sábado, 5 de setembro de 2026

«Soi galèc, parla-me en portugués»

L’AGAL avia una campanha en Galícia per convidar los portugueses e los brasilièrs a parlar en portugués als galegofòns

Escrich per  Ferriòl Macip

L’Associacion Galèga de la Lenga (AGAL) entamenèt lo 25 de julhet passat, a l’escasença del jorn nacional de Galícia, una campanha per convidar los portugueses e los brasilièrs que vesitan Galícia a parlar portugués amb los galècs, en luòc del castelhan o d’un mescladís d’espanhòl e portugués sonat portunholçò raporta Diari de la Llengua. La campanha se ten jos la devisa «Falo galego, fala-me português!» (Parli galèc, parla-me portugués).

L’AGAL defend lo reïntegracionisme, es a dire que «lo galèc e lo portugués son dos noms que balham a un meteis continuum lingüistic». Per tant, segon l’AGAL, lo passatge al castelhan es inutil.

Segon l’associacion, Galícia coneis dempuèi de sègles una situacion de diglossia ont lo galèc es la lenga del pòble e lo castelhan la dels elèits, una situacion que s’es vista agreujada per l’escolarizacion obligatòria en castelhan e pels mèdias de massa, tanben en castelhan. Aquò a menat de parlars galècs, mai que mai urbans, a téner una sonoritat pus semblabla al castelhan.

L’AGAL reconeis que lo galèc dels joves a perdut de traches que lo sarravan del portugués de Portugal: un ancian de Tominho (Galícia) e un ancian de Vila Nova de Cerveira (Portugal) parlan gaireben parièr, çò que ja es pas pus lo cas dels joves, mai marcats pels accents de Madrid o de Lisbona.

La campanha, sostenguda pels influenciaires galècs, portugueses e brasilièrs, convida los lusofòns a parlar «dapasset en prononciant plan las vocalas», e prepausa de frasas coma «parla-me en galèc se te plai» quand un galèc trantalha entre galèc e castelhan. Los galècs, de lor costat, son convidats a passar pas jamai al castelhan o al portunhòl, e a seguir de contenguts en portugués per acostumar l’aurelha a d’autres accents e evitar los castelhanismes.

E s’en Occitània fasiam parièr amb los toristas catalans? Après tot, e mai sián de lengas desparièras, se se parlan dapasset e s’evitan los castelhanismes d’un costat e los francismes de l’autre, i auriá pas besonh d’una tèrça lenga per se comprene.

 

 [Imatge: AGAL - sorsa: www.jornalet.com]

sexta-feira, 4 de setembro de 2026

«Miroirs No. 3» – il segreto di Laura di Christian Petzold

 

di Fabiana Sargentini

Titolo: Miroirs No. 3 – Una macchina decappottabile corre per viuzze di campagna. A bordo una giovane coppia discute. Frenata. Una donna di mezza età è sbucata sul sentiero, dopo un breve scambio verbale la macchina riparte. Dopo qualche curva il guidatore perde il controllo. Nell’aria risuona uno schianto metallico. La donna corre sul luogo dell’incidente e soccorre la ragazza, unica superstite. All’arrivo dell’ambulanza la giovane dichiara di non voler essere condotta in ospedale ma che preferirebbe rimanere lì, nella casa della soccorritrice. La donna acconsente, senza fare una piega, come se si conoscessero.

In un’atmosfera sospesa parte l’incontro tra due donne che hanno l’età anagrafica per essere madre e figlia e invece sono due sconosciute. Quando si sveglia nel comodo letto Laura (Paula Beer) trova vicino degli abiti della sua taglia e due tazze termiche su cui un bigliettino indica rispettivamente caffè e tè. Scende in cucina e incontra Betty (Barbara Auer), la bella signora che vive da sola nell’isolata casa della campagna tedesca. Parlano di cose essenziali, la medicazione della ferita, gli studi della ragazza, il recinto da ridipingere. Non si rivelano, si piacciono, si stanno accanto. Dopo qualche giorno, Betty racconta dell’esistenza di un marito e di un figlio: decidono di invitarli a cena. I due uomini – che esercitano il mestiere di meccanici nei paraggi – trattano la donna con diffidenza, giungono facilmente a conclusioni pregiudiziali, dubitano di lei, ragione per la quale forse l’hanno confinata sola nella casa in campagna. L’arrivo di Laura dalla cucina con una pentola fumante di un piatto tipico tedesco amato dai due contribuisce a distendere la tensione. Ci sono cose non dette che è meglio non chiedere, capisce Laura. Ci sono segreti che non è bene rivelare, capisce Betty. In questa doppia chiave il rapporto tra le due donne si mantiene rispettoso e attento, in un’accezione di cura che esonda in qualcosa di più che è difficile verbalizzare.

Max (Enno Trebs), il figlio, più o meno coetaneo di Laura, è attratto dalla ragazza, incuriosito le fa domande, scherza con lei che lo va a trovare quando è solo in officina. In men che non si dica i quattro potrebbero facilmente venire scambiati per i componenti di una famiglia felice. Ma sotto la patina molte cose non tornano: un pianoforte scordato, i vicini che disapprovano in maniera lampante passando e guardandoli, quei vestiti così perfetti di misura…

La ritualità dei gesti familiari – tagliare le verdure, riempire la lavastoviglie, stendere il bucato – si tinge di mistero nella semplicità di una inquadratura fissa fino allo sfinimento: il racconto si amplifica potenziando il non detto, lasciando emergere respiri e pause, parole tra gli sguardi, fantasmi evocati nel cuore e nei racconti.

La casa è luogo di protezione o di isolamento, Laura si nasconde o ha paura di qualcosa fuori di lì, viene curata o è a sua volta capitata per caso destinata a curare una ferita più grande della sua nel corpo di Betty?

        Paula Beer (a destra) e Barbara Auer

Rispecchiamento, tema del doppio, riconoscimento e memoria, questi i temi cari a Christian Petzold in tutta la sua cinematografia: in questo caso la pellicola sfugge alla classificazione di genere, thriller, mistery, omaggio hitchcockiano, la narrazione lineare dichiara un realismo venato di ambiguità, la complessità si riversa negli strati dell’umore di ognuna delle pedine di un gioco folle in cui non tutti sono a conoscenza delle regole. Non ci sono vittime, non ci sono carnefici, c’è un qualcosa che viene nascosto, qualcosa di perturbante che si annida in dettagli all’apparenza superficiali.

Lirico e contemporaneo, un cinema che si direbbe fatto con poco: un numero ristretto di attori, poche location, principalmente il casale, dialoghi essenziali, regia incisiva. Non succede niente eppure succedono moltissime cose: nell’aria serpeggia sotto le nuvole un mondo brulicante che non lascia emergere in superficie che una spuma leggera, effervescente, stuzzicante, che solletica, una marea pronta a travolgere tutto; eppure, forse destinata solo a implodere.

I quattro protagonisti si muovono su una scacchiera classica ma secondo regole proprie, imprevedibili: i giochi non si chiudono, si allargano, prendono nuove forme, i legami sono mobili, mutevoli, discontinui, confondono lo sguardo, perdono l’equilibrio per formarne uno nuovo. Lo spettatore assiste alla danza, partecipa se ne sente il desiderio, osserva senza giudicare. All’interno di ogni scena c’è un filo che si tende, una nota sospesa, una armonia ricercata e mai raggiunta. Il clima generale del film può avviluppare o respingere: si sceglie se entrare a farvi parte o trovarlo inconsueto, inverosimile, forzato.

La regia di Petzold è, comunque, spinta, decisa, immersiva, un’esperienza quasi fisica, certamente abile.

Miroirs No. 3 – Il segreto di Laura (Miroirs N.3) Regia e sceneggiatura: Christian Petzold; fotografia: Hans Fromm; montaggio: Bettina Böhler; interpreti: Paula Beer (Laura), Barbara Auer (Betty), Matthias Brandt (Richard), Enno Trebs (Max), Philip Froissant (Jakob), Hendrik Heutmann (Michael), Christian Koerner (Il padre di Laura), Victoire Laly (Debbi); produzione: Schramm Film Koerner & Weber, ZDF, ARTE; origine: Germania, 2025; durata: 86 minuti; distribuzione: Wanted

[Fonte:  www.close-up.info]

Port du voile : Jean-Luc Mélenchon dit avoir « changé d’avis » et parle d’une « erreur terrible »

Jean-Luc Mélenchon a reconnu avoir profondément revu sa position sur le port du voile islamique. Devant des militants de La France insoumise réunis dans la capitale, le candidat à l’élection présidentielle a jugé que son opposition passée relevait d’une « erreur terrible ». 

Écrit par Léandre Genet

Cette prise de parole intervient dans le sillage de la proposition du Rassemblement national de pénaliser le port du voile dans l’espace public. Le sujet, récurrent dans le débat politique français, oppose des conceptions divergentes de la laïcité, des libertés individuelles et de l’émancipation des femmes.

Un mea culpa devant les militants insoumis

Jean-Luc Mélenchon a expliqué qu’il ne partageait pas, auparavant, l’approche qu’il défend aujourd’hui. « Il y avait un temps aussi, je n’étais pas d’accord avec cette histoire de voile, je n’avais pas compris », a-t-il déclaré lors de cette conférence parisienne.

Le fondateur de La France insoumise a attribué cette évolution à ses échanges avec des femmes aux parcours et aux convictions différents. « Mais j’ai rencontré des femmes qui portaient le voile ou des femmes très croyantes et qui ne portaient pas le voile, et des femmes qui n’étaient pas croyantes mais qui disaient chacun “fait comme il veut”. Et on en a parlé (…) et j’ai été convaincu. Je me suis dit que j’ai fait une erreur terrible », a-t-il poursuivi.

Ces déclarations constituent une clarification publique de sa position, alors que les débats sur le voile occupent à nouveau une place importante dans la séquence politique précédant l’élection présidentielle. Elles visent aussi à inscrire son discours dans une défense de la liberté de choix des personnes concernées.

 

Une évolution qui tranche avec ses propos passés

Le changement revendiqué par Jean-Luc Mélenchon contraste avec plusieurs déclarations antérieures. En 2010, il qualifiait le voile de « signe de soumission patriarcale ». Sept ans plus tard, en 2017, il employait l’expression « chiffon sur la tête ».

Ces prises de position avaient nourri les critiques de responsables et d’intellectuels attachés à une lecture stricte de la laïcité. Pour eux, le voile ne peut être dissocié des rapports de domination pouvant peser sur certaines femmes, même lorsque celles-ci affirment le porter volontairement.

À l’inverse, les défenseurs d’une approche centrée sur les libertés individuelles soulignent que la laïcité française encadre les relations entre les institutions publiques et les cultes, sans imposer une neutralité religieuse générale aux citoyens dans l’espace public. Jean-Luc Mélenchon s’inscrit désormais dans cette seconde lecture, en mettant en avant l’écoute des premières concernées.

Le débat relancé par la proposition du RN

La déclaration du candidat insoumis survient après l’annonce d’une proposition du Rassemblement national visant à sanctionner le port du voile islamique dans l’espace public. Le parti défend cette orientation au nom de la lutte contre l’islamisme et de la protection des femmes.

Le gouvernement a également émis des réserves sur la constitutionnalité et l’applicabilité d’une telle mesure. La question touche en effet à plusieurs principes juridiques, dont la liberté de conscience, la liberté religieuse et l’égalité devant la loi.

Jean-Luc Mélenchon avait déjà dénoncé cette proposition, estimant que « la laïcité est une loi de liberté et d’unité du peuple » et que « le voile, la kippa, les crucifix sont des choix libres dans l’espace public ». Son mea culpa sur ses déclarations passées donne désormais une dimension personnelle à cette ligne politique.

Une séquence révélatrice des clivages

Au-delà du parcours de Jean-Luc Mélenchon, cette séquence illustre la persistance d’un désaccord de fond dans le débat public. Certaines voix considèrent que le voile renvoie à une norme religieuse susceptible de limiter l’autonomie des femmes. D’autres refusent que l’État ou les responsables politiques définissent à leur place ce qu’elles peuvent porter dans la rue.

Le candidat de LFI affirme avoir modifié son analyse au contact de femmes voilées, croyantes non voilées et non croyantes. Son intervention ne mettra probablement pas fin aux divergences, mais elle acte sans ambiguïté une rupture avec ses formules antérieures.

À moins d’un an de la présidentielle, le voile demeure ainsi un sujet à la fois politique, juridique et social. Les positions exprimées cette semaine montrent qu’il continuera de structurer une partie des oppositions entre les candidats, autour de la définition de la laïcité et de la place des signes religieux dans l’espace public.

[Photo: STEPHANE DE SAKUTIN/AFP via Getty Images - source : www.epochtimes.fr]

Un país que es desfà

A 'Les conseqüències' (Proa), Pere Antoni Pons ens parla d'una illa que ha anat cedint espai, llengua i memòria fins al punt de preguntar-se què en queda, del país que havia estat. 

Pere Antoni Pons

Escrit per Guerau Xipell Casol

Historiador per la UB i gestor cultural per la UOC 

Pons no escriu una novel·la de denúncia, ni un al·legat contra el turisme, ni un manifest identitari. Escriu una història de persones. Tanmateix, mentre aquestes persones estimen, s’equivoquen, recorden, callen i en definitiva viuen les seves vides, el país i la cultura on viuen immersos es desfà. La història que explica aquest thriller és la d’una investigació relacionada amb una expedició nazi al poble de l’autor, Campanet, als peus de la serra de Tramuntana.

La Mallorca que apareix a la novel·la és recognoscible perquè fuig dels tòpics. No hi ha ni folklorisme ni nostàlgia complaent. Hi ha la constatació que l’illa ha estat sotmesa durant dècades a dues forces que han alterat profundament la seva manera de ser. D’una banda, un espanyolisme persistent que ha relegat la llengua i la cultura pròpies a una posició subordinada, clarament inferior i, fins i tot, anecdòtica. De l’altra, un model turístic que ha convertit el territori en una mercaderia i que ha acabat transformant no només el paisatge, sinó també les relacions humanes i la manera d’habitar-lo.

El gran encert de Pere Antoni Pons és que mai no converteix aquestes qüestions en un discurs explícit. No hi ha personatges que pronunciïn llargues reflexions sobre la identitat nacional ni cap voluntat de dictar conclusions al lector. Tot emergeix de manera orgànica. El feixisme al qual es va sotmetre l’illa després de l’alçament franquista hi apareix com un fet que altera la vida quotidiana actual, no com una disquisició purament teòrica.

El turisme hi apareix no tant com una activitat econòmica, sinó com un model de país que condiciona totes les altres dimensions de la vida; la feina, el paisatge, l’habitatge, la llengua i, en definitiva, la manera com les persones s’expliquen a si mateixes. La novel·la no cau en la caricatura ni en el victimisme. Sap que la realitat és sempre més complexa que qualsevol consigna i, precisament per això, el seu retrat resulta tan convincent.

Però si el llibre funciona és, sobretot, perquè Pere Antoni Pons escriu suaument. La seva prosa té una qualitat que sovint passa desapercebuda perquè no busca exhibir-se. És una llengua planera, neta i elegant, construïda amb una precisió admirable. Hi ha autors que confonen complexitat amb barroquisme, Pons demostra just el contrari. En las seva senzillesa rau la seva qualitat.

Aquesta manera no implica pobresa expressiva. Al contrari. Les frases respiren naturalitat, els diàlegs sonen autèntics i les descripcions tenen la mesura justa. És una escriptura que confia més en el ritme que en l’ornament, més en la precisió que en l’efectisme. Segurament la seva experiència periodística té un efecte clar en la seva manera d’escriure.

També destaca la manera com està construït l’argument. Les conseqüències és una novel·la que es deixa llegir amb una facilitat sorprenent, de fet jo ho he fet en un cap de setmana. El relat avança sense interrupcions, amb una progressió constant que desperta la curiositat sense necessitat de recórrer a grans girs argumentals. L’interès neix dels personatges i dels seus conflictes, no de l’artifici narratiu. En aquest sentit, Pere Antoni Pons demostra una gran capacitat per administrar el ritme. La novel·la atrapa perquè els seus personatges resulten creïbles i perquè els seus dilemes són universals, encara que estiguin profundament arrelats en una realitat mallorquina molt concreta. Aquesta és una qualitat que sovint s’infravalora i que, en canvi, constitueix una de les bases de tota bona narrativa. 

Pere Antoni Pons

Ara bé, això no significa que l’obra sigui exempta de limitacions. La primera té a veure amb l’estructura dels capítols. La brevetat amb què estan plantejats contribueix a donar agilitat al conjunt, però també provoca una certa sensació d’esquematisme. Hi ha escenes que semblen acabar just quan començaven a desplegar tota la seva força dramàtica. Alguns personatges i alguns conflictes haurien guanyat densitat si l’autor els hagués concedit unes quantes pàgines més. No és tant una mancança com la impressió que el material narratiu donava per a una exploració encara més profunda.

La segona reserva afecta la construcció general del relat. La novel·la avança de manera molt lineal, gairebé sense alteracions estructurals ni canvis de perspectiva que obliguin el lector a reinterpretar el que ha llegit. Aquesta opció fa que la lectura sigui molt clara i accessible, però també redueix una mica la capacitat de sorpresa. Sense necessitat de recórrer a artificis, alguna fractura temporal o algun desplaçament del punt de vista hauria aportat més complexitat a una història que, per temàtica i ambició, podia permetre’s assumir algun risc formal més.

Malgrat això, aquestes observacions no desdibuixen els mèrits d’una novel·la que sobresurt precisament per la seva honestedat. En un moment en què bona part de la narrativa contemporània sembla obsessionada per la pirueta formal o pel gir inesperat, Pere Antoni Pons opta per una literatura que posa tota la confiança en els personatges, en la llengua i en la capacitat del lector de llegir entre línies. És una aposta molt més exigent del que pot semblar.

Quan es tanca el llibre, queda la sensació que el títol és molt més que una simple referència argumental. Les conseqüències no són només les dels personatges, sinó també les d’una illa que ha anat cedint espai, llengua i memòria fins al punt de preguntar-se què en queda, del país que havia estat. Poques novel·les recents han sabut formular aquesta pregunta amb tanta delicadesa i amb tan poca estridència. I, probablement, és aquí on rau la seva grandesa. 

 

[Fotos: Ester Roig - font: www.nuvol.com]

quinta-feira, 3 de setembro de 2026

En Allemagne, un Land gouverné par l’AfD en ferait un laboratoire pour les projets du parti le plus radical des droites européennes

Les dimanches 6 et 20 septembre, deux Länder de l’Est et la ville de Berlin voteront lors de scrutins régionaux visant à renouveler leur Parlement respectif. Les citoyens convoqués aux urnes ne représentent pas plus de 9 % de l’ensemble des électeurs allemands.

Écrit par Hélène Miard-Delacroix 

À première vue, c’est anecdotique, sans conséquences au niveau national. Pourtant, la classe politique et l’opinion tremblent face aux 35 % à 40 % d’intentions de vote pour le parti de l’extrême droite, Alternative für Deutschland (Alternative pour l’Allemagne, AfD), en Saxe-Anhalt et en Mecklembourg-Poméranie-Occidentale. Ces scrutins risquent d’ébranler plusieurs certitudes et équilibres dans le pays le plus peuplé de l’Union européenne. Du local au national, les enjeux sont nombreux : ils sont politiques, culturels, sécuritaires, et touchent à l’image de l’Allemagne.

La percée attendue de l’AfD confirme l’érosion des partis qui ont façonné quatre-vingts ans de vie politique allemande. Elle met aussi à l’épreuve leur cohésion interne. La CDU (Union chrétienne-démocrate, droite) du chancelier Friedrich Merz est même menacée d’éclatement si des élus locaux rompent le cordon sanitaire imposé à l’infréquentable AfD. À gauche aussi, les repères se brouillent. Le jeune parti nationaliste BSW (Alliance Sahra Wagenknecht) est tenté d’être faiseur de roi en portant la star régionale de l’AfD, le dynamique trentenaire Ulrich Siegmund, à la tête du gouvernement de Saxe-Anhalt. Plus qu’une sensation régionale, ce serait une rupture dans l’histoire du pays, où la droite extrême n’a plus gouverné depuis 1945.

Un Land gouverné par l’AfD en ferait un laboratoire pour les projets du parti le plus radical des droites européennes. Cœur du système fédéral, les Länder ont plus de compétences que les régions françaises : ils légifèrent librement sur des domaines réservés, mais leur administration est aussi chargée d’exécuter les lois fédérales. Or, le programme de l’AfD pour ce scrutin ne cache pas le projet de politiser la justice, la police et l’administration en y nommant proches et affidés.

Le refus annoncé d’appliquer des programmes fédéraux, en particulier en matière d’énergie et de climat, voire le non-respect de principes fondamentaux dans la pratique des institutions et les relations entre les partis, mettrait à l’épreuve la loi fondamentale du pays entier. Son article 37, qui permet de contraindre un gouvernement de Land récalcitrant, n’a encore jamais été utilisé dans l’histoire de la République fédérale. Cela pourrait aussi avoir une incidence sur la solidarité financière entre les régions d’Allemagne. Les choix de politique économique et sociale annoncés par l’AfD, notamment les actions anti-immigrés, seraient susceptibles de faire fuir la main-d’œuvre étrangère et d’amener des entreprises à revoir leur implantation dans ces Länder.

Enfin, c’est dans le travail législatif à l’échelle fédérale que des victoires régionales de l’AfD constitueraient un test. À la Chambre haute, le Bundesrat, dont l’accord est indispensable à la moitié des lois fédérales, siègent les gouvernements des Länder. Avec certes une poignée de voix sur un total de 69, l’AfD, qui siège déjà au Bundestag, y aurait la capacité de ralentir les réformes du gouvernement Merz et de perturber l’élection des juges de la Cour constitutionnelle fédérale [la Cour suprême]. Les enjeux politiques de ces scrutins sont donc de taille, tant pour la coalition au pouvoir à Berlin, l’unité de la CDU et la pratique des institutions que pour la clarification des intentions de l’AfD sur le plan national.

La deuxième inquiétude à la perspective d’un gouvernement AfD en région est celui de l’éducation, de la recherche et de la culture, pour lesquelles les Länder ont la compétence exclusive. Le parti a annoncé vouloir intervenir dans les programmes scolaires et cesser les mesures d’intégration, mais aussi mettre fin à l’obligation scolaire pour soustraire les enfants à l’influence d’enseignants « gauchistes ». Les méthodes et sujets jugés « anti-allemands » doivent être bannis de l’université, et la mémoire de la Shoah évacuée par le biais de la fin des subventions aux musées et aux mémoriaux.

L’AfD aspire explicitement à réhabiliter une image positive de l’Allemagne et à mettre un terme à la « culture de la repentance » pour défendre un patrimoine national glorieux. Sa détestation de la modernité allemande condamnerait, en particulier, la fondation d’architecture du Bauhaus, à Dessau (Saxe-Anhalt), et la liberté de création dans les théâtres serait menacée. Enfin, les médias publics sont les cibles privilégiées du « redressement culturel » annoncé, avec une intervention directe sur les programmes et les personnels de la radio-télévision régionale.

Un Land étant un Etat à part entière, il a son propre gouvernement, notamment un ministère de l’Intérieur. Si celui-ci était confié à l’AfD, la question de la loyauté à la Constitution se poserait du sommet du ministère jusqu’aux forces de police et de sécurité. L’AfD a annoncé vouloir intervenir sur les services de renseignement du Land, sous le contrôle de ce ministère régional. Le risque est que cesse la surveillance d’activités anticonstitutionnelles de membres de l’extrême droite pour ne se concentrer que sur l’extrême gauche.

Outre le danger à l’échelon régional, cette approche inédite crée un risque pour la sécurité des autres Länder en raison de l’échange d’informations sensibles entre ministères régionaux. La surveillance en matière d’espionnage, venant de Russie, par exemple, en serait affectée. Contre ce cheval de Troie menaçant la sécurité du pays dans son ensemble, le réflexe des autres Länder serait la rétention d’informations délicates, ce qui accroîtrait la vulnérabilité face au terrorisme.

Enfin, ces scrutins, s’ils portaient l’extrême droite au pouvoir en région, conduiraient à l’affaiblissement des positions allemandes en Europe en raison de ralentissements et de blocages internes. Ils écorneraient surtout l’image internationale de l’Allemagne, portée par la fierté d’avoir réussi, en tant que meilleur élève de la classe, à ne pas céder aux sirènes de l’extrême droite. Sa percée spectaculaire, à supposer qu’elle ait lieu, ne sera pas comprise comme une normalisation anodine de l’Allemagne, mais comme un signal alarmant pour le pays où est né le nazisme. L’impact de ces élections régionales est donc bien inversement proportionnel au nombre de votants.

Hélène Miard-Delacroix est professeure d’histoire et de civilisation de l’Allemagne contemporaine à Sorbonne Université. Elle est, entre autres, l’autrice de l’ouvrage Les Emotions de 1989. France et Allemagne face aux bouleversements du monde (Flammarion, 2025).

 

[Source : www.lemonde.fr]

Brasil fronte a nova doutrina Monroe

A doutrina Monroe, formulada en 1823 para advertir ás potencias europeas contra novas intervencións no continente americano, adquiriu con Donald Trump unha versión propia. A nova doutrina Donroe, acrónimo propagandístico que combina o seu nome co do presidente James Monroe, xa non disimula o obxectivo. 

Acto político de Lula da Silva celebrado en Rio o pasado 22 de agosto.

Escrito por David Alvarado

O Departamento de Estado ven de proclamar que o dominio estadounidense no hemisferio occidental «nunca volverá ser cuestionado». En ano e medio, Washington combinou presión comercial sobre os seus veciños, intervención política directa en Latinoamérica, redución da presenza chinesa en posicións estratéxicas como a canle de Panamá e novas alianzas de seguridade. Non son movementos idénticos nin responden sempre ás mesmas circunstancias. Xuntos revelan, porén, unha prioridade definida: recuperar a primacía continental erosionada durante as últimas décadas.

Venezuela mostrou a dimensión máis coercitiva desta política. A campaña proclamada contra as narcolanchas converteu o tráfico de drogas nunha ameaza de seguridade que facilitou a escalada militar anterior á caída de Nicolás Maduro. Pero o sucedido despois permite entender mellor a función dese discurso. A Casa Branca acaba de declarar organizacións terroristas o Primeiro Comando da Capital e o Comando Vermello, as dúas grandes organizacións criminais brasileiras, alimentando o temor a posibles actuacións estadounidenses dentro deste país. O narcotráfico non desapareceu da axenda. Mudou de escala ao asociarse co terrorismo e ampliar así os instrumentos dispoñibles para combatelo. A cuestión excede, polo tanto, as drogas. Quen define unha ameaza hemisférica tamén gaña capacidade para determinar onde, como e baixo que condicións pode actuar contra ela.

A forza bruta é só unha das ferramentas dispoñibles. O Escudo das Américas, presentado nun cumio en Miami o pasado marzo, artella unha rede de gobernos que cooperan con Washington en materia de defensa e seguridade. A súa derivación operativa, a Coalición contra os Carteis das Américas, acompaña a transformación das anteriores operacións contra embarcacións nun Grupo de Traballo Conxunto do Hemisferio Occidental vencellado ao Comando Sur. A novidade non reside sinxelamente en que Estados Unidos consiga aliados. Consiste en institucionalizar unha rede na que os propios países latinoamericanos participan na execución das prioridades establecidas desde a administración estadounidense. A presenza de executivos de corte progresista dentro desta instancia chama a atención. O proxecto non depende só da actual onda conservadora e aspira a consolidar mecanismos capaces de sobrevivir a cambios electorais.

A dimensión política completa o repertorio de instrumentos. Trump condicionou a axuda a Honduras ao triunfo de Nasry Asfura, apoiou a Javier Milei cun rescate de 20.000 millóns de dólares antes das lexislativas arxentinas e fixo campaña por Abelardo de la Espriella en Colombia, ulteriormente incorporada ao Escudo. Sería excesivo atribuír a Washington unhas vitorias que tamén se explican polo desgaste dos gobernos no poder, inseguridade, baixo e desigual crecemento, así como vicisitudes propias de cada país. A cuestión é que unha potencia exterior non necesita manipular as urnas para influír nun proceso democrático. Pode modificar o contexto no que os cidadáns deciden mediante recursos financeiros, aranceis, sancións ou preferencias públicas por determinados candidatos. A actual dereita latinoamericana proporciona, ademaisexecutivos ideoloxicamente próximos e interesados nesa relación privilexiada.

Brasil sitúa agora esa estratexia diante dunha proba doutra magnitude. É a maior potencia continental, membro dos BRICS, socio fundamental de China e, xunto con México, un dos poucos Estados con capacidade económica e política para limitar as presións de Washington no continente. As eleccións de outubro están, con todo, abertas. O último Datafolha sitúa a Lula no 39 % e a Flávio Bolsonaro no 33 % na primeira volta, cun 47 % fronte ao 43 % nun eventual segundo turno. Flávio Bolsonaro, fillo de Jair, celebrou a decisión estadounidense de considerar terroristas as principais organizacións criminais do país e preséntase como o candidato capaz de entenderse con Trump. A súa vitoria non engadiría un goberno conservador máis ao mapa. Incorporaría a potencia de referencia no sur do continente ao bloque político máis próximo á Casa Branca.

A disputa xa transcende as afinidades ideolóxicas. Washington impuxo aranceis de ata o 50 % a produtos brasileiros, mentres congresistas demócratas denuncian presións sobre o proceso electoral e intentos de cuestionar a fiabilidade do sistema de votación. Lula respondeu reivindicando a soberanía brasileira, pero tamén negociando. Este venres pasado falou durante case noventa minutos con Trump para intentar rebaixar unha crise bilateral que levou a relación a un dos seus peores momentos recentes. Esa combinación de resistencia e diálogo da conta da autonomía que Brasil intenta preservar. Venezuela demostrou a potencia militar estadounidense para empregar a forza e o Escudo das Américas busca converter esta preponderancia de recursos en estruturas duradeiras. As urnas brasileiras medirán algo diferente: ata onde pode chegar esa nova doutrina Monroe cando enfronte unha sociedade que conserva marxe real de decisión sobre o seu aliñamento.

 

[Imaxe:  CC-BY-SA Lula da Silva - fonte: www.praza.gal]

Marc Cerrudo: «La novel•la vol aclarir qui som quan hem perdut tota la memòria»

Marc Cerrudo presenta ‘Postals del món que oblido’ (Univers, 2026), una narració molt lírica sobre la pèrdua de memòria i la veritable identitat. Ho fa traslladant una dona gran, amb una memòria cada cop més precària, a la ciutat de T, a la recerca de la veu de la seva mare a través de les postals que els enviava anualment un tiet.

Marc Cerrudo 

Escrit per Àlex Milian

—Per què una novel·la sobre una dona gran que va perdent la memòria i intenta recuperar, per sobre de tot, la veu de la seva mare?

—Primer, perquè la gent de la tercera edat estan infrarepresentats a la literatura, no només a la nostra sinó en general. No hi ha massa novel·les protagonitzades per gent molt gran. Sí que és veritat que recentment Antònia Carré-Pons, a El càsting, fa una novel·la sobre un grup d’àvies que busquen companyes de pis. Em va fer molta gràcia i va fer que no em sentís tan sol a l’hora d’haver triat una protagonista gran. Però trobava també que un personatge tan gran i en procés d’oblidar la seva vida era el personatge idoni per parlar de la memòria i, sobretot, del tema que m’interessava a mi: quina identitat queda, qui som un cop hem perdut tota la memòria, un cop hem deixat de recordar tot el que ens importava. Per això vaig triar una dona molt gran en aquest procés.



—És a dir, que volia parlar de la identitat més enllà de la memòria?

—De què queda de nosaltres un cop hem perdut la memòria. Si la identitat es pot construir en un lloc a part de la memòria o si som indestriables.

—Pensava en algú en concret? Ha conegut casos d’Alzheimer que li hagen inspirat?

—No he conegut en primera persona cap cas d’una malaltia degenerativa tan forta com l’Alzheimer. Sí que tinc una àvia que perd memòria per l’edat avançada, per certs mecanismes neuronals que fa que s’oblidi de coses que li has dit fa vint segons i literalment ja no les recorda. Però no neix d’un cas concret, sinó d’una por personal. Un dia em vaig adonar que em feia molta por que un dia oblidés coses que crec que són imprescindibles per a la meva vida: aquelles coses per les quals crec que val la pena viure. Em va entrar una mena d’angoixa gairebé ontològica que necessitava treure. I vaig pensar que la literatura era una molt bona via per fer-ho. A partir d’aquesta por que tard o d’hora tots sentim va néixer una pulsió literària que va acabar convertint-se en novel·la.

—I per què a Trieste, que esdevé coprotagonista clarament de la narració?

—Això és un obsessió personal meva. Personal i literària. Com a bon amant de la literatura, sé que Trieste ha estat un enclavament privilegiat en termes literaris. Al llarg dels segles, grans escriptors han nascut a Trieste; també grans escriptors han passat per Trieste (inclòs James Joyce). Això em va despertar una mena de fascinació per la ciutat i em va portar a visitar-la. Vaig anar-hi el 2023, vaig anar-hi sol, un viatge de tres o quatre dies, i vaig anar apuntant tot el que veia, i vaig fer una mena de diari de viatge mentre era allà. I, en tornar, vaig veure que, si en aquest diari de viatge introduïa el personatge —la vella desmemoriada de Postals del món...—, em podia sortir una bona història. Per tant, aquesta fascinació que sentia per Trieste va acabar convertint-se en un diari de viatge que, en últim torn, ha acabat convertint-se en una novel·la de ficció.

—És ben bé el diari de viatge d’una dona que està perdent el món que recordava.

—Sí, la novel·la té molt de diari de viatge. Jo he treballat molts anys a Altair, una llibreria especialitzada en viatges i, per tant, he llegit molta crònica viatgera. Més enllà de la feina, és un gènere que a mi m’agradava molt i el trobo interessant per explicar dues coses: d'una banda, el lloc i, de l'altra, la persona que el descriu. D’aquesta manera, li donava una volta a la crònica de viatges i introduïa aquest matís de ficció. Fent confluir la història i la crònica de viatges, ha acabat creant una història híbrida que també pot ser interessant per al lector.

—Per què no diu Trieste i sempre anomeneu la ciutat T, si, al final, als agraïments, ho reconeixeu directament?

—En primer lloc, perquè literàriament —estèticament— m’agrada que el nom de la ciutat sigui només una lletra, i després per no suggestionar el lector: perquè no llegeixi Trieste i vagi directament a buscar fotos de Trieste si no hi ha estat mai. Preferia que es construís la imatge de la ciutat a través de la narració.

—Titula Postals del món que oblido perquè la protagonista va seguint les postals de T que li havia enviat a la seva mare un germà seu que anualment visitava Trieste.

—Sí, a més són postals reals. Quan vaig ser a Trieste, en vaig comprar cinc o sis d’antigues i després n’he anat buscant més. Mentre escrivia el llibre, tenia sempre al costat de l’ordinador aquestes postals de Trieste en blanc i negre dels anys cinquanta o seixanta. Per tant, el que vaig fer és traslladar a la ficció també aquestes postals reals —que potser algú va enviar fa setanta anys. En certa manera, l’escriptura de Postals del món que oblido ha estat un joc constant de traslladar la realitat a la ficció.

—El magnífic títol té sentit perquè la vostra protagonista intenta recuperar la veu materna a través d’aquestes postals.

—Sí, tot i que en el llibre tampoc s’idealitza la relació entre la protagonista i la mare; també reconeix que hi havia hagut tensions...

—Es queixa que no la deixava llegir a casa perquè ella no en sabia.

—Exacte. No he volgut que fos una cosa molt ensucrada. No és que la mare fos la cosa més important de la seva vida... No, no... Era una relació normal, com la que tots tenim amb la nostra mare —que té moments bons i no tan bons—, però considerava que recordar la veu de la seva mare era un puntal de la seva vida i de la seva identitat, i li semblava que si no era capaç de rememorar com sonava la veu de la mare, la seva existència ja no tenia sentit. Al voltant d’això orbita la missió de la protagonista, que en cap moment és condescendent ni ensucrada...

—No, no.

—La protagonista, fins i tot, té una actitud bel·licista contra l’oblit, a qui li declara la guerra tot i ser vella. Amb tot el valor, se’n va a T a arrencar-li el record a la ciutat, i per això la ciutat també reacciona de forma agressiva amb ella. Es converteix en la gran antagonista de la història. Volia fer una novel·la sobre la memòria, la nostàlgia i els records sense caure en aquests paranys de voler que tot sigui idealitzat i bonic. La memòria té coses bones i coses molt agres.

—Fa uns anys Natàlia Romaní escrivia La història de la nostàlgia i també visitava Trieste («Per a mi Trieste és senzillament el lloc on em puc trobar amb el meu passat a cada cantonada, a cada racó i a cada armari»). Ara vostè escriu sobre Trieste i fas frases com «La nostàlgia, malaltia incurable transmesa pels records, no és un mal del cor, sinó purament físic».

—Quan estava a Trieste, aquesta nostàlgia que flotava per la ciutat era una cosa gairebé física. Tenia la sensació que hi havia una nostàlgia surant, però ningú tenia massa clar quin n’era l’origen. Si li ho demanares a algú que viu a Trieste, no tindria resposta, però això ens passa una mica a tots. Arriba un moment que, si caiem en el parany de sempre trobar a faltar coses; sempre estar ancorat en aquesta nostàlgia, en aquesta melancolia, arribarà un moment que quasi ho farem per vici, i no sabrem què estem trobant a faltar. Això és perillós perquè pot esborrar els records bonics que tenim de les coses. Per conservar un record bonic, hem de recordar amb mesura. Quan ho fem massa, la cosa es desdibuixa i acabem perdent el sentit de la memòria.

—Per tal d’expressar la desmemòria, fa servir molt moderadament un recurs curiós que és deixar buits en una frase de la protagonista quan intenta recordar.

—Volia mostrar la memòria com un edifici ruïnós. Quan ella se’n recorda de certes escenes del seu passat, volia que fossin incompletes. Jo m’imaginava un edifici mig derruït al qual li falta una porta, li falta una finestra... La forma de plasmar-ho era, quan jo descrivia un record de la protagonista, deixar espais buits en aquelles paraules. Trobo que és una forma molt visual per expressar una memòria amb buits. Crec que és una experiència que tots passem alguna vegada. Una cosa que has recordat tota la vida, un dia mires de recordar-la i et falta un detall, i notes un abisme al qual no saps com enfrontar-t’hi.

La vostra primera novel·la, Lluny vol dir mai més (Amsterdam, 2021), era un fet narrat per un munt de veus d’éssers animats i inanimats. Aquí és només una veu, molt poètica en les seves descripcions del present, alhora que preocupada per l’oblit del passat. Li venia de gust: una sola veu en comparació a les múltiples veus de Lluny vol dir mai més?

—Va ser molta feina Lluny vol dir mai més...

—Hua, hua.

—Més enllà d’això, em considero un escriptor i un lector molt eclèctic, al que li agraden molts estils diferents i molts gèneres diferents. Més que plantejar-me escriure una novel·la molt diferent, crec que de forma natural, com que les meves idees com a escriptor tendeixen a ser molt diverses, tot m’ha portat a escriure un llibre molt diferent en la forma. Espero que l’estil no sigui tan diferent. El meu gran objectiu, amb la meva segona novel·la, és que el lector pugui reconèixer que hi ha darrere el mateix escriptor que a la primera, un estil peculiar i identificable, perquè això voldria dir que porto el camí adequat en la meva carrera literària. Com a autor, no pots renunciar a l’estil propi, tot i que escriguis històries molt diferents.

—Però també volia experimentar fins on podia ser poètica la seva narrativa?

—Sí, m’agrada aquesta escriptura més lírica. Tampoc no vull que sigui massa recaragolada ni abusar dels adjectius grandiloqüents, perquè això tampoc té per què ser escriure bé. Hi ha literatura molt profunda i molt intensa amb les paraules més senzilles possibles. De totes maneres, crec que aquesta història sí que tenia un punt més líric, i per això li he volgut donar aquest to i explorar una part meva com a escriptor que a Lluny vol dir mai més no vaig explorar tant.

—Fins i tot diria que el personatge de la dona gran que està oblidant el món és un camí adobat també per aquest estil més líric, sobretot en les seves descripcions de paisatges i de moments del dia que intenta retindre.

—Clar. És una persona que està entre dos mons, perquè la seva identitat ha deixat de pertànyer al passat —perquè no se’n recorda pràcticament de res—, i això fa que el present el transiti sense saber exactament qui és —cosa que et fa estar d’una manera difusa en el món—, i això acaba generant un ambient: aquesta dona està com flotant per la ciutat. I quan ens sentim així acabem recorrent a la poesia, a les paraules, a la literatura que ens ancoren al món. Per això té sentit que aquestes paraules seves siguin una mica més profundes, més intenses.

 

[Foto: ALBA PASCUAL - font: www.eltemps.cat]