di Corrado Antonini
Da giovane, a Buenos
Aires, lo chiamavano El Yoni, traslitterazione argentina di Johnny,
perché era cresciuto negli Stati Uniti. Più John Wayne che Carlos Gardel. A New
York, quando gli parlavano in spagnolo, rispondeva in inglese e confessava di
essere italiano, per timore di essere confuso con un portoricano. Quanto
al lunfardo, gergo popolare bonaerense, argot della malavita che
spesso affiora nei testi di tango, gli era non solo estraneo, ma con ogni
probabilità l’avrebbe rifiutato in quanto cifra della Buenos Aires malfamata e
viziosa che aborriva.
Astor Piazzolla (Astòr dall’italiano Astorre; la dinastia degli Astor anglo-americani non c’entra), propugnatore del nuevo tango, il musicista argentino più importante del Ventesimo Secolo, colui che trasferì il tango dalle sale da ballo di Buenos Aires ai teatri e le sale da concerto più prestigiose del mondo, di sé diceva: “io non ho niente a chevedere con il tango. La musica che faccio è quella della Buenos Aires di oggi. Qui non ci sono gauchos e neanche struzzi, né tanto meno furfanti a ogni angolo di strada”. Appunto. Niente furfanti, niente giocatori d’azzardo o donne di facili costumi, niente lame di coltello che sfavillano al chiaro di luna, niente lunfardo. Ma soprattutto questo: niente ballerini.
Una delle definizioni più
abusate del tango è quella che lo scrittore argentino Ernesto Sábato attribuì
al compositore Enrique Santos Discépolo (massimo creatore del tango,
diceva Sábato), secondo il quale “il tango è un pensiero triste che si balla”.
Jorge Luis Borges si prese cura di segnalare, di quella frase, due parole a suo
dire discutibili: pensiero e triste. Il tango,
secondo Borges, non è assimilabile a un pensiero, ma a qualcosa di più
profondo: un’emozione. Quanto all’aggettivo triste, Borges era
dell’avviso che i primi tanghi non fossero affatto tristi. Sergio Piñero, amico
di Borges, poeta e già direttore della rivista Martin Fierro, fece
risalire questa tristezza agli immigrati italiani, colpevoli, a suo dire, di
aver illanguidito un genere nato in realtà rissoso “nel barrio
Palermo, o nelle tende di Adela vicino alla prigione (le ‘carpas de Adela’
erano dei postriboli, ndr.), o in calle Chile nel barrio Sur o forse nei
Corrales Viejos (…), solo più tardi il tango si allontana dai luoghi
considerati criollos, e si svigorisce quando giunge nel quartiere
genovese della Boca” (Jorge Luis Borges, Il tango. Quattro conferenze,
ed. Adelphi, 2019). Borges disse di non condividere questa interpretazione,
ritenendo piuttosto che il tango si sia intristito poiché guadagnando in
facoltà immaginativa perse per strada molto dell’eroismo e dello stoicismo
delle origini (“la paura nasce dall’immaginarsi le disgrazie prima che
accadano”, scrive Borges).
Di quella frase di Enrique Santos Discépolo, Astor Piazzolla avrebbe con probabilità cercato anzitutto di confutare l’idea secondo cui il tango sia una musica fatta per essere ballata. Nessuno, fino all’avvento di Piazzolla, aveva mai osato pensare e soprattutto dire pubblicamente una cosa del genere. Le orchestre di tango amate a Buenos Aires assolvevano precisamente questa funzione: far ballare la gente. Piazzolla, nel sostenere che il tango era musica da ascoltare prima ancora che da ballare, colpì il tango e gli argentini dritto al cuore. Incredulità, scandalo, indignazione. “A me i ballerini non sono mai interessati”, aveva confidato Piazzolla al suo primo biografo, Alberto Speratti (Con Piazzolla, Galerna, Buenos Aires, 1969). Borges (ricorrerà spesso in queste righe) sosteneva che “musicalmente, il tango non deve essere importante, la sua unica importanza è quella che gli attribuiamo”. Parole che molti musicisti di tango dell’epoca in cui Piazzolla si faceva le ossa arrangiando e componendo per l’orchestra di Aníbal Troilo avrebbero probabilmente sottoscritto.
Astor Piazzolla nacque a
Mar del Plata l’11 marzo del 1921, ma a cinque anni si trasferì a New York con
la famiglia, dove rimase per poco più di dieci anni, prima di fare ritorno in
patria. Papà Vicente, giunto nelle Americhe dalla Puglia, per sbarcare il lunario
nella Grande Mela contrabbandava whisky che preparava e imbottigliava in gran
segreto nella vasca da bagno. La vita della famiglia Piazzolla, a New York, con
le sue amicizie pericolose e il barcamenarsi ai margini della legge, pare un
episodio minore della saga di Il Padrino di Francis Ford
Coppola. Ciò che più conta, però, è che il piccolo Astor imparò a suonare il
bandoneon – la fisarmonica di origine tedesca caratteristica delle orchestre di
tango – a Little Italy, New York, e non a Buenos Aires. Lo fece un po’
controvoglia su insistenza di papà Vicente. Astor era piuttosto affascinato dal
jazz e dalla figura di George Gershwin, colui che, ai suoi occhi, aveva saputo
coniugare musica colta e musica popolare, erudizione e istinto, Europa e Nuovo Mondo.
Mille volte avrebbe preferito sedersi davanti a un pianoforte o imbracciare un
violino, ma la sorte gli aveva riservato quello: una fisarmonica. Vicente
Loduca, pure di origine italiana e a sua volta suonatore di bandoneon, fra i
primi a portare il tango a Parigi fin dagli anni ’10 del Novecento, ricordava
come fossero in pochi, all’epoca, ad avere il coraggio di entrare in una sala
con lo strumento nella custodia: si vergognavano del suo aspetto, della sua
volgarità.
Astor Piazzolla ha trascorso buona parte della sua vita a ripudiare il tango. Voleva fortissimamente profilarsi alla stregua di Gershwin o di Béla Bartók, di Stravinsky, e per riuscirci, quanto tornò in Argentina, prese lezioni da Alberto Ginastera. Anni dopo, a Parigi, provò con Nadia Boulanger, ma lei gli chiese quale musica suonasse in Argentina e Astor, con profondo imbarazzo, confessò che era un musicista di tango. Lei allora pretese che le suonasse qualcosa. Leggenda vuole che, dopo averlo sentito suonare la musica a cui lui, suo malgrado, apparteneva, l’abbia quasi implorato: “questa è la sua musica, non la abbandoni mai!”. Il difficile rapporto di Astor Piazzolla con il tango non riguardava in verità tanto la musica, quanto il contorno, le premesse, la cornice, qualcosa da cui molti, in Argentina, e ben prima di lui, avevano sentito la necessità di smarcarsi. Il tango, proprio come il jazz, era una musica associata ai postriboli. Lo ballavano gli uomini, fu Parigi e non Buenos Aires a canonizzarlo, e nel farlo fu costretta a rinunciare alle pose coreografiche originali, cortes y quebradas, trasformandosi, nelle parole di Borges, “in una specie di camminata voluttuosa”. Come sottolinea più volte lo stesso Borges nel volume citato, la gente comune stentò ad adottarlo proprio perché ne conosceva l’origine. Furono piuttosto i niños bien dell’alta società di Buenos Aires a farlo proprio e a esportarlo a Parigi. Leopoldo Lugones, poeta molto amato da Borges, scrisse: “il tango, questo rettile da lupanare”, e pur amandolo e sentendolo profondamente suo, pubblicamente lo disdegnava.
Questo apparente paradosso
accompagnò a lungo anche Astor Piazzolla. L’ombra della dissolutezza, da un
lato, la dissipazione delle sale da ballo, il crimine e il vizio cui il tango
incessantemente si riferiva e da cui traeva la sua ispirazione, dall’altro la
poetica che si abbeverò a quelle ombre, e l’impossibilità, una volta diventato
un genere alla moda, di sottrarsi a quelle ombre e a quella poetica (si pensi,
ben oltre il successo parigino, a come il tango sia ormai parte del repertorio
di molti musicisti di estrazione colta, sorta di licenza esotica – vogliamo
dire erotica? – con cui ravvivare i programmi di sala). Ciò che lo
scrittore e giornalista Riccardo Piglia definì gustosamente “quel surrealismo
da quattro soldi che accosta il violino al colibrì e la forfora al cuore”,
oppure il Julio Cortázar del racconto Le porte del cielo, quando
nel descrivere una serata da ballo con l’orchestra di Francisco Canaro, parla
di “odor di cipria a buon mercato” e, nel descrivere gli astanti, scrive:
“compaiono alle undici di sera, calano da zone vaghe della città, lenti e
sicuri, soli o a due a due, le donne quasi nane e dai lineamenti quasi cinesi,
gli uomini simili a giavanesi, stretti in abiti a quadri o neri, con i capelli
ispidi pettinati a fatica” e di “odore di borotalco umidiccio sulla pelle, di
frutta marcia che ti fa sospettare affrettati lavacri”. Astor Piazzolla si
batté contro tutto e contro tutti per sottrarre il tango a questa dimensione.
La sua ambizione, come si diceva, era di elevarlo a musica seria, una musica da ascoltare a concerto, non da strascicare in balera, a immagine di quanto Ravel, Bartók, Stravinsky, Villa-Lobos o Manuel de Falla avevano fatto con le musiche di estrazione popolare, ma anche di sottrarlo alla monotonia del sempre uguale, inseguendo nuove forme come nel jazz stava facendo Stan Kenton, altro suo grande punto di riferimento. Non a caso, e proprio a immagine di Kenton, il quale dava ai suoi dischi dei titoli altisonanti: Artistry in Rhythm (1950), A presentation of progressive jazz (1950), Innovations in Modern Music (1950), fin dalla metà degli anni ’50 Piazzolla prese a sua volta a esplicitare, enfatizzandoli, i suoi intendimenti: Sinfonía de Tango (1955), Tango progresivo (1956), Tango moderno (1957), Lo Que Vendra (1957), e poi, negli anni ’60, Tango Contemporáneo (1963), 20 años de Vanguardia (1964), giù giù fino agli ultimi capolavori: Tango: Zero Hour (1986), The New Tango (1987, con il vibrafonista Gary Burton).
Inutile dire che accanto
agli estimatori si guadagnò anche dei nemici. Alcuni particolarmente
agguerriti. Ernesto Sábato, nel romanzo Sopra eroi e tombe pubblicato
nel 1961, fa dire a un suo personaggio: “La nuova generazione non ne sa niente
di tango. Solo fostrò, bolero, rumba, e tutte quelle stronzate. Il tango è una
cosa seria, profonda. Parla dell’anima, ti fa pensare. (…) E quando uno di quei
pagliacci pretende di fare tango nuovo… non ne parliamo, sarà meglio. Il tango
dev’essere tango o niente”. Nel libro Tango, discusion y clave sempre
Ernesto Sábato si prendeva cura di attribuire al tango un valore che andava ben
oltre i meriti musicali e artistici del genere, trasformandolo in una sorta di
impronta morale o di cruccio filosofico per chi era nato su quel lembo di
terra: “un napoletano che balla una tarantella lo fa per divertirsi, il
bonaerense che si fa un giro di tango lo fa per meditare sull’esistenza”. Non
sono molte le musiche di estrazione popolare che hanno assunto, nel tempo, una
simile valenza e che sono state caricate, loro malgrado, di tanto afflato. Il
compositore Juan Carlos Paz, fra i maggiori critici della scuola
latino-americana che si sforzò, nei primi decenni del Novecento, di cercare
delle confluenze fra la musica di ascendenza colta e le musiche di matrice
folklorica, liquidò così la questione: “Tutta questa musica sofisticata, mezza
popolare, mezza colta – jazz metafisico, tango con innesti di Bartók, Ravel,
Stravinsky o di chiunque altro possa concedere l’imprescindibile e sofisticata licenza di cultura e modernità”.
A sancire l’infantile perfidia degli eruditi nei confronti di Piazzolla pensò proprio Jorge Luis Borges, il quale si riferiva al musicista chiamandolo col termine infamante di Pianola. Borges amava il tango delle origini. Aveva delle riserve persino su Gardel, reo, a suo dire, di aver inferto al tango una posa drammatica che in origine non aveva, figurarsi un modernista come Piazzolla. Su di lui, pur riconoscendone il talento, spese parole crudeli. Chiamato a collaborare con Piazzolla a metà anni ‘60, Borges confidò all’amico Adolfo Bioy Casares la sua pena: “Piazzolla ha suonato dei tanghi suoi. Mia madre credeva fosse musica brasiliana. È un inetto e per giunta è così vanitoso… (…) Ti rendi conto di che razza di animale è? Non sono né tanghi né niente del genere. Il tango si sente nel corpo. Ascolti un tango e cambi subito postura, ti contrai un po’. Lui li chiama tanghi solo perché se li presentasse come semplice musica i musicisti lo sbranerebbero: invece, come innovatore del tango lo tollerano e lo fomentano pure”. Da par suo Piazzolla considerava Borges “un tipo stranissimo e distaccato”. Non lo capiva e non condivideva i suoi gusti musicali. Davvero difficile immaginare due artisti più incompatibili e più agli antipodi.
Nel suo Music. A
subversive history (Basic Books, 2019), lo storico della musica Ted
Gioia sostiene che vi siano molti punti in comune fra i compositori che
innovarono la musica colta nei primi decenni del Ventesimo Secolo e i pionieri
del ragtime, del jazz o del blues, e individua uno di questi punti di contatto
nello sradicamento, nella condizione di chi è chiamato a vivere e
creare in terra straniera. Gioia, un punto di vista vertiginoso, suggerisce che
la storia della musica americana sia in buona parte figlia dello sradicamento
di un popolo, o meglio, di individui di popoli diversi (gli afro-americani), e
che questa condizione di estraneità, di spaesamento, di privazione del proprio
patrimonio di cultura e tradizione, abbia determinato, quasi per necessità di
adattamento, la creazione di nuove forme di espressione musicale. Gioia va un
passo oltre e arriva a ipotizzare che persino nel mondo della musica colta
l’innovazione, e in particolare proprio nel Ventesimo Secolo, sia sovente da
ascrivere agli outsider, siano questi esiliati politici o semplici
emigrati. Prescindendo dalla generazione dei Gershwin e degli Irving Berlin
(quasi tutta la canzone americana degli anni ’20 e ’30 nata in ambito teatrale
o cinematografico reca la firma di un compositore o di un paroliere di origine
ebraica, e lo stesso si potrebbe dire dei librettisti e dell’industria musicale
tutta), Gioia fa i nomi di Arnold Schoenberg (da Vienna alla California), Igor
Stravinsky (Svizzera, Francia, Stati Uniti), Paul Hindemith, Kurt Weill, Sergei
Rachmaninoff, Béla Bartók, Erich Wolfgang Korngold, Ernest Bloch… Circostanze
diverse, motivazioni diverse. A ben vedere persino Händel e Haydn
(Inghilterra), o Chopin e Liszt (Parigi) prima di loro avevano operato e creato
in terra straniera. Nel catalogo di emigrati illustri Ted Gioia stranamente non
include Astor Piazzolla, ma nessuno meglio di lui avrebbe potuto rivendicare lo
statuto di “sradicato DOC”: diventato adulto a New York, bandoneista a Little
Italy, studi musicali a Parigi, la sensazione di essere straniero in patria, il
rifiuto di operare entro i canoni e il sistema del tango così come lo avevano
sempre inteso gli argentini. Se c’era qualcuno che poteva rifondare il tango
partendo da un presupposto altro, quello era proprio Astor Piazzolla, El
Yoni. Lo scrittore Ricardo Piglia ha scritto che “il tango, come la
letteratura, non rispecchia una realtà, ma reclama una realtà”. E Piazzolla
proprio questo ha fatto: ha dato al tango non tanto una seconda vita, ma una
nuova realtà entro cui esprimersi.
Astor Piazzolla, "Adios Nonino"
Letture consigliate
Diego Fischerman e Abel
Gilbert, Piazzolla. La biografia, Minimum Fax, 2012
Jorge Luis Borges, Il
tango, Adelphi, 2019
Jorge Luis Borges, Storia
del tango, in Evaristo Carriego, Einaudi, 1972
Julio Cortázar, Le
porte del cielo, in Bestiario, Einaudi, 1965
Ernesto Sábato, Tango discusión y clave, 1963
[Fonte: www.doppiozero.com]
















