domingo, 8 de fevereiro de 2026

«Sentimental Value» film di Joachim Trier



di Cinzia Cattin

Trionfatore assoluto agli “European Film Awards” 2026 con ben sei premi nelle categorie principali  – miglior film europeo, miglior regia, miglior attrice (Renate Reinsve), miglior attore (Stellan Skarsgård), miglior sceneggiatura (Eskil Vogt e Joachim Trier) e miglior colonna sonora originale (Hania Rani) -, il norvegese Joachim Trier era conosciuto per la cosiddetta trilogia di Oslo comprendente Reprise (2006), Oslo, August 31st (2011) e La persona peggiore del mondo (2021); anche se è solo grazie a quest’ultimo film che ha raggiunto l’interesse della critica internazionale. Si potrebbe scambiare facilmente con un altrettanto premiato regista norvegese, Dag Johan Haugerud, autore di un’altra trilogia ambientata nella capitale norvegese e intitolata Sex Dreams Love, il cui ultimo capitolo, Love è uscito il marzo scorso in Italia. La comprensibile confusione nasce anche da un’affine poetica di intenti dei due autori. Entrambi infatti privilegiano una scrittura filmica molto intensa e ricca, intesa ad indagare le dinamiche nei rapporti familiari ed umani dei protagonisti, lasciando in secondo piano l’azione. Ma, mentre il metodo di scrittura di Haugerud è prettamente letterario e centrato su conversazione e lunghi dialoghi, quello di Trier è senza dubbio più introspettivo e anzi, quasi all’opposto, pone al centro della trama l’incapacità dell’individuo di comunicare. E proprio nel mettere in scena questa mancanza rimane perfettamente in linea con la tradizione teatrale nordica del melodramma. 

Pure le vicende familiari del suo ultimo Sentimental Value, vincitore a Cannes del Grand Prix della Giuria, hanno luogo nella capitale norvegese, ma qui poco vediamo della città di Oslo se non una breve panoramica nell’introduzione d’inizio. Per il resto la maggior parte della storia si sviluppa quasi tutta dentro i muri di casa di una tradizionale abitazione in legno, decorata con delicati intarsi di colore rosso. Qui sono nate e cresciute le due sorelle Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). La prima è una rinomata attrice di teatro che impersona importanti ruoli in drammi – non a caso! – di Ibsen e Shakespeare, la seconda è una storica. Entrambe hanno molto sofferto per la separazione dei genitori e il successivo abbandono del padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista famoso, del nido familiare. Solo che, mentre Agnes è riuscita a crearsi un nucleo affettivo solido ed ha un marito ed un figlio, Nora, la più grande, non solo ha problemi a legarsi seriamente, ma soffre di attacchi di panico da palcoscenico che rendono l’avvio dei suoi spettacoli decisamente molto agitati per i colleghi. Quando, dopo la morte della madre, Gustav chiede a Nora di recitare nel ruolo principale di un progetto filmico che ha in mente di realizzare sul passato della loro famiglia, la ragazza rifiuta con rabbia e sdegno, sostenendo l’impossibilità fra loro di comunicare e di capirsi. Gustav, pur dispiaciuto, visto che aveva scritto il copione del film proprio pensando alla figlia, offre la parte all’attrice americana Rachel Kemp (Elle Fanning) conosciuta in occasione di un festival, nonostante questa non parli nemmeno una parola di norvegese e non assomigli per niente a Nora. Con grande fatica e soprattutto grazie all’amore fraterno di Agnes, Nora ed il padre compiranno un lungo percorso di riavvicinamento, attraversando delusioni personali, riscoprendo tragedie del passato familiare e risvegliando traumi infantili che sembravano sopiti.

Ancora una volta Joachim Trier non ha paura di mostrare i suoi protagonisti per quello che sono: caratteri fragili, non sempre capaci di prendere la decisione giusta, abili nel mostrarsi ostili verso gli altri più per paura o per proteggere le proprie debolezze che per cattiveria, rinchiusi dentro una corazza come dei ricci e quindi costretti alla solitudine.

La vecchia casa di famiglia sprigiona un’energia nascosta, con le sue crepe, i suoi segreti, le sue porte che si aprono e si chiudono, le sue zone d’ombra, quasi a voler e poter comunicare, con il silenzio dei suoi spazi, molto più delle persone che la vivono da anni. I muri casalinghi diventano il luogo privilegiato per raccontare e analizzare le complesse relazioni e gli instabili equilibri di una famiglia, spesso causati da traumi avvenuti nel passato, che ancora riversano ombre, sofferenza e incomprensione nel presente. E, come nei film precedenti di Joachim Trier, la salvezza alla crisi individuale si trova solo nella creazione artistica, nell’Arte con la A maiuscola, in questo caso nelle discipline del cinema e del teatro – mentre in La persona peggiore del mondo si trattava di graphic novel e fotografia. L’arte, tanto come la casa, rappresenta lo spazio, il terreno comune nel quale sia padre che figlia si muovono a proprio agio e dove possono incontrarsi, ponendosi allo stesso livello, se solo lo vogliono. Il regista, e per farlo come dicevamo si lascia ispirare dai maestri del melodramma nordico quali Ibsen e Strindberg, ma ci mette anche molto del cinema di Ingmar Bergman, descrive con acutezza e originalità i molteplici aspetti di un dramma dovuto all’incapacità di dimostrare affetto e alla mancanza di riuscire a comunicare amore. Un problema che pervade tutta la società contemporanea occidentale. Non c’è nessuna intenzione di fare critica sociale però, solo portare in luce le dinamiche di desideri e aspettative non andate a buon fine e che hanno provocato il disadattamento affettivo dei protagonisti.

Il legame letterario, o se vogliamo l’evidente volontà narrativa del film si accentua in più parti quanto il proseguimento del racconto è affidato ad una voce femminile in fuori campo. Nonostante la tragedia dei sentimenti, la narrazione di Sentimental Value, si arricchisce di momenti di ilare ed inaspettata comicità che alleggeriscono, almeno per qualche attimo, la densa atmosfera creata dagli intensi sguardi di un meraviglioso Stellan Skarsgård e da una sempre brava, a momenti eccezionale, specie nella sua spontaneità recitativa, Renate Reinsve. La riuscita e l’effetto sentimentale dei momenti e delle scene più marcanti, infatti sono lasciati alla bravura e alla prestazione degli attori, alla microscopica alterazione delle espressioni dei loro visi, alla postura e al movimento dei loro corpi, che trasmettono con vivida e genuina espressività ciò che non dicono le parole. Grazie a questa efficace, per quanto minimale, comunicatività siamo in grado di ritrovare il ‘valore affettivo’ di una famiglia, rimasto abbandonato fra le pieghe del passato e le fessure delle porte di casa. Molto consigliato perché è sempre un piacere riscoprire al cinema i grandi sentimenti.

In Concorso al Festival di Cannes 2025  (Grand Prix della Giuria)
In sala dal 22 gennaio 2026


Sentimental Value  – Regia: Joachim Trier; sceneggiatura: Eskil Vogt, Joachim Trier; fotografia: Kasper Tuxen; montaggio: Olivier Bugge Coutté; musiche: Hania Rani; interpreti: Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleaas, Stellan Skarsgård, Elle Fanning, Cory Michael Smith; produzione: Mer Film, Eye Eye Pictures, MK Productions, BBC Film, Lumen Production, Komplizen Film, Zentropa, Zentropa Sweden,  Film i Väst ; origine: Norvegia/Francia/ Germania/Danimarca, 2025; durata: 135 minuti; distribuzione: Teodora/Lucky Red. 


[Fonte: www.close-up.info ]

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