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domingo, 16 de agosto de 2026

Il sionismo ha deformato il linguaggio, quindi ora le parole sono armi utili

Le organizzazioni filo-israeliane hanno modificato il senso di ‘intifada’ e ‘Palestina’, favorendo il genocidio e criminalizzando chi vi si oppone 

Una dimostrante in sostegno di Palestine Action arrestata davanti al tribunale di Londra il 30 luglio 2026.


di Marchella Ward

Middle East Eye

È una domenica mattina presto e vieni svegliato da poliziotti armati che bussano alla porta. Ti consegnano una lettera: lo Stato bloccherà il tuo patrimonio per altri sei mesi negandoti l’accesso ai tuoi conti bancari perché non condivide la posizione contro il genocidio che hai espresso pubblicamente.

La lettera cita un tweet che hai postato parecchi mesi fa e in cui criticavi il bombardamento di Israele e Usa contro l’Iran. Cita il fatto che hai condiviso un’intervista con un attivista filopalestinese e un articolo scritto sulle reti sociali da uno storico accademico. La lettera spiega che queste azioni dimostrano che non hai rinunciato alle tue convinzioni “a favore del jihadismo”.

Sembra una cosa uscita dalle pagine di un libro distopico di fantascienza, ma per Elias d’Imzalene, un attivista francese contro il genocidio e membro fondatore dell’organizzazione filo-palestinese Urgence Palestine, è diventata realtà.

Il reato di cui d’Imzalene è accusato e per il quale le sue libertà sono state ridotte e i suoi beni congelati per più di un anno non è tanto un delitto di pensiero, per usare un termine di George Orwell, quanto di parola.

Nel settembre 2024 durante una manifestazione contro il genocidio a Parigi aveva utilizzato la parola araba intifada inriferimento alla rivolta globale non violenta ancora in corso frequentemente in città di tutto il mondo contro l’occupazione israeliana della Palestina.

Il filmato del suo discorso ha circolato ampiamente sulle reti sociali e quando d’Imzalene è arrivato nell’aula di tribunale per difendersi il significato della parola intifada era stato totalmente modificato.

Secondo le organizzazioni sioniste che hanno intentato causa contro di lui la parola non si riferiva a una rivolta contro gli oppressori; l’avevano trasformata in un termine che denota violenza antisemita.

Cancellazione e controllo

La parola intifada non è l’unica di cui è stato trasformato in questo modo il significato da organizzazioni politiche sioniste.

Nel febbraio 2026 il gruppo della lobby filoisraeliana UK Lawyers for Israel [Avvocati Britannici per Israele] ha scritto al British Museum [uno dei principali musei di Londra, ndt.] chiedendo che eliminasse la parola “Palestina” dalle targhette dell’esposizione.

Secondo loro questa terminologia costituiva una “cancellazione” della storia ebraica e “avrebbe potuto rappresentare una vessazione” per i visitatori ebrei o israeliani. Il termine “antica Palestina” non cancella in alcun modo la storia ebraica, ciononostante il museo ha eliminato le targhette.

La lettera faceva parte di una campagna di lungo corso, svelata allora da Middle East Eye, per riscrivere il passato, imponendo una versione della storia che conferisca legittimità all’occupazione israeliana della Palestina.

La campagna, condotta non solo nei confronti del British Museum ma anche nelle università, compresa quella in cui lavoro, intende trasformare il senso delle parole.

Termini come “antica Palestina”, storicamente attestato almeno dal XII secolo a.C. e ampiamente utilizzato oggi da storici di professione, sono stati trasformati da questa campagna sionista in cancellazione “antisemita” della versione della storia preferita da Israele.

Questi esempi riprendono altri tentativi di trasformare e controllare ciò che le parole significano per ridurre l’opposizione al genocidio israeliano.

Lo slogan “dal fiume al mare” è stato vietato in molti Paesi, tra cui la Germania e lo Stato australiano del Queensland, in base all’argomentazione che sarebbe antisemita, benché appaia nella carta costitutiva del partito Likud di Benjamin Netanyahu del 1977 a sostegno dell’idea di uno Stato etnico ebraico.

E in Gran Bretagna circa 3.000 persone sono state arrestate per aver esposto la frase “Mi oppongo al genocidio, appoggio Palestine Action” in seguito alla messa al bando del gruppo di azione diretta. Il divieto, ora in discussione alla Corte Suprema, ha trasformato Palestine Action in un’organizzazione terroristica e ne ha mutato il significato in una frase a sostegno del terrorismo.

In ognuno di questi esempi vediamo all’opera una delle armi più potenti del sionismo: il suo tentativo di controllare il significato delle parole.

In arabo e in altre lingue la parola intifada è ampiamente utilizzata per riferirsi alla resistenza contro gli oppressori, dagli scioperi dei portuali nel porto di Bassora [in Iran, ndt.] nel 1952 alle proteste anticoloniali irlandesi contro i britannici, alle due intifada palestinesi e all’intifada della resistenza ebraica contro i nazisti nella rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943.

Sostenere che il termine intifada si riferisce alla violenza antisemita significa svuotare i vari strati di significato che la parola ha costruito in decenni di circolazione e uso e imporle una nuova accezione. Cercare di controllare il significato delle parole è ben noto ai linguisti come una tecnica del fascismo.

Nel suo libro del 1947 Victor Klemperer scrisse “Il linguaggio del Terzo Reich” riguardo a come anche la propaganda nazista cambiò il significato delle parole.

Come gli altri esempi delle parole il cui significato è stato modificato in difesa del genocidio ad opera di Israele, la parola intifada è distorta e riformulata come un indicatore di antisemitismo, trasformando in antisemiti quelli che la pronunciano.

Ridefinire la colonizzazione

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole non è nuova. Di fatto forse il suo atto di trasformazione linguistica di maggior successo è proprio la parola “sionismo”.

Nel suo libro “Lo Stato Ebraico” Theodor Herzl spiegò che il sionismo era un progetto di suprematismo europeo. Discutendo se per fondare uno Stato etnico ebraico dovessero essere colonizzate l’Argentina o la Palestina Herzl sostenne che la Palestina era preferibile perché uno Stato ebraico lì avrebbe costituito “un bastione dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà contro la barbarie.”

Descrisse una “Compagnia ebraica” sul modello di altre compagnie coloniali europee come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e la Compagnia Imperiale Britannica dell’Africa Orientale.

Altri sionisti erano d’accordo. Chaim Weizmann [uno dei principali dirigenti del movimento sionists, ndt.] nella sua autobiografia ricordò di aver detto nel 1919 alla conferenza di pace di Parigi che “quello che la Francia potrebbe fare in Tunisia… gli ebrei sarebbero in grado di farlo in Palestina”, e Vladimir Jabotinsky [leader del sionismo revisionista, di destra, ndt.] scrisse che “il sionismo è un’impresa coloniale.”

Ma il senso della parola “sionismo” venne presto trasformato dal colonialismo europeo in liberazione nazionale.

In una lettera a Max Nordau Herzl scrisse: “La Banca Coloniale Ebraica deve in realtà diventare la Banca Nazionale Ebraica.” E molte altre organizzazioni coloniali vennero rinominate in modo simile. L’Associazione per la Colonizzazione Ebraica, che favoriva l’immigrazione di coloni di insediamento dall’Europa orientale per occupare terre in Palestina, venne rinominata “Associazione Caritativa Ebraica”.

Il fatto che la parola “sionismo” avesse significato colonizzazione venne cancellato e alla parola venne attribuito un nuovo significato. Ora indica la filantropica creazione di un luogo di rifugio e un movimento di liberazione per l’autodeterminazione.

Dire che le armi del sionismo sono anche linguistiche non è un modo per minimizzare il suo potenziale distruttivo. Ciò che le parole significano non è solo una questione di cui accademici o filologi debbano riflettere nelle torri di avorio, sfogliando vocabolari e dizionari etimologici.

Stiamo vivendo un periodo in cui le parole possono uccidere.

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole è stata fondamentale per il genocidio israeliano dei palestinesi.

Hanno riscritto la storia, incarcerato attivisti e imposto restrizioni su libertà di ogni genere per quanti rifiutano di sottomettersi ai tentativi dei sionisti di controllare il linguaggio stesso.

È tempo che tutti noi impariamo a riconoscere che il controllo sulle parole è un’arma e che ci armiamo con il linguaggio per ribellarci.

 

Marchella Ward è docente di Studi Classici presso la Open University [principale università pubblica in rete del Regno Unito, ndt.]. Attualmente sta scrivendo un libro intitolato “Classicismo: come l’Occidente ha inventato il mondo antico”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

[Foto: SOPA Images via Reuters Connect - fonte: www.zeitun.info]

 

sexta-feira, 17 de julho de 2026

Los académicos que estudian el genocidio transitan un campo minado

Desde el 7 de octubre de 2023, las instituciones académicas vienen ejerciendo presiones abiertas y encubiertas para desalentar a los estudiosos del Holocausto y del genocidio de criticar las acciones de Israel en Gaza. Aun así, muchos académicos están organizando nuevas redes para defender la libertad de investigación.

Manifestantes propalestinos marchan desde la Universidad de Columbia hasta el City College de Nueva York (CUNY, por sus siglas en inglés) el jueves 30 de abril de 2026, en el segundo aniversario de la ocupación del Hamilton Hall en Columbia. Los manifestantes sostienen un cartel que dice «CUNY por Palestina».



Escrito por Grant Morgan

Traducción: Pedro Perucca 

Desde el ataque de Hamás a Israel el 7 de octubre de 2023 y la consiguiente guerra de Israel contra Gaza, pocos campos académicos estadounidenses han experimentado una convulsión interna mayor que los especializados en estudios del Holocausto y el genocidio. Académicos que en su momento compartían un amplio consenso institucional se encuentran ahora divididos sobre si Gaza constituye un genocidio, si el antisemitismo y la memoria del Holocausto están siendo instrumentalizados políticamente, y si puede decirse que las universidades aún permiten el debate abierto sobre cuestiones críticas y controvertidas.

Efectos amplios y a menudo sutiles han comenzado a transformar estructuralmente la manera en que se procesan y legitiman la investigación, el compromiso intelectual y el debate dentro de estos campos. Los empleos son cada vez más precarios, el financiamiento para la investigación es más difícil de obtener, y los académicos enfrentan una microgestión y un hostigamiento provenientes tanto de fuerzas internas como externas. Estas tendencias más amplias se entrelazan con el clima político para crear una atmósfera de aprensión especialmente densa en los estudios del Holocausto y el genocidio.

En un esfuerzo por comprender cómo estos campos están atravesando la coyuntura actual, Jacobin conversó con un conjunto diverso de académicos y expertos. A pesar de las presiones crecientes, encontré que muchos de ellos son optimistas. Han surgido nuevas organizaciones dedicadas al debate y la libertad académica, así como nuevas conversaciones y paradigmas que hace años habrían sido considerados irreales o problemáticos. El momento actual es ciertamente grave, pero también ofrece destellos de potencial para quienes estén dispuestos a mirar más allá de los titulares sensacionalistas.

El gran enfriamiento

En el entorno actual de controversia en torno a Gaza e Israel, muchos han observado un efecto de disuasión, en el que cualquier desviación de un apoyo irrestricto a Israel es recibida con reprobación y censura oficial. Desde 2023, grupos proisraelíes han expuesto públicamente de manera rutinaria los datos personales de profesores y estudiantes. Profesores fueron sido despedidos, suspendidos o degradados por declaraciones u obras. Ponentes fueron cancelados o duramente criticados por sus acciones durante discursos de graduación o eventos relacionados con cursos. La Fundación para los Derechos Individuales y la Expresión (FIRE) incluso encontró que en el año posterior al 7 de octubre, «estudiantes, profesores e invitados enfrentaron represalias prácticamente cada día» por expresiones políticas relacionadas con la controversia. Si bien un puñado de casos involucraron discurso pro-Israel, la aplastante mayoría tuvo como objetivo el discurso pro-Palestina.

Este fenómeno ha sido ampliamente documentado. Lo que no se ha abordado de manera adecuada es cómo este efecto de disuasión ha evolucionado en los años transcurridos desde los ataques del 7 de octubre de 2023. Desde los primeros días de cancelaciones y despidos de alto perfil, la represión se ha vuelto más sutil, aplicada a través de los diversos obstáculos y trámites institucionales internos que caracterizan a la academia contemporánea.

El financiamiento de la investigación y la capacidad de publicar ensayos, capítulos y libros completos son extremadamente importantes para la seguridad profesional. Los cargos de carrera académica con posibilidad de titularidad vienen con este tipo de condiciones y a menudo requieren que los profesores realicen investigaciones originales que amplíen el conocimiento en su campo. Cumplir con estos requisitos no es algo que un académico pueda hacer en el vacío, ya que siempre hay muchos actores involucrados, desde administradores hasta editores, pasando por juntas y comités.

Estas onerosas áreas de procedimiento crean un entorno propicio para la represión silenciosa a nivel granular. Sandra Babcock, profesora de derechos humanos internacionales en la Universidad de Cornell, recordó haber tenido que superar varios obstáculos para una entrevista en vivo relacionada con un informe sobre el apartheid en Israel. Antes de la entrevista, fue instruida para que dejara en claro que sus opiniones no estaban vinculadas a Cornell. Luego la universidad le prohibió usar el tradicional fondo digital que muestra una vista aérea del campus, dijo Babcock, que aparece en prácticamente todos los videos filmados en el estudio. El director del estudio, señaló: «Tuvo que fotografiar su propio apartamento porque no tenía ningún otro fondo porque esto nunca había ocurrido antes (…). Tuvimos que usar fotos de las persianas venecianas de su apartamento».

Los trabajos relacionados con Palestina, Israel o áreas afines implican una posibilidad singular de represalias o presiones, lo que lleva a los académicos a evitarlos por completo cuando no son centrales en su área de especialización. En conversación con Jacobin, muchos académicos describieron haber tenido que cubrir ciertos cursos porque el profesor a cargo dudaba de abordar temas controvertidos.

Las disputas políticas también hicieron que el panorama del financiamiento para la investigación sea notablemente más difícil de navegar. «Imagínense en el lugar de un académico joven que estudia genocidio comparado», dijo Eric Kurlander, profesor de historia y estudios judíos en la Universidad de Stetson. «Dicen: voy a analizar el Holocausto, el genocidio armenio y el genocidio en Camboya. Y de repente se encuentran con que hacer ese trabajo en determinada escuela o instituto de financiamiento significa que eres antisemita porque estás comparando el Holocausto con otros genocidios».

Kurlander agregó que estas acusaciones ahora incluso se han aplicado a simples afirmaciones de hechos o, como mínimo, a puntos de vista empíricamente defendibles dentro del debate académico. «Digamos que estudias Medio Oriente y estás dando conferencias sobre lo que Israel puede haber hecho que sea opresivo o colonialista [hacia los palestinos], ahora eso se ve como antisemitismo», dijo. «Entonces, en esos casos, ha habido problemas, a menudo de las administraciones universitarias, a veces de los programas de estudios judíos, que intentan mantener cierto tipo de narrativa».

Las preguntas de investigación, incluso las que están muy alejadas de las áreas de controversia pública, han enfrentado una presión creciente. Al mismo tiempo, los académicos se han visto obligados a adaptarse a las tendencias políticas —y a situaciones en las que las narrativas departamentales contradicen directamente su propia investigación—. ¿Querés obtener la titularidad? Asegurate de jugar según las reglas de tu departamento. ¿Querés tener más facilidad para encontrar financiamiento? Usá un lenguaje que eluda ciertas frases o ideas.

Hoy debe monitorearse de manera constante el debate y el uso de la terminología controvertida para solicitar financiamiento para franjas enteras de investigación y todo exige ahora mucha más cautela. Solo en 2025, la administración Trump retuvo miles de millones en fondos para diversas escuelas a las que se acusaba de tener problemas de antisemitismo en sus campus.

Varios de mis interlocutores encontraban que era cada vez más difícil realizar sus investigaciones, y aún más entrevistados expresaron su preocupación por el declive de los debates reales y honestos dentro de su campo. Respecto de las divisiones recientes, la profesora Debórah Dwork, historiadora del Holocausto y directora fundadora del Centro para el Estudio del Holocausto, el Genocidio y los Crímenes contra la Humanidad de la Universidad de la Ciudad de Nueva York, me dijo:

«El campo de la historia del Holocausto está dividido, con algunos de mis colegas negando que un genocidio haya ocurrido y esté ocurriendo en Gaza. Basan sus argumentos en la afirmación de que un Estado sucesor del Holocausto no podría en modo alguno ser el perpetrador. Y lo que encuentro notable es que es como si Auschwitz y la historia de Auschwitz operaran como una lente que distorsiona su visión. No es una lente que les ofrezca una visión matizada. Por el contrario: al aplicar la lente de Auschwitz, personas perfectamente racionales se vuelven irracionales sobre este tema.»

Varios de los expertos en el Holocausto con quienes hablé describieron una fricción creciente con colegas, narrativas departamentales y, especialmente, con instituciones vitales que han sido pilares de la investigación y el debate durante décadas. Entre las mencionadas estaban el Museo Memorial del Holocausto de los Estados Unidos en Washington DC, el Centro de Historia Judía en la ciudad de Nueva York y otros archivos y museos más pequeños.

Durante mucho tiempo, estas instituciones proporcionaron un apoyo fundamental a investigadores jóvenes y académicos consagrados, ayudándolos a examinar de manera crítica preguntas y preocupaciones dentro de sus campos. Pero hoy algunos especialistas comenzaron a adoptar posturas más críticas frente a lo que describen como un comportamiento institucional cada vez más hipócrita, acusando a estas organizaciones y a otras de no haber abordado de manera adecuada el genocidio en Gaza (e incluso formas anteriores de limpieza étnica y violencia ocurridas desde la Nakba).

La académica del genocidio Marianne Hirsch, profesora emérita de la Universidad de Columbia que ha suspendido su docencia como protesta por la adopción por parte de la universidad de una definición amplia de antisemitismo que incluye el discurso anti-Israel, planteó esta cuestión de manera bastante concisa. «Creo que todas estas instituciones básicamente nos han fallado porque están difundiendo muchas mentiras hipócritas», le dijo a Jacobin. «Hay mucha negación. Hay mucha falta de voluntad para mirar la realidad de lo que está ocurriendo sobre el terreno».

Estos desacuerdos con instituciones, departamentos y administradores universitarios han erosionado la confianza, generando una crisis de legitimidad. Los académicos enfatizaron que el antisemitismo estaba siendo instrumentalizado de manera rutinaria contra quienes criticaban a Israel, especialmente contra profesores que se alinean con la izquierda. Muchos expresaron su sorpresa ante la disposición a condenar como antisemitas incluso a profesores judíos.

Las personas con quienes hablé describieron que la represión impacta directamente en los departamentos y su producción. La presión creciente tanto del gobierno como de grupos privados llevó a las universidades a restringir y regular sus planes de estudio. Términos y temas controvertidos, como la Nakba o la guerra en Gaza, pasaron a ser cuestiones de política universitaria y de repente se volvieron inadecuados para la enseñanza debido a su capacidad para generar protestas y represalias. Lo más importante es que los fondos y subsidios federales fueron suspendidos y amenazados como forma de censura suave (a veces no tan suave).

A medida que esta nueva realidad se afianzó, muchas clínicas y cursos fundamentales han sufrido al ver limitado su ámbito de trabajo y vigiladas sus actividades. Las salvaguardas institucionales centrales han recibido golpes serios, incluyendo los cargos de carrera con posibilidad de titularidad, las protecciones a la libertad de expresión, las protecciones contra el acoso y el acceso al financiamiento. Si las tendencias actuales continúan, la presión política y los incentivos institucionales amenazan con remodelar gradualmente las agendas de investigación a medida que las nuevas generaciones compiten por financiamiento, seguridad laboral y seguridad personal en un mundo posterior al 7 de octubre.

La Red de Crisis de Estudios del Genocidio y el Holocausto

Lo que más me sorprendió al explorar el terreno de estas disciplinas fue el optimismo que mantenían todas las personas con quienes hablé, a pesar de las numerosas razones existentes para la desmoralización. En lugar de ceder, una sólida mayoría incluso ha creado y participado en organizaciones dedicadas a fortalecer la libertad de expresión, a proteger a los académicos y a preservar la legitimidad institucional. La más importante de las que encontré fue la Red de Crisis de Estudios del Genocidio y el Holocausto (GHSCN, por sus siglas en inglés), integrada por cientos de académicos que intentan salvar a sus campos de la represión y la degradación estructural.

La red ha redactado y firmado cartas que cuestionan las prácticas universitarias que consideran perjudiciales para la expresión académica y la investigación. Una preocupación central pasa por la adopción creciente de la definición de antisemitismo de la Alianza Internacional de Memoria del Holocausto (IHRA), que equipara el antisemitismo con la crítica a Israel (la misma definición que la profesora Hirsch cuestionó en Columbia).

«Escribimos una carta que fue firmada por algo así como 1.200 académicos de estudios del Holocausto y el genocidio», le dijo a Jacobin Brett Ashley Kaplan, de la Universidad de Illinois, «que decía que esta definición tiene un efecto de disuasión sobre la libertad de expresión y que las personas deberían poder expresarse libremente».

La red también se ocupa de las difíciles preguntas académicas y morales que enfrentan actualmente estos campos. Especialmente dentro de los estudios del Holocausto, dos profesores con quienes hablé destacaron la creciente necesidad de reconciliar los horrores del Holocausto con la realidad de que los oprimidos pueden convertirse en opresores y con el hecho de que esto justifica un mayor grado de discusión en torno a la memoria del Holocausto y lo que significa el «Nunca Más» en el contexto de Gaza.

Otros destacaron la instrumentalización no solo del antisemitismo en términos generales sino también de la memoria específica del Holocausto. Enfatizaron la necesidad de recordar los horrores y las lecciones del Holocausto sin justificar ni trivializar la violencia etnonacionalista, la limpieza étnica y el genocidio contemporáneos. Lo más importante dentro de estas críticas fue un llamado creciente a ver el lugar del Holocausto en la historia de manera diferente, como una historia que no trata solo sobre un episodio particular sino sobre la trayectoria última de corrientes políticas que mantienen su influencia hoy. Dwork describió estas críticas en curso de manera bastante concisa, diciéndole a Jacobin:

«Hay otros, demasiados otros, que ven el Holocausto como si se tratara únicamente del asesinato de los judíos de Europa. Y si fuera un evento único, ¿cuál sería el punto de estudiarlo? No sería relevante para nada, así que creo que ese es un argumento sin salida.»

Algunos académicos han comenzado a construir y defender nuevos paradigmas para sus departamentos. El profesor Barry Trachtenberg, de la Universidad Wake Forest, por ejemplo, me llamó la atención sobre la Red de Estudios Judíos Liberadores, compuesta por estudiantes y profesores que han comenzado a imaginar cómo puede ser el campo de los estudios judíos fuera del sionismo y otros paradigmas largamente establecidos.

Es importante destacar que, durante mis numerosas conversaciones, nadie describió los supuestos y orientaciones largamente dominantes dentro de los estudios del Holocausto y el genocidio como malvados, ni los describió en términos exagerados. En cambio, estos académicos alentaron la emergencia del debate y la apertura a otras áreas de pensamiento. Los términos no sionista, postsionista y antisionista surgieron con frecuencia, al igual que formas de pensar que reclaman atención a genocidios anteriores y sistemas de opresión que a menudo se malinterpretan o nunca se discuten en absoluto. Nuevas líneas de indagación, debate y enfoque están en desarrollo a medida que las redes disidentes intentan crear un sólido bastión institucional contra el declive democrático y la erosión de la legitimidad académica.

Todas las personas con quienes hablé señalaron el profundo efecto de disuasión, su impacto negativo en los colegas y los enormes obstáculos sistémicos que están surgiendo para los académicos más jóvenes dispuestos a desafiar la ortodoxia. Pero también expresaron una nota de esperanza sobre el futuro de este campo de estudios y las perspectivas para el debate abierto. Hablaron de proteger el derecho de todos los académicos, independientemente de su convicción política, a perseguir sus áreas de interés sin presión ni censura y de la creciente necesidad de estudiar preguntas espinosas sin temor a represalias. Su mensaje fue el de una resistencia democrática mediante el rigor académico y la libre indagación, ofreciendo una sugerencia optimista sobre cómo estos campos pueden sobrevivir y prosperar.

 

[Foto: Selcuk Acar / Anadolu via Getty Images - fuente: www.jacobinlat.com]


terça-feira, 30 de junho de 2026

El govern de Catalunya promourà el català a les presons per afavorir la rehabilitació

El pla crearà espais de conversa informal per practicar la llengua i guanyar confiança en l’expressió oral

Imatge de la campanya "El català obre portes"

El Consell Executiu del govern de Catalunya aprovarà dimarts un pla per incorporar el català com una nova eina per afavorir la rehabilitació i la inclusió social dels presos. El Pla d’accions per al foment del català en l’àmbit de l’execució penal 2026-2030, una iniciativa conjunta dels departaments de Justícia i Qualitat Democràtica i de Política Lingüística, reforçarà les actuacions de foment del català que ja es duen a terme als centres penitenciaris i de justícia juvenil i les ampliarà amb noves mesures perquè la llengua també formi part de la convivència, la formació ocupacional i els itineraris de reinserció.

El pla parteix de la idea que el coneixement del català és una competència que pot ampliar les oportunitats dels interns igual que la formació acadèmica, l’aprenentatge d’un ofici o els programes de tractament i que pot facilitar l’accés al mercat laboral, reforçar l’autonomia personal, afavorir les relacions socials i contribuir a un retorn amb més garanties a la comunitat.

“Amb aquest pla hi incorporem també el català, no com un element accessori, sinó com una eina que amplia oportunitats i ajuda les persones a reconstruir el seu projecte de vida quan recuperen la llibertat”, ha destacat el conseller de Justícia i Qualitat Democràtica, Ramon Espadaler. Per la seva banda, el conseller de Política Lingüística, Francesc Xavier Vila, ha remarcat que “el català obre portes perquè és una llengua de cohesió i de trobada” i vol “que això es visqui també als centres penitenciaris i de justícia juvenil perquè sigui present en tots els àmbits de la vida del país”.

El foment del català forma part des de fa anys de l’activitat educativa dels centres penitenciaris i dels centres educatius de justícia juvenil. Els interns tenen accés a cursos de català i, segons el Departament de Justícia, el 61,9 % han fet algun curs de llengua catalana. El nou pla es proposa que el català esdevingui també una llengua de relació, de convivència i de formació ocupacional i es creïn més oportunitats perquè els interns el practiquin en el dia a dia.

Als centres penitenciaris, el català és la llengua habitual entre professionals en un 74% dels casos, però aquest percentatge baixa fins al 17% en la relació amb els interns. Als centres educatius de justícia juvenil, el català és la llengua habitual entre professionals en un 88% dels casos, però disminueix fins al 28% quan s’adrecen als joves. Pel que fa als interns, el 63,2% tenen algun coneixement de català, mentre que un 33,2% encara no l’entenen.

El pla s’adreça tant als interns com als més de 5.200 professionals del sistema d’execució penal i al funcionament dels mateixos centres. Durant el segon semestre de 2026 es duran a terme vint tallers de sensibilització lingüística adreçats als equips directius i als professionals dels centres penitenciaris i dels centres educatius de justícia juvenil. Quan el pla estigui plenament desplegat, la previsió és arribar a quaranta tallers anuals.

La primera fase començarà als centres penitenciaris de Joves, Mas d’Enric i Centre Obert de Barcelona, així com als centres educatius Can Llúpia i Oriol Badia, amb l’objectiu que tots els centres disposin d’un referent lingüístic abans del 2028. El pla reforçarà igualment la formació lingüística del personal del CIRE, incorporarà proves de nivell per als professionals que encara no disposin de l’acreditació corresponent i inclourà continguts sobre usos i drets lingüístics als processos d’accés als cossos d’execució penal a partir del 2027.

Una de les principals novetats serà la creació dels interns referents lingüístics, una figura voluntària que actuarà com a suport entre iguals per afavorir l’ús del català en les relacions quotidianes i contribuir a crear entorns favorables a l’aprenentatge de la llengua. També s’impulsaran grups de conversa per practicar el català amb naturalitat i guanyar confiança en l’expressió oral, així com parelles lingüístiques i altres activitats d’aprenentatge no formal amb la participació d’entitats col·laboradores i del voluntariat. A més, els centres promouran espais estables de cultura i conversa en català i es crearan un premi literari i un premi musical per fomentar el català també com a llengua de creativitat i expressió.

El pla també incorpora actuacions dirigides a consolidar el foment del català en l’organització dels centres penitenciaris i dels centres educatius de justícia juvenil.

Avaluació dels resultats

Entre les principals mesures hi ha l’actualització dels plans lingüístics de centre, la definició d’objectius anuals de foment del català i la creació d’un sistema d’indicadors que permetrà fer el seguiment del desplegament del Pla i avaluar-ne els resultats. També s’elaborarà un vocabulari bàsic multilingüe de terminologia penitenciària i vocabularis específics dels diferents oficis vinculats als tallers productius i a la formació ocupacional del CIRE.

El desplegament del pla començarà aquest any i s’estendrà progressivament fins al 2030. Entre els objectius fixats hi ha incrementar en un 20% l’ús del català entre els professionals, millorar en un 20% les competències lingüístiques dels interns, disposar de referents lingüístics a tots els centres, consolidar espais estables de conversa en català i incorporar de manera estable el català als itineraris de formació ocupacional i reinserció.

El pla incorpora també una línia de recerca pionera per analitzar, amb dades objectives, quin impacte té el coneixement del català en les oportunitats laborals de les persones que han passat pel sistema d’execució penal. El projecte “El català, llengua de reinserció laboral” estudiarà la relació entre el coneixement del català i l’accés a la feina, la permanència al mercat laboral, l’estabilitat professional i altres factors vinculats a la inserció laboral. La recerca es desenvoluparà durant els anys 2026 i 2027 amb la participació del Departament de Justícia i Qualitat Democràtica, el Departament de Política Lingüística, la Universitat Autònoma de Barcelona (UAB), la Fundació APIP-ACAM, el Centre d’Estudis Jurídics i Formació Especialitzada i el CIRE.

 

[Imatge: Departament de Justícia - font: www.diaridelallengua.cat]

segunda-feira, 20 de abril de 2026

Pobles abandonats: on es buiden de població Catalunya, la Comunitat Valenciana i les Illes

Per què un poble acaba sent totalment abandonat? És una tendència que pot ‘contagiar-se’ als pobles propers? És el resultat d'un transvasament de població cap a d'altres nuclis?

Vista de Marmellar, una localitat despoblada de Tarragona. Angela Llop/Wikimedia Commons, CC BY

Escrit per M. Carme Jiménez Fernández

Directora, Institut Ramon Muntaner

Potser les respostes les dona aquest projecte, que recull l'evolució i la situació actual de nuclis abandonats o de molt baixa densitat demogràfica en l'àmbit lingüístic català: en total s'han documentat 1 554 pobles.

La recerca s’inicia l’any 2019 davant l’evidència del desequilibri territorial existent en l’àmbit lingüístic català i dels problemes que se’n deriven. Així, es posa en marxa amb l’objectiu de fer una radiografia de l’abandonament basada en el treball de camp i la recerca científica.

Vius, abandonats i en recuperació

El projecte va catalogar inicialment 1 554 nuclis. La pàgina d’inici presenta actualment un mapa amb més d’un miler de punts de colors diversos que assenyalen nuclis abandonats, en procés de recuperació o d’ocupació estacional, o amb menys de 30 habitants.

El desembre de 2025 ja n’eren consultables 1 189: un 66 % de vius, un 21 % d’abandonats i un 13 % en procés de recuperació o d’ocupació estacional. També eren accessibles 19 500 recursos documentals —articles, monografies, fotografies, mapes i documents, entre d’altres. L’objectiu és finalitzar l’inventari, en una primera fase, aquest 2026.

Llocs assenyalats com pobles abandonats o en recuperació al web del projecte.

La curiositat ens portarà, inevitablement, a clicar en algun d’aquests punts. En fer-ho, s’obre una fitxa detallada que inclou múltiples camps informatius: la localització geogràfica del nucli, el seu estat actual de conservació, l’existència o no d’elements catalogats i el seu estat, una síntesi de la seva història i els motius de l’abandonament. També informació sobre els serveis vigents i la distància respecte als més propers o més rellevants, entre d’altres.

A més, la pàgina posa a l’abast un ampli ventall de recursos gràfics i documentals per aprofundir en la història i la situació present de cada nucli.

Així, s'ha aconseguit disposar d’una base documental que permet abordar el fenomen del despoblament des de perspectives diverses i d’una manera transversal. Això ha segut gràcies a la xarxa dels centres d’estudis locals i el conjunt d’investigadors i investigadores que han recollit la informació de les fitxes.

Biscarri, Lleida

El títol del projecte genera certa controvèrsia entre els nuclis registrats amb menys de 30 habitants, però la decisió es fonamenta en la terminologia utilitzada en l’àmbit europeu per abordar aquesta qüestió.

Molt més que pobles

El projecte no pretén recuperar tots els nuclis abandonats; el seu propòsit és convidar-nos a aprendre dels errors i a posar el focus en l’elevat nombre de nuclis amb menys de 30 habitants registrats.

Tot i que parlem de manera genèrica de “pobles”, el projecte recull en realitat diferents tipologies de nuclis: poble, barri, colònia industrial, fortificació, mas, parròquia, possessió (en el cas de Mallorca), barraques, nuclis semidispers, polígons d’habitatges o urbanitzacions. El requisit per ser inventariats és haver estat unitats poblacionals amb activitat econòmica i social.

Orpinell, Alt Penedès

El treball compta també amb la col·laboració de persones expertes de geografia aplicada i en eines d’intel·ligència artificial —concretament Power BI— i permet aprofundir en la interrelació i l’anàlisi de dades. Ben aviat, a través de la pàgina web, es podran consultar els índexs d’abandonament i de recuperació generats a partir de les dades del projecte.

Gestió forestal i problema de l'habitatge

El projecte planteja moltes preguntes i obre nous reptes de futur. Els motius de l'abandonament són múltiples: concentració de població en nuclis mitjans propers amb més serveis, cessament de l'activitat productiva principal, conflictes bèl·lics, decisions polítiques que privilegien unes zones respecte a unes altres o que afecten la viabilitat del nucli i catàstrofes naturals, entre d'altres. És important atendre a aquesta diversitat a l'hora de prendre decisions sobre com actuar.

L'estudi també apunta respostes en relació a la necessària gestió forestal i als problemes d'habitatge. Tot i que l'objectiu no és repoblar els nuclis, els resultats que ens oferirà l'index de recuperació podrien ajudar a l'hora prendre decisions en relació a possibles nuclis que es podrien tornar a habitar o a reactivar per incrementar la població.

Aquesta recerca pot esdevenir un punt de partida per prendre decisions de futur, tant des de les polítiques públiques com des de la iniciativa privada.

Què fer amb els pobles abandonats

L’any 2025 es va constituir un grup assessor, format per persones de perfils acadèmics diversos, per plantejar com transferir aquest coneixement a diferents nivells i aprofundir en l’anàlisi de dades.

El 2026 es celebrarà un congrés internacional, de l’1 al 3 d’octubre, a l’Institut d’Estudis Catalans. També es generarà una exposició itinerant.

El projecte incorpora també un recurs educatiu en format joc amb el títol “La clau ets tu”, adreçat a estudiants de 3r i 4t d’ESO i de 1r i 2n de Batxillerat. Està pensat perquè els més joves reflexionin sobre el problema de l’abandonament a partir de la informació de la web i dels objectius de desenvolupament sostenible, i que ho puguin relacionar amb la seva realitat pròpia.


[Font: www.theconversation.com]

sexta-feira, 10 de abril de 2026

El govern d’Andorra promou el català a la restauració i l’alimentació

Política Lingüística envia prop de 600 cartells i estovalles amb vocabulari en la llengua oficial a bars, cafeteries, fleques i comerços

El Departament de Política Lingüística del govern d’Andorra ha enviat prop de 600 cartells i estovalles amb vocabulari en català a bars, cafeteries, fleques i establiments del comerç d’alimentació per promoure l’ús del català i del vocabulari concret d’aquests àmbits. La iniciativa és fruit del conveni amb el Centre de Terminologia Termcat per actualitzar el vocabulari d’un àmbit o sector concret.

L’acord va consistir el 2025 en una col·laboració econòmica de 7.000 euros del govern per destinar-los al disseny i l’edició de cartells i estovalles individuals amb terminologia bàsica de les cafeteries i del comerç de queviures.

El Servei de Política Lingüística ha preparat un enviament a comerços, supermercats i grans magatzems, per una banda, amb una carta de la ministra en què demana la implicació dels establiments per situar-los en un lloc visible. També recorda les disposicions legals sobre la llengua pròpia i oficial, i el valor patrimonial i identitari del català com a element de valor afegit per a les empreses. 

En el cas dels cartells amb vocabulari de les cafeteries, s’envia un model de cartell diferent, acompanyat de la carta corresponent i un feix d’estovalles individuals de paper. A les cartes, la ministra també ofereix l’opció de demanar més unitats del cartell o les estovalles individuals als comerços i cafeteries.

Aquesta acció de difusió respon a l’objectiu 2.7 del Pla d’acció nacional per la llengua 2026-2028, “Fomentar l’ús del català en el comerç”, que s’inscriu en l’objectiu general 2, “Refermar el coneixement i l’ús del català entre la població”.


[Font: www.diaridelallengua.cat]


sexta-feira, 20 de fevereiro de 2026

Qui craint la vérité ? La campagne d’intimidation pour faire taire Francesca Albanese

Francesca Albanese est devenue l’une des personnalités les plus controversées de la diplomatie contemporaine, pas parce qu’elle commande des armées ou signe des traités, mais parce qu’elle s’obstine à décrire ce qu’elle constate. Depuis qu’elle a pris ses fonctions de rapporteuse spéciale des Nations unies sur la situation des droits humains dans les territoires palestiniens en 2023, cette juriste italienne a publié des rapports dont la précision chirurgicale tranche avec les euphémismes diplomatiques. 

Dans son rapport d’octobre 2024 à l’Assemblée générale, intitulé de manière éloquente Genocide as Colonial Erasure [Le génocide en tant qu’effacement colonial], elle a conclu qu’il existe des “motifs raisonnables” de croire que le comportement d’Israël à Gaza répond aux critères juridiques du génocide et s’inscrit dans le cadre d’un “projet centenaire de colonialisme de peuplement et d’élimination”. Peu de formules en droit international ont un tel poids moral. Et rares sont celles qui sont énoncées aussi clairement dans les hautes sphères de New York et de Genève.

La réaction a été immédiate et virulente. Les responsables israéliens l’ont qualifiée de “l’une des figures les plus antisémites de l’histoire moderne”. La France, l’Allemagne, l’Autriche et la République tchèque ont publiquement appelé à sa destitution après un discours prononcé en février 2026 lors d’un forum à Doha, dans lequel elle a condamné “la planification et la mise en œuvre d’un génocide” à Gaza et dénoncé la complicité des États qui ont armé et protégé politiquement Israël depuis octobre 2023 (un discours qui a ensuite été déformé par un extrait tronqué affirmant à tort qu’elle aurait qualifié Israël d’“ennemi commun de l’humanité”, une assertion qu’elle a catégoriquement rejetée).

La vidéo modifiée de ce discours a fait le tour des réseaux sociaux, suggérant à tort qu’elle aurait qualifié Israël d’“ennemi commun de l’humanité”. Elle a répondu avec lassitude et clarté :

“L’ennemi commun”, a-t-elle déclaré, “c’est le système — le capital financier, les algorithmes et les armes — qui permet les atrocités, et non un peuple ou un État”.


Les Nations unies ont réagi rapidement pour défendre l’indépendance de son mandat.

“Les rapporteurs spéciaux, a rappelé un porte-parole aux journalistes, ne sont pas des personnalités politiques, mais des experts indépendants mandatés par le Conseil des droits de l’homme et protégés par les privilèges et immunités des Nations unies”.

Reuters a noté que le limogeage d’un rapporteur en cours de mandat serait sans précédent, et les diplomates admettent en privé qu’une telle tentative échouerait certainement. Pourtant, les appels à sa démission dépassaient le simple clivage procédural.

Ces appels envoient un signal clair quant à qui a le droit de s’exprimer et jusqu’où les termes du droit international peuvent tenir avant de céder sous la pression politique.

Ce n’est pas seulement la gravité des conclusions de Mme Albanese qui contrarie certains chefs d’État, mais aussi la portée de son analyse. Dans son rapport de 2025 au Conseil des droits de l’homme, elle a retracé ce qu’elle a qualifié de transition “d’une économie d’occupation à une économie de génocide”, en cartographiant les réseaux financiers et commerciaux qui soutiennent l’expansion des colonies et les opérations militaires.

Elle a placé les gouvernements occidentaux au sein de cet écosystème, affirmant que la couverture politique et les transferts d’armes ont “poignardé le droit international en plein cœur”.

Amnesty International a fait écho à cette préoccupation, avertissant que la réduire au silence détournerait l’attention du “génocide commis par Israël à Gaza, de son système d’apartheid et de son occupation illégale”.

Qu’on soit d’accord ou non avec ses conclusions, les données qui sous-tendent la crise donnent à réfléchir.

Fin 2025, les autorités sanitaires de Gaza et les agences des Nations unies ont fait état de centaines de milliers de Palestiniens tués depuis octobre 2023, ainsi que de la destruction d’une grande partie des logements, des hôpitaux et des infrastructures hydrauliques. La Banque mondiale a estimé que la contraction économique à Gaza dépassait 80 %. L’UNICEF a décrit des niveaux de malnutrition infantile jamais observés depuis des décennies. Ces chiffres ne sont pas des envolées rhétoriques, mais le résultat brut de la dévastation.

Ils constituent la toile de fond de l’affaire de génocide portée par l’Afrique du Sud devant la Cour internationale de justice et des résolutions répétées de l’Assemblée générale des Nations unies exigeant un cessez-le-feu et l’accès humanitaire.

Dans toutes les capitales du monde, on parle avec conviction d’un “ordre fondé sur des règles”. Pourtant, ces mots perdent tout leur sens lorsque les règles sont appliquées de manière sélective. Si le droit international s’impose aux adversaires mais épargne les alliés, il cesse d’être une loi et devient un moyen de pression.

La force du système mondial reposait sur un regard indépendant. Lorsque les experts de l’ONU sont discrédités par des vidéos trafiquées, des campagnes de dénigrement orchestrées et des pressions politiques, les fondements du principe de responsabilité commencent à vaciller. Aujourd’hui, c’est Gaza. Demain, ce pourrait être l’Ukraine, le Myanmar, le Soudan ou tout autre conflit où la vérité déstabilise le pouvoir. La désinformation ne connaît pas de frontières. Les précédents se propagent rapidement. Si le monde tolère que l’on fasse taire les enquêteurs gênants, c’est le signe que le multilatéralisme est conditionnel : fort dans les discours, fragile dans la pratique.

La confiance s’érode. Le cynisme grandit. Le Sud observe et se souvient.

Défendre des mandats indépendants n’est pas une attaque contre un État quelconque. C’est défendre l’ordre même que les gouvernements prétendent maintenir. Si les garants du droit international le contournent face à l’épreuve, les répercussions ne se limiteront pas à une seule région. Elles se feront sentir partout où la justice dépend du courage plutôt que des intérêts particuliers.

L’Europe est bien sûr très sensible à cette question, marquée par l’Holocauste et la résurgence de l’antisémitisme. Albanese elle-même a présenté ses excuses pour des propos passés qui avaient été largement critiqués. Ces réalités complexes exigent de la prudence. 

Cependant, confondre une critique juridique sévère du comportement d’un État avec la haine d’un peuple risque de banaliser l’antisémitisme réel et d’appauvrir le débat de fond. La déclaration commune de 116 organisations de défense des droits de l’homme condamnant ce qu’elles ont qualifié de “campagne de dénigrement ciblée” a mis en garde contre les menaces que de telles tactiques font peser sur la liberté d’expression et l’intégrité des mécanismes des Nations unies. 

Le Haut-Commissariat des Nations unies aux droits de l’homme a constaté une augmentation alarmante des attaques personnelles et de la désinformation dirigées contre des experts indépendants. 

La théorie des relations internationales offre plusieurs perspectives sur la situation actuelle. Les réalistes voient des États qui défendent leurs alliés et leurs intérêts. Les progressistes voient des institutions sous pression. Les constructivistes notent comment les récits de traumatismes historiques et d’identité façonnent les réflexes politiques. Mais au-delà de la théorie se pose une question plus simple : le système international peut-il tolérer des vérités dérangeantes lorsqu’elles impliquent des acteurs puissants ? 

Le langage d’Albanese est indéniablement sévère. Elle parle d’apartheid, de colonialisme, de génocide. Pour certains diplomates, ces mots closent toute discussion. Pour d’autres, ils constituent la seule terminologie adaptée à l’ampleur des souffrances. L’histoire montre que des termes autrefois considérés comme incendiaires — apartheid en Afrique du Sud, nettoyage ethnique dans les Balkans — peuvent devenir des outils de responsabilisation.  

Le Comité spécial des Nations unies contre l’apartheid, créé en 1963, a d’abord été critiqué pour son caractère politisé, mais il a ensuite contribué à mettre en place les sanctions internationales et à faciliter la transition.  

L’avenir de Gaza et de la Palestine ne sera pas garanti par la seule rhétorique. La reconstruction nécessitera des dizaines de milliards de dollars, une réforme gouvernementale crédible au sein des institutions palestiniennes, des garanties de sécurité pour Israël et un horizon politique qui redonne dignité et autonomie aux Palestiniens. Un argument courant veut que l’absence d’un processus politique viable ne fasse que perpétuer les cycles de violence. Le développement durable dans la région dépend de la responsabilité et de l’inclusion, car l’impunité engendre l’instabilité.  

La diplomatie australienne, modérée, fondée sur des principes et pragmatique, peut jouer un rôle à cet égard. Soutenir les initiatives humanitaires de cessez-le-feu, l’indépendance des tribunaux internationaux, soumettre les exportations d’armes au respect du droit international humanitaire et investir dans la société civile palestinienne sont loin d’être des mesures radicales. Elles sont conformes à des engagements pris de longue date. Un pays d’importance moyenne n’a pas besoin de crier pour se faire entendre, il lui suffit d’être cohérent.  

Le mandat de Francesca Albanese a révélé un paradoxe dérangeant. Les Nations unies sont souvent critiquées pour leur inefficacité, mais lorsqu’une de leurs expertes indépendantes s’exprime sans détours en termes juridiques, les réactions montrent que les mots ont encore de l’importance. Les tentatives de la marginaliser ont jusqu’à présent échoué, pas parce qu’elle est irréprochable, mais parce que son mandat incarne un principe plus important que n’importe quel individu : le contrôle des droits humains ne doit pas s’incliner devant les convenances politiques.  

Pour un public mondial las des conflits sans fin, la voie vers un avenir meilleur pour Gaza et la Palestine ne consiste pas à faire taire les voix dissidentes, mais à affronter honnêtement les preuves. La crédibilité du système international — et des États qui prétendent l’administrer — repose sur ce courage.  

En fin de compte, le débat porte moins sur un rapporteur que sur la question de savoir si la promesse “plus jamais ça” conserve tout son sens lorsqu’elle se heurte aux tragédies actuelles.

                                                                                                           Écrit par Kurniawan Arif Maspul


Article original en anglais : Who fears the truth? The lawfare campaign to silence Francesca Albanese.Middle East Monitor, le 15 février 2026.

Traduit par Spirit of Free Speech


[Source : www.mondialisation.ca]