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quarta-feira, 18 de fevereiro de 2026

Philip Roth e la genesi di uno scrittore

La Capa. Ama le imprese, meglio se grandi e ancora da fare, e i racconti, meglio se brevi e americani. È una Gemelli e tende a farlo notare.


di Maria Di Biase

In un pomeriggio di aprile del 1959, Philip Roth era più impaziente del solito. Tre volte uscì di casa per raggiungere l’edicola sulla Quattordicesima Strada e trovare il nuovo numero del New Yorker; tra quelle pagine c’era Defender of the faith, il secondo racconto che aveva scritto, il primo pubblicato da una rivista importante. In quel periodo Roth aveva lasciato sua moglie Josie, si era trasferito nel Lower East side e aveva deciso che avrebbe provato a vivere soltanto della sua scrittura.

Defender of the faith è una storia ambientata sul finire della Seconda guerra mondiale. Il protagonista è Nathan Marx, un sergente ebreo che nel maggio del ’45 viene rispedito negli Stati Uniti per dirigere una compagnia di addestramento a Camp Crowder, nel Missouri. Alcuni soldati cercano di ottenere dei favori dal nuovo sergente sfruttando la comune ebraicità. Uno su tutti: la recluta Glossbart, un diciannovenne subdolo e bugiardo che mette in atto ogni stratagemma possibile per ottenere ciò che vuole. Il sergente Marx sarà costretto a prendere una decisione drastica per mettere in riga il soldato.

Defender of the faith scatenò reazioni violente presso la comunità ebraica, diventò tema di discussione nei sermoni dei rabbini, nei confronti familiari, in ogni dibattito universitario. Roth fu chiamato a rispondere di quel testo outrageous di fronte agli esponenti dell’Anti-Defamation League e a difendersi dalle accuse con articoli e interventi pubblici. Forse perché era il primo racconto che trattava l’argomento senza moralismo, forse perché era il primo racconto che trattava l’argomento su una rivista come il New Yorker (il direttore di allora era l’ebreo William Shaw. Tra i collaboratori ebrei del tempo il giornale vantava scrittori del calibro di J. D. Salinger). Centinaia di lettere di protesta invasero la redazione: il racconto era un attentato alla dignità degli ebrei. Philip Roth guadagnò l’appellativo di scrittore controverso e venne accusato di utilizzare la letteratura per dar libero sfogo alla sua inclinazione antisemita.

Roth non riusciva a capire: Defender of the faith era un’opera di fantasia e come ogni opera di fantasia attingeva dalla realtà senza mai raccontarla davvero. Perché doveva subire un trattamento del genere? Era possibile? Soprattutto: era giusto? Che colpa ne aveva lui se alcuni ebrei si erano riconosciuti nei difetti del soldato Glossbart?

Non tardai a capire che per odio di sé si intendeva una ripugnanza interiorizzata, ma non necessariamente consapevole, per i segni riconoscibili del proprio gruppo che culmina o in una serie di sforzi quasi patologici per espungerli o nella brutale denigrazione di coloro che ne sono così ignari da non provarci nemmeno.

La comunità intravide in quel racconto una mancata sensibilità per la sofferenza del popolo ebraico. Quale sofferenza, si chiedeva Roth. A dispetto dei divieti imposti dalla religione, i ragazzi sentivano sotto la pelle la stessa eccitazione dei loro coetanei, l’emozione di crescere nel più grande paese della terra. Gli ebrei americani non erano gli ebrei europei. Il peso di un passato che alcuni sentivano di portare addosso era solo l’ombra di un fantasma che nessuno aveva mai visto. Nelle scuole, nei campus, i giovani ebrei vivevano da veri americani, e questo era sotto gli occhi di tutti. Se c’era qualche differenza era da ricercare nello spirito, non in ciò che distingue un cattolico da un ebreo, ma un essere umano dall’altro.

Defender of the faith fu incluso nella raccolta Goodbye, Columbus e nel 1960 Roth vinse il National Book Awards. La polemica aveva attirato interessi, acceso discussioni e spinto il racconto più di quanto sarebbe successo se fosse stato scritto da qualcun altro. Roth presentò il libro in diverse occasioni, sia in America che in Europa. I suoi interventi erano brillanti, autoironici ma misurati; sapeva di avere a che fare con un pubblico pronto a scaldarsi al momento opportuno. Nel 1962 accettò di partecipare a un incontro organizzato dalla Yeshiva University di New York. Anche se il titolo della conferenza lo lasciava un po’ perplesso, La crisi di coscienza dei narratori delle minoranze, sapeva che declinare l’invito di una scuola ebrea ortodossa sarebbe stato considerato un affronto, l’ennesimo che gli avrebbero attribuito. Non aveva scelta ma si sentì rassicurato dal fatto che non sarebbe stato solo; insieme a lui erano stati invitati gli scrittori Ralph Ellison e Pietro Di Donato. Per i primi venti minuti i tre si presentarono al pubblico con alcune dichiarazioni introduttive sulla propria carriera. Roth aveva scritto il suo discorso per evitare che l’ansia del momento gli facesse dire cose che potevano essere fraintese. Conclusi gli interventi, il moderatore prese la parola e, quasi ignorando gli altri due, si rivolse a Roth e chiese: «Signor Roth, lei scriverebbe gli stessi racconti che ha scritto se vivesse nella Germania nazista?». Roth si rese conto che qualsiasi cosa avrebbe detto non avrebbe avuto importanza perché il processo era cominciato. Il pubblico fu chiamato a intervenire e lo scrittore capì che quel fervore non era dovuto soltanto a un giudizio negativo sulla sua scrittura: quella gente lo odiava sul serio. Il suo corpo reagì in modo inaspettato; avvertì un senso di profonda spossatezza, come uno stato d’incoscienza. Ralph Ellison condivideva la stessa posizione intellettuale di Roth e dopo trenta minuti di attacchi trasversali, sentì il bisogno d’intervenire per difendere il collega e spegnere gli animi. Il moderatore ringraziò gli scrittori e dal pubblico partì un applauso poco spontaneo. Roth cercò di allontanarsi ma venne circondato dalla cellula più ostile della folla che lo costrinse in una morsa di imprecazioni e insulti. «Fate largo, me ne vado!».

Era arrabbiato, così arrabbiato che promise a se stesso che non avrebbe scritto una parola in più sugli ebrei. Ma in quel giorno, che nella sua autobiografia [1] ricorda come uno dei più duri della sua vita, Roth aveva scoperto anche che l’aggressività che accompagnava il tema dell’autodefinizione ebraica era un magma inesauribile, una fonte d’ispirazione che non avrebbe potuto ignorare.

Dopo un’esperienza come la mia alla Yeshiva, bisognava che uno scrittore non fosse affatto uno scrittore per andare a cercare altrove qualcosa di cui scrivere. L’umiliazione che avevo subito davanti ai bellicosi spettatori della Yeshiva – anzi, la rabbiosa opposizione ebraica che avevo suscitato praticamente dall’inizio – fu l’occasione più fortunata che potessi avere. Ero marchiato a fuoco.

«Fanatica sicurezza, fanatica insicurezza» era questo il dramma degli ebrei d’America, lo stimolo che spinse Roth a creare Nathan Zuckerman, il suo alter ego, a scrivere Pastorale americana (Pulitzer per la narrativa nel 1998). A diventare quello che è oggi: uno dei più grandi rappresentanti della letteratura ebraico-americana nel mondo.


[1] Philip Roth. I fatti: autobiografia di un romanziere. Einaudi editore, 2013. Traduzione di Vincenzo Mantovani (pp. 118-136).

[Foto: Darius Anton - fonte: www.treracconti.it]

sábado, 20 de dezembro de 2025

Philip Roth et nous

 

Écrit par Olivier Galland  

Le livre que Marc Weitzmann consacre au grand écrivain américain Philip Roth n’est pas une biographie. C’est à la fois l’histoire d’une amitié d’une vingtaine d’années entre les deux hommes et par conséquent l’histoire également de la rencontre entre deux mondes, deux univers culturels et politiques, celui de l’Amérique et celui de l’Europe. C’est aussi une réflexion sur la judéité, puisque les deux hommes sont juifs et réfléchissent tous deux à la place des juifs dans la société moderne et à la question de l’antisémitisme. 

Le livre se présente donc comme un jeu de miroir entre la vie intellectuelle française, essentiellement parisienne, et le bouillonnement culturel américain dont Roth fut un des principaux artisans. Du côté français, Marc Weitzmann fait notamment la chronique des rapports mouvementés qu’il a entretenus avec le magazine Les Inrockuptibles, revue culturelle et politique classée à gauche, jusqu’à sa rupture à l’occasion d’une tribune au Monde où il souligne la parenté qu’il décèle, malgré leur opposition politique, entre Les Inrocks et Michel Houellebecq, révélant « un conformisme et un désarroi commun ». Rapprochement inacceptable pour le directeur du magazine qui le congédie sur le champ.  

Houellebecq justement est une autre figure de la vie culturelle française sur laquelle s’attarde Marc Weitzmann, avec un mélange de fascination et de répulsion. Son antilibéralisme foncier pouvait le rapprocher de la gauche, mais offrir à ses lecteurs « la démission et la médiocrité assumées comme seuls abris souhaitables aux réfugiés de la brutalité capitaliste » n’avait évidemment rien de glorieux et de séduisant.   

Cette figure d’une mentalité française, oscillant entre romantisme et nihilisme et portée par la haine de soi et le désir de destruction, est véritablement, comme l’écrit Weitzmann, « l’anti-Roth », celui qui comme Houellebecq « adoptait le parti de la masse contre l’individu d’exception ».  

Roth, contrairement à Houellebecq, croit à l’intégration, il l’a voulue pour lui-même et la défend pour les juifs américains. Cela lui a valu des déboires et même des accusations d’antisémitisme (!), dont le livre fait l’historique dans des pages tout à fait passionnantes et très actuelles. La polémique s’est développée à l’occasion de la sortie de son livre, Goodbye, Colombus, un recueil de nouvelles publié en 1959 qui passe au scalpel les rapports des juifs à la société américaine et dans lequel il se moque de leur bigoterie, de leur rigidité et de leur esprit de corps. À la suite de cette publication, il est violemment attaqué, notamment par un professeur de science politique de la Yeshiva University, Emanuel Rackman, qui va jusqu’à demander qu’on le « réduise au silence ».   

Voilà les propos de Roth, rapportés par Marc Weitzmann, lors d’un débat organisé par la Yeshiva University en 1962 sur le thème « conflit de loyauté chez les écrivains issus des minorités » et dans lequel il veut s’expliquer au sujet des accusations dont il est l’objet : « Prétendre qu’il y a des sujets sur lesquels il ne fallait pas écrire ni attirer l’attention du public parce qu’ils risqueraient d’être mal compris par des esprits faibles ou mal intentionnés revient à mettre les malveillants et les esprits faibles en position de déterminer ce qu’il est ou non licite d’exprimer. Dans ces conditions on ne combat pas l’antisémitisme, on s’y soumet ; on se soumet à un rétrécissement de la conscience, parce qu’être conscient et parler franc, c’est trop risqué ». Ces quelques phrases closent magistralement le débat sur les dangers qu’il y aurait à explorer des sujets politiquement explosifs, comme ceux sur l’antisémitisme.   

Roth s’élève contre le « narcissisme victimaire » concernant les juifs, à l’occasion de la polémique l’opposant à Emanuel Rackman ; il refuse que les juifs se « cantonnent dans le rôle de victime au sein d’un pays (les Etats-Unis) où rien ne les y oblige. » Il parle à ce sujet de « l’hystérie des assiégés ».   

Aussi bizarre que cela puisse paraître, en lisant ces lignes, on ne peut s’empêcher de faire le parallèle avec les musulmans d’aujourd’hui dans la société française auxquels certains tentent, comme le faisait Emanuel Rackman avec les juifs américains, d’inoculer cette mentalité d’assiégé et cet état d’esprit victimaire. Mais, jusqu’à présent, on n’a pas vu se lever un Roth musulman.   

Le livre de Marc Weitzmann n’est pas un compte rendu bibliographique exhaustif, mais il parle évidemment des ouvrages majeurs de Philip Roth. Parmi ceux-ci il fait une place à La Tache, paru en 2000 aux États-Unis ; un livre prémonitoire dont le héros est un renégat qui a répudié sa propre identité (noire) au profit d’une autre, à l’époque plus avantageuse, l’identité juive, subterfuge autorisé par ses caractéristiques physiques. Mais c’est un renégat qui sera lui-même piégé par la question identitaire et l’émergence du wokisme et de la cancel culture (termes alors absents du débat politique) qui le conduiront au bannissement quand, ironiquement, il sera accusé de racisme à l’encontre de deux étudiants noirs, lui qui a caché ses propres origines. Un très grand livre sur la question de l’identité et de ses pièges.   

Le livre de Marc Weitzmann est aussi l’histoire d’une amitié, et d’une complicité intellectuelle ; une amitié pas facile, car Roth, tel que le décrit Weitzmann, est une personnalité d’une extrême exigence, l’exigence d’une sincérité totale, « l’ami le plus inflammable que j’ai pu avoir » dit-il. Il est évidemment sensible à l’intelligence du romancier, « sophistiquée mais jamais cérébrale, toujours connectée à sa sensibilité, et ponctuée d’hilarités sauvages, d’un sens tragique de l’existence, d’ironie, et aussi pour étonnant que cela puisse paraître, des jeux et des grandes naïvetés de l’enfance ». Les deux amis partagent également, bien sûr, une « judéité ashkénaze », une « judéité historisée, et non plus religieuse ».   

Les amateurs de littérature américaine aimeront ce livre, car il est un plaidoyer pour cette littérature, une littérature qui, comme les romans de Roth (c’est sa part sauvage), « dynamite tout, conventions sociales, lieux communs idéologiques, tout jusqu’au moindre soupçon d’académisme ou de cérébralité », à l’inverse de la littérature française « qui n’aime rien tant que les manifestes, les écoles, les catégories et les groupes ».   

Philip Roth est lié à l’Europe par son origine, l’histoire de sa famille (ses grands-parents sont des immigrés juifs de Galicie dans l’actuelle Ukraine), mais avec les membres de sa génération, cette Amérique attachée à l’Europe, à son histoire, à sa culture est en train de disparaître. Marc Weitzmann en fait le constat amer à la fin de son livre. Roth s’en rend compte lui-même lorsqu’il constate que sa dernière femme, « an American woman » (« et cela voulait dire : individualiste, généreuse, combative, jamais une victime ») est totalement ignorante de l’histoire européenne lorsqu’il la lui raconte depuis 1933, l’année de sa naissance. Elle ignore tout : « son Amérique à elle lui était aussi étrangère que, pour elle, le Manhattan artistique et littéraire qu’il lui faisait découvrir ».   

Marc Weitzmann, La Part sauvage, Grasset, 202


[Source : www.telos-eu.com]

domingo, 7 de julho de 2024

Joshua Cohen: «Netanyahu é uma pessoa horrível, numa situação impossível. Quando temos uma combinação de uma pessoa horrível e uma situação impossível, é difícil saber quem culpar.»

 

Em Lisboa para o Meet the Author da FLAD, o escritor americano Joshua Cohen, autor de A família Netanyahu, vencedor do Pulitzer, falou ao DN sobre ser judeu na América hoje. Recordou o dia do ataque do Hamas e explicou como o primeiro-ministro israelita procura ser digno do legado do pai, protagonista deste romance.

 


Escrito por Helena Tecedeiro


O seu A Família Netanyahu é sobre Benzion Netanyahu, o pai do atual primeiro-ministro de Israel , Benjamin Netanyahu. Porque é que decidiu fazer este “relato de um episódio menor e no fundo até insignificante da história de uma família muito famosa” como se lê no livro?

Não sei se isto tem a ver com decisões. Acho que escrevemos o livro que conseguimos escrever. Acredito que cada livro é um acidente e portanto eu tive muita, muita sorte por  me ter deparado com uma anedota muito amorfa e vaga que me foi contada pelo crítico literário americano Harold Bloom, que me pediu para o ajudar a escrever as suas memórias e, no processo de o ajudar, ou de começar a escrever essas memórias, que nunca foram publicadas porque ele morreu entretanto, mas no processo de trabalho com ele, ele contou-me uma espécie de anedota muito breve sobre o encontro com Benzion e toda a família Netanyahu em 1959-1960. Na verdade, era apenas uma anedota com uma frase, mas ficou comigo. E surgiu a ideia que começou a responder a algumas perguntas, ou a levar a algumas respostas para perguntas que eu tinha há muito tempo, como: porque é que a família Netanyahu estava nos Estados Unidos? O que é que eles estavam a fazer ali? O que os levou até lá?, etc., etc.

Este é um livro da covid, foi escrito durante a pandemia?
Sim, foi uma das coisas que fiz durante a covid. Não fiz pão, nem jardinei [risos]. Fui eu a única pessoa que não fez pão, e não foi por ser intolerante ao glúten...só não sou bom a fazer pão. Com a covid, o que era engraçado é que surgiu toda uma série de artigos sobre estar sozinho em casa. Falava-se disso, de como lidar com o excesso de tempo. Foi então que pensei: a covid tornou todas as pessoas em escritores. Eu passei a minha vida toda a lidar com isto. É preciso aprender a disciplinar-se. Para mim, a covid foi como qualquer outra altura, com a diferença de que morreram mais algumas pessoas. 

O seu livro é uma reflexão acerca da identidade judaica americana. E mostra um choque entre o muito americano judeu Ruben Blum e uma família Netanyahu muito judia israelita. Ser judeu hoje na América é totalmente diferente do que era nos Anos 60?
Bom, eu não estava por cá na altura [risos]. Tendo a pensar que, honestamente, este livro pode ser entendido como um encontro entre judeus americanos e judeus israelitas, sem dúvida. Mas a minha abordagem ao livro não foi essa. A minha abordagem foi que este livro fosse uma tentativa, da minha parte, de examinar a história das políticas identitárias. Se perguntar às pessoas que falam sobre política identitária, a maior parte irá dizer-lhe que esta começou com a geração de 1968. E, a certa altura, trata-se do que é a representação minoritária, entre aspas, na política, nos media, na academia, certo? O que, em algum momento da década de 1980, se tornou institucionalizado. De repente, surgiu um impulso institucional para a representação das “minorias” e assim por diante. E essa é, eu acho, a história que a maioria das pessoas lhe contará. A verdade é que quanto mais eu lia sobre Benzion Netanyahu, e quanto mais mergulhava na política de [Zeev] Jabotinsky e no início do sionismo, mais percebia que o maior triunfo da política de identidade ocorreu bem no início desta política, e foi o sionismo. O sionismo era uma política de identidade. E o sionismo foi o maior triunfo da política de identidade. Se se trata de uma minoria ganhar os seus direitos ao ponto de estabelecer o seu próprio Estado e a sua própria legitimidade, que outra minoria conseguiu isso? A resposta é que o sionismo foi a primeira. O que me interessou foi que, se dissesse a alguém de esquerda - que agora acredita na política de identidade - que o maior triunfo desta política foi o sionismo, eles iriam cuspir-lhe em cima. E, por isso, fiquei muito interessado no facto de a retórica que ouvimos da esquerda sobre a política de identidade ser exatamente a política de identidade que estava por detrás do sionismo. E, no entanto, estas duas coisas são agora vistas como estando em lados opostos do espetro político.

A tese de Benzion Netanyahu era sobre os judeus em Espanha e na Península Ibérica e as consequências da Inquisição. E a sua principal ideia é que os judeus estão condenados a sofrer, o que aconteceu, de facto, ao longo da História. Mas se olharmos para o que aconteceu depois do ataque de 7 de outubro do Hamas contra Israel, poucos parecem reconhecer o sofrimento do lado israelita. Hoje o antissemitismo está mais vivo do que nunca, sobretudo na esquerda americana? Esta reação surpreendeu-o?
Não, não me surpreendeu. É engraçada porque Philip Roth, cujo espírito assombra parte deste livro, costumava dizer que não importa o tamanho da população dos Estados Unidos, há sempre duas mil pessoas que leem romances. Gosto desta ideia. Aconteça o que acontecer - haver sempre duas mil pessoas que leem romances. E de certa forma acho que o mesmo se passa com o antissemitismo. Está sempre presente. Vai sempre existir, nunca vai desaparecer. Simplesmente, algumas vezes torna-se mais apropriado politicamente, ou torna-se mais permissivo, expressar essas emoções. É o que chamamos de normalização, certo? A ideia de que algo de repente se torna normal ou, de repente, se torna válido ou aceitável expressar essas opiniões. Portanto não me surpreendeu. O que me surpreendeu, e não devia ter surpreendido, mas o que é notável é que os judeus - e um pouco o mundo árabe também - sempre foram usados pela Europa como um símbolo ou um proxy para problemas não judeus. Por isso, a esquerda americana vê o conflito israelo-palestiniano através das lentes das relações raciais e dos direitos cívicos nos Estados Unidos, através da história americana da escravatura. Portanto, nas suas cabeças, os israelitas são os brancos. Os palestinianos são os negros ou castanhos. É isto corresponde completamente ao seu conceito de relações raciais na América. Na Europa, geralmente olham para o conflito israelo-palestiniano através das lentes do fim do império e do colonialismo. É a ideia de um país ir para o estrangeiro, para um país mais pobre, mais escuro, de se instalar, de o colonizar, de violar, de pilhar e roubar tudo o que este tem, e trazer tudo para a sua capital rica. Nenhum destes dois quadros tem nada a ver com a realidade do conflito. Portanto, o que é surpreendente para mim é este privilégio recorrente da elite democrática ocidental de ver este conflito estrangeiro em termos locais, como uma forma de evitar lidar com as suas próprias questões locais. Como, por exemplo, a imigração. 

As pessoas têm tendência a ver as coisas em termos locais e muito a preto e branco. Sobretudo, em relação ao conflito israelo-palestiniano, ou estão de um lado ou do outro e não parecem tentar compreender o outro lado... 
Sim. Mas isso não se aplica a alguns israelita e alguns palestinianos que eu conheço e que têm de viver com esta realidade. Grande parte das pessoas esquece que 25% da população de Israel é árabe. Quando falam do massacre do 7 de outubro, esquecem-se de que muitos árabes e muitos beduínos foram mortos, foram massacrados. Incluindo uma mulher grávida que foi morta com o seu bebé.

Esse dia do ataque do Hamas tem sido apelidado do 11 de setembro de Israel e imagino que, um pouco como no 11 de setembro, todos os judeus do mundo se lembrem onde estavam nesse dia. Onde é que o Joshua estava? Como é que soube da notícia e qual foi a sua reação?
Onde é que eu estava? Na verdade, é uma ótima história. A minha mulher…

Que é israelita, certo?
Sim, nós vivemos metade do ano em Telavive e metade do ano nos Estados Unidos. Portanto, a minha mulher é jornalista do diário Haaretz. Uma jornalista muito, muito séria. E uma coisa que eu acho engraçada na minha mulher é que ela tem zero interesse em filmes. Nenhum. Não se lembra dos filmes que viu, não tem interesse em ir ao cinema. E eu estou sempre a tentar convencê-la a ver um filme comigo. Mas ela diz sempre que não. E nesse dia eu tinha acabado de lhe dizer qualquer coisa. Tinha feito uma referência a qualquer coisa e ela diz-me que conhece aquela fala, que é de um filme, mas não sabe de qual. Eu digo que é d’O Padrinho. E então percebo que a minha mulher nunca viu O Padrinho! Andámos a falar disso durante vários dias e na sexta-feira digo, que se lixe, vamos ver O Padrinho. Os três filmes. O que dá umas boas nove horas. E o terceiro é péssimo! Mas passámos a noite a ver os filmes, até ao outro dia de manhã. Estamos ali à frente da televisão e é a cena em que a Sofia Coppola é morta a tiro. Lembra-se? Nos degraus da ópera. E a minha mulher está a chorar. Porque é a filha do realizador. Como é que ele mata a própria filha no fim do filme? Eu digo-lhe que o filme é um bocado estúpido. E quando vou olhar para o telemóvel, vejo as notícias de Israel. E passamos todos a ter motivos para chorar.

Estavam nos Estados Unidos nesse momento?
Estávamos nos Estados Unidos. Mas na semana seguinte já estávamos em Israel. E a minha mulher teve de voltar ao trabalho.

Voltando ao seu livro, um Benjamin Netanyahu criança tem uma pequena participação…
Sim, ele aparece a dar palmadas no pénis do irmão…

O que é uma cena memorável, de facto! Do que se sabe, até que ponto é que Benjamin Netanyahu se inspirou na visão do mundo do pai? No revisionismo sionista, na sua tese de que o conflito está na essência dos árabes?
Ele herdou, sem dúvida, a ideologia do pai, a sua filosofia, que era essencialmente uma visão jabotinskiana. Mas mais do que isso, acho que ele está empenhado em vingar o pai. O pai de Netanyahu sentiu frustração e raiva por ter sido excluído de participar nos primórdios da formação do Estado de Israel, como aconteceu com todos os revisionistas. Foram excluídos de participar nos primeiros anos da existência de Israel. Penso que, em muitos aspetos, Netanyahu vê a sua carreira não apenas como uma vingança pelo esquecimento a que o pai foi votado, mas também como uma forma de provar ao pai que é digno do seu legado, sobretudo depois da morte do irmão mais velho, Yoni, em 1976, em Entebbe. Ele sente que tem de estar à altura.

Durante muito tempo Benjamin Netanyahu também acreditou ser o único líder em Israel capaz de garantir a segurança do país. Mas agora tem sido criticado pelas falhas no 7 de outubro. Continuar a guerra em Gaza e talvez mesmo abrir outra frente contra o Hezbollah no Líbano, é uma forma de se manter no poder?
Neste momento não consigo imaginar uma frente no Líbano. É completamente assustador. A quantidade de armas de longo alcance, de mísseis, que o Hezbollah tem. Além da situação nuclear com o Irão. Não tem nada a ver com Gaza, que é um conflito restrito. Uma guerra com o Hezbollah é a guerra aberta com o Irão.

Mas acha que Netanyahu tem interesse em alimentar estes conflitos?
Acho que é fácil dizer isso, que ele prossegue com a guerra para se manter no poder e fora da cadeia, claro. Mas ele também está a manter a guerra para evitar ter de reconstruir Gaza, que é um projeto económico impressionante tendo em conta a quantidade de danos que o Governo israelita causou. Quer dizer, ele tem todos os motivos para continuar a guerra, desde o seu desejo de ficar fora da prisão até ao seu desejo de não levar o país à falência, reconstruindo infraestruturas que o irão atacar novamente. Por isso, não sei. Além disso, como é que se põe fim à guerra sem os reféns terem sido libertados? Ou seja, eu acho que Netanyahu é uma pessoa horrível, mas também está numa situação impossível. E quando temos uma combinação de uma pessoa horrível e uma situação impossível, é difícil saber quem culpar.

O seu livro passa-se num campus universitário. Nos últimos meses vimos os campi universitários americanos tornarem-se palcos de inúmeros protestos contra Israel e pró-Palestina. A causa palestiniana ganha cada vez mais adeptos na esquerda e entre os jovens nos Estados Unidos?
Claro. Mais uma vez acho que temos de encarar isto no contexto das relações raciais nos Estados Unidos. É significativo que se esteja do lado da minoria nos Estados Unidos. Acho que tem muito pouco a ver com a situação global real. Também tem a ver com o facto de haver muito mais árabes do que judeus nos Estados Unidos. Como na Europa também há muitos mais árabes do que judeus. Trata-se basicamente de apaziguar uma população local pela qual os europeus - ou americanos - brancos se sentem ameaçados.

Os Estados Unidos são o maior aliado de Israel e ao longo dos tempos habituámo-nos a ver esse apoio pouco ou nada variar quer o presidente fosse democrata quer fosse republicano. Mas com tanta contestação, a questão israelo-palestiniana e o apoio a Israel podem custar votos a Biden em novembro?
Não, Biden vai perder a eleição por conta própria. Dizer o contrário seria pôr as culpas nos judeus, que é exatamente o que as pessoas estão a tentar fazer - dizer que Biden perdeu por causa dos judeus, por causa de Israel. É assim que o antissemitismo funciona. Oiça, do meu ponto de vista, a América não é o maior aliado de Israel por adorar os judeus ou por o lóbi judaico ser muito forte na América. A América é o maior aliado de Israel porque não há, na região, qualquer outro país aberto aos interesses americanos. A América ainda é uma aliada bastante próxima da Arábia Saudita - é porque gostamos da forma como tratam as mulheres ou os jornalistas? É porque a Arábia Saudita financiou os terroristas que lançaram os aviões contra o World Trade Center? Não. Somos aliados porque os sauditas alinham com os interesses americanos. São os interesses americanos em primeiro lugar. Sempre. E quando a América se cansa, vai-se embora. Como fez no Afeganistão. Diz tchauzinho mulheres afegãs que enviámos para a universidade, boa sorte com os talibãs!

Novos projetos?
Tantos! Tenho dois novos romances. E são bons [risos].

[Fonte: www.dn.pt]

sábado, 18 de novembro de 2023

« Youssef Salem a du succès », film de Baya Kasmi (France, 2022)

Écrit par Mouloud Mimoun

journaliste, critique de cinéma

C'est un second long-métrage que signe Baya Kasmi après Je suis à vous tout de suite (2015) qu’elle a coécrit avec son complice de toujours Michel Leclerc, lequel a réalisé Le Nom des gens en 2010 avec Baya au scénario. Les deux amis se sont à nouveau associés à l’écriture de Youssef a du succès, une comédie plutôt tendre qui fonctionne d’autant mieux qu’elle met en vedette Ramzy Bedia, mais tout autant une fratrie rassemblée autour des parents de Youssef, Omar (Abbes Zahmani) et Fatima (Tassadit Mandi) qui vivent dans le Midi à Port-de-Bouc.

À 45 ans, Youssef Salem a toujours réussi à rater sa carrière d’écrivain jusqu’au jour où son nouveau roman, Le Choc toxique, rencontre le succès parce que l’intrigue s’inspire des siens pour le meilleur, et surtout pour le pire ! Il est rongé par la honte car il y dévoile les tabous qui habitent souvent les familles franco-algériennes. Dès lors, Youssef aura pour hantise que ce roman, en fait autobiographique, tombe entre les mains de sa famille à la fois pieuse et prude, alors qu’il n’hésite pas à aborder les questions qui fâchent, à savoir notamment le sexe et l’homosexualité. Sa sœur Bouchra (Melha Bedia, formidable comme à chacune de ses apparitions dans les rôles des films qu’elle interprète ou qu’elle réalise) fait croire à ses parents qu’elle vit en colocation alors qu’elle est en couple avec une femme.

Baya Kasmi, qui s’est inspirée de Philippe Roth et de sa série littéraire Nathan Zuckerman, a transposé l’idée dans une famille algérienne. Dans la série américaine, la première chose que le père de Zuckerman lui demande quand il apprend que son fils écrit un livre est : « Est-ce que d’une façon ou d’une autre, Hitler aurait pu se réjouir de ce que tu as écrit ? », et c’est exactement ce que le père aurait pu demander à son fils Youssef : « Est-ce que Le Pen pourrait se réjouir en lisant ton livre ? » Adopter le ton de la comédie est apparu très vite comme une évidence pour les deux coscénaristes, car le sujet lui-même renvoyait à la tragi-comédie. Les personnages sont tous ambivalents, contradictoires avec eux-mêmes et avec leur histoire. La France est schizophrène avec ces Arabes, qui, eux-mêmes, sont schizophrènes avec la France. Ce que dit Bouchra : « En France, tout le monde a un problème avec les Arabes… même les Arabes ! » Effectivement, ces situations et ces dialogues ne pouvaient s’exprimer que par la comédie. « Les rapports au sein d’une famille sont tout aussi paradoxaux », remarque Baya Kasmi. « Car c’est la coexistence d’un amour fou et d’une exaspération folle qui produit la comédie. Les mensonges de Youssef, au fond ce n’est que cela. Il a peur de tuer son père avec ce livre, mais pour être soi-même ne faut-il pas tuer le père ? »

Le récit du film est rythmé par les allers-retours de Youssef entre Paris où il loge dans une chambre de bonne et Port-de-Bouc où vit toute la famille. Dans le TGV, il noircit son petit calepin de réflexions continues. À Paris, il est épaulé par son éditrice, que joue Noémie Lvovsky très à l’aise dans son personnage enamouré pour Youssef et active dans le monde littéraire, au point que Le Choc toxique finira par décrocher le Goncourt malgré le nombre de fautes d’orthographe que collectionne Youssef au grand dam de son père, attaché à la bonne expression de la langue française. Par ailleurs, si Youssef ne répond pas aux avances de son éditrice, c’est qu’il est très amoureux de son amie d’enfance, Léna, brillamment interprétée par la lumineuse Vimala Pons. Autre personnage du film, Rachid (Lyes Salem, très bon), sorte d’ovni, est à l’opposé de son ami Youssef, lequel est un auteur, quand Rachid, lui, fait de sa vie un roman qu’il veut réussir en tant qu’Arabe alors qu’il est marginalisé en raison justement de ses origines.

Dans sa construction, le film est divisé en deux parties : une première, en voix off, incarne le roman de Youssef, tandis que la deuxième partie et le reste du film représentent la réalité. « Il fallait que cette première partie fasse exister son univers d’écrivain, raconte Baya Kasmi, les mots devaient être remplacés par des plans et le style de la mise en scène devait incarner son écriture. Youssef ne cesse de répéter dans le film : “Et la langue ?” car il veut qu’on remarque l’écriture de son livre, que son œuvre a d’autant de fond que de forme, donc qu’il est un artiste. »

Autre enjeu de la mise en scène : le format scope qui s’est imposé à la réalisatrice qui évoque le format cinéma de son enfance, lequel vous plonge aussitôt dans l’imaginaire d’un récit ample et loin de tout réalisme social. Youssef, même s’il a pris soin de changer les noms, voire le genre, de ces protagonistes, ne trompe personne avec cette fiction qui au fond est une autobiographie.

Comme le note Marie Sauvion dans Télérama, « Baya Kasmi et Michel Leclerc à l’image de Je suis à vous tout de suite et du Nom des gens traquent le politique du côté de l’intime ». Quant à Ramzy Bedia, notre héros malgré lui, il a su convaincre la cinéaste par son énergie débordante, son côté drôle et lumineux. mais, remarque Baya Kasmi, « hypersensible, à fleur de peau. Lorsque j’ai eu l’idée de cette histoire, j’avais besoin d’un alter ego pour incarner cet écrivain de l’intime ». Et le film fait bien ressentir que l’auteur est décidément son double.

[Source : www.histoire-immigration.fr]

domingo, 12 de novembro de 2023

Lídia Jorge vence Prémio Médicis Étranger com romance «Misericórdia»

É a primeira autora de língua portuguesa distinguida com o galardão criado em França em 1970

                      A escritora Lídia Jorge em entrevista ao DN

O romance "Misericórdia" (2022), de Lídia Jorge, venceu o Prémio Médicis Étranger, ex-aequo com o romance "Impossibles Adieux", da sul-coreana Han Kang, segundo o anúncio do júri.

Lídia Jorge, 77 anos, é a primeira autora de língua portuguesa distinguida com o galardão criado em França em 1970, sublinham as Publicações D. Quixote, que editam a escritora.

O prémio foi entregue pela primeira vez ao italiano Luigi Malerba e já distinguiu, entre outros, autores como Milan Kundera, Julio Cortázar, Doris Lessing, Umberto Eco, Elsa Morante, Antonio Tabucchi, Philip Roth, Orhan Pamuk, Antonio Muñoz Molina e David Grossman.

"Misericórdia" foi traduzido para francês por Elisabeth Monteiro Rodrigues, e editado pela Métailié.

O romance foi distinguido, na passada quarta-feira, com o Prémio Fernando Namora, por unanimidade, depois de já ter vencido o Grande Prémio de Romance e Novela da Associação Portuguesa de Escritores, e os prémios Urbano Tavares Rodrigues, P.E.N. Clube Português e o de Melhor Livro Lusófono publicado em França.

"Misericórdia" foi escrito por Lídia Jorge quando a mãe, internada numa instituição para idosos, no Algarve, várias vezes lhe pediu que escrevesse um livro com este título.

A história decorre entre abril de 2019 e abril de 2020, data da morte da mãe da autora, que foi uma das primeiras vítimas da covid-19 no sul do país.

"A minha mãe pediu-me várias vezes para escrever um livro que se chamasse 'misericórdia', porque ela achava que havia um desentendimento no tratamento das pessoas, achava que as pessoas procuravam ser amadas, mas não as entendiam. Pediu-me que escrevesse um livro chamado 'misericórdia', para que se tivesse compaixão pelas pessoas e as tratássemos como se fossem pessoas na plenitude da vida", revelou a autora em entrevista à agência Lusa, quando da publicação do romance.

Segundo a escritora, este não é um livro "mórbido" e a sua escrita não lhe suscitou sentimentos de tristeza ou dor. Antes, é um "livro sobre o esplendor da vida que acontece quando as pessoas estão para partir", sobre os "atos de resistência magníficos, que as pessoas têm no fim da vida".

Segundo a editora portuguesa da escritora, "Misericórdia" tem "já os direitos de publicação vendidos para Espanha (La Umbria y La Solana), Alemanha (Secession), Colômbia (Tragaluz) e México (Elefanta), com publicação durante a Feira Internacional do Livro de Guadalajara, que se realiza a partir de 25 de novembro até 3 de dezembro, para a qual Lídia Jorge é uma das escritoras convidadas.

O outro romance com o qual Lídia Jorge reparte o Médicis Étranger, "Impossibles Adieux" ("Adeus Impossíveis"), de Han Kang, vai ser publicado em Portugal no próximo ano, adianta a editora do grupo LeYa.

O júri do Prémio Médicis foi presidido por Anne F. Garréta e composto por Marianne Alphant, Michel Braudeau, Marie Darrieussecq, Dominique Fernandez, Patrick Grainville, Frédéric Mitterrand, Andreï Makine, Pascale Roze e Alain Veinstein.

Em 2019, a escritora foi finalista do Prémio Médicis com o romance "Estuário".

Em abril passado, Lídia Jorge foi distinguida com o Prémio Vida Literária da APE e, em setembro, com o Prémio Eduardo Lourenço de carreira.

Lídia Jorge estreou-se com a publicação de "O Dia dos Prodígios" (1980). Desde então tem publicado romance, conto, ensaio, teatro, crónica e poesia. As suas narrativas foram adaptadas a teatro, televisão e cinema.

Entre outros prémios, Lídia Jorge recebeu o Correntes d'Escritas, em 2004, Prémio Albatros, da Fundação Günter Grass, em 2006, e o Prémio FIL de Literatura em Línguas Românicas, das Feira do Livro de Guadalajara, no México, em 2020.

No ano passado o vencedor do Prémio Médicis Étranger foi o ucraniano Andreï Kourkov o romance "Abelhas Cinzentas".

Hoje foram também conhecidos os vencedores do Prémio Médicis de Ensaio, Laure Murat pela obra "Proust, roman familial" ("Proust, um romance familiar"), e o canadiano Kevin Lambert venceu o Médicis da Francofonia, com "Que notre joie remaine" ("Que a nossa alegria permaneça").


[Foto: Paulo Alexandrino / Global Imagens - fonte: www.dn.pt]

segunda-feira, 6 de novembro de 2023

Deixar de escribir

                                                                                   Philip Roth

Escrito por Diego Giráldez

Deixar de escribir é doado. Tanto que Herman Melville deixou de escribir novelas e ninguén se decatou. Dar o paso require o mesmo esforzo que animarse a quedar na cama un luns. Podes usar a escusa que prefiras: o fastío, o esgotamento, a frustración, a anguria da páxina en branco. En realidade, calquera persoa que asegure sufrir o famoso tormento por enfrontarse a unha páxina en branco debería dedicarse a outra cousa. Enfróntaste con ansiedade a un combate, a un triatlón, a un cocido inabarcable da tía Susi, pero non a unha inocente páxina baleira. É certo que escribir -se escribes moi forte- doe, pero se a suposta inspiración falla, a culpa é túa. A escusa para non escribir sempre ten que ver contigo.

Cando Philip Roth anunciou que abandonaba o oficio, pegou un post-it na pantalla do seu ordenador no que recordaba: “A loita de escribir rematou”. Nunha entrevista en The New York Times asegurou que miraba ese apuntamento todas as mañás e que lle proporcionaba unha grande fortaleza. Alice Munro dixo que a determinación de Roth foi inspiradora para a súa propia decisión de parar. “Agora Philip parece máis contento”, asegurou a escritora. Porque Roth xa tiña tempo para pasear e visitar aos amigos. Como Rulfo, seguramente, que afirmaba que deixou de escribir o mesmo día que morreu o seu tío Celerino, que era o que lle contaba as historias.

Coñezo a unha autora que deixou de publicar. “Ler, escribir e masturbarse é máis cómodo facelo en privado”, díxome moi cansa unha tarde, durante un café. Lamentei moito a súa perda, aínda que siga viva. Pero atormentábaa todo o que rodea á literatura

Coñezo a unha autora que deixou de publicar. “Ler, escribir e masturbarse é máis cómodo facelo en privado”, díxome moi cansa unha tarde, durante un café. Lamentei moito a súa perda, aínda que siga viva. Pero atormentábaa todo o que rodea á literatura. Por suposto, e por enriba de todo, o proceso da escrita. Sufría buscando a historia, facendo o casting de personaxes, estruturando a trama, pensando un final redondo… Mais tamén a aburría o proceso editorial. Os tempos. As correccións. A promoción. Era unha das escritoras que máis feliz me facía, pero puxo por diante a súa propia felicidade. E está ben. Escribir, se non produce pracer, é unha tortura. E iso que era totalmente libre.

Esta é a primeira columna que escribo dende o mes de xaneiro. A novela que comecei fai máis dun ano está abandonada e cuberta de silvas. Porque aumenta o presaxio de que todo está dito e opinado. Que calquera reflexión é un plaxio ou xa foi viral

Sempre me preguntei como se sentirán os autores aos que a editorial lles marca un prazo de entrega. Que drogas tomarán para cumprir coas datas, escribir algo de calidade e non deprimirse. Ou mesmo que a túa editorial organice o seu propio premio e che insista: “Preséntate que ganas”. Como enfrontas unha responsabilidade así sen morrer de insomnio? Recoñezamos que os supervendas teñen que padecer unha presión insoportable. Por iso, non me estraña que algúns deles se psicoanalicen, abandonen e cambien de rumbo. Pinten, canten, vaian a pilates. Son vítimas de guerra na procura de novos refuxios. Habería que abrir corredores humanitarios ata as súas casas para poder abrazalos de cando en vez.

Esta é a primeira columna que escribo dende o mes de xaneiro. A novela que comecei fai máis dun ano está abandonada e cuberta de silvas. Porque aumenta o presaxio de que todo está dito e opinado. Que calquera reflexión é un plaxio ou xa foi viral. En fin, o típico presentimento que sufrimos os que non temos demasiada imaxinación. Quizais por iso, metido na cama un luns enteiro, decidín deixar de escribir durante todo o tempo que aguante sen facelo. E non hai nada máis confortable que estirarte baixo as sabas mentres ergues os brazos moi forte, coma un campión. Ademais, intúo que escribo moito mellor dende que deixei de escribir. Aínda que isto non signifique nada.

Con todo, confeso que, dende aquí, vexo con envexa como cada vez escribe máis xente. Os de sempre. Os que se automaquetan. Os que escriben para a familia. Os comerciais. Os profundos. Os corrosivos. Os coachs da felicidade. Os que escriben a media voz e os que aínda cren que van cambiar o mundo. Escriben. Escriben. Escriben e colapsan aos editores que, con todo iso sobre a mesa, suspiran resignados: “Polo menos, mentres escriben non andan na droga”.

Que alguén os pare e lles diga que cunha soa obra mestra que publiquen xa abonda. Ademais, escriben moitísimo. E iso é o que máis doe. Porque hai que ser moi fillo de puta para escribir un libro de 500 páxinas e seguir vivo.

 

[Imaxe: Newark Public Library - fonte: www.praza.gal]

Los enfrentamientos entre los disidentes checos alejaron a Kundera del premio Nobel

 

Jaroslav Seifert recibió el galardón en 1984, pero creía que otros escritores checos lo merecían más que él


                       Milan Kundera, en París, en 1981.
 
Escrito por MONIKA ZGUSTOVA
 
Después de la muerte de Milan Kundera, el pasado mes de julio, oí a mucha gente en distintos países lamentar que el escritor ya no podrá recibir el Premio Nobel que tanto hubiera merecido. Entonces recordé que, durante mis encuentros con Kundera en París, en los años ochenta y noventa, el escritor mencionó brevemente, en diversas ocasiones y siempre con la risa a flor de labios, el premio perdido. Su mujer, Vera, y un amigo común, el periodista checo exiliado en París Antonín Liehm, solían ser más explícitos sobre los hechos de aquel año 1984 y la relación del escritor con los disidentes checos, encabezados por el entonces dramaturgo y más tarde presidente de la República Checa, Václav Havel.
 
Para empezar a entender esa relación, he releído la polémica entre Havel y Kundera de 1968-1969, o sea, poco después de la invasión de Checoslovaquia por los tanques rusos. En su artículo de entonces, un Kundera optimista manifestaba que su país sería recordado por la valerosa actitud que demostró durante la Primavera de Praga; un Havel pesimista le repuso que ser víctima de una agresión no es razón suficiente para ser admirado y que un país debe merecerse la atención internacional por sí mismo, objetivo que los checoslovacos aún no habían alcanzado.

Mi interés por lo sucedido alrededor del Nobel me llevó, hace un par de semanas, a investigar en Praga, donde durante todo el verano y parte del otoño del presente año las revistas y los periódicos checos dedicaban páginas y suplementos al escritor checo-francés. Hojeando la prensa caí sobre un artículo revelador, Milan Kundera y la disidencia, publicado en el semanario praguense EchoSu autor es Milan Uhde, antiguo disidente del comunismo, dramaturgo y político en la época democrática, amigo personal de Kundera. La exmujer de Uhde es la directora de Atlantis, la editorial checa donde Kundera publicaba.

El autor del artículo ve la primera señal de desavenencia entre ambas partes no tanto en la polémica Havel-Kundera como en el hecho de que Kundera, a partir de los años sesenta, reconocido en su país y en Francia por su primera novela, La broma (1967), envió su segunda novela, La vida está en otra parte (1969), al editor francés Gallimard en vez de publicarla en la editorial clandestina de los disidentes checos, Petlice.

Pero lo que más incomodó a los disidentes fue el hecho de que cuando en 1980 (cinco años después de que Kundera se exiliara en París), tras la publicación de El libro de la risa y el olvido, Kundera fue entrevistado por el escritor Philip Roth, el autor checo-francés se inventó más de una mistificación bajo la que ocultó su verdadera vida: dijo que en su país había sido un desconocido (cuando era una celebridad) y que allí se ganaba la vida como pianista en un bar (cuando se la ganaba, como autor prohibido por el régimen, elaborando horóscopos bajo un nombre ficticio). Quien conoce a Kundera y su obra sabe que la ironía, la broma y la mistificación forman parte de su manera de ver el mundo. Sin embargo, esta explicación parecería frívola a los disidentes ―esos opositores a los que el régimen totalitario llevó a formar un gueto al margen de la sociedad y muchos de los cuales sufrieron prisión y torturas―, cuya consigna era “la verdad contra la mentira totalitaria”. De modo que los disidentes se tomaron dicha entrevista a mal. Tan mal que, cuando en 1984 la Academia Sueca puso a Kundera en un lugar prominente de su lista de candidatos al Nobel de literatura, ellos, preocupados porque Kundera los silenciara, a ellos y a su lucha, en su discurso de aceptación del premio, propusieron a su propio candidato: al poeta Jaroslav Seifert, en aquella época ingresado en un hospital a sus 83 años.

Uhde cuenta en su artículo que “Václav Havel, en una reunión con sus colegas disidentes, dejó de informar a estos sobre el hecho de que, si firmaban la petición a favor de Seifert, eso significaría que Kundera quedaría automáticamente excluido como candidato al Nobel”. Además de la declaración de Uhde existe otro testimonio, el de la escritora Sylvie Richterová, que afirma lo mismo: Havel entonces presentó una candidatura recomendando a Seifert para el premio; en su propuesta, el disidente alegaba que al autor de La insoportable levedad del ser (novela que desgrana la vida de una pareja aniquilada por el régimen totalitario), “le daba igual todo” (todo lo que tenía que ver con la disidencia y el régimen).

El resultado es conocido: en 1984, Jaroslav Seifert recibió el Premio Nobel de literatura. Cuando, tras conocerse como premiado, EL PAÍS me envió a Praga para entrevistar al poeta, este me confesó que creía que otros escritores checos hubieran merecido el premio más que él y que, achacoso como estaba, no podría hacer un buen uso del dinero recibido. Por culpa de su enfermedad, en Estocolmo recogió el galardón la hija del poeta, que además leyó el discurso del Nobel (redactado por un familiar), un discurso que tampoco habló de los disidentes ni ayudó a nadie.

De esta manera, los disidentes checos echaron a perder su posible mención ante el mundo (la cual, me atrevo a decir, Kundera hubiera hecho). Y es por eso que Kundera se quedó sin el Premio Nobel.

 
 
[Foto: LOUIS MONIER (GAMMA-RAPHO VIA GETTY IMAGES) - fuente: www.elpais.com]

terça-feira, 31 de outubro de 2023

À la recherche du Paris disparu de Patrick Modiano

Le dernier roman du prix Nobel nous entraîne dans ses souvenirs de la capitale à la rencontre de personnages célèbres ou anonymes.

Écrit par Myriam ANISSIMOV

La Danseuse         
Patrick Modiano        
2023                
Gallimard 
          112 pages

Quand nous lisons un roman de Modiano, nous sommes en quelque sorte dans la même situation que lui. Il ne sait pas grand-chose de ses personnages. Souvent, il ignore leur origine et cherche à se souvenir comment ils sont entrés dans sa vie, ou à la lisière de son existence. Ou dans ses songes.

Tout simplement parce que les récits de Modiano, comme le Big Bang, commencent avant l’existence du monde, tel que nous le voyons. Ils existent dans une sorte de plasma moléculaire mouvant et chatoyant dans lequel ils apparaissent de façon fugitive pour s’éclipser. On n'en saura pas beaucoup plus lorsqu’on aura atteint la dernière phrase du livre. Peut-être les retrouvera-t-on dans un autre roman, peut-être les a-t-on déjà croisés dans un roman précédent.

Ce qu’il y a de plus tangible dans l’univers romanesque de Modiano, qui évoque une jeune galaxie pas encore très lumineuse, c’est la ville qu’il arpente en tous sens depuis sa jeunesse. Qui mieux que lui connaît Paris ? Georges Perec, sans doute, aurait pu se mesurer à lui, s’ils s’étaient un jour rencontrés pour confronter leur souvenir de telle ou telle rue, immeuble, boutique, station de métro, café, fenêtre, porte cochère, cour secrète, villa édifiée par Robert Mallet Stevens, rue du docteur Blanche, etc.

Comme pour Perec, le Paris de Modiano est un palimpseste, où viennent se superposer, se chevaucher plusieurs réalités et temps de la mémoire. L’univers romanesque de Modiano, ressemble à la tectonique des plaques.

On identifie souvent ses personnages par les mots choisis par l’écrivain. Ainsi, dans La Danseuse, un personnage assis à une table de bistro porte par temps de neige des après-skis. Comme Modiano, je me souviens des après-skis, avec leur fermeture Éclair. Il neigeait l’hiver autrefois à Paris. Il arrivait qu’il y fît froid. Ainsi, par des notations, des détails sur l’aspect des passants qui hantent les rues, nous suivons le narrateur et ses fantômes dans le temps et dans l’espace.

Quand il revient à la réalité, il constate qu’il est devenu un étranger dans sa ville. Rien ne ressemble plus au labyrinthe des interminables déambulations nocturnes de sa jeunesse. Plus de mystère, mais des hordes de touristes qui, partout, traînent dans les oasis encore préservées de la guerre, leur bruyante valise à roulette et leur sac à dos.

Adieu Eugène Atget, André Kertész, Robert Doisneau.

Dans le présent roman, Modiano introduit des danseurs célèbres, l’éditeur Maurice Girodias (Maurice Kahane, 1919-1990), fondateur des Éditions Olympia Press et des Éditions du Chêne, parmi les anonymes somnambules, fruits de ses songes.

Il établit un lien entre ses premiers pas d’écrivain et Girodias. C’était le temps où une plaque indiquait, sur l’hôtel du Quai Voltaire, que Charles Baudelaire, dans une autre dimension du temps et de son errance, y séjourna.

Si vous vouliez décortiquer l’intrigue de La Danseuse, souvenez-vous que Modiano n’est pas Simenon. Pensez plutôt à Bruno Schulz, moins l’érotisme. L’érotisme, la chair, la passion sensuelle sont les grands absents de l’univers romanesque de Modiano. Rien à voir avec Philip Roth, ou avec Charles Bukowski et ses Mémoires d’un vieux dégueulasse. Modiano est, de fait, un éternel enfant abandonné, par une mère sans amour.

 

[Source : www.nonfiction.fr]