Di Cinzia Cattin
Con un giro di chiavi ad un massiccio portone di metallo si apre il film Due procuratori, presentato in Concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes, del regista ucraino Sergei Loznitsa, il quale ricordiamo aveva vinto il premio per la miglior regia nella sezione Un Certain Regard con Donbass nel 2018.
Il dramma storico, ambientato nel 1937, è tratto dall’omonimo racconto biografico del fisico e scrittore russo Georgy Demidov (1908 –1987), scritto dopo aver passato 14 lunghi anni in un gulag, vittima innocente del terrore staliniano. Solo cinque anni dopo la morte di Stalin, nel 1958, Demidov ha ottenuto l’autorizzazione a lasciare la Kolyma, la regione del gulag dove era internato, e a tornare ad una vita ‘normale’, sotto il vigilante controllo delle autorità. Scrivere rimane un’attività clandestina. Il KGB gli sottrarrà nel 1980, l’anno delle Olimpiadi in Russia, tutti i suoi manoscritti, che verranno in parte pubblicati solo dopo la sua morte.
Ma parliamo del film: sullo schermo vediamo quindi l’enorme ed impenetrabile cancello di un carcere siberiano aprirsi per far entrare nuovi prigionieri. Queste magre, lente e deboli figure di uomini, ombre di sé stessi, che non riescono nemmeno a stare in piedi vengono costrette a lavorare. Ad uno di questi poveri derelitti viene dato il compito di bruciare il contenuto di un sacco. Lo seguiamo salire lento le scale, passare cancelli dove stanno di guardia inerti secondini e proseguire per freddi corridoi fino a raggiungere una grigia cella con una stufa al centro. Soltanto la cenere deve rimanere delle sporche cartacce del sacco. L’uomo però inizia a leggere quelle centinaia, migliaia di lettere prima di bruciarle: sono richieste di liberazione di prigionieri politici che accusano il regime stalinista, la così detta giustizia comunista, di confessioni strappate con la forza, di torture, e maltrattamenti in carcere. Il vecchio, andando contro gli ordini, ne salva una, scritta con il sangue. E così ci ritroviamo di nuovo davanti al portone. Questa volta ad entrare è il giovane studente di legge Alexander Kornev (Alexandre Kouznetsov). Appena nominato ispettore, Kornev è stato incaricato di far chiarezza sulle accuse rivolte al prigioniero Stepniak (Alexandre Filippenko) internato nel blocco speciale e, come veniamo a scoprire, autore della richiesta miracolosamente salvata dall’altro prigioniero.
Grazie a
immagini statiche, sempre frontali, e all’impeccabile fotografia di Oleg
Mutu (che ha lavorato con il regista rumeno Cristian Mungiu a
molti importanti film ed ora collaboratore fisso di Loznitsa) dal
forte, quasi pesante, chiaroscuro di luci e ombre, che rende i colori quasi
inesistenti, seguiamo le peripezie del procuratore Kornev che, pieno di
giovanile idealismo ancora crede nella Giustizia e nella Verità e con
entusiasmo cerca con ogni mezzo le prove dell’innocenza di Stepniak, ma finisce
per confrontarsi lui stesso con la brutalità delle Grandi Purghe dello
Stalinismo.
Sergei Loznitsa ci racconta senza mezzi termini, con fredda e calma chiarezza, con la sua personale punta di cinismo – chi ha visto e ammirato Donbass già conosce la sottile vena grottesca del regista – come un sistema tirannico sappia manipolare a suo piacimento le armi della corruzione e della burocrazia per accanirsi contro onesti, volenterosi cittadini allo scopo di trasformarli e presentarli all’opinione pubblica come dissidenti, pericolosi nemici della patria. La trovata machiavellica persegue in realtà l’unico fine di rendere innocui ed inerti i non allineati, sbattendoli in una cella per lasciarli lì a marcire, dimenticati da tutti.
In un film che parla di una giustizia impossibile e autoreferenziale non potevano mancare riferimenti o spunti da Il castello o Il Processo di Kafka, ma anche camei (il viaggio in treno verso Mosca di Kornev) che riprendono la letteratura di area russa e l’influenza di Dostoevskij. Questo nuovo lavoro del regista ucraino, quindi, è da interpretarsi come un adattamento letterario reso in forma di messa in scena teatrale che tende all’essenziale, all’astrazione e all’asettico. Sia la recitazione che i dialoghi risentono di questa particolare costruzione della sceneggiatura, e gli attori si muovono con voluta e innaturale staticità nei movimenti, soprattutto i secondini del carcere. Il che aumenta l’effetto di disumanità che li caratterizza.
Sullo stesso argomento ricordiamo, tra i tanti, anche un piccolo film che era passato l’anno scorso nella sezione Forum della Berlinale, il Marijas klusums (Maria’s Silence) di Dāvis Sīmanis, anche se allora il soggetto era una figura storica realmente esistita, l’attrice di teatro Maria Leiko, tragica vittima delle purghe staliniane.
Dal regista
ucraino non poteva non arrivare questo veemente atto di accusa contro uno dei
momenti più bui della Russia sotto il regime di Stalin magari, mutatis
mutandis, anche a quello di Putin oggi. Indirettamente,
come risulta facile intuire, Due procuratori si
rivolge contro tutti i sistemi totalitari che utilizzano un sistema giudiziario
e punitivo in modo antidemocratico – un’opera, quindi, non facile, asciutta e
scarna, ma importante e necessaria.
In sala dal 12 febbraio 2026.
Due procuratori (Two Prosecutors/Dva prokurora) – regia e sceneggiatura: Sergei Loznitsa, tratto dall’omonimo libro di Georgi Demidov; fotografia: Oleg Mutu; montaggio: Danielius Kokanauskis; musiche: Christiaan Verbeek; interpreti: Aleksandr Kuznetsov, Aleksandr Filippenko, Anatoliy Beliy, Andris Keišs, Vytautas Kaniušonis; produzione: Atoms & Void, White Picture, LOOKSfilm, SBS Productions, Avanpost Media, Studio Uljana Kim; origine: Francia/Germania/Romania/Latvia/Olanda/ Lituania, 2025; durata: 117 minuti; distribuzione: Lucky Red.
[Fonte: www.close-up.info]



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