sexta-feira, 30 de janeiro de 2026

«Homebound»: un ritorno a casa e ai fantasmi che portiamo con noi

Una storia tenera e devastante sull’amicizia, l’emarginazione e i fragili sogni plasmati da un sistema immutabile.


Scritto da Abhimanyu Bandyopadhyay

Tradotto da Domenica Pellicanò


Nella modernità urbana del XXI secolo, dove le conversazioni ruotano spesso attorno a uguaglianza, salute mentale, libertà individuale e a una società senza discriminazioni, fino a che punto la vita delle persone emarginate riesce davvero a entrare in quel mondo? Alcuni film affrontano questa domanda come uno schiaffo improvviso in pieno volto. Homebound [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] è uno di questi film, in cui la promessa dell'India moderna si scontra direttamente con le vite di coloro che vengono sistematicamente ignorati.

La storia inizia nel cuore della notte, con due giovani che viaggiano su un camion per andare a sostenere un esame, inseguendo il modesto ma luminoso sogno di diventare poliziotti. Un sogno che darebbe loro un po’ di dignità, un po’ di stabilità, un tetto tutto loro, forse abbastanza per sollevarli al di sopra delle linee invisibili che la povertà traccia sulle loro vite.

Homebound avrebbe potuto essere una storia familiare di amicizia, ma sotto la visione profonda del regista Neeraj Ghaywan, diventa il ritratto di una generazione sospesa tra sopravvivenza, tradimento e speranza. Ghaywan, spesso noto per il suo cinema attento alle tematiche sociali e per il suo esordio alla regia con il film “Masaan” (2006), acclamato a livello internazionale, ha costruito un corpus di opere distintivo tra cinema e produzioni in streaming di lunga durata, concentrando spesso le sue narrazioni su caste, classi sociali, genere e identità. Il film si basa su un articolo del New York Times molto discusso, firmato dal giornalista Basharat Peer, intitolato “A Friendship, a Pandemic and a Death Beside the Highway”, che raccontava una storia straziante di amicizia ed è stato pubblicato nel 2020, al culmine della pandemia di COVID-19 [it].

Ciò che distingue Homebound da altri film di formazione è il suo rifiuto di attenuare i contorni della discriminazione basata su casta e religione. Sebbene l’uguaglianza sia garantita dalla Costituzione indiana, il sistema delle caste [it] persiste come una struttura sociale profondamente radicata, che determina l’accesso alle opportunità e alla giustizia. In India, la violenza basata sulla casta è una delle manifestazioni più brutali della stratificazione sociale e si manifesta in molte forme, talvolta definite abusi, che spaziano dal linguaggio influenzato dalla casta ai boicottaggi economici, fino allo stupro sistemico, al linciaggio e alle atrocità di massa.

Il film cattura in modo brillante come casta, religione e classe siano profondamente interconnesse nel plasmare la vita e il destino di una persona, e come queste forze definiscano i confini di ciò che a questi giovani uomini è permesso immaginare. Racchiude il peso di generazioni schiacciate dalla discriminazione, di coloro che sussurrano a sé stessi: “Domani sarà più gentile”, mentre la realtà traccia un percorso ben più duro, rivelato con devastante chiarezza negli ultimi momenti del film.

Ambientato in un remoto villaggio indiano, il racconto segue Chandan e Shoaib, due amici d’infanzia legati dall’affetto e dalle lotte condivise, con un’intesa tacita sulle gerarchie sociali che gettano un’ombra sulle loro vite.

Chandan e Shoaib nascono in un mondo in cui il merito conta poco, e in cui casta e fede determinano il valore di una persona. Chi appartiene alla “casta superiore”? Chi è Dalit [it] (casta inferiore)? Chi è musulmano? E, soprattutto, perché l’essere musulmano getta subito un’ombra di sospetto? Ogni volta che il destino sembra volgere a loro favore, emerge una nuova prova — silenziosa, spietata, inevitabile. Chandan, un Dalit, supera l’esame di polizia. Shoaib, un musulmano, non lo fa. La divergenza non è drammatica né esagerata; viene presentata con la crudeltà distaccata che chiunque abbia vissuto simili ingiustizie sistemiche conosce bene.

Quando Shoaib accetta un lavoro nella vendita di filtri d’acqua, le umiliazioni arrivano in modo silenzioso e costante: clienti che rifiutano l’acqua da lui toccata, colleghi che fanno battute scontate sul Pakistan. Nulla di tutto ciò viene presentato come eccezionale. È la routine. Questo è il punto. Chandan si confronta con un peso diverso: il rifiuto personale di accettare la quota di riserva prevista per la sua casta, scegliendo invece di competere nella categoria generale, in un doloroso tentativo di allontanarsi da uno stigma che non ha mai chiesto. Ma il film chiarisce che andare oltre la casta è raramente una scelta a disposizione di chi nasce nei suoi gradini più bassi.

Proprio quando il peso della loro sofferenza si fa sentire sullo spettatore, una breve scena provoca un altro shock: alla sorella di Chandan, brillante a scuola e desiderosa di proseguire gli studi, viene negata l'istruzione universitaria perché la famiglia deve dare priorità al futuro del fratello. La discriminazione di genere, suggerisce il film, prospera anche all’interno di famiglie già lacerate da altre forme di ingiustizia.

I talloni screpolati della madre di Chandan diventano un motivo persistente dell’eredità generazionale delle difficoltà. Nel frattempo, Shoaib porta il peso della gamba compromessa del padre, sognando il giorno in cui potrà permettersi di curarlo. Le loro aspirazioni ardono come piccole, ostinate fiamme: una casa tutta loro, una divisa che imponga rispetto, una vita che permetta loro di stare in piedi a testa alta. In mezzo a queste tempeste, nel cuore di Chandan sboccia un amore quieto e tenero — dolce come un segreto, fragile come la speranza.

Ghaywan accompagna queste intime fratture con paesaggi visivi privi di artificio. Treni locali, quartieri di fabbrica angusti, operai fradici di sudore — nulla è abbellito o esaltato per il fascino cinematografico. La pandemia di COVID-19, rappresentata con moderazione, entra nella storia non come melodramma, ma come contesto cupo, catturando lo sfollamento di massa dei lavoratori migranti e la precarietà della vita tra i poveri del paese.

Homebound parla di speranza, ma rifiuta facili consolazioni. Rimane saldo nelle dure realtà del tempo, della disperazione e dei sistemi fallimentari. Eppure, anche in quell’oscurità, il regista lascia un barlume di luce dentro Shoaib. Il sogno che Chandan non ha potuto realizzare diventa la torcia di Shoaib. Le interpretazioni ancorano il registro emotivo del film. Vishal Jethwa è profondamente convincente nel ruolo di Chandan, portando con pacata precisione sia ambizione sia vulnerabilità. Ishaan Khatter conferisce a Shoaib una morbidezza percepibile, un giovane la cui resilienza non si trasforma mai in amarezza. Il cast di supporto è sempre convincente, anche se Jahnvi Kapoor, nel ruolo di Sudha Bharti, appare leggermente fuori sintonia con il registro naturalistico del film. La sua innata raffinatezza, anche quando è smorzata, è difficile da mascherare.

Il film è entrato nella shortlist degli Oscar (2026), ma la sua importanza va ben oltre la stagione dei premi. Homebound riesce non perché tenti di parlare a nome degli oppressi, ma perché ascolta i silenzi, i compromessi, le negoziazioni private che plasmano la sopravvivenza quotidiana. Il film è più interessato alla silenziosa perseveranza necessaria a sopravvivere, sperare, tornare a casa, che al trionfo. Tutti, in fondo, cercano una strada verso casa — qualunque significato le si attribuisca. Homebound comprende questo desiderio. Il film non offre una chiusura, ma un riconoscimento. E a volte, questa è la scelta più onesta.

Negli istanti finali, il film torna su Shoaib, che si aggrappa al sogno che Chandan non è riuscito a portare a compimento. Il sogno di Chandan diventa l’eredità di Shoaib, una testimonianza di come i sogni vengano portati avanti, condivisi e, talvolta, salvati.

Alcuni film arrivano con grande clamore, con spettacolarità e campagne pubblicitarie martellanti. Altri si insinuano con delicatezza, come una brezza che attraversa una finestra socchiusa — e lasciano un segno che persiste a lungo. Dopo aver visto Homebound, una frase del celebre poeta bengalese Daud Haider ha continuato a risuonarmi nella mente: “La mia nascita è il peccato che porterò per tutta la vita”. Poche frasi riescono a cogliere con altrettanta efficacia la dimensione emotiva del film.

Questo articolo è la traduzione in italiano dall'inglese di una recensione cinematografica in origine scritta in bengalese e firmata da Shakila Zerin, pubblicata originariamente il 5 dicembre 2025 su Bonik Barta, uno dei quotidiani nazionali più rispettati del Bangladesh. Attualmente Shakila Zerin ricopre il ruolo di Senior Sub-Editor presso la testata.



[Fonte: www.globalvoices.org]

Adeu a Remigi Palmero, un dels tres pilars del 'rock mediterrani'

Ens ha deixat el guitarrista i compositor Remigi Palmero (Alginet, 1950-2026), amb 76 anys, artista superlatiu que juntament amb Pep Laguarda i Juli Bustamante va sacsejar la música del País Valencià durant la Transició amb una tríada de discos irrepetibles. Una derivada estilística, influx de la cançó i de la música anglosaxona passada pel tamís valencià, que es acabar coneixent com ‘rock mediterrani’. Un moment màgic que justifica tota una carrera. 

 

Malgrat totes les dificultats d’un trànsit feixuc i problemàtic al País Valencià del franquisme a la democràcia, la dècada del 1970 és un moment efervescent de la música valenciana. Hi ha la plenitud de la Cançó i de figures com Raimon i l’Ovidi Montllor, Al Tall reformula la tradició per portar-la als escenaris amb aires combatius. I, de la mateixa manera que en la dècada del 2000 hi hagué una revolució en l’escena valenciana de diversificació estilística, quantitativa i qualitativa, aquells anys es produeix un fenomen semblant. Hi ha la disbauxa d’Els Pavesos, les derivades pop de 4Z o Els 5 Xics o, fins i tot, propostes de nínxol com Cotó-en-Pèl i Cuixa, rèpliques valencianes del rock progressiu dels King Crimson.

L’any 1977, tanmateix, es produeix un fet fundacional: l’inclassificable Pep Laguarda, juntament amb els músics de Tapineria i el guiatge de Pau Riba, enregistren un disc per a la història, Brossa d’ahir (1977). Aquell treball no és un miratge, un fet aïllat. Dos anys després, amb unes altres coordinades, amb la pàtina mediterrània molt més accentuada, apareix Humitat relativa, un treball signat per un aleshores jove músic, Remigi Palmero, que s’havia foguejat en els escenaris amb Els 5 Xics, Els Riverson's o Els Pavesos. 

Remigi Palmero, en els anys d'Humitat relativa. | Arxiu Vicente Fabuel

Un disc que el musicòleg Josep Vicent Frechina definia com «una de les obres més importants de la música valenciana de tots els temps». Els reconeixements, tanmateix, no sols li arribaren de casa: l’any 2003 la revista Efe Eme el situava com un dels millors discos de pop de l’Estat espanyol de tots els temps; un dels cent millors de la història de la música en català per a la revista Enderrock. Un interès que mai ha mort del tot. Que tornarà a revifar-se, d'ací a un any, quan comencem a celebrar el 50è aniversari del moment fundacional del rock mediterrani, la publicació de Brossa d’ahir. Perquè la trajectòria dels tres músics ha quedat vinculada per a sempre.

Olor de mar, sabor a garrofa

Humitat relativa naix de la pulsió de Palmero de fer cançons pròpies en la llengua dels seus pares. Amb el segell del territori que l’havia vist nàixer. El resultat és un disc amarat de mediterraneïtat; en la temàtica (la deliciosa «Veles en la mar» obria l’àlbum), les referències als canyars, a l’horta, a «L’olor a garrofa», amb un sentit lúdic de la vida («s’alegren els teus pits», diu un vers gojós), amb referències a la festa, a les marxes mores, a una valencianitat exaltada des del goig de viure, no des dels tòpics, com escoltem en la deliciosa «Ràdio Alger».

Un disc que, estilísticament, dispara en moltes direccions, amb unes guitarres connectades amb les arrels, però amb moments que palesen la influència pel rock progressiu, el jazz de fusió o el rock flamenc de La leyenda del tiempo, de Camarón de la Isla. Cançons riques, rítmicament, amb bonics arranjaments de flautes que singularitzen la proposta. La veu càlida i rugosa de Palmero, el seu frasejat inimitable, feia la resta per acabar d’arrodonir un treball que també tenia moments de solemnitat, com «Angelets», una autèntica joia.

Un disc fonamental que l’any 2018 el segell La Casa Calba recuperava en una edició de luxe, en format vinil i amb CD remasteritzat. Una operació amb la qual l'autor no es va sentir interpel·lat —no en va fer promoció— però  que acaba de posar Remigi Palmero en el mapa, que havia recuperat prèviament el seu segon disc, Provisions (1987), un treball sòlid, amb altres derivades musicals, però sense la màgia del primer. I, per sobre de tot, havia fet tot un colp en la taula amb un disc de cançons noves i despullades, veu i guitarra, que era tota una declaració d’intencions. Sense comentaris (La Casa Calba, 2009), un tracta de folk i blues mediterrani, amb l’esperit i la temàtica d’aquell Humitat relativa. Un exercici d’autoreivindicació amb un àlbum magnífic, de capacitat compositiva, que és el seu llegat.

En el balanç de la seua trajectòria tampoc no es poden oblidar les seues col·laboracions amb l’altre pilar del rock mediterrani, Juli Bustamante, amb qui funda el grup In Fraganti, un intent d’obrir-se pas en castellà, i intervé en la gestació de Cambrers (1981), l’altra obra magna de la santíssima trinitat de la música valenciana, una «continuació natural d’Humitat relativa», segons el diagnòstic de Frechina.

Persona inquieta de mena, Palmero estava allunyat dels circuits musicals, però va desenvolupar altres passions com la interpretació o la pintura, una vocació frustrada, segons deia. Retirat en Alginet, el ioga i la relaxació foren el seu darrer refugi. Una dèria amb tot el sentit del món, que fa lliga amb la connexió amb la naturalesa i l’elogi dels plaers senzills i bonics de les seues cançons. Una mediterraneïtat reposada, gens expansiva, que és tota una lliçó de vida en temps histèrics. Que trobem en les cançons d’un músic fonamental que, d'alguna manera, ens ha deixat orfes.

quinta-feira, 29 de janeiro de 2026

Con alma gallega

 

Ángela Banzas

Escrito por L. C. Carballal

Non resulta nada infrecuente ouvir ou ler sobor da suposta “alma galega” –e digo suposta porque aínda non hai evidencia científica que demostre a existencia de tal elemento, e eu son un racional seguidor da Ciencia–, como explicación recorrente de todos aqueles artistas galegos que fan cultura sen se zarrapicar co galego. Neles Galiza é un escenario, unha ambientación ou unha inspiración, onde a auténtica cultura galega non aparece, porque a cultura galega soamente existe en galego, xa que noutra lingua non deixa de ser unha recreación ou unha impostura.

Da última finalista do desprestixiado premio Planeta, Ángela Banzas, galega de nacenza e castelá en exercicio, dise que “a súa obra se caracteriza […] por un marcado selo galego tanto nas paisaxes coma nas atmosferas”. Coma tantos outros autores antes, cuxas obras eran “muy gallegas” ou tiñan “alma gallega”, xa que como non o é polo idioma convén procurar algo pra poder chamala “gallega”, así que a alma, que non é tanxíbel, é unha escusa perfeita. Imaxinen calquera produto fabricado na China ou calquera outro país de produción barata que se venda como galego porque o é por tradición ou representa a nosa idiosincrasia, como todos eses souvenirs pra turistas; ou ese restaurante co rechamante nome galego ou pseudogalego (O’ Breogan, A’ Asquiniña etc.) no que se entras e pides algo en galego che responden que fales español porque o camareiro, oriental ou suramericano, non te entende. Imaxinen un polbo pescado nas augas marroquinas e que se vende como polbo galego porque o cociñaron “á feira”, ou uns pementos de Padrón que só teñen da localidade o nome do envasador.

Hai que aceptar na nosa cultura aqueles autores que cualifican a súa obra “de profundamente gallega” –talvez porque a galeguidade hai que procurala escavando–, ou “teñida por el espíritu gallego” –mais a tintura só cobre a tona de algo–, tentando xustificar a galeguidade duns textos ou cancións que obviaron a máis verdadeira proba de galeguidade de calquera escrito ou canción: o uso da lingua galega? Cualificar unha obra feita por un galego como “gallega” polo mero feito da procedencia do autor é unha deturpación da nosa cultura. Soamente pode ser chamada “literatura galega” a que se fai utilizando a lingua galega (Wikipedia española: «Se denomina […] literatura gallega al corpus de obras literarias escritas en lengua gallega»), a que se fai en castelán dende Galiza é literatura española ou castelá. Aínda hai que pelexar por algo tan simple de entender?, témome que si. Nunha entrevista á escritora Ángela Banzas (El Español, 15-11-2025) pregúntaselle: «¿Sientes que la literatura gallega todavía se percibe como algo periférico?» “Literatura gallega” nunha escritora que só escribe en castelán?


Os artistas galegos poden escoller a lingua que prefiran prá súa obra, están no seu dereito, mais que non proclamen ningunha “galeguidade” cando o idioma escolleito é o castelán, porque escolleron estar dentro da cultura española ou castelá. A cultura galega exprésase en galego porque este aínda é unha lingua viva e a única que creou o pobo galego, o castelán chegounos de fóra –e amais por imposición–. Aínda non somos coma os irlandeses, que se expresan en inglés porque esqueceron a lingua dos seus devanceiros.

Deixémonos de meias tintas e digámolo claro: cando un escritor ou cantante galego decide expresarse en castelán, está a lle dar as costas á principal marca identificadora que os galegos crearon a través dos séculos: a lingua nativa de Galiza. Pódese reivindicar a identidade galega renunciando ao principal sinal desa mesma identidade: a súa lingua?

Que ninguén o esqueza: sen galego non hai Galiza.



[Imaxe: CC-BY-SA Ogalego.gal - fonte: www.praza.gal]






Qui pot permetre’s escriure avui en català?

Tenim massa escriptors mediàtics o potser simplement hi ha periodistes amb vocació d’escriptor? Quina necessitat tindrien d’escriure si no fos per vocació?

Agnès Marquès el dia que es va anunciar que havia guanyat el XLVI Premi de les Lletres Catalanes Ramon Llull

Escrit per Montse Barderi  

He llegit amb interès l’article de la Montserrat Dameson L’escriptor mediàtic, publicat a Núvol, amb la voluntat de comprendre, de pensar amb ella per crear un debat constructiu. Per intentar pensar juntes des del respecte i la complexitat d’una realitat que, afortunadament, no es deixa reduir a blancs i negres. Faig aquest esforç, deliberat i conscient, tot i que l’article parteix d’un prejudici que el travessa de cap a cap, el de jutjar una obra abans de llegir-la. En aquest cas, a més, és especialment paradoxal, perquè la trama de La segona vida de Ginebra Vern comença amb els mecanismes de la viralitat quan el que es diu no es contrasta amb la realitat.  


Crec que tenim un país molt ric literàriament amb espai per a tots, i al final només hi ha una veritat: si un llibre és bo o no, i aquest us puc dir que ho és perquè l’he pogut llegir. És una obra molt solvent, amb una arquitectura narrativa molt ben resolta, i una llengua versàtil que sap adaptar-se a les exigències de cada moment del relat. Una trama que mai cau en el simplisme ni l’afectació, i evidentment tampoc en el messianisme, el gran mal del present. En paraules de Simone Weil renunciem a pensar només per la pressa de posar-nos a favor o en contra. Un bon llibre et fa reflexionar, gaudir de la llengua i compartir una història interessant. I això és el que ha aconseguit Agnès Marquès, a banda d’haver-hi treballat durant quatre anys i haver viatjat al lloc dels fets. 


La noció d’escriptor mediàtic cal ser matisada. Si amb aquesta expressió ens referim a un autor que, sense renunciar a l’exigència literària, ocupa un lloc visible en l’espai públic, la tradició és llarga i incontestable. Josep Pla, Susan Sontag, Teresa Pàmies, Quim Monzó o Truman Capote van escriure també amb una gran presència als mitjans. I si volem escriptors de vocació, formats i reconeguts, en primer lloc, com a periodistes i després com a escriptors, també en tenim: Montserrat Roig, Anna Murià o el mateix Josep Pla. Però també tindríem Maruja Torres, Joan Didion o Oriana Fallaci. Tots ells han exercit l’escriptura des de mitjans com ara Interviú, The New Yorker, Corriere della Sera o Tele/eXprés. No tots van ser anomenats «escriptors mediàtics» perquè el terme és relativament recent, però tots ells compleixen retrospectivament els criteris objectius perquè avui els anomenéssim com a tals.  


Sé que ens és més fàcil admirar els morts i els llunyans que els d’ara i d’aquí, Maria-Mercè Marçal va ser cruelment considerada per alguns sectors acadèmics, abans que la poguéssim fer Santa. O a la mateixa Teresa Pàmies, a qui van qualificar d’escriptora per a porteres. Els noms del passat tan referencials potser no ho van ser tant en el moment que eren vius. És molt vella la idea que qualsevol època passada va ser més bona que la nostra.

Qui pot permetre’s escriure avui en català? Pràcticament ningú viu només de la literatura.

Pressuposar que un escriptor per treballar en un mitjà tindrà la feina feta, no és així; passa més aviat al contrari, hi ha un cert decòrum –i indicacions clares de direcció– per no aprofitar les posicions. La campanya no la tenen feta. Només cal mirar les seccions culturals dels mitjans per veure la varietat d’autors, talents i editorials que s’esforcen a fer públics, exactament igual que Núvol. No ens carreguem els nostres mitjans si us plau, perquè contribuïm a carregar-nos la nostra democràcia. També és veritat que és més fàcil que et facin una entrevista quan ja tens un cert recorregut, ets identificable i tens una trajectòria.

Tenim massa escriptors mediàtics o potser simplement hi ha periodistes amb vocació d’escriptor? Quina necessitat tindrien d’escriure si no fos per vocació? La visibilitat i el sou ja el tenen. En tot cas i com en tots els temes, no els posaria tots al mateix sac. En els darrers anys, Maria Barbal o Gemma Ventura han guanyat el Josep Pla igual que ho ha fet Toni Cruanyes. I el Ramon Llull també l’han guanyat Empar Moliner i Estel Solé. No es tracta que sempre el guanyin periodistes mediàtics, sinó que no suportem que el puguin guanyar? De nou serà el llibre qui s’hagi de defensar.

Tothom té dret a ser llegit, escoltat i mirat sense hostilitat ni esperança, amb una simple i justa neutralitat.

Darrere el debat sobre l’escriptor mediàtic s’hi amaga una qüestió més profunda. Qui pot permetre’s escriure avui en català? Pràcticament ningú viu només de la literatura. Escriure en una llengua minoritzada és gairebé sempre una aposta que conviu amb altres feines. Periodisme, docència, traducció, comunicació. Un no pot escriure sent periodista? Hi ha feines que serien millor.

Un gran escriptor em va dir una vegada que no cal dir mai que un llibre és dolent, sinó que no és per a tu. Però potser no saps si és o no per tu sense haver-lo llegit abans. Tothom té dret a ser llegit, escoltat i mirat sense hostilitat ni esperança, amb una simple i justa neutralitat.

També persisteix una idealització del talent ocult, de l’autor silenciat pel sistema. La realitat és menys romàntica. El talent literari no és massiu. Llegeixo desenes de manuscrits cada any i puc assegurar que quan una veu és realment potent acaba trobant el seu lloc. No sempre ràpidament ni fàcilment, però el troba.

El sistema literari català no és perfecte, però és molt més obert del que sovint ens pensem, i ho afirmo per experiència pròpia. Premis, editorials, mitjans i llibreries formen un ecosistema millorable però imprescindible. Desacreditar-lo en bloc és fer-nos trampes al solitari i, en última instància, afeblir la llengua i la cultura que volem defensar.

Us recomano llegir La segona vida de Ginebra Vern, és una gran obra. La trobareu a les llibreries a partir del 25 de febrer. No us el perdeu, com m’ha passat a mi tindreu ganes de debatre, reflexionar i pensar sobre la realitat, la veritat i com necessitem construir-nos-la.



Montse Barderi és escriptora i periodista. Patrona fundadora de la Fundació Maria-Mercè Marçal.


[ Foto: Pere Francesch/ACN - font: www.nuvol.com]