Una storia tenera e devastante sull’amicizia, l’emarginazione e i fragili sogni plasmati da un sistema immutabile.
Scritto da Abhimanyu Bandyopadhyay
Tradotto da Domenica Pellicanò
Nella modernità urbana del XXI secolo, dove le conversazioni ruotano spesso attorno a uguaglianza, salute mentale, libertà individuale e a una società senza discriminazioni, fino a che punto la vita delle persone emarginate riesce davvero a entrare in quel mondo? Alcuni film affrontano questa domanda come uno schiaffo improvviso in pieno volto. Homebound [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] è uno di questi film, in cui la promessa dell'India moderna si scontra direttamente con le vite di coloro che vengono sistematicamente ignorati.
La storia inizia nel cuore della notte, con due giovani che viaggiano su un camion per andare a sostenere un esame, inseguendo il modesto ma luminoso sogno di diventare poliziotti. Un sogno che darebbe loro un po’ di dignità, un po’ di stabilità, un tetto tutto loro, forse abbastanza per sollevarli al di sopra delle linee invisibili che la povertà traccia sulle loro vite.
Homebound avrebbe potuto essere una storia familiare di amicizia, ma sotto la visione profonda del regista Neeraj Ghaywan, diventa il ritratto di una generazione sospesa tra sopravvivenza, tradimento e speranza. Ghaywan, spesso noto per il suo cinema attento alle tematiche sociali e per il suo esordio alla regia con il film “Masaan” (2006), acclamato a livello internazionale, ha costruito un corpus di opere distintivo tra cinema e produzioni in streaming di lunga durata, concentrando spesso le sue narrazioni su caste, classi sociali, genere e identità. Il film si basa su un articolo del New York Times molto discusso, firmato dal giornalista Basharat Peer, intitolato “A Friendship, a Pandemic and a Death Beside the Highway”, che raccontava una storia straziante di amicizia ed è stato pubblicato nel 2020, al culmine della pandemia di COVID-19 [it].
Ciò che distingue Homebound da altri film di formazione è il suo rifiuto di attenuare i contorni della discriminazione basata su casta e religione. Sebbene l’uguaglianza sia garantita dalla Costituzione indiana, il sistema delle caste [it] persiste come una struttura sociale profondamente radicata, che determina l’accesso alle opportunità e alla giustizia. In India, la violenza basata sulla casta è una delle manifestazioni più brutali della stratificazione sociale e si manifesta in molte forme, talvolta definite abusi, che spaziano dal linguaggio influenzato dalla casta ai boicottaggi economici, fino allo stupro sistemico, al linciaggio e alle atrocità di massa.
Il film cattura in modo brillante come casta, religione e classe siano profondamente interconnesse nel plasmare la vita e il destino di una persona, e come queste forze definiscano i confini di ciò che a questi giovani uomini è permesso immaginare. Racchiude il peso di generazioni schiacciate dalla discriminazione, di coloro che sussurrano a sé stessi: “Domani sarà più gentile”, mentre la realtà traccia un percorso ben più duro, rivelato con devastante chiarezza negli ultimi momenti del film.
Ambientato in un remoto villaggio indiano, il racconto segue Chandan e Shoaib, due amici d’infanzia legati dall’affetto e dalle lotte condivise, con un’intesa tacita sulle gerarchie sociali che gettano un’ombra sulle loro vite.
Chandan e Shoaib nascono in un mondo in cui il merito conta poco, e in cui casta e fede determinano il valore di una persona. Chi appartiene alla “casta superiore”? Chi è Dalit [it] (casta inferiore)? Chi è musulmano? E, soprattutto, perché l’essere musulmano getta subito un’ombra di sospetto? Ogni volta che il destino sembra volgere a loro favore, emerge una nuova prova — silenziosa, spietata, inevitabile. Chandan, un Dalit, supera l’esame di polizia. Shoaib, un musulmano, non lo fa. La divergenza non è drammatica né esagerata; viene presentata con la crudeltà distaccata che chiunque abbia vissuto simili ingiustizie sistemiche conosce bene.
Quando Shoaib accetta un lavoro nella vendita di filtri d’acqua, le umiliazioni arrivano in modo silenzioso e costante: clienti che rifiutano l’acqua da lui toccata, colleghi che fanno battute scontate sul Pakistan. Nulla di tutto ciò viene presentato come eccezionale. È la routine. Questo è il punto. Chandan si confronta con un peso diverso: il rifiuto personale di accettare la quota di riserva prevista per la sua casta, scegliendo invece di competere nella categoria generale, in un doloroso tentativo di allontanarsi da uno stigma che non ha mai chiesto. Ma il film chiarisce che andare oltre la casta è raramente una scelta a disposizione di chi nasce nei suoi gradini più bassi.
Proprio quando il peso della loro sofferenza si fa sentire sullo spettatore, una breve scena provoca un altro shock: alla sorella di Chandan, brillante a scuola e desiderosa di proseguire gli studi, viene negata l'istruzione universitaria perché la famiglia deve dare priorità al futuro del fratello. La discriminazione di genere, suggerisce il film, prospera anche all’interno di famiglie già lacerate da altre forme di ingiustizia.
I talloni screpolati della madre di Chandan diventano un motivo persistente dell’eredità generazionale delle difficoltà. Nel frattempo, Shoaib porta il peso della gamba compromessa del padre, sognando il giorno in cui potrà permettersi di curarlo. Le loro aspirazioni ardono come piccole, ostinate fiamme: una casa tutta loro, una divisa che imponga rispetto, una vita che permetta loro di stare in piedi a testa alta. In mezzo a queste tempeste, nel cuore di Chandan sboccia un amore quieto e tenero — dolce come un segreto, fragile come la speranza.
Ghaywan accompagna queste intime fratture con paesaggi visivi privi di artificio. Treni locali, quartieri di fabbrica angusti, operai fradici di sudore — nulla è abbellito o esaltato per il fascino cinematografico. La pandemia di COVID-19, rappresentata con moderazione, entra nella storia non come melodramma, ma come contesto cupo, catturando lo sfollamento di massa dei lavoratori migranti e la precarietà della vita tra i poveri del paese.
Homebound parla di speranza, ma rifiuta facili consolazioni. Rimane saldo nelle dure realtà del tempo, della disperazione e dei sistemi fallimentari. Eppure, anche in quell’oscurità, il regista lascia un barlume di luce dentro Shoaib. Il sogno che Chandan non ha potuto realizzare diventa la torcia di Shoaib. Le interpretazioni ancorano il registro emotivo del film. Vishal Jethwa è profondamente convincente nel ruolo di Chandan, portando con pacata precisione sia ambizione sia vulnerabilità. Ishaan Khatter conferisce a Shoaib una morbidezza percepibile, un giovane la cui resilienza non si trasforma mai in amarezza. Il cast di supporto è sempre convincente, anche se Jahnvi Kapoor, nel ruolo di Sudha Bharti, appare leggermente fuori sintonia con il registro naturalistico del film. La sua innata raffinatezza, anche quando è smorzata, è difficile da mascherare.
Il film è entrato nella shortlist degli Oscar (2026), ma la sua importanza va ben oltre la stagione dei premi. Homebound riesce non perché tenti di parlare a nome degli oppressi, ma perché ascolta i silenzi, i compromessi, le negoziazioni private che plasmano la sopravvivenza quotidiana. Il film è più interessato alla silenziosa perseveranza necessaria a sopravvivere, sperare, tornare a casa, che al trionfo. Tutti, in fondo, cercano una strada verso casa — qualunque significato le si attribuisca. Homebound comprende questo desiderio. Il film non offre una chiusura, ma un riconoscimento. E a volte, questa è la scelta più onesta.
Negli istanti finali, il film torna su Shoaib, che si aggrappa al sogno che Chandan non è riuscito a portare a compimento. Il sogno di Chandan diventa l’eredità di Shoaib, una testimonianza di come i sogni vengano portati avanti, condivisi e, talvolta, salvati.
Alcuni film arrivano con grande clamore, con spettacolarità e campagne pubblicitarie martellanti. Altri si insinuano con delicatezza, come una brezza che attraversa una finestra socchiusa — e lasciano un segno che persiste a lungo. Dopo aver visto Homebound, una frase del celebre poeta bengalese Daud Haider ha continuato a risuonarmi nella mente: “La mia nascita è il peccato che porterò per tutta la vita”. Poche frasi riescono a cogliere con altrettanta efficacia la dimensione emotiva del film.
Questo articolo è la traduzione in italiano dall'inglese di una recensione cinematografica in origine scritta in bengalese e firmata da Shakila Zerin, pubblicata originariamente il 5 dicembre 2025 su Bonik Barta, uno dei quotidiani nazionali più rispettati del Bangladesh. Attualmente Shakila Zerin ricopre il ruolo di Senior Sub-Editor presso la testata.
[Fonte: www.globalvoices.org]


(2)(1).jpg)

