mis cuentos han logrado tocar ese momento de cambio”.   

También dirá, esquivando el chismorreo y como un gesto político para trascender, acaso, la individualidad de su nombre, el narcisismo de la figura de autor, que no es un momento cualquiera para subir al escenario, para insistir con la literatura, mientras el mundo parece que se cae a pedazos. “Me gustaría que nuestro mensaje en esta celebración sea un poquito más afilado —encaró con su voz firme y aterciopelada a una audiencia que escuchaba desde mesas con mantel blanco, flanes cremosos y copas de vino—. La literatura no cambia las cosas de un día para el otro, no salva vidas en peligro, no alimenta los famélicos, no da respuestas finales… Lo que celebramos hoy de cara a un mundo quebrado y violentado por unos pocos es la contrafuerza, la conexión con los otros, la empatía, el sentido común. Parafraseando a la poeta polaca Wisława Szymborska, peor que ponerse a leer y a escribir en un momento como este, sería no ponerse a leer y a escribir en un momento como este”. 

 

Un hombre con suerte

Samanta Schweblin tiene siete años, está en la puerta de su casa de Hurlingham y del otro lado de la reja que separa el pequeño jardín delantero de la calle, la espera su abuelo Alfredo. Para ella es un extraño que prometió llevarla al zoológico, a la calesita, a tomar un helado. “Un hombre de pantalones hasta la rodilla, medias rojas debajo de las sandalias de cuero, pipa en la boca y el ceño siempre fruncido”, escribió en una nota de la revista del diario La Nación en 2021 y que, según confesó, fue el primer texto autobiográfico que publicó en su vida: una evocación conmovedora de su abuelo Alfredo de Vincenzo, considerado uno de los grandes referentes del grabado en Latinoamérica. Para ella, el verdadero origen de todo. 

Nunca la llevó a la calesita, al zoológico ni a tomar helado. Desde ese día y a espaldas de la madre de Samanta, su propia hija, Alfredo inició lo que iba a denominar “el entrenamiento del artista”, que empezó con una primera lección de austeridad: aprender a viajar en el tren sin boleto y a esconderse del guarda. “A partir de entonces me buscaba por casa cada quince días. Los encuentros tenían objetivos distintos. Las misiones iban desde la identificación de fósiles en los museos de ciencias naturales y los estilos neoclásicos en las fachadas de los edificios de Buenos Aires hasta el robo de frutas de los cajones de las verdulerías. Con el tiempo, cuando entendió que yo guardaba nuestros secretos, llegamos a confiscar algunos ejemplares de las librerías de la avenida Corrientes. Él distraía al vendedor y yo, que apenas llegaba al borde de las mesadas, me guardaba el botín entre la ropa”.

A los once años, cuando ya tenía permiso de quedarse a dormir y su abuelo le armó una camita en el atelier que ocupaba todo un piso en el barrio de San Telmo, a las excursiones a museos y librerías se sumaron los bares nocturnos de mala muerte, las apuestas a los caballos, las visitas a las milongas de la avenida de Mayo, las sesiones de jazz en el café Tortoni. Todo eso debía quedar registrado en un “diario de entrenamiento”, un cuaderno que llevaba el año y su nombre en la tapa. “Había una sola regla: no se podían escribir cosas como ‘fue muy lindo’, o ‘me gustó’, o ‘estaba cansada’. Las opiniones de ese tipo solo se permitían si se describían al detalle, la escritura era un ejercicio de precisión”.  

A los doce años ya había ascendido a ayudante de artista. Sabía de la peligrosidad de los ácidos y del filo de los buriles, capaces de puntear el metal, y que los alumnos que llegaban al taller llamaban “maestro” a su abuelo. Esos alumnos —muchos de ellos luego serían artistas reconocidos— fueron los primeros lectores de Samanta. Más bien, integrantes de un público cautivo que en los pocos minutos que tenían de descanso se amontonaban en una cocina diminuta a tomar café mientras escuchaban los relatos de la nieta. “Yo escribía toda la semana pensando en los cinco minutos de gloria del sábado, cuando todos harían silencio y me escucharían pacientemente. Ese fue mi primer taller, incluso antes de los talleres literarios por los que pasé más tarde. Recuerdo esas caras, sus voces, sus manos siempre sucias, y me siento tan agradecida por el amor y la paciencia que esos artistas plásticos tuvieron con esta nieta que hubiera debido ser grabadora, pero que estaba tan empecinada con las letras”.

¿Puede haber mito de origen más entrañable (¡y literario!) que este? Y, sin embargo, cada vez que le preguntan por sus comienzos, Samanta avanza en el tiempo y deja la historia de su abuelo a resguardo de lo que se desgasta, de lo que pierde su textura de tanto decirse. Como si aún fuera un secreto que se revela solo cuando alguien lee aquella nota autobiográfica. En cambio responde, como en el podcast El universo de Samanta Schweblin: conversaciones con Flavia Pitella (producido por Penguin Random House, sello con el que publica en Argentina), que su educación sentimental estuvo marcada por tres libros que le regalaron para unas vacaciones de verano. 

“A los 15 mi abuelo (sí, el mismo Alfredo) me regaló los cuentos completos de Cortázar, mi mamá una selección de cuentos de Kafka y yo había elegido una edición de Minotauro de El país de octubre de Ray Bradbury. Y los leía y releía, como si no hubiera otros libros de esos autores, y siento que ahí hubo una fundación de mi estado emocional de escritura: cuando escribo voy a esa confluencia entre estos tres autores”.

Después vendrían las influencias norteamericanas: su amado Carver; Flannery O’Connor, Eudora Welty y las autoras del gótico sureño con el que tanto la emparentan, la inclasificable Amy Hempel. También la lectura algo tardía de Silvina Ocampo, de quien tomó el epígrafe para su último libro: “Lo raro siempre es más cierto”. 

‘Pájaros en la boca’, ‘Kentukis’ y ‘El buen mal’, de Samanta Schweblin. SEIX BARRAL

Cuando en 2009 se publicó Pájaros en la boca, su segundo libro (Premio Casa de las Américas, nominado al International Booker Prize por su reedición y traducción en 2019), el reconocido escritor argentino Guillermo Martínez, también autor de libros de cuentos y novelas premiadas y llevadas al cine (Crímenes imperceptibles se estrenó como Los crímenes de Oxford dirigida por Alex de la Iglesia), lo presentó con evidente fascinación: 

“Creo que es uno de los libros de cuentos más notables de los últimos años, quizá de la última década. Recuerdo pocos libros de cuentos que hayan sido tan fundamentales en la literatura argentina reciente. Todos sabemos que es fácil criticar un cuento, decir dónde falla esto o aquello. Incluso, a veces se puede señalar exactamente la línea en donde un cuento se cae. Pero mucho más difícil es poder decir por qué un cuento es bueno, o por qué es buenísimo, como es el caso de los cuentos de Samanta”.

Lo que siguió fue una breve masterclass en la que, a medida que Martínez leía fragmentos de cada relato, marcaba la maravilla de su arquitectura, “el arte cuidadoso y delicado de Samanta”: su versatilidad en tonos y puntos de vista, su capacidad para crear atmósferas amenazantes con pocos elementos, las notas de humor en lo extraño, a veces incluso en lo violento; la precisión de un lenguaje que construye imágenes sin cerrar el sentido, los ecos kafkianos, el modo de incluir problemáticas de mujeres sin perder universalidad. 

En ese entonces Samanta tenía 30 años, había estudiado Imagen y Sonido en la Universidad de Buenos Aires, se había formado en varios talleres literarios, entre ellos con Liliana Heker —gran maestra de escritores—, había ganado premios y residencias varias, y era considerada una de las mejores cuentistas del momento entre pares y antecesores. Pero sobrevivía como sobrevivían la mayoría de sus amigos escritores, y lo siguen haciendo: dando mil clases por semana para llegar a fin de mes. “Me sentaba a escribir y tenía los textos de todos mis alumnos metidos en la cabeza. Era difícil, agotador”, dijo en más de una entrevista. 

Todavía faltaban unos años, pocos, para que todo cambiara gracias a una beca, una mudanza y una novela que le salió demasiado larga para ser un cuento. 

Ediciones de 'Distancia de rescate', la novela que marcó un punto de inflexión en la trayectoria de Samanta Schweblin.

Distancia de rescate

Samanta Schweblin tiene 33 años y se acaba de mudar a Berlín con su pareja, Maximiliano, por una beca para artistas del Servicio Alemán de Intercambio Académico (DAAD). Durante ese 2012, el Estado alemán le dará una casa en el coqueto barrio de Halensee, seguro médico y un sueldo. Ella podrá, entonces, concentrarse en una rutina que va a mantener a lo largo de los años, incluso cuando la beca se acabe y decidan quedarse allí: levantarse temprano, dejar el celular bien lejos después de chequear los mensajes de Buenos Aires que llegan con diferencia horaria, y sentarse a escribir por varias horas casi en ayunas —apenas un café, para que la comida que tanto le gusta no la distraiga— y con el ambiente despejado. Que nada altere su atención que es, por naturaleza, volátil. Y que el futuro quede subordinado a la prepotencia del trabajo, como decía Roberto Arlt. 

“Cuando llegué a Berlín me di cuenta de que con un tercio de las clases que daba en Buenos Aires, acá podía vivir, y que todo ese tiempo que no invertía en trabajar en otras cosas se transformaba en tiempo de escritura. Los escritores tienen que comprar su tiempo de escritura; ese tiempo es muy caro en todo el mundo, y en Argentina es directamente impagable. Y esa diferencia supuso una de las grandes razones por las que me quedé”, le dijo Samanta a la periodista Natalia Laube, que la entrevistó en su departamento de Kreuzberg en 2019 para la revista Anfibia. 

Fue durante ese año subvencionado que escribió Distancia de rescate, la novela trampolín, traducida a más de 30 idiomas y adaptada al cine con producción de Netflix, con la que se ganaría todos los premios disponibles. Una rara avis dentro del criterio comercial de las obras premiables, que supo resonar en el aire de época. De tan solo 124 páginas y estructurada a través del diálogo, la forma y la historia —una madre que agoniza en un hospital rural envenenada por agrotóxicos, y que escucha la voz de un niño que la empuja a reconstruir los hechos que la llevaron ahí— se entrelazan con precisión pasmosa para estirar las fronteras del realismo.  “Una pequeña obra maestra —en palabras de Alejandro Zambra— y escalofriantemente contemporánea”. 

Hace poco, una amiga le dijo a Samanta que sus novelas eran muy cortas y sus cuentos muy largos. Lo contó en el podcast de Penguin, donde también confesó que si bien se autopercibe esencialmente cuentista, cuando empieza a escribir no piensa en el género sino en qué necesita el texto. La longitud será algo que irá descubriendo en la marcha. Como le pasó con Distancia de rescate, que inicialmente iba a integrar Siete casas vacías (publicado en 2015 por Páginas de Espuma, premio Ribera del Duero y ganador del National Book Award en 2022 por su versión en inglés), pero creció demasiado y se independizó: “Se presentó como cuento y se reveló como novela”. 

A la par de que empezó a ganar tiempo de escritura —un cuento puede llevarle entre seis meses y un año— instalándose a 12 mil kilómetros de su país, descubrió que cada vez que se sentaba en la computadora a escribir, estaba mentalmente en Buenos Aires. O en el Hurlingham de su infancia, o en el lago Puelo de sus veranos. Esa sigue siendo su distancia de rescate: “Todos los cuentos, por más de que sucedan en otras ciudades en las que estuve, son balcones desde los que miro el lugar del que soy. Yo pongo mis dedos en el teclado y estoy en Argentina. No se me ocurre estar en otro lugar y no sé si puedo. A veces me preguntan ‘cuándo vas a escribir la novela berlinesa’, y necesitaría algo argumental que justifique semejante movimiento, porque mi mirada está todo el tiempo puesta en mi geografía emocional”. 

Ahí están, en El buen mal, la ruta entre Buenos Aires y lago Puelo como escenario de quiebre entre un padre y un hijo; las aventuras nocturnas de dos hermanas en la casa de una vieja poeta durante unas vacaciones en el balneario uruguayo Atlántida; una conversación telefónica que se traslada una y otra vez al Hurlingham en el que aún se veían caballos por la calle, o un departamento del barrio porteño de Almagro convertido en prisión momentánea.   

Todos paisajes autobiográficos que funcionan como puntos que se acercan y se alejan constantemente, y que en este libro, además, se completan con un gesto nuevo de la autora: como epílogo, además de una breve explicación del origen de cada relato, aparece una serie de agradecimientos en los que revela que escribir no es, al menos para ella, un oficio solitario. “Escribo sobre todo para ustedes, para que me quieran todo lo que pueda lograr que me quieran”, dice después de enumerar a cada uno de sus amigas y amigos que comenta, critica o elogia las primeras versiones de sus cuentos. Todas lecturas que ella toma en cuenta, en mayor o menor medida, para llegar a la versión final de cada texto. 

Los mismos que, sin duda, fueron los primeros en festejar cuando se anunció que el millón de euros era para ella. 

Los finalistas del premio AENA, de izquierda a derecha: Marcos Giralt Torrente, Héctor Abad Faciolince, Samanta Schweblin (ganadora), Nona Fernández y Enrique Vila-Matas. AENA

El núcleo del disturbio

Antes de que se supiera quién ganaba el premio AENA entre los seleccionados —Nona Fernández, Enrique Vila-Matas, Marcos Giralt Torrente y Héctor Abad Faciolince, además de Samanta— la polémica ya había encendido los motores del opinómetro sobre el millón: de si estaba bien que lo diera un ente estatal (AENA: Aeropuertos Españoles y Navegación Aérea); de si era para prestigio o para marketing editorial, de si era obsceno para la literatura. Martín Caparrós llegó a decir que nadie necesita un millón para sobrevivir y que le daba mucha pena “que ese tipo guarango, prepotente de dinero se mezcle con la buena literatura". 

Cuando se anunció que la ganadora era Samanta Schweblin por El buen mal, esas mismas voces se apuraron en aclarar que la crítica no era contra ella, como si ella fuera casi una víctima de una fruta podrida. Pero Samanta, que decidió no dar notas de prensa tras la premiación, aprovechó la conferencia para hablar de plata. Y lo hizo usando un término del mundo del trabajo: “En mi imaginario siempre, desde que dejé casa de mis padres, quise tener un sueldo todos los meses. Este número lo asocio un poco con esa idea fantasiosa del sueldo para siempre”.

Luego, en el discurso de gala, viró la intervención a los criterios de premiación, y nombró a Alice Munro, a Jhumpa Lahiri y a Banu Mushtaq: mujeres y cuentistas excepcionales. “Me encanta que este premio incluya otros géneros más allá de la novela y dé su primer paso premiando la excepción”, dijo. Algo similar había hecho cuando recibió el tradicional premio Illa, en 2021, por su novela Kentukis: al darse cuenta de que era la primera mujer en ganarlo (en los cuarenta años de existencia, se lo habían dado solo a hombres: José Lezama Lima, Juan Carlos Onetti, Jorge Amado, Antonio di Benedetto, Mario Vargas Llosa, Adolfo Bioy Casares, Augusto Monterroso) en la conferencia mencionó a todas las grandes escritoras que no lo habían recibido: Silvina Ocampo, Sara Gallardo, María Luisa Bombal, Elena Garro, María Elena Walsh, Armonía Somers, Clarice Lispector. 

“Pensé que los premios pueden ser circunstanciales, sí. Pero los espacios que se habilitan —o que no se habilitan— para los grupos, las tribus, las minorías o las mayorías, son espacios más deliberados, y nos muestran quiénes somos como sociedad, hasta dónde llegamos y qué nos queda aún por hacer”, dijo para una nota de Cuadernos Hispanoamericanos cuando le preguntaron por su relación con los premios. 

La escritora argentina Samanta Schweblin, premio AENA de Narrativa Hispanoamericana por 'El buen mal'. RANDOM HOUSE ARGENTINA

Selva Almada (que acaba de publicar su cuarta novela, Una casa sola) es de las escritoras que se alegró, brindó y celebró: porque la quiere a Samanta como amiga y la admira como autora. Pero, además, porque piensa en el ecosistema literario como un espacio colectivo: “Los premios son importantes para quien los gana (con más razón si hay mucho dinero porque quienes escribimos también necesitamos dinero), pero también son importantes para el resto, para todas nosotras y nosotros, que escribimos o formamos parte del mundo del libro. Porque a través de Samanta muchísima más gente en otros países y lenguas mira y conoce nuestra literatura”. 

En eso coincide Agustina Bazterrica —autora de la exitosa novela Cadáver exquisito—, y agrega  que este premio pone la palabra dinero ahí donde durante demasiado tiempo solo hubo prestigio simbólico. Y abre una pregunta de fondo: ¿Por qué en la literatura el dinero sigue siendo sospechoso, cuando en cualquier otra disciplina es sinónimo de profesionalización?

“Cada vez que aparece dinero en el campo literario, resurgen los mismos argumentos: que si hay plata no hay arte, que si hay reconocimiento internacional hay concesión, que si hay éxito hay sospecha. Detrás de esa retórica pseudointelectual lo que suele haber es algo bastante menos noble: envidia, misoginia, resentimiento y una profunda incomodidad frente al éxito ajeno, sobre todo cuando ese éxito es sostenido, trabajado y merecido”, marca Bazterrica. 

Y refuerza: “Conozco el compromiso diario de Samanta con su trabajo. No es una pose ni un mito. Es disciplina, es oficio. Samanta escribe, publica, viaja, y amplía los márgenes de la literatura argentina desde hace décadas. Que un premio le otorgue tranquilidad económica no es un escándalo: es absolutamente razonable. Y si decide gastarlo en un yate, en libros o en no hacer nada, es asunto suyo. La fantasía de que el dinero ‘corrompe’ la literatura es, en el fondo, una forma elegante de exigirles a los escritores que sigan siendo pobres pero dignos”. 

Samanta Schweblin tras recibir el premio AENA de Narrativa Hispanoamericana por 'El buen mal'. AENA

Casi dos décadas después de aquella presentación de Pájaros en la boca, a Guillermo Martínez tampoco le sorprende que el premio AENA sea para Samanta, pero sí el escozor alrededor del dinero, como si hubiera algo injusto en que fuera “tanto”. Y hace un cálculo pragmático: descontados los impuestos, el premio le alcanzará para tener una (muy linda) casa propia y algunos años de razonable tranquilidad económica para seguir escribiendo. 

Se pregunta, entonces: “¿Es demasiado para una vida dedicada a la literatura? Sus libros, por su trayectoria internacional, han hecho ganar mucho más que un millón de euros a los dueños de las editoriales que la publicaron. Si los escritores recibimos con suerte apenas el diez por ciento del precio de cada libro y nos parece mal, ¿de verdad vamos a enojarnos cuando la varita de un premio hace algo de justicia poética?”. 

Y acude a un cuento de Henry James a modo de respuesta final: “En La lección del maestro el pobre y talentoso aspirante Paul Ouvert ve subir al escritor que más admira a un carruaje lujoso y al pensar en las recompensas materiales y el crédito social que el maestro ha obtenido, no siente rechazo o resquemor sino un poco de orgullo por la literatura”.  

 

[Fuente: www.coolt.com]