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sexta-feira, 18 de setembro de 2026

La Shoah, la storia e la scoperta della vergogna - colloquio con Carlo Ginzburg

Il rigore dei fatti e la trappola del ricordo. L'Olocausto e Auschwitz. Lo storico riflette su identità multipla ed eredità di Primo Levi: «Ho capito di essere ebreo quando ho cambiato nome»

di Emanuele Coen

La conversazione con Carlo Ginzburg parte da alcune verità storiche incontrovertibili, ampiamente condivise. E si nutre delle sue citazioni colte e disparate: Proust, Omero, Agostino, Brecht. Ognuna di queste, come porte in un misterioso castello, ne cela altre, indizi di un paradigma magmatico e inesorabile. Il Giorno della Memoria è l’occasione per ragionare insieme con Ginzburg, uno dei più importanti storici contemporanei, saggista, professore di fama internazionale, figlio di Leone e Natalia Ginzburg. 

 

La data del 27 gennaio è stata scelta per commemorare le vittime della Shoah: quel giorno, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, rivelando al mondo l’orrore del genocidio nazista. Il nostro colloquio parte dalla Storia con i suoi punti fermi: la persecuzione degli ebrei, l’abisso dei lager, il genocidio, il processo di Norimberga, la necessità dello Stato di Israele.

 

Negli ultimi anni tutto si è complicato. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, perpetrato dai terroristi di Hamas con oltre 1.200 morti e 250 ostaggi israeliani, la repressione attuata dai militari dell’Idf è stata brutale. Il massacro della popolazione palestinese di Gaza e le accuse di genocidio al governo guidato da Benjamin Netanyahu hanno lacerato l’opinione pubblica, rimettendo in discussione convinzioni e certezze. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja ha emesso un mandato di arresto contro il premier israeliano per crimini di guerra e contro l’umanità. Addirittura l’unicità di Auschwitz viene messa in dubbio e l’espressione “mai più”, imperativo morale dell’elaborazione della Shoah, sembra aver perso in parte la propria forza. Ginzburg non si sottrae all’incalzare dei fatti. Nell’ultimo anno ha firmato appelli contro la pulizia etnica a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina, contro il recente ddl Delrio sulla definizione di antisemitismo. Nel suo nuovo libro, “Il vincolo della vergogna. Letture oblique” (Adelphi, pp. 275; € 32), lo storico sposta l’asticella del ragionamento: sostiene che il Paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. «La vergogna può essere un legame più forte dell'amore», esordisce il professore con tono cordiale e pacato, accogliendoci via Zoom nel suo studio colmo di libri e fogli di appunti, a Bologna.

 

Professor Ginzburg, può approfondire il concetto cardine del libro?

«Il saggio, già pubblicato diversi anni fa, esce ora per la prima volta in italiano. L’ipotesi centrale è che la vergogna implica un vincolo di appartenenza. Quando insegnavo a Los Angeles fui colpito dal fatto che, di fronte alle torture di Guantanamo, provavo orrore e furore ma non vergogna, mentre per eventi italiani - anche minori - avvertivo questo sentimento. La vergogna indica il Paese in cui ci riconosciamo, quello di cui possiamo vergognarci. Ho verificato questa ipotesi con amici di diversi Paesi: tutti hanno reagito con sorpresa iniziale seguita da pieno consenso. Rileggendo il mio saggio dopo il 7 ottobre, ho aggiunto una coda. La feroce, criminale risposta del governo Netanyahu al pogrom di Hamas ha suscitato vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica».

 

La nostra conversazione avviene alla vigilia del Giorno della Memoria. Marc Bloch ha affermato che la memoria non si basa necessariamente sulla verità ma la deforma e la arricchisce. Condivide questa prospettiva?

«Per ragionare su questo punto occorre partire da un libro bellissimo di Maurice Halbwachs, “Les cadres sociaux de la mémoire”, uscito nel 1925. Lui distingue fra cornice sociale della memoria e Storia. Ho cercato di sviluppare questo concetto alla luce di vicende successive e sono arrivato alla convinzione che la memoria reagisce a qualcosa che non ha a che fare col vero e col falso. In altre parole, memoria e Storia devono restare separate, anche se la Storia si nutre della memoria e viceversa».

 

Vista così, tuttavia, la riflessione sulla Storia rischia di restare confinata tra gli addetti ai lavori.

«Non necessariamente. Il mio motto, scherzo naturalmente, è “tartufi per tutti”. I tartufi sono buoni, cari, rari, quindi tartufi per tutti. Scrivere di Storia, dunque, non significa abbassare il livello dell’argomentazione per renderla comprensibile a un pubblico più ampio. Al contrario, vuol dire cercare di trascinare il pubblico dei non addetti ai lavori nel mondo della ricerca. È il contrario del paternalismo: il mio modello è Marc Bloch, che l’ha detto molto chiaramente. Altri modelli, nella letteratura novecentesca, sono Marcel Proust con la “Recherche” e Bertolt Brecht, che sottolinea l’importanza di includere l’impalcatura nella costruzione dell’edificio».

 

A ottantuno anni dalla liberazione di Auschwitz cosa significa celebrare il Giorno della Memoria?

«Non ho mai accettato di intervenire in questa giornata per un motivo semplice: non penso di avere niente di rilevante da dire. Una pura ripetizione sarebbe inadatta alla circostanza e forse anche dannosa. Cito un amico che invece interviene con grande ricchezza di argomentazione, Stefano Levi Della Torre. Ammiro quello che Stefano fa, ma non mi sento di seguirlo su questo terreno, molto delicato, perché si può arrivare alla banalizzazione. È quello che mi spaventa».

 

Qual è la giusta distanza per guardare oggi la Shoah?

«La dimensione emotiva non può essere esclusa, fa parte della verità di questa tragedia immane. L’esempio di sdoppiamento a cui pensiamo subito è Primo Levi. Non a caso Lévi-Strauss, a proposito di “Se questo è un uomo”, affermò che si tratta dell’opera di un antropologo».

 

Claude Lanzmann, regista del monumentale documentario “Shoah” (1985), criticava severamente qualsiasi rappresentazione romanzata dell’Olocausto. Eppure film come “Schindler’s List” e “La vita è bella” hanno contribuito all’esercizio della memoria. Di recente è uscito “Norimberga” di James Vanderbilt. Condivide il rigorismo di Lanzmann?

«Mi sono sempre tenuto lontano da questo genere di film. Ma il punto è di carattere generale e la risposta viene ancora una volta da Bloch. Nel suo libro postumo “Apologia della storia o mestiere dello storico” c’è un capitolo straordinario su quello che lo storico può trarre da narrazioni di finzione. Quando leggiamo memorialisti come Saint-Simon, dice Bloch, al di là di quello che scrive la cosa più importante è quello che leggiamo tra le righe. Su questo aspetto ho scritto un saggio intitolato “Rivelazioni involontarie”, incluso nel volume “La lettera uccide” pubblicato da Adelphi. Leggere tra le righe è decisivo per uno storico».

 

Nell’ultimo anno lei ha firmato appelli contro “la pulizia etnica” a Gaza, per il riconoscimento dello Stato di Palestina e contro il ddl Delrio, che include nella categoria di antisemitismo anche alcune critiche radicali allo Stato ebraico. Li firmerebbe ancora?

«Vorrei rispondere alla sua domanda con un’altra domanda: “Cosa è successo nel frattempo per indurmi a un ripensamento?”».

 

Sul termine “genocidio” dei palestinesi di Gaza lei ha citato Tatiana Bucci, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia?». Qual è la sua posizione?

«Il termine genocidio ha una dimensione tecnica giuridica, ma viene usato anche al di fuori di questo contesto. Sulla comparazione con la Shoah, Primo Levi aveva una posizione chiara: comparare non significa abolire l’unicità dell’evento. Se il confronto implicasse una diminuzione dell’enormità della Shoah non lo accetterei. La comparazione evidenzia convergenze e divergenze».

 

Durante la guerra lei usò un nome falso per sfuggire alla persecuzione. Come influì questo fatto sulla sua percezione di sé?

«Ne parlo nella postfazione al mio libro “I benandanti” (Adelphi). Ero con mia madre e mia nonna al Saltino, vicino a Vallombrosa, quando la zona era occupata dai tedeschi in attesa delle truppe inglesi. Mia nonna, Lidia Levi Tanzi, l’unica componente non ebrea della famiglia, mi disse: “Se ti chiedono come ti chiami, devi dire Carlo Tanzi”, il nome di suo padre. Avevo cinque anni. Scrisse quel nome sulla prima pagina del libro che mi stavano leggendo, “Il più felice bambino del mondo”. Più tardi ho capito che in quel momento sono diventato ebreo».

 

Come si concilia il sentirsi ebreo con il non credere nell’identità come categoria fissa?

«Nel caso di un ebreo diasporico è la riprova che le identità sono multiple. Come diceva Primo Levi: “italiano ed ebreo”. Non amo la parola identità proprio per la sua etimologia: da “idem”, per cui si rimane uguali. Il mio sentirmi ebreo viene dalla persecuzione, ma proprio per questo rifiuto l’identità come categoria fissa, essenziale. È preferibile considerare l’individuo come il punto di convergenza di più insiemi».

 

E l’identità italiana?

«Il caso italiano è appassionante e unico. È impossibile trovare un Paese in cui il policentrismo sia così accentuato in uno spazio così piccolo. Potrebbe essere un esempio per il mondo, far fare un passo avanti all’umanità».

 

Pochi anni fa avete consegnato l’archivio di suo padre, Leone Ginzburg, alla Fondazione Polo del ’900. È stato costretto a sdoppiarsi: storico, figlio, sopravvissuto. Come è stata tramandata nella sua famiglia la memoria della Shoah?

«È stata una dolorosa, faticosa scoperta».

 

 

[Fonte: www.lespresso.it] 

domingo, 16 de agosto de 2026

Il sionismo ha deformato il linguaggio, quindi ora le parole sono armi utili

Le organizzazioni filo-israeliane hanno modificato il senso di ‘intifada’ e ‘Palestina’, favorendo il genocidio e criminalizzando chi vi si oppone 

Una dimostrante in sostegno di Palestine Action arrestata davanti al tribunale di Londra il 30 luglio 2026.


di Marchella Ward

Middle East Eye

È una domenica mattina presto e vieni svegliato da poliziotti armati che bussano alla porta. Ti consegnano una lettera: lo Stato bloccherà il tuo patrimonio per altri sei mesi negandoti l’accesso ai tuoi conti bancari perché non condivide la posizione contro il genocidio che hai espresso pubblicamente.

La lettera cita un tweet che hai postato parecchi mesi fa e in cui criticavi il bombardamento di Israele e Usa contro l’Iran. Cita il fatto che hai condiviso un’intervista con un attivista filopalestinese e un articolo scritto sulle reti sociali da uno storico accademico. La lettera spiega che queste azioni dimostrano che non hai rinunciato alle tue convinzioni “a favore del jihadismo”.

Sembra una cosa uscita dalle pagine di un libro distopico di fantascienza, ma per Elias d’Imzalene, un attivista francese contro il genocidio e membro fondatore dell’organizzazione filo-palestinese Urgence Palestine, è diventata realtà.

Il reato di cui d’Imzalene è accusato e per il quale le sue libertà sono state ridotte e i suoi beni congelati per più di un anno non è tanto un delitto di pensiero, per usare un termine di George Orwell, quanto di parola.

Nel settembre 2024 durante una manifestazione contro il genocidio a Parigi aveva utilizzato la parola araba intifada inriferimento alla rivolta globale non violenta ancora in corso frequentemente in città di tutto il mondo contro l’occupazione israeliana della Palestina.

Il filmato del suo discorso ha circolato ampiamente sulle reti sociali e quando d’Imzalene è arrivato nell’aula di tribunale per difendersi il significato della parola intifada era stato totalmente modificato.

Secondo le organizzazioni sioniste che hanno intentato causa contro di lui la parola non si riferiva a una rivolta contro gli oppressori; l’avevano trasformata in un termine che denota violenza antisemita.

Cancellazione e controllo

La parola intifada non è l’unica di cui è stato trasformato in questo modo il significato da organizzazioni politiche sioniste.

Nel febbraio 2026 il gruppo della lobby filoisraeliana UK Lawyers for Israel [Avvocati Britannici per Israele] ha scritto al British Museum [uno dei principali musei di Londra, ndt.] chiedendo che eliminasse la parola “Palestina” dalle targhette dell’esposizione.

Secondo loro questa terminologia costituiva una “cancellazione” della storia ebraica e “avrebbe potuto rappresentare una vessazione” per i visitatori ebrei o israeliani. Il termine “antica Palestina” non cancella in alcun modo la storia ebraica, ciononostante il museo ha eliminato le targhette.

La lettera faceva parte di una campagna di lungo corso, svelata allora da Middle East Eye, per riscrivere il passato, imponendo una versione della storia che conferisca legittimità all’occupazione israeliana della Palestina.

La campagna, condotta non solo nei confronti del British Museum ma anche nelle università, compresa quella in cui lavoro, intende trasformare il senso delle parole.

Termini come “antica Palestina”, storicamente attestato almeno dal XII secolo a.C. e ampiamente utilizzato oggi da storici di professione, sono stati trasformati da questa campagna sionista in cancellazione “antisemita” della versione della storia preferita da Israele.

Questi esempi riprendono altri tentativi di trasformare e controllare ciò che le parole significano per ridurre l’opposizione al genocidio israeliano.

Lo slogan “dal fiume al mare” è stato vietato in molti Paesi, tra cui la Germania e lo Stato australiano del Queensland, in base all’argomentazione che sarebbe antisemita, benché appaia nella carta costitutiva del partito Likud di Benjamin Netanyahu del 1977 a sostegno dell’idea di uno Stato etnico ebraico.

E in Gran Bretagna circa 3.000 persone sono state arrestate per aver esposto la frase “Mi oppongo al genocidio, appoggio Palestine Action” in seguito alla messa al bando del gruppo di azione diretta. Il divieto, ora in discussione alla Corte Suprema, ha trasformato Palestine Action in un’organizzazione terroristica e ne ha mutato il significato in una frase a sostegno del terrorismo.

In ognuno di questi esempi vediamo all’opera una delle armi più potenti del sionismo: il suo tentativo di controllare il significato delle parole.

In arabo e in altre lingue la parola intifada è ampiamente utilizzata per riferirsi alla resistenza contro gli oppressori, dagli scioperi dei portuali nel porto di Bassora [in Iran, ndt.] nel 1952 alle proteste anticoloniali irlandesi contro i britannici, alle due intifada palestinesi e all’intifada della resistenza ebraica contro i nazisti nella rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943.

Sostenere che il termine intifada si riferisce alla violenza antisemita significa svuotare i vari strati di significato che la parola ha costruito in decenni di circolazione e uso e imporle una nuova accezione. Cercare di controllare il significato delle parole è ben noto ai linguisti come una tecnica del fascismo.

Nel suo libro del 1947 Victor Klemperer scrisse “Il linguaggio del Terzo Reich” riguardo a come anche la propaganda nazista cambiò il significato delle parole.

Come gli altri esempi delle parole il cui significato è stato modificato in difesa del genocidio ad opera di Israele, la parola intifada è distorta e riformulata come un indicatore di antisemitismo, trasformando in antisemiti quelli che la pronunciano.

Ridefinire la colonizzazione

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole non è nuova. Di fatto forse il suo atto di trasformazione linguistica di maggior successo è proprio la parola “sionismo”.

Nel suo libro “Lo Stato Ebraico” Theodor Herzl spiegò che il sionismo era un progetto di suprematismo europeo. Discutendo se per fondare uno Stato etnico ebraico dovessero essere colonizzate l’Argentina o la Palestina Herzl sostenne che la Palestina era preferibile perché uno Stato ebraico lì avrebbe costituito “un bastione dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà contro la barbarie.”

Descrisse una “Compagnia ebraica” sul modello di altre compagnie coloniali europee come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e la Compagnia Imperiale Britannica dell’Africa Orientale.

Altri sionisti erano d’accordo. Chaim Weizmann [uno dei principali dirigenti del movimento sionists, ndt.] nella sua autobiografia ricordò di aver detto nel 1919 alla conferenza di pace di Parigi che “quello che la Francia potrebbe fare in Tunisia… gli ebrei sarebbero in grado di farlo in Palestina”, e Vladimir Jabotinsky [leader del sionismo revisionista, di destra, ndt.] scrisse che “il sionismo è un’impresa coloniale.”

Ma il senso della parola “sionismo” venne presto trasformato dal colonialismo europeo in liberazione nazionale.

In una lettera a Max Nordau Herzl scrisse: “La Banca Coloniale Ebraica deve in realtà diventare la Banca Nazionale Ebraica.” E molte altre organizzazioni coloniali vennero rinominate in modo simile. L’Associazione per la Colonizzazione Ebraica, che favoriva l’immigrazione di coloni di insediamento dall’Europa orientale per occupare terre in Palestina, venne rinominata “Associazione Caritativa Ebraica”.

Il fatto che la parola “sionismo” avesse significato colonizzazione venne cancellato e alla parola venne attribuito un nuovo significato. Ora indica la filantropica creazione di un luogo di rifugio e un movimento di liberazione per l’autodeterminazione.

Dire che le armi del sionismo sono anche linguistiche non è un modo per minimizzare il suo potenziale distruttivo. Ciò che le parole significano non è solo una questione di cui accademici o filologi debbano riflettere nelle torri di avorio, sfogliando vocabolari e dizionari etimologici.

Stiamo vivendo un periodo in cui le parole possono uccidere.

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole è stata fondamentale per il genocidio israeliano dei palestinesi.

Hanno riscritto la storia, incarcerato attivisti e imposto restrizioni su libertà di ogni genere per quanti rifiutano di sottomettersi ai tentativi dei sionisti di controllare il linguaggio stesso.

È tempo che tutti noi impariamo a riconoscere che il controllo sulle parole è un’arma e che ci armiamo con il linguaggio per ribellarci.

 

Marchella Ward è docente di Studi Classici presso la Open University [principale università pubblica in rete del Regno Unito, ndt.]. Attualmente sta scrivendo un libro intitolato “Classicismo: come l’Occidente ha inventato il mondo antico”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

[Foto: SOPA Images via Reuters Connect - fonte: www.zeitun.info]

 

sábado, 25 de abril de 2026

A Real Academia Galega celebra a aprobación do novo Nomenclátor de Galicia

A Real Academia Galega (RAG) celebra a aprobación no Consello da Xunta de hoxe da proposta de revisión, corrección e actualización do Nomenclátor de Galicia (NG) de 2003, que a institución lle presentara á Comisión de Toponimia da Xunta de Galicia o pasado 18 de xullo. A ratificación supón o visto e prace final ao traballo dos especialistas do Seminario de Onomástica da RAG. O documento incorpora 1.665 nomes, ata chegar aos 42.909 topónimos que designan os 313 concellos de Galicia, as súas parroquias e mais os lugares ou entidades de poboación. Canto aos cambios, tras o estudo detallado de 4.398 casos, a Academia propuxo realizar cambios nuns 2.531 topónimos. Catorce corresponden a nomes de concellos, 12 tras as fusións, 182 ditames son sobre nomes de parroquias ou as súas advocacións e os demais 2.335 casos corresponden a nomes de lugar ou entidades de poboación. Todos os detalles das modificacións poden consultarse neste volume dispoñible na sección de publicacións de academia.gal.

Segundo a Lei de Normalización Lingüística (1983), os topónimos de Galicia teñen como única forma oficial a galega e correspóndelle á Xunta de Galicia a sanción final das denominacións das entidades de poboación que propón a RAG, respectando sempre as características dialectais de cada zona. O novo rexistro oficial entrará así en vigor tras a publicación no Diario Oficial de Galicia do decreto correspondente. O Seminario de Onomástica da Real Academia Galega agarda que en diante as vindeiras actualizacións deste documento en constante revisión se vaian aprobando de maneira anual ou bienal, como sucede noutras comunidades autónomas.

Cambios nos nomes de concellos
O Seminario de Onomástica ditaminou modificar os nomes dunha ducia de municipios, catorce no Nomenclátor de 2003, que non contemplaba aínda a posterior fusión de Cerdedo e Cotobade e mais de Oza dos Ríos e Cesuras. Para adaptárense ás Normas ortográficas e morfolóxicas do idioma galego, pasan a ser Cerdedo Cotobade e Oza Cesuras, sen guión, signo que tamén perde Mondariz Balneario. Alén destas cuestións ortográficas, o concello ourensán rexistrado ata o momento como Riós será definitivamente O Riós, en consonancia coas súas atestacións históricas e co uso que a poboación fai do artigo; o coruñés Porto do Son incorpora o artigo e recoñécese como O Porto do Son, algo que tamén acontece con O Campo Lameiro, A Ribeira de Piquín e O Castro de Caldelas. O contrario sucede con Pastoriza, que deixa atrás o artigo; Cangas engade o “apelido” e pasa a ser Cangas de Morrazo; A Cañiza restitúe a forma galega tradicional documentada desde antigo, A Caniza; e Alfoz recupera o seu nome histórico, Alfoz do Castrodouro.  Nesta ligazón poden consultarse as motivacións de todos estes cambios.

Tipos de modificacións e criterios aplicados

O Seminario de Onomástica revisou o Nomenclátor de 2003 e realizou dous tipos de análises: aquelas destinadas a solucionar problemas de tipo lingüístico e aqueloutras que atinxen incidencias de carácter xeográfico-administrativo.

Os criterios xerais que os especialistas da RAG seguen para ditaminar e, polo tanto, modificar ou manter a forma oficial dun topónimo son catro: malia que o primordial é a etimoloxía de cada unha das denominacións, téñense en conta tamén as atestacións escritas na documentación histórica, especialmente cando a etimoloxía é escura; a tradición gráfica consolidada nos últimos dous séculos, e mais o uso oral e escrito que a veciñanza e as principais institucións fan do topónimo. Procúrase ademais non realizar un novo ditame naqueles casos que presentaban dúbidas.  

Dentro do primeiro gran grupo de revisións, estudáronse 4.398 topónimos sobre os que se sinalaba algún posible problema lingüístico. Case o 60 %, un total de 2.531, foron obxecto dun novo ditame. As preto de 5.000 incidencias analizadas en total (hai topónimos obxecto de revisión por máis dun motivo) clasificáronse en seis grupos xerais: morfosintácticas (2.479), léxicas (927), gráficas (377), fonéticas (900), compostas (140) e advocacións de parroquias (128). 

A maior porcentaxe de problemas que presentaba o NG 2003 refírese á ausencia ou á presenza do artigo. Realizáronse 1.519 informes que respondían á necesidade de incluílo na denominación oficial de lugares como os do Barral, O Couto, O Curriño, O Torreiro, O Fixoi, O Ceán e As Pociñas, no concello coruñés de Abegondo; mentres que noutros 427 casos ditaminouse que cumpría eliminar o artigo en lugares como Vilar no mesmo municipio. 

Os problemas léxicos tamén foron motivo dun gran número de revisións, máis de 900. Especialmente importantes foron as investigacións que se levaron a cabo naqueles topónimos en que se detectou un nome total ou parcialmente distinto; ou aquelas en que se restituíu a forma patrimonial galega de topónimos que figuraban castelanizados no NG 2003, como os varios *A Rectoral que pasan a ser A Reitoral en Cabana de Bergantiños, Santiso, Xermade, Monforte de Lemos, Taboadela, Vilagarcía de Arousa, Ortigueira e Crecente.

Canto aos 128 problemas identificados nas advocacións de parroquias, 80 respondían á advocación errada, 45 estaban castelanizada e 3 carecían de advocación no anterior Nomenclátor.

Na revisión do NG advertiuse ademais a existencia de 13.788 topónimos con algún problema xeográfico-administrativo, que sumaban 16.752 incidencias. Malia que a cifra semella realmente alta, cómpre ter en conta que o 64 % corresponde a discordancias cos datos do INE. Hai, por exemplo, 8.817 topónimos que non figuran no relación estatal pero que si aparecían xa no Nomenclátor de Galicia de 2003. Neste casos, só se deixa constancia desta circunstancia, sen que sexa preciso o estudo e ditame do Seminario de Onomástica da Real Academia Galega.

Inclusión e exclusión de topónimos no Nomenclátor
Respecto da eliminación ou inclusión de novos topónimos, no Nomenclátor de Galicia actualizado figurarán 7 parroquias máis ca na versión de 2003. Unha delas é A Coruña, que se refire en termos administrativos a todo o núcleo urbano da cidade do mesmo nome; outra é Os Tilos, en Teo; dúas pertencen a Narón, Xuvia (Santa Icía) e Xuvia (San Martiño); e as demais son Santo Estevo e Teixeira, en Baralla; e Sevane, en Navia de Suarna. 

Danse ademais de alta 1.658 lugares. Algunhas incorporacións corresponden a novas entidades de poboación, se ben a maioría son nomes de aldeas con moi poucos habitantes que se incorporan á  nova listaxe autonómica grazas á información facilitada polos concellos, o Instituto de Estudos do Territorio e as persoas que colaboran con Galicia Nomeada, o proxecto da Academia e a Xunta para a xeolocalización de microtopónimos que designan leiras, montes ou veigas, mais que tamén serve de apoio de cara á corrección do Nomenclátor.

Hai así mesmo 111 novos lugares que responden á existencia de núcleos de casas co mesmo nome pero diferenciados por adxectivos ou locucións adverbiais (de Arriba, de Abaixo...); 33 son correccións na asignación de parroquia ou concello; e por último, 9 son lugares compartidos entre dúas parroquias, cando no NG 2003 só figuraban incluídos nunha delas.

Tendo en conta todos os diferentes posibles motivos, os concellos que máis entidades de poboación rexistran por primeira vez no novo Nomenclátor de Galicia son Foz (176), Lourenzá (56), Narón (53), Ourol (49) e Pontevedra (47). Chaman tamén a atención outros casos como o do Porto do Son, con 37 entidades de poboación máis, entre elas A Beira, O Campo, A Carballa, O Castro, Comandín, A Cascoña ou As Crabeiras. 

No que atinxe ás baixas, elimináronse 8 parroquias e 155 entidades de poboación que formaban parte do NG de 2003, gran parte delas por seren lugares adscritos a unha parroquia errónea (80) ou porque son nomes de terras, de avenidas, de rúas, de prazas, de aldeas asolagadas ou desaparecidas. 

O Nomenclátor de Galicia: unha obra en constante renovación
A revisión do Nomenclátor de Galicia é un traballo aberto, inacabado, pois tense constancia dun bo número de lugares das provincias de Ourense e Pontevedra que aínda non figuran no Nomenclátor e que están pendentes de estudo. En vindeiras edicións está ademais previsto facer unha revisión exhaustiva dos topónimos referidos aos barrios urbanos das cidades e vilas para valorar a súa inclusión neste documento oficial coa toponimia maior de Galicia.

O Seminario de Onomástica da Real Academia Galega agarda que as próximas modificacións sexan aprobadas de forma periódica, contando idealmente cunha nova versión do Nomenclátor cada ano que corrixa oficialmente con axilidade as constantes correccións de imprecisións detectadas, mais que tamén responda á nova realidade urbana en constante transformación, como xa se fixo para o caso do concello da Coruña, onde desenvolvementos urbanos como o recente Polígono de Visma implicaron a desaparición de dúas entidades de poboación, O Barral e O Coidal. Outras entidades tamén eliminadas na Coruña son O Corgo, desaparecida ao construírse o actual parque de Oza, ou Carracedo e As Cernadas, en Mato Grande. No lado oposto figuran entidades de poboación de nova creación que se engaden ao Nomenclátor, como O Monte Alfeirán ou O Monte de Mero, onde se prevé o desenvolvemento de novos espazos urbanos.


[Fonte: www.academia.gal]