segunda-feira, 29 de junho de 2026

Neix l'Editorial Argestes, dedicada a la literatura d'autor en català

El projecte comença amb la reedició de 'Ventada de morts' de Josep Albanell i 'El llegat d'Atzara' de Vicenç Villatoro 

L'escriptor Vicenç Villatoro i el director editorial de l'Editorial Argestes, Xavier Serrahima

Neix l'Editorial Argestes dedicada a la literatura d'autor en català, "ambiciosa i amb veu pròpia". Així ho ha explicat aquest dimecres el seu director editorial, Xavier Serrahima. Les dues primeres obres que el projecte editorial publicarà és la reedició de 'Ventada de morts' de Josep Albanell i 'El llegat d'Atzara', una obra inèdita de Vicenç Villatoro, que va escriure abans de la pandèmia de la covid-19. La idea principal és publicar autors catalans, però no tanca la porta per algunes traduccions al català molt puntuals. L'editorial publicarà entre cinc i sis llibres l'any amb una tirada inicial de 300 exemplars i tindrà una col·lecció de narrativa i una d'assaig literari.

El director editorial de l'Editorial Argestes, Xavier Serrahima, ha explicat que cada vegada costa més publicar "una obra ambiciosa, en què el text, la paraula, la bellesa i la profunditat sigui central". Ha assegurat que "la majoria no vol una frase complicada, sinó senzilla" i creu que hi ha "un problema que prové de la davallada humanística i cultural de la societat", en gran part per culpa, ha afegit, de les xarxes.

L'editor i també poeta ha assenyalat que ha seguit l'exemple d'editorials que fan una feina "magnífica" com Periscopi, Raig Verd, Angle, entre d'altres. "Cadascú té les seves possibilitats i límits", ha manifestat. Des d'Argestes publicaran entre cinc i sis llibres l'any amb una tirada inicial de 300 exemplars.

En concret, seran obres de "literatura d'autor, de literatura ambiciosa i que requereix que el lector faci la seva feina". Serrahima creu que una cosa que caracteritza la literatura d'autor és que és "una feina compartida i és un diàleg compartit" entre l'autor i el lector. 

Dues primeres publicacions

Les dues primeres obres que el projecte editorial publicarà són la reedició de 'Ventada de morts' de Josep Albanell, obra que va guanyar el premi Crítica Serra d'Or el 1979, i 'El llegat d'Atzara', una obra inèdita de Vicenç Villatoro, que va escriure abans de la pandèmia de la covid-19. "Són dos llibres de gran categoria que serveixen d'exemple", ha dit Serrahima.

Villatoro ha explicat que el llibre 'El llegat d'Atzara' és "una ficció que passa en un lloc imaginari, a persones imaginàries i en temps imaginaris, però que sembla que pot parlar d'una cosa tan permanent com la relació entre la literatura, la llengua i la memòria, i a part d'això, la identitat".

Argestes tindrà una col·lecció de narrativa Santeuil i una col·lecció d'assaig literari, que es dirà Fusteriana, i que no serà un assaig polític. Admet que ha rebut alguns originals ja. De moment, ha dit que el pròxim llibre serà un assaig literari i l'any 2027 l'editorial preveu publicar 'La ciutat de ningú', d'Antoni Vidal Ferrando.

Pel que fa al nom de l'editorial, Serrahima tenia clar que al logotip volia incloure una àguila que s'enlairés. L'editor ha apuntat que també volia el nom d'un vent català amb gran ímpetu, però afegeix que tots estaven agafats. Finalment, es va decantar per Argestes, que és "el nom grec del nord-est i és un vent que té molta força i empeny cap amunt".

 

[Foto: Pere Francesch - font: www.racocatala.cat]

Alan Hart: il sionismo, il vero nemico degli ebrei

Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo (Alan Hart) 

Non sono malvagi perché sono sionisti, sono sionisti perché sono malvagi (i rabbini Naturei Karta) 


di Stefano Zecchinelli 

L’opera di Alan Hart – a dire il vero si tratta del primo volume di una trilogia – , Il sionismo, il vero nemico degli ebrei, è stato definito come il libro che nessuno ha voluto recensire. Leggendo il testo e verificando le numerosissime fonti citate dal grande giornalista britannico, il motivo di tutto ciò è ben chiaro e nel retro dell’opera trova una sintesi efficace nelle parole di Rabbi Ahron Cohen ‘’Alan Hart, col suo agghiacciante e scorrevole racconto, rivelatore degli intrighi e dello sviluppo del sionismo, ha dato un contributo estremamente prezioso’’. Prezioso per cosa, chiediamo noi? Prezioso, certamente, nel ricostruire in modo puntuale la colonizzazione della Palestina storica, progetto imperialistico che non si sarebbe mai realizzato senza il preponderante ruolo delle lobby sioniste negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna.

Il filosofo ebreo anticolonialista, Bertell Ollman, nella sua Lettera di dimissioni dal popolo ebraico definisce il sionismo come una forma particolarmente virulenta di nazionalismo, eppure dobbiamo constatare con preoccupazione che mai una ideologia nazionalista (sciovinista) e razzista (etnicista) è mai stata rispettata tanto quanto il sionismo. Sarà, forse, per i numerosi equivoci che il “nazionalismo ebraico” nel corso della storia ha generato ?

Lo storico Diego Siragusa – a cui va il merito di aver tradotto il primo volume di Hart – mette in risalto come sia insensato parlare di “sinistra sionista” e “destra sionista”. Come si può essere di sinistra ed appoggiare un progetto che si fonda sulla pulizia etnica ? Siragusa nella sua prefazione al testo di Hart ci ricorda che “la politica delle destre in Israele non è la ‘’negazione del sionismo’, bensì il suo più conseguente inveramento”.

Il libro di Hart è prezioso perché – come dice Ilan Pappe – contiene tutta la verità in sette parole ovvero – e ricito il titolo del libro – Il sionismo, il vero nemico degli ebrei. Il giornalista quindi ci mostra come fin dalla nascita del movimento colonialista ebraico – il cui principale artefice fu Theodor Herzl – i sionisti non si siano fatti scrupoli a collaborare con gli antisemiti della peggior specie compresi i criminali nazisti. “Gli antisemiti lavorano anche per noi”, era solito ripetere Herlz e prosegue “Basta che continuino sulla loro strada, e il desiderio di emigrare degli ebrei si sveglierà, dove ancora non c’è, e si rafforzerà dove è già presente”. Lo stesso sionista italiano, Enzo Sereni, una volta disse ‘’L’antisemitismo di Hitler potrebbe ancora portare alla salvezza degli ebrei’’ (cit. Diego Siragusa, Il terrorismo impunito, Ed. Zambon), tutte cose che rendono ancora più ipocrita l’industria dell’Olocausto (e la speculazione ideologica sull’Olocausto) messa in moto dal gruppo dirigente israeliano, la macchina propagandista che consente ad Israele di portare avanti i suoi crimini contro i popoli della regione.

Il Capitolo 4 del libro di Hart – Perché la Gran Bretagna giocò la carta sionista – ha a mio avviso una particolare importanza perché, mettendo in risalto il carattere ferocemente anticomunista del nazionalismo ebraico, chiarisce anche la sua natura sociale (borghese ed imperialistica). Hart analizza con grande precisione gli eventi che portarono alla Rivoluzione bolscevica. Proviamo a seguirlo.

In Russia il crollo della monarchia zarista, sistema che “era marcio fino al midollo”, apre la strada alla prima rivoluzione, quella che verrà definita la “rivoluzione dei moderati” (liberal borghese).

Gli inglesi – dice Hart – si fanno due domande fondamentali: (1) avrebbe avuto il Governo Provvisorio la volontà di tenere la Russia in guerra, anche a costo di reprimere l’opposizione, se necessario? (2) avrebbe avuto il Governo Provvisorio la capacità di contenere e sconfiggere le forze anticapitaliste e comuniste emergenti, al fine di evitare una seconda rivoluzione e la creazione di una Russia comunista ? (pag. 123)

Perseguitati dalla dittatura zarista molti ebrei erano diventati radicali e comunisti, essi svolsero un ruolo importante nella mobilitazione contro la borghesia russa. Finalmente il proletariato ebraico si dimostra progressista e ricco di idee sociali innovative, gli ebrei (e questo passo merita di essere sottolineato) “erano, insomma, l’avanguardia di coloro che avevano preferito andare verso una vera e propria rivoluzione e l’istituzione di un sistema comunista, interrompendo la partecipazione della Russia alla guerra” (pag. 124).

Quali misure presero, davanti a ciò, i colonialisti britannici? Semplice, cercarono di spezzare la solidarietà di classe, mettendo gli ebrei l’uno contro l’altro, ovvero persuasero alcuni ebrei a cambiare idea, ad abbandonare il comunismo, convincendoli che la Russia dovesse restare in guerra. Un progetto che, come sappiamo, fallì!

Inoltre, al pari di altri storici prevalentemente di formazione marxista, Alan Hart riscontra che la vittoria dei bolscevichi si ebbe soprattutto in virtù della loro intransigente opposizione alla guerra sotto le parole d’ordine della pace e dell’antimilitarismo radicale. La Gran Bretagna e gli Usa non potevano non essere allarmati e i sionisti si schierarono, senza remore, dalla loro parte, nel campo neocolonialista.

Hart descrive il dibattito interno al bolscevismo: da un lato, Stalin parlava della necessità di edificare il socialismo in un solo paese facendo dell’Urss la roccaforte della lotta allo sciovinismo borghese; di contro, Trotsky voleva esportare il modello bolscevico. Il giudizio del giornalista britannico è questo: ‘’Dopo la prima rivoluzione, prima della dichiarazione di Balfour, il pensiero degli inglesi si poteva riassumere così; se ci fosse stata una seconda rivoluzione, e se, in seguito le idee di Trockij avessero prevalso, una Russia comunista sarebbe diventata il motore dell’anticapitalismo e avrebbe potuto ispirare e sostenere le rivoluzioni dei lavoratori in tutto l’occidente capitalista e, senza dubbio, anche nelle colonie dell’impero britannico. Trockij coi suoi rivoluzionari ebrei dovevano essere fermati’’. (pag. 128)

Arrivati a questo punto entra in scena l’allora Ministro per la Guerra, Winston Churchill, il quale scrisse un articolo intitolato “Il sionismo contro il bolscevismo”. Secondo il leader colonialista britannico, il sionismo doveva diventare un ‘’piede di porco’’ anticomunista, ruolo che i sionisti accettarono secondo uno schema di servitù/padronato: i padroni di oggi – dicono i sionisti – possono diventare i servi di domani, i rapporti di forza (e di convenienza) mutano sempre.

Churchill, da leader pragmatico, valuta fino in fondo la presa del sionismo in Russia, la capacità di questa ideologia razzista e borghese di poter influenzare le masse più arretrate e destabilizzare il potere bolscevico. Preso atto della complessità del contesto storico, Hart esprime un dubbio: ‘’Si poteva contare sulla speranza che i sionisti potessero convincere quegli ebrei russi che sostenevano Trockij ad allontanarsi dal sentiero della rivoluzione? Oppure erano Weizmann e i suoi colleghi della dirigenza impegnati dall’inizio a impostare un ebreo contro l’altro in Russia, al fine di ridurre le prospettive di vittoria per il comunismo?’’ (pag. 129)

La domanda resta, come ho premesso, senza risposta. Una cosa è certa: i sionisti non avevano a cuore la sorte degli ebrei russi, anzi, li avrebbero volentieri fatti diventare carne da macello, per lo Zar prima e per Kornilov dopo. Il profitto – per i fondatori di Israele – viene prima di tutto!

Alan Hart nello studiare la situazione ebraica distingue il sionismo spirituale dal sionismo politico. Questa duplice distinzione è fondamentale per comprendere, fino il fondo, il metodo di analisi da lui stesso utilizzato. Il nostro è convinto che “tutti gli ebrei che sono religiosi potrebbero considerarsi sionisti spirituali, nel senso che guardano a Gerusalemme come loro centro o capitale spirituale” (pag. 25). Il sionismo borghese e colonialista, al contrario, è il sionismo politico il quale si scontra frontalmente col Giudaismo. Perché accenno a ciò? La risposta è facile: dopo aver messo in risalto il carattere colonialista del sionismo (natura sociale del nazionalismo ebraico), è gioco facile rendere noto il fondamento antiebraico (antigiudaico) di questa ideologia col suo corrispettivo movimento politico. Il fatto che sia partito dal rapporto sionismo/imperialismo per arrivare – solo dopo – alla questione religiosa non è casuale: soltanto una analisi attenta delle strutture economiche – basi economiche su cui poggiano le organizzazioni politiche – può chiarire i risvolti ideologici e dottrinali.
Il Capitolo 5, non per niente, è intitolato: “Ahad Ha’am e il falso messia”. Chi è Ahad Ha’am ? Ahad Ha’am (tradotto: uno del popolo), vissuto dal 1856 al 1927, fu un prestigioso studioso ebreo, filosofo, moralista e umanista del suo tempo. Per questa autorità religiosa la distinzione fra sionismo spirituale e sionismo politico era importante, infatti “Uno del popolo” avrebbe accolto una casa ebraica in Palestina ma priva di sovranità politica. I padri del sionismo colonialista vennero da lui avvertiti: la creazione di uno Stato nazionale ebraico – con una propria burocrazia repressiva e militare – avrebbe corroso fin dalle fondamenta lo spirito dell’ebraismo. L’impresa di Herzl, Weizmann e Ben Gurion era – stando alle sue parole – prima di tutto moralmente errata. Dall’errore morale, la storia ci dice, si è passati alla tragedia e al crimine sistematico (Alan Hart lo ripete sempre).

Hart allora segue, per filo e per segno, il discorso dei rabbini antisionisti, citando il libro di Harkabi intitolato Il Giudaismo ed il sionismo (pag. 146; pag. 147). Provo a ripercorrere anch’io lo stesso filo logico estrapolando qualche breve citazione utile.

‘’L’attaccamento del sionismo alla Terra d’Israele è radicato nella religione ebraica, ma l’ebraismo in sé non è sionista, e gli ebrei attraverso le generazioni non sono stati sionisti, anche se di anno in anno esprimevano la fervida speranza ‘L’anno prossimo a Gerusalemme!’, o l’ammonizione che ‘Vivere in Eretz Israel è pesante come tutti gli altri comandamenti’.’’

‘’Il sionismo non è un ideale, ma è la realizzazione di un’intenzione, un programma politico’’.

‘’La storiografia sionista ha quindi commesso un errore nel descrivere gli ebrei come se fossero sempre stati sionisti, per distinguere tra l’amore per Sion e il sionismo come programma politico è essenziale una corretta comprensione della storia ebraica’’.

Ma quali sono questi precetti religiosi ebraici? L’idea politica centrale del Giudaismo si esprime in tre giuramenti talmudici: (1) non ci sarà movimento di massa degli ebrei dalle terre della diaspora nella terra di Israele; (2) non ci sarà ribellione contro le nazioni del mondo; (3) non ci sarà un’eccessiva oppressione del popolo ebraico da parte dei Gentili.

Insomma, il sionismo si colloca in aperta rottura col giudaismo o almeno con le componenti più ortodosse e antirevisioniste. Chiarito questo punto essenziale, ancora un ulteriore elemento di riflessione che aggrava la situazione (magari in vista di un contraddittorio): gli studi dell’israeliano Shlomo Sand hanno messo in risalto la provenienza dalla Khazaria della elite sionista, vale a dire la mancanza di legami di questo gruppo dirigente – che in realtà ha usato i sefarditi (semiti come gli arabi) come piede di porco del proprio progetto imperialistico – con la Terra Santa e la Diaspora. Hart conosce bene non solo Sand ma anche gli studi di Arthur Koestler sulla tredicesima tribù, citati abbondantemente in varie parti del libro. Il giornalista britannico concorda con lo storico israeliano: il popolo ebraico è stato inventato, ma in che modo? Ecco la risposta: ‘’A cavallo del ventesimo secolo, gli ebrei sionisti hanno contestato questa idea – si riferisce al fatto che l’unico elemento unificante per il popolo ebraico fosse la religione – e hanno iniziato a creare una storia nazionale inventando la teoria che gli ebrei esistevano come popolo separato dalla propria religione’’. (pag. 96)

La studiosa arabovenezuelana Susana Khalid, constatato che i sionisti non sono semiti, ha detto in modo corretto: gli israeliani non sono israeliti. I miti sui cui si fonda l’imperialismo israeliano, a poco, a poco, iniziano a cadere.

Il libro che sto presentando contribuisce, per la moltitudine di fonti citate, a svelare il grande inganno, il carattere falso (per l’appunto: falso messia o mito ambiguo) del sionismo. Il Capitolo 6 è intitolato I sionisti onesti – pare un ossimoro: possono esistere sionisti (quindi colonialisti) onesti ed in buona fede – e inchioda in modo inopinabile il nazionalismo ebraico mettendolo con le spalle al muro. Cosa c’è di più duro dello stesso fuoco amico (o ex amico)?

Hart ripercorre il pensiero di alcuni ebrei aderenti alla Organizzazione Sionista Mondiale che, col passare del tempo, compresero la pericolosità di questa ideologia e del corrispettivo movimento politico fino a diventare ebrei – spesso anche fedeli alla religione ebraica – antisionisti.

“L’inchiostro sulla missione disonesta del sionista – dice il nostro – era quasi asciutto, quando la Conferenza Centrale dei Rabbini americani adottò una risoluzione di disapprovazione di qualsiasi tentativo di stabilire uno stato ebraico”. La caratteristica di questo saggio è quella di riuscire a tenere insieme l’antimperialismo radicale col rispetto della libertà religiosa che in questo caso corrisponde al meglio della religione ebraica. Allora Hart non poteva non ricordare il memorandum di Edwin Samuel Montagu, unico ebreo inglese nel gabinetto e Segretario di Stato per l’India, reso pubblico solo nel 1970.

Secondo questo ebreo antisionista ‘’la politica del governo di Sua Maestà è antisemita nei fatti e si rivelerà un campo di scontro per gli antisemiti ovuque nel mondo’’ ( pag. 136 )

Il titolo del memorandum è eloquente: L’antisemitismo dell’Attuale Governo, pare quasi un atto d’accusa. “Questo prestigioso ebreo – chiarisce Hart – temeva che l’approvazione, da parte del governo, del progetto sionista per la Palestina avrebbe potuto mettere in pericolo lo status duramente conquistato dagli ebrei come comunità religiosa integrata nei paesi occidentali in cui vivevano, che godevano della parità di diritti, privilegi ed obblighi”. Era un po’ come se gli inglesi gridassero “ebrei non vi vogliamo”, oppure “ebrei siete diversi, non potete stare con noi”. Tutto ciò avrebbe acceso l’antisemitismo che, come stiamo vedendo, è il primo alleato dello sciovinismo israeliano.

Durante i 26 anni del Mandato britannico sulla Palestina i conflitti messi in moto furono tre: (1) tra gli arabi della Palestina e gli ebrei sionisti in arrivo; (2) tra i nazionalisti palestinesi (antimperialisti) e le forze di occupazione britanniche; (3) tra gli ebrei sionisti in Palestina e gli inglesi.

La conoscenza che Hart ha della storia mediorientale è immensa. Ancora una volta seguiamo fedelmente la strada che lui stesso traccia.

“Senza la presenza britannica, il sionismo non avrebbe potuto radicarsi in Palestina. Da parte loro, i palestinesi avrebbero potuto cacciare i sionisti. Tra il 1933, quando Hitler salì al potere in Germania, e il 1936, quando i palestinesi si ribellarono, il numero degli ebrei in Palestina era quasi raddoppiato, da poco più di 200.000 a 400.000. L’immigrazione ebraica, in tale misura, servì solo a rafforzare la convinzione arabo-palestinese che la Gran Bretagna fosse segretamente impegnata nella creazione di uno stato ebraico in Palestina. (pag. 198)

Nel 1936, uno sciopero di sei mesi diede vita ad una nuova ribellione palestinese su vasta scala. Nonostante la brutale repressione e la legge marziale in vigore, l’imperialismo britannico non riuscì a spezzare la Resistenza palestinese. Il Mandato e l’attuazione della Dichiarazione di Balfour (1917) con cui si decise la svendita di quei territori, erano fortemente compromessi.

Gli inglesi solo a questo punto – ripeto: solo a questo punto! – capirono di aver sbagliato politica. Il Libro Bianco del 1939 indicava l’ambiguità dell’espressione ‘’una patria nazionale per il popolo ebraico’’, e ‘’l’incertezza circa l’obiettivo della politica (della Gran Bretagna).’’ Questa incertezza fu (riporto testualmente) la ‘’causa fondamentale dei disordini (un eufemismo parlando della ribellione araba) e dell’ostilità tra arabi ed ebrei’’. (pag. 200)

La Gran Bretagna, vista la forza della lobby sionista interna, negli anni successivi dimostrò di non avere intenzione di consentire ad altri ebrei di entrare in Palestina senza il consenso degli arabi (pag. 202). La cosa urtò la dirigenza sionista e Ben Gurion, eminenza grigia del nazionalismo ebraico, si spinse a dire: ‘’Noi combatteremo con gli inglesi contro Hitler come se non ci fosse il Libro Bianco e combatteremo il Libro Bianco come se non ci fosse la guerra’’. (cit. tratta da pag. 204)

Una mia provocazione, che nasce spontanea: si tratta dello stesso Ben Gurion che negli stessi anni ebbe a dire “Se potessi salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra e solo la metà di Israele, sceglierei la seconda.”? Lo stesso leader sionista, cinicamente, disse, di fronte alla tragedia della Shoah, che ‘’il sionismo viene prima di tutto’’. Una posizione quanto meno ipocrita e opportunista.

Il libro getta una nuova luce anche su quelle componenti sioniste che collaborarono attivamente col nazifascismo. Nel 1933 il governo nazista tedesco stipulò con la destra sionista l’ ‘’Accordo di Trasferimento’’, o “Haavara Agreement”, un patto oramai tristemente famoso. In che cosa consisteva? La borghesia israelita depositava i soldi ricavati dalla vendita dei propri beni in un conto finalizzato all’acquisto di strumenti per l’agricoltura prodotti in Germania ed esportati in Palestina tramite una compagnia ebraica, l’Haavara di Tel Aviv. Questo accordo fu sottoscritto da Kurt Schmitt, Ministro dell’economia del Reich, e dal rappresentate del Movimento Sionista in Palestina, Chaim Arlosoroff, successivamente assassinato.

Si rafforza in questo modo il sionismo razzista ed etnicista di personaggi come Jabotinsky e Begin, entrambi ammiratori delle dittature nazista e fascista. Jabotinsky, con il suo testo Il muro di ferro, ci dà una chiara idea di cosa fu (di cosa è?) il fascismo ebraico. Sentiamo:

‘’Ogni colonizzazione, anche la più ristretta, deve continuare a dispetto della volontà della popolazione nativa. Pertanto, si può proseguire e svilupparsi solo sotto lo scudo della forza che comprende un muro di ferro che la popolazione locale non potrà mai sfondare. Questa è la nostra politica araba. Formularla in altro modo sarebbe ipocrisia’’ (cit. pag. 160)

La citazione deve essere messa in risalto: tutta la politica di Israele si fonda su ciò, ovvero sulla costante convinzione che per sopravvivere il ‘’popolo’’ israeliano debba costruire un vero e proprio muro di ferro. Jabotinsky disse: “Andiamo in Palestina a colonizzare con la forza dei territori che non ci appartengono”, oggi il leader del Likud, l’estrema destra israeliana, Netanyahu (responsabile di numerosi massacri), afferma “non sorgerà mai uno Stato palestinese”. Si tratta di una concezione della politica internazionale basata sulla normalizzazione della violenza. E’ evidente come il sionismo sia incompatibile con qualsiasi ideale democratico.

La presenza dei sionisti in Palestina fu quindi facilitata dal colonialismo britannico, dalla collaborazione fra l’estrema destra ebraica e i nazisti ma – spiega Hart – anche dalla imprevista presa di potere della lobby sionista negli Usa. L’Olocausto, proprio per i sionisti statunitensi, fu un bene. Il nostro non ha dubbi: ‘’Nel 1939, il sionismo aveva stabilito una notevole presenza in Palestina, e un sufficiente potere di lobby in America, per trasformare, a suo proprio vantaggio, la cosa terribile che stava per accadere: l’Olocausto nazista’’ (pag. 205). Possiamo voltare pagina utilizzando le parole di Alan Hart: ‘’Olocausto: Morte ebraica, Vita sionista’’.

L’ultima parte del libro analizza il peso della lobby sionista – Hart insiste sul carattere sionista della lobby, evitando di utilizzare termini, a suo dire equivoci, come ‘’lobby ebraica’’ o ‘’lobby israeliana’’ – negli Usa. Senza l’intervento della lobby, Israele, forse non sarebbe nata.

Il nostro impreziosisce la sua ricerca citando le Memorie del Presidente nord-americano Truman, il quale, molto francamente, ammette:

‘’L’insistenza di alcuni capi-sionisti estremisti azionati da motivi politici, e impegnati in minacce politiche, mi hanno disturbato e infastidito’’. (cit. pag. 318)
Non ho mai approvato il loro metodo di imporre con la forza la loro volontà ai deboli sia tra gli uomini che tra le nazioni’’.

Minacce politiche? Truman – nota Hart – sapeva bene che, con tale preavviso, il suo destino politico era oramai in mano ai nazionalisti ebraici, non poteva fare altro che sottostare ai loro ricatti. Le parole usate dal giornalista britannico meritano di essere riportate per l’ennesima volta: ‘’A mio parere, non è irragionevole ipotizzare che Ben Gurion avesse informato Truman che, se gli Stati Uniti non avessero riconosciuto lo Stato ebraico subito dopo la sua creazione, l’avrebbe fatto l’Unione Sovietica, e Israele, di conseguenza, l’avrebbe riconosciuta come sua amica e superpotenza alleata, non gli Stati Uniti. In breve, credo possibile che Ben Gurion giocasse, o avesse giocato per Truman, la carta del ricatto finale’’ (pag. 362)

Domanda: Israele avrebbe mai accettato di convivere con l’Urss che, seppur revisionista, restava un paese socialista? I fatti storici ci inducono a pensare che l’imperialismo israeliano, magari in modo diverso, si sarebbe riunito alla crociata anticomunista occidentale. Un elemento però, voglio metterlo assolutamente in risalto: il sionismo strumentalizza tutto ciò che, nell’immediatezza, può essere manovrato. In questi termini avremo sempre “un Islam israeliano, un fascismo israeliano ed un comunismo israeliano”. Per i sionisti tutto può diventare un’utile pedina, basta saper fare le offerte giuste.

L’ultimo capitolo del libro – Il ‘’suicidio’’ di Forrestal – descrive la strana morte di James Forrestal, Segretario della Difesa degli Usa ed irriducibile avversario del progetto imperialistico sionista.

Hart ripercorre il caso Forrestal in modo puntiglioso ma prefersco portare l’attenzione del lettore su un argomento preciso. Cito Hart:

“Forrestal sapeva che stava chiedendo agli Stati Uniti di prendere un ‘’rischio calcolato per la sicurezza’’, ma si giustificò con queste parole: ‘’Finchè siamo in grado di produrre più di chiunque altro al mondo, in grado di controllare il mare e colpire l’entroterra con la bomba atomica, possiamo assumere determinati rischi, altrimenti inaccettabili, nel tentativo di ristabilire il commercio mondiale, ripristinare il rapporto di forza, la potenza militare ed eliminare alcune delle condizioni che generano la guerra’’’’ (pag. 380)

Forrestal era un uomo di destra che credeva nel capitalismo e nella forza della borghesia nord-americana. La lobby sionista, che è riuscito a piegare la sua resistenza anche grazie al precipitare degli eventi su scala mondiale, alla prova dei fatti, si è rivelata più forte dei gruppi sociali che l’appoggiavano. Ecco un’altra domanda a cui dobbiamo rispondere (e la sottolineo!): Chi comanda? L’imperialismo statunitense o le lobby sioniste?

Quesiti fondamentali che il libro di Hart ha il merito di gettare e a cui noi, con coraggio e onestà, dobbiamo dare una risposta quanto prima possibile. Il sionismo, spiega Hart nel suo lavoro, non è un problema solo per i palestinesi ma per tutto il mondo. Affrontiamolo.

[Fonte: www.linterferenza.info]

La paraula que salva

No és la veu poètica de Jordi Casabona la que contempla el temps; és el temps que el contempla a ell, a ell en primera persona. 

Jordi Casabona 

Escrit per Anna Rossell

Filòloga, escriptora, crítica literària i gestora cultural

Hi ha llibres sobre els quals costa escriure, sobre tot quan els acabem de llegir; ens manquen les paraules. Totes semblen ineptes; ho són, perquè res no pot substituir aquelles primigènies a les quals volem referir-nos. I és que llegir les originals ens ha deixat justament sense paraules. La lectura ens fa emmudir, deixa empremta pregona.

Del temps, el seu esguard (Cal·lígraf) és poesia que, com ja ens anuncia el títol, ens parla sobre tot del temps. El temps, un d’aquests universals sagrats de què sabem que molts poetes parlen. I de braçet amb el temps, les veus poètiques llisquen envers la vellesa i la mort, dos altres eterns universals. I per bé que les reflexions que provoquen són sovint intenses també són fruit d’un pensament calmós, de la serenitat que atorguen etapes de la vida que tot humà va travessant i explora amb l’ànima intuïtiva, però serena, d’una experiència vital, d’un procés que recorre pas a pas el davallar de la vida. El poeta contempla el temps. 

Tanmateix, no és així en el cas de Jordi Casabona. No és la seva veu poètica la que contempla el temps; és el temps que el contempla a ell, a ell en primera persona. Perquè ho fa des de la inapel·lable realitat de qui veu la mort cara a cara, la mort li fita els ulls. Li arriba sense avisar. Són els anys de la pandèmia els que conformen el pal de paller del llibre i els que fa la diferència en aquest cas. Perquè és la immediatesa de les vivències que el subjecte poètic va travessant la que condiciona els seus sentiments i la seva percepció, ara una altra —molt més intensa—, del temps: el dolor, la por, l’amenaça constant de la mort, l’abatiment, l’espurna d’esperança.

L’estructura del llibre reflecteix les diverses etapes de la confrontació amb la mort: a la remembrança del decés dels pares («Els pares»), que fa la introducció, segueixen els alts i baixos de la pandèmia («Baticors») viscuda en carn pròpia, els ecos de la qual Casabona, físicament i poètica, reprèn encara en els dos capítols següents («Del temps, el seu esguard» i «El vent a la posta»).   

El capítol inicial planteja una temàtica a la qual el subjecte poètic s’acosta a través del comiat dels progenitors, introduït per un text en prosa poètica, sense títol, que emmarca la situació: els pensaments del fill —monòleg interior— en el lloc compartit, la casa familiar amb els seus objectes, que li retornen els moments viscuts plegats i ara se li fan presents en forma de buidor: «Ara, els senyals inútils que a voltes criden les coses, la llum oscil·lant a través de la cortina, el joc d’ombres que es reflecteixen damunt l’armari […]. Tot, sota el serè esguard del seu retrat, esdevé enyoradís record, de la seva pertorbadora absència.»  

El primer poema del capítol fa una semblança de la vida del pare mentre acompanya els seus darrers moments en què l’autòpsia és imminent: «El cos endormiscat, quasi inert, / esperant la sagrada litúrgia, / el rasurat, el rentat de mans, la bata verd, / l’ascensor metàl·lic i el descens a l’inframón / on en celebració atàvica del ritus d’Esculapi, / el cos serà profanat amb precisió, / un tall llarg i fi per on els dits del cirurgià / cercaran en va l’ànima que s’esmuny.» («El pare I»). Als dos poemes introductoris predomina el record, esglaiós i lluminós alhora: «[…] // Queda la terrible absència, / l’enyor del dolç esguard, de la càlida carícia, […] // L’eternitat roman callada, / desolat i a les palpentes, sols el record ben viu / una espurna de llum enmig de l’eterna fosca que calla.» («La mare IV»).   

Tanmateix, els capítols següents ja no els protagonitza el record; el monòleg interior de la veu poètica esdevé cronista d’un present esfereïdor imposat sobtadament per l’amenaçadora malaltia i l’entorn de l’hospital; ara és la consciència que el final de la vida li pot sobrevenir a cada moment la que ocupa l’espai sensorial i mental. Al text inicial en prosa poètica llegim: «De sobte un dia saps que certament la vida és un instant […] saps que quedaran al calaix llistats de pendents i un munt d’objectes que ja orfes et perviuran en el desert de l’oblit».   

A l’hospital cada minut és angoixant: «Apagues el llum amb el desig i l’esperança / que el silenci de les hores fosques / […] / atorgui el petit miracle. / Però quan la tènue llum de l’alba / repassa obliqua els objectes de la cambra / i tenyeix de groc el llençols d’hospital, / el monstre segueix allí, devorant desigs i esperances» («La pandèmia I»), el desassossec constant, la basarda, no li dona treva: «Cada nit la por a tornar a les tenebres, a la soledat muda, / al despertar sobtat d’una infermera per treure sang. Cada / matí el dubte de la realitat imaginada i el desig d’arribar / al vespre sense febre. Un tel de pensament, una petita / esgarrifança, desvetlla de nou la gran dansa de la mort» («Retorn IV»).  

Els objectes que envolten el subjecte poètic en la seva prostrada situació esdevenen un microcosmos de redempció, de breu derivació a pensaments menys obscurs. L’observació d’un «poema visual» li suggereix la reflexió sobre El PerdóEl Temps i La Salvació, tres temàtiques que enceten, respectivamen, les tres estrofes que els dedica i que el poeta escriu en lletra cursiva i amb sagnat; és la veu de la cavil·lació, per diferenciar-les de l’altra veu, en lletra rodona, la de la crònica immediata de les sensacions i els sentiments: «El llit s’ha convertit en un petit univers, quatre llibres / estimats, els comandaments a distància que et donen / el poder de vèncer l’espai, però, qui ens ajuda a vèncer / el temps? Sense temps, sols l’eterna, muda i fosca / tenebra del no res. // […] // La Salvació no sols és poder respirar, és sobretot / llum, esperit, finestrals oberts, el ritme universal / de les hores i la natura, sortir al balcó, acaronar / els geranis vellutats, embadalir-se amb l’esclat / de primavera» («Retorn IV»). Els poemes d’aquest capítol segueixen donant compte de la sortida de l’hospital, però també d’implicacions posteriors de la malaltia. El poeta clou aquest apartat resumint la dolorosa trajectòria amb un poema en tres parts que intitula simptomàticament i descriptiva «El camí d’Orfeu», amb els subtítols respectius: Ad infernm, In purgatorio i In paradiso.   

El penúltim capítol, «Del temps, el seu esguard», recupera el to reflexiu de qui percep el camí a l’infern amb una certa distància. El subjecte poètic invoca i convoca la paraula que intueix com una possibilitat de salvació: «Salva’m paraula, / que els dies s’han fet curts / i no vull més pors ni amenaces / en la fosca basarda. // […] //Vull, si puc, deslligar la història / i dels dies que s’atansen fer-te’n una trena daurada; / vull, si pots, que em dibuixis el demà / amb els colors que tant t’agraden» («Salva’m paraula I»). I per bé que no trobem en cap moment la fe en la transcendència, sí que hi és present una espurna de dubte, un anhel: «On t’emportes mort l’encant i la bellesa? / On fugen els secrets de la cambra? / On els elaborats pensaments i les altives paraules? / On estels de la nit guardeu el secret pregó, / quan de l’esguard se n’apaga la fama / i fuig l’esma en la darrera alenada? // […] // Màgia i destí, record i polsim del diví» («On? IV»), una espiritualitat que el poeta lamenta com una gran pèrdua d’Occident. A la introducció que escriu Casabona llegim: «Crec que la societat occidental s’ha allunyat no sols del fet religiós, sinó també del sagrat en general i, per tant, del component espiritual associat al misteri de la vida i de la mort». Tot els poemes del llibre estan amarats d’aquesta espiritualitat.   

El darrer capítol, «El vent a la posta», ens regala, a mode de coda, un reguitzell de poemes de tres versos, inspirats en l’haiku japonès quant a la intenció de capturar un moment, un idea que colpeix, però, intencionadament, sense seguir la mètrica clàssica de cinc-set-cinc: «Dins el safareig / els colors es fonen amb l’aigua, / fora, jo amb l’eternitat.» («I»). «Els meus ossos, / canyes trencadisses, / amb el vent que passa», «Cloure els ulls / i deixar-se endur per l’onada que torna / vers el blau profund i el solemne silenci». Cal subratllar l’ús subtil, preciós i precís, del lèxic. És, en tots els sentits, bona poesia.   

El llibre duu un pròleg del poeta Miquel-Lluís Muntané, «L’art de conjurar el dolor».

 

[Foto cedida per Cal·lígraf - font: www.nuvol.com]

A creación reinterprétase co tempo

 

'A grande onda de Kanagawa', de Katsushika Hokusai
Escrito por Mercedes Rozas

Historiadora da arte, crítica e comisaria de exposicións

 

O escritor holandés Cees Nooteboom, recentemente falecido, tiña a marabillosa capacidade de relatar a historia máis documentada cunha linguaxe literaria sempre amena e fluída, seducindo desde o primeiro momento o lector nunha rede de coñecemento e sabedoría. A miúdo as súas crónicas viaxeiras e as súas reflexións sobre pintura buscan achegar ese punto de xogo dialéctico entre a obra artística e a biografía do autor, sendo o suficientemente astuto como para lograr persuadirnos a entrar nun cuarto en silencio de Hopper ou noutro cheo de misterio pintado por Vermeer, viaxar nunha ruta turística polo Xapón desde unha exposición de Hokusai en París e recitarnos á vez un poema grego. Ante unha imaxe na Galería dos Uffizi sentiu que quedaba atrapado: "O cadro tira de ti con avidez, non tes escapatoria". Pois o mesmo nos pasa aos lectores cos seus libros.

Arte que perdura

Cunha sólida cultura, Cees Nooteboom recoñecía que só lle interesaba a arte sometida a unha reinterpretación continua por parte do tempo, unha idea cabal tendo en conta que a creación, en xeral, perdura nunha cadencia constante de novas lecturas, o que fai que con cada innovadora hipótese se actualice a súa frescura. As obras que non se dobregan a este escrutinio tenden a desaparecer.

As distintas batidas de análise no ámbito da arte ampliáronse de xeito considerable nas derradeiras décadas, progresando de xeito eficaz con ángulos xa coñecidos como o da investigación puramente técnica, determinando por exemplo a antigüidade e identificación dos materiais, ata un exame crítico desde a historia estilística ou social e máis recentemente incluso abordando elementos, cando menos infrecuentes, desde a ciencia. A neurociencia, a medicina, a botánica ou a meteoroloxía son dos últimos achegamentos que afondan no cerebro dos retratados, nas enfermidades representadas, nas plantas e flores dos bodegóns barrocos ou que reparan nas nubes que voan nos ceos tormentosos de Turner e nos surrealistas de Magritte.

Preservar a memoria dunha creación é, como afirmaba Cees Nooteboom, reinterpretala no tempo

Pódense facer cábalas infiltrándose nos enigmas dos cadros como fixo Agustín Sánchez Vidal no Museo do Prado, do mesmo modo buscar respostas especulando divertidamente como as investigacións de Jean-Philippe Postel en El affaire Arnolfini. Alberto Manguel, Jhon Berger, Victoria Combalía, Joan Fontcuberta ou o propio Cees Nooteboom son algúns dos que teñen contribuído a fiscalizar a creación con imaxinativos razoamentos, as máis das veces bastante poéticos. Todo pode ser reinterpretado coa conveniencia que se queira porque a arte está en continuo movemento e a día de hoxe seguen a existir mundos non profanados.

Agora ben, aínda que se contemplan novas miradas, que sempre descobren algunha interesante e inédita visión, hai unha lectura que segue a ser tema sempiterno de debate. Formulámolo cunha pregunta: unha perniciosa biografía pode depreciar a obra dun artista? Desde que Vasari implantou o método biográfico no Renacemento, esa polémica é unha constante.

Os partidarios de afastar o lado escuro da vida, evitando os asuntos máis escabrosos, consideran esta opción como un exercicio plástico sen lerias externas que os perturbe. Defenden a liña de abstraerse e mesmo diante dun cadro de Picasso esquecer que era un misóxino, non ter en conta a aproveitada afinidade co franquismo de Dalí, compracerse coas bucólicas "ensosoñacións" do filósofo Rousseau mentres, un por un, vai deixando os seus fillos no hospicio, deleitarse cunha ópera de Richard Strauss sabendo que foi un colaboracionista dos nazis... Sen dúbida, pode ser un xeito viable de entender a historia: recoñecer a obra en si, obviando calquera dato incómodo da biografia.

Memoria

Mais tamén está a outra posibilidade, que non cancela a parte creativa –porque a libre expresión artística, agás casos contados, debe prevalecer–, pero que a contextualiza. Aínda que os códigos morais, culturais ou ideolóxicos non sexan os nosos, emocionalmente experimentamos, para ben ou para mal, algo distinto se sabemos as circunstancias nas que se creou. Diante dunha pintura de Artemisia Gentileschi, das fotografías de Dora Maar, cando vemos unha peza de Camilo Díaz Baliño, Castelao ou Francisco Miguel, lemos un poema de Lorca ou de Fatma Nazzal… tomamos conciencia do sufrimento que hai detrás.

Preservar a memoria dunha creación é, como afirmaba Cees Nooteboom, reinterpretala no tempo, pero sempre nese equilibrio de relación coa biografía, incluso sendo esta abominable.

 

[Foto: Museo Metropolitano de Nova York - fonte: www.nosdiario.gal]


La societat civil defensa «Pirineu Català» en la consulta del nom a la Catalunya Nord

Un total de 66 personalitats fan una crida a favor d’aquesta denominació i Plataforma per la Llengua hi veu una «oportunitat històrica per al reconeixement institucional de la catalanitat»

Gent passejant per Prats de Molló, a la Catalunya Nord 

La campanya a favor de l’opció «Pirineu Català» (en francès, «Pyrénées Catalanes») en la consulta ciutadana que es fa a la Catalunya Nord, des del 22 de juny fins al 15 d’agost per triar el nom del departament s’ha intensificat els darrers dies. Els nord-catalans poden escollir entre la denominació actual «Pirineu Oriental» «Pyrénées-Orientales»), «Pirineu Català» («Pyrénées Catalanes») i «Pirineu Mediterrània» («Pyrénées Méditerranée»). 

Un total de 66 personalitats de la Catalunya Nord han engegat la Crida dels 66 per un Departament Pirineus Catalans en què, des de «diferents recorreguts personals i professionals, diferents sensibilitats polítiques» i un «profund afecte per aqueixa terra catalana» exposen que tenen «en comú el desig de veure prosperar aqueixa terra per als nostres fills i filles, per a tots els que hi viuen i per a tots els que s’hi establiran». És per això que consideren que «aquest futur pròsper passa pel reconeixement d’un nom que ens designa i designa aqueixa terra […]. un nom que ens ajudi a situar-nos millor en el món complex i global que ens envolta. Un nom que correspon a una geografia i a una història passada, present i futura». El nom pel qual fan campanya és «Pirineus Catalans». 

Entre els membres de la Crida dels 66 hi ha el president de l’Associació per a l’Ensenyament del Català (APLEC), Alà Baylac-Ferrer, el geògraf Joan Becat, l’exbatlle d’Elna Nicolas Garcia, l’activista Pere Manzanares, el president de La Bressola, Guillem Nivet, i la responsable de la Llibreria catalana de Perpinyà, Joana Serra. 

En el mateix sentit s’expressa Plataforma per la Llengua, que considera que aquesta denominació representa una «oportunitat històrica per fer avançar el reconeixement institucional de la catalanitat de la Catalunya del Nord». Per a Plataforma per la Llengua, mantenir el nom actual significaria continuar amb una denominació administrativa que no transmet res de la identitat pròpia del territori. «Pirineu Mediterrània», tot i ser una fórmula geogràfica, és una denominació genèrica i intercanviable sense ànima, diu l’entitat, que creu que, en canvi, «Pirineu Català» és l’única proposta que incorpora explícitament la referència catalana. 

L’organització recorda que la Catalunya del Nord ha patit, des de l’annexió a França, un llarg procés d’uniformització política, administrativa i lingüística que ha arraconat progressivament la llengua catalana dels usos oficials, l’escola i la vida pública. En aquest context, el reconeixement de la catalanitat en el nom del departament no és un simple canvi simbòlic, sinó que contribueix a legitimar la presència pública de la llengua i a reforçar-ne el reconeixement institucional.  

Denominacions més fidels 

Plataforma per la Llengua considera que hi podria haver denominacions més fidels a la realitat històrica i social del territori, com la de Catalunya del Nord que fa servir l’entitat, o País Català, que havia triomfat en una consulta popular fa uns quants anys i que va ser descartada per aquesta votació. Davant les tres propostes presentades, l’entitat creu que «Pirineu Català» és l’única que permet avançar en el reconeixement de la identitat catalana del país. És per això que l’entitat anima els electors inscrits a les llistes electorals del departament a participar en la consulta.  

L’entitat recorda que el resultat de la consulta no comportarà automàticament el canvi de nom. D’acord amb la legislació francesa, el canvi de nom d’un departament ha de ser decidit per decret en Consell d’Estat, a petició del Consell departamental. Tot i això, una victòria clara de l’opció «Pirineu Català» donaria més força i legitimitat a la demanda institucional i tornaria a posar el tema al centre del debat públic. Per a l’entitat, aquesta consulta pot ser un pas important per reparar segles de negació i invisibilització de la catalanitat nord-catalana.

 

[Imatge:  Raül G. Aranzueque - font: www.diaridelallengua.cat]

Sergio Ramírez en la Real Academia de la Lengua Española

El escritor nicaragüense Sergio Ramírez fue incorporado a la RAE, institución que preserva la unidad y evolución del idioma español 

Este nombramiento reconoce su destacada trayectoria literaria y su firme compromiso con la libertad frente a la dictadura nicaragüense.

Escrito por Vladimir de la Cruz de Lemos

Del mayor significado y trascendencia, no solo literaria, sino también política y geográfica, ha sido la incorporación del escritor nicaragüense Sergio Ramírez Mercado, como miembro propietario, de Número, en la Silla L, de la Real Academia Española, la institución que desde 1713 surgió con la misión de velar por los cambios que experimenta y sufre la lengua española o castellana, que tiene un peso enorme en la definición y detalle de los conceptos lingüísticos, y sus precisiones, que ha tenido desde entonces, considerando los países, regiones y sitios donde el español o el castellano son la lengua oficial y mayoritaria en sus poblaciones.

La lengua española o castellana es propia de España, de América Latina, excepto Brasil, de Centroamérica y Sudamérica. También de algunas islas del Caribe, como son Cuba, Puerto Rico y la República Dominicana. De igual modo se habla en otras regiones como las Guayanas y Belice. El español o el castellano se habla hoy en 21 países y se considera el segundo idioma más hablado del mundo por hablantes nativos.

La Real Academia de la Lengua Española contribuye con su trabajo, sus actividades, sus congresos, sus academias regionales asociadas a resolver consultas que se hacen sobre palabras y reglas gramaticales, sobre dudas en el uso del idioma e interviene de esa manera para hacer recomendaciones sobre el uso cotidiano del idioma.

Las publicaciones que realiza son claves para estos propósitos. Sus diccionarios de la lengua rspañola, que empezados a publicarse en 1780, siguen siendo importantes y esperados por el mundo hispanoparlante, y sus publicaciones como son la “Nueva Gramática de la Lengua Española”, la “Ortografía de la Lengua Española”, el mismo “Diccionario de la Real Academia Española”, el “Diccionario panhispánico de dudas”, el “Diccionario fraseológico panhispánico”, el “Diccionario de Americanismos”, que son de consulta obligatoria.

Publicación especial que se encuentra digitalmente, el “Diccionario histórico de la lengua española”, que contribuye a ver la evolución de las palabras en su trascurso histórico. Destacan también las publicaciones como la edición especial que hiciera del libro de Cervantes, “don Quijote de la mancha”, en la edición prologada por Mario Vargas Llosa, o de los grandes literatos como Gabriel García Márquez, con sus “Cien años de soledad”, “Rayuela” de Julio Cortázar, y la “Poesía reunida” de César Vallejo, publicaciones que contienen estudios críticos, análisis y glosarios, lo que las enriquecen para el público lector.

También hace publicaciones conmemorativas destacando autores, como José Martí, Miguel Ángel Asturias, Augusto Roa Bastos, Jorge Luis Borges, Pablo Neruda, Gabriela Mistral, Carlos Fuentes, Rubén Darío… Desde 1914, la Real Academia publica su revista especializada bajo el nombre de “Boletín de la Real Academia Española”.

La Real Academia Española hoy tiene la Asociación de Academias de la Lengua Española (ASALE), fundada en 1951, que reúne 24 academias de los países hispanoparlantes, unificadas con el lema «Una estirpe, una lengua y un destino». Las Academias centroamericanas se fundaron, la de El Salvador en 1875, la de Guatemala en 1887, la de Costa Rica en 1923, la de Panamá en 1926, la de Nicaragua en 1928 y la de Honduras en 1949.

Congresos de la Real Academia de España en Centroamérica solo se han celebrado en Costa Rica en 1989 y en Panamá en el 2011.

En Costa Rica especial en la preservación, conservación y divulgación del idioma español o castellano la Escuela de Filología, Lingüística y Literatura de la Universidad de Costa Rica desde 1974. Con todo este esfuerzo se trata de mantener la unidad y promover la evolución del idioma español.

Desde la fundación de la Real Academia de la Lengua Española, la RAE, han sido miembros titulares 488 personas que fueron electas para ocupar un puesto en su Junta Directiva, con el nombre de Académicos de Número, que se “sientan” en una “silla” que corresponde al alfabeto latino de uso para el castellano, tanto mayúsculas como minúsculas.

Pocos latinoamericanos han ocupado una silla como miembros propietarios o como académicos de la RAE. El fallecimiento de Mario Vargas Llosa dejó vacante a Silla L, que la había ocupado desde 1995 hasta el 13 de abril del 2025, que falleció.

La búsqueda de su sustituto movió a los académicos y literatos preocupados por quien ocuparía su vacante. El pasado 7 de mayo se anunció como único candidato para la Silla L de la RAE al gran escritor centroamericano Sergio Ramírez Mercado, que fue postulado como candidato único, lo que destaca el inmenso reconocimiento que se le hizo en lo personal como en su oficio de escritor.

Sergio Ramírez tiene una larga trayectoria, como escritor, ensayista, escritor y columnista de periódicos, académico, profesor universitario, sin dejar de ser el abogado que es de formación.

En estos campos vivió en Costa Rica de manera especial y destacada desde la década de 1970, trabajando con las universidades de Centroamérica. En Costa Rica vivió de continuo por 15 años, intensamente activos, ligado al Consejo Superior Universitario Centroamericano, CSUCA, donde impulsó la fundación de la Editorial Universitaria Centroamericana, EDUCA, que jugó un papel muy importante en la edición de libros sobre Centroamérica.

Progresista políticamente. Antisomocista de corazón y militante de la Democracia contra la dictadura, se vinculó a las luchas patrióticas nicaragüenses y centroamericanas que culminaron en 1979 con la caída del dictador Anastasio Somoza Debayle. En la actividad académica de esos años y en estas luchas nos conocimos y participamos.

El triunfo del Frente Sandinista de Liberación Nacional, junto con los grupos patriotas y revolucionarios que se unieron a él, lo condujo a formar parte de los primeros intentos de crear un grupo gobernante para el momento en que cayera la dictadura. Así fue miembro del llamado Grupo de los doce, que reunía intelectuales, empresarios, sacerdotes, que tuvieron un peso significativo en esa lucha, y dirigentes civiles, que en 1979, en julio, se constituyó como junta de gobierno de Reconstrucción Nacional en Nicaragua. Allí ocupó cargos de dirección nacional. Presidió el Consejo Nacional de Educación, y por sus afanes literarios, impulsó la Editorial Nueva Nicaragua.

Con el gobierno constitucional, surgido de las elecciones de 1984, ocupó la Vicepresidencia de la República de Nicaragua. En 1990 fundó la publicación “Quincena”, que se mantuvo por diez años. También creó la revista electrónica cultural centroamericana “Carátula”. Como profesor, ha trabajado en la Universidad de Maryland. Su trabajo literario incluye vivencias y personajes de Costa Rica, como Yolanda Oreamuno, con su novela “La fugitiva”, Chavela Vargas, la cantante de género mexicano, a la Gloria Tinoco y Marina Carmona, Lilia Ramos.

Sus preocupaciones, inquietudes y caminos literarios los empezó a tejer desde su época estudiantil, cuando publicaba cuentos en la Revista Ventana de la ciudad de León, de Nicaragua. Allí empezó su ruta literaria: artículos, relatos, cuentos, ensayos, novelas, columnista en el periodismo, textos de historia y ficción. Internacionalmente empezó a ser reconocido con “ Margarita, está linda la mar”, que le dio el Premio Alfaguara. Desde el 2013 preside el encuentro anual centroamericano de literatura “Centroamérica cuenta”. El 11 de noviembre de 2014 recibió el Premio Carlos Fuentes, que lo reconoció como autor de gran calidad literaria, como un “intelectual libre y crítico, de alta vocación cívica”.

En el 2017 se le reconoció con el Premio Cervantes, siendo el primer centroamericano en recibirlo. Es miembro también del Patronato del Instituto Cervantes. En el 2021 fue galardonado con la Medalla de Oro del Círculo de Bellas Artes de Madrid.

El pasado 7 de mayo la Real Academia Española lo postuló y aceptó como único candidato a ser parte de ella, en la Silla L, siendo de esa manera el primer centroamericano y el primer nicaragüense en ocupar tan importante responsabilidad, y recibir ese alto reconocimiento, bien ganado, bien merecido, que pone en alto a las letras de Nicaragua, a las de Costa Rica por la huella indeleble que nos ha dejado con su presencia, a las letras de Centroamérica, del Caribe y las de Latinoamérica, en todo lo que Sergio Ramírez significa para el desarrollo progresista y democrático latinoamericano.

Así ha sido reconocido como una persona digna de mérito para ser miembro de la RAE. Es un puesto que desempeñará de manera ad honorem. Fue electo por propuesta de los mismos académicos, que son los que pueden proponer candidatos a Silla. Pueden ser españoles o de otros países los miembros.

En el caso de Sergio Ramírez, como el de Mario Vargas Llosa, ambos tenían su propia nacionalidad, nicaragüense y peruana, pero también tenían la nacionalidad española. En el caso de Sergio Ramírez, se le otorgó la nacionalidad española debido a que el gobierno nicaragüense de Daniel Ortega le quitó inconstitucionalmente la nacionalidad, como ha hecho con poco más de cien personas, todas opositoras o críticas al gobierno dictatorial, despótico, autoritario que se ha desarrollado en Nicaragua.

Con Sergio Ramírez otros intelectuales, escritores y escritoras nicaragüenses, han sido igualmente despojados de su nacionalidad de origen. España dignamente le dio amparo, le cobijó y le brindó la nacionalidad española, cuando estando Sergio Ramírez en el extranjero se vio de pronto “oficialmente” en la condición de que “ya no era nicaragüense”, lo más absurdo y ridículo que podía hacer la dictadura de Daniel Ortega contra este gran escritor que le da más nombre a Nicaragua, a Centroamérica y también a España con este reconocimiento, que ciertamente es a una persona, Sergio Ramírez Mercado, pero lo es también a las letras y la literatura nicaragüense y centroamericana, reconocimiento que se le ha hecho. También Ecuador y Colombia igualmente le brindaron su nacionalidad.

Hasta hoy la obra de Sergio Ramírez se resume en 14 relatos, 14 novelas, 22 ensayos y testimonios, dos filmografías y 21 reconocimientos internacionales de premios por sus obras, doctorados honoris causa y órdenes gubernamentales recibidas.

Su candidatura y nombramiento provocaron en algunos sectores nicaragüenses, curiosamente del exilio, que están en igual condición que Sergio Ramírez, fuera de Nicaragua, que protestaran y hasta se dirigieran a la RAE pidiendo que considerara su nombramiento. Consideraban el paso de Sergio Ramírez por el gobierno sandinista de 1984, que perdió en las elecciones de 1989-1990 que llevaron a Violeta Barrios de Chamorro a la presidencia de Nicaragua desde 1990 hasta 1997, iniciándose una nueva etapa histórica en Nicaragua, hasta que Daniel Ortega volvió a la presidencia desde el 2007 hasta hoy, gobernando dictatorialmente, aspecto que Sergio Ramírez no comparte y combate.

La protesta de estos nicaragüenses, aparentemente opositores al régimen de Ortega y Murillo en Nicaragua, más pareciera hacerle el juego a la dictadura actual procurando que no se le dé relieve a una figura como Sergio Ramírez, que sigue siendo un personaje de lo más puro nicaragüense, que refleja las mejores aspiraciones de progreso social y democrático de y para Nicaragua.

Pero lo más evidente que muestran estas personas o pequeños grupos, que se pronunciaron contra Sergio, es que no tienen la menor idea de lo que es una lucha unitaria, de todo el pueblo, de todos los que están contra el gobierno de Ortega Murillo. Evidencian de esa manera que le hacen el juego a la dictadura, manteniendo, estimulando y provocando disidencias, fragmentaciones, desconfianzas en todo aquello que hoy es símbolo de la oposición al autoritarismo de Daniel Ortega y Rosario Murillo.

Lo más triste es lo que muestran…las dificultades de lograr la unidad nacional en la lucha contra la dictadura y el autoritarismo imperante en Nicaragua.

Sergio Ramírez no está en la lucha política interna ni externa contra la dictadura nicaragüense. En ese sentido no disputa lugar alguno a esos críticos suyos. Su sola presencia, la de Sergio Ramírez, con toda la fuerza intelectual y literaria que tiene, con su fuerte y radiante personalidad, con la voz que transmite en sus artículos periodísticos, y con todos los reconocimientos que se le hacen, es más poderosa que cualquier gritería que le hagan a él y no a la dictadura.

Sergio ha sido claro: “No hay ningún deterioro de ninguna democracia en Nicaragua, lo que hay es una tiranía” y dedicó su Premio Cervantes «a los nicaragüenses asesinados estos días, 2018, por reclamar justicia».

El reconocimiento que se le ha hecho a Sergio Ramírez pone en alto a toda Nicaragua, a sus luchadores actuales y a los centroamericanos en la lucha por la democracia. A mí, en lo particular, me enorgullece su reconocimiento.

Sergio Ramírez es un combatiente nato desde las palabras. La RAE le ofrece una nueva tribuna de combate. Las palabras y las ideas son tan importantes como los pertrechos. A la distancia, al amigo distante, solo me resta felicitarlo y desearle el mayor disfrute de este merecido reconocimiento.

 

Vladimir de la Cruz de Lemos

Formado en los campos de la Historia y el Derecho. Ha sido Director de la Cátedra de Historia de las Instituciones de Costa Rica y Miembro de la Asamblea Colegiada en la UCR, Decano de la Facultad de Ciencias Sociales, Director del Instituto de Estudios del Trabajo y Miembro del Consejo Académico de la UNA

 

[Fuente: www.meer.com]