terça-feira, 10 de fevereiro de 2026

Israele, mito e realtà


Di Marco Sferini

La mitizzazione è un tratto quasi istintivamente naturale, proprio un po’ di tutte le culture. Qual è infatti la storia di un popolo che è rimasta estranea alla possibilità di creare il μῦθος (il “mŷthos” ellenicamente inteso) come sequenza di parole, di racconti affidati per di più all’oralità o ad antichissimi testi rintracciabili solamente per riscritture successive, dando così vita ad un’origine che si perde nella notte dei tempi e su cui aleggia l’esaltazione del fantastico e, dunque, anche del mistero? 

Ogni nazione cerca il presupposto mitologico per farne l’eredità consacrata supposizioni che finiscono con l’essere più vere del vero stesso: fondamentalmente perché affidate all’ancestralismo religioso, alla metafisica dei sentimenti che surclassa la inconoscibile storia che va indietro di millenni e che, inevitabilmente, si perde nell’impreciso, nel non ben definito, nell’ipotesi come cifra di riferimento che sostituisce il fatto e che, dunque, dà avvio alla mitizzazione in tutto e per tutto. 

Hitler e Himmler vagheggiavano, al pari di molti nazionalisti tedeschi di fine Ottocento e inizio Novecento, delle origini del popolo germanico nel regno odinico, tra miriadi di valchirie furoreggianti in battaglie gloriose. Mussolini aveva dato al fascismo il carattere di nuovo risorgimento imperiale romaneggiante: lui come il Cesare o l’Augusto che fonda il perimetro dell’Urbe moderna a capo ancora una volta del mondo. Vaneggiamenti diremmo oggi, ma in quei precisi momenti della Storia sono stati vissuti come elementi costitutivi di una cultura anche piuttosto diffusa.  

Realtà e mito, dunque, si intersecano, si incontrano e non sono necessariamente contraddittori l’uno rispetto all’altro. Soprattutto se si considera il fatto che il mito è prodotto nella realtà ma rimane dietro le quinte di una oggettività della realpolitik che esige un più stretto e diretto contatto con un presente che è l’unico tempo che sfugge alla Storia perché è troppo coevo per essere definito un passato prossimo e troppo anticipatorio per essere incluso in un futuro semplice. 

Ma è proprio il trascorrere degli anni che determina, alla fine, ciò che è storicizzabile e ciò che invece rimane nell’aura folgorante del mito. Oggi questo rapporto ambivalente tra ciò che è e ciò che è presuntivamente stato riguarda tutte quelle vicende dell’attualità che hanno, nel loro dirsi ed essere giustificate da ragioni del passato (recente o remoto che sia), un ancoraggio prontamente giustificazionista per le atrocità che vengono commesse in guerre sanguinosissime che si trascinano da anni e anni e che non accennano a terminare.  

Ucraina e Gaza non su tutte, ma tra le tante, purtroppo, che punteggiano la carta del mondo quasi in ogni continente. Di quest’ultima si può parlare e scrivere in relazione, ovviamente, alla storia tanto del popolo palestinese, quindi una buona fetta di mondo arabo, quanto di quello ebraico. Il contenzioso su chi sia il legittimo abitante della terra al centro della questione delle questioni affonda così, molto incautamente, le sue radici sia nella recente realtà della costituzione dello Stato ebraico dopo l’Olocausto, sia nel rinverdimento del richiamo mitico all’uscita dall’Egitto e alla ricerca della Terra promessa.  

Michele Giorgio e Chiara Cruciati, attenti cronisti e studiosi, storiche firme del quotidiano comunista “il manifesto“, ripercorrono in “Israele, mito e realtà” (Alegre edizioni, 2018) la Storia del movimento sionista, dalla sua nascita nel secolo XIX fino agli ultimi tristissimi sviluppi nel governo di Benjamin Netanyahu sorretto dalle forze politiche di estrema destra che sostengono l’idea del “Grande Israele” dal Golan al Negev, dal fiume al mare, quindi senza alcuna presenza palestinese tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. Conoscere questo lungo filo di tessitura di una nuova identità ebraica che, per l’appunto, si trasforma in “israelitismo” civile (oltre che religioso) dal 1947 in avanti, è necessario per comprendere appieno le origini del fenomeno.  

Con troppa disinvoltura oggi, mentre Gaza brucia (il ministro della difesa Kantz dixit…) e i palestinesi sono spinti a centinaia di migliaia nel sud della Striscia, mentre i coloni ultrasionisti della West Bank spadroneggiano ovunque disseminando violenza con l’aiuto delle formazioni paramilitari e sotto lo sguardo benedicente dell’esecutivo, si assiste alla pacatissima rassegnazione di chi afferma che non c’è quasi più una possibilità di veder convivere in quel lembo di terra mediorientale i due popoli. Si accantonano le vecchie ipotesi di reciprocità dei diritti e dei doveri, si ipotizza soltanto la disperazione, l’esilio.   

Una nuova Nakba settanta e più anni dopo la prima grande catastrofe per il popolo palestinese. Israele può tutto e nessuno sembra poterlo (volerlo) fermare veramente. Il trumpismo accoglie, sostiene, induce, produce ogni scatto in avanti del triumvirato mortifero Netanyahu – Smotrich – Ben-Gvir: proprio questi ultimi due ministri dell’ultradestra religiosa sono quelli che più ricorrono all’elemento religioso e ad una mitizzazione delle radici ebraiche in Palestina. Le loro dichiarazioni tonanti e cruente si producono in una sequenza di affermazioni supportate dalle antiche leggi mosaiche, dalla sincretizzazione tra predestinazione divina e missione terrena del Popolo Eletto.  

La Palestina è stata, prima del 7 ottobre 2023, abbandonata al destino di questione etno-politica tutta interna agli affari israeliani e non, invece, considerata un problema di caratura internazionale che riguarda qualunque altra nazione perché è un punto di principio: un popolo che vive su una terra che gli viene via sottratta arbitrariamente e con la violenza delle armi, con la sopraffazione civile (si fa per dire…) e militare, con la repressione e la carcerazione. Persino dei bambini. Israele persegue un obiettivo ormai chiaro; un obiettivo che proprio la guerra contro Gaza ha rivelato in tutta la sua nettezza.  

Se, da un lato, c’è stata una mitizzazione della propria origine storica, dall’altro si sono poste le basi per una insindacabilità delle proprie azioni vincolate all’alibi di non poter ripetere gli orrori subiti durante prima e durante la Seconda guerra mondiale dal popolo ebraico. La Shoah non è e non deve essere richiamata in questi termini: chi lo fa, come i governanti israeliani, commette davvero un delitto di ieri che si riversa sull’oggi: non si può definire “antisemita” chiunque critichi le politiche di Tel Aviv e, in questo frangente, avanzi lo spettro del genocidio nei confronti dei palestinesi dopo oltre sessantacinquemila morti e duecentomila feriti.

La realtà israeliana è purtroppo questa: viene separata dal mito, perché si tenta di mitizzare essa stessa, di creare i contorni di una intangibilità odierna che poggia sul basamento del crimine di massa perpetrato dai nazisti con i campi di concentramento e di sterminio. Quella enorme tragedia deve rimanere unica nella Storia dell’umanità e non può ripetersi non solo per numeri ma soprattutto per metodi e intenzioni. Il genocidio è un crimine che può riguardare tutti i popoli: passivamente e attivamente. Perché mai Israele dovrebbe essere esentato da questa responsabilità se gli vengono riconosciuti piani genocidiari concretizzatisi in anni di guerra e in decenni di occupazione di Gaza e Cisgiordania?  

Michele Giorgio e Chiara Cruciati indagano non solo il mistero storico e gli antefatti trimillenari ma soprattutto la nascita del movimento sionista, la sua impostazione propriamente etnico-religoso-politica. Il suo trasformarsi da movimento di liberazione a movimento di oppressione, dopo aver teorizzato la nascita di uno Stato ebraico dopo diciassette secoli di Diaspora. Il punto di risalita della coscienza ebraica è determinata dall’infuriare dei pogrom nell’Europa centro-orientale. Ed è dall’inizio del Novecento che in Palestina si iniziano ad acquistare terre con il Fondo Nazionale Ebraico, favorendo così i primi insediamenti.  

Sul principio degli anni Venti del Secolo breve, è il ministro degli esteri britannico Arthur James Balfour a parlare favorevolmente di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. La storia prosegue con la prima grande rivolta palestinese (1936-1938) contro la colonizzazione soprattutto del centro-nord, tollerata dal Mandato dato al Regno Unito dopo la fine della Prima guerra mondiale. Senza una disarticolazione meticolosa delle vicende che si sono susseguite da più di un secolo a questa parte, non si può oggettivamente comprendere tutto ciò che è seguito alla fine del secondo conflitto globale.  

Uno dei punti dirimenti è la considerazione dei palestinesi come nativi che, via via, col passare dei decenni, sbiadisce fino a considerarli qualcosa di altro rispetto ad autoctoni. Il punto, di per sé, non sarebbe nemmeno così problematico se non si fosse posta la questione della convivenza tra lo Stato arabo e lo Stato ebraico nei piani che erano risultati applicabili dopo il ritiro di Londra dai territori palestinesi del Mandato. Mentre Israele ha tutto il diritto ad avere una Storia che affonda nel mito e nella predestinazione religiosa di sé medesimo, chiunque altro non ha nessun diritto in merito. Diviene un estraneo indesiderato e quindi deve essere, se non immediatamente espulso, quanto meno allontanato.  

Sempre la Storia ci racconta che prima della fine della Prima guerra mondiale, durante la dominazione ottomana, la Palestina era abitata quasi interamente dai palestinesi che si dividevano solamente tra credenti cristiani e credenti musulmani. Esistono quindi due narrazioni storiche differenti: quella del revisionismo sionista, che si rifà al mito piuttosto che alla realtà, al fideismo religioso e alla missione divina; quella, invece, propriamente tale che ci racconta di un popolo palestinese, certamente incluso nel novero dell’arabismo, con una propria identità nazionale marcata.  

La convivenza è possibile. I due Stati possono essere possibili. Ma per ottenere tutto questo deve venire meno la mitizzazione di Israele, prendendo le distanze dall’elemento religioso come cardine di unità etnica, come elemento costitutivo della popolazione che, a quel punto, può riconoscersi nella propria cultura senza pensarsi superiore o predestinato rispetto ad altri. Il bel lavoro di ricerca di Michele Giorgio e Chiara Cruciati merita una lettura a piene mani, con grande interesse proprio per entrare meglio nei difficili tempi presenti.

ISRAELE, MITO E REALTÀ

MICHELE GIORGIO
CHIARA CRUCIATI
EDIZIONI ALEGRE, 2018
€ 15,00


[Fonte: www.lasinistraquotidiana.it]

Witold Gombrowicz, l’ennemi radical des identités figées

Dans cet article, Charles Garatynski relit l’œuvre de Witold Gombrowicz comme une entreprise radicale de déstabilisation des identités, des rôles et des formes sociales. De Ferdydurke à Cosmos, l’écrivain polonais apparaît comme un penseur de l’inauthenticité, pour qui la littérature devient un espace de résistance contre les assignations culturelles, nationales et symboliques.  


Il existe peu d’écrivains dont l’œuvre entière constitue un acte de résistance aussi radical que celle de Witold Gombrowicz. Non pas une résistance politique au sens convenu du terme, mais une insurrection contre ce qu’il nomme la Forme : cette cristallisation sociale qui fige l’individu dans des poses, des attitudes, des identités factices.

Relire Gombrowicz aujourd’hui, c’est découvrir un penseur dont l’actualité ne cesse de croître, tant notre époque multiplie les injonctions identitaires et les assignations de rôle.

L’imposture constitutive

Dès Ferdydurke, son roman le plus célèbre publié en 1937, Gombrowicz pose sa thèse centrale : nous ne sommes jamais nous-mêmes, nous sommes toujours ce que le regard d’autrui fait de nous. Joseph Kowalski, le protagoniste trentenaire, se voit ramené à l’adolescence par son ancien professeur Pimko.

Cette régression n’est pas métaphorique : elle est littérale, physique, sociale. Le monde adulte avec ses prétentions à la maturité, à la culture, à la dignité, s’effondre. Ce qui reste, c’est la grimace, la pose forcée, l’immaturité fondamentale que nous dissimulons sous nos masques sociaux.

La scène du « cul » dans Ferdydurke illustre cette dynamique avec une violence comique stupéfiante. Les élèves du lycée, enfermés dans leur rôle d’écoliers obéissants, se livrent à un rituel d’humiliation mutuelle centré sur cette partie du corps – symbole de notre animalité, de notre ridicule constitutif.

Gombrowicz ne décrit pas là une déviance adolescente, mais la vérité de toute relation sociale : nous nous imposons mutuellement des formes dégradantes, et nous y consentons par peur de l’informe, du chaos que serait notre liberté véritable.

La culture comme aliénation

Mais Gombrowicz va plus loin. Si l’immaturité est notre vérité, alors la culture elle-même devient suspecte. Dans la section « Philidor doublé d’enfant », le protagoniste assiste à une soirée mondaine où les invités rivalisent d’élégance intellectuelle, citant des poètes, discutant d’esthétique. Tout n’est que façade. La culture ne libère pas : elle est un nouveau carcan, une forme plus raffinée mais tout aussi tyrannique que celle qu’impose la société bourgeoise.

Cette intuition parcourt toute l’œuvre. Dans Trans-Atlantique (1953), Gombrowicz règle ses comptes avec la polonité, cette essence nationale à laquelle on voudrait le réduire. Exilé en Argentine depuis 1939, il refuse de jouer le rôle du patriote en exil pleurant sur sa patrie.

Le roman, écrit dans une langue archaïsante qui pastiche les chroniques nobiliaires polonaises, raconte les tribulations d’un narrateur nommé Gombrowicz pris entre deux pôles également grotesques : le Major, incarnation de la virilité nationale, et Gonzalo, figure de la sensualité ambiguë. La Nation, la Virilité, l’Honneur : autant de Formes qui asservissent.

Le Journal comme laboratoire

C’est sans doute dans son Journal, tenu de 1953 à 1969, que Gombrowicz déploie sa pensée avec le plus de liberté. Ces carnets ne sont pas des confessions intimes à la Rousseau, mais un espace d’expérimentation philosophique et littéraire. Gombrowicz y pratique ce qu’on pourrait appeler une pensée en mouvement, qui se contredit, revient sur elle-même, refuse toute systématisation.

L’écrivain n’est pas la source souveraine de son œuvre ; il est façonné par ses lecteurs, par son époque, par mille interactions dont il n’est que partiellement maître. L’authenticité est un leurre. Nous sommes tous des imposteurs contraints.

Cette lucidité désespérante n’empêche pas l’humour. Le Journal regorge de scènes cocasses où Gombrowicz se met en scène dans toute sa vanité, son désir de reconnaissance, ses mesquineries. Quand il décrit sa rivalité avec Jorge Luis Borges lors de leur rencontre à Buenos Aires, il ne se pare d’aucune dignité. Il avoue sa jalousie, son agacement devant la célébrité de l’Argentin. Cette autodérision n’est pas coquetterie : elle est méthode. En se montrant ridicule, Gombrowicz désamorce la Forme que l’on voudrait lui imposer : celle du Grand Écrivain.

La dialectique de la servitude

Pornographie (1960) pousse la logique gombrowiczienne jusqu’à ses dernières conséquences. Deux hommes mûrs, Frédéric et le narrateur, passent la guerre dans un manoir polonais où ils manipulent deux adolescents, Henia et Karol, pour les pousser à une relation amoureuse. Cette intrigue dérangeante n’est pas une apologie de la perversion, mais une méditation sur le pouvoir et le désir.

Les adultes, prisonniers de leur maturité sclérosée, cherchent à se régénérer par procuration à travers la jeunesse des adolescents. Mais cette entreprise échoue : on ne peut posséder la jeunesse d’autrui, on ne peut qu’en être le spectateur frustré.

La scène de la messe clandestine dans la forêt concentre toutes les tensions du roman. Les paysans, les propriétaires, les adolescents sont réunis dans une célébration religieuse interdite par l’occupant nazi. Moment de communion ? Au contraire.

Chacun joue son rôle : le prêtre celui du saint homme, les fidèles ceux des croyants fervents, les adolescents ceux de l’innocence. Mais Frédéric voit derrière ces masques la violence érotique qui sourd, le chaos que la cérémonie prétend conjurer. La religion elle-même n’est qu’une Forme, et sous cette Forme, l’informe gronde.

La séduction comme stratégie

Si Gombrowicz fascine, c’est qu’il ne se contente pas de dénoncer. Il séduit. Son écriture, même dans ses moments les plus théoriques, reste charnelle, concrète, traversée d’images saisissantes. Quand il parle de la « gueule » que nous présentons au monde, quand il décrit la « patte » qui nous attrape et nous plie à la volonté d’autrui, ce ne sont pas des métaphores usées mais des perceptions physiques de notre condition.

Dans Cosmos (1965), son dernier roman, cette attention au concret atteint une intensité hallucinatoire. Le narrateur, en vacances à la campagne avec son ami Fuchs, découvre un moineau pendu dans un jardin. Ce détail infime devient le point de départ d’une enquête obsessionnelle où tout fait signe : un bout de bois, une bouche, une main. Le monde se charge de significations qui semblent pointer vers un ordre caché, mais cet ordre demeure toujours hors d’atteinte. L’interprétation elle-même devient une Forme dans laquelle le narrateur s’emprisonne.

La description du repas chez les Wojtys, couple de propriétaires bourgeois, est un morceau d’anthologie. Gombrowicz y déploie un luxe de détails sur la nourriture, les gestes, les regards, créant une atmosphère de malaise érotique diffus. La bouche de Lena, la jeune servante, obsède le narrateur. Non parce qu’elle est belle – Gombrowicz prend soin de préciser qu’elle est légèrement déformée – mais parce qu’elle s’inscrit dans la constellation de signes que son esprit construit frénétiquement. La réalité devient un texte à déchiffrer, et ce déchiffrement vire au délire.

  

L’héritage gombrowiczien

Que nous lègue Gombrowicz ? D’abord une méfiance salutaire envers toutes les identités trop assurées. À l’heure où chacun est sommé de se définir, de revendiquer une appartenance, de cultiver son « authenticité », Gombrowicz nous rappelle que nous sommes fondamentalement inauthentiques, façonnés par le regard d’autrui, prisonniers de Formes que nous n’avons pas choisies.

Ensuite, une éthique paradoxale : puisque nous ne pouvons échapper à la Forme, au moins pouvons-nous en jouer, la déformer, en rire. L’humour chez Gombrowicz n’est pas un ornement mais une arme de survie. Il permet de maintenir une distance avec les rôles que nous jouons, de ne jamais tout à fait coïncider avec l’image que nous renvoyons.

Enfin, et peut-être surtout, Gombrowicz nous offre le spectacle d’une pensée qui refuse de se figer. Même dans ses convictions les plus profondes – la critique de la Forme, le rejet de la Culture majuscule – il introduit du doute, de l’ironie, de la contradiction. Cette pensée vivante, qui se cherche plus qu’elle ne se trouve, qui accepte de se contredire plutôt que de s’ériger en système, est peut-être la plus grande leçon de cette œuvre.

À relire Gombrowicz en 2026, on est frappé par la modernité de ses intuitions. Notre époque hyperconnectée, où chacun construit son identité sur les réseaux sociaux, où l’image que nous renvoyons devient plus réelle que ce que nous sommes, est profondément gombrowiczienne. Nous sommes tous devenus des personnages de Ferdydurke, façonnés par les regards, les likes, les commentaires. La Forme a simplement changé de support.

Mais Gombrowicz nous montre aussi que cette aliénation n’est pas une fatalité moderne : elle est constitutive de la condition humaine. Il n’y a pas d’âge d’or où l’on aurait été pleinement soi-même. L’inauthenticité n’est pas un accident : c’est notre mode d’être au monde. Paradoxalement, reconnaître cette vérité, c’est conquérir une forme de liberté. Non pas la liberté d’être enfin authentique – ce fantasme naïf – mais la liberté de jouer avec nos masques, de ne pas être dupes de nos propres poses.

Witold Gombrowicz est mort en 1969, après avoir passé près de vingt-cinq ans en Argentine dans une semi-misère, avant un bref retour en Europe. Son œuvre, longtemps méconnue en France, a gagné depuis une reconnaissance méritée. Mais elle reste encore insuffisamment lue, insuffisamment pensée. Peut-être parce qu’elle dérange trop profondément nos certitudes.

Peut-être parce qu’après Gombrowicz, toute affirmation identitaire, toute revendication culturelle sonne un peu creux. Et nous avons tant besoin de croire que nous sommes quelqu’un.

Charles Garatynski

Né à Bordeaux en 1998, Charles Garatynski est écrivain. Il développe une œuvre de fiction mêlant nouvelles, poésie et textes dramatiques. Sa relation à la littérature s’est construite à partir de son histoire familiale, notamment par sa mère, peintre d’origine polonaise arrivée en France sans statut légal. Sa pièce Héraut de la démocratie sera présentée à Nantes en janvier 2026, tandis qu’il travaille actuellement à son premier roman.

Il a publié des textes de fiction dans Marginales, l’OuPoLi, Les Hommes sans épaules et Traversées, et écrit également en polonais, avec des publications dans e-eleWator, Ypsilon, Suburbia et Wydawnictwoj.

Le 7 décembre 2025, à Varsovie, l’Académie polonaise des Sciences sociales et humaines lui a décerné le prix d’Artiste polonais de l’année en prose. Il est par ailleurs l’auteur d’articles consacrés à Gombrowicz, Bruno Schulz et Witkiewicz, parus dans La Revue des Deux Mondes, La Quinzaine littéraire et des revues universitaires, et a présenté ces auteurs lors de colloques internationaux à Istanbul, Leuven et Paris-Sorbonne.

C'est bien et sans faute ?

[Photo : Bohdan Paczowski, domaine public - source : www.actualitte.com]

David Grossman: «In Israele i miei libri buttati per strada dopo aver parlato di genocidio. Dobbiamo disimparare l’odio»

Le parole dello scrittore israeliano durante la terza edizione di Radici, il festival dell’identità


di Niccolò Di Francesco

Ospite della terza edizione di Radici, il festival dell’identità ideato dalla Fondazione Circolo dei lettori con il contributo della Regione Piemonte – Assessorato Regionale all’Emigrazione, lo scrittore israeliano David Grossman è tornato a parlare del rapporto con il proprio Paese rivelando anche di aver subito un boicottaggio dopo aver utilizzato la parola “genocidio” in un’intervista a La Repubblica del 1° agosto scorso in cui disse: “Per anni 
ho rifiutato di utilizzare questa parola. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla”. “La reazione alle mie parole – ha rivelato lo scrittore – in Israele è stata molto ostile e burrascosa. Non c’è stato alcun dialogo, si è detto di smettere di comprare i miei libri, qualcuno li ha buttati per la strada, altri hanno minacciato di bruciarli. È stato molto doloroso ma non ho potuto non usare quelle parole alla luce dei sessantamila palestinesi uccisi, di cui diciannovemila bambini”.

Nonostante tutto, David Grossman afferma di non voler lasciare il suo Paese: “Quello è ancora il Paese che amo, dove vorrei continuare a vivere. Sento il dovere intellettuale di cambiare la società dal di dentro, perché riconosco in Israele i contorni di bellezza e bruttezza, che vanno riconosciuti ogni giorno. A noi, come ai palestinesi, che da più di un secolo vivono assediati da regimi terribili, anche altri oltre Israele. È nel mio Paese che voglio continuare a vivere e lottare, perché Israele è stata creata affinché non fosse più una vittima e non abbiamo trovato ancora la casa che sognavamo, perché oggi somiglia più a una fortezza. Sogno un giorno che diventi una casa in cui poter vivere, vicini: sogno una trasformazione”.

[Foto: AGF - fonte: www.tpi.it]

Liberdade para usar o galego?

Escrito por Henrique del Bosque Zapata 

Un dos obxectivos dos dereitos lingüísticos consiste na protección dun ben social, a lingua, cuxa produción e distribución corresponde a unha comunidade. A creación, conservación e distribución deste ben é de carácter colectivo, sendo irredutíbel ao tipo de bens de uso e consumo individual, como ben ten observado a Comisión de Dereitos Humanos da ONU. Porén, aínda que nun exercicio de malabarismo intelectual prescindísemos do carácter e do interese abstracto de grupo e nos remitísemos en exclusiva ao interese dos individuos que comparten entre si ese ben, a necesidade da protección xurídica mantén toda xustificación por mor de garantir o dereito ao uso do idioma propio, tanto nas relacións persoais coma nas institucionais.

No que respecta ao ámbito do público, temos salientado en numerosas ocasións que unha comunidade política ten que optar pola oficialización dunha ou máis linguas. Oficialización que significa o recoñecemento dunha lingua de administración, de atención nos servizos públicos, unha lingua vehicular na aprendizaxe, de etiquetado de produtos, de difusión das mensaxes públicas e de comunicación política, entre outros. Un país non precisa dunha relixión oficial, mais si dunha lingua oficial. Pois ben, no noso país hai recoñecidas dúas linguas oficiais: a galega, que é a lingua propia, e a castelá; mais, como comprobamos a decote, esta última é tratada e privilexiada como se fose a única oficial. 

A norma permite a contratación de persoal sanitario, en todas as súas categorías, aínda que este non acredite coñecemento algún da nosa lingua

Un dos últimos exemplos da falla de respecto, de consideración e de recoñecemento á nosa lingua por parte do goberno da Xunta de Galiza é a Disposición adicional segunda da Lei 5/2025, do 23 de decembro, de medidas fiscais e administrativas no referente ás medidas especiais en materia de listas de contratación de persoal laboral temporal e de persoal funcionario interino durante o ano 2026. Esta disposición non só supón unha auténtica pexa legal a que os usuarios dos servizos públicos de saúde poidan elixir e empregar libremente o idioma galego senón que pretende estabelecer situacións de excepción onde os dereitos lingüísticos das galegas e dos galegos falantes fican suspendidos. Porque a realidade é que a devandita disposición normativa permite a contratación de persoal sanitario, en todas as súas categorías, aínda que este non acredite coñecemento algún da nosa lingua.

Temos que nos decatar de que unha medida coma esta xera unha situación de renuncia forzada tanto ao emprego da nosa lingua como á demanda do dereito ao seu uso, dada a especial relación que supón a posición de paciente, caracterizada pola vulnerabilidade e a asimetría que a súa situación implica. Cabe imaxinar, tamén, a mingua do xa precario uso do galego dentro da propia administración sanitaria así coma o progresivo incremento do español, único idioma con posibilidade real de libre uso e elección. Unha medida que, alén de evidenciar a política de subalternización do noso idioma, amosa un auténtico fraude tendente a desactivar as garantías para o exercicio dos dereitos lingüísticos individuais.

Dereitos vulnerados

Repasemos, a seguir, as normas que se están a burlar e como se vulneran os nosos dereitos.

Estatuto de Autonomía: "A lingua propia de Galicia é o galego. Os idiomas galego e castelán son oficiais en Galicia e todos teñen o dereito de os coñecer e de os usarr".

Lei 3/1983, do 15 de xuño, de normalización lingüística: "Os cidadáns teñen dereito ao uso do galego, oralmente e por escrito, nas súas relacións coa Administración Pública no ámbito territorial da Comunidade Autónoma".

Lei 1/2015, do 1 de abril, de garantía da calidade dos servizos públicos e da boa administración: "Todas as persoas usuarias dos servizos públicos autonómicos, terán dereito a utilizar e a ser atendidas, segundo a súa escolla, na lingua galega ou castelá. Para estes efectos, adoptaranse as medidas organizativas do servizo necesarias para a garantía deste dereito. O galego será a lingua de uso normal e preferente en todas as actividades relacionadas coa organización e prestación dos servizos públicos".

Lei 2/2015, do 29 de abril, de emprego público de Galicia: "As administracións públicas garantirán os dereitos constitucionais e lingüísticos das persoas, tanto respecto do galego, como lingua propia e oficial de Galicia, coma do castelán, lingua oficial en Galicia. A estes efectos, nas probas selectivas que se realicen para o acceso aos postos das administracións públicas incluídas no ámbito de aplicación desta lei incluirase un exame de galego, agás para aquelas persoas que acrediten o coñecemento da lingua galega conforme á normativa vixente".

Liberdade lingüística? Liberdade de elección? Liberdade de que?

Henrique del Bosque, licenciado en Dereito e ensaísta

[Fonte: www.nosdiario.gal]

El antijudaísmo ha crecido en todo el mundo


Escrito por Esteban Valenti

Deuteronomio (Devarim) 7:6
Versículo de la Tanaj (Biblia Hebrea) (1)
"Porque tú eres pueblo santo para el Eterno tu Dios; el Eterno tu Dios te ha escogido para serle un pueblo especial (Am Segulá), más que todos los pueblos que están sobre la tierra."

Es tan evidente que ha crecido el antijudaísmo en todo el mundo, pero hay que analizar las características y todos sus componentes. Ha crecido explosivamente a partir del ataque de Israel a Gaza y Cisjordania, es decir el genocidio contra los palestinos. Este no fue un ataque más.

En Uruguay es un tema que se debate intensamente, desde la recordación en el parlamento del aniversario del Holocausto, la letra de una murga y decenas de manifestaciones y de quejas de las organizaciones judías y en especial sionistas. Estas últimas considero que contribuyen a aumentarlo. Un capítulo aparte es el análisis de la cobertura de prensa totalmente sesgada a favor de Israel o el uso de la censura, como el Frigorífico Centenario que impone su veto a tratar en las letras de las murgas temas de la guerra en el Medio Oriente.

Precisemos que utilizar el término de antisemitismo es un profundo error. El término "semita" no se refiere a una religión, sino a una familia lingüística y, por extensión histórica, a los pueblos que hablaban esas lenguas. Proviene de "Sem", uno de los hijos de Noé en la Biblia. Técnicamente, tanto los judíos (hebreos) como los árabes son pueblos semitas, al igual que muchos grupos de Etiopía y Eritrea. No todos los semitas son judíos. La gran mayoría de los hablantes de lenguas semíticas hoy en día son árabes.

El otro concepto, que hoy en día es totalmente parcial es el antisionismo. Es necesario recordar qué es el sionismo: es el movimiento nacional que defiende el derecho del pueblo judío a la autodeterminación y a tener su propio Estado soberano), lo que hoy es Israel.

Antisionismo, político y de derechos humanos, es la forma más común en la actualidad. Se basa en la crítica a las políticas del Estado de Israel hacia el pueblo palestino. Quienes sostienen esta postura argumentan que el sionismo, al priorizar un Estado para un grupo religioso/étnico específico, deriva en discriminación sistémica, ocupación de territorios y vulneración de derechos de la población no judía (árabe-palestina).

Otro grave error es considerar que el repudio, el rechazo se refiere casi exclusivamente al gobierno de Benjamín Netanhayu, el repudio abarca a la mayoría del pueblo de Israel, obviamente de sus Fuerzas Armadas y servicios de seguridad y también a las muchas organizaciones y personas judías en diversos países, incluido Uruguay que defienden con diversos argumentos, el genocidio que sigue cometiendo en Gaza y Cisjordania

Para lanzar la operación de destrucción sistemática de la franja de Gaza, con más de 70.000 muertos, la mayoría niños y mujeres asesinados con premeditación y alevosía, utilizando todo el poder militar de Israel, el quinto ejército más poderoso del mundo, no se puede hacer solo con un primer ministro y el apoyo de su consejo de ministros, ni de los mandos militares y de seguridad, notoriamente alineados con esa estrategia de destrucción, hace falta que la mayoría de la población de Israel esté alineada en este crimen y que en el mundo sea defendido por organizaciones y personas judías. Netanyahu es solo la cabeza de la gigantesca serpiente, aliada a su vez con Donald Trump.

La guerra ha funcionado como un detonante que ha sacado a la superficie prejuicios latentes. Aunque mucha gente protesta legítimamente por el sufrimiento palestino, grupos extremistas han aprovechado el clima de tensión para normalizar discursos de odio contra los judíos en general.

Desde el inicio del ataque de Israel a Gaza, en respuesta al gran atentado terrorista de Hamas del 7 de octubre de 2023, el mundo ha experimentado un aumento histórico y sin precedentes del antijudaísmo. Organizaciones de monitoreo globales describen la situación actual (hacia inicios de 2026) como la peor ola de odio antijudío desde la Segunda Guerra Mundial.

Las cifras son las siguientes: en 2024 y 2025 se rompieron récords históricos de incidentes en casi todos los países con comunidades judías significativas. En países como Estados Unidos, Reino Unido, Francia y Alemania, los reportes de incidentes antisemitas aumentaron entre un 300% y un 1000% en los meses posteriores al inicio del conflicto y se han mantenido en niveles muy altos.

Hubo un cambio, antes, los picos de antijudaísmo duraban lo que duraban las operaciones militares israelíes, ahora, el nivel de hostilidad se ha vuelto estructural y constante, manteniéndose alto incluso en periodos de menor intensidad bélica.

Una gran parte de la opinión pública responsabiliza a todos los judíos (vivan donde vivan) por las acciones del gobierno de Israel. Esto ha llevado a ataques contra sinagogas, cementerios y escuelas judías en Europa y América.

Plataformas como TikTok y X (Twitter) han sido vehículos masivos de retórica antijudía la palabra "sionista" se usa ahora comúnmente como un insulto generalizado.

La relación entre Israel y la ONU ha tocado fondo. La cantidad de resoluciones condenatorias y el tono de los debates han generado un clima donde el cuestionamiento a la existencia misma del Estado se normaliza en foros diplomáticos.

Los casos presentados ante la Corte Internacional de Justicia (CIJ) por Sudáfrica (acusación de genocidio) y las órdenes de arresto de la CPI marcaron un punto de inflexión. Si bien son procesos legales, su efecto mediático fue potenciar la narrativa de Israel como un Estado "paria".

Países que históricamente mantenían neutralidad o lazos (como Uruguay, Colombia, Bolivia, y tensiones fuertes con Brasil o Chile) han endurecido drásticamente su postura, llegando a rupturas diplomáticas o enfriamiento total de relaciones.

En Estados Unidos y Europa, los campus universitarios se convirtieron en 2024 y 2025 en zonas de "no confort" para estudiantes judíos. Las protestas, aunque muchas veces legítimas en su reclamo de paz, derivaron frecuentemente en acoso, exclusión de estudiantes judíos de espacios progresistas y retórica de eliminación.

En espacios feministas, LGBTQ+ y de derechos humanos, se ha instalado una norma tácita donde para ser aceptado se exige una condena total al sionismo. Esto ha dejado a muchos judíos progresistas "huérfanos" políticamente.

Se han reportado casos de festivales de cine, editoriales y ferias de libros que retiran invitaciones a autores o artistas israelíes (o judíos que no renuncian al sionismo) bajo presión de boicots. Lo que distingue a este momento (2025-2026) de crisis anteriores es la pérdida de tabúes. Expresiones de odio que hace 5 años hubieran significado el fin de una carrera profesional o política, hoy son toleradas o aplaudidas en ciertos círculos bajo la bandera de la "resistencia política".

En Uruguay no somos ajenos a ese proceso, y yo considero que teniendo un lado muy peligroso, reavivando los odios básicos y antijudíos de derecha y ultraderecha, sería muy grave moralmente y culturalmente que la mayoría de los uruguayos, personalidades y organizaciones no se manifestaran en contra del genocidio en Gaza.

El 8 de mayo de 1945 en una gigantesca manifestación ciudadana en Montevideo, por la derrota del nazismo y la victoria aliada, fueron asaltados varios locales alemanes, recuerdo en particular el Oro del Rhin y la Sibarita. Los genocidios generan desbordes y odios muy profundos.

No voy a utilizar la estúpida frase justificativa de que "yo tengo amigos judíos", porque también tengo amigos afro, musulmanes y de muchas nacionalidades y credos, pero una cosa es clara, tengo muchos menos amigos judíos que antes. No acepto tener de amigo gente que justifica el genocidio en Gaza y Cisjordania, que continúa hasta hoy, luego de firmado el "armisticio", con bombardeos y cientos de muertos.

Hay un agravante, el ataque del 7 de octubre del 2023 por parte de Hamas y otros grupos terroristas, era conocido perfectamente por el gobierno y los servicios de inteligencia israelíes. Si faltaba una prueba, el análisis del tipo de respuesta militar y sus tiempos, la penetración de 23 kilómetros de los asaltantes de Hamas en territorio de Israel, sacan cualquier duda.

Esta afirmación no es solo una "idea" o un rumor de internet, sino un hecho confirmado por investigaciones periodísticas y militares que la inteligencia israelí tenía en su poder información muy detallada sobre los planes de Hamás mucho antes del 7 de octubre.

Hoy sabemos, gracias a filtraciones a medios como The New York Times y la prensa israelí (Haaretz, Yedioth Ahronoth), que las señales estaban ahí. El documento "Muro de Jericó": un año antes del ataque, la inteligencia israelí obtuvo un documento de 40 páginas de Hamás que detallaba, punto por punto, exactamente lo que hicieron el 7 de octubre (ataque con cohetes, drones para cegar las cámaras, parapentes y toma de comunidades).

Las soldadas encargadas de vigilar la frontera reportaron durante meses que veían a Hamás entrenando asaltos a maquetas de tanques y cercas. Sus superiores les dijeron que dejaran de insistir o serían juzgadas por insubordinación.

El jefe de inteligencia de Egipto afirmó haber avisado a Netanyahu días antes de que "algo grande" se estaba gestando en Gaza.

Horas antes del ataque, el Shin Bet (seguridad interna) detectó que cientos de militantes de Hamás activaron tarjetas SIM israelíes en sus teléfonos al mismo tiempo. Hubo reuniones urgentes a las 3:00 AM, pero decidieron no movilizar las tropas.

La tardanza del ejército (FDI) en llegar a los kibutzim (tardaron entre 8 y 20 horas en algunos casos) generó muchas teorías y sospechas. En muchas oportunidades las FDI y los organismos de seguridad han demostrado en circunstancias anteriores y mucho menos graves tiempos de respuesta mucho más rápidos.

El gobierno había trasladado a gran parte de los batallones a Cisjordania y la frontera de Gaza estaba custodiada por un número esquelético de soldados a pesar que ese día era un aniversario de otro ataque árabe en el año 1973, en la festividad del Yom Kipur, el día más sagrado y solemne en Israel (día del Perdón).

Ese día el gobierno de Tel Aviv había autorizado la realización del Festival Supernova (Nova Music Festival), cerca del kibutz Re'im, a pocos kilómetros de la frontera con Gaza. Era una fiesta de música electrónica ("trance") por la paz que fue atacada brutalmente por Hamás durante la incursión, convirtiéndose en una de las masacres más trágicas de ese día. Qué casualidad.

Hay un antecedente mucho más peligroso, Josep Borrell, que era en ese momento alto representante de la Unión Europea para Asuntos Exteriores y Política de Seguridad a principios de 2024, Borrell realizó declaraciones muy contundentes y polémicas señalando directamente al primer ministro de Israel, Benjamín Netanyahu, en relación con el fortalecimiento de Hamás.

La frase clave fue: "Hamás ha sido financiado por el Gobierno de Israel para intentar debilitar a la Autoridad Palestina de Fatah." (Hay mucha información de fuentes confiables sobre la financiación de Qatar a Hamas, permitida y protegida por Israel).

Las cifras del ataque de Hamas, según los datos más recientes y oficiales: los muertos fueron 1.200 personas, la mayoría civiles y secuestraron 251 entre civiles y militares.

Las cifras de los ataques israelíes a Gaza, según admite el ejército israelí en un giro informativo muy reciente (finales de enero de 2026), reconocieron ante medios locales que la cifra de 70.000 - 71.000 muertos en Gaza es "bastante precisa". Esta fue la primera vez que Israel validó públicamente los datos de las autoridades de salud de Gaza, que históricamente habían disputado. Hay más de 100.000 heridos y 10.000 personas desaparecidas, bajo los escombros.

En Cisjordania (West Bank) la violencia ha aumentado drásticamente debido a redadas militares israelíes y ataques de colonos. Hay entre 750 y 800 muertos palestinos.

Respecto a las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI), las cifras se dividen en dos etapas: los caídos durante el ataque inicial y los caídos durante la invasión terrestre en Gaza, en total son 925 militares israelíes.

Esta disparidad en las cifras (una proporción de aproximadamente 70 a 1, o incluso mayor si contamos civiles vs. combatientes) es uno de los puntos centrales de la crítica internacional y las acusaciones en la Corte Internacional de Justicia contra el gobierno de Israel.

Los nazis, en diversos actos de represalia, por ejemplo en las Fosas Ardeatinas en Roma, fusilaron 10 personas por cada uno de los soldados alemanes muertos en un atentado en Vía Rasella el 23 de marzo de 1944 donde un grupo de partisanos italianos  del los GAP - Gruppi di Azione Patriottica mataron a 33 soldados nazis. Los nazis ejecutaron a 330 italianos.

Se discute el uso de la palabra "genocidio" Lo que hizo Israel a partir del 27 de octubre de 2023, cuando inició el ataque directo a Gaza que dura más de 850 días, fue crear un enorme gueto, de aproximadamente 365 km², con una población inicial antes del ataque de 2.300.000 personas y en la actualidad se calcula que viven 2.100.000 habitantes.

Los nazis establecieron más de 1.140 guetos en los territorios ocupados del este de Europa, la gran mayoría se ubicó en la Polonia ocupada y en los territorios de la Unión Soviética (hoy Ucrania, Bielorrusia, Lituania). Variaban desde "guetos cerrados" (amurallados, como Varsovia) hasta "guetos abiertos" o "guetos de destrucción" que duraban apenas unas semanas antes de la deportación o ejecución de sus habitantes.

Estas son las superficies de los guetos principales: Varsovia, el más grande con 3.4 km2, llegó a encerrar a 460.000 personas. El gueto de Lodz (el segundo más grande), superficie: aproximadamente 4,1 km², población de alrededor de 200.000 personas. El gueto de Cracovia, 0,2 km², 20 hectáreas, con una población de entre 15.000 y 20.000 personas.

Comparar las limitaciones en los guetos nazis de la Segunda Guerra Mundial y los que vivieron en la Franja de Gaza (tanto bajo el bloqueo previo como durante la guerra actual) es un ejercicio histórico complejo. Aunque en ambos casos hay confinamiento, escasez y sufrimiento civil masivo y repudiable.

Gaza estaba cerrada por aire y mar. Por tierra, había pasos (Erez con Israel y Rafah con Egipto). Salir era casi imposible, igual que en el caso de los guetos, los cuales estaban rodeados por muros de ladrillo o alambre de púas y vigilados. No había posibilidad de viajar ni por razones médicas ni humanitarias.

En Varsovia, la ración oficial para un judío era de 184 calorías al día (frente a las 2.600 de un alemán). La supervivencia dependía exclusivamente del contrabando ilegal.

En Gaza se cortaron el agua, la electricidad y el combustible desde el inicio. La entrada de alimentos dependía de negociaciones diarias y es muy insuficiente, generando focos de hambruna.

A diferencia del gueto (donde se encerraba a la gente en su barrio), en Gaza se ha forzado a la población a moverse de norte a sur constantemente, bajo fuego.

No es solo un encierro, sino un escenario de combate activo con bombardeos aéreos continuos, algo que no ocurría dentro de los guetos (salvo durante el levantamiento final de Varsovia, cuando los nazis lo destruyeron).

En resumen, la limitación principal del gueto era que funcionaba como una antesala de la muerte programada; no había futuro posible ni esperanza de supervivencia a largo plazo. La limitación en Gaza hoy es la de una trampa mortal por guerra: una población civil atrapada en un territorio minúsculo sin vía de escape, bajo bombardeo y con un colapso total de la infraestructura vital (hospitales, agua, saneamiento).

Aquí detallo quiénes conformaban las fuerzas militares en ambos conflictos, ya que, aunque ambos casos involucran combates asimétricos en zonas urbanas densamente pobladas, la naturaleza de las fuerzas atacantes y sus objetivos son estructuralmente distintos.

El levantamiento del gueto de Varsovia (abril-mayo 1943) fue una rebelión de civiles y partisanos judíos mal armados contra la maquinaria de guerra nazi. La fuerza encargada de la "liquidación" no fue el ejército regular alemán (Wehrmacht) en solitario, sino una fuerza mixta policial y paramilitar. Las fuerzas nazis eran entre 2.000 y 3.000 efectivos (el Informe Stroop), compuestas por Waffen-SS, unidades de élite ideológica y combate, Ordnungspolizei (Orpo): Policía del orden alemana (batallones policiales), la Wehrmacht, el ejército regular, proporcionaron artillería ligera (obuses), lanzallamas y zapadores (ingenieros) para volar búnkeres, aunque trataron de mantenerse en un rol de apoyo técnico. Los "Trawniki" (colaboracionistas): Este es un dato clave. Gran parte de la fuerza de choque no era alemana, sino batallones auxiliares de ucranianos, letones y lituanos entrenados en el campo de Trawniki. Eran conocidos por su brutalidad extrema en la limpieza de edificios.

En Gaza, del 2023 hasta el presente, opera un ejército nacional regular, de un Estado, operando bajo una cadena de mando unificada. Las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI), divisiones blindadas (tanques Merkava), cuerpos de infantería (brigadas Golani, Givati, Nahal, paracaidistas) y cuerpos de ingenieros de combate (unidad Yahalom), especializados en la detección y destrucción de túneles.

La fuerza área israelí, una de las más poderosas del mundo, juega un papel mucho más preponderante que en la Segunda Guerra Mundial, realizan bombardeos de precisión y apoyo cercano con aviones F-16, F-35 y drones.

La marina realiza bombardeo desde la costa para apoyar a las tropas de tierra. El Shin Bet (seguridad interior) opera conjuntamente con las tropas para localizar a los líderes de Hamás y rehenes.

Es una comparación difícil pero posible, que muestra que en Alemania, en los cinco años y medio que duraron los múltiples guetos, los nazi aplicaron medidas muy similares de cerco y agresión a toda la población judía confinada, pero con fuerzas muy inferiores a las que emplea Israel en su ataque a Gaza durante los 2 años y 4 meses desde el inicio del ataque que todavía continúa.

Hay diferencias que importa señalar: nadie escuchó luego de derrotada la Alemania nazi a organizaciones, personalidades nazis, manifestar su protesta, su repudio a los crímenes cometidos por el régimen de Hitler, mientras que hay miles y miles de personalidades judías, y organizaciones de todo tipo, que están protestando contra el genocidio, la matanza de palestinos en Gaza y Cisjordania. Es una diferencia a resaltar.

La otra, es que Alemania como país, luego de la derrota del régimen nazi de 1945, vivió un profundo proceso para borrar la influencia nazi, que era muy importante. Israel está muy lejos de eso, ha construido hacia dentro y exportado un relato de justificación de sus crímenes y no se ve en la sociedad israelí, ni en la mayoría de las comunidades judías en el mundo, señales de una voluntad de terminar con este proceso de barbarización de su política contra los palestinos, contra el Líbano, contra Irán (aunque sea una autocracia repudiable).

Israel, su gobierno, sus fuerzas armadas, una parte mayoritaria de la población y de los judíos que viven en diversos países, siguen impulsando y justificando este genocidio.

Lo injustificable es que una parte importante, que no podemos calcular, del pueblo judío en todo el mundo, considere que esa frase que publicamos al principio de esta nota es una correcta definición de la realidad en la humanidad.

No hay pueblos elegidos, de ningún tipo, la sola mención es una discriminación abominable hacia el resto de la especie humana y ha sido la base para grandes tragedias.

(1)   Tanaj. La palabra se forma con las iniciales de las tres grandes secciones que lo componen: Torá, Nevi'im y Ketuvim (TaNaJ).

Esteban Valenti

Trabajador del vidrio, cooperativista, militante político, periodista, escritor, director de Bitácora (www.suplementobitacora.net) y Uypress (www.uypress.net), columnista en el portal de información Meer (www.meer.com/es)


[Fuente: www.uypress.net]