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domingo, 2 de agosto de 2026

Chi è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sfida Netanyahu?

Eisenkot, già membro del Gabinetto di Guerra di Israele, è emerso come lo sfidante più forte da anni del primo ministro Benjamin Netanyahu 

di Nadav Rapaport

Middle East Eye

Tra tre mesi il primo ministro Benjamin Netanyahu affronterà la sfida elettorale più difficile della sua carriera politica.

Le conseguenze dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, le campagne militari israeliane in tutto il Medio Oriente e la controversa decisione della coscrizione per gli ebrei ultra-ortodossi hanno rimodellato il paesaggio politico del Paese, erodendo il sostegno per Netanyahu e la sua coalizione governativa.

Al centro di questo cambiamento c’è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sta emergendo come lo sfidante più forte del primo ministro.

Gli israeliani andranno a votare il 27 ottobre e i sondaggi indicano costantemente che il Likud, il partito di Netanyahu, e i suoi alleati sono in difficoltà nell’assicurarsi la maggioranza parlamentare di 61 seggi necessaria a formare un governo.

Ora Eisenkot guida un ampio blocco di opposizione che abbraccia partiti, ebraici e palestinesi, di destra, centro e centro-sinistra, con recenti sondaggi che suggeriscono che, fino ad ora, ha la massima probabilità di porre fine alla lunga egemonia di Netanyahu.

Da umili origini a capo di stato maggiore

Eisenkot è nato nel 1960 a Tiberiade, da immigrati ebrei dal Marocco, ma è cresciuto a Eilat, la città israeliana più meridionale.

Dopo le scuole, nel 1978 si è arruolato nell’esercito iniziando una carriera militare culminata nella sua nomina nel 2015 a capo di stato maggiore, terminata dopo quattro anni con il pensionamento nel 2019.

Nel corso di quarant’anni Eisenkot è salito nei ranghi militari coprendo una serie di posizioni di comando ad alto livello. 

Agli inizi del 2000, durante la Seconda Intifada, comandava l’esercito nella Cisgiordania occupata prima di passare a guidare l’influente Direttorato delle Operazioni militari e poi del suo/locale Comando Nord.

Quando era a capo del Comando Nord, Eisenkot si è avvicinato alla “Dottrina Dahiya”, che prende il nome dal quartiere meridionale di Beirut a maggioranza sciita.

La dottrina raccomanda un uso schiacciante della forza militare contro infrastrutture civili in zone da cui sono lanciati gli attacchi con lo scopo di causare ampie distruzioni per ottenere degli obiettivi militari.

Nel 2008 parlando con Yedioth Ahronoth [il tabloid ebraico centrista più diffuso, ndt.] Eisenkot aveva delineato la strategia.

“In ogni villaggio da cui sparano contro Israele useremo una forza sproporzionata causando danni e distruzioni terribili”, aggiungendo che “dal nostro punto di vista queste sono basi militari”, chiarendo che i villaggi da cui partono gli attacchi sarebbero stati trattati come bersagli militari legittimi.

Sette anni dopo Netanyahu nomina Eisenkot capo di stato maggiore, sostituendo Benny Gantz di cui era stato il vice.

Durante il mandato di Gantz come capo di stato maggiore con Eisenkot quale vice, l’esercito israeliano uccise oltre 2200 palestinesi durante la guerra a Gaza del 2014 che, durata fino al 2023 è tutt’ora la più lunga campagna militare di Netanyahu.

“Il Medio Oriente sta andando a pezzi. Gli Stati stanno crollando. In questo vuoto un impero ci sta attaccando: l’Iran. Aspira ad armarsi con armi nucleari”, ha detto Netanyahu quando Eisenkot si insediò nel 2015.

“Il popolo di Israele si fida di te, il governo di Israele si fida di te, e Gadi, io mi fido di te”, ha aggiunto il primo ministro.

“Ci batteremo per scoraggiare il nemico, tenere la guerra sotto controllo, minacciare e vincere”, Eisenkot disse insediandosi al comando.

Sebbene durante il mandato di Eisenkot non ci sia stata un’offensiva militare sulla scala della guerra contro Gaza nel 2014, c’è stata un’escalation di violenza nei territori palestinesi occupati.

Tra il 2018 e il 2019, durante le proteste lungo la barriera Gaza-Israele della Grande Marcia del Ritorno, le forze israeliane uccisero oltre 200 palestinesi, ferendone migliaia, molti uccisi mentre si avvicinavano al confine.

Uno dei momenti decisivi del mandato di Eisenkot arrivò nel 2016 dopo l’uccisione di Abdel Fattah al–Sharif, da parte del soldato israeliano Elor Azaria nella Cisgiordania occupata.

Sharif, dopo un attacco con un coltello, giaceva a terra ferito nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron e Azaria gli sparò in testa; la scena fu ripresa da un video che scatenò una vasta condanna.

Nonostante le pressioni da parte di politici di destra e manifestanti, Eisenkot insistette che Azaria venisse giudicato da un tribunale militare, sostenendo che il soldato aveva violato il codice etico dell’esercito.

Alla fine Azaria fu condannato a 18 mesi di prigione anche se poi Eisenkot approvò una riduzione di pena a 14 mesi. Azaria fu rilasciato dopo nove mesi e non espresse mai rimorso.

Nel 2022, dopo il pensionamento, Eisenkot è entrato in politica, unendosi a Benny Gantz, suo ex comandante, nel Partito Unità Nazionale di centro-destra. Alla fine dell’anno, con il ritorno al potere di Netanyahu, è poi stato eletto alla Knesset, il parlamento di Israele.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha indotto il Partito Unità Nazionale a unirsi al governo di emergenza di Netanyahu, e sia Gantz che Eisenkot hanno occupato seggi nel gabinetto di guerra.

Ma le tensioni fra i due ex generali e il primo ministro diventarono ben presto di dominio pubblico.

Eisenkot ha ripetutamente criticato Netanyahu per la sua condotta della guerra, accusandolo di non aver dato la priorità al ritorno dei 251 ostaggi catturati da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre. Ha sostenuto che la pressione politica di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, i suoi partner nella coalizione di estrema destra, hanno minato gli sforzi per trovare un accordo.

“Quarantasei ostaggi che sarebbero dovuti ritornare non sono ritornati, alcuni di loro avremmo potuto riportarli a casa”, ha detto Eisenkot a Channel 12 News a gennaio.

“Abbiamo commesso degli errori”, ha detto, accusando Netanyahu di aver “sabotato” un accordo con Hamas all’inizio della guerra dopo averlo inizialmente approvato.

“Chiunque sia in una posizione di comando o leadership deve pagare il prezzo e tornarsene a casa”, ha aggiunto Eisenkot, riferendosi ai leader sia politici che militari che erano in carica durante l’attacco.

La sua attrattiva

A settembre Eisenkot ha abbandonato il sempre più impopolare Partito di Unità Nazionale di Benny Gantz per lanciare il proprio movimento politico, Yashar – in ebraico, “dritto” o “onesto”.

Annunciando il nuovo partito, Eisenkot ha detto che avrebbe lavorato per “riparare, guarire, e per dare speranza alla società israeliana”, collocando allo stesso tempo “la sicurezza e gli interessi nazionali dello Stato di Israele al di sopra di ogni altra considerazione”, una critica non troppo velata a Netanyahu, ripetutamente accusato di mettere la propria sopravvivenza politica davanti agli interessi del Paese.

Sembra che abbia vinto la scommessa.

Recenti sondaggi hanno regolarmente posto Yashar fra i primi partiti in Israele, alcuni mettendolo davanti al Likud e suggerendo che le opposizioni avranno abbastanza seggi per formare una coalizione di governo.

Ma Dahlia Scheindlin, analista politica israeliana, dice che l’ascesa di Eisenkot riflette un più ampio trend politico e non solo la sua popolarità personale.

“Parte del sostegno a Eisenkot non dipende da lui”, ha detto Scheindlin a MEE. “C’è un intero elettorato che si oppone a Netanyahu dai primi mesi della formazione governativa”.

Ha puntato l’attenzione sulle proteste di massa contro la riforma giudiziaria del governo nel 2023, sostenendo che gli elettori anti-Netanyahu hanno cercato fin da allora un leader di opposizione credibile.

“Questo non è un piccolo gruppo”, ha detto. “Dopo il 7 ottobre il suo sostegno è andato prima a Gantz e dopo a Bennett [ex Primo Ministro]. Non è solo grazie a Eisenkot, ma è perché c’è un campo politico in cerca di un leader”.

“Anche la carriera militare di Eisenkot ha sostenuto la sua posizione, ha detto Scheindlin.

“I leader militari godono del sostegno pubblico sin dalla fondazione dello Stato, grazie all’alto livello di fiducia che gli israeliani pongono nell’esercito”.

“Come altri ex generali che sono poi entrati in politica, dice, Eisenkot è visto da tanti come “efficiente, pragmatico e professionale”.

Inoltre, Scheindlin sostiene che anche la storia personale di Eisenkot è un forte elemento che lavora in favore dell’ex generale.

Fra l’ottobre 2023 e il novembre 2024 suo figlio Gal e due nipoti sono stati uccisi durante l’assalto militare di Israele contro Gaza.

“Ha perso il figlio e due nipoti mentre il governo chiudeva la porta alle famiglie in lutto e alle sofferenze del popolo, in un momento in cui la maggioranza degli israeliani voleva un accordo”, ha detto Scheindlin.

E nota che Eisenkot è visto da molti israeliani “come uno che ha sofferto in prima persona con la sua gente, sacrificando il figlio e nipoti“.

“Questo crea un contrasto tra lui e Netanyahu”, ha aggiunto. “Provoca rabbia verso il governo e incanala contro di esso la rabbia pubblica”.

Anche il suo background è diventato parte della sua identità politica.

Eisenkot diventerebbe infatti il primo mizrahi eletto premier. Figlio di ebrei immigrati dal Marocco, è di recente diventato bersaglio di quelli che i critici descrivono come attacchi razzisti nella campagna di Netanyahu.

mizrahi, ebrei le cui famiglie provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa, hanno da sempre subìto discriminazioni da parte degli ashkenaziti, l’élite sociale storicamente dominante in Israele.

“I miei genitori sono immigrati dal Marocco e io sono fiero di loro e delle mie origini, ma io sarei felice se, innanzitutto, fossimo fieri di essere israeliani”, ha detto Eisenkot dopo gli attacchi del partito Likud di Netanyahu, che da tempo si presenta come la casa politica di molti votanti mizrahi.

Amal Oraby, avvocata dei diritti umani palestinesi, ha detto che Eisenkot ha anche ottenuto un certo favore da parte dei cittadini palestinesi di Israele.

“Ha una buona reputazione su cui contare nella società palestinese di Israele”, dice Oraby a MEE. “A differenza di Benny Gantz, quando era capo di stato maggiore Eisenkot non ha condotto una guerra contro i palestinesi”.

Nonostante noti che Eisenkot sia rimasto per lo più in silenzio mentre i partiti dell’opposizione gareggiavano nell’adottare un linguaggio sempre più intransigente verso i cittadini palestinesi di Israele, Oraby sostiene che nonostante ciò molti palestinesi lo vedono come una figura più pragmatica di Netanyahu.

Oraby riferisce il commento di suo padre: Netanyahu ci fa rimpiangere Golda [Meir] e [Menachem] Begin. Il livello di violenza e fascismo di questo governo hanno portato i palestinesi a volere qualcuno di normale, qualcuno con cui dialogare”.

I piani di Eisenkot e come pensa di trattare i palestinesi

Eisenkot si presenta come un leader interessato a ricucire le divisioni politiche in Israele dopo quasi tre anni di guerra.

“La difficile e prolungata guerra ha rivelato la profondità delle spaccature e la necessità di un leader di tipo diverso: professionale, unificante e impegnato in una condotta democratica”, riporta il sito web del suo partito Yashar.

Il partito ha assicurato che darà la priorità alla leva degli ebrei ultra-ortodossi, rafforzando le istituzioni democratiche e attutendo la polarizzazione politica. 

All’inizio del mese Eisenkot ha anche promesso di abrogare le leggi approvate dal governo Netanyahu, accusandolo di indebolire l’esercito con il suo rifiuto di arruolare gli ultra-ortodossi.

Ma gli analisti dicono che Eisenkot è rimasto deliberatamente sul vago su molti dei temi che probabilmente caratterizzeranno il suo premierato, particolarmente il conflitto israelo-palestinese.

“Eisenkot non dice niente”, ha detto Scheindlin a MEE.  “Si concentra su cose che possono essere implementate immediatamente e sulla sua vita personale.”

Sostiene che la sua ambiguità si estende persino a temi che hanno dominato nella politica israeliana, inclusa la riforma giudiziaria che aveva innescato le proteste di massa nel 2023.

“I suoi consiglieri hanno adottato l’approccio che non c’è bisogno di parlare del problema palestinese”, ha detto Scheindlin.

“È possibile che i votanti del centro pensino che Eisenkot voglia raggiungere un qualche tipo di accordo con i palestinesi, ma è come uno schermo bianco su cui proiettare tutti i tuoi desideri.”

Oraby ha detto che Eisenkot sembra favorire il ritorno alla vecchia politica israeliana di gestire invece che risolvere il conflitto.

“Eisenkot vuole ritornare alla politica di gestione del conflitto”, dice Oraby, riferendosi a un approccio praticamente abbandonato dal presente governo.

Nonostante tutto ciò Oraby sostiene che molti palestinesi vedono Eisenkot come una figura più pragmatica.

“I palestinesi possono consolarsi del fatto che non sia un colono”, dice riferendosi alla presente guerra a Gaza e alle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata.

Ma Oraby ha detto che Eisenkot ha fatto pochi sforzi nel coinvolgere direttamente i cittadini palestinesi in Israele.

“Non si rivolge all’elettorato palestinese come a un pubblico che vuole convincere”, dice Oraby, aggiungendo che Eisenkot non ha presentato alcuna proposta per combattere la violenta criminalità contro le comunità palestinesi in Israele.

Dall’inizio dell’anno circa 150 cittadini arabi di Israele sono stati uccisi in atti di violenza criminale, la maggioranza dei quali casi irrisolti.

“C’è una accettazione tra i palestinesi in Israele che un governo guidato da Eisenkot non farà miracoli e certamente non risolverà il conflitto israelo-palestinese”, dice Oraby.

“I palestinesi vogliono un ritorno alla normalità.”

Scheindlin in linea di massima è d’accordo, sostenendo che la principale differenza tra Eisenkot e Netanyahu non stia tanto nella loro visione a lungo termine quanto nel loro stile politico.

“Questo è il significato di pragmatico. Non vuole spostarsi verso una visione fondamentalista.”

I commenti di Eisenkot fanno pensare che sia a favore del mantenimento del controllo israeliano su parti della Cisgiordania occupata anche se si oppone a un’annessione immediata.

“Se annettessimo a Israele i palestinesi, ciò sarebbe una seria minaccia al progetto sionista”, ha detto a Channel 13, aggiungendo che la fondazione delle colonie dovrebbe continuare entro i limiti della legge israeliana.

“Io non ho mai parlato di uno Stato palestinesi”, ha detto Eisenkot lunedì, ricusando la critica di essere un candidato di sinistra, ma aggiungendo che farà tutto il possibile affinché non si realizzi il piano di Smotrich di annettere la Cisgiordania.

“L’idea è assurda, una cosa completamente folle”, ha detto Eisenkot, sostenendo che, riferendosi ai palestinesi, Israele deve distinguere “fra terroristi e popolazione”.

Su Gaza Eisenkot sostiene che Hamas dovrebbe essere sostituito da un’Autorità Palestinese riformata.

”L’Autorità Palestinese a Gaza sarebbe meno peggio di Hamas”, ha detto lo scorso mese a i24News.

“Hamas deve essere eliminato come forza militare e governativa, e deve nascere una leadership diversa, affiliata con un’Autorità Palestinese che dovrebbe passare attraverso un accurato processo di de-radicalizzazione.”

Eisenkot può diventare primo ministro?

Resta incerto se Eisenkot saprà tradurre i suoi forti sondaggi in una vittoria elettorale.

“Le sue possibilità non sono così male”, ha detto Scheindlin a MEE facendo notare che, dal ritorno al potere di Netanyahu, i partiti di opposizione hanno costantemente avuto la maggioranza in molti sondaggi.

“Da tre anni e mezzo i partiti di opposizione hanno avuto la maggioranza in quasi tutti i sondaggi”, ha detto, sostenendo che adesso è “molto più difficile per il Likud formare un governo dopo le elezioni.”

Molto dipende se Eisenkot vorrà lavorare con i partiti palestinesi nella Knesset.

“I palestinesi vogliono abbattere il presente governo”, ha detto Oraby a MEE, aggiungendo che molti palestinesi cittadini di Israele dicono: “Siamo pronti a fare qualsiasi cosa per deporre Netanyahu.”

Ma ha messo in guardia che “l’opinione contro il coinvolgimento dei partiti arabi nel governo è così forte che non è certo se Eisenkot avrà il coraggio di farlo.“

In quasi tutti i sondaggi, il partito Yashar guidato da Eisenkot e i suoi alleati ebraici di opposizione non arrivano alla maggioranza dei 61 seggi necessari a formare un governo senza il sostegno dei partiti palestinesi. 

Si prevede che gli islamisti e i conservatori della Lista Araba Unita, noti come Raam, l’acronimo in ebraico, e i socialisti dell’unione Hadash-Taal vinceranno circa 10 seggi, il che li renderebbe l’ago della bilancia nei negoziati per una coalizione.

Scheindlin afferma che molti partiti di opposizione hanno inutilmente limitato le loro opzioni di coalizione rifiutandosi di collaborare con i partiti palestinesi.

Comunque Eisenkot ha lasciato la porta aperta almeno a Raam.

“Lascia la porta aperta alla cooperazione con Raam”, ha detto Scheindlin, osservando che i tre princìpi essenziali di Eisenkot – mantenere Israele uno Stato ebraico e democratico, sostenere i valori della Dichiarazione di Indipendenza e appoggiare il servizio militare o nazionale – potrebbero costituire una base comune con il partito.

Ha detto che l’enfasi di Eisenkot sul servizio nazionale come alternativa civile al servizio militare sostenuta da Raam, è ampiamente vista come un segnale che sarebbe favorevole a includere il partito in una futura coalizione.

Tuttavia Scheindlin ha avvertito che Netanyahu resta un formidabile oppositore politico nonostante i bassi sondaggi della sua coalizione.

Consolidando il sostegno a destra e rimodellando la sua coalizione prima delle elezioni, “c’è una possibilità non trascurabile che Netanyahu riuscirà a formare un governo”, ha detto.

Anche se nessuna delle parti riuscisse a ottenere una maggioranza parlamentare, Scheindlin ha detto che Netanyahu potrebbe ancora costringere Israele a un’altra tornata elettorale, uno scenario che ha più volte allungato la sua permanenza in carica.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

 

[Fonte: www.zeitun.info]

sábado, 1 de agosto de 2026

Ce que l’on ressent quand on vit un pogrom perpétré par des colons israéliens

Pour la première fois de ma vie, je me suis retrouvé totalement impuissant. Ma voiture était en flammes, mais tout ce qui comptait pour moi, c’était la survie de ma famille.

Un jeune Palestinien regarde à travers la fenêtre brisée de sa maison après une attaque menée par des colons israéliens la nuit précédente dans le village d’At-Tuwani, à Masafer Yatta, dans le sud de la Cisjordanie occupée, le 19 juillet 2026. 

Écrit par Mohammad Hesham Huraini

Mondoweiss

Je savais qu’ils étaient là avant même de les voir. Il était un peu plus de minuit, le 18 juillet, et une quarantaine de colons israéliens masqués, venus de l’avant-poste illégal de Havat Ma’on, connu pour sa violence, envahissaient mon village d’At-Tuwani, dans les collines du sud d’Hébron, armés de bâtons, de pierres et d’essence.

J’ai entendu des cris, suivis du bruit caractéristique des pierres brisant les vitres. Puis j’ai senti la chaleur du feu qu’ils avaient allumé.

Les colons se sont d’abord rués sur la mosquée Al-Taqwa. Ils en ont brisé les vitres, ont versé de l’essence sur le sol et ont incendié l’entrée. Ils ont tagué des étoiles de David sur les murs, ainsi que des slogans en hébreu, y compris " Vengeance".

Une vengeance pour quoi exactement ? Ils nous ont accusés d’avoir déclenché un incendie de forêt qui avait ravagé la colonie de Havat Gilad plus tôt dans la journée. Les autorités israéliennes ont annoncé par la suite que cet incendie avait probablement été provoqué accidentellement par une cigarette mal éteinte.

Mais ce faux prétexte n’était qu’une excuse pour que les colons déchaînent leur rage sur les Palestiniens. Ils savaient qu’ils ne seraient pas sanctionnés pour leurs crimes — et que si nous tentions de nous défendre, l’armée israélienne se précipiterait au secours des colons, en nous arrêtant ou même en nous tirant dessus sans la moindre hésitation.

Après avoir attaqué la mosquée, ils se sont divisés en plusieurs groupes et sont passés de maison en maison. Ils ont lancé d’autres pierres, brisé d’autres fenêtres et aspergé les maisons d’essence avant d’y mettre le feu.

J’étais chez mon oncle lorsque l’attaque a commencé, tandis que le reste de ma famille - mes parents, mes trois sœurs et mon petit frère - dormaient chez nous, tout près de là. J’ai entendu mes sœurs hurler en se réveillant, suffoquées par l’odeur de fumée et les murs en feu, prenant conscience de ce qui se passait. J’ai couru vers la maison, le cœur serré.

Pour la première fois de ma vie, je me suis senti complètement impuissant. J’étais seul face à plus de quarante d’entre eux, soutenus par les forces d’occupation. Ils me jetaient des pierres pendant que je courais. Je ne savais pas si certains d’entre eux étaient armés. J’ai eu à peine assez de souffle pour leur crier dessus, ne serait-ce que pour avoir le sentiment de ne pas être un simple spectateur de la destruction de ma propre maison.

Pendant tout ce temps, je ne pensais qu’à la famille Dawabsheh, de la ville de Duma, dont la maison avait été incendiée par des colons israéliens en 2015, tuant trois de ses membres, dont Ali, âgé de 18 mois. J’étais terrifié à l’idée de pouvoir perdre ma propre famille de la même manière.

Lorsque je suis arrivé chez moi, la première chose que j’ai vue, c’était ma voiture en flammes. Mais à ce moment-là, cela m’était égal : tout ce qui comptait pour moi, c’était de savoir si ma famille était saine et sauve.

J’ai trouvé ma mère et mes sœurs en larmes, tremblantes. Par la grâce de Dieu, tout le monde était sain et sauf, mais les éclats de verre de nos fenêtres brisées jonchaient le sol. La terreur, la panique et la peur que nous avons tous ressenties cette nuit-là resteront à jamais gravées dans nos mémoires - exacerbées par la certitude que cela pourrait se reproduire dès demain.

Non loin de là, l’un de mes voisins, un adolescent de seize ans, dormait sous une fenêtre lorsque des colons ont déversé de l’essence à l’intérieur, dont une partie a éclaboussé ses vêtements. Si les flammes l’avaient atteint, il ne serait plus en vie aujourd’hui. Au lieu de cela, il restera à jamais marqué par le souvenir de l’odeur rance de la fumée, du goût de la terreur et le sens de la peur pour sa vie.

Si cet adolescent a eu de la "chance", sa famille a connu une autre tragédie cette nuit-là. Sa mère, qui était enceinte, a été touchée par une pierre que des colons ont lancée à travers leur fenêtre. Le Croissant-Rouge palestinien est arrivé environ 20 minutes après la fin de l’attaque et a transporté d’urgence la femme — Roqaya Rabie, âgée de 35 ans — à l’hôpital, mais son bébé à naître n’a pas pu être sauvé, privé même de la chance de connaître une vie ici sans violence.

Les colons ont également attaqué notre laiterie et y ont mis le feu. Pour la plupart des femmes de notre village, c’est leur seule source de revenus. On nous a déjà enlevés tant de moyens de gagner notre vie : la station-service locale, les entreprises de construction et les ateliers de couture qui fonctionnaient autrefois ici ont tous fermé leurs portes ces dernières années. La laiterie est tout ce qui nous reste, et les colons ont tenté de la détruire, elle aussi.

Le pogrom n’a duré qu’une dizaine de minutes. Mais dix minutes passées à croire que l’on est sur le point de perdre sa famille semblent une éternité. En partant, les colons ont mis le feu à une dernière maison, comme s’ils n’avaient pas déjà causé assez de dégâts.

À ce moment-là, nous avions commencé à éteindre les incendies. Nous avons tenté de sauver la mosquée, nos maisons et la laiterie. Ma voiture était irrécupérable ; le feu l’avait réduite en cendres presque instantanément.

Comme d’habitude, l’armée et la police israéliennes ne sont arrivées qu’après le départ des colons. Au lieu de poursuivre les agresseurs ou de mener une descente dans leur avant-poste pour les arrêter, elles se sont retournées contre nous. Elles nous ont repoussés et nous ont crié dessus, tout en laissant les colons terroristes s’éloigner tranquillement des lieux en toute impunité. Une fois de plus, les Palestiniens se sont retrouvés sans défense face à la violence coordonnée perpétrée par des colons sous la protection de l’État.

Quand vous êtes assis chez vous, je suppose que vous n’avez jamais à craindre une invasion violente. Vous ne vous attendez pas à ce que votre voiture soit soudainement en flammes. Vous ne pensez probablement jamais à renforcer vos fenêtres ni à recouvrir vos murs d’une peinture permettant d’effacer plus facilement les graffitis après une attaque.

Mais ici, à Masafer Yatta, ce sont des préoccupations quotidiennes. Peu importe que l’un des nôtres ait remporté un Oscar pour "No Other Land", ou que, grâce à ce film, le monde connaisse désormais le nom de notre petit village.

Au lieu de bénéficier d’une protection, nous avons dû ramasser les débris d’une énième attaque qui a mis nos vies en danger. Une fois les murs nettoyés et la suie balayée, nous avons commencé à faire le point sur ce qui pouvait être sauvé et sur ce qui était définitivement perdu à cause de la violence du régime colonial israélien. 


Mohammad Hesham Huraini est un journaliste indépendant et militant des droits de l’homme originaire d’At-Tuwani, à Masafer Yatta. 

 

[Traduction : AFPS - photo : Mosab Shawer/Activestills - source : www.france-palestine.org]



quinta-feira, 30 de julho de 2026

La littérature palestinienne en Israël, éditer sous domination coloniale

Publier en arabe en Israël ne consiste pas uniquement à essayer de faire vivre la langue d’une minorité. La géographie du livre révèle les profondes inégalités et difficultés auxquelles se heurte l’édition en arabe dans un État organisé autour de la souveraineté de l’hébreu moderne. 

Bureau de Mahmoud Darwich (musée Mahmoud Darwich de Ramallah) @ Agsous Zahra

Écrit par Sadia Agsous-Bienstein

Lorsque je me suis rendue pour la première fois en Palestine/Israël il y a une dizaine d’années, je me suis naturellement mise à chercher des librairies pour acheter des livres en arabe et créer des contacts avec des éditeurs palestiniens qui sont citoyens de l’État d’Israël1. J’ai rapidement découvert combien cette quête pouvait s’avérer difficile. À Jaffa comme à Haïfa, les librairies proposant un véritable fonds en langue arabe étaient peu nombreuses. Le même constat s’imposait à Jérusalem-Ouest, où les principales librairies offraient essentiellement des ouvrages en hébreu, en anglais et, dans une moindre mesure, en russe. C’est finalement dans la vieille ville de Jérusalem que j’ai trouvé une papeterie/librairie dont le premier étage ressemblait à une véritable caverne d’Ali Baba. Des romans palestiniens, de la littérature arabe, des essais en sciences humaines et sociales, des ouvrages d’histoire, de philosophie ou de sciences politiques remplissaient les rayonnages. Pour les publications les plus spécialisées, y compris celles de l’Institut d’études palestiniennes, il fallait toutefois se rendre à Ramallah. On trouve aussi à Naplouse ou Hébron des librairies qui proposent des livres de toutes catégories en langue arabe.

Cette géographie du livre n’avait rien d’anecdotique. Elle révélait déjà les profondes inégalités qui structuraient la circulation et la présence de la langue arabe en Israël face à la langue hégémonique et coloniale, l’hébreu. En effet, tandis que les grandes chaînes de librairie en Israël diffusent principalement des ouvrages en hébreu, les livres en arabe demeurent concentrés dans quelques établissements palestiniens, le plus souvent indépendants, dont la survie dépend de conditions économiques et politiques particulièrement fragiles. C’est dans ces conditions qu’est produite la littérature palestinienne.

Pour comprendre cette dernière ainsi que les conditions de son édition et de sa circulation, il est nécessaire de dépasser le cadre national à partir duquel sont habituellement pensées les littératures modernes. La littérature palestinienne est une littérature transnationale. Elle s’écrit en arabe ainsi que dans d’autres langues. Elle est créée en Israël, en Cisjordanie occupée, à Gaza, mais aussi au Liban, en Jordanie, en Europe, en Amérique du Nord et dans les différents espaces de la diaspora palestinienne. Depuis la Nakba de 1948, l’exil, la dispersion et la fragmentation du territoire palestinien ont profondément façonné les conditions de production et de circulation de cette littérature. Cette dimension transnationale lui a permis de s’imposer comme l’une des composantes majeures du champ littéraire arabe contemporain. Les œuvres de Jabra Ibrahim Jabra, Émile Habibi, Fadwa Touqan, Mahmoud Darwich, Ghassan Kanafani ou, plus récemment, Susan Abulhawa2 sont aujourd’hui largement reconnues dans le monde arabe comme à l’international.

Cette reconnaissance se manifeste également à travers les grandes distinctions littéraires. En 2024, Basim Khandaqji a été le lauréat du Prix international de la fiction arabe (Arab Booker) pour son roman Mask, the Colour of the Sky (Qināʿ bi-lawn al-samāʾ), publié en 2023 par Dār al-Ādāb à Beyrouth. Quelques années auparavant, Rabai al-Madhoun était devenu le premier écrivain palestinien à obtenir cette récompense pour son roman Destins. Concerto de l’Holocauste et de la Nakba (Maṣāʾir: Kūnširtū al-Hūlūkūst wa-l-Nakba), paru en 2015 au Liban. Le fait que ces deux romans aient été publiés à Beyrouth n’a rien d’anodin. Il rappelle que, depuis 1948, la littérature palestinienne se développe au sein d’un espace éditorial largement situé hors des frontières de la Palestine historique. Les principaux centres de publication se trouvent aujourd’hui à Beyrouth, Amman, Ramallah ou encore dans plusieurs capitales européennes et nord-américaines. La formation de cette littérature moderne remet ainsi en cause l’idée selon laquelle une littérature nationale ne pourrait se développer qu’à l’intérieur d’un territoire délimité et dans le cadre d’un État souverain. Le projet Country of Words: A Transnational Atlas for Palestinian Literature, dirigé par Refqa Abu-Remaileh, propose précisément de comprendre la littérature palestinienne comme une littérature déterritorialisée, façonnée par les circulations, les déplacements et les expériences de l’exil plutôt que par les frontières étatiques.

C’est dans cette perspective qu’il convient d’aborder la littérature des Palestiniens de 1948 dont les poètes et écrivains, localisés en Galilée, ont pu tenir bon face aux conditions catastrophiques de l’après Nakba. Cette littérature a été repérée et définie par Ghassan Kanafani comme la littérature de résistance. Pour les chercheurs Mohammad Hamza Ghanyim, Anton Shalhat, Habib Bolous, ou Ibrahim Taha, elle est la littérature autochtone (al-Adab al-Mahalli). Elle rassemble plusieurs auteurs dont Mahmoud Darwich, Émile Habibi, Rached Hussein, Taha Mohammed Ali, Salman Natour, Amer Hlehel, Adania Shibli, Majd Kayal ou Ibtissem Azem, dont les œuvres sont publiées et circulent entre Haïfa, Jérusalem, Ramallah, Amman, Beyrouth et de nombreuses villes de la diaspora palestinienne afin de contourner les contraintes qui pèsent sur l’édition arabe en Israël. 

De la Nahda palestinienne à la recomposition du paysage éditorial après 1948

Les difficultés rencontrées aujourd’hui par l’édition littéraire arabe en Israël trouvent leur origine dans les bouleversements provoqués par la Nakba de 1948 et le nettoyage ethnique de la Palestine. Avant la création de l’État d’Israël, la Palestine disposait pourtant d’une vie intellectuelle et éditoriale particulièrement dynamique. Jérusalem, Jaffa, Haïfa ou Nazareth accueillaient des imprimeries, des librairies, des journaux et des maisons d’édition qui participaient pleinement aux circulations intellectuelles de la Nahda arabe. Les livres imprimés en Palestine circulaient entre Beyrouth, Damas et Le Caire, tandis que les grandes revues arabes alimentaient les débats politiques, littéraires et scientifiques. Les écoles, les bibliothèques et les sociétés savantes contribuaient à l’émergence d’un espace intellectuel particulièrement actif à la fin de l’Empire ottoman puis sous le mandat colonial britannique.

Des intellectuels tels que Khalil al-Sakakini ou Khalil Baydas ont joué un rôle majeur dans cette renaissance culturelle. Baydas a participé notamment à l’introduction de la littérature russe dans le monde arabe grâce à ses nombreuses traductions, tandis que les premiers romans modernes palestiniens, qu’Al-Warith (L’Héritier) de Khalil Baydas et Al-Hayat baʿd al-Mawt (La vie après la mort) d’Iskandar al-Khoury al-Beitjali, témoignaient de l’émergence d’une littérature profondément inscrite dans les dynamiques intellectuelles de la Nahda et en dialogue avec les littératures mondiales. Cette vitalité apparaît clairement dans la première Foire palestinienne du livre arabe organisée à Jérusalem en 1946 par le Comité culturel arabe. À cette occasion, le quotidien Falastin3 célébrait « les dignes efforts de notre Nahda culturelle » et mettait à l’honneur les principaux écrivains palestiniens. 

La Nakba de 1948 a profondément bouleversé cet équilibre. L’expulsion de plus de 700 000 Palestiniens, le déplacement des Palestiniens qui sont restés, la destruction de centaines de villages et l’exil d’une grande partie des élites intellectuelles ont engendré la désorganisation de la production éditoriale. Des imprimeries, plusieurs journaux et une partie importante des librairies ont tout simplement été détruits par le nouvel État. À cette destruction matérielle s’est ajoutée celle des patrimoines documentaires. Plusieurs dizaines de milliers d’ouvrages provenant de bibliothèques publiques et privées palestiniennes ont été saisis par les autorités israéliennes avant d’être intégrés aux collections de la Bibliothèque nationale d’Israël sous la mention AP, Abandoned Property (biens abandonnés).

Au moment même où les institutions culturelles palestiniennes étaient profondément ébranlées, le nouvel État, Israël, disposait déjà d’un appareil éditorial en hébreu solidement structuré hérité des structures du Yishouv4 qui ont été mises en place et consolidées pendant le mandat britannique. Dès la fin du XIX siècle, le mouvement sioniste a fait de la création de l’hébreu moderne un objectif politique central pour en faire la langue nationale du futur État. Sous le mandat britannique, l’hébreu a bénéficié d’une reconnaissance officielle en 1922 qui a favorisé son institutionnalisation dans l’enseignement, l’administration, la recherche et la production culturelle.

C’est ainsi que le nouvel État d’Israël a pu s’appuyer sur un réseau éditorial déjà largement constitué. Des maisons d’édition telles que Kinneret-Zmora-Dvir (1919), Hakibbutz Hameuchad (1927), Schocken (1939) ou Am Oved (1942) disposaient d’infrastructures solides, d’un lectorat en constante expansion et de réseaux de diffusion efficaces. Elles ont été progressivement rejointes par Keter (1958) puis Modan (1970) ainsi que d’autres maisons d’édition avec le soutien des politiques publiques à la lecture, à la traduction et à la diffusion internationale de la littérature hébraïque. La création, en 1962, de l’Institute for the Translation of Hebrew Literature a participé également à cette stratégie en favorisant la traduction des œuvres israéliennes et leur présence dans les grandes foires internationales du livre.

La création de l’État d’Israël et la destruction de la Palestine historique ont bien évidement eu des conséquences désastreuses sur la production et l’édition de la littérature palestinienne. Les écrivains, journalistes, traducteurs et éditeurs palestiniens ont désormais été obligés d’exercer leurs activités dans un environnement institutionnel où l’ensemble de la chaîne du livre était progressivement organisé autour de la langue hébraïque. Les conséquences ont été particulièrement visibles dans le domaine de l’édition. Entre 1948 et 1967, la production romanesque palestinienne en Israël est demeurée extrêmement limitée. Manar Makhoul recense seulement onze romans publiés durant cette période, dont plus de la moitié ont été édités par l’imprimerie Mabaʿat al-akīm, aujourd’hui disparue. En effet, Le monde éditorial arabophone des années 1950 se résumait en Israël à trois imprimeries et non maisons d’édition : Mabaʿat al-akīm à Nazareth, Mabaʿat al-Ittiḥād à Haïfa et Mabaʿat al-Zaibaq à Saint-Jean d’Acre, sans omettre l’institution étatique Dār al-Nashr al-ʿArabī. Ainsi, l’édition palestinienne apparaissait alors presque inexistante au regard du développement rapide de l’édition hébraïque. Comme le rappelle le romancier Atallah Mansour, publier un livre en arabe dans les années 1950 relevait presque de l’impossible en raison de la faiblesse des infrastructures éditoriales, du faible nombre de lecteurs ayant accès à l’enseignement secondaire et supérieur, et de l’isolement culturel imposé aux Palestiniens de 1948. 

Siège d’Al Aswar (Saint-Jean-d’Acre, 2018) © Sadia Agsous-Bienstein

Les maisons d’édition arabes dans un champ éditorial dominé par l’hébreu

L’édition en langue arabe en Israël s’est donc développée dans des conditions profondément inégales. Contrairement aux grandes maisons d’édition hébraïques, les éditeurs palestiniens disposaient de moyens financiers limités, d’un lectorat fragmenté par les frontières issues de 1948 et de réseaux de diffusion beaucoup plus restreints. La séparation des Palestiniens citoyens d’Israël du reste du monde arabe, renforcée par le régime militaire entre 1948 et 1966, a réduit considérablement les possibilités de circulation des livres, des auteurs et des idées.

Malgré ces contraintes, quelques maisons d’édition arabes ont progressivement vu le jour en Israël mais ce sont les revues culturelles et les journaux littéraires qui vont jouer un rôle fondamental dans la publication et la diffusion de la littérature palestinienne en langue arabe. La revue al-Sharq, fondée par Mahmoud Abbasi en 1970, a ainsi constitué un espace d’expression pour de nombreux écrivains palestiniens appartenant à des sensibilités politiques diverses. Elle a également accueilli des intellectuels juifs arabophones, parmi lesquels Sasson Somekh, illustrant les échanges culturels entre Juifs-Arabes et Palestiniens qui ont pu exister au sein du champ littéraire. 

En 1978, Yaqub Hijazi a fondé à Saint-Jean-d’acre la revue al-Aswar, publiée par l’Institute for Cultural and Social Development. Bien au-delà d’une simple revue littéraire, cette institution a progressivement fonctionné comme une véritable maison d’édition, publiant de nombreux auteurs palestiniens et contribuant à la diffusion de leurs œuvres. Les membres palestiniens du Parti communiste en Israël ont accordé une place importante à la création littéraire en langue arabe, notamment à travers le journal al-Jadid, publié à Haïfa. Celui-ci a accueilli les textes d’écrivains majeurs tels qu’Émile Habibi ou Salman Natour, dont plusieurs œuvres ont été accompagnées des illustrations de l’artiste Abed Abdi. En 1984, Fawzi Abdallah et Hanna Abu Hanna ont fondé à Nazareth la revue al-Mawakib afin de promouvoir la littérature et la culture palestiniennes produites en Israël.

Ces revues et ces structures éditoriales ont joué un rôle essentiel dans l’émergence d’un espace littéraire palestinien à l’intérieur d’Israël. Elles ont permis la publication de nombreux écrivains, favorisé la traduction d’ouvrages et contribué à la diffusion de la littérature palestinienne contemporaine. Aujourd’hui encore, les éditeurs palestiniens de 1948 participent régulièrement aux salons du livre du monde arabe, souvent grâce au soutien du ministère de la Culture de l’Autorité palestinienne. Toutefois, leurs capacités de publication, de distribution et de promotion demeurent sans commune mesure avec celles des principaux groupes éditoriaux israéliens.

Cet ordre hiérarchique entre le champ éditorial israélien et l’espace palestinien renvoie également à la place qu’occupe la langue arabe dans l’espace public israélien. Bien que l’arabe ait conservé, jusqu’en 2018, un statut officiel hérité du mandat britannique, cette « reconnaissance » demeurait largement symbolique. L’adoption, le 19 juillet 2018, de la Loi fondamentale : Israël, État-nation du peuple juif marque une étape supplémentaire dans cette tentative d’effacement de la langue arabe de l’espace public. Ce texte affirme que « l’hébreu est la langue de l’État », tandis que l’arabe ne bénéficie plus que d’un « statut particulier ». Pour la première fois depuis 1948, la hiérarchie coloniale entre les deux langues est inscrite dans une Loi fondamentale, consacrant juridiquement la prééminence de l’hébreu dans la définition de l’identité nationale juive israélienne. Cette évolution nourrit un profond sentiment de marginalisation parmi les écrivains palestiniens en Israël. L’écrivain Ayman Sikseck résumait cette inquiétude dès 2017 en écrivant que « la langue arabe devenait une étrangère, une réfugiée », dénonçant un processus qui transforme progressivement les Palestiniens en étrangers dans leur propre pays. 

Mur de l’apartheid (Bethlahem, 2019) © Sadia Agsous-Bienstein 

Au-delà de sa portée symbolique, cette évolution juridique vient renforcer des déséquilibres déjà anciens dans le domaine de la production culturelle. Les statistiques publiées chaque année par la Bibliothèque nationale d’Israël illustrent clairement cette situation. En 2025, un peu plus de 7 000 livres ont été publiés dans le pays. Près de 90 % de cette production a paru en hébreu, tandis que les ouvrages en arabe ne représentent qu’environ 4 %, contre 3 % en anglais. Si la part de l’arabe a doublé par rapport à 2024, où elle ne s’élevait qu’à 2 %, cette progression demeure limitée au regard de la place occupée par l’hébreu.

Le fait que l’anglais, langue principalement destinée au monde universitaire et aux marchés internationaux, représente une part comparable à celle de l’arabe souligne le déséquilibre qui caractérise le paysage éditorial israélien. La Bibliothèque nationale rappelle d’ailleurs que ces chiffres sous-estiment probablement la production en arabe, de nombreux ouvrages étant imprimés dans les pays arabes voisin sans être soumis au dépôt légal israélien. Les statistiques mettent également en évidence l’empreinte considérable laissée par le 7 octobre 2023 sur le monde du livre israélien. Depuis cette date, plus de 2 100 ouvrages ont été consacrés à l’attaque, aux otages, à la guerre et à ses conséquences. En 2025, près de 500 nouveaux titres sont venus enrichir cette production, soit environ 7 % de l’ensemble des livres publiés cette année-là. Essais, témoignages, romans, biographies, ouvrages commémoratifs et littérature jeunesse témoignent de la rapidité avec laquelle le secteur éditorial israélien s’est saisi de cet événement pour en faire un objet de mémoire, de réflexion et de transmission. Alors que du côté palestinien, une grande répression s’est abattue sur eux les empêchant d’exprimer leur solidarité avec Gaza meurtrie par le génocide.

À l’inverse, la production en langue arabe demeure quantitativement limitée et beaucoup moins visible dans les statistiques nationales. Cette différence ne résulte pas seulement de la taille respective des lectorats ; elle traduit des déséquilibres structurels qui affectent l’ensemble de la chaîne du livre, depuis les conditions de publication jusqu’à la diffusion des ouvrages. Publier en arabe en Israël ne consiste donc pas uniquement à écrire dans la langue d’une minorité. Il s’agit de produire des livres dans la langue de la population autochtone palestinienne au sein d’un État dont les principales institutions culturelles, éducatives et éditoriales sont organisées autour de la souveraineté de l’hébreu moderne au service d’un projet colonial qui vise à vider ce qui reste de la Palestine de sa population autochtone.

Cette politique de restriction éditoriale en arabe exercée par le champ éditorial hégémonique israélien est palpable aujourd’hui dans le reste des territoires palestiniens. Les arrestations, en février 2025, des responsables de lEducational Bookshop à Jérusalem-Est, suivies quelques jours plus tard de celles de trois libraires palestiniens de la vieille ville, ont rappelé avec force la place singulière qu’occupe aujourd’hui le livre dans la question coloniale palestinienne. Accusés d’« incitation à la haine » pour avoir vendu des ouvrages consacrés à la Nakba ou à l’histoire de la Palestine, ces libraires ont vu leur activité assimilée à une menace pour l’ordre public. Ces événements ne constituent pas des faits isolés ; ils s’inscrivent dans un contexte plus large de pressions exercées sur les institutions culturelles palestiniennes, qu’il s’agisse de librairies, de maisons d’édition, de bibliothèques ou de lieux de création comme le Théâtre national palestinien al-Hakawati à Jérusalem.

Cette situation ne saurait être interprétée uniquement à l’aune du génocide contre Gaza depuis octobre 2023, même si celui-ci a considérablement accentué les violences exercées contre les institutions culturelles palestiniennes. Cela s’inscrit dans une temporalité plus longue, que l’écrivain Elias Khoury qualifiait de « Nakba continue » (al-Nakba al-mustamirra). La dépossession ne concerne pas seulement les terres et les populations ; elle touche également les langues, les bibliothèques, les archives, les théâtres, les librairies et les maisons d’édition. Les livres deviennent ainsi des lieux de mémoire autant que des objets de savoir, tandis que les librairies palestiniennes apparaissent comme des espaces où se joue encore la possibilité de transmettre une histoire, une culture et une langue par le sumud de ses acteurs.


1 Connus sous le vocable Palestiniens de 1948, ils représentent 21% de la population en Israël. Environ 156 000 Palestiniens ont pu rester en Israël après 1948. Placés sous administration militaire jusqu’en 1966, ils ont été séparés des principaux centres intellectuels palestiniens et du reste du monde arabe avec lequel ils ont pu renouveler les liens après 1967.

2 Elle publie des romans en anglais.

3 Falastin vol. XXX, numéros 180-6435 (10.10.1946).

4 Le Yishouv (1882-1948) est une période importante dans l’histoire du sionisme durant laquelle les différentes vagues de migrations coloniales juives ont constitué des structures économiques, sociales et culturelles qui ont posé les bases de l’État d’Israël créé en 1948.


Sadia Agsous-Bienstein est maîtresse de conférences à l’université Sorbonne-nouvelle et coorganisatrice du séminaire « Faire des sciences sociales autour de la Palestine : renouvellement des savoirs et des pratiques » à l’EHESS. Ses recherches, ancrées en études culturelles, portent sur les cultures palestiniennes et israéliennes et les relations juives-arabes dans la région du MENA. 

 

[Source : www.en-attendant-nadeau.fr]

sábado, 6 de junho de 2026

Etgar Keret: «Una vegada vas ser humà. Ho tornaràs a ser»


Escrit per Andreu Barnils 

Etgar Keret (1967) és un dels autors israelians més reconeguts actualment. Els seus contes lúcids, brillants i colpidors han estat traduïts a més de quaranta llengües. Ara presenta El blues de la fi del món (la Segona Perifèria), obra elogiada per Quim Monzó, traduïda de l’hebreu per Paul Sánchez Keighley i definida encertadament per l’editorial així: “Keret sempre troba noves escletxes en el mur de la realitat obscura que ens ha tocat viure. Però aquestes esquerdes no les omple de llum i esperança, sinó d’humanitat.” L’israelià Keret, partidari dels dos estats, pacifista i anti-Netanyahu declarat, és un home que no tan solament té milers de lectors apassionats, sinó que també explica que a Israel és víctima del boicot de l’extrema dreta, i a l’estranger dels antiisraelians. Aquesta entrevista va ser feta la setmana passada per videoconferència i parlem dels tres grans temes del seu llibre i del moment: tecnologia, mort i política. 

—Expliqueu que va ser força impossible d’escriure després del 7 d’octubre de 2023.

—Les primeres setmanes després de la guerra van ser les més intenses, boges i depriments de la meva vida. Et despertes en una realitat en què algú que havia esmorzat a casa seva havia estat segrestat i portat a Gaza. La gent em venia a veure i em deia: “Tenim uns amics que no sabem si són segrestats o morts. Esperem que siguin morts.” Faig classes en una universitat del sud i em deien: “Si us plau, envia els teus estudiants a l’hospital, al dipòsit de cadàvers. Potser podran identificar el meu pare.” Tot era molt difícil. Et podria explicar un milió d’interaccions com aquestes. No et vull avorrir, però, per exemple, vaig fer de voluntari per recollir menjar per a gent gran. I quan vaig baixar al soterrani del local, vaig veure que hi havia un club. Feia pocs mesos de la guerra, tot era sang, presoners, soldats, i senties que a Gaza mataven criatures. Una bogeria. Hi entro i allò semblava el Manhattan dels anys noranta: noies guapíssimes, homes guapíssims, tothom ballant, tatuatges, bevent. I un noi, realment molt guapo, amb una arracada, que feia de cambrer i només portava una armilla sense samarreta, em veu i em diu: “Ets l’Etgar Keret? Mira, acabo de tornar de quinze setmanes a Gaza. Quan hi era, vaig trobar en algun lloc un exemplar d’un dels teus llibres. I cada vespre, abans d’anar a dormir, llegia un conte i em deia: així eres abans i així és com tornaràs a ser algun dia.” Una vegada vas ser humà. Ho tornaràs a ser. Això li va impedir de tornar-se boig: pensar que tornarem a ser humans. I va començar a plorar. I dos minuts després el veig besant una noia. Jo al principi escrivia des del meu castell, però ara era com si hi hagués hagut un accident i m’hagués convertit en professional paramèdic. I havia d’utilitzar els meus contes per aturar hemorràgies. 

—I què us va desblocar l’escriptura, doncs?

—Una trucada de la meva germana. Ella és ultraortodoxa, molt religiosa. Viu a Jerusalem. Té onze fills. Té més de cinquanta néts. Parla ídix. Té seixanta-dos anys i una besneta. Quan va començar la guerra, a Jerusalem no hi disparaven. Ella no coneixia cap soldat, ni cap persona segrestada, perquè els segrestats eren de quibuts, no són religiosos, i ella sí. I estava molt commoguda, però teòricament. Com jo em puc commoure per la guerra d’Ucraïna. És una idea, no una cosa que sentis. Comença a parlar amb mi i em diu que, com que aquesta guerra és tan terrible, ha triplicat les seves pregàries. I jo començo a posar-me cínic. “Saps què? No funciona. La gent és morta. Hauries de resar més.” Vaig ser molt, molt desagradable. M’adono que no sóc bona persona i li dic: “Escolta, què et sembla si en parlem al vespre? Ara he de fer una cosa.” Vaig a l’ordinador i em dic: escriuré un conte des del seu punt de vista, i el personatge principal és un dels meus nebots, el meu preferit. A la meva vida he escrit catorze contes sencers del punt de vista de Benjamin Netanyahu. I encara penso que és un imbecil, un paio horrible que hauria de ser jutjat a Europa i empresonat. Però cada vegada que acabava el conte jo em sentia menys enfadat. És un ésser humà horrible, però recordava que era un ésser humà. De manera que quan escric el conte del punt de vista del meu nebot ultraortodox, en algun moment, sento una transformació estranya. Si fins aleshores em deia “Escric sobre el meu nebot, escric sobre el meu nebot, escric sobre el meu nebot”, ara dic: “Escric sobre mi mateix!” I aquí és on em vaig adonar que hi ha alguna cosa molt semblant entre resar i escriure. Quan escric sé què vull, sé què desitjo, com ella. Tots dos intentem entendre què dimonis sentim. 

I aquest conte va permetre el desblocatge i escriure la resta?
—No, no.
La cosa és que m’agrada escriure contes, però no m’agrada editar-los, no m’agrada llegir-los, he de fixar dates arbitràries de publicació amb antelació. La data que havia triat era el 8 d’octubre de 2023. El dia 7 era festiu. Tenia temps. El dia 6 vaig llegir el manuscrit sencer, vaig anar a veure la meva dona i li vaig dir: “No puc publicar aquest llibre. M’agraden molt els contes, funcionen bé junts, però la meva mare ha mort, vinc d’una hèrnia discal, una depressió de sis mesos i he escrit sobre un món que no és el món real. És molt pitjor. I si la gent el llegeix, no hi podrà connectar perquè la seva mare és viva.” La meva dona em mira i em diu: “Edgar, ets una drama queen borratxa. Sempre en fas una muntanya, de qualsevol cosa. Mira, farem una cosa: de moment te n’oblides, anem a sopar, demà et lleves i tornes a llegir el llibre. Que encara et sembla dolent? Escrius un correu a l’editorial dient que ajornarem la data.” Doncs quan em llevo l’endemà vaig oblidar que havia escrit un llibre.

Per què?
—Perquè un míssil esclatava a prop de casa meva. Era el 7 d’octubre, el dia que Hamàs va atacar. Parlem amb no sé qui. “El meu germà i la seva dona eren sota la taula i hi havia gent disparant a través de la porta.” Uns altres ens diuen: “No trobem una amiga, ha desaparegut. Potser s’ha quedat sense bateria. Potser ha mort.” Quan comença la guerra del 7 d’octubre, vaig oblidar que havia escrit el llibre. Passen tres mesos. I torno a llegir el llibre. I dic a la meva dona: “Ara sí, és exactament això.” És com quan l’ascensor s’encalla entre dos pisos. El llibre s’ha quedat igual d’encallat, però la realitat ha caigut mig pis. Ara sí que estem anivellats. Som al mateix lloc. Tot el llibre menys dos contes havia estat escrit abans del 7 d’octubre.

En la majoria dels contes hi ha alguna mort. Per què?
—Malauradament, la meva vida ha estat plena de mort. He conegut molta gent que ha sortit d’una habitació i no ha tornat mai més. I també crec que, d’un punt de vista literari, la mort és gairebé una mena de punt al qual corres.
Dit això, crec que aquest llibre té un punt d’esperit d’època. Si intento d’explicar-me a mi mateix què diu aquest llibre, diria que diu que ens enfonsem, que no crec que puguem vèncer-ho, però que el nostre gran desafiament és continuar essent humans mentre ens enfonsem. Ara mateix, la vida ens esclafa. No podem canviar el món, però puc canviar els meus objectius, la manera com em comunico amb el món. I puc tornar-me més humil. I llavors potser hi ha esperança.

—“Góndola”: és una dona que diu a la parella: d’acord, he entès que em menteixes, però no passa res. Continua mentint-me.
—“Góndola” s’assembla molt a la cançó dels Rolling Stones: “No sempre pots aconseguir el que vols, però pots aconseguir el que necessites.” Aquest conte soc jo recalibrant-me respecte del món. Si em preguntessis fa cinc anys quin era el meu gran desig, hauria dit que el meu llibre fos a la llista de més venuts del New York Times. Ja no. Ara el que desitjo més del món és viure en un país que no té un govern de bojos feixistes que no respecten la vida humana. Si abans el meu desig era ser un arbre que vol arribar al sol, ara vull arrelar-me. Sé que jo sabria com manipular el sistema per estar a dalt de tot. Però això seria molt semblant a negociar amb el recepcionista del Titanic i aconseguir una millor habitació: una puta pèrdua de temps. El nostre gran repte ara és no enfonsar-nos. I no només Israel ha canviat d’una manera boja, boja. 

—Frase del llibre: “L’empatia és una malaltia que no té cura.”
—Tenim empatia i les xarxes socials intenten curar-nos de la nostra empatia. I quan dic que no té cura, és un intent de consolar-me i dir-me: per molt que ens fotin el cervell, al final, quan veus un gat atropellat, el cor et farà un salt. No ens ho podran prendre. Mira, soc qualsevol cosa menys tecnòfob, a la universitat vaig estudiar filosofia, matemàtiques, física, ciències de la computació.
De fet, vaig fer recerca sobre IA. M’agrada la tecnologia. Passa que m’agrada menys la humanitat, i en desconfio molt més. T’explicaré una petita història.

—Endavant
—La paraula robot ve de la paraula robota, treball. En els primers contes de ciència-ficció, ens imaginàvem que els robots eren persones que treballen en fàbriques i mines. Però la tecnologia s’adapta a allò que li demanem. I el primer que vam voler abandonar no va ser cuinar, servir o netejar, sinó prendre decisions: això és el que odiem més. I la tecnologia es va convertir en el nostre cap. Abans t’avorries i volies mirar una pel·lícula? Tu triaves una pel·lícula. Però ara, quan mires Instagram, no tries una història. No és teva. Aquest llibre tracta d’un món que perd la seva història.
El món està fotut perquè hem externalitzat la nostra història a les xarxes socials. 

—Quin podria ser un bon prompt per demanar a la IA?
—I per què voldries donar un prompt a una IA? Podries dir-me que voldries fer-ho per les mateixes raons per les quals un gos es llepa els ous: perquè pots. Però com a éssers humans avançats, hauríem de superar això de llepar-nos els ous  La tecnologia ens ha convertit en usuaris, no humans. Jo quan m’assec a escriure un conte, tinc alguna cosa, una energia, vull processar, vull entendre. Però quan dono un prompt a la IA, bàsicament el que m’interessa és el producte.

—Heu escrit també un conte sobre la fi del món.
—Crec que, en cert sentit, aquest és el meu conte més monzonià El que m’encanta de l’escriptura de Quim Monzó és que moltes vegades no intenta transcendir la humanitat, sinó caure profundament dins la humanitat, dient: potser al fons hi trobarem alguna cosa.

—Hi ha un altre conte que m’encanta: l’àvia que fuma porros i oblida coses.
—A Israel, les estadístiques diuen que el 30% de la gent té un trastorn posttraumàtic. Això és un terç de la població. La família més petita és un pare, una mare i un fill. Per tant, bàsicament, cada família té algú amb estrès posttraumàtic. Si mires Israel ara mateix, la majoria d’estudis diuen que tot el que és addictiu va a l’alça.
La gent fuma tres vegades més. La gent beu molt més alcohol. La gent fuma molta marihuana. La gent pren opiacis. La sensació és que la realitat és insuportable i que tothom vol fugir-ne.

—Voldríeu dir alguna cosa que no us hagi preguntat? 
—Crec que vivim en un món que està perdent el cap.
Abans la gent, com a entreteniment, anava a veure lapidacions públiques. Avui fan boicots, o qualsevol cosa que tingui a veure amb energies negatives. I tot és allà fora.

 

[Fotos: Lielle Sand - font: www.vilaweb.cat]