sábado, 4 de abril de 2026

La pena di morte è una legge vile e razzista che non resisterà ad un ricorso giurisdizionale**

L’approvazione della legge, che svilisce la vita umana, è una vittoria per le organizzazioni terroristiche e sottolinea l’abbandono da parte di Israele dei valori umanistici e liberali, mettendo a nudo la natura reazionaria del regime. Qualunque tribunale che approverà questa legge è inadatto a giudicare.

Ben Gvir interviene a favore alla Knesset sul tema della pena di mort

di Mordechai Kremnitzer

Haaretz

Negli ultimi anni la Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ha lavorato per portare avanti la revisione del sistema giudiziario, con maggiore intensità nelle scorse settimane, sfruttando lo stato di guerra con l’Iran.

Ciò include il ripristino della pena di morte, che ricopre un posto d’onore, o più precisamente di disonore, nel recidere del tutto i restanti valori umanistici e liberali di Israele.

Nel mondo liberal-democratico l’abolizione della pena di morte è considerata uno dei più alti traguardi dell’epoca successiva alla seconda guerra mondiale. Israele si è adeguato a questa tendenza in due modi: abolendo la pena di morte per omicidio, che ha ereditato dalla Palestina sotto il mandato britannico, e sostituendola con l’ergastolo obbligatorio nel 1954; inoltre, attraverso una coerente prassi delle procure e dei tribunali per evitare l’uso della pena di morte, eccetto per i crimini nazisti.

I nostri codici prevedono assai pochi reati punibili con la pena di morte – per crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, per i più gravi reati contro la sicurezza dello Stato, per i reati di terrorismo, per i reati più gravi commessi da soldati in base alla legge marziale e per omicidi commessi in Cisgiordania da chi non è cittadino o residente israeliano.

Ma, come già detto, tranne che per i crimini nazisti il sistema giudiziario si caratterizzava nel rendere lettera morta la pena di morte prevista dai codici. In Israele la distanza tra la pena di morte sancita nei codici e la sua mancata applicazione nella realtà non era dovuta solo a vincoli giudiziari, ma anche ad inequivocabili valutazioni di sicurezza che evidenziavano la mancanza di prove in merito a un effetto deterrente della pena di morte di fronte al terrorismo.

Di fatto le valutazioni indicavano la possibilità che la pena di morte potrebbe in realtà incoraggiare gli atti di terrorismo che conferiscono lo status di shahid (martirio) e la glorificazione sociale di coloro che sono stati giustiziati, nonchè gravi incidenti durante l’arresto dei sospettati e il rischio di morte di ostaggi israeliani.

Certo ci sono stati periodi in cui funzionari della sicurezza hanno fornito al governo e alla Knesset pareri professionali e non si sono limitati ad una debole e inconsistente dichiarazione di non opposizione alla legge. Vi era un tempo un parlamento che non legiferava finchè non gli fosse sottoposta dati affidabili dal punto di vista professionale, ricerche e pareri di esperti. C’era, e ora non c’è più.

Una governance illuminata è stata sostituita da una governance incompetente. Come prevede il principio di legalità nel diritto penale, la legge riguarda il futuro e non si applica agli atti commessi prima della sua entrata in vigore. Tuttavia contiene anche un’indicazione per il futuro. Ciò riguarda i gazawi detenuti in quanto coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se fossero accusati di reati capitali è ragionevole ritenere che il nuovo approccio alla pena di morte verrebbe applicato nei loro confronti – non più lettera morta, ma un cappio intorno al collo degli incriminati.

Il vecchio Israele era orgoglioso della propria moderazione. Il nuovo Israele, quello in cui Ben Gvir e Smotrich dettano la linea, fa l’esatto opposto. Cerca di sostituire la moderazione con una sete di sangue, purché non sia sangue ebreo. Il vecchio approccio scaturiva da una moralità universale ed ebraica. La deliberata uccisione di una persona quando può essere punita in altri modi è un atto estremamente crudele. Da questo punto di vista la nuova legge è un grande traguardo per le organizzazioni terroristiche ebraiche. Uno dei loro obbiettivi è restringere la distanza morale tra loro e i mezzi illeciti che utilizzano e lo Stato contro cui lottano. Arriva il parlamento di Israele e fa loro un regalo.

E’ anche interessante notare che tra i pochi casi in cui è stata applicata la pena di morte in Israele due si sono rivelati errori giudiziari. E’ il caso di Meir Tobianski, che è stato condannato a morte da una corte marziale e giustiziato e il cui nome in seguito è stato riabilitato dalle accuse attribuitegli.

E’ anche il caso di John Demjanjuk, incriminato dalla Corte Distrettuale e condannato a morte, ma assolto in appello a causa di un ragionevole dubbio circa la sua identità, cioè se fosse veramente l’“Ivan il terribile” di Treblinka. Se non fossero stati aperti gli archivi dei servizi segreti sovietici è altamente improbabile che Demjanjuk sarebbe stato assolto.

Il rischio di errori giudiziari aumenta in un clima pubblico intriso di sete di vendetta e di disumanizzazione dei palestinesi. La nuova legge fa di tutto per assicurare che il margine di errore cresca: abolisce il requisito di unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania nelle decisioni sull’incriminazione e la condanna, stabilendo un voto a maggioranza.

I promotori della legge hanno anche trovato un modo per garantire che essa non possa, dio non voglia, applicarsi agli ebrei: nella definizione di reato di omicidio è stato stabilito che lo scopo dell’omicidio sia la negazione dell’esistenza dello Stato di Israele. Quanto al reato di omicidio in Cisgiordania, che deve essere giudicato da un tribunale militare, vi sono processati solo gli abitanti palestinesi.

Gli estensori di questa legge sanno che la nauseante macchinazione che hanno prodotto non resisterà ad un ricorso, ma questo non li spaventa. Per prima cosa, non è dato sapere quanto tempo ci vorrà perché venga emanata una sentenza. In secondo luogo, se l’Alta Corte di Giustizia intervenisse, sarà possibile sostenere che è responsabile degli attacchi terroristici. Terzo, sarà possibile accusare la corte di contrastare la volontà del popolo e quindi che ci voglia una corte diversa, che rispetti la volontà del popolo, qualunque possa essere la natura morale di tale volontà.

La pena di morte è diventata una cartina di tornasole per classificare un regime come progressista o regressivo. Israele sta marciando dritto verso la seconda ipotesi, fingendo di appartenere alla prima. Questo inganno ha smesso di essere convincente. Il danno all’immagine di Israele e alle sue relazioni con l’Occidente liberale è evidente e destinato ad aggravarsi.

Si può presumere che il primo ministro non ne fosse a conoscenza anticipatamente, in quanto nessuno lo avrebbe informato. La pena di morte simbolizza il disprezzo per la vita umana, prima e anzitutto per la vita degli arabi. Questo disprezzo si manifesta di continuo, nel trattamento di coloro che non sono coinvolti nel terrorismo a Gaza, negli sfollamenti condotti con autorità e beneplacito in Cisgiordania e nella discriminazione contro cittadini arabi relativamente alla loro sicurezza. Finchè il governo di Israele persiste nella supremazia ebraica e nella netta distinzione tra sangue ebreo e palestinese, il disprezzo per la vita umana non può restare limitato ad un unico gruppo.

Esso si estende anche al gruppo di appartenenza: nel trattamento da parte del governo degli ostaggi, delle vittime che non sono sostenitrici del governo, delle avanguardie che difendono i confini del Paese e dei soldati. Al governo non deve essere consentito di sfruttare la sofferenza.

Si dice che quando l’ex deputato Avraham Melamed del Partito Nazionale Religioso (che rappresentava la fazione del sionismo religioso) era membro del sottocomitato per la scelta dei giudici egli chiedesse ad ogni candidato la sua opinione sulla pena di morte. Una posizione a favore della pena di morte avrebbe squalificato il candidato. Ma ora noi israeliani diciamo: “Come siamo fortunati noi ebrei ad avere un nostro Stato. Finalmente possiamo erigere patiboli nel nostro Stato e impiccarvi i gentili [i non ebrei, ndtr.].”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 


[Foto: Itay Cohen - riprodotto su www.zeitun.info]

sexta-feira, 3 de abril de 2026

Au cœur de Chega, enquête sur l’extrême droite portugaise

Le 5 mars 2026, Jean Batou s’est entretenu avec Miguel Carvalho, journaliste d’investigation portugais qui vient de publier, en septembre dernier, un livre de 752 pages, intitulé Por dentro do Chega. A face oculta da extrema-direita em Portugal (Au cœur de Chega. La face cachée de l’extrême droite au Portugal). Cette somme résulte d’un travail de recherche de six années au sein de cette nouvelle force d’extrême droite qui a connu récemment une ascension électorale spectaculaire. 


Publié par Miguel Carvalho et Jean Batou 

— J.B. : Qu’est-ce qui vous a poussé à écrire un livre de plus de 700 pages sur le parti Chega ? Comment avez-vous mené votre enquête ? Avez-vous rencontré des difficultés pour contacter les membres de ce parti ? Comment la direction du parti a-t-elle réagi à la publication de votre livre ? Avez-vous reçu des menaces de l’extrême droite ?

— M.C. : Fin 2019, quelques semaines après l’élection d’André Ventura comme seul député de ce parti, j’ai voulu comprendre le nouveau phénomène politique qu’était Chega. Je ne m’intéressais pas tant à son leader qu’à ce qui poussait une partie de l’électorat à choisir ce discours extrémiste d’exclusion. C’est pourquoi je suis allé à la rencontre de cet électorat dès le début de l’année 2020. Plus que son leader, adepte d’une sorte de magie noire médiatique, c’était la masse humaine qui commençait à adhérer à Chega qui me préoccupait.

Je me suis rendu à des événements, j’ai voulu rencontrer les électrices et les électeurs, les activistes et les dirigeants de manière authentique, j’ai déjeuné et dîné avec ces gens, sans tabou, sans mêler des préjugés ou des idées préconçues à nos conversations. J’ai surtout posé une multitude de questions. Avec certains, il était plus facile de parler, avec d’autres moins. J’ai été persévérant et quelques-uns n’ont accepté de me parler qu’un an après ma première approche. Les plus grands obstacles sont toujours venus de la direction du parti, mais cela ne m’empêche pas, encore aujourd’hui, de rester en contact régulier avec l’univers électoral, militant ou dirigeant de Chega, ainsi qu’avec d’anciens membres.

J’ai rarement reçu des menaces de l’intérieur de Chega. Il s’agit plutôt d’un harcèlement numérique que d’autre chose. Je peux dire que, indépendamment de ce qu’ils peuvent penser de moi ou de mes convictions, la plupart des électeurs et des membres de Chega ont toujours respecté mon travail. Mon livre, d’ailleurs, c’est Chega qui parle de Chega. Sans leur contribution, il n’y aurait pas de livre. 

Jusqu’à présent, il n’y a pas eu de réaction officielle de la direction à propos du livre. Ni de démentis. Il y a eu quelques petites remarques et insultes, mais rien de significatif. 

— J.B. : Pouvez-vous présenter, dans les grandes lignes, l’histoire de Chega depuis sa fondation en 2019, en indiquant les principales étapes de son ascension électorale ? Le parti organise-t-il systématiquement ses activistes sur le terrain ou fonctionne-t-il principalement comme un pôle électoral ?

— M.C. : Chega a élu André Ventura en octobre 2019 et son ascension a été fulgurante depuis lors.

En six ans, le parti est passé d’un seul à 60 députés. Avec ses discours simplistes, le plus souvent faux ou fondés sur la désinformation, la stigmatisation des minorités et des préjugées généralisateurs sur le reste de la classe politique, le parti parvient à attirer tout et son contraire. Au début, il a capté des personnes issues des partis les plus proches idéologiquement, le PSD [centre-droit, NdT] et le CDS [droite conservatrice, NDT], mais avec le temps, on s’est rendu compte qu’il attirait également des gens qui votaient à gauche, du Bloc de gauche au PS. Le Parti socialiste a d’ailleurs été le plus touché par Chega lors des élections législatives de 2025 : de nombreux électeurs habituels du PS, dans le sud du pays, ont voté pour Chega.

Le parti ne parvient toujours pas à attirer des cadres un tant soit peu respectables aux yeux du grand public, mais il absorbe des éléments de toutes les couches professionnelles, dont certains ont un parcours académique reconnu. D’après ce que je sais des documents internes de Chega, l’une des catégories les mieux représentées parmi les militants est celle des enseignants, tous niveaux confondus. Le parti peut même propager – et propage – le « discours du taxi » ou « du bistrot », mais la vérité est que beaucoup de personnes instruites adhèrent à ses discours.

D’autre part, comme parti, il est dans la Ligue des champions pour sa présence sur les réseaux sociaux, toujours en tête dans ce domaine. Au début, il a bénéficié d’un large soutien des réseaux évangéliques, puis il a aussi attiré des jeunes et de nombreux abstentionnistes, accros aux réseaux sociaux et aux performances des dirigeants de Chega dans l’univers numérique, dont certaines sont purement divertissantes, sans aucune consistance politique. 


— J.B. : Quel est le parcours des militants et des cercles qui ont contribué au lancement de ce nouveau parti ? L’unité apparente autour de son leader charismatique, André Ventura, cache-t-elle des divisions internes ? Si oui, sur quelles questions se concentrent-elles ?

— M.C. : Chega ne s’est jamais soucié d’approfondir sa cohérence idéologique. Les rares personnes qui y accordaient de l’importance ont été écartées ou se sont éloignées. Son programme idéologique, bien qu’il comporte des traits identitaires et nationalistes, est celui du capitalisme sauvage. Point final. J’ai assisté à des événements de Chega où la simple suggestion que le parti devrait approfondir les questions idéologiques, afin d’offrir plus de substance thématique, provoquait une débandade dans la salle ou agaçait les militants.

Le parti vit de l’intuition de Ventura et du culte de la personnalité qu’il promeut. Ses membres sont d’ailleurs moins autonomes qu’ils ne l’étaient à ses débuts. Au cours des premières années, certains pensaient encore par eux-mêmes et osaient critiquer certains aspects de la direction prise par le parti. Le prochain congrès, en mai, ressemblera probablement davantage à un culte religieux, sans aucune place pour les doutes ou les hésitations. Aujourd’hui, Chega est une question de foi en Ventura. Pour lui, un parti avec un tel degré d’obéissance et de suivisme est la consolidation du projet de pouvoir personnel dont il a toujours rêvé. 

— J.B. : Dans quelles régions du pays et dans quels secteurs de la population ce parti a-t-il obtenu son plus grand soutien ? Se présente-t-il comme un parti des « gens ordinaires » ? Si oui, quelle est sa position sur les grandes questions sociales ? Quels slogans lui ont permis de conquérir un large public ? Ses militants partagent-ils une idéologie relativement cohérente ? Sur quels thèmes se concentrent-ils principalement, sinon ?

— M.C. : Le sud du pays, en particulier les communes autour de Lisbonne, est la zone privilégiée du parti. Le sud intérieur, également. L’Algarve est actuellement l’un de ses grands bastions, où il a remporté la mairie d’Albufeira, une commune avec une forte population immigrée qui est devenue un véritable enfer touristique.

Lors des dernières élections présidentielles, Ventura a réussi à étendre le « drapeau » électoral du parti vers le nord, où Chega, à quelques rares exceptions près, n’avait pas obtenu de grands résultats. Mais je doute que cette croissance se consolide, la polarisation générée par les élections présidentielles était exceptionnelle. Il y a également des signes d’une certaine usure de Chega dans les municipalités de l’intérieur de l’Alentejo, où le parti a bénéficié de ses plus grands soutiens depuis ses débuts jusqu’en 2024. Son discours n’attire plus autant. Mais il est trop tôt pour dire si cette usure va s’accentuer.

Comme je l’ai dit, Chega n’a pas vraiment réfléchi aux grandes questions sociales. Il attire les refoulements, la colère et le ressentiment à l’égard de la classe politique et du fait qu’il y a des problèmes à résoudre depuis longtemps. Il tient des propos chargés de préjugés à l’égard des minorités, toujours très axés sur les attaques contre les immigrés, la communauté gitane et même la diversité de genre. Il oppose les pauvres aux pauvres, les immigrés aux immigrés, il vit de la stigmatisation de l’autre et de la promotion de l’individualisme à l’extrême. C’est un parti qui vise à affaiblir l’État social en le réservant aux indigents et à quelques autres personnes, et à faire du pays une sorte de « bar ouvert » pour les intérêts de l’élite économique et financière.

Malgré les nombreux scandales qui ont marqué sa courte existence, allant de députés volant des valises à l’aéroport à des dirigeants impliqués dans des affaires de prostitution enfantine, sans oublier la longue liste d’élus locaux qui ont déjà quitté le parti pour diverses raisons, Chega maintient un discours très moralisateur à l’égard du reste de la classe politique – « corrompue » – . Il stigmatise un régime politique fondé, selon son leader, sur une vision du pays qui encourage la « dépendance aux subventions » et aux aides sociales en faveur de « ceux qui ne veulent pas travailler ». Celui-ci aurait permis l’entrée d’immigrants qui menaceraient l’identité et les traditions du pays. En réalité, sans les immigrants, le Portugal s’effondrerait. Ils sont l’un des principaux facteurs de durabilité du système public de sécurité sociale.

— J.B. : Quelles relations Chega entretient-il avec l’extrême droite salazariste, avec les extrêmes droites internationales contemporaines et avec les mouvements clairement fascistes ? Dans quelle mesure ce mouvement est-il lié au groupe néonazi 1143 (l’année de naissance du Portugal), dont 37 militants ont été arrêtés ?

— M.C. : Les droites radicales ou extrémistes les plus intellectualisées ou violentes, qui étaient en quelque sorte en marge du système, ont vu dans Chega leur cheval de Troie pour miner le régime et le renverser. Pour de nombreuses figures issues de ces milieux, des nostalgiques de la dictature aux néonazis des milices du 1143, Chega n’est pas l’idéal, comme ils le reconnaissent eux-mêmes, mais c’est ce qui existe, ce qui est le plus à portée de main pour introduire dans l’agenda politique et médiatique – même de manière plus ou moins camouflée – leurs idées et leurs discours extrémistes et exclusifs.

Une partie du financement de Chega provient d’élites économiques et financières qui rêvent de se venger des acquis consacrés par la révolution du 25 avril 1974. Certains des protagonistes associés au réseau terroriste d’extrême droite actuel ont naturellement adhéré à Chega et l’ont financé. Enfin, je ne pense pas qu’il existe — et je pense qu’il n’y en aura jamais — de relation formelle et organique entre Chega et le 1143. Mais il est de plus en plus évident que le 1143 considère Chega comme son « bras politique » et que de larges secteurs de Chega considèrent ce mouvement et d’autres comme leur « bras armé ». 

— J.B. : Quels sont les principaux soutiens de Chega au sein des élites portugaises, en particulier dans les appareils répressifs de l’État, dans les secteurs patronaux et dans les milieux religieux ?

— M.C. : Dans le cas des secteurs des forces de sécurité, cette relation est très étroite. Non pas parce que Chega a infiltré les forces de sécurité, mais parce que, dans cet appareil, il y avait beaucoup de gens qui défendaient déjà les discours et les méthodes répressives de Chega. Avec l’entrée d’André Ventura dans l’arène politique, beaucoup d’entre eux ont senti qu’il y avait enfin un projet et un visage auxquels ils pouvaient s’identifier sur ce champ de bataille. Ainsi, en 2020, est apparu le Movimento Zero, un mouvement informel de policiers et de militaires qui fonctionnait via les réseaux sociaux et qui a organisé quelques manifestations, avec des dirigeants de Chega comme intermédiaires, mais je crois qu’aujourd’hui, cette relation s’est détériorée.

Certains, bien qu’ils défendent ouvertement les idées de Chega sur les réseaux sociaux et tiennent des discours racistes et xénophobes, refusent d’être instrumentalisés par ce parti. Il faut également dire qu’il existe, au sein des forces de sécurité, de l’armée et de la police, le fruit d’un certain renouvellement générationnel qui est largement fidèle aux droits, libertés et garanties consacrés par la démocratie.

Chega reçoit un appui considérable, notamment financier, d’une section de l’élite économique et financière liée à des paradis fiscaux. Cette dernière perçoit le parti comme un « bar ouvert » pour ses intérêts visant à démanteler ce qui reste de l’État social et à étendre la déréglementation, la privatisation et les réductions d’impôts à de larges secteurs d’activité. L’un des principaux bailleurs de fonds de Chega est João Bravo, descendant d’une famille d’esclavagistes. Ses sociétés détiennent les plus grandes entreprises d’armement et d’équipement militaire qui fournissent l’État portugais.

Le parti qui s’attaque quotidiennement au « système » est lui-même soutenu et financé par les secteurs les plus puissants du « système ».

En ce qui concerne la question religieuse, jusqu’au milieu de l’année 2021, le parti a bénéficié de l’influence de plusieurs réseaux évangéliques, au point que plusieurs de ses dirigeants nationaux s’identifiaient à divers courants et églises évangéliques. Ces éléments ont ensuite été écartés, bien que le parti bénéficie d’un large soutien parmi les croyants de ce secteur religieux, en particulier dans les banlieues autour de Lisbonne et les communes voisines de la capitale. Bien que les courants catholiques ultraconservateurs, chrétiens évangéliques et mêmes néo-pentecôtistes aient relativement bien cohabité au sein du parti jusqu’à un certain point, il est vrai qu’à partir de 2022, la direction du parti semble être tombée plus nettement sous l’influence des secteurs liés à l’Opus Dei, au mouvement Communion et Libération, et à ce type de courants. Comme le disent certains anciens dirigeants de Chega, ce sont ces secteurs qui ont obtenu la part du lion au sein du parti.


[Source : www.marx21.ch]

Claudia Cardinale: uma atriz do povo e da aristocracia

Claudia Cardinale é um nome fundamental na história moderna do cinema italiano. A sua carreira vai ser recordada num ciclo integrado na Festa do Cinema Italiano — a partir de terça, 31, na Cinemateca.

'O leopardo', Palma de Ouro do Festival de Cannes de 1963.

Escrito por João Lopes 

Está quase a chegar a 19ª edição da Festa do Cinema Italiano (a partir de 9 de abril). Como já é tradição, o programa integra uma “antecipação” tendo por cenário as duas salas da Cinemateca. Assim, esta quarta-feira, 1 de abril, inicia-se um ciclo de homenagem a Claudia Cardinale (1938-2025), com dezasseis títulos da sua vasta filmografia, incluindo alguns dos clássicos absolutos que, na década de 1960, lhe conferiram o estatuto de embaixatriz do cinema de Itália. Em paralelo, na quinta-feira, terá lugar a primeira de quatro sessões dedicadas a raridades de Pier Paolo Pasolini (1922-1975), incluindo a versão de Medeia (1969) em que Maria Callas surge com a sua própria voz (e não com a dobragem que circulou na altura do respetivo lançamento) - será também criada mais uma edição das “Folhas da Cinemateca”, dedicada à obra de Pasolini. 

'A rapariga da mala', o realismo depois do neorrealismo 

Os dois primeiros títulos com Claudia Cardinale podem ajudar a definir a vitalidade, e também a diversidade, de toda uma época de ouro da produção italiana. São eles Gangsters falhados (1958), de Mario Monicelli, e A rapariga da mala (1961), de Valerio Zurlini - o primeiro reconvertendo em subtil comédia social o modelo tradicional do “grande assalto”; o segundo, distinguindo-se por um realismo (também social, obviamente) que se afastava cada vez mais das componentes estéticas do neorrealismo.

São dois filmes que nos ajudam a compreender que as décadas de 1950/60 foram, de facto, tempos de superação da herança neorrealista. Não numa lógica de rejeição, mas de reconversão crítica da sua herança. Ou seja: respondendo aos sinais de um desenvolvimento económico em que os heróis das narrativas da Segunda Guerra Mundial vão dando lugar a novas personagens, masculinas e femininas, ligadas a diferentes formas de organização das famílias, dos grupos sociais e, em última instância, das classes.

'Oito e meio', o mundo assombrado de Fellini 

Nesse contexto, Claudia Cardinale afirmou-se como uma figura paradoxal cuja talento, a par de uma invulgar fotogenia, permitiu-lhe ziguezaguear entre personagens de componentes psicológicas e estatutos sociais muito diversificados - dos cenários visceralmente populares de Gangsters falhados até à aristocracia de O leopardo, de Luchino Visconti, este seguramente um dos dois filmes que mais e melhor passou a simbolizar as suas qualidades de representação (foi Palma de Ouro de 1963 no Festival de Cannes); o outro é, obviamente, Oito e meio (1962), de Federico Fellini.

Esta quarta-feira, duas sessões - A rapariga da mala e Oito e meio, às 18h30 e 21h30, respetivamente - serão apresentadas por Claudia Squitieri, filha da atriz e do realizador Pasquale Squitieri. Corleone (1978), filme em que Squitieri dirigiu Claudia Cardinale, integra também o ciclo.

Mais de 150 filmes

Italiana nascida em La Goulette, na Tunísia francesa, a 15 de abril de 1938, numa família de raízes sicilianas, Claudia Cardinale entrou no mundo do cinema depois de, com 17 anos, ter conquistado o título da “Mais bela rapariga italiana da Tunísia”. Morreu a 23 de setembro de 2025, na sua casa de Nemours, na região de Île-de-France, deixando um legado de mais de 150 filmes. Curiosamente, o derradeiro título da sua filmografia - The Island of Forgiveness (2022), de Ridha Behi - centra-se numa família tunisina de origem siciliana.

'O gebo e a sombra', com Michael Lonsdale e Luís Miguel Cintra

De modo diferente de outras grandes atrizes reveladas na mesma época, a imagem de Claudia Cardinale nunca ficou ligada a um autor “dominante” (como aconteceu, por exemplo, com Monica Vitti e Michelangelo Antonioni), mesmo se é um facto que foi dirigida por Visconti numa admirável trilogia (Rocco e os seus irmãosO leopardo e Sandra). Ao mesmo tempo, aliás a par de alguns outros nomes emblemáticos do cinema europeu (Catherine Deneuve, em França, poderá servir de exemplo), nunca consolidou uma verdadeira carreira em Hollywood, ainda que o seu nome tenha surgido no elenco de vários títulos made in USA. A sua deriva através de universos cinematográficos plenos de contrastes temáticos e narrativos poderá ser ilustrada também através da sua participação em O gebo e a sombra (2012), derradeira longa-metragem de Manoel de Oliveira.

Cinco filmes a (re)descobrir

Apesar de o nome de Claudia Cardinale ser uma referência universal da cinefilia, alguns dos seus filmes nem sempre terão tido a divulgação, ou até mesmo a atenção crítica, que merecem. Eis um quinteto de hipóteses para rever, ou descobrir, no ciclo da Cinemateca.

A RAPARIGA DE BUBE (1963)

A partir de 1962, a carreira de Claudia Cardinale adquire uma dimensão verdadeiramente gloriosa, filmando sucessivamente Oito e meio, O leopardo, A pantera cor-de-rosa (título inaugural da saga cómica de Blake Edwards, com Peter Sellers) e La ragazza di bube. Centrado no regresso da guerra de Bube, um “partisan” da Toscânia, o filme possui a intensidade dramática típica do estilo de Luigi Comencini, cineasta “artesanal” cuja redescoberta está por fazer. No papel de Bube, surge George Chakiris, que dois anos antes tinha sido um dos protagonistas de West Side Story.


VAGHE STELLE DELL’ORSA... (1965)

Entre as raridades programadas, há também uma realização de Luchino Visconti que, em qualquer caso, ganhou o Leão de Ouro do Festival de Veneza de 1965. Mais conhecido pelo título internacional Sandra (nome da personagem de Claudia Cardinale), este é um drama intimista apostado em refazer para os tempos modernos a tragédia de Electra. A relação incestuosa que se estabelece entre Sandra e o irmão é filmada com os tons de uma inquieta sensualidade, rara na obra de Visconti — a notável fotografia a preto e branco tem assinatura de Armando Nannuzzi.


OS PROFISSIONAIS (1966)

Quando pensamos em Claudia Cardinale em ambiente de “western”, é inevitável citar Aconteceu no Oeste (1968), de Sergio Leone. O certo é que, dois anos antes, ela inscrevera a sua energia numa aventura do velho Oeste, contracenando com vários “duros” do género, incluindo Burt Lancaster, Lee Marvin e Robert Ryan. Com assinatura de Richard Brooks, este é um belo exemplo das transformações críticas do “western” ao longo da década de 1960, com a particularidade de a sua encenação possuir o tom festivo, por vezes paródico, de um conto moral virado do avesso. 


A AUDIÊNCIA (1972)

Não serão necessários muitos exemplos para lembrar que a humanidade segundo Marco Ferreri existe como uma imensa tribo que evolui entre a vulnerabilidade e o absurdo — lembremos apenas Dillinger morreu (1969), o seu filme anterior a este. Aqui, trata-se de encenar a odisseia enigmática do jovem Amedeo (Enzo Jannacci), apostado em conseguir uma audiência privada com o papa... O resultado é uma bizarra parábola filosófica que, além do mais, apresenta um elenco de luxo, incluindo Ugo Tognazzi, Michel Piccoli e Vittorio Gassman. 


HENRIQUE IV (1986)

Marco Bellocchio, realizador deste insólito e fascinante Enrico IV, sempre se interessou pelas ambivalências da história colectiva, a par das convulsões da mente humana. Daí o seu interesse pela adaptação da peça de Luigi Pirandello (estreada em 1922) sobre um homem que, na sequência de uma queda de um cavalo durante uma festa medieval, acredita ser o Imperador Henrique IV. Claudia Cardinale surge na personagem de Matilda, enredada no logro da figura central interpretada por Marcello Mastroianni, este numa das composições mais subtis de toda a sua carreira.  


[Fonte: www.dn.pt]