sexta-feira, 9 de outubro de 2026

«Naza». Quando il genocidio diventa sistema

 

Di Fabrizio Marchi  

Ho visto ieri sera il film “Naza”. In realtà si tratta di un documentario dove parlano, naturalmente in incognito e senza mostrare il volto, alcuni dei protagonisti del genocidio in corso da anni a Gaza. Sono per lo più tecnici specializzati (soprattutto informatici) e anche alcuni membri delle unità di elite dell’esercito israeliano che hanno deciso, non so per quale ragione – soltanto uno per un autentico pentimento, tutti gli altri forse per un non ancora consapevole bisogno inconscio di portare alla luce l’immane massacro di cui anch’essi sono stati protagonisti e di cui sono responsabili per la loro parte – di rispondere alle domande che venivano loro poste. 

Ciò che emerge è ciò che quelli come noi, più informati sui fatti e soprattutto sulla natura dello stato israeliano, sapevano già, ma un film è potenzialmente destinato ad un pubblico enormemente più vasto e meno informato sulla carneficina tuttora in corso e destinata a non finire se non con l’annientamento dei palestinesi di Gaza (e poi della Cisgiordania). 

Sono diversi gli aspetti che vengono alla luce. 

Il primo. Non c’è dubbio che quanto sta accadendo a Gaza è ciò che, storicamente parlando, si avvicina di più a quanto ideato e poi messo in pratica dai nazisti durante la seconda guerra mondiale sia nei confronti degli ebrei che delle popolazioni slave e russe. 

Il secondo. Il documentario mostra e dimostra la vera finalità di ciò che sta accadendo che non è la distruzione di Hamas e delle altre organizzazioni della resistenza palestinese ma il vero e proprio annientamento del popolo palestinese. La soluzione finale. Né più e né meno di quello che i nazisti posero in essere a suo tempo nei confronti degli ebrei. 

Per eliminare un qualsiasi militante di Hamas, anche dei ranghi più bassi, si eliminano decine o anche centinaia di civili sparando un missile contro un intero palazzo o bombardando un intero quartiere. I militanti di Hamas sono decine di migliaia quindi è facile immaginare le proporzioni. E’ quindi evidente il rovesciamento del paradigma. L’eliminazione di un singolo militante è l’alibi per eliminare centinaia di civili. 

Gli intervistati lo hanno confermato con estrema chiarezza e con una glacialità che è molto difficile decodificare dal punto di vista psicologico. Stanno per crollare? Sono sull’orlo di una crisi di nervi? Sono già morti dentro? Oppure sono semplicemente dei mostri (la famosa “banalità del male”…)? Difficile da stabilire. Quello che hanno spiegato è che per loro era del tutto normale premere un pulsante e massacrare centinaia di civili e subito dopo andare in discoteca o al pub, come se nulla fosse. “Quello che facciamo è ciò che vuole la società israeliana” – hanno raccontato – noi dobbiamo abbandonarci completamente al “sistema” che si fonda, appunto, sull’eliminazione scientifica del nemico (cioè il popolo palestinese), senza preoccuparci di niente e senza pensare a null’altro che ad eseguire gli ordini”. 

Il racconto degli intervistati diventa agghiacciante quando a parlare sono i cecchini, quelli che sparano sulle persone, bambini, donne, uomini, anziani, che vanno ad ammassarsi per cercare di procurarsi del cibo e dell’acqua nei punti di distribuzione, di fatto anche questi delle trappole finalizzate all’eliminazione sistematica della popolazione civile. “Loro correvano e noi gli sparavamo da lunga distanza”, hanno spiegato con una disinvoltura e una calma che definire sconcertante è un eufemismo, descrivendo anche come cade una persona colpita da un proiettile alle spalle o davanti. “In questo modo anche in un’ora ne ammazzavamo qualche decina”, hanno raccontato. Uno fra loro ha anche descritto con una certa dovizia di particolari come in realtà tutto ciò fosse un divertimento (ha detto proprio così…) che si trasforma in una sorta di esaltazione e a sua volta in un sentimento di onnipotenza, dato dal disporre della vita degli altri a proprio piacimento.   

Mi fermo, il racconto degli orrori che diventano “sistema” è ovviamente ancora più lungo. Vi rimando al film. Andatelo a vedere. 

Ultimissima considerazione. L’orrore di Gaza – come reso evidente dal documentario – non è il risultato dell’azione di un pugno di fanatici sionisti e integralisti religiosi di ultradestra rimossi i quali il problema è risolto, ma la logica e inevitabile conseguenza di un vero e proprio “sistema”, cioè di uno stato (definire stato un’entità politico-militare che non ha confini definiti e che li ridefinisce costantemente con l’aggressione sistematica ad altri stati e con la pulizia etnica e il genocidio delle popolazioni limitrofe, è un eufemismo) scientemente nato e strutturato per fare ciò che sta facendo e sostenuto da una “società civile” che con rarissime e pur encomiabili eccezioni è sostanzialmente complice del genocidio in atto. 

Anche in questo caso – se non vogliamo essere ipocriti e intellettualmente e moralmente disonesti – il parallelismo con la Germania nazista è reso evidente dai fatti. 

 

[Foto da Instagram - fonte: www.linterferenza.info]

Lleida, la ciutat del llibre en català

El festival Sant Miquel de les Lletres premiarà la trajectòria de la novel·lista Maria Barbal i del fundador de l'editorial Comanegra, Joan Sala

Joan Sala i Maria Barbal, premi II Premi Rosa Fabregat

No tot passa a Barcelona. Del dilluns 5 al dissabte 10 d'octubre, Lleida es convertirà en el gran escenari del llibre en català. La quarta edició de Sant Miquel de les Lletres, el festival impulsat per la Fundació Horitzons 2050, repartirà més d'una cinquantena d'activitats per tota la ciutat. Hi haurà des de les "Cantonades de poesia", en què poetes lleidatans recitaran versos al carrer, fins a un mercat del llibre perquè puguem comprar-nos i regalar-nos poemaris, contes, assajos, novel·les.  

La directora del festival, Mertxe París, ho descriu així: "L’essència de Sant Miquel de les Lletres és posar els llibres i la literatura en català a l’abast de tothom a través d’una programació d’activitats per a tots els gustos. Ho fem des de Lleida amb la voluntat que arribi a tot el país". I de totes les activitats que fan, ens destaca les sessions de narració oral per a escoles, instituts i residències de gent gran. "És una bona dinàmica per sumar lectors". Us expliquem les activitats que us hi esperen: 

Dilluns 5, a les 19:00 h, a l’Institut d'Estudis llerdencs hi haurà "La mort i els llibres", un diàleg amb la historiadora i escriptora Teresa Ibars i el novel·lista i poeta Pol Guasch, que estarà moderat per la terapeuta en dol i trauma Remei Capitán.

Dimarts 6, a les 18.30 h i també a l'Aula Magna de l'IEI, “Preparant la República” recuperarà la memòria de la revista Vida Lleidatana, que enguany celebra el seu centenari. La taula, que comptarà amb la participació de l'historiador Josep Maria Solé i Sabaté, el periodista Enric Calpena i la historiadora i professora d'història Antonieta Jarne, estarà moderada per la filòloga i periodista Anna Sàez, directora del diari Segre.

Dimecres 7, a les 19.00 h, la Sala Alfred Perenya (La Casa dels Gegants) ens preguntarem "Cap a on va el món?", una conversa sobre l'actualitat internacional amb els periodistes Lluís Foix i Lluís Caelles, i moderada per la periodista Sira Cusiné.

Dijous 8, a les 18.30 h i al mateix espai, l'escriptora i traductora Carlota Gurt i la periodista, escriptora i activista Núria Cadenes conversaran sobre "La literatura més enllà dels premis", en un acte moderat per la periodista i antropòloga Joana Soto.

Divendres 9, a les 19.00 h, el cicle tornarà a l'Aula Magna de l'IEI amb "Què són les editorials i les llibreries independents?", una reflexió sobre l'ofici d'editar i vendre llibres amb Marta Farré (Llibreria La Singratalla), Maria Sempere (Editorial Les Hores) i Matilde Martínez (Godall Edicions), moderades pel llibreter de La Irreductible, Joan Roure.

Dissabte 10, el Sant Miquel de les Lletres viurà la seva jornada més intensa. D'11.00 a 13.00 h, l'Aula Magna de l'IEI acollirà l'emissió en directe d'"El divan", de Sílvia Cóppulo. A la mateixa hora, la plaça de les Comèdies serà l'escenari d'un Matinal de narració oral per a públic familiar amb l'actriu Patrícia McGill i El Genet Blau. A les 18.00 h, el pati de l'IEI acollirà el lliurament del II Premi Rosa Fabregat, que enguany rebrà la novel·lista Maria Barbal i l'editor i fundador de Comanegra, Joan Sala. El festival tancarà a les 20:30 h al Cafè del Teatre amb l'espectacle "L'arbre de l'alliberament", un homenatge a Maria-Mercè Marçal amb música creada pel compositor David Pradas, i amb versos recitats per la poetessa Núria Miret i cantats per la soprano Maria Altadill. 

El cartell de "Sant Miquel de les Lletres"

[Font: www.catorze.cat]

L’écrivain Thélyson Orélien, otage d’une époque qui a peur

À travers Thélyson Orélien, sur sa tête, son nom et son roman dont beaucoup parlent sans l’avoir lu, s’expriment les fantasmes et les angoisses d’une époque qui change trop vite, qui file à toute berzingue vers une destination inconnue. Sa soudaine irruption nous révèle à nous-mêmes et le miroir qu’il nous tend est insupportable à regarder.

Manosque, France au 28e édition du festival de littérature « Les Correspondances », le 24 septembre 2026

Écrit par Dorcy Rugamba

Dramaturge, acteur et metteur en scène. Auteur des « Enfants gâtés de Butare » aux Editions JC.Lattès


« Les Titans, par la ruse d’Héra à la colère implacable, s’enduisirent le visage d’un gypse éclatant pour se déguiser. L’enfant contemplait dans un miroir l’image changeante de son propre visage. Alors les Titans s’approchèrent, le couteau du Tartare à la main, et fondirent sur lui. Là où le fer titanique tranchait ses membres, Dionysos faisait de la fin de sa vie le commencement d’une vie nouvelle »

Les Dionysiaques, Nonnos de Panopolis 

Thélyson Orélien a arrêté sa tournée promotionnelle en France, ce n’était plus tenable. Son éditeur canadien a annulé sa tournée au pays. Beaucoup de festivals et de salons du livre l’ont déjà déprogrammé et l’Académie Goncourt l’a retiré de sa sélection. C’est allé très vite. Le sort de cet homme a été scellé en quatre jours chrono. À peine accusé, déjà condamné. Sans même lui donner le temps de réunir un dossier et laver son honneur. Face à la machine, sa parole n’a pas pesé lourd. 

J’ai rencontré Thélyson pour la première fois à Nancy, au festival du Livre sur la Place. C’était alors une reine au milieu d’une ruche. La file d’admirateurs venus lui demander un autographe, une dédicace, un petit dessin, un selfie, s’étendait de la place de la Carrière jusqu’aux arches qui mènent à la place Stanislas. Le monde des lettres n’avait peut-être jamais connu une telle unanimité des critiques, des jurys littéraires et du public depuis longtemps. Son étoile montait à pic dans un ciel sans nuage ; ceux qui n’aimaient pas son roman le chuchotaient à voix basse. 

Nous nous sommes revus au dîner de réception offert à l’hôtel de ville, nous avons parlé de littérature et de Manosque où nous étions programmés pour échanger lors d’une rencontre à deux une semaine plus tard. J’ai vu un homme simple et effacé, qui parle d’une voix douce et sans emphase, sans tics d’écrivain, sans cette préciosité que les écrivains mondains affectent pour se distinguer du commun des mortels. J’ai vu un homme détaché, indifférent à toute l’agitation autour de son nom et qui cherchait un refuge où fuir la foule pour respirer un coup. Il cherchait visiblement quelqu’un avec qui parler normalement, en espérant sans doute dans son for intérieur que je ne me jette pas sur lui pour lui tresser des lauriers. Ce que je n’allais pas faire de toute façon ! 

Je ne lui ai pas partagé mes réserves sur son livre, qui n’ont rien à voir avec son style que je trouve savoureux ni avec les soupçons sur l’IA qui n’avaient pas encore émergé et auxquels je ne crois pas, mais avec ce genre picaresque auquel il a eu recours et qui m’épuise de plus en plus par son omniprésence pour décrire les réalités du sud global. 

Quand je l’ai revu une semaine plus tard, c’était un paria. Sa photo était placardée partout comme un criminel dont la tête est mise à prix, sur la une des grands journaux, il ouvrait les journaux télévisés, des émissions entières lui étaient consacrées. Son nom était traîné dans la boue de cet égout planétaire qu’est devenu internet, son visage grimé en prisonnier, en caïd, en poupée gonflable, en caricature de Tintin au Congo. Tout ça, sans avoir jamais fait de politique, sans avoir régné et écrasé sous son joug tout un peuple comme Papa Doc ou Ceausescu. Comment a-t-il fait pour se faire en si peu de temps des ennemis à une échelle industrielle ? Vilipendé avec plus de violence que des violeurs notoires sur qui glissent les accusations, encore plus honni que des serial killers. Quel destin ! 

Les accusations de plagiat venaient de s’ajouter aux soupçons de faussaire en IA. J’ai vu un homme groggy comme un boxeur coincé dans les cordes, les traits marqués par l’épreuve, et j’ai eu la pénible sensation d’assister aux derniers jours d’un condamné. 

Tous ceux qui ont un problème avec un voisin, avec un conjoint, avec un pays qui n’avance pas dans la bonne direction, avec leurs enfants qui passent la sainte journée sur TikTok, avec les machines qui envahissent notre quotidien, ont décidé de solder tous les comptes avec ce jeune homme à peine arrivé sous les projecteurs pour tout de suite saturer l’espace médiatique. 

À travers lui, sur sa tête, son nom et son roman dont beaucoup parlent sans l’avoir lu, s’expriment les fantasmes et les angoisses d’une époque qui change trop vite, qui file à toute berzingue vers une destination inconnue. Et ce mystère d’un monde qui s’ouvre sur les abysses rend les gens fous et violents. Ce jeune homme cristallise sur sa personne les peurs primales d’une Europe qui a peur de disparaître. Et qui va peut-être disparaître et le monde avec à force de le répéter tous les jours comme un mantra. 

Dans nos rêves et nos cauchemars, Thélyson est l’enfant d’un futur qui arrive trop tôt dans un monde qui n’a pas fini sa mue, qui n’est pas prêt, et ce prématuré a réussi à toucher le cœur d’un nombre incalculable de gens qui aujourd’hui veulent lui faire payer de l’avoir tant aimé. 

Sa soudaine irruption nous révèle à nous-mêmes et le miroir qu’il nous tend est insupportable à regarder. À ce moment précis de l’histoire, nous ne savons plus vraiment qui nous sommes. Nous devons désormais nous confier à une machine pour nous dire ce qui est humain et ce qui ne l’est pas. 

Ce que lui reprochent ses contempteurs, c’est de les avoir mis en crise. Et quelqu’un capable de créer en vous un doute existentiel, vous obligeant à vous dédire du jour au lendemain, ne peut être totalement humain, c’est forcément un robot, un cyborg, un homme augmenté. 

La situation est dure pour lui, bien évidemment, mais elle est encore plus critique pour cette société qui se déchire devant lui. 

À Manosque, je n’ai pas trouvé les mots pour lui exprimer ma compassion et ma solidarité, heureusement, mon éditrice qui était avec moi les a trouvés et les a prononcés pour nous deux pendant que nous prenions un café avant la rencontre. Je me suis contenté de lui tendre son roman pour qu’il me fasse une dédicace. J’ai refermé le livre sans la lire et nous avons attendu. De toute façon, je n’avais rien à dire. J’avais déjà tout dit la veille dans un post public où je lui exprimais ma révolte et mon soutien. 

J’ai pris du plaisir à partager un café en silence avec lui avant d’affronter une place publique noire de monde. Au début, je me demandais en regardant cette foule nombreuse, combien étaient là pour écouter deux auteurs, combien avaient accouru pour voir un homme devenu malgré lui une curiosité publique. 

Le festival a eu l’élégance de tenir la polémique à l’écart pour laisser place à la littérature, et cette rencontre a pris l’allure d’une rencontre littéraire normale, avec des questions-réponses et des lectures d’extraits de C’était ça ou mourir et Les enfants gâtés de Butare, nos deux livres. 

Nous avons cherché, trouvé ou pas, les liens et les parallèles entre l’histoire du Rwanda et celle d’Haïti. Je me suis rappelé que j’ai été moi aussi un jour Jonas Dorléon, obligé comme ce personnage qui porte un prénom biblique de partir ou de mourir. Je suis parti comme lui, en quittant clandestinement mon pays, en fuyant la mort, sans sac Carrefour, sans sac du tout, sans slip de rechange, sans René Depestre pour me tenir la main, avec juste une photo de famille comme cordon ombilical pour me rattacher à ma terre natale. 

Thélyson nous a parlé du ça. Ce « ça » du titre de son roman, vers lequel tend Jonas hors de son île. Au milieu de la rencontre, la modératrice a demandé qu’on écoute « Boya ye », un tube de rumba congolaise des années 80 qui ouvre tout un chapitre à la page 151 de mon roman. Et la voix de Mbilia Bel a fusé des enceintes au milieu des platanes. Un vent de fraîcheur, de grâce et de swing s’est emparé de la place. De l’oxygène enfin. Son corps s’est dégelé, un éclair de malice a traversé ses yeux, son visage poupin et enfantin a refait surface et nous nous sommes mis à onduler, à danser sur nos chaises. Si les femmes n’existaient pas, ce monde serait pire que la jungle du Darién ! Sur le moment, Thélyson m’a confié qu’on entendait les mêmes rythmes à Port-au-Prince. Là-bas ils mixent la rumba au kompa local. 

Pendant que je lisais au public la traduction des paroles de Mbilia Bel, je me demandais ce que ce serment d’amour inconditionnel avait à voir avec l’affaire qui nous travaillait tous l’esprit malgré nous. Finalement, en y repensant le lendemain, je me suis dit qu’il n’y avait peut-être pas mieux pour décrire l’attitude digne et bienveillante de l’équipe des Correspondances de Manosque et du public, qui a accueilli avec beaucoup d’affection et de bienveillance l’homme que partout ailleurs, les milieux culturels après l’avoir porté aux nues ont décidé de jeter par-dessus bord pour se sauver du naufrage qui frappe tout le milieu littéraire. 

J’ai vu un festival et son public faire le choix de la dignité. Si la littérature a encore un sens dans notre monde en mal de repères, c’est celui de nous faire grandir en humanité. 

Les accusations de plagiat qui frappent Thélyson sont graves. Il faut les condamner sans réserve. Que soit rendu à César ce qui est à César. Profitons de cette affaire pour découvrir ces textes spoliés et leurs véritables auteurs. 

Découvrons, pour ceux qui comme moi ne les connaissaient pas, Louis Pauwels et Jacques Bergier, Andy Bautista et la poétesse Dulce Maria Loynaz. Qu’une véritable justice leur soit rendue, lisons-les, mais lisons-les vraiment, il n’y a pas de meilleure réparation. Les auteurs existent pour toucher le cœur des gens, pas pour être brandis comme de vulgaires preuves par des comptes anonymes et incultes dans des procès médiatiques. 

Les œuvres de l’esprit sont sacrées et inaliénables. Ce combat doit être celui de tous. Nous espérons que tous ceux que le pillage des œuvres indigne - la presse, le devoir, le Huffpost, Libération, Mediapart, le Nouvel Obs, les éditions du Boréal, l’académie Goncourt, salons du livre et festivals - seront à nos côtés, avec la même force pour réclamer et obtenir que soit rendu à l’Afrique toutes ses œuvres d’art classique pillées par centaines de milliers et retenues encore de force dans les institutions culturelles occidentales. Que tout ce qui est à César soit rendu à César. 

Reste la vie d’un homme. Quoi qu’ait pu faire le citoyen Orélien Thélyson, ce n’est pas lui qui brûle la planète au chalumeau, ce n’est pas lui qui sème le chaos et la désolation dans le monde. Avant d’être un auteur controversé, c’est d’abord un être humain. C’est le fils de quelqu’un, l’enfant chéri d’une famille et d’un pays meurtri. Une famille dont il nous a partagé quelques moments d’intimité ; le rituel familial dirigé par son père, la lecture quotidienne de la Bible qui l’a amené à lire la totalité des saintes écritures. 

Et l’enfant de cette famille et de ce pays n’a pas à être pourchassé par une meute ! 

Visiblement l’homme lynché cet été n’a pas suffi à étancher la soif de certains milieux. Voici les mêmes chapelles idéologiques aux trousses d’un autre homme noir, un nœud coulant à la main ! 

Aux autres, qui participent à cette curée tout en se réclamant de la culture et du monde progressiste, souvenons-nous, s’il nous reste encore un peu de mémoire avant que les machines ne nous aient entièrement bouffé les tripes, le cœur et le cerveau, qu’on n’a pas le droit de marquer au fer rouge un Haïtien, de le huer, de lui aboyer dessus ou de le traquer comme une bête. 

Il y a des mémoires douloureuses qu’on n’a pas le droit de réveiller. Ce peuple a payé au prix du sacrifice suprême le droit d’être traité avec respect. C’est Haïti qui a permis au siècle des Lumières d’accoucher de sa promesse. En s’élevant de la nuit la plus profonde, ils ont rendu tous les hommes vivants et à venir libres et égaux, en droit et en dignité. Alors regardez-le et regardez-vous ! 

À la fin de la rencontre, Thélyson a eu ces mots pour son île natale : « En Haïti, il y a l’instabilité, le chaos, mais quand on regarde bien, Haïti n’est qu’à une heure de Floride, des États-Unis, le pays le plus riche du monde. Les armes qui tombent dans les mains d’enfants déscolarisés, ces armes qui nous ont mis dehors, ne sont pas fabriquées en Haïti. Ces armes sont fabriquées aux États-Unis et sont arrivées en Haïti. J’aimerais qu’on réfléchisse à la base. » 

IA ou pas, que nous aimions ou pas ce roman, ne glosons pas à l’infini sur la littérature pour mieux détourner les yeux et regardons la réalité sur laquelle cet écrivain a jeté une lumière crue pour la mettre au centre du débat : le sort d’Haïti et du monde. 

Plus tard à la maison, ma femme découvrant la dédicace qu’il m’a griffonnée dans son livre, me fera remarquer qu’elle est écrite sur ce rythme ternaire que des experts de l’IA croient être la signature d’une machine. 

« … pour le partage, pour la beauté et pour la vérité avec beaucoup d’humanité. 

Amitiés, Thélyson » 

C’était ça ou mourir n’a pas été écrit par une machine. Ce rythme ternaire est le souffle même de l’écrivain Thélyson Orélien. 

Il n’est pas le faussaire en intelligence artificielle que certains croient démasquer, mais son passé de plagiaire fait de lui assurément un copiste, et dans ce domaine, il est en avance sur la machine. 

Et ça, pour ces geeks de Cambridge et de la Silicon Valley dont les logiciels avalent et détruisent des livres par containers entiers, c’est inimaginable qu’un jeune migrant venu du fin fond d’un cul de sac du monde ait battu leurs machines infernales à leur propre jeu. 

On oublie souvent que les plagiaires sont des lecteurs compulsifs. Qui parmi ceux qui le brocardent a lu la Bible en entier, lit des journaux philippins, des poétesses cubaines ? Combien de gens lisent encore Louis Pauwels ? Les copistes ont une connaissance intime des textes supérieure à la moyenne. Ils se font déjà la main en imitant le geste créateur. 

De Michel-Ange à Raphaël, Léonard de Vinci, Rubens, Rembrandt, Velasquez, Delacroix ou Manet, l’histoire de l’art est jalonnée d’anonymes copistes devenus de grands maîtres. 

On ne peut que souhaiter à Thélyson de se révéler à lui-même dans l’épreuve.

Bonne route, l’ami, n’oublie pas que Jonas n’a passé que trois jours dans le ventre de la baleine, avant d’en sortir pour tenir la promesse qu’il avait faite à Dieu. 

Dorcy Rugamba, auteur des « Enfants gâtés de Butare » aux Editions JC.Lattès

 

[Photo : JOEL SAGET / AFP Photo - source : www.mediapart.fr]


Brasil: democracia ou barbárie

Onda de extrema-direita varre o país e põe Flávio Bolsonaro à frente do atual presidente Lula na disputa pela Presidência. Os dois candidatos partem para a 2ª volta separados por menos de dois pontos. O povo terá de escolher entre Democracia e Barbárie, diz Lula.

Milhares de estudantes participam de manifestação em apoio à reeleição do presidente da República, Luiz Inácio Lula da Silva, no centro do Rio de Janeiro. 

Escrito por Luís Leiria 

Foi a noite de todos os nervos, imprópria para cardíacos, os olhos colados nas TVs ou nos ecrãs e as perguntas: “Já entraram mais votos da Bahia?” “Já entraram os votos de São Paulo? E de Minas?” Todos tinham em mente a apuração dos resultados nas últimas eleições, as de 2022, em que Jair Bolsonaro liderou as apurações durante quase toda a contagem dos votos. Porém, com 70% das urnas contabilizadas, Lula passou à frente e não parou mais de crescer, até o resultado final: o atual presidente teve 48,43% dos votos e Jair Bolsonaro 43,20%. Foram para a segunda volta separados por 5 pontos, e ainda assim a vitória de Lula foi tangencial. 

Desta vez a vantagem é de Flávio Bolsonaro, o filho mais velho de Jair, que leva uma dianteira de 1,87% para a 2ª volta. 

Na sede da campanha de Lula, muitos rostos traíam o desânimo. Afinal, praticamentetodos os institutos de sondagens punham Lula à frente na primeira volta, não prevendo a dianteira do senador do Partido Liberal (PL). 

Uma viragem que seria inédita 

Lula entrou na sala preparada para a noite das apurações considerando o resultado “uma lição de democracia” e enumerou alguns percalços e derrotas que já sofreu na sua longa vida pública. Em todas elas, esperou os resultados convencido de que tinha vencido e depois recebeu um banho de água gelada. 

Aconteceu o mesmo, desta vez, admitiu. 

Mas o presidente mostrou-se convencido de que pode vencer o segundo turno, uma viragem que seria inédita, pois nunca alguém que ficou em segundo lugar na primeira volta conseguiu vencer na segunda. 

A campanha do segundo turno oferece a possibilidade de esclarecer quais são os planos dos candidatos para o futuro do Brasil, aproveitando Lula para recordar como conseguiu concretizar a “melhor política de inclusão social da história desse país”. 

Do lado de Flávio, em contrapartida, só se encontram biografias e passado “tenebrosos”, seja de Flávio, seja do seu pai, Jair Bolsonaro. 

"É uma biografia tenebrosa (...), com suspeitas gravíssimas de relação com milicianos, de relação com o crime organizado, de relação com assassinatos no Rio de Janeiro. Tudo isso vai ficar claro. E também com a participação da criação do Banco Master, que resultou não apenas na maior corrupção desse país, mas também na maior orgia envolvendo políticos e autoridades”, afirmou Lula. No decorrer do dia, Lula já tinha afirmado que a escolha, nas eleições, era entre a Democracia e a Barbárie. 

Entretanto, Flávio Bolsonaro também discursava para a imprensa, num evento que pareceu improvisado e no meio da rua. Não havia palco, nem sala, e o candidato foi muitas vezes interrompido. O filho do Jair afirmou que esteve perto de vencer logo na primeira volta e que o resultado mostrava que “terminou a era do PT”, e que “o Brasil quer mudar”. 

Mudar toda a campanha 

Segundo a imprensa, Lula, na própria noite da eleição, terá reunido com a direção da campanha e dito que era preciso mudar tudo, nas próximas três semanas até à segunda volta, com uma campanha mais aguerrida, e teria concordado também em dar maior importância aos meios digitais. 

A direção de campanha de Lula acreditou durante muito tempo, demasiado tempo, que bastava relembrar os feitos do 3º mandato do presidente, comparando com os “feitos” de Flávio para assegurar a vitória. 

Quando se apercebeu que isso não era assim, e que a percepção que as pessoas tinham das medidas do governo não eram tão favoráveis quanto eles julgavam, que os índices de rejeição continuavam altos e a desaprovação do governo pior, Lula aprovou de afogadilho a atualização do valor do Bolsa Família em 15% e a proibição das empresas de apostas pela net, esperando melhorar as sondagens. Há quem diga que foram essas medidas que impediram a vitória de Flávio logo na primeira volta. 

Como é possível? 

Seja como for, há uma pergunta que ninguém pode calar e que resume a perplexidade que paira nestas eleições. 

Como é possível que, com uma campanha pífia, que sequer reuniu grandes massas nas ruas, onde não apresentou uma única ideia, mais bem procurou esconder o seu programa de campanha, Flávio Bolsonaro tenha ganho a primeira volta das eleições? 

O mesmo Flávio Bolsonaro que mentiu ao dizer que não conhecia Daniel Vorcaro, o banqueiro do Banco Master e autor da maior fraude financeira da história do Brasil, para depois ter de admitir que não só conhecia, como era íntimo do banqueiro e recebera milhões de dólares supostamente para fazer a biografia filmada do pai Jair. Que voltou a mentir quando assegurou que nunca entrara num avião de Vorcaro, para depois se comprovar que viajara, sim, no avião do banqueiro. 

O mesmo Flávio Bolsonaro que, de acordo com um levantamento feito pela revista Piauí, aprovou moções e medalhas para pelo menos 23 polícias e militares que são réus na Justiça ou foram condenados por crimes diversos, desde o homicídio à lavagem de dinheiro, organização criminosa ou fraudes em licitações. 

O mesmo Flávio Bolsonaro que nunca trabalhou na vida, que aos 21 anos foi eleito deputado estadual, pela mão do pai, e que desde esse momento sempre viveu à custa do erário público. 

A resposta é complexa, tem muitos fatores envolvidos, entre os quais a onda de extrema-direita que está a varrer a América Latina e a Europa, o facto de no Brasil, devido aos erros e insuficiências dos governos de Lula e de Dilma Rousseff se ter formado uma grande corrente anti-Lula e anti-PT, corrente essa que procura num suposto antissistema a solução que ninguém lhe dá. 

É um debate que a esquerda brasileira e do mundo tem de fazer urgentemente. 

Mas, até lá, há três semanas para tentar evitar que as coisas piorem mais. 

Nunca um candidato que entrou na segunda volta em 2º lugar conseguiu derrotar o seu adversário mais votado na primeira volta. Mas isso é apenas uma constatação, que pode ser deixada para trás. 

Os estudantes da Universidade Federal Fluminense, que fizeram em Niterói uma grande manifestação antifascista na segunda-feira 5, deram o exemplo que deverá ser seguido em muitas outras universidades em todo o país. A desistência não é opção. 

O tsunami da extrema-direita marcou a eleição de governadores, senadores e deputados

O Partido Liberal (PL), do ex-presidente Jair e de Flávio Bolsonaro, teve um crescimento vertiginoso nestas eleições e ficou em posição de operar grandes mudanças para minar o regime democrático do Brasil por dentro. Se Flávio vencer as eleições, as três instâncias da democracia burguesa a muito curto prazo poderão estar a pender para o mesmo lado: executivo e legislativo controlados pela extrema-direita e a Justiça, particularmente o Supremo Tribunal Federal, poderá inclinar-se ou não para o  mesmo lado, dependendo de quem for eleito presidente. 

Governadores

Nestas eleições, 19 dos 27 governadores foram eleitos na primeira volta. O do Rio de Janeiro aguarda decisão do TSE para saber se Douglas Ruas é eleito já, ou se disputa uma segunda volta com o ex-prefeito Eduardo Paes. Entre os já eleitos, estão 5 do PL (que inclui os três estados da região Sul), três são do Republicanos, que inclui Tarcísio de Freitas, de São Paulo, reeleito, bolsonarista de primeira água. É também do Republicanos o novo governador de Minas Gerais.

O PT elegeu três, todos no Nordeste: Bahia, Piauí e Ceará e disputa a segunda volta no Rio Grande do Norte. 

Senado

Nestas eleições, o Senado foi renovado em dois terços, e portanto os eleitores foram chamados a votar em dois candidatos ao Senado por cada estado da Federação. Os senadores são eleitos para mandatos de oito anos e, de quatro em quatro anos, nas eleições, renova-se um terço ou dois terços da casa, alternadamente. O Senado tem 81 lugares e este ano renovou 54 senadores que terminaram o seu mandato. Nas próximas eleições renovará 27. 

Resultados de 2026:

O PL elegeu 19 senadores, ampliando a bancada para 28.

Em seguida, o Partido dos Trabalhadores (PT), elegeu 6 e agora conta com 9 senadores.

Logo atrás, o Movimento Democrático Brasileiro (MDB) terá 8 cadeiras e PP e União Brasil ficam com 6 cada. O Partido Social Democrático (PSD) e o Republicanos terão 5 cada. O Partido Socialista Brasileiro (PSB) terá 4, e o Novo, 3. 

O partido Podemos e o PSDB ficam com 2 cadeiras cada. Rede e PDT terão um senador cada, e há uma cadeira ocupada por um senador sem partido. 

São necessários 41 votos para garantir a presidência da Casa. Além dos 28 senadores da bancada do PL, há 11 senadores de outros partidos eleitos com o apoio de Flávio Bolsonaro. Somando tudo, dá ao PL uma base de 39 cadeiras, menos duas que as necessárias para fazer o presidente da casa. Convenhamos que não parece difícil de conseguir. 

Câmara dos Deputados

Tal como no Senado, o PL foi o grande vencedor das eleições na Câmara dos Deputados, crescendo à custa do “centrão”, isto é, da direita não bolsonarista. Fazendo a comparação com a bancada atual, o PL passou de 98 deputados para 121, um crescimento de 23 parlamentares, ganhos aos partidos do “centrão”. O total de deputados da câmara é 513. Toda a restante direita, que na sua grande maioria dá corpo ao “centrão” e não teve posição de voto oficial nas presidenciais, perdeu apoio. Já a esquerda teve um crescimento moderado: a federação formada por PT, PCdoB e PV conquistou 88 cadeiras das quais 70 são do PT (tinha 65). A federação do partido, onde entram o PV e o PCdoB, soma 88 deputados. Já a federação PSOL-Rede elegeu 15 deputados (1 da Rede), o que representou a perda de um deputado. Isto porque o PSOL ganhou um deputado, mas a Rede perdeu dois. 

O caso do PSOL é um exemplo de como os dispositivos que criam a cláusula de barreira são  antidemocráticos. Em S. Paulo, o PSOL poderia ter elegido mais cinco ou seis deputados, mas foi impedido por um quociente eleitoral, uma espécie de votação  mínima que apenas seis ultrapassaram. E, assim, o PSOL ficou com seis deputados federais por São Paulo, quando poderia ter 11 ou 12. 

Recordistas do voto

Dois jovens neofascistas do PL, Nikolas Ferreira e Lucas Pavanato tiveram votações que há uns tempos seriam impensáveis, mas que hoje são a realidade das redes sociais. Nikolas Ferreira, de 30 anos teve 3.119.318 votos, o equivalente a 27,19% dos votos válidos no estado de Minas Gerais, onde vive. Já Lucas Pavanato teve 3.038.438 votos e mora em São Paulo. Ambos são os chamados influencers. 

No quadrante oposto do espectro político, Erika Hilton, de 33 anos, do PSOL, teve 1.596.472 votos e tornou-se a mulher mais votada de sempre numa eleição para a Câmara dos Deputados. Eleita pela primeira vez há quatro anos, Erika foi a primeira deputada federal trans da história. Erika defende causas como os direitos das mulheres, os direitos da população LGBTQIA+, a igualdade racial, sem esquecer o fim da escala de 6X1, uma bandeira tão importante para a classe trabalhadora.

 

[Foto: Fernando Frazão/Agência Brasil - fonte: www.esquerda.net]

quinta-feira, 8 de outubro de 2026

Les constel•lacions i metàfores vegetals d’Anselm Kiefer envaeixen la Pedrera

La vida secreta de les plantes és l’exposició sobre «Anselm Kiefer a la Col·lecció Grothe» que es pot veure a la Pedrera fins el 24 de gener. Constel·lacions, vitrines i molta mitologia amagada.

'Per a Ingeborg Bachmann, El vaixell solar' d'Anselm Kiefer 

Escrit per Àlex Milian 

Tot és metàfora en Anselm Kiefer, un dels artistes alemanys contemporanis que no va voler oblidar ni amagar el problema del nazisme després de la II Guerra Mundial, un dels artistes contemporanis més valorats i que ha reinventat el món de l’art -el seu món- d’una manera més personal. 

Les obres de Kiefer necessiten traducció -d’això s’encarreguen les cartel·les de l’exposició- perquè si no, les seves metàfores serien incomprensibles per als visitants, tant siguin experts com neòfits. És l’únic però que se li pot penjar a un artista que fa el que vol, ho presenta com li sembla per expressar crípticament missatges d’alta cultura mentre beu de les tradicions que més li agraden: la mitologia germànica i grega, la literatura, els llibres, la memòria històrica, l’alquímia, el macrocosmos i el microcosmos. Perquè d’això va aquesta exposició, i sobretot el centre de la mostra, The secret life of plants, for Robert Fludd: de la relació entre «l’ésser humà i el cosmos a partir de les idees del metge naturalista i filòsof anglès del segle XVII Robert Fludd», que imaginava una relació complementària entre el món dels astres i el món de les plantes.

Les constel·lacions de The secret life of plants, for Robert Fludd d'Anselm Kiefer

Les obres de The secret life... són una mena de constel·lacions de gran format sobre planxes de plom -un material que Kiefer fa servir molt des que es va quedar amb les plaques d’aquest material que es van desmuntar de les cobertes de la catedral de Colònia. Hi apareixen alguns noms d’estels, algunes pistes sobre la constel·lació (com un cigne dissecat); alguns vegetals fossilitzats per la pintura i alguns números que podrien ser la identificació científica de cossos astrals (o només semblar-ho). Quan se li pregunta a Kiefer sobre les constel·lacions i la seva relació amb el món vegetal en una entrevista del comissari de l’exposició Walter Smerling, l’artista respon lacònicament «Un cel estrellat impressiona sempre, permanentment, amb Fludd o sense». 

Les grans constel·lacions no necessiten explicació. 

Una altra cosa és la sèrie Opus Magnum que també es mostra en aquesta exposició de Kiefer. Són combinacions de pintura, materials, molts vegetals, algunes peces de roba, més plom i qualsevol cosa que l’artista hagi necessitat, tot dins d’una vitrina. 

Kiefer tan aviat reflexiona sobre la mitologia germànica i com va ser fatalment utilitzada pel nazisme, amb una denúncia implícita de l’Alemanya de Hitler, com s’embranca en una instal·lació inspirada en la literatura d'Ingeborg Bachmann -a qui dedica El vaixell solar-; en la d’Òssip Mandelstam (una obra s’inspira explícitament en la seua La remor del temps -editat per Edicions del 1984) o en la de Paul Celan (el seu nom apareix a Cascall i memòria). 

És imprescindible llegir les cartel·les de les obres per no naufragar entre vaixells i constel·lacions. La prova és que comparteixen sala dues obres, totes dues d’Opus Magnum, tan diferents com San Loretto i Per a Ingeborg Bachmann, El vaixell solar.

Més constel·lacions de Kiefer

La primera és una al·lusió a la mitologia cristiana, un miracle segons el qual «uns àngels van traslladar la casa de Maria de Natzaret a Loreto en l’època en què els croats van haver de desistir de la conquesta de Terra Santa». Kiefer està fascinat per la història, la coneix per una pintura de Tiepolo i la refà. Però a la vitrina veiem una gran roca, una petita ermita a sobre i, sobrevolant-la, un avió. No és un bombardeig com sembla. Segons explica la historiadora de l'art Cathrin Klingsöhr-Leroy al catàleg: «l’embull de fils de ferro i de cintes de plàstic» que «la connecta amb un petit avió de plom que hi sura al damunt i que se l’ha d’endur juntament amb l’església diminuta que s’alça sobre la massa de pedra, que recorda una muntanya». 

Fragment de San Loretto d'Anselm Kiefer

La segona està basada en un poema de l’austríaca Ingebor Bachmann, «La gran càrrega» que comença així: «La gran càrrega de l’estiu és embarcada / El vaixell solar espera llest al port / quan darrere teu la gavina s’abat i xiscla / La gran càrrega de l’estiu és embarcada». Però, com explica Klingsöhr-Leroy al catàleg, «a la vitrina de Kiefer, el vaixell solar sembla que ja ha embarrancat i s’ha enfonsat. Entre els fragments de roca volcànica i grisa, resplendeix com si reflectís els raigs del sol ponent. En canvi, les flors que el guarneixen son grises i seques. L’artista reprèn els motius de la mort i de la llum presents en el poema de Bachmann. Les seves obres al·ludeixen sovint a la poeta que (...) tracta ens els sesus escrits els crims comesos pel feixisme i el silenci que hi plana al damunt. (...) La nau solar, triomfal i alhora condemnada a enfonsar-se, és per a ell un símbol del caràcter cíclic de l’existència. El vaixell naufragat, cobert de rovell, tornarà algun dia a fer-se a la mar, renovat, tal com suggereixen els gira-sols que en broten. Per renéixer, abans s’ha d’enfonsar». 

La tercera part de l’exposició està dedicada als llibres d’artista: obres de totes menes i totes dimensions. La que té mida humana i tanca l’exposició amb els records de Kiefer sobre el Rhin és una invitació impossible a entrar-hi. Les que són en vitrines fan bé d’estar vedades a les mans dels visitants perquè fan venir ganes de fullejar. 

Explica Walter Smerling al catàleg que el col·leccionista Hans Grothe, el 2004, va vendre gairebé tota la seva col·lecció. Només es va quedar amb les obres de Kiefer. Quan li van demanar per què va respondre que sabia que s’enyoraria de la col·lecció. «I com tothom sap, contra l’enyorança l’únic remei és un bocí de pàtria. Aquell bocí de pàtria es deia Anselm Kiefer». 

 

[Imatges: LA PEDRERA - font: www.eltemps.cat]




Incel: la solitudine maschile è un problema sociale, non una conseguenza del femminismo

La solitudine va discussa analizzando e agendo sulla debolezza e le sofferenze di chi resta ai margini. La solitudine in generale, e maschile in particolare, è un problema sociale, di salute pubblica e un “campo di battaglia politico”: le cause non possono essere ricercate né nelle narrazioni antifemministe, né imputate alle scelte delle donne. Rassegna. 

Di Francesca Barca 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) annovera la solitudine tra i problemi di salute pubblica per le società contemporanee. Il rapporto, che menziona anche l’“isolamento sociale” (un’oggettiva mancanza relazioni o interazioni), definisce la solitudine come “un’esperienza soggettiva che si riferisce a uno stato emotivo negativo derivante da una discrepanza tra l’esperienza desiderata e quella effettiva di connessione sociale”.  

La solitudine non è univoca, non è solo relazionale e affettiva, ed è anche una questione sociale e politica.  

Incel e solitudine 

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla diffusione della parola “incel”, in relazione agli attentati terroristici commessi in nome di questa ideologia (che fa parte del più ampio mondo delle correnti mascoliniste) e alla diffusione della serie Adolescence, prodotta da Netflix.  

Il termine, abbreviazione di “involuntary celibate”, tradotto con “celibi involontari” (ma sarebbe più giusto parlare di “casti involontari”, ne abbiamo parlato qui) ha riaperto un dibattito interessante sulla solitudine maschile, ma anche prodotto una narrativa che va smontata. 

Ne parla la sociologa Katarzyna Dębska sulla testata polacca Krytyka Polityczna: “Si dice che per gli uomini sia più difficile trovare una compagna, anche se non mancano storie di donne che desiderano costruire una relazione soddisfacente, ma subiscono un fallimento dopo l’altro”.  

Dębska, che è ricercatrice alla facoltà di sociologia dell’Università di Varsavia, fa riferimento al maggiore “capitale” maschile nel cosiddetto mercato matrimoniale, tema a studiato dalla sociologa Eva Illouz in diverse ricerche, tra cui Why Love Hurts: A Sociological Explanation (2012, tradotto in italiano: Perché l'amore fa soffrire Il Mulino, 2015) o Unloving: A Sociology of Negative Relations (Oxford University Press, 2018), dove mostra come il “capitale” maschile resti nettamente superiore nelle relazioni amorose rispetto a quello femminile. 

Il capitale maschile secondo Eva Illouz

Per Illouz il capitale maschile (nell’ambito delle relazioni eterosessuali) è il valore e la desiderabilità che un uomo può mobilitare nelle relazioni amorose grazie a fattori come status sociale, reddito, prestigio professionale, autonomia, sicurezza di sé, capacità di non impegnarsi e accesso a potenziali partner. Gli uomini, soprattutto quelli socialmente ed economicamente più avvantaggiati, accumulano “capitale” perché possono combinare successo sociale, desiderabilità sessuale e libertà emotiva. Questa posizione consente loro spesso di scegliere, ritardare l’impegno, moltiplicare le opzioni e mantenere una certa distanza emotiva. Più delle donne. Questo capitale è legato, secondo la sociologa, allo sviluppo della società neoliberale, che toglie regole e precarizza strutture anche nell’ambito sentimentale e sessuale. 

La solitudine, un “campo di battaglia politico” 

Quali sono le cause della solitudine maschile? La risposta a questa domanda, continua Dębska, è un “campo di battaglia politico”. Per la “manosfera” e gli ambienti anti-gender la colpa è dell’emancipazione femminile, e questa retorica va combattuta.  

Negli ultimi decenni la posizione delle donne nella società si è rafforzata: l’accesso all’istruzione e al lavoro, così come agli spazi di socializzazione, ha rimesso in discussione non solo i ruoli di genere classici, ma anche la formazione delle coppie:  “A completare questo quadro ci sono il capitale sessuale e quello emotivo. Del primo parlano le sociologhe Dana Kaplan ed Eva Illouz nel libro What is Sexual Capital? [“Che cos’è il capitale sessuale?”]. Quali caratteristiche fisiche o comportamentali siano altamente apprezzate e quali invece screditino socialmente un individuo è determinato da fattori storici e culturali. In alcune epoche e contesti, per esempio, la verginità delle donne; in altri, è invece il numero elevato di partner sessuali (soprattutto nel caso degli uomini)”, spiega Dębska. “Come osservano le sociologhe, il capitale sessuale aumenta l’autostima degli individui, contribuendo a costruire un senso di agency e di controllo sulla propria vita”. 

Dębska inoltre, aggiunge un tassello: sono gli uomini delle classi popolari che percepiscono maggiormente queste differenze: “Questi uomini, a causa della loro posizione di classe, non possono incarnare la mascolinità egemonica, che la sociologa australiana Raewyn Connell  descrive come la più ambita in una data società, solitamente associata al possesso di un vantaggio non solo sulle donne, ma anche sugli altri uomini, nonché al rispetto e al riconoscimento da parte loro”. 

La voce di “celibi involontari” che non sono incel  

In un articolo per la testata indipendente ceca Deník Referendum la reporter Petra Dvořáková ha incontrato otto uomini che hanno raccontato il loro celibato involontario. Nessuno, scrive, frequenta regolarmente i forum incel né si riconosce nell’odio verso le donne.  

Tutti raccontano una sofferenza profonda, legata a isolamento, bassa autostima, difficoltà relazionali, traumi, bullismo, depressione e, spesso, sintomi o diagnosi di Adhd o autismo. “La maggior parte ha sottolineato che il proprio carattere timido e non competitivo non corrisponde agli ideali della mascolinità patriarcale tradizionale”, aggiunge Dvořáková. “Le capacità relazionali ed emotive sono un privilegio riservato a chi nasce da genitori emotivamente maturi”, le dice uno degli intervistati.  

“Mi chiamo Tomáš, ho trentotto anni ed è impossibile amarmi”: inizia così la prima intervista di Dvořáková. “Non mi identifico con l’etichetta di incel, non mi piace che le persone vengano incasellate, ma come persona in celibato involontario mi infastidisce il modo in cui questa etichetta viene trattata nelle discussioni e nei media”, continua. Tomáš è disoccupato per depressione cronica e convive con pensieri suicidi dall’adolescenza. Si  descrive come una persona impossibile da amare. Racconta di aver cercato rapporti di amicizia con donne sperando che diventassero relazioni, ma di essersi poi ritirato quando veniva percepito come amico. Non rivendica un diritto al sesso o all’amore, ma vive ogni rifiuto come la conferma di una propria esclusione dall’umanità. Per lui il sesso non è soltanto piacere: è un’esperienza condivisa che fa sentire parte del mondo.  

Secondo dati in Repubblica Ceca circa il 6 per cento delle donne e il 9 per cento degli uomini non ha mai avuto rapporti sessuali; tra i 18 e i 25 anni, la quota sale a quasi un quarto delle donne e oltre un terzo degli uomini. Dvořáková cita studi che spiegano che le donne single sono mediamente più soddisfatte degli uomini, perché più spesso dispongono di reti affettive e amicizie, mentre molti uomini dipendono quasi esclusivamente dalla coppia per ricevere sostegno emotivo. 

“Come uomo non hai dove trovare sostegno emotivo. Mi è sempre mancato non avere qualcuno con cui parlare di cose di cui non si può parlare con gli uomini”, scrive Peter a Dvořáková. L’uomo ha più di trent’anni, vive con la madre in un villaggio slovacco e rifiuta l’incontro di persona perché non si fida. Per oltre dieci anni è stato vittima di bullismo e dice di aver imparato fin da bambino che gli altri erano “pericolosi”. Peter non riesce a relazionarsi in gruppo: quando ha provato a inserirsi si è sentito dire che doveva solo essere più sicuro di sé.  

“Qualunque cosa si pensi della tradizionale divisione dei ruoli, si tratta di un sistema con delle regole. Oggi nessuno sa cosa ci si aspetti dagli uomini. Da un lato si sente ‘voglio un uomo sensibile, voglio abolire i ruoli di genere’, dall’altro ‘oggi gli uomini non sanno più essere uomini’. Questo è fonte di confusione per chi, come me, ha difficoltà a comprendere le regole sociali”, racconta Lukáš, 25 anni. Anche lui vittima di bullismo, dopo un innamoramento non corrisposto, ha cercato spiegazioni nella cultura “red pill”, che attribuisce la sofferenza maschile al disordine creato dall’emancipazione e invoca il ritorno a ruoli di genere tradizionali. Dice di non crederci più.  

Secondo Dvořáková questi uomini non incarnano il modello patriarcale dominante, ma ne subiscono gli effetti. Non sono forti, competitivi, carismatici o sessualmente sicuri; proprio per questo vengono marginalizzati. Il patriarcato, scrive Dvořáková, non danneggia solo le donne, ma anche gli uomini che non riescono o non vogliono aderire alla maschilità dominante. Dvořáková ritiene che ridurre gli uomini in celibato involontario a caricature misogine è miope. 

Una minoranza può radicalizzarsi, e la violenza incel esiste; ma la maggior parte vive una sofferenza invisibile. Per Dvořáková, con più cura, ascolto e interventi precoci, molti di questi uomini potrebbero diventare alleati nella critica del patriarcato, invece di essere respinti verso comunità rancorose e reazionarie. 

La solitudine in dati

Secondo un sondaggio Gallup, i giovani uomini statunitensi sono tra i più soli: secondo i dati, raccolti nel 2023 e 2024,  il 25 per cento degli uomini di età compresa tra i 15 e i 34 anni ha dichiarato di essersi sentito molto solo nel corso della giornata precedente, una percentuale superiore alla media della popolazione, che è  del 18 per cento, e a quella, simile, relativa alle giovani donne. 

In altri nove paesi dell’Ocse, almeno un giovane uomo su cinque dichiara di sentirsi solo;  tra questi Turchia (29%), Francia (24%), Irlanda (23%) e Canada (22%). In generale, nella maggior parte dei paesi Ocse, i livelli di solitudine dei giovani uomini sono simili alla media nazionale, e solo in tre paesi – Stati Uniti, Islanda e Danimarca – il loro tasso di solitudine è superiore a quello degli adulti nel complesso. 

Al contrario, in nove paesi i giovani uomini sono meno propensi a dichiararsi soli: Slovacchia (4% contro 15%), in Grecia (15 % contro 25%) e in Colombia (14% contro 23%). Gallup ha iniziato a interessarsi alla solitudine nel 2023. 

Uno studio dell’Ocse del 2025 rivela che gli uomini e i giovani hanno registrato dei peggioramenti nei legami sociali dal 2018/2019; molti di questi peggioramenti si notano nei giovani. Secondo lo stesso studio, le donne riferiscono un senso di solitudine leggermente più elevato, mentre gli uomini riferiscono un sostegno sociale minore; ma nel complesso le differenze sono minime. 

La prima inchiesta Ue sulla solitudine rileva che, in media, il 13 per cento degli intervistati dichiara di essersi sentito solo (la maggior parte del tempo o sempre) nelle quattro settimane precedenti il sondaggio (realizzato nel 2022), mentre il 35 per cento riferisce di essersi sentito solo in alcune occasioni. In questa inchiesta non si rilevano particolari differenze sul genere. La solitudine è più diffusa in Irlanda (20 per cento), seguono Lussemburgo, Bulgaria e Grecia. I livelli più bassi si osservano nei Paesi Bassi, nella Repubblica Ceca, in Croazia e in Austria (tutti al di sotto del 10 per cento). Questa inchiesta ha prodotto diverse pubblicazioni, consultabili qui.  

 

[Illustrazione: Thais Linhares l Cartoon movement - fonte: www.voxeurop.eu]