di Marco Ercolani
Interrogata da Maria
Nadotti sulla natura del trauma, la psichiatra palestinese Samah Jabr risponde
così: «Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e
transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione
e dell’apartheid. È l’esposizione incessante alla violenza, alla vessazione,
all’umiliazione a deformare la psiche degli individui, costretti ad adattarsi
al peggio per sopravvivere. Il progetto coloniale è, in sostanza, la riduzione
dell’individuo all’impotenza» (Samah Jabr. Maria Nadotti, Trauma infinito. Una psichiatra
palestinese racconta, Feltrinelli 2026). Non
sono queste parole che possano essere equivocate. Una psichiatra di
Gerusalemme, che vive in un paese di guerre, testimonia che la sua pratica
clinica è inscindibile dall’azione politica e dall’esperienza di vita. Dovendo
lottare per ogni singolo individuo, afflitto spesso da lutti inconsolabili,
resiste alla disperazione cercando, in ogni modo, con ogni mezzo, ai limiti del
possibile, di trovare una anche piccola speranza verso un minimo futuro. Alla
cura del sintomo deve affiancarsi una filosofica saggezza, che sappia
ascoltare.
Nell’ultimo testo del
libro-intervista, Hakimah. Oltre il camice bianco, leggiamo: «Perciò,
sì, chiamatemi hakimah, perché curare senza saggezza può guarire un
corpo, ma non può risanare il mondo. In un’epoca tormentata da guerre,
sfollamenti e violenza strutturale, il mondo ha bisogno di medici che
personifichino la saggezza tanto quanto la competenza clinica: medici capaci di
ascoltare a fondo, di vedere con chiarezza e di agire in modo giusto al
servizio di tutti gli esseri umani, medici coraggiosi che non abbiano paura di
essere puniti dalle istituzioni per la loro limpidezza morale».
Il giuramento di
Ippocrate recita: «Tutto ciò che vedrò e ascolterò nell'esercizio
della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti
con gli uomini e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando
la cosa segreta. Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io
godere dei frutti della vita e dell’arte, stimato in perpetuo da tutti gli
uomini; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario».
“Mantenere il segreto”, nel caso dello psichiatra, ha una sfumatura diversa:
non si tratta solo del segreto da “non svelare”, rispettosi della privacy del
paziente, ma soprattutto del segreto da “indagare”, fonte di trauma e di
dolore: «Il trauma inscritto nell’esperienza dei palestinesi è reiterato,
costante, subdolo. Si accumula, dunque può trasmettersi come un’”eredità”. Se
non lo si riporta alla sua genesi storico-politica, se non lo si affronta come
trauma di un’intera società, non se ne viene a capo... Se non si trova il modo
di arrivare alla causa e al cuore di quella sofferenza, di permetterle di
esprimersi offrendole il tempo e l’amorosità dell’ascolto e della comprensione,
si rischia solo di iperpatologizzarla. In una società come la nostra, chi
soffre non va messo nella posizione del “paziente”, ma affiancato nella
ricostituzione di un tessuto sociale che si è smagliato e rischia di non
ricomporsi mai più. Ed è un lavoro eminentemente politico».
In tutto il libro il
“bisogno tanto di saggezza quanto di medicina” è evidente. Hakimah,
nell’arabo classico, significa “donna saggia”, non “dottoressa”. Il “trauma
infinito” dei pazienti, provocato dalla guerra interminabile che devasta tutti
i paesi arabi, è qualcosa che riguarda anche noi occidentali, perché è
impossibile sottrarsi a questo dolore diffuso, a questo permanente sopruso
contro l’umano. Samah Jabr, secondo la tradizione ebraica, sarebbe una zaddiqim,
un giusto destinato a salvare il mondo o almeno a pensare di
poterlo salvare.
Fondamentale, per la
psichiatra palestinese, è dare risposte non univoche, ma complesse, politiche,
dinamiche, all’interno della sua competenza clinica su temi drammatici, ad
esempio quello del suicidio, affrontato sia come rischio nella salute mentale sia
come dilemma religioso.
«M.N.: Un uso
combinato, il tuo, dei tuoi strumenti professionali e della tua conoscenza del
testo coranico.
S.J: Sì, uso innanzitutto
la mia familiarità con le tematiche religiose per trovare un punto di accesso e
poi mi servo delle mie competenze professionali per arricchirle. Credo che la
conclusione di quell’articolo sul suicidio fosse che è necessario che i medici
siano informati sul piano religioso e che i religiosi siano informati dal punto
di vista medico e psicologico in modo da svolgere insieme il loro compito».
Samah Jabr non si accontenta delle prime interpretazioni. La sua etica personale, umana, religiosa, clinica, non è un vangelo fissato in norme, come un codice giuridico: è modellata dalle idee e dall’esperienza clinica di un “caldo” sguardo antropologico che prevede un “principio-speranza” e una sincera adesione a una fede mai dogmatica: «Per il momento vorrei citarti tre versetti del Corano che, a mio parere, aiutano ad avere un pensiero critico. Il primo dice di non seguire il modello paterno e di pensare con la propria testa; il secondo di non seguire le persone che hanno potere e influenza; il terzo, di non seguire la maggioranza perché la maggioranza non sempre ha ragione. Poiché in generale si tende a fare queste tre cose, questi passi sono molto rilevanti. Tieni conto che sono stata io ad accostarli. Nel testo coranico questi versetti si trovano in punti diversi».
L’interpretazione
è il modo che ogni persona sviluppa dentro di sé per far sentire la propria unica
voce. Non interpretare conduce ad accettare una realtà così come è, senza
impegnarsi a mutarla. Samah Jabr sposta l’indagine psichica dalla stanza chiusa
dell’analisi, in cui vengono discussi i traumi interiori, alla
stanza-conflitto, dove i traumi esogeni sono la sostanza del mondo, soprattutto
in Palestina. Psicoterapeuta e scrittrice, per anni responsabile dell’Unità di
salute mentale del ministero della Salute palestinese, ha elaborato un metodo
clinico, ispirato a Frantz Fanon, che vuole esplorare le patologie generate
dalla violenza sociale. La vocazione psichiatrica di Fanon, autore di I
dannati della terra, si scontrò con la realtà violenta dell’oppressione
coloniale, che lui chiamava la «patologia della dominazione». Samah Jabr
potrebbe solo sottoscrivere le parole di Aimé Césaire che Fanon pone a epigrafe
del suo Discorso sul colonialismo: «Io parlo di milioni di persone a cui
sono stati inculcati/ con grande accortezza la paura, il complesso/
d’inferiorità, la soggezione, la prostrazione,/ la disperazione, il
servilismo».
Samah Jabr crede che sia
possibile curare anche in tempi di genocidio: difendere il proprio
Corano, non arrendersi, resistere. Curare è prendersi cura delle persone
sofferenti e vive, di noi stessi, dei libri che leggiamo, degli esseri che
amiamo. Storicizzare i sintomi, decolonizzare la cura, prevenire il suicidio;
ecco i doveri primari dello psichiatra curante. Non solo in Palestina o a Gaza,
ma dovunque si consumi una violenza psichica e fisica di incommensurabile
violenza, un attentato al nostro restare “esseri umani”. «Nella pratica
psichiatrica vedo studenti, professionisti e genitori che adempiono ai loro
compiti e ricoprono il loro ruolo senza apparente difficoltà e che tuttavia di
frequente vengono da me con quesiti che riguardano non solo la regolazione
emotiva, ma il senso stesso della propria esistenza. “Che senso ha vivere in
queste condizioni?”. “Come faccio a proteggere i miei figli dalla
disperazione?” “È da codardi volersene andare”?» ... Secondo le mie osservazioni
una stragrande maggioranza di coloro che esprimono un desiderio di morte porta
con sé un desiderio di vita ripetutamente naufragato. Spesso, quando qualcuno
dice “vorrei essere morto”, ciò che di fatto esprime è il desiderio di vivere
senza paura, senza impotenza, senza umiliazione».
In Palestina è facile
dissociarsi da una realtà che non può essere tollerata. Il trauma interminabile
dei ripetuti attacchi militari costringe talvolta a non voler più vedere una
realtà tanto atroce, a scorrere rapidamente i video di droni letali che causano
esplosioni mortali, perché è devastante vivere nel clima di una strage che non
prevede nessuna soluzione. Credere che un sollievo possa ancora
esistere, oltre il più indicibile dolore, è il compito del terapeuta, la sua
personale ‘leggenda” umana, se sa accordarsi al dolore altrui e tenerlo dentro
di sé. A volte, all’uomo ferito, può bastare uno sguardo, un cenno della mano,
l’inizio di una fiaba. Si fa ciò che è possibile fare, pur cercando una pace
impossibile, reale solo nei nostri sogni.
Scorrendo l’intervista di
Maria Nadotti, Samah Jabr si concede anche delle confidenze intime; parla di
una sua relazione affettiva che si è sviluppata al di qua dell’amore, come
affettuosa amicizia; parla dei suoi sogni. «...sogno molto e presto attenzione
ai miei sogni, che mi dicono molto sulla mia vita personale e la realtà. E, sì,
ho una serie di sogni ricorrenti. Per esempio, sogno spesso i miei passaporti.
Cerco i miei documenti di viaggio, non li trovo, mi preoccupo. Un altro tema ricorrente
sono i piedi. Ad esempio sto pregando, ma quando finisco la preghiera non trovo
le mie scarpe». Samah è una donna in cammino, che cerca sempre una sua
strada per lottare contro soprusi individuali e collettivi. In uno dei suoi
libri, Sumud. Resistere all’oppressione (Sensibili alle foglie, 2021),
Samah parla del ṣumūd, una parola/concetto potente, che testimonia
l’arte della perseveranza, della pazienza, dell’immaginazione. Il ṣumūd non
nega il trauma, non è un valore statico, un atteggiamento apatico: è un modo di
tenere con sé, dentro una certa armonia, qualcosa che sembrava perduto. In un
certo senso, assomiglia a un metodo che preveda il silenzio e la
resistenza: è una forma di terapia. «La terapia richiede la ricostituzione
dell’umanità stessa: un risveglio globale che riconosca che nessun pacchetto di
aiuti può sostituire la responsabilità. Tra le rovine di Gaza, la questione non
è se il territorio palestinese possa riprendersi ma se il mondo possa
recuperare la propria visione morale». Se i fatti diranno che è
impossibile recuperare una visione morale collettiva, occorrerà che ogni
palestinese, ogni essere umano, guidi se stesso e chi vive accanto a sé verso
una sua visione morale: fosse anche simile un sogno, in quel sogno esisterebbe
e non andrebbe del tutto perduta. Gaza, per Samah, può anche essere ricostruita
ma non da chi l’ha distrutta. Il percorso di un mutamento, di una speranza che
nutra se stessa anche nell’impossibilità effettiva di un mutamento, non
spaventa Samah Jabr. La sua scrittura, nitida, lucida e chiara, nasce dopo
lunghe esperienze epistolari: non è un caso che l’autrice abbia iniziato a
scrivere proprio dopo avere scambiato lettere con interlocutori diversi ma
fecondi per il suo sviluppo interiore. Quando tutto appare ridotto al silenzio,
immerso nelle ombre della fine, un essere umano può, anche solo per caso, far
pervenire un messaggio a un altro essere umano, una lettera breve, un cenno di
saluto. Da una semplice frase si può ipotizzare l’inizio di una resurrezione,
anche se le rovine di Gaza e il trauma mai concluso della guerra sono l’ombra
costante dell’intero popolo palestinese. Eppure è vero che nessun trauma può
davvero essere infinito: è lungo, intollerabile, atroce, ma non infinito.
Fedor Dostoevski, nel 1876, scrive un racconto, Sogno di un uomo ridicolo, dove un uomo che ha deciso il suicidio sogna di volare e di vedere una nuova terra. Questa finzione, pur generando belle emozioni e speranze, è destinata a restare illusione. In questa nuova terra innocente il protagonista vivrà per il tempo breve del sogno ma la sporcherà ancora, diventando colpevole di una nuova corruzione. Il dolore resta assoluto, il senso di colpa invincibile. Ma il personaggio, appena destato dal sogno, acquisirà una nuova consapevolezza che gli permetterà di non uccidersi e di tentare di essere diverso: tornato nel mondo reale, aiuterà una bambina a non morire. In sintesi, trova le sue energie positive all’interno di un sogno dove la visione della terra nuova eleva l’uomo dalle tenebre. La finzione salva l’uomo dall’abisso definitivo. E se questo sogno letterario, nato dal Diario di uno scrittore, domani fosse sognato da un paziente di Samah Jabr e aprisse le vie a una “nuova terra” in una realtà sconsolata, marchiata dai traumi e dalle guerre? Pensarlo è un’utopia della mente, ma le utopie possono non essere sconfitte.
[Fotografia di Alexandra Dols - Wikimedia Commons - fonte: www.doppiozero.com]


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