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sexta-feira, 18 de setembro de 2026

La Shoah, la storia e la scoperta della vergogna - colloquio con Carlo Ginzburg

Il rigore dei fatti e la trappola del ricordo. L'Olocausto e Auschwitz. Lo storico riflette su identità multipla ed eredità di Primo Levi: «Ho capito di essere ebreo quando ho cambiato nome»

di Emanuele Coen

La conversazione con Carlo Ginzburg parte da alcune verità storiche incontrovertibili, ampiamente condivise. E si nutre delle sue citazioni colte e disparate: Proust, Omero, Agostino, Brecht. Ognuna di queste, come porte in un misterioso castello, ne cela altre, indizi di un paradigma magmatico e inesorabile. Il Giorno della Memoria è l’occasione per ragionare insieme con Ginzburg, uno dei più importanti storici contemporanei, saggista, professore di fama internazionale, figlio di Leone e Natalia Ginzburg. 

 

La data del 27 gennaio è stata scelta per commemorare le vittime della Shoah: quel giorno, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, rivelando al mondo l’orrore del genocidio nazista. Il nostro colloquio parte dalla Storia con i suoi punti fermi: la persecuzione degli ebrei, l’abisso dei lager, il genocidio, il processo di Norimberga, la necessità dello Stato di Israele.

 

Negli ultimi anni tutto si è complicato. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, perpetrato dai terroristi di Hamas con oltre 1.200 morti e 250 ostaggi israeliani, la repressione attuata dai militari dell’Idf è stata brutale. Il massacro della popolazione palestinese di Gaza e le accuse di genocidio al governo guidato da Benjamin Netanyahu hanno lacerato l’opinione pubblica, rimettendo in discussione convinzioni e certezze. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja ha emesso un mandato di arresto contro il premier israeliano per crimini di guerra e contro l’umanità. Addirittura l’unicità di Auschwitz viene messa in dubbio e l’espressione “mai più”, imperativo morale dell’elaborazione della Shoah, sembra aver perso in parte la propria forza. Ginzburg non si sottrae all’incalzare dei fatti. Nell’ultimo anno ha firmato appelli contro la pulizia etnica a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina, contro il recente ddl Delrio sulla definizione di antisemitismo. Nel suo nuovo libro, “Il vincolo della vergogna. Letture oblique” (Adelphi, pp. 275; € 32), lo storico sposta l’asticella del ragionamento: sostiene che il Paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. «La vergogna può essere un legame più forte dell'amore», esordisce il professore con tono cordiale e pacato, accogliendoci via Zoom nel suo studio colmo di libri e fogli di appunti, a Bologna.

 

Professor Ginzburg, può approfondire il concetto cardine del libro?

«Il saggio, già pubblicato diversi anni fa, esce ora per la prima volta in italiano. L’ipotesi centrale è che la vergogna implica un vincolo di appartenenza. Quando insegnavo a Los Angeles fui colpito dal fatto che, di fronte alle torture di Guantanamo, provavo orrore e furore ma non vergogna, mentre per eventi italiani - anche minori - avvertivo questo sentimento. La vergogna indica il Paese in cui ci riconosciamo, quello di cui possiamo vergognarci. Ho verificato questa ipotesi con amici di diversi Paesi: tutti hanno reagito con sorpresa iniziale seguita da pieno consenso. Rileggendo il mio saggio dopo il 7 ottobre, ho aggiunto una coda. La feroce, criminale risposta del governo Netanyahu al pogrom di Hamas ha suscitato vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica».

 

La nostra conversazione avviene alla vigilia del Giorno della Memoria. Marc Bloch ha affermato che la memoria non si basa necessariamente sulla verità ma la deforma e la arricchisce. Condivide questa prospettiva?

«Per ragionare su questo punto occorre partire da un libro bellissimo di Maurice Halbwachs, “Les cadres sociaux de la mémoire”, uscito nel 1925. Lui distingue fra cornice sociale della memoria e Storia. Ho cercato di sviluppare questo concetto alla luce di vicende successive e sono arrivato alla convinzione che la memoria reagisce a qualcosa che non ha a che fare col vero e col falso. In altre parole, memoria e Storia devono restare separate, anche se la Storia si nutre della memoria e viceversa».

 

Vista così, tuttavia, la riflessione sulla Storia rischia di restare confinata tra gli addetti ai lavori.

«Non necessariamente. Il mio motto, scherzo naturalmente, è “tartufi per tutti”. I tartufi sono buoni, cari, rari, quindi tartufi per tutti. Scrivere di Storia, dunque, non significa abbassare il livello dell’argomentazione per renderla comprensibile a un pubblico più ampio. Al contrario, vuol dire cercare di trascinare il pubblico dei non addetti ai lavori nel mondo della ricerca. È il contrario del paternalismo: il mio modello è Marc Bloch, che l’ha detto molto chiaramente. Altri modelli, nella letteratura novecentesca, sono Marcel Proust con la “Recherche” e Bertolt Brecht, che sottolinea l’importanza di includere l’impalcatura nella costruzione dell’edificio».

 

A ottantuno anni dalla liberazione di Auschwitz cosa significa celebrare il Giorno della Memoria?

«Non ho mai accettato di intervenire in questa giornata per un motivo semplice: non penso di avere niente di rilevante da dire. Una pura ripetizione sarebbe inadatta alla circostanza e forse anche dannosa. Cito un amico che invece interviene con grande ricchezza di argomentazione, Stefano Levi Della Torre. Ammiro quello che Stefano fa, ma non mi sento di seguirlo su questo terreno, molto delicato, perché si può arrivare alla banalizzazione. È quello che mi spaventa».

 

Qual è la giusta distanza per guardare oggi la Shoah?

«La dimensione emotiva non può essere esclusa, fa parte della verità di questa tragedia immane. L’esempio di sdoppiamento a cui pensiamo subito è Primo Levi. Non a caso Lévi-Strauss, a proposito di “Se questo è un uomo”, affermò che si tratta dell’opera di un antropologo».

 

Claude Lanzmann, regista del monumentale documentario “Shoah” (1985), criticava severamente qualsiasi rappresentazione romanzata dell’Olocausto. Eppure film come “Schindler’s List” e “La vita è bella” hanno contribuito all’esercizio della memoria. Di recente è uscito “Norimberga” di James Vanderbilt. Condivide il rigorismo di Lanzmann?

«Mi sono sempre tenuto lontano da questo genere di film. Ma il punto è di carattere generale e la risposta viene ancora una volta da Bloch. Nel suo libro postumo “Apologia della storia o mestiere dello storico” c’è un capitolo straordinario su quello che lo storico può trarre da narrazioni di finzione. Quando leggiamo memorialisti come Saint-Simon, dice Bloch, al di là di quello che scrive la cosa più importante è quello che leggiamo tra le righe. Su questo aspetto ho scritto un saggio intitolato “Rivelazioni involontarie”, incluso nel volume “La lettera uccide” pubblicato da Adelphi. Leggere tra le righe è decisivo per uno storico».

 

Nell’ultimo anno lei ha firmato appelli contro “la pulizia etnica” a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina e contro il ddl Delrio, che include nella categoria di antisemitismo anche alcune critiche radicali allo Stato ebraico. Li firmerebbe ancora?

«Vorrei rispondere alla sua domanda con un’altra domanda: “Cosa è successo nel frattempo per indurmi a un ripensamento?”».

 

Sul termine “genocidio” dei palestinesi di Gaza lei ha citato Tatiana Bucci, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia?». Qual è la sua posizione?

«Il termine genocidio ha una dimensione tecnica giuridica, ma viene usato anche al di fuori di questo contesto. Sulla comparazione con la Shoah, Primo Levi aveva una posizione chiara: comparare non significa abolire l’unicità dell’evento. Se il confronto implicasse una diminuzione dell’enormità della Shoah non lo accetterei. La comparazione evidenzia convergenze e divergenze».

 

Durante la guerra lei usò un nome falso per sfuggire alla persecuzione. Come influì questo fatto sulla sua percezione di sé?

«Ne parlo nella postfazione al mio libro “I benandanti” (Adelphi). Ero con mia madre e mia nonna al Saltino, vicino a Vallombrosa, quando la zona era occupata dai tedeschi in attesa delle truppe inglesi. Mia nonna, Lidia Levi Tanzi, l’unica componente non ebrea della famiglia, mi disse: “Se ti chiedono come ti chiami, devi dire Carlo Tanzi”, il nome di suo padre. Avevo cinque anni. Scrisse quel nome sulla prima pagina del libro che mi stavano leggendo, “Il più felice bambino del mondo”. Più tardi ho capito che in quel momento sono diventato ebreo».

 

Come si concilia il sentirsi ebreo con il non credere nell’identità come categoria fissa?

«Nel caso di un ebreo diasporico è la riprova che le identità sono multiple. Come diceva Primo Levi: “italiano ed ebreo”. Non amo la parola identità proprio per la sua etimologia: da “idem”, per cui si rimane uguali. Il mio sentirmi ebreo viene dalla persecuzione, ma proprio per questo rifiuto l’identità come categoria fissa, essenziale. È preferibile considerare l’individuo come il punto di convergenza di più insiemi».

 

E l’identità italiana?

«Il caso italiano è appassionante e unico. È impossibile trovare un Paese in cui il policentrismo sia così accentuato in uno spazio così piccolo. Potrebbe essere un esempio per il mondo, far fare un passo avanti all’umanità».

 

Pochi anni fa avete consegnato l’archivio di suo padre, Leone Ginzburg, alla Fondazione Polo del ’900. È stato costretto a sdoppiarsi: storico, figlio, sopravvissuto. Come è stata tramandata nella sua famiglia la memoria della Shoah?

«È stata una dolorosa, faticosa scoperta».

 

 

[Fonte: www.lespresso.it] 

segunda-feira, 14 de setembro de 2026

Novela y ensayo en Alan Pauls

Juan Francisco Herrerías reflexiona sobre los contrastes entre la lectura de la novela ‘La mitad fantasma’ y el ensayo ‘La vida descalzo’ 

Juan Francisco Herrerías 

Lo conocí por casualidad, buscando algo que ver en la tele. Presentaba el programa de cine Primer Plano en el recientemente difunto canal I.Sat. No entendía quién era, al principio debo haberlo tomado por una personalidad de la tele, apuesto, elocuente, cómodo en su cuerpo y frente a la cámara, me imaginaba que tendría su propio programa de entrevistas, que esa noche presentaba una película de Kiarostami y la siguiente hacía trivias y repartía automóviles y refrigeradores. Hasta que, de hecho, me pareció demasiado elocuente, como si esas palabras atinadas, sofisticadas, pequeños ensayos orales sobre películas independientes, no vinieran de un guionista sino de él mismo. Lo busqué en Internet y solo entonces me enteré que era un escritor, ya con el premio Herralde, amigo de Bolaño y Piglia. 

Tenía que adquirir a cuentagotas sus libros importados pero me convertí en un disciplinado lector suyo, de ese estilo hipnótico y particular, esas frases largas, con relieve, con cuerpo, que parece que no tienen prisa por llegar a ningún lugar, que lo importante es su paseo, de su manera de mezclar lo pop y lo literario –como recomienda, hay que hablar de la baja cultura como si fuera alta y viceversa–, lo social y lo íntimo, de esa capacidad para un análisis que no busca aclarar las cosas, ponerlas en limpio, sino complicarlas, descubrir los distintos ángulos que vuelven imposible una visión esquemática. 

Hace unos años aguardaba con ansias su más reciente novela, La mitad fantasma (2021), la primera desde Historia del dinero (2013). Al mismo tiempo me llevé en la librería La vida descalzo (2006), un librito de ensayos sobre la playa, casi por colección, creyendo que debía ser un libro secundario en su bibliografía, una curiosidad. Pues bien, La mitad fantasma fue una lectura en la que tuve que arrastrarme para llegar al final, lo sentía inesencial, falto de carne, y como si ese mismo estilo largo que me encantaba en este caso estuviera sosteniendo forzadamente una historia sin ninguna importancia, una historia que no creía en sí misma.  

Leí enseguida La vida descalzo y allí encontré lo que buscaba, allí Pauls brilla, solo se enfoca en analizar la playa y los objetos culturales que hablan de ella, como si se hubiera deshecho de todo lo accesorio y lo banal, el aparato de la ficción novelesca, y se hubiera dedicado solamente a escribir. La ventaja de la escritura del diario, propone César Aira en una de sus notas, es no tener que preocuparse por inventar, solo enfocarse en el estilo y la reflexión. Es lo que ocurre con Proust, que utiliza la ficción al mínimo, consiste apenas en cambiar algún nombre, de dos personas hacer una sola, voltear el género, modificar cómo ocurrió tal evento, arruinar la cronología. La ficción es un recurso pero no un fin en sí mismo. 

En vez de tomarlo como algo de Pauls, en vez de ser el caso específico de un escritor que tuvo un libro no tan bueno y uno muy bueno, hice el salto a la extrapolación total, como si por alguna razón lo que ocurre entre La mitad fantasma y La vida descalzo fuera el signo de la época. La conclusión (propia, quizá, de los incapaces que queremos arruinarle la fiesta a los demás): hay que abandonar las novelas y pasarnos al ensayo, el género del siglo XXI, rápido, necesario, en onda, etc.  

Pero entonces pensé que, por todo lo encantador que es La vida descalzo, quizá si Pauls le hubiera añadido una pequeña trama, si nos hubiera contado algo, por más chiquito, lo más fácil: un amor de verano, por decir, que nos hablara sobre una chica que veía en cada vacación, cómo se fueron transformando conforme crecían, la tragedia de que su padre decidiera un año ir a otra playa y no poder verla, etc., algo con el ambiente de La gaviota de García Ponce, cuánto habría ganado el libro, tener todo el análisis y el estilo y las referencias culturales, pero también contar con una historia de amor, añadir un poco de sal… una novelita. 

Quizás hacer caballos de Troya. Así como le parece a Greta Gerwig en su adaptación de Mujercitas que lo que hacía Shakespeare era contrabandear su poesía en un formato popular como el teatro, así como Proust disfrazó de novela un enorme ensayo sobre la percepción y la escritura, tal vez podríamos concentrarnos en textos de estilo y reflexión, como sugiere Aira, y dorar la píldora con alguna trama entretenida. Pero ¿cuál sería el truco, realmente? ¿Hacer la trampa de meter ensayos en un género más difundido? ¿O usar las técnicas del ensayo para permitirnos, ahora que parece tan difícil, seguir escribiendo novelas, darnos la impresión de estar todavía en la ligereza, en lo novelesco, en la aventura? 

 

[Foto: Lennart Heim en Unsplash  - fuente: www.latempestad.mx]

sexta-feira, 31 de julho de 2026

A fin da lectura está aquí

 

Imaxe que encabeza o artigo publicado por Rose Horowitch en The Atlantic

Escrito por Xurxo Borrazás

No último número de The Atlantic a escritora Rose Horowitch publica un ensaio co título desta columna, un texto polémico, e polo tanto oportuno. Nel analiza a lectura como práctica non innata senón continxente e fráxil, apenas 6000 anos en termos absolutos e non máis duns séculos se consideramos as sociedades nas que a inmensa maioría das persoas están alfabetizadas e teñen acceso a un volume xeneroso de publicacións diversas. A autora describe como na “era da lectura” esta era a vía principal para transmitir a cultura, informarse, fixar contratos e pactos sociais ou xerar significado. Ese carácter central estaría agora sometido a asedio e Horowitch prognostica a deriva acelerada cara unha sociedade non analfabeta pero si, no ronsel de McLuhan, post-letrada. 

O papel referencial da escrita, sinónimo de fiabilidade, verdade ou lei, xógao a cada paso máis a imaxe, fronte á cal nos pasa desapercibida a súa condición de construída e metafórica, que comparte coa linguaxe. Unha imaxe mostraría de maneira transparente o que hai, non contaminado pola opinión. Hoxe que a fabricación de imaxes e textos a base de clics é a norma, esa crenza produce risa. A substitución da cultura escrita pola da imaxe trae consigo a perda de capacidade para procesar e producir mensaxes complexas, e unha sofisticación da camuflaxe ideolóxica por medio dunha suposta neutralidade.

O noso cerebro non está programado para ler. Esa actividade non é natural, debe ser adquirida, practicada e perfeccionada. Se deixamos de ler, a habilidade deteriórase e atrófiase, coma se deixamos de correr ou de falar unha lingua estranxeira. A lectura non é un modo de comunicación coma outros senón que precisa dunha fase de abstracción e activación neurolóxica que a contemplación de imaxes non require. Ao deixarmos de ler pérdese a exposición á diversidade de opinións e a toma en consideración das visións que non coinciden coa nosa, pérdense igualmente autonomía, capacidade de asociación, de proxección, de pausa, de decisión ou de interpretación. Pérdese credibilidade e gáñase credulidade. En palabras de Machado, fáisenos máis difícil “distinguir as voces dos ecos”.

Para o que si está programado o cerebro é para ser sensíbel e reaccionar ante as distraccións. Rexistramos e respondemos a calquera cambio na contorna, calquera movemento, como mecanismo de alerta e prevención. As redes sociais, provedoras de distracción a grande escala en forma de memes ou vídeos curtos, en moitas ocasións reproducidos ao dobre de velocidade, sábeno. Os xestores das redes sociais coñecen ese calcañar de Aquiles e, como sinala o psiquiatra Anders Hansen, hackearon o noso cerebro para explorar esa fenda nas nosas defensas.

Hoxe ninguén lle prende lume aos libros. Ao contrario, lemos máis palabras que nunca en múltiples formatos breves. O equivalente actual das lapas na Biblioteca de Alexandría, e tantas outras, non é a destrución da cultura escrita senón a implantación na mentalidade colectiva da súa irrelevancia. De feito, a desaparición da biblioteca de Alexandría debeuse só en parte ao lume, o resto pode atribuírse ao desleixo e a falta de mantemento: ratos, fungos, insectos, etc. A maneira máis efectiva de anular unha idea non se leva a cabo pola forza (sentirse atacado pode levar a redobrar as defensas) senón pola desidia ou o abandono.

Este proceso é evidente na estrutura das mensaxes políticas, básicas, polarizadas, efémeras, máxicas e entretidas: as arroutadas e xestos charramangueiros e autocancelados de Donald Trump son o exemplo paradigmático: el mesmo recoñece en público que o único que le son reportaxes que falen del, ademais do teleprompter. Traspasado ao campo das matemáticas, non é que perdamos habilidades para o cálculo mental con números de varias cifras. O que está a acontecer cultural e socialmente coa renuncia á lectura de textos complexos parécese máis a renunciar aos números, vén sendo como substituír todos os libros orixinais escritos ao longo de milleiros de anos por versións adaptadas, coas ideas e as situacións resumidas e simplificadas, redactadas con frases máis curtas e cun vocabulario básico. A prosa de Proust supón unha barreira infranqueábel para o público maioritario, afeito a textos da literatura xuvenil, a preferida tamén por bo número de persoas adultas. O resultado é unha infantilización e unha relegación do pensamento racional e analítico. Se non somos quen de concentrármonos en textos longos e complexos durante un período extenso de tempo, calquera proxecto cultural ou científico ambicioso se converterá para nós en inasumíbel e renunciaremos a el. A cultura escrita, por conseguinte a lectura, é a que levou a Newton a sentenciar que avanzamos sobre os ombros de xigantes.

No camiño pérdese igualmente o gozo da lectura das obras mestras da literatura, a filosofía, a historia, o xornalismo ou a ciencia. Pérdese a memoria e o coñecemento acumulado polas mentes máis preclaras e reflexivas na cadea de xeracións que nos trouxo desde a invención da linguaxe articulada ata os nosos días. Isto está a acontecer e é un camiño fomentado, non se trata dun proceso espontáneo nin decidido pola xeneralidade das persoas, moito menos desexado. Na poboación máis nova medra o número de persoas que desexarían ler máis pero non se ve capaz ou non o consegue porque a súa capacidade de concentración está debilitada pola xustaposición de fragmentos conectados arbitrariamente, as fontes de distracción asáltanos coa gratificación instantánea de satisfacer o instinto natural de atender aos cambios, reificado nun desfile sen fin de imaxes e mensaxes breves e primarias en tweets, whatsapps, scroll, reels, threads ou links. Quizais por iso máis e máis mozos e mozas expresan que preferirían vivir nun mundo sen internet, á que en parte atribúen a agresividade emocional, a ansiedade existencial e a deshumanización das relacións persoais.

Horowitch cita múltiples estatísticas que apoian a tese da erosión acelerada da lectura en todos os grupos demográficos. Un estudo rechamante di que o número de norteamericanos que len é xa inferior ao dos que participan en apostas. A autora explica como feitos que en teoría contradín as súas conclusións, tales como o auxe na vendas de libros ou os clubs de lectura, responden menos a un aumento que á concentración: hai menos persoas que len pero len máis. Os clubs de lectura funcionarían así como células de resistencia e apoio para contrarrestar a tendencia xeral. 

Os cambios que Rose Horowitch prognostica son lexitimamente discutíbeis, nós mesmos temos reservas sobre a súa inminencia e inevitabilidade, por iso mesmo agradecemos que nos obriguen a consideralos. Se se chegan a dar, a magnitude das súas consecuencias será semellante á que no seu día tivo o fenómeno contrario, a aparición da escrita. Agora ben, xa que estamos e falan deste tempo, algo teremos que dicir nós.

 

[Foto: The Atlantic - fonte: www.praza.gal]