quinta-feira, 16 de abril de 2026

Teologia dello sterminio

 


di Dante Barontini

L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su sui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.

Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese e araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.

Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto a esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.

L’adesione della popolazione israeliana questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre.

E del resto ben difficilmente si è visto tra i soldati o i riservisti dell’Idf – uomini e donne, senza distinzioni – un rigetto delle pratiche più atroci. Fin dalle magliette stampate con lo slogan “un colpo, due centri” con cui rivendicano l’omicidio di donne palestinesi incinte.

Chi, tra loro, non regge a tanto orrore consuma la propria crisi in privato – con la depressione o il suicidio – ma non con l’opposizione attiva al genocidio.

Al fondo di una propensione di massa allo sterminio del “nemico”, cui non viene riconosciuta alcuna legittimità a esistere e vivere, addirittura da prima di nascere, non ci può essere soltanto un “interesse nazionale” o una brama di possesso territoriale fuori misura.

In fondo la modernità, con tutti i suoi massacri, aveva raggiunto lo stadio del reciproco riconoscimento del nemico come un altro con opposti interessi, ma simile a noi, e con cui si poteva stare in guerra o in pace. Non solo tra “capi di stato” che ben si conoscevano e frequentavano, spesso imparentati, ma anche tra la “carne da cannone” (celebri alcune tregue spontanee tra truppe contrapposte in occasione del Natale o della Pasqua, nella Prima guerra mondiale).

Solo nella pratica e nel pensiero coloniale era sopravvissuto, o si era imposta, la concezione dell’altro come res nullius, animale da soma da sfruttare o, se ribelle, sterminare. Solo nel colonialismo per la sostituzione etnica – la nascita e la creazione degli Stati Uniti, dell’Australia, in parte del Sudamerica – il genocidio era diventato “pratica normale”, ma comunque occultata, negata, minimizzata.

Da dove vien fuori, dunque, questa riduzione di intere popolazioni a bestia eliminabile? Con tanto di rivendicazione spudorata?

La mente corre immediatamente al nazismo, alla sua partizione dell’umanità in un “popolo eletto” – gli “ariani”, bianchi, possibilmente biondi – e untermenschen, ossia slavi, rom, ebrei, neri, minoranze “devianti” o nemici ideologici, come i comunisti.

Ma anche in questo caso la “fondazione valoriale” della partizione era affidata a miti misterici, riti esoterici, teorie pseudoscientifiche facilmente smentite. Infame e pericoloso, insomma, ma circoscrivibile, sradicabile, prima con le cattive e poi con una cultura di massa degna di questo nome.

Il sionismo genocida è oltre. La fondazione sul Vecchio Testamento riporta i ragionamenti a un mondo scomparso da duemila anni e più. A un libro collazionato con gli scritti di invasati vissuti in periodi diversi, ma tutti convinti di mettere nero su bianco gli ordini deliranti di un unico dio creatore dell’universo, ma che in tutta quella creazione ha a cuore solo alcune tribù di un territorio semidesertico che oggi sappiamo essere parte infinitesima di un pianeta minore in un sistema solare periferico, ai margini di una galassia altrettanto periferica dentro un cosmo che ne conta a milioni. Un dio piuttosto strambo, diciamo la verità…

Favole e “leggi” per pecorai di 3.000 anni fa, per i quali il mondo coincideva con quello che i loro occhi potevano vedere e i loro piedi avvicinare. In un tempo in cui l’universo era fatto di stelle fisse, con una Terra al centro, neanche ben conosciuta, e i popoli conosciuti forse qualche decina.

E’ chiaro come il sole che rispolverare queste cazzate senza senso nel terzo millennio è un modo sbrigativo di legittimare “divinamente” una pretesa suprematista e razzista comunque inaccettabile per l’umanità.

Ma è anche chiaro come il sole che chi fa questa operazione sa benissimo di sparare palle buone per i gonzi, riparandosi dietro l’orrore dell’Olocausto per ripeterne modalità e finalità. Solo che ora lo si fa su qualcun altro, che quell’orrore non c’entra nulla (pure la storia del Gran Mufti filonazista è storicamente un falso, dato che era stato scelto, nominato e imposto dagli inglesi).

Eppure quel fantasy senza senso è invocato come fondazione di un diritto divino a sputare in faccia a tutta l’umanità. Perché i palestinesi e poi gli arabi sono soltanto il “nemico di oggi”, il più vicino e quello con i territori che fanno gola ora. Ma nessun essere umano è considerato che questo “pensiero” come “amico”. Lì dentro ci sono solo servi o nemici, a parte il “popolo eletto”.

Si dirà che però questa follia biblica è in fondo anche il fondamento della cultura ebraica, e in parte anche di quella cristiana. E’ parzialmente vero, ma è un falso.

Il cristianesimo si è caratterizzato fin da subito – come poi l’Islam – come religione potenzialmente universale. Chiunque poteva diventare cristiano, nessuno era escluso per principio, tutti erano e sono “recuperabili”. Nessuna comunità era “eletta”. E anche la perversione avvenuta con il potere temporale e poi il colonialismo non riuscì a cancellare completamente questa universalità.

La cultura ebraica della diaspora, da parte sua, pur conservando la tradizione, si era evoluta convivendo – spesso in modo difficile e discriminato – con innumerevoli culture differenti. Era diventata in maggioranza per forza di cose “internazionalista”, dando vita e spessore al pensiero socialista o comunista in misura persino superiore alla quota proporzionale degli ebrei coinvolti nei movimenti politici.

Un merito, certamente, di cui bisogna esser loro grati. Da lì venivano anche Marx, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, il controverso Trotski, lo stalinista Kaganovic, Joe Slovo (comunista lituano diventato capo dell’ala militare dell’Anc nel Sudafrica dell’apartheid), Primo Levi, e migliaia di altri compagni che continuano a insegnarci moltissimo.

E poi tanti scrittori, musicisti, registi, attori, scienziati (l’immenso Einstein su tutti, non a caso fermamente antisionista).

Questo mondo che puntava alla liberazione di tutta l’umanità, anche con la Rivoluzione, sembra oggi quasi scomparso, divorato da un sionismo che, una volta ricevuta una “nazione” come compensazione dell’Olocausto, si è velocemente trasformato nell’etnonazionalismo più integralista e razzista che ci sia mai stato. Col genocidio nel dna, ma “per ordine divino”.

Conoscere i fondamenti di questo delirio genocida è necessario, anche perché il conoscerlo spazza via molte fantasiose ipotesi di risoluzione diplomatica della questione mediorientale. Bisogna sapere con chi si ha a che fare, per definire le scelte politiche realistiche.


[Fonte: www.sinistrainrete.info]

quarta-feira, 15 de abril de 2026

Mais de um milhão de europeus já assinaram pela suspensão do acordo de associação UE/Israel

Em menos de três meses foi atingida a meta das assinaturas necessárias para obrigar a Comissão Europeia a tomar uma posição sobre a suspensão do acordo comercial com um país que promove o genocídio e a guerra.

Catarina Martins na conferência de imprensa dos dirigentes da Aliança da Esquerda Europeia

Foi em meados de janeiro que a Aliança da Esquerda Europeia - que integra o Bloco de Esquerda, Podemos, França Insubmissa e outros partidos da esquerda europeia - anunciou o lançamento de uma Iniciativa de Cidadania Europeia pela suspensão total do acordo de Associação UE-Israel. Menos de três meses depois, o limiar de assinaturas necessário para validar a iniciativa foi atingido, mas ela continuará aberta a subscrições aqui até ao verão. 

Em conferência de imprensa realizada esta quarta-feira em Bruxelas, ao lado de Manon Aubry e Rima Hassan, eurodeputadas da França Insubmissa, Catarina Martins interveio enquanto copresidente da Aliança da Esquerda Europeia para agradecer aos membros desta aliança de partidos de esquerda, mas também a muitos sindicatos e ONG que participaram na iniciativa e ajudaram a divulgá-la, mostrando que ela “não é apenas de ativistas, é um movimento de massas”.  

Para Catarina Martins, o que estas mais de um milhão de pessoas estão a dizer é que “não queremos ser cúmplices dos crimes de guerra de Israel” e que “se a União Europeia não ouvir estas vozes, as pessoas vão afastar-se cada vez mais” dela.  

Ao manter o acordo de cooperação com Israel, prosseguiu Catarina, a UE “não está a cumprir o direito internacional”, dado que “os tratados dizem que só podemos ter acordos comerciais quando o direito internacional e os direitos humanos são respeitados”, o que está previsto no próprio texto do acordo com Israel.  

Lembrando que a UE é um parceiro comercial fundamental para Israel, Catarina diz que isso significa que “estamos a financiar o genocídio e a guerra” em vez de a UE “usar o seu poder por uma mudança a nível global” em nome da paz, como exige esta iniciativa, através da suspensão total do acordo de associação UE/Israel.  

Nas redes sociais, o coordenador bloquista José Manuel Pureza também se congratulou com o atingir do objetivo de viabilizar a iniciativa e apelou a quem ainda não assinou para que o faça, pois o objetivo agora é o de chegar a um milhão e meio de assinaturas para aumentar a pressão sobre a Comissão Europeia.


[Foto: ELA - fonte: www.esquerda.net]



Alexander Kluge luchó y venció a la industria cultural

La muerte del cineasta y teórico marxista Alexander Kluge supone la pérdida de una voz que insistía en que los horrores del siglo pasado no estaban confinados al pasado. Siguen vivos en la continua existencia de las guerras imperialistas.

El cineasta, novelista y teórico marxista Alexander Kluge se propuso demostrar que el arte, liberado de las limitaciones comerciales, podía ofrecer una visión de cómo sería una vida sin la dominación capitalista.

Escrito por Matt Weir

Traduzido por Miguel Savransky

Cuando me enteré de que Alexander Kluge había fallecido a los noventa y cuatro años el 25 de marzo, agarré mi ejemplar de Case Histories [Lebensläufe / Biografías], su primera colección de relatos cortos. Kluge fue un polímata de la posguerra: un cineasta innovador, productor de televisión, teórico marxista, abogado y escritor de ficción provocadora y política.

Según cuenta la historia, escribió Case Histories en el café de un estudio cinematográfico de Berlín Occidental en 1959. Su mentor, Theodor Adorno, había arreglado que Kluge, por entonces un joven abogado de la Escuela de Fráncfort, ayudara al director alemán exiliado Fritz Lang a regresar a realizar cine en su país natal.

A Kluge le resultaba deprimente la experiencia de ver cómo el gran autor se peleaba con los ejecutivos del cine alemán. En su opinión, a Lang le habían faltado el respeto unos productores que constantemente lo desautorizaban. Pero el episodio tuvo cierto valor para Kluge. Lo ayudó a desarrollar una profunda desconfianza hacia los aspectos comerciales del cine y lo impulsó a proteger su práctica artística frente a la sumisión a un sistema que convertía una obra de arte en una fórmula.

¿Cómo se protegió la ficción que escribió en ese café de Berlín Occidental de la subordinación a los intereses comerciales del mercado? El narrador de Case Histories sigue a protagonistas alemanes y los caminos que tomaron desde 1933 a través de la Segunda Guerra Mundial en lo que se convertiría en el sello distintivo de Kluge: una voz ficticia a veces chirriante, a veces nauseabunda, casi críptica. Era un estilo impersonal pero moralmente comprometido, muy riguroso con el proceso, ávido de yuxtaponer (a veces cómicamente), sin miedo a seguir adelante a pesar de la preocupación de que la ironía pudiera ser demasiado fuerte. Basta con leer un relato corto de Kluge para darse cuenta de que es hostil a la idea de una experiencia de lectura fácil. 

Un ejemplo representativo es el comienzo de «Anita G.»:

La muchacha Anita G., agachada bajo la escalera, vio las botas cuando se llevaron a sus abuelos. Después de la capitulación, sus padres regresaron de Theresienstadt —algo que nadie habría creído posible— y fundaron fábricas en las cercanías de Leipzig. La muchacha iba a la escuela, esperaba llevar una vida normal. De repente, se asustó y huyó a las zonas occidentales. Por supuesto, cometió robos. El juez, que estaba muy preocupado por ella, le dio cuatro meses. Solo tuvo que cumplir dos; el resto lo pasó en libertad condicional bajo la tutela de una agente de libertad condicional. Esta mujer era demasiado celosa en sus deberes: la muchacha huyó a Wiesbaden. De Wiesbaden, donde encontró paz y tranquilidad, a Karlsruhe, donde la persiguieron; de allí a Fulda, donde la persiguieron; de allí a Kassel, donde no la persiguieron; de allí a Fráncfort. La detuvieron y (al existir una orden de búsqueda por romper la libertad condicional) la trasladaron a Hannover. Se escapó a Maguncia.
¿Por qué infringe constantemente la propiedad privada mientras viaja?

Gran parte de la escritura aquí ralentiza al lector. Cada nueva frase exige reorientación respecto a la anterior. Las expresiones llaman la atención sobre sí mismas —¿por qué «por supuesto» cometió robos?— y las omisiones en los detalles y la caracterización hacen que tengamos que deducir por qué Anita estaba «asustada» o cómo la agente de libertad condicional era «demasiado celosa». Incluso hay al final del párrafo un respiro tambaleante, cuando el narrador se ocupa con frialdad de describir los movimientos exactos de Anita, una horrible duplicación de su experiencia de vigilancia durante la guerra, que somos forzados a imaginar debido a la concisión vertiginosa de la primera frase.

Después está esa pregunta un tanto trivial con la que comienza el siguiente párrafo. Una pregunta como esta es puro Kluge. Pronto le siguen otras: «¿Por qué no actúa con sensatez? ¿Por qué no se queda con el hombre que está intentando conquistarla? ¿Por qué no afronta la realidad? ¿No quiere?» Hay algunas palabras sombrías y obvias que se pueden decir como respuesta. Sin duda, Kluge está haciendo que todo el mundo, especialmente sus primeros lectores alemanes, piense en el terror nazi y sus reverberaciones. Pero debido a las lagunas de la historia, el lector no puede dar cuenta completamente de ninguna de estas preguntas.

Kluge pronto utilizó «Anita G.» como base para su primer largometraje, Abschied von gestern (Una muchacha sin historia, 1966). Esa película, con su montaje inusual y llamativo y su franca discusión sobre el sexo y la participación del régimen nazi en la guerra, le valió a Kluge el prestigioso León de Plata al mejor director en el Festival de Cine de Venecia. Poco antes del estreno de la película, concedió una entrevista en la que explicó que sus cortes discordantes tenían como objetivo estimular la imaginación del espectador, una explicación que se aplicaba igualmente a su actitud hacia la organización de las frases.

A lo largo de las décadas, las historias de Kluge se volvieron más cortas y menos lineales. Una sola puede parecer un denso agregado de asociaciones, como la historia que escribió como reacción a los resultados de las elecciones presidenciales estadounidenses de 2016. En tres breves párrafos, abarca a Max Weber, el metabolismo de los elefantes, el trauma generacional, el patriarcado, los debates presidenciales y la imaginería de la burocracia nazi. Kluge escribió miles de estas historias, cada una de ellas en respuesta a un único tema o acontecimiento, pero extendiéndose mucho más allá de este. Algunas de ellas se publicaron en colecciones organizadas por temas: Kong’s Finest Hour [Kongs feinstes Stündlein] reflexiona sobre la vida animal; Cinema Stories [Geschichten vom Kino/120 historias del cine], sobre la industria cinematográfica; Temple of the Scapegoat [Der Tempel del Ernstes El templo del chivo expiatorio. Historias de la ópera], sobre la ópera; y Russia Container [Russland-Kontainer] se centra en la historia de Rusia y Alemania, especialmente durante la Guerra Fría.

A finales de la década de 1980, Kluge dejó prácticamente de lado los largometrajes y fundó una productora de televisión para desarrollar programas de tendencia vanguardista —denominados «no-programas»— para la televisión alemana. Los programas solían consistir en entrevistas conducidas por él. Como se podía esperar, eran más densos, estáticos y con un montaje inquietante que los programas de televisión habituales. En una entrevista de 1989 con Gary Indiana, Kluge explicó por qué le resultaba tan importante llegar al público de esta manera:

Solo necesitás un uno por ciento de televisión alternativa, de tranquilidad dentro de la televisión. Si lo conseguís, la gente va a aceptar que este mundo televisivo no es el único. Un uno por ciento es suficiente para perturbar el principio de la programación. Tenés una pequeña muestra de «no-programa».

Una historia de Kluge puede ser una pequeña muestra de historia no historia, un atisbo de lo que hay afuera del mundo de la cultura comercial, dominado por el capitalismo y producido en masa.

Una colección de sus escritos, publicada originalmente en 1977 pero reeditada recientemente como Air Raid [Der Luftangriff auf Halberstadt am 8. April 1945 / Ataque aéreo a Halberstadt, el 8 de abril de 1945] en una traducción al inglés de 2022, habla proféticamente del mundo actual. Air Raid es una serie de viñetas de incidentes reales e imaginarios que ocurrieron el 8 de abril de 1945, el día en que Kluge, que entonces tenía trece años, sobrevivió al bombardeo aliado que destruyó más de tres cuartas partes de su ciudad natal, Halberstadt.

Las víctimas civiles de la campaña de bombardeos aliada suelen ser una causa de ansiedad en Alemania, donde la memoria histórica de los males del régimen nazi domina la comprensión que el país tiene de su pasado. Esto lo convierte en un tema especialmente cautivante para Kluge, sin importar su experiencia personal, que no aparece en ningún lado en estas historias. En Air Raid, examina el sufrimiento y la destrucción sobre el terreno, pero también la vertiginosa burocracia de la estructura de toma de decisiones militares aliada que lo hizo posible.

Cincuenta años después, resulta difícil no ver paralelismos alarmantes entre las fotos de Gaza, Teherán o Járkov y la alegre aceptación de los bombardeos aéreos impulsada por la administración de Donald Trump. «No queremos tener que hacer más de lo necesario en el ámbito militar, pero no hablé a la ligera cuando dije que vamos a negociar con bombas mientras tanto», declaró el 31 de marzo el secretario de Defensa de EE. UU., Pete Hegseth. Al escuchar al secretario de Guerra (como le gusta que lo llamen) hacer esta declaración, me encontré pensando en una escena especialmente dolorosa de Air Raid, en la que un oficial aliado le deja claro a un periodista que, aunque la catedral más grande de la ciudad hubiera hecho flamear una bandera blanca, el bombardeo se habría llevado a cabo de todos modos. «Pero una gran bandera blanca es reconocida internacionalmente como señal de rendición», argumenta el entrevistador. «¿Ante un avión?», responde el oficial.

La descripción sensorial que hace Kluge de los bombardeos y sus consecuencias para quienes se encontraban en el terreno es conmovedora, aunque Katie Trumpener, en su reseña del libro, señala que no menciona a los cientos de trabajadores forzados que se esforzaban en la fabricación de los aviones nazis que luchaban para hacer retroceder la ofensiva aliada. Estos trabajadores forzados no habrían tenido acceso, como tantos otros en Halberstadt, a un refugio antiaéreo. La comunidad judía de Halberstadt había sido deportada a los campos tres años antes, y solo se menciona una vez en Air Raid. Después del ataque, un médico militar recorre el «antiguo cementerio judío», pisando con cuidado para evitar la artillería sin detonar. Al releer esto, me pregunté: ¿qué lagunas son intencionales y cuáles son actos de omisión más preocupantes?

Durante un momento de calma, una mujer que protege a sus tres hijos se compromete a movilizar a otras personas para prevenir que tales horrores ocurran en el futuro. El narrador dice inmediatamente de manera inexpresiva: «Pero el pasado todavía no había terminado», mientras caía otra oleada de bombas. El programa estilístico de Kluge, al evitar una conclusión o una culminación, sean cuales sean los riesgos que eso implique, trae el pasado al presente.

Esta historia y los otros cientos de historias que escribió, conforman una obra que reflexiona sobre problemas intrínsecamente irresolubles, porque siguen siendo planteados en el presente. En una época con un genocidio en curso y otras barbaries que escalan, las preguntas sin respuesta de Kluge —planteadas por alguien hostil a las restricciones del entretenimiento comercial— merecen ser reconsideradas ahora más que nunca.


[Foto: Rudolf Dietrich / ullstein bild vía Getty Images - fuente: www.jacobinlat.com]

Plats, copes i tovalles de Judy Chicago

Plats de porcellana, copes i tovalles brodades, entre altres elements propis d’aquest àmbit, componen "The Dinner Party" (1974-78), una obra de l’artista nord-americana Judy Chicago (1939), instal·lada al Brooklyn Museum de Nova York

Clara Peeters, "Taula"(detall), ca.1611. Oli sobre taula. Museu del Prado, Madrid

Escrit per Sebastià Carratalà

Sovint, en els bodegons de Clara Peeters, apareixen plats i bols de porcellana blanca, unes peces d’origen xinès, anomenades kraak, que, a partir del 1570, es van estendre arreu d’Europa a través de Portugal i Espanya, sobretot mitjançant la xarxa de contactes dels Habsburg. Assenyala Alejandro Vergara que “els arxiducs Isabel Clara Eugènia i Albert d’Àustria posseïen una important col·lecció al seu palau de Brussel·les” i que, “des de principis del segle XVII, el comerç holandès va augmentar la presència d’aquesta mena d’atuells en les col·leccions europees” (El arte de Clara Peeters, 2016). També hi veiem copes de vidre i d’argent daurat amb la màgica plasmació de les textures, les lluentors, les transparències, els reflexos… que tanta sensació de versemblança produeixen. I, com corresponia a una taula burgesa ben parada, no poden faltar, a més dels aliments de tota mena —cars i exòtics amb freqüència—, les tovalles brodades, un complement que indicava la posició i les bones maneres dels qui s’ho podien permetre. Un compendi, en definitiva, dels hàbits gastronòmics i de les possessions materials destinades a tal fi de les classes altes; un compendi d’una part del món domèstic al qual eren relegades les dones i que, per tant, es considerava que constituïa un tema adient per a les pintores.

Judy Chicago, The Dinner Party, 1974-78. Brooklyn Museum, Nova York


Plats de porcellana, copes i tovalles brodades, entre altres elements propis d’aquest àmbit, componen The Dinner Party (1974-78), una obra de l’artista nord-americana Judy Chicago (1939), instal·lada al Brooklyn Museum de Nova York —peça central de l’Elisabeth A. Sackler Center for Feminist Art—. En concret, trenta-nou coberts disposats en una enorme taula triangular, que fan referència a trenta-nou figures femenines cèlebres, mitològiques o reals, des de Safo a Virginia Woolf; un conjunt que es completa amb altres 999 noms inscrits al sòl de marbre. Després de quatre anys de treball —en què van intervindre el dissenyador industrial Ken Gilliam i més d’un centenar de col·laboradores (la llista de les quals s’adjunta a la instal·lació)— es va exposar per primera vegada al Museum of Art de San Francisco. L’autora pretenia —diu Whitney Chadwick— promoure el canvi social creant un respecte a la història i les produccions de les dones, tantes voltes oblidades.

L’artista Judy Chicago davant de The Dinner Party | Brooklyn Museum, Nova York


Ja el 1705, l’escriptora anglesa Mary Astell advertia amb ironia: “Atès que els historiadors pertanyen al sexe masculí, poques vegades es dignen a registrar les grans i nobles accions dutes a terme per les dones, i quan ho fan, hi afegeixen aquesta sàvia observació: han actuat situant-se per damunt del propi sexe. I amb això podem intuir el que volen fer entendre als lectors: les grans accions no foren executades per dones, sinó per homes amb faldilla!”. De nou, la vella concepció del tercer sexe, de les virago, aplicada a les dones que destacaven en un camp en el qual es considerava que no eren competents. Fins i tot en la pirateria, una activitat tan allunyada de les que ens ocupen, trobem aquesta idea. Conta Borges, en el relat “La viuda Ching, pirata” (Historia universal de la infamia, 1935), que és ben cert que hi ha hagut corsàries: “Mujeres hábiles en la maniobra marinera, en el gobierno de tripulaciones bestiales y en la persecución y saqueo de naves de alto bordo. Una de ellas fue Mary Read, que declaró una vez que la profesión de pirata no era para cualquiera, y que, para ejercerla con dignidad, era preciso ser un hombre de coraje, como ella”.

Anna Maria van Schurman, Autoretrat, 1640 (primera obra amb la tècnica del pastel duta a terme a Holanda)


Judy Chicago dedica un dels seients de The Dinner Party a Anna Maria van Schurman (1607-1678), una erudita, escriptora i artista —una mica més jove que Clara Peeters— que, igual que Isotta Nogarola, Elisabetta Sirani i les germanes Dorotea Macip i Margarida Macip, entre altres exemples, es va consagrar a l’estudi i a les arts i, en el seu cas, es va mantindre cèlibe bona part de la seua vida. Quan tenia 16 anys, el seu pare, a punt de morir, conscient de les extraordinàries capacitats intel·lectuals que posseïa, li va demanar que no es casara mai. El 1636, després d’escriure un poema en llatí en què lloava la Universitat d’Utrecht, però es lamentava de l’absència de dones en aquesta institució, va rebre una invitació per assistir a classes de les facultats de Lletres i de Medicina, sempre que es mantinguera separada de la resta de companys per una cortina. Es convertia així en la primera estudiant universitària dels Països Baixos i, segurament, d’Europa. A més, va ser una experta en teologia i va arribar a dominar catorze llengües, la meitat de les quals, llengües clàssiques i semítiques. Malgrat que no va exercir mai la pintura i el gravat de manera professional, fou admesa en la guilda de Sant Lluc d’Utrecht el 1641 i, a la Història dels pintors holandesos (1718), de Houbraken, apareix al costat de Rembrandt. Tanmateix, sempre va haver de lluitar contra les convencions que volien confinar les dones a l’espai de la llar, l’espai dels plats, les copes i les tovalles.


[Font: www.diarilaveu.cat]




La donna più ricca del mondo

Bella storia (vera) e buon cast capitanato da Isabelle Huppert, ma il racconto è convenzionale e pieno di cliché, con una forte dimensione da rotocalco 

Raphaël Personnaz e Isabelle Huppert in La donna più ricca del mondo

di Emanuele Rauco

“Conta come ti vedono gli altri”. È la chiave di lettura di La donna più ricca del mondo: la pronuncia un fotografo alla protagonista, cambiando completamente la sua vita, oltre che la propria. Infatti, il film diretto da Thierry Klifa - in sala dopo il fuori concorso di Cannes 2025 e la presentazione al Festival del nuovo cinema francese di Roma - è ispirato a una vera storia che rielabora cambiando i nomi e poco altro: si narra di Marianne, la donna del titolo interpretata da Isabelle Huppert, erede di una potente ditta di cosmetici che subisce l’adulazione e il fascino di Pierre-Alain (Laurent Lafitte), il fotografo di cui sopra, il quale costruisce un’immagine pubblica vincente per l’imprenditrice e si fa ripagare da donazioni, regali, investimenti che finiscono per allarmare la famiglia.

Klifa, insieme a Cédric Anger e Jacques Fieschi, si ispira al caso Banier-Bettencourt che tenne banco su giornali e riviste d’Oltralpe tra gli anni ’80 e ’90, arrivando a conclusione giudiziaria solo nel 2016, per farne non un thriller o un dramma processuale, ma per raccontare il rapporto di una donna di potere con sé stessa, con il denaro e con quel potere. 

La donna più ricca del mondo

Strutturando il racconto per interviste, come se fosse un documentario, ma con un retrogusto da interrogatorio - infatti il film si apre con la retata della guardia di finanza per poi procedere a ritroso, il film racconta di un’ereditaria che non ha alcun interesse per la ricchezza che le è capitata, sa gestirla e farla fruttare, ma non combatte per essa, anzi pare quasi viverla come una gabbia, da cui ipocritamente cerca di fuggire proprio nel rapporto con Pierre-Alain, un’amicizia interessata, ma che paradossalmente resta sincera e “pura” proprio per questo.

Klifa racconta lo sguardo manipolatorio della ricchezza e il filtro che essa apporto allo sguardo dei ricchi, cerca di riflettere sull’importanza dell’immagine e della sua costruzione, ragiona su cosa significhi farsi guardare nel capitalismo moderno, come la persona pubblica sia indice di salute economico-finanziaria (c’è un accenno, purtroppo non approfondito, sul passato del marito di Marianne come collaborazionista di Vichy, raccontato attraverso l’ascolto dei telegiornali) più dei libri contabili; per questo, appare sensata la decisione del regista e del direttore della fotografia Hichame Alaouié di restituire una dimensione estetica da rotocalco. 

La donna più ricca del mondo

Peccato che in quella dimensione resti anche la narrazione, facendo mancare profondità al discorso, lasciando i protagonisti a navigare a vista dentro i cliché, soprattutto Lafitte che, pur portandosi a casa il César, sembra mimare e imitare la versione del gay vista ne Il vizietto; lo stesso Klifa vi rimane incastrato, indeciso tra ricostruzione fedelmente cronachistica e artificio narrativo esposto, e soprattutto, non riesce a gestire al meglio i tempi e toni del racconto, specie verso il finale, si rilassa, si sfilaccia e perde interesse proprio quando la tensione dovrebbe portare a una stretta.

La donna più ricca del mondo è uno di quei film che una volta avremmo definito “medi”, basati su una bella storia e su bravi attori, uno di quei tipi di produzione che sanciscono la salute di un’industria e di una cinematografia (e che quella francese stia bene, al netto dei problemi congiunturali, è fuori di dubbio); questo tenta anche di emanciparsi dagli schemi convenzionali, dai codici di racconto per cercare una strada più peculiare, ma l’eccessiva lunghezza e confidenza nei propri interpreti, i quali va detto sono bravi, ma lavorano su binari confortevoli, specie Huppert, impediscono il successo completo. Ed è un’impressione, un’apparenza, su cui Klifa al contrario di Pierre-Alain non riesce a operare più di tanto.

 

[Foto: Manuel Moutier - fonte: www.cinematografo.it]

Au Brésil, l’essor de l’immigration cubaine à Curitiba

Face au durcissement de la politique migratoire aux Etats-Unis, le nombre de demandes d’asile déposées par des Cubains au Brésil a presque doublé entre 2024 et 2025, dépassant désormais celui des Vénézuéliens, jusque-là en tête depuis dix ans.

Écrit par Anne-Dominique Correa 

Passeports à la main, Rosa Maria Borrero, 62 ans, et sa mère de 82 ans avancent timidement dans le couloir carrelé de l’organisation humanitaire Caritas, qui accueille les migrants à Curitiba, une ville de 1,7 million d’habitants située dans le sud du Brésil, dans l’Etat du Parana. « Nous sommes de Cuba », glissent les deux migrantes lorsqu’un jeune travailleur social, casquette sur la tête, les invite chaleureusement à entrer dans son bureau.

Arrivées dans la ville en bus deux semaines plus tôt, le 24 mars, la mère et sa fille ont vendu tout ce qu’elles possédaient à Cuba afin de financer leur voyage jusqu’au Brésil, dans l’espoir d’y trouver un avenir meilleur, loin des pénuries et des coupures d’électricité qui frappent leur pays natal, où la situation s’aggrave en raison du blocus américain sur les importations de pétrole de l’île. Ne connaissant personne à Curitiba et ne parlant pas portugais, elles ont été orientées vers cette organisation par le personnel de l’abri où elles logent, afin d’être accompagnées gratuitement dans la régularisation de leur situation migratoire. 

À leur image, de plus en plus de Cubains franchissent la porte de Caritas en quête de soutien. Face au durcissement de la politique migratoire aux Etats-Unis, où se concentre la majorité de la diaspora cubaine, le Brésil apparaît, d’après les Nations unies, comme le deuxième pays recevant le plus de demandes d’asile de ressortissants de l’île, derrière le Mexique, en raison de la politique migratoire ouverte du géant sud-américain. « Ici, les migrants peuvent travailler, avoir accès à la santé publique et aux aides sociales, même dans l’attente de la reconnaissance de leur statut de [...]

 

[lisez l'intégralité de ce billet sur https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/14/au-bresil-l-essor-de-l-immigration-cubaine-a-curitiba_6679940_3210.html]

Gautier Sabrià: «L'extrema dreta francesa ha reduït la catalanitat a una cosa simbòlica»

Plataforma per la Llengua ha nomenat el sociòleg Gautier Sabrià com a nou responsable de l'entitat a la Catalunya del Nord. Amb el nou encarregat de l'ONG a la zona més septentrional de l'àmbit catalanoparlant, EL TEMPS radiografia les constants vitals de la catalanitat i de la llengua pròpia en aquest territori. 

El sociòleg Gautier Sabrià

Escrit per Moisés Pérez 

—Vostè ha estat nomenat com a responsable de Plataforma per la Llengua a la Catalunya del Nord. Quin diagnòstic fa de la salut del català en aquest territori?

—Segurament, no viu els seus màxims moments de glòria. Ara bé, la llengua és viva i un exemple és que ambdós puguem fer aquesta entrevista en català. A casa nostra, de fet, tenim una manera de viure la catalanitat una mica diferent de la resta dels Països Catalans. Diríem que cada cop està menys vinculada a l'idioma, malgrat conservar el sentiment de pertinença a la catalanitat. Aquesta diferència es produeix per la feina de l'Estat francès per minoritzar la llengua.

—Hi ha, per tant, una identificació amb la catalanitat a pesar d'un ús del català en retrocés.

—Existeix, de fet, una frustració. Ho veig en molta gent del meu entorn: se sent catalana, però, en realitat, no sap dir gran cosa en la llengua catalana. A causa d'aquesta sensació, s'està produint un augment de l'interès per aprendre català i reconnectar amb la llengua. Hi ha persones que viuen com un dol el fet de sentir-se molt catalanes i, al seu torn, no saber expressar-se bé en català.

—Com es desenvolupa aquesta pertinença a la catalanitat més deslligada de la llengua?

—Diria que es dona una sensació inversa a la valenciana: si al País Valencià hi ha menys connexió amb la catalanitat i es parla més la llengua, a la Catalunya del Nord ocorre el contrari. Ens sentim plenament catalans. Per a nosaltres, és un orgull perquè ens fa una mica diferents de la resta de l'Estat francès. És el nostre particularisme i ens connecta amb els veïns del sud. A ma casa, ningú m'ha dit mai que era francès. Sempre ens hem identificat com a catalans. I no es tracta d'una anècdota, sinó que ocorre en moltes famílies. A la Catalunya del Nord, tothom té clara la seva identitat catalana.

—Ha percebut aquesta erosió de la vitalitat de la llengua?

—La meva generació, per exemple, fou de les últimes a viure la presència del català amb tota normalitat. Els meus avantpassats, els meus avis, els meus padrins, tots es parlaven en català. Parlaven la llengua amb tothom, amb els seus amics. Els meus avis, de fet, no tenen cap dubte de quina és la seva llengua. Tanmateix, la sort que tenim és la persistència de la identitat catalana, perquè tothom ens coneixen com els catalans. Fa un temps, va haver-hi un debat, especialment a Barcelona, sobre com anomenar la Catalunya del Nord, sobre si s'havien de denominar com a Pirineus Orientals. La qüestió era que ningú coneix els habitants del departament com a pirinencs orientals, sinó com a catalans. De fet, la nostra identitat catalana és molt inclusiva.

—Per què?

—Perquè tothom es pot sentir part d'aquesta comunitat catalana sense haver-hi un vincle directe amb la llengua. Tinc molts amics que no han nascut a la Catalunya del Nord, però que hi han vingut per estudis o per feina. Poques coses em generen més goig i més il·lusió que aquesta gent s'identifiqui com a catalana. A la Catalunya del Nord ens emociona que una persona nouvinguda d'un altre territori, d'un altre indret, se senti catalana. Diríem que és una identitat inclusiva i popular.

—Explique's.

—Qui ha mantingut històricament el català a la Catalunya del Nord? Han estat més aviat la gent pobra. La identitat catalana és especialment popular i oberta. Un dels moments més visibles d'aquesta catalanitat és al camp de la USAP, en els partits d'aquest equip de rugbi. A l'estadi sempre hi ha moltes banderes catalanes i els seus aficionats no van amb la samarreta blau cel del seu equip, sinó que van vestits de roig i groc.

«A casa nostra, de fet, tenim una manera de viure la catalanitat una mica diferent de la resta dels Països Catalans. Diríem que cada cop està menys vinculada a l'idioma», assenyala el nou responsable de Plataforma per la Llengua a la Catalunya del Nord. | Viquipèdia-Jordi Gili / Diada del 7 de novembre del 2018

—Entre les noves fornades, s'ha perdut el català?

—Diria que hi ha una reconnexió amb l'idioma. A la meva generació, hi ha aquesta connotació del català com una llengua del passat, dels nostres avis. En canvi, a les noves fornades, s'observa una visió positiva del català, com un símbol de progrés i de modernitat. Les noves generacions no tenen aquest menyspreu de considerar el català com una llengua del passat.

—Quines escletxes han trobat els sectors conscienciats amb la llengua per esquivar les polítiques uniformadores i de pressió lingüística desplegades per l'Estat francès?

—És cert que a la Catalunya del Nord no és fàcil sentir el català a l'espai públic, ja que es reclou més a l'àmbit privat. Ara bé, el nostre francès està força influenciat pel català, amb moltes expressions i estructures importades del català. Davant d'unes institucions que no han fet res per la llengua i, fins i tot, hi han jugat a la contra, hi ha escletxes de reivindicació de la catalanitat, com ara els estadis o les festes majors d'un poble. L'associacionisme, però, ha estat el gran bastió de resistència, amb espais com ara el Casal de Perpinyà o el Casal de Conflent. Les entitats han estat els motors perquè encara puguem expressar amb certa normalitat la nostra identitat catalana.

—Quin rol tenen per al sosteniment del català i de la identitat catalana espais educatius com ara la Bressola?

—Són molt importants, però no hi ha només la Bressola. Hi ha més escoles, com ara de caràcter públic, que fan una tasca d'ensenyament en català. Es desconeix que Perpinyà és l'única ciutat de l'Estat francès que té dues escoles amb un model bilingüe d'una llengua denominada regional. Ni els bretons, ni tampoc els bascos, no gaudeixen d'una oferta pública amb aquests trets. Sí que tenen escoles associatives, com ara la Bressola. És determinant que hi hagi encara ensenyament en català. De fet, cada cop hi ha més interès per estudiar el català.

—Detalle aquest procés.

—Aquest interès naix de pares amb 38 o 40 anys i un sentiment de pertinença a la catalanitat, però que no saben parlar ben bé la llengua. Aquests progenitors estan reconnectant amb la llengua i aprenent-la després d'apuntar els fills a la Bressola o les escoles associatives bilingües Arrels. Hi ha procés de transmissió invers molt bonic, on són els fills que empenten els pares a aprendre català. Possiblement, i si es manté aquesta tendència, en uns anys, a la Catalunya del Nord, el català serà una llengua més parlada per la gent jove que no per altres generacions. Aquest fet injecta optimisme.

—Com es compagina aquestes iniciatives amb el creixement de l'extrema dreta a l'Estat francès, la qual sempre ha manifestat una posició nacionalista francesa, uniformadora, més exacerbada?

—Molta gent viu la seva catalanitat lligada al fet de ser francès. Crec que no es pot comparar el vot a Reagrupament Nacional amb el vot a Vox a l'Estat espanyol. Discursivament, l'extrema dreta francesa mai carrega contra el català.

—En la pràctica, però, sí que ocorre?

—Sí, el creixement de l'extrema dreta té efectes pràctics sobre la persistència de la catalanitat. A Perpinyà, de fet, tenim un bon exemple. El batlle de Reagrupament Nacional ha eliminat el lema de la ciutat, que era «Perpinyà, la catalana». Era una denominació acceptada per tothom, amb la qual hi havia un consens absolut. Tenia una dimensió emocional.

—Quines altres accions contra la normalització lingüística ha impulsat l'extrema dreta francesa a la Catalunya del Nord i, més concretament, a Perpinyà?

L'Ajuntament de Perpinyà, en mans de Reagrupament Nacional, ha emprat les subvencions com a eina política. S'ha vist amb la Bressola o amb Òmnium Cultural. L'extrema dreta francesa està reduint cada cop més la catalanitat a una cosa simbòlica i està traient tota la part lingüística i cultural. És cert que ha mantingut el Sant Jordi, però s'ha eliminat qualsevol element de catalanitat del seu cartell. Abans, per exemple, hi havia barretines, espardenyes o la flama del Canigó.


[Font: www.eltemps.cat]