L’approvazione della legge, che svilisce la vita umana, è una vittoria per le organizzazioni terroristiche e sottolinea l’abbandono da parte di Israele dei valori umanistici e liberali, mettendo a nudo la natura reazionaria del regime. Qualunque tribunale che approverà questa legge è inadatto a giudicare.
di Mordechai Kremnitzer
Haaretz
Negli ultimi anni la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ha lavorato per portare avanti la revisione del sistema giudiziario, con maggiore intensità nelle scorse settimane, sfruttando lo stato di guerra con l’Iran.
Ciò include il ripristino della pena di morte, che ricopre un posto d’onore, o più precisamente di disonore, nel recidere del tutto i restanti valori umanistici e liberali di Israele.
Nel mondo liberal-democratico l’abolizione della pena di morte è considerata uno dei più alti traguardi dell’epoca successiva alla seconda guerra mondiale. Israele si è adeguato a questa tendenza in due modi: abolendo la pena di morte per omicidio, che ha ereditato dalla Palestina sotto il mandato britannico, e sostituendola con l’ergastolo obbligatorio nel 1954; inoltre, attraverso una coerente prassi delle procure e dei tribunali per evitare l’uso della pena di morte, eccetto per i crimini nazisti.
I nostri codici prevedono assai pochi reati punibili con la pena di morte – per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, per i più gravi reati contro la sicurezza dello Stato, per i reati di terrorismo, per i reati più gravi commessi da soldati in base alla legge marziale e per omicidi commessi in Cisgiordania da chi non è cittadino o residente israeliano.
Ma, come già detto, tranne che per i crimini nazisti il sistema giudiziario si caratterizzava nel rendere lettera morta la pena di morte prevista dai codici. In Israele la distanza tra la pena di morte sancita nei codici e la sua mancata applicazione nella realtà non era dovuta solo a vincoli giudiziari, ma anche ad inequivocabili valutazioni di sicurezza che evidenziavano la mancanza di prove in merito a un effetto deterrente della pena di morte di fronte al terrorismo.
Di fatto le valutazioni indicavano la possibilità che la pena di morte potrebbe in realtà incoraggiare gli atti di terrorismo che conferiscono lo status di shahid (martirio) e la glorificazione sociale di coloro che sono stati giustiziati, nonchè gravi incidenti durante l’arresto dei sospettati e il rischio di morte di ostaggi israeliani.
Certo ci sono stati periodi in cui funzionari della sicurezza hanno fornito al governo e alla Knesset pareri professionali e non si sono limitati ad una debole e inconsistente dichiarazione di non opposizione alla legge. Vi era un tempo un parlamento che non legiferava finchè non gli fosse sottoposta dati affidabili dal punto di vista professionale, ricerche e pareri di esperti. C’era, e ora non c’è più.
Una governance illuminata è stata sostituita da una governance incompetente. Come prevede il principio di legalità nel diritto penale, la legge riguarda il futuro e non si applica agli atti commessi prima della sua entrata in vigore. Tuttavia contiene anche un’indicazione per il futuro. Ciò riguarda i gazawi detenuti in quanto coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se fossero accusati di reati capitali è ragionevole ritenere che il nuovo approccio alla pena di morte verrebbe applicato nei loro confronti – non più lettera morta, ma un cappio intorno al collo degli incriminati.
Il vecchio Israele era orgoglioso della propria moderazione. Il nuovo Israele, quello in cui Ben Gvir e Smotrich dettano la linea, fa l’esatto opposto. Cerca di sostituire la moderazione con una sete di sangue, purché non sia sangue ebreo. Il vecchio approccio scaturiva da una moralità universale ed ebraica. La deliberata uccisione di una persona quando può essere punita in altri modi è un atto estremamente crudele. Da questo punto di vista la nuova legge è un grande traguardo per le organizzazioni terroristiche ebraiche. Uno dei loro obbiettivi è restringere la distanza morale tra loro e i mezzi illeciti che utilizzano e lo Stato contro cui lottano. Arriva il parlamento di Israele e fa loro un regalo.
E’ anche interessante notare che tra i pochi casi in cui è stata applicata la pena di morte in Israele due si sono rivelati errori giudiziari. E’ il caso di Meir Tobianski, che è stato condannato a morte da una corte marziale e giustiziato e il cui nome in seguito è stato riabilitato dalle accuse attribuitegli.
E’ anche il caso di John Demjanjuk, incriminato dalla Corte Distrettuale e condannato a morte, ma assolto in appello a causa di un ragionevole dubbio circa la sua identità, cioè se fosse veramente l’“Ivan il terribile” di Treblinka. Se non fossero stati aperti gli archivi dei servizi segreti sovietici è altamente improbabile che Demjanjuk sarebbe stato assolto.
Il rischio di errori giudiziari aumenta in un clima pubblico intriso di sete di vendetta e di disumanizzazione dei palestinesi. La nuova legge fa di tutto per assicurare che il margine di errore cresca: abolisce il requisito di unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania nelle decisioni sull’incriminazione e la condanna, stabilendo un voto a maggioranza.
I promotori della legge hanno anche trovato un modo per garantire che essa non possa, dio non voglia, applicarsi agli ebrei: nella definizione di reato di omicidio è stato stabilito che lo scopo dell’omicidio sia la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele. Quanto al reato di omicidio in Cisgiordania, che deve essere giudicato da un tribunale militare, vi sono processati solo gli abitanti palestinesi.
Gli estensori di questa legge sanno che la nauseante macchinazione che hanno prodotto non resisterà ad un ricorso, ma questo non li spaventa. Per prima cosa, non è dato sapere quanto tempo ci vorrà perché venga emanata una sentenza. In secondo luogo, se l’Alta Corte di Giustizia intervenisse, sarà possibile sostenere che è responsabile degli attacchi terroristici. Terzo, sarà possibile accusare la corte di contrastare la volontà del popolo e quindi che ci voglia una corte diversa, che rispetti la volontà del popolo, qualunque possa essere la natura morale di tale volontà.
La pena di morte è diventata una cartina di tornasole per classificare un regime come progressista o regressivo. Israele sta marciando dritto verso la seconda ipotesi, fingendo di appartenere alla prima. Questo inganno ha smesso di essere convincente. Il danno all’immagine di Israele e alle sue relazioni con l’Occidente liberale è evidente e destinato ad aggravarsi.
Si può presumere che il primo ministro non ne fosse a conoscenza anticipatamente, in quanto nessuno lo avrebbe informato. La pena di morte simbolizza il disprezzo per la vita umana, prima e anzitutto per la vita degli arabi. Questo disprezzo si manifesta di continuo, nel trattamento di coloro che non sono coinvolti nel terrorismo a Gaza, negli sfollamenti condotti con autorità e beneplacito in Cisgiordania e nella discriminazione contro cittadini arabi relativamente alla loro sicurezza. Finchè il governo di Israele persiste nella supremazia ebraica e nella netta distinzione tra sangue ebreo e palestinese, il disprezzo per la vita umana non può restare limitato ad un unico gruppo.
Esso si estende anche al gruppo di appartenenza: nel trattamento da parte del governo degli ostaggi, delle vittime che non sono sostenitrici del governo, delle avanguardie che difendono i confini del Paese e dei soldati. Al governo non deve essere consentito di sfruttare la sofferenza.
Si dice che quando l’ex deputato Avraham Melamed del Partito Nazionale Religioso (che rappresentava la fazione del sionismo religioso) era membro del sottocomitato per la scelta dei giudici egli chiedesse ad ogni candidato la sua opinione sulla pena di morte. Una posizione a favore della pena di morte avrebbe squalificato il candidato. Ma ora noi israeliani diciamo: “Come siamo fortunati noi ebrei ad avere un nostro Stato. Finalmente possiamo erigere patiboli nel nostro Stato e impiccarvi i gentili [i non ebrei, ndtr.].”
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)
[Foto: Itay Cohen - riprodotto su www.zeitun.info]
















