segunda-feira, 20 de julho de 2026

O alcalde de Nova York valora arrestar Netanyahu se viaxa en setembro á ONU

Mamdani considera que o primeiro ministro de Israel é "un criminal de guerra" e examina xa as opcións legais para a súa detención.

O alcalde de Nova York, Zohran Mamdani 

Escrito por Antón Escuredo 

O alcalde de Nova York, o socialdemócrata Zohran Mamdani, contempla abertamente a posibilidade de deter o primeiro ministro de Israel, Benjamin Netanyahu, durante a visita que ten programada en setembro á Asemblea Xeral da ONU na metrópoles estadounidense por considerar que o mandatario israelí é un criminal de guerra polo que "o seu lugar" é o banco do acusados Tribunal Penal Internacional (TPI). 

Sobre Netanyahu pesa unha orde de arresto do TPI por crimes de guerra e contra a humanidade ao ordenar a ofensiva do exército israelí contra a Faixa de Gaza. O problema reside en que Estados Unidos non forma parte da corte nin recoñece a validez das súas decisións. 

Porén, organizacións non gobernamentais propalestinas, como a Fundación Hind Rajab, afirman que Estados Unidos incorporou parcialmente os delitos tipificados no Estatuto de Roma, fundamento da corte internacional, nas súas leis nacionais e forma parte do Cuarto Convenio de Xenebra, que estabelece que os Estados Parte "terán a obrigación de buscar ás persoas presuntamente responsábeis de cometer, ou de ordenar cometer, tales infraccións graves, e deberán levar ás devanditas persoas, independentemente da súa nacionalidade, ante os seus propios tribunais". 

Nunha entrevista co New York Times, Mamdani esgrimiu a título privado que o primeiro ministro israelí "é un criminal de guerra, imputado polo Tribunal Penal Internacional, e o seu lugar é A Haia" porque "é o resultado das súas accións durante estes anos". O alcalde engadiu que ten intención de facer todo o que "lle permita a lei da cidade de Nova York" e a posibilidade de deter a Netanyahu "está a ser discutida" polos seus asesores legais. 

 

(Foto: Europa Press / Contacto / Samantha Cotler - fonte: www.nosdiario.gal]

«L’isola dei ricordi», film di Fatih Akin


di Matteo Galli

Niente spoiler, non preoccupatevi: ma l’ultima scena de L’isola dei ricordi  di Fatih Akin è fra le più toccanti fra quelle viste di recente: la macchina da presa inquadra in primo piano per quindici secondi Hark Bohm, poi  stacca e lo inquadra da dietro mentre lui guarda la luce pazzesca del Mare del Nord, e lentamente, sempre la macchina da presa, si allontana.

I meno giovani fra i lettori forse sapranno chi è, chi era Hark Bohm (1939-2025), interprete fra i preferiti di Rainer Werner Fassbinder, con il quale – se non vado errato – ha girato ben undici film, rivestendo sempre ruoli minori, ma non per questo meno importanti. Nessuno o quasi, credo, sa che Bohm è stato anche regista girando almeno due film che in Germania godono dello statuto di film “classici” seppur controversi ovvero Nordsee ist Mordsee (1976) e Yasemin (1988), opere entrambe ambientate nella Germania del Nord, segnatamente ad Amburgo dove Bohm era nato, salvo poi trasferirsi già da ragazzo nell’isoletta del Mare del Nord chiamata appunto Amrum (20 chilometri quadrati). E  Amrum è appunto anche il titolo tedesco del presente film tratto da un libro autobiografico scritto dallo stesso Bohm nel 2024. In origine, doveva essere lo stesso autore a dirigerla, dopo aver redatto insieme a Fatih Akin (suo storico amico) la sceneggiatura. Purtroppo però il regista/attore/scrittore si è ammalato, e ha a malapena fatto in tempo ad assistere alla première tedesca il 9 ottobre del 2025 per poi andarsene cinque settimane dopo. Talché la scena descritta all’inizio assume proprio il sapore di uno straziante commiato.

Anche Fatih Akin (1973) è amburghese e, come molti sanno, è da considerarsi il principale regista turco-tedesco (i genitori erano originari della Turchia e sono emigrati in Germania Occidentale negli anni ’60). La sua consacrazione, è noto, avvenne con il suo quarto film, con La sposa turca (2004), l’ultimo film – anche – in lingua tedesca ad aver vinto l’Orso d’Oro a Berlino – e da allora, pur con alterno successo, Akin è divenuto uno dei (pochi) registi di lingua tedesca a godere in Italia di una regolare distribuzione, (l’altro è Christian Petzold, di cui, curiosamente, proprio in questi stessi giorni è uscito nelle sale Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura). Partendo dal sensato presupposto che nessuno, in Italia, conosca l’isoletta, BIM, il distributore italiano ha deciso di ribattezzare il titolo del film L’isola dei ricordi.

Il film si svolge in un periodo estremamente ridotto, qualche settimana. Sono gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, gli aerei britannici solcano i cieli e scaricano in mare le bombe residue, a un certo momento si viene a sapere che Hitler si è suicidato (30 aprile) e che la Germania è capitolata (8 maggio). Questo momento decisivo della Storia mondiale ci viene raccontato dalla prospettiva di un ragazzino di dodici anni che si chiama Nanning (bravissimo il giovane attore che è stato selezionato dalla moglie di Akin, Monique, e che risponde al nome di Jasper Billerbeck). Volendo ridurre all’osso l’intreccio, si può dire che buona parte del testo verte sulla tenacia del ragazzino nel volersi a tutti i costi procurare, in questi tempi grami e di miseria, del pane bianco, del burro e del miele per sfamare la madre che ha appena partorito e che, più che affetta da una depressione post-partum, è chiaramente affranta dalla fine del regime, di cui fin da ultimo è stata convinta sostenitrice. E per conseguenza, dato l’amore sconfinato per la madre, anche Nanning ha fatto propri tutti gli obblighi previsti dai nazisti: la divisa, il saluto, lo sbattere dei tacchi e la fede incrollabile – gesti, pensieri e consuetudini che man mano che passa il tempo diventano sempre più ridicoli, inopportuni e rischiosi.

Jasper Billerbeck

Tutta la vicenda è, come detto, ambientata ad Amrum, dove i pochi non emigrati o scappati, i pochi rimasti si dedicano all’agricoltura e alla pesca, personaggi a loro modo bizzarri, che parlano rigorosamente in basso tedesco e da cui Nanning, curioso e timoroso, impara tante cose: scuoiare un coniglio, cacciare una foca, raccogliere le patate, affumicare le sogliole, oltre, comunque, a sapersi muovere con saggezza nella marea e sul watt, la fanghiglia che resta quando il mare si ritira. Ne risulta un’interessante varietà di personaggi, in alcuni casi interpretati da attori di fama – da Diane Kruger (che aveva già lavorato con Akin in Oltre la notte) al celebre attore e regista tedesco Detlev Buck – tutti circondati da un paesaggio stupendo fotografato in modo eccellente da Karl Walter Lindenlaub, a cui urge rivolgere un complimento speciale. E poi arrivano anche i profughi, ciò che introduce un tema sempre latente nel film ovvero quello di chi ha diritto di considerarsi davvero uno/una del luogo – del resto lo stesso Nanning (come Bohm) viene della terraferma e a scuola lo bullizzano. Campanilismo, nazionalismo, sovranismo, nazismo – la trafila è, come sappiamo, un po’ sempre quella.

Possiamo parlare di un Coming of age, come si fa in questi casi? Non saprei. È chiaro che Nanning vede e impara molte cose, non solo della vita locale ma di ciò che sta avvenendo a livello macrostorico (a un certo punto le tessere annonarie naziste non servono più a nulla e i bottegai vogliono solo sterline e dollari e la mamma è costretta a rubare una salsiccia), Nanning vede, come si diceva, l’arrivo di profughi, viene a sapere che una donna è sparita perché si chiamava Ruth, ma se dovessi dire che il ragazzino è davvero cresciuto al termine del film, avrei qualche difficoltà. Cionondimeno il film è molto bello, molto poetico, seppur qua e là non privo di ripetizioni.


L’isola dei ricordi (Amrum

Regia: Fatih Akin; sceneggiatura: Fatih Akin, Hark Bohm; fotografia: Karl Walter Lindenlaub; montaggio: Andrew Bird; interpreti: Jasper Billerbeck (Nanning), Laura Tonke (Hille), Lisa Hagemeister (la zia Ena), Diane Kruger (Tessa), Detlev Buck (il pescatore), Matthias Schweighöfer (lo zio Theo), Hark Bohm (il vecchio sulla spiaggia); produzione: Bombero International, Warner Bros. Film Productions Germany, Warner Media; origine: Germania, 2025; durata: 93 minuti; distribuzione: BIM distribuzione.

 

[Fonte: www.close-up.info]


domingo, 19 de julho de 2026

«És com un zoològic»: la moda de la pasta als aparadors que irrita els romans

Com més va més restaurants de Roma s'han apuntat a la moda de preparar pasta fresca davant els clients, cosa que fa les delícies dels turistes però exaspera els veïns

Una treballadora amassa pasta a l'aparador d'un local de Come 'na Vorta, aquest abril.

Escrit per Natalie B. Compton

La dona rere el finestral, que té els cabells recollits sota un capell blanc, fa cas omís de l’enrenou del carrer i es concentra en la seva tasca. Amb la mirada segueix les tires de massa que va estirant amb els palmells de les mans. Fora, al carrer, un grup de turistes s’atura a veure-la a treballar; un d’ells llegeix en veu alta el rètol del restaurant que penja de la porta del local.

“Pasta e Vino”, diu la dona. I tot seguit, en anglès: “Fantàstic!”

Tècnicament, el nom complet del restaurant és Come ‘na Vorta − Pasta e Vino (“Come ‘na vorta” és una expressió dialectal que es pot traduir com a “com en els vells temps”), però el grup no necessita perdre el temps amb formalitats: ja ha decidit on menjarà.

Si els turistes haguessin continuat caminant pels carrerons de colors pastel de Trastevere, un barri turístic situat a l’altra riba del riu Tíber, s’haurien topat amb més restaurants on els artesans de la pasta són el gran reclam. És una moda que s’ha estès pel centre històric de la ciutat, especialment prop de monuments i places amb encant, i que recorda unes altres tendències gastronòmiques creades per a Instagram, com ara, la pasta servida en rodes de formatge gegants o en paelles.

Una turista fotografia una treballadora que prepara pasta a l’aparador d’Osteria da Fortuna.

La diferència és que aquesta moda es nodreix de l’estima internacional per la nonna (àvia) italiana i la saviesa culinària, i l’aire popular de la qual, transmesa de generació en generació, han conquerit internet.

Però les dones –gairebé sempre són dones– que treballen rere els aparadors no són necessàriament àvies. Són meitat cuineres i meitat reclam publicitari, col·locades estratègicament per atreure els clients –tant a les xarxes com en persona– espagueti rere espagueti.

També són una mena de test de Rorschach.

Alguns romans diuen que la tendència és més teatre que no pas tradició, i una forma infal·lible d’ensarronar els turistes. Els propietaris dels restaurants que la subscriuen –i desenes de crítics a les xarxes– asseguren que és un indicador de qualitat. Al cap i a la fi, en una era de modes fugaces, cadenes de menjar ràpid i menjar pre-cuinat, què hi ha més autèntic que un plat de pasta feta a mà?

Treballadores pasten en un dels locals d’Osteria da Fortunata a Roma.

Un dimarts d’abril, Sophie Minchilli visita el mercat d’agricultors més famós de la ciutat, al Campo de’ Fiori. A l’altre costat de la plaça empedrada, es forma una cua davant l’aparador d’un restaurant, precisament, on una cuinera amassa pasta sobre una taula de fusta a l’aparador.

“És com un zoològic”, diu Minchilli, que nasqué i es crià a Roma.

A mesura que el turisme i la demanda “d’autenticitat” s’han disparat a Itàlia, Minchilli ha vist com la la moda dels aparadors de pasta s’estenia. A parer seu, són poc menys que una xacra: més cadenes de restaurants que gentrifiquen els barris que estima, i en els quals treballa com a guia turística.

“He vist aquests locals de pasta amb la nonna a l’aparador multiplicar-se com la seqüència de Fibonacci”, diu Erica Firpo, escriptora i presentadora d’un pòdcast a Roma. “Gairebé cada dia he d’esquivar llargues cues de clients als carrers.”

Una de les crítiques de Minchilli és que els locals que segueixen aquesta pràctica solen obrir dia i nit, cosa que indica que són negocis dirigits a turistes disposats a empassar-se un plat copiós de pasta a les tres de la tarda –un costum definitivament poc italià. Un establiment veritablement tradicional, diu Minchilli, ha de tancar a la tarda perquè el personal descansi, reposi existències i es prepari per al servei de la nit.

Un altre element de discòrdia és la pasta fresca mateixa.

“Probablement és casolana i deliciosa, però està malament”, diu Minchilli.

La cuina romana, segons que explica Minchilli, es basa en la pasta seca. Dels quatre plats de pasta emblemàtics de la capital –carbonara, gricia, amatriciana i cacio e pepe– tan sols el cacio e pepe sol cuinar-se amb pasta fresca: els tonnarelli, quadrats i allargats.

Pasta amatriciana, un dels plats de pasta clàssics de la cuina romana a Come ‘na Vorta.

Marina Cacciapuoti, fundadora de la revista i l’agència de viatges Italy Segreta, diu que és un error pensar que la pasta fresca és millor que no pas la pasta seca.

“En realitat, la qualitat depèn de la farina, de la procedència i del procés d’elaboració”, explica. “Alguns dels millors plats de pasta d’Itàlia són pensats per preparar-los amb pasta seca, no pas pasta fresca.”

I, per contra, “veure algú preparant pasta fresca rere un aparador no és, en si mateix, cap indici de qualitat ni autenticitat.”

La capital italiana, certament, no va curta de restaurants excel·lents especialitzats en pasta fresca d’unes altres regions. Katie Parla, guia i escriptora, diu que el fet que un restaurant anunciï la pasta fresca com a cuina tradicional romana li fa saltar les alarmes. Fer visible el procés d’elaboració de la pasta als clients? Encara més sospitós.

“Si ho penses bé, és una eina de màrqueting altament enginyosa”, diu Parla, que fa més de vint anys que viu a Roma. “La idea és escenificar el procés al públic. És molt fotogènic: emula allò que la gent percep com a autèntic.”

Un treballador prepara la pasta en una restaurant romà.

El concepte de veure el procés de preparació del menjar en directe, com si fos un espectacle d’entreteniment, no és estrictament nou, ni a Itàlia ni a uns altres països. Moltes pizzeries, per exemple, preparen la massa en directe; els restaurants de sushi sovint preparen el menjar a plena vista dels clients que seuen a la barra. 

“És millor que un programa de cuina: és teatre en directe”, diu Karima Moyer-Nocchi, historiadora gastronòmica i autora d’un llibre sobre la història de la pasta. I afegeix que la tendència dels aparadors de pasta va més enllà de l’entreteniment: és una mostra pública “d’italianitat, de l’essència de ser italià”. 

Històricament, explica Moyer-Nocchi, els italians consideraven la pasta un luxe reservat per a ocasions especials. La pasta, al cap i a la fi, és un producte laboriós elaborat a partir d’ingredients “que ara potser no són gaire cars, però que aleshores costaven una fortuna”. I afegeix: “Poder posar un plat de pasta a taula significava que es disposava del temps i els diners que calien per preparar-lo.” 

Avui dia, la pasta fresca ha tornat a recuperar l’estatus de producte de luxe. La majoria dels qui mengen pasta rarament solen preparar-la de zero: ni tan sols les àvies italianes d’avui, tan ocupades amb les exigències de la vida moderna com els estrangers. 

Això dóna peu a estereotips i concepcions errònies: “Com que ets una dona gran i ets italiana, s’assumeix que duus tot això al teu ADN”, diu Moyer-Nocchi. “Doncs, com en qualsevol altre indret, a Itàlia hi ha dones a qui no els agrada cuinar, que no són capaces de cuinar. Els plats de la meva sogra [italiana] són francament terribles.” 

Amb el pas del temps, l’elaboració de la pasta ha passat de ser una tasca purament domèstica a ser tot un símbol del patrimoni cultural italià, tan romàntic com els gondolers cantaires de Venècia. Els restaurants, certament, són els primers de fer gala d’aquest patrimoni als seus clients: “Venen Itàlia, la Itàlia que la gent enyora”, diu Moyer-Nocchi. “Fins i tot als italians els encanta aquesta idea; ven molt.

Clients fan cua per a una taula en un restaurant prop de Campo de’ Fiori.

A l’ombra del Panteó, a la Piazza della Rotonda, es forma una cua quilomètrica. La gent espera taula a l’Osteria da Fortunata, una cadena de restaurants que serveix els “sabors de l’autèntica cuina romana”, segons que resa la pàgina web. 

Els clients del restaurant que sopen a la terrassa gaudeixen d’una vista de postal de la basílica i de la plaça, plena de gom a gom, on uns adolescents es fan petons a la vora d’una font. El personal, vestit amb camises blanques i davantals negres –alguns dels quals duen auriculars, com si fossin agents del servei secret–, serveixen plats de terracota esmaltada curulls de pasta.

A la part posterior del menjador, darrere un gran finestral, una dona estira làmines gruixudes de massa en una taula de fusta.

Osteria da Fortunata i Come ‘na Vorta − Pasta e Vino són les dues cadenes de restaurants que han popularitzat la tendència dels aparadors de pasta a Roma. “Tots dos pertanyem a la mateixa família”, diu Marcello Bettozzi, que gestiona Come ‘na Vorta juntament amb el seu pare i els seus tres germans.

No és pas una expressió figurada. La família de la seva tia és la propietària d’Osteria da Fortunata, que té cinc locals a Roma, tres a Milà, un a Bolonya i un a Miami, als Estats Units. Menja ‘na Vorta té set locals a Roma i dos a Milà i preveu d’expandir-se aviat a l’estat espanyol i Anglaterra.

Local d’Osteria da Fortunata a Roma.

Ambdues empreses tenen l’origen en una besàvia que, segons que expliquen, obrí una fiaschetteria –una mena de celler– a final dels anys vint. La seva filla, Iris Palombi, heretà el negoci i transformà el petit local “en un restaurant amb totes les de la llei”, segons que explica Bettozzi.

Als anys dos mil, la família Bettozzi obrí uns quants locals nous i, inspirant-se en les pizzeries on els clients podien veure els pizzaiolos pastar la massa, instruí el personal a preparar la pasta a l’aparador. De seguida, la pràctica es convertí en “una mena de tret identitari”.

Fou aleshores que la família decidí de dividir el negoci en dues marques diferenciades.  Ambdues empreses asseguren que serveixen autèntiques especialitats romanes elaborades amb ingredients ecològics, i en ambdues destaca la presència d’un cuiner a l’aparador. Bettozzi reconeix que la pràctica “és màrqueting, per descomptat”, però nega que sigui un engany o trampa publicitària.

“Crec de debò que és important mostrar què fem, perquè la gent a voltes subestima el valor de la nostra feina: que si l’únic que cuinem és pasta, que si cuinar pasta no és tan difícil…”, diu. “Treballem set dies la setmana, vint-i-quatre hores el dia, tres-cents seixanta-cinc dies l’any […] i això ens ajuda a mostrar què s’amaga rere la porta de la cuina.”

 

[Fotos: Luigi Avantaggiato - font: Washington Post - reproduït dins www.vilaweb.cat]


Israël: une société qui s’interroge sur son avenir

Écrit par Marc Lefèvre

Israël traverse une période charnière de son histoire. Si la guerre, les tensions régionales et les crises diplomatiques occupent l’avant-scène, les interrogations les plus profondes concernent désormais les fractures internes qui traversent la société israélienne. Entre dynamisme économique, polarisation politique, montée des extrémismes religieux et défis démocratiques, le pays s’interroge sur son avenir et sur les fondements de son unité nationale. Pour prendre la mesure de ces questions, par-delà les opinions et les analyses il semble judicieux de procéder à une observation en profondeur, sans jugement, de ce qui occupe les esprits au sein des diverses composantes d’une société israélienne qui s’interroge sur son avenir.

Un avenir incertain

Un observateur extérieur pourra être frappé par la diversité de cette société où se côtoient les manifestations les plus extrêmes de la modernité et des traditions religieuses qui confinent parfois à la radicalité.

Israël est à la pointe de plusieurs innovations technologiques majeures dans des domaines aussi variés que les télécommunications, la cybersécurité et l’exploitation des ressources de l’intelligence artificielle. Les conflits militaires auxquels il a été confronté ainsi que les incertitudes persistantes sur la sécurité de la région n’ont pas eu d’impacts notables sur son économie. Une lourde charge budgétaire est générée par la continuation de l’état de guerre depuis le 7 octobre, et cette charge est vouée à augmenter quand on intégrera toutes les dépenses de réhabilitation et de reconstruction des zones dévastées, ainsi que les coûts liés aux dommages humains et traumatiques sur les soldats et les civils.

Mais l’économie générale ne s’en trouve pas significativement affectée, malgré la désorganisation du marché de l’emploi causée par les incessantes périodes de rappel des réservistes militaires. Porté par un excédent permanent de sa balance des paiements et par une monnaie qui s’est renforcée face à la faiblesse du dollar, le PIB par habitant en parité de pouvoir d’achat (PPA) est même devenu comparable à celui de la France. Et les investissements étrangers continuent à affluer dans les secteurs de la haute technologie, où le marché de l’emploi est stimulé par les demandes en continu de nouveaux recrutements. Mais ces données encourageantes ne suffisent pas à créer un sentiment de sécurité dans une société déstabilisée par un état de guerre qui s’éternise et dont on ne voit pas l’issue.

Sur tous les théâtres de guerre qui ont été ouverts, les résultats, même significatifs d’un point de vue strictement militaire, restent fragiles. À Gaza, l’évolution du rapport de force entre le Conseil de la Paix voulu par Donald Trump et le Hamas toujours présent est incertaine. La nouvelle frontière dessinée avec la Syrie reste potentiellement instable, et les premiers signes apparaissent d’un renouveau des affrontements internes entre les différentes composantes de la société syrienne. Les opérations menées conjointement avec les États-Unis en Iran n’ont pas atteint leurs objectifs : le régime des mollahs et des Gardiens de la Révolution s’en trouve renforcé et en position d’imposer sa loi aux États arabes du Golfe. Au Liban, le pouvoir politique en place se retrouve face au défi majeur d’asseoir son contrôle sur un Hezbollah aidé par l’Iran, et Israël risque de se retrouver une fois de plus dans le piège d’une occupation militaire des zones frontalières.

Après presque trois ans de guerre, la société israélienne ne peut pas éviter de comparer les sacrifices humains consentis par une majorité de sa population avec la fragilité des résultats obtenus. Portées par les urgences du quotidien, les questions de fond sur les possibilités réelles d’un retour à la stabilité sont occultées, et tardent à se faire jour.

Un observateur peu au fait des réalités et des sensibilités qui habitent ce pays portera spontanément son attention sur les péripéties extérieures les plus spectaculaires. Il fera le lien entre la brutalité politique de la coalition gouvernementale au pouvoir et les violences de colons en Cisjordanie. Il notera une augmentation de la criminalité et de la corruption, en particulier au sein des populations arabes. Il assistera aux provocations et à l’indécence de minorités religieuses juives ultra-orthodoxes qui marchandent leur soutien à une coalition gouvernementale en fin de vie, et obtiennent des avantages spécifiques, au détriment du reste de la population. Il constatera que la pression sur les réservistes oblige à rallonger la durée du service militaire. Des conscrits libérables vont être contraints de rester sous les drapeaux pendant des mois supplémentaires tandis qu’une minorité religieuse extrémiste qui refuse la conscription bloque le pays en suscitant des manifestations de plus en plus violentes.

Mais à ce stade, la multiplication des observations sur les phénomènes les plus spectaculaires ne renseigne pas sur ce qui traverse en profondeur la société israélienne dans ses diverses composantes.

Un pays crispé et incompris       

Les aspirations sous-jacentes restent encore peu formulées, mais les éléments qui commencent à émerger du débat politique à l’échéance des prochaines élections législatives permettent néanmoins de dégager quelques grandes lignes.

Avant même sa naissance, Israël a été confronté au défi de faire face à l’hostilité qui l’entoure. Et cette confrontation à l’hostilité et à la nécessité d’y répondre n’a pas quitté Israël ni sa population depuis le début de sa courte existence. Selon les périodes, cette gestion de l’hostilité a pu être habile et intelligente, mais aussi souvent maladroite et excessive. Il en ressort une société de plus en plus crispée, habitée par le sentiment général d’être incomprise et mal acceptée.

En tout état de cause, le Moyen-Orient est depuis des dizaines d’années le théâtre d’une suite ininterrompue de guerres civiles et d’affrontements ethniques et religieux plus cruels les uns que les autres. Et quelles que soient les sensibilités politiques ou religieuses, le sentiment collectif prédominant est que les indignations mondiales sont sélectives et qu’Israël en recueille plus que sa part.

La société israélienne a dû faire le constat que l’horreur ressentie dans le monde par la barbarie des massacres perpétrés par le Hamas le 7 octobre 2023 a été vite oubliée et effacée. Après près de trois ans de conflit, les avis en Israël restent partagés sur la nature et l’ampleur des ripostes mises en œuvre face aux agressions subies. Et le débat continue, en particulier chez les responsables de la défense et de la sécurité, sur l’absence de perspectives politiques de sortie des conflits en cours. Mais au-delà des divergences d’opinion et d’analyse, le sentiment qui prévaut est que Israël est un pays isolé, dont le droit à se défendre n’est globalement pas reconnu.

C’est dans ce contexte général d’isolement et d’incompréhension que s’articule le débat politique dans le pays. La droite et l’extrême-droite annexionniste, qui rejettent le principe même de la recherche d’une solution aux revendications nationales palestiniennes, ont beau jeu d’exploiter l’hostilité internationale pour continuer à enfoncer la société israélienne dans le scepticisme et le repli sur soi.                                       

Aspirations et perspectives   

La campagne électorale qui commence est le théâtre de marchandages et de surenchères au sein de la coalition gouvernementale. Les manœuvres du gouvernement Netanyahou pour affaiblir les contre-pouvoirs juridiques sont incessantes. La volonté de dénaturer la démocratie, de créer les conditions d’établissement d’un régime autoritaire et sans contrôle, est clairement affichée par le gouvernement encore en place. Des minorités de colons extrémistes violents et d’ultra-orthodoxes bruyants monopolisent l’attention des médias et donnent l’image d’une société divisée et conflictuelle.

Mais une analyse des premières propositions des partis d’opposition au gouvernement Netanyahou donne une indication des thèmes qui pourraient faire bouger les lignes et sortir de l’actuel brouhaha.               

En premier lieu, une aspiration au retour à l’apaisement et à une unité nationale à reconstruire. L’ex chef d’état-major, Gadi Eizenkot, est le seul leader de l’opposition qui monte dans les sondages et qui se positionne comme une alternative crédible à Benjamin Netanyahou. Son parcours militaire et politique dit son dévouement au pays. Mais c’est sa modestie personnelle qui semble séduire une population fatiguée de l’arrogance et des rodomontades de ses actuels dirigeants.

L’aspiration au retour à l’apaisement et à l’unité nationale se retrouve aussi dans la proposition de raffermir et stabiliser la démocratie en l’appuyant sur une véritable Constitution, qui suppléerait à la Déclaration d’Indépendance originelle, mise à mal il y a quelques années par la promulgation des lois sur l’identité nationale.                                   

Les enjeux liés à une démocratie à défendre et à une unité nationale à retrouver posent aussi la question de la place de la religion dans le débat national. Les écarts de taux de natalité entre les familles religieuses ultra-orthodoxes et les autres secteurs religieux ou laïques de la population ont bouleversé l’équilibre démographique en Israël. Si les familles religieuses traditionnelles ont un taux de natalité supérieur aux familles laïques (3 à 4 enfants par famille religieuse, comparés à 2,5 enfants pour les familles laïques), le taux de natalité chez les ultra-orthodoxes est de 6 à 7 enfants par famille. Ainsi la population ultra-orthodoxe croît de 4% par an et représente désormais 14% de la population totale du pays en 2025 alors qu’elle ne comptait que pour 4% en 1980.

Ce bouleversement démographique renforce le poids électoral et social de cette communauté ultra-orthodoxe, et éclaire aussi les conflits actuels sur son opposition à la conscription militaire et sur l’affaiblissement en ressources humaines de l’armée. Le refus de cette communauté ultra-orthodoxe de prendre sa part du fardeau des responsabilités nationales tout en monnayant son soutien politique au gouvernement Netanyahou par des avantages fiscaux et budgétaires suscite une réprobation générale du reste de la population, qu’elle soit laïque ou religieuse traditionnelle.

Si un changement politique s’annonce en Israël, la nouvelle coalition au pouvoir devra veiller à une meilleure répartition des obligations et des devoirs qui incombent aux différents secteurs de la population. Elle devra également répondre à une attente générale pour plus de tolérance et de respect mutuels des différentes composantes de cette société.

La place de la religion, en particulier de la religion dominante, dans le fonctionnement du pays et dans le quotidien de ses habitants a toujours fait débat en Israël, et des conceptions différentes se sont toujours opposées. Les déséquilibres d’évolution démographique des différents secteurs de la population viennent aujourd’hui exacerber ces divergences. Alors qu’une unité du pays est perçue comme nécessaire face aux menaces extérieures, les affrontements internes sur les questions religieuses se conjuguent aux confrontations politiques, et contribuent à fragiliser la société israélienne de l’intérieur. Tôt ou tard, ces fractures internes devront être traitées.

À l’instar de nombreux pays développés, les comparaisons internationales nous disent que le niveau général d’éducation en Israël est en baisse. Parmi les 15 pays de l’OCDE évalués, Israël se retrouve dernier en mathématiques et avant-dernier en compréhension écrite. Si la baisse constatée, en particulier en mathématiques, est la plus forte parmi les pays de l’OCDE, elle se caractérise surtout par de très fortes inégalités internes propres au système éducatif israélien.

Israël recueille ainsi le fruit du compromis historique conclu par David Ben Gourion au moment de la création de l’Etat, qui a permis la coexistence d’un système d’éducation d’État avec des systèmes d’éducation parallèles ressortant des diverses tendances religieuses nationales, orthodoxes et ultra-orthodoxes. Conjugué à la croissance démographique continue de la population ultra-orthodoxe, le mauvais niveau général de l’éducation dans le système scolaire rattaché à ce secteur est un signe avant-coureur des difficultés auxquelles sera confronté le marché du travail pour recruter à l’avenir des travailleurs qualifiés. C’est pourquoi un renforcement de l’enseignement des matières de base, en particulier les matières scientifiques et les langues étrangères, et l’uniformisation des différents systèmes parallèles d’éducation, deviennent une revendication majeure des partis d’opposition.

Le défi démocratique

À l’approche des élections législatives annoncées pour l’automne, les sondages créditent régulièrement l’opposition actuelle d’un avantage en sièges sur la coalition Netanyahou actuellement au pouvoir. Mais à ce stade, cet avantage n’est pas suffisant pour lui garantir une majorité absolue stable.

Cette probable fragilité politique à venir illustre une autre question non résolue, celle de l’intégration des minorités, arabes et autres non juives, au sein de la société israélienne. Si de nombreux arabes israéliens de toutes confessions ont pu trouver leur place dans les professions de la santé, du droit et dans l’enseignement, si les Druzes et de nombreux Bédouins servent dans l’armée et accèdent à des postes de responsabilités, l’intégration des minorités non juives au sein de l’Etat d’Israël reste un sujet ouvert.

Si on exclut la Cisjordanie occupée, l’horreur ressentie par les massacres du 7 octobre n’a pas donné lieu à des affrontements significatifs de nature ethnique et nationaliste au sein de l’État d’Israël dans ses frontières reconnues. Pendant ces trois années de tension, se sont même développées beaucoup d’initiatives de rapprochement et de solidarité entre communautés juives et arabes. La relative tranquillité dont jouissent des villes multicommunautaires comme Haifa ou Akko (Saint-Jean D’Acre) en est un exemple. Mais en même temps, la criminalité et la corruption ont atteint un niveau inégalé au sein des localités arabes israéliennes. À cet état d’insécurité permanent, facilité par la passivité d’une police aux mains d’un ministre d’extrême-droite, s’ajoute la mauvaise volonté administrative israélienne qui empêche un développement urbain régulé des localités arabes.

Face à cette situation, les différents partis politiques arabes israéliens jouent leur rôle d’opposants, en demandant, chacun à leur façon, que les minorités non juives en Israël soient traitées sur un pied d’égalité avec le reste de la population.

Une tentative timide d’intégration politique avait eu lieu quand le parti Ra’am (Liste Arabe Unie) de Mansour Abbas s’était rallié au gouvernement dirigé par Naftali Bennet et Yair Lapid, avant le retour au pouvoir de Benjamin Netanyahou. De crainte d’effrayer les électeurs de droite qu’il faut encore rallier, une majorité des partis d’opposition se refusent encore à intégrer des partis politiques arabes dans une future coalition à bâtir. Mais les chiffres et la démographie parlent. Une démocratie israélienne stable aura besoin de toutes les composantes de la société, y compris les minorités non juives, pour que le pays ne soit plus l’otage de ses franges ultranationalistes et religieuses messianiques.   

L’État d’Israël est né, a grandi et continue d’exister en étant confronté à des adversités de formes et d’intensité diverses. De plus en plus isolé et se sentant incompris, la seule confiance qu’il trouve est dans son énergie et sa vitalité propre. Face aux choix qui s’offrent, il faudra que l’énergie et la vitalité qui caractérisent cette société dans toutes ses composantes, fassent le choix de la construction plutôt que celui d’une fuite en avant autodestructrice. Si les Israéliens savent que les avis et les critiques seront abondants, ils savent également que les mains tendues bienveillantes seront rares. Pour la majorité d’entre eux, ils se rappelleront une fois de plus qu’avant d’être israéliens, ils sont d’abord et avant tout juifs.

 

[Source : www.telos-eu.com]

Barcino recupera «Liliana», la faula definitiva d’Apel•les Mestres

L’obra que el poeta i dibuixant Apel·les Mestres (mort fa noranta anys) va anunciar com el resum de la seva obra —la història de la dona d’aigua ‘Liliana’— torna en una edició d'Editorial Barcino que inclou totes les il·lustracions originals, el llibret per l’adaptació musical amb Enric Granados i els figurins per a aquella obra. 

Escrit per Àlex Milian 

Era el dibuixant realista admirat per tots els lectors, l’il·lustrador somiat pels escriptors, però també un poeta modernista al qual els joves de L’Avenç i de Joventut (1899-1903) demanaven un colofó literari. La resposta d’Apel·les Mestres va ser Liliana, que culmina obres anteriors (Idilis) que barrejaven natura, folklore autòcton i reivindicació (Mestres també era el poeta dels valors republicans). Una obra «que parla», segons l’estudiós Josep Maria Domingo, «de l’oposició entre natura i civilització, de la natura com a temple (...), del mal inherent a la condició humana, de l’eterna dialèctica entre la vida i la mort». 

Liliana té la influència, segons Domingo, d’unes històries de fades que s’havien fet molt populars a la Gran Bretanya en l’època victoriana, com In fairyland de William Allingham i amb il·lustracions de Richard Doyle (1869) o Flora’s Feast. A Fairy’s Festival of Flowers de Walter Crane, històries on es barregen fades i gnoms i elfs. Apel·les Mestres li dona el toc de folklore popular necessari amb la protagonista, Liliana, que seria una dona d’aigua en l’imaginari mitològic català. 


Però l'Apel·les Mestres dibuixant —que era un il·lustrador d’un realisme estricte en els encàrrecs novel·lístics— de Catalunya i Espanya, va optar, a Liliana, per un model diferent que s’acostava més als prerafaelites anglesos (John Everett Millais i la seva Ofèlia), a pesar del blanc i negre.   

Domingo no creu que es pugui dir que Liliana és ecologista, però sí que se’n pot fer una lectura ecologista de Liliana. Perquè Apel·les Mestres destaca la «necessitat del respecte i la cura de l’ordre natural de les coses» i «denuncia la violència i la rapacitat, qualsevol element que introdueixi el trasbals al bosc és un problema d’ordre: ho és Liliana —perquè escampa l’amor i provoca desavinences entre els gnoms—, però encara són un trasbals més greu el llenyataire que mata el roure primigeni o els caçadors que entren al bosc a matar».  

Domingo hi veu la influència de Henry David Thoreau (Walden o la vida als boscos) i de William Morris, fundador del moviment Arts & Crafts (modernisme a l’anglesa) i model d’artista total (poeta, dissenyador, escriptor, polític), com també havia esdevingut Apel·les Mestres.  

L’edició de Liliana que ha fet Barcino té el poema narratiu d’Apel·les Mestres; el llibret que l’escriptor va fer per una versió musical de Liliana, amb partitura d’Enric Granados («que suavitza la història de Liliana i és més complaent amb el públic», segons Domingo); els figurins que Mestres va dissenyar per poder representar aquesta obra; un glossari, i un estudi introductori de Josep M. Domingo. 

L’autor de l’estudi introductori, Josep Maria Domingo (esquerra), i Oriol Magrinyà, editor de Barcino, amb primeres edicions de ‘Liliana’.

Anna Fernàndez-Clot, que s’ha encarregat de l’edició de l’obra, ha traslladat el text original (prefabrià) a l’ortografia actual (el Pròlech de l’edició original és Pròleg), però no ha retocat les opcions lèxiques que Apel·les Mestres va elegir i que, en cas de ser modificades, podrien afectar la mètrica del poema (els gnomos continuen sent gnomos). 

El resultat és un poema de lectura molt fàcil, sense grans entrebancs, amb una faula màgica, propera i encisadora, defensora de la natura en una època que no estava de moda, quan era més comú servir-se del bosc en benefici propi que com a ecosistema amb un equilibri precari (que això és l’ordre de la natura). Els gnoms Flok, Mik i Puk recorden més Somni d’una nit d’estiu que obres més recents, però és impossible endevinar quin és l’origen dels tres blancbarbats sense conèixer més d’Apel·les Mestres.  

Com recorda Josep Maria Domingo, Mestres va morir l’endemà del començament de la Guerra Civil (el 19 de juliol de 1936) sense hereus, i ha estat impossible recuperar la seva biblioteca. Els seus béns van ser cedits a l’Ajuntament de Barcelona; primer es van dispersar, després es van perdre alguns i els que queden són a l’Arxiu de la Ciutat. Però és impossible endevinar quins llibres van alimentar la seva imaginació.  

Els detalls gràfics d’aquesta Liliana (els frisos del començament d’alguns capítols; les llànties de separació i les il·lustracions) sovint han desorientat els lectors cap a l’estudi dels detalls més ínfims dels dibuixos mentre oblidaven el text. Cal rellegir-lo per reavaluar-lo. 

 

[Foto de l'autor - font: www.eltemps.cat]

sábado, 18 de julho de 2026

Boualem Sansal, la «leyenda» libre

En “La Légende”, el escritor franco-argelino relata su año de detención en la cárcel de Koléa, en Argel. Sus palabras resuenen como un grito de libertad.


Escrito por Jacobo Machover 

“De vuelta al mundo de los vivos”, dijo en entrevista el escritor franco-argelino Boualem Sansal. 

Desde que salió de la cárcel de Koléa, en los alrededores de Argel, en noviembre de 2025, después de un año de detención, todos esperábamos el relato detallado de su calvario por el exprisionero franco-argelino. ¿Todos? No. Y menos aún sus propios antiguos editores y cerca de doscientos escritores que decidieron serles fieles después de un cambio de editorial muy sonado y polémico en el ámbito cultural francés. 

Boualem Sansal, sin duda, no se esperaba eso, una querella de editores algo ridícula, sino más bien las muestras de solidaridad a las que tiene derecho alguien que vivió el infierno de las mazmorras del régimen socialista-nacionalista-medio islamista del Frente de Liberación Nacional que gobierna el país en que nació, Argelia, desde 1962, fecha de su independencia de Francia después de una guerra larga y cruel  A su edad –cerca de 80 años–, Sansal tenía ganas de ver su obra a disposición de sus eventuales lectores, los que siguen desde hace tiempo su literatura y sus tomas de posición y los que lo han descubierto a raíz de su desgracia. 

Y la obra ya está aquí, desde el 2 de junio. La tengo sobre mi mesa. Se titula La Légende (“La leyenda”). La he leído con ansiedad y con un intenso cariño. Reconocí en el libro la fuerza de convicción de su autor y la capacidad de imaginación literaria (siempre a partir de lo real) de que es adepto. El título, La leyenda, hace referencia al apodo que le pusieron sus compañeros de captividad, quienes lo veían como alguien que iba a poder liberarlos de la dictadura, sobre todo los cabilios, que son mayoría en la mayor cárcel del África. No los terroristas islamistas, de los cuales Boualem Sansal es un enemigo mortal, ya que advierte constantemente a los europeos del peligro que representan. 

“Leyenda” es un término polisémico. Abarca también a todos los que lo apoyaron durante su larga detención, escritores y personalidades políticas de todos los bandos –sobre todo de derecha, hay que reconocerlo–, subrayando el papel jugado por el exministro francés del Interior Bruno Retailleau, candidato a la próxima elección presidencial y blanco predilecto del gobierno argelino, frente al cual adoptó una postura de enfrentamiento abierto, en contradicción con el aún ministro de Asuntos Exteriores y con el presidente Emmanuel Macron. La izquierda, discretamente al principio, abiertamente ahora, se apartó del movimiento de solidaridad, por considerar que no había que atacar a ese régimen “anticolonialista” y propagandista a ultranza de los movimientos palestinos: Sansal es un gran amigo de Israel, adonde viajó en otros tiempos, hecho que le fue reprochado durante las caricaturas de juicio a las que fue sometido. El abogado que eligió, François Zimeray, reconocido defensor de los derechos humanos, fue revocado por las autoridades por ser judío. La izquierda troglodita no puede pronunciarse a su favor, ya que invoca la influencia de Solzhenitsyn o la de Václav Havel, en cuyo país, Checoslovaquia, vivió un tiempo, lo que le permitió sin duda conocer la verdad sobre el “socialismo real”. 

La “leyenda” es también poética. En su soledad, Boualem Sansal se recitaba a sí mismo los versos de José María de Heredia, de François Villon o de Paul Verlaine y otros clásicos de la lengua francesa, que él ensalza por encima de todo. Más: escribe un largo poema con los otros detenidos para atacar la dictadura del presidente Tebboune (“Teb el maldito”). Y con esas poesías en mente, se escapa hacia otros horizontes, de amor y de esperanza, donde se encuentra con su mujer, Naziha, su segunda esposa, callada pero determinada, siempre fiel. No ha querido escribir una “literatura carcelaria”, de denuncia del “Reglamento” promovido por un sistema que se apoya en “la Religión, la Historia y la Revolución”, en la que únicamente se reflejara el horror que vivió: se trata efectivamente de un libro abierto, desordenado a veces, compuesto de vaivenes en el tiempo y en los espacios, que vuela hacia múltiples horizontes. 

Boualem Sansal es mi amigo del alma, un hermano (“Tú eres un hermano”, me escribe en reciprocidad en un mail reciente). Desde que lo conocí, de casualidad, el 11 de septiembre de 2023, él ocupa parte de mi vida y mis andanzas. Lo he acompañado en mi mente con gran emoción durante su encarcelamiento y algunas veces desde su liberación, resultante de un “indulto”  concedido por el “bandido-presidente” de Argelia al presidente alemán Frank-Walter Steinmeir, no a Macron. Boualem Sansal aún no se considera completamente libre: exige que sea reconocida su inocencia, a lo que tiene derecho. Sus palabras, sin embargo, resuenan como un ejemplo, como un grito de libertad para todos los hombres y mujeres que, desde Cuba, Irán o Rusia, se atreven a desafiar a sus dictadores, que se creen todopoderosos pero que no pueden nada contra la “leyenda” contenida en unas palabras de libertad y de combate.  

 

[Fuente: www.letraslibres.com]

 

Parlamento israelita aprova lei que permite segregação de género nas universidades

Oposição fala num "Estado de aiatolás". Alteração discriminará mulheres no acesso ao ensino superior, confirmando uma decisão do Supremo Tribunal de Justiça já existente.  


O parlamento israelita aprovou esta quinta-feira uma lei que autoriza a segregação por género no ensino superior, com 52 votos a favor e 43 contra. A legislação permite às universidades criar percursos de estudo separados para homens e mulheres em mestrados e doutoramentos, e vem ainda consagrar na lei uma decisão do Supremo Tribunal de Justiça de 2021 que já permitia a segregação em licenciaturas, mediante certas condições. A proposta foi apresentada por Limor Son Har-Melech, deputada do partido de extrema-direita Otzma Yehudit, liderado por Ben Gvir. 

Os defensores da lei procuraram vesti-la de progressismo, alegando que visa alargar o acesso ao ensino superior a mulheres religiosas. O argumento, no entanto, dificilmente esconde o que está em causa: a institucionalização de uma separação entre sexos que, para os críticos, em nada difere de outras formas de exclusão sistémica já em curso na sociedade israelita. 

Os deputados da oposição exibiram cartazes com a mensagem de que segregação é sinónimo de exclusão, acusando o governo de tentar transformar Israel num "Estado de aiatolás", comparando a nova lei à segregação entre homens e mulheres já visível nos passeios de Bnei Brak, cidade de maioria ultraortodoxa. 

Esta legislação surge no quadro de uma coligação governamental israelita dominada por partidos de extrema-direita e ultraortodoxos, que tem vindo a atacar direitos individuais em Israel, enquanto leva a cabo um genocídio em Gaza e um ataque sem precedentes na Cisjordânia e no Líbano.

 

[Foto: Palácio do Planalto/Flickr - fonte: www.esquerda.net]

sexta-feira, 17 de julho de 2026

La darrièra frontièra verda, Mato Grosso

La forèst de la region es plan prigonda e los fluvis e rius son utilizats per las comunautats localas per se desplaçar 


Escrich per Christian Andreu

En Brasil, quand comença la selva comença tanben una mar infinida de color verda que sonque càmbia de ser. Se sèm dins una forèst de l’interior del país, coma la de Mato Grosso, sèm en un territòri ont la natura es encara la que contraròtla lo ritme de vida e de mòrt dels sieus abitants.

Mato Grosso, vòl dire «Brossa Espessa», un territòri d’una biodiversitat estonanta. D’efièch, Mato Grosso es un gigant geografic qu’amassa Amazonas amb la savana seca de Cerrado e tanben los paluns de Pantanal. Lo païsatge doncas es pas omogenèu. Es plan mai complèxe.

La màger part del territòri es sus un replanat central, conegut coma lo PlanaltoCentralBrasileiro. Lo relèu es tras qu’ancian, amb una edat de milions d’ans. L’erosion aicí a balhat luòc a un dels accidents geografics mai interessants, las chapadas.

Las chapadas son de formacions montanhosas gigantas amb de cimas planas, coma se de gigants aguèsson copat las cimas de las montanhas amb un cotèl. Un de las pus celèbras, la Chapada dos Guimarães, demòra coma un monument gigant de ròca roja al mièg del replanat. Las siás parets pòrtan encara los secrets de mars interiors del Cretacèu e de canhons prigonds, de caunas misteriosas e de sauts d’aiga estonants.

Un cambiament total del relèu

Aqueste relèu accidentat arriba fins al bacin de Pantanal, un replanat que patís d’inondacions regularas. Lo bacin es la màger region inondabla de la planeta. Lo sòl es tan plan que l’aiga espèra de meses per trobar una sortida. E Mato Grosso distribuís l’aiga mai nauta cap a las tèrras pus bassas.

Mato Grosso, en mai d’aquò, se dessepara encara en tres territòris pr’amor de tres grans bacins de flumes: al nòrd Amazònas, La Plata al sud e encara lo fluvi Tocantins a l’èst. Tanben i a d’afluents celèbres coma Xingu, Teles Pires o Juruena que travèrsan lo territòri abans de desbocar dins Amazonas.

La forèst de la region es plan prigonda e los fluvis e rius son utilizats per las comunautats localas per se desplaçar. Mai al sud encara, i a los rius Paraguai e Cuiabá, qu’inondan cada an mai de 140 000 quilomètres cairats, e tresmudan lo païsatge en un grand lac amb tota sòrta d’illas de vegetacion.

Una ressorsa basica

L’aiga, en Mato Grosso, es benlèu la ressorsa pus presada. Lo sòl fa partida de l’aqüifèr Guaraní, una de las resèrvas d’aiga doça sosterranha mai grandas del mond. La region es tanben un centre de produccion d’energia idroelectrica, malgrat la polemica environamentala, car las restancas empachan los cicles reproductius del peissum.

Al sègle XVIII, los bandeirantes descobriguèron d’aur dins la maire del riu Cuiabá. Uèi, las minas son tanben importantas pr’amor de la descobèrta de diamants, de manganesa e de calç. Mai important encara es lo sòl del luòc, qu’ajuda a aver una agricultura estonanta, de sòja, de milh e de coton.

Lo rei de Mato Grosso es lo jaguar (Panthera onca), conegut al nivèl local coma onça-pintada. En Pantanal, los felins son los màgers de l’espècia de tota la planeta. E totes los etològs van en Mato Grosso per los estudiar. Mas tanben i a de jacarés (caimans). N’i a de milions d’especimens. Que s’amassan per centenas pendent la sason seca. Tanben i a de loiras gigantas (ariranhas), que luchan valentament contra los jaguars.

En Mato Grosso tanben i a mai de 650 espècias d’aucèls. Lo mai grand papagai del Mond i demòra, es lo guacamai blau (Anodorhynchushyacinthinus). Lo jabirú e la cigonha giganta li fan companhiá. A las ribas dels fluvis s’atròba de formiguièrs gigants, de lops de crinièra (lobos-guarás), de pichons rosegaires e de centenats d’espècias de mamifèrs e d’anfibians. 

Carlos Alves/CC

S’al nòrd i a la selva d’Amazonas, al centre i a Cerrado e a l’èst lo Pantanal del Sud. La selva septentrionala ten d’arbres de mai de 45 mètres de naut, coma lo noguièr de Brasil (Bertholletia excelsa) o encara lo tauarí. E de milièrs d’orquidèas e de bromèlias cobrisson los troncs umids.

Cerrado es una savana. Los arbres i son mai pichons. Lor rusca es singulara e plan accidentada pr’amor qu’aital se protegisson contra lo fuòc. Pantanal, per contra, es plen de plantas aqüaticas coma lo jacint d’aiga o los nenufars gigants. Pendent la sason seca, lo sòl es un dels melhors del Mond.

Uèi encara i demòran 40 nacions indigènas. Los shavantes, de valents guerrièrs, e los bororos, qu’estonèron l’antropològ Claude Lévi-Strauss. Mai al nòrd, al Pargue Indigèna de Xingu (1961) i a los kamaiurás e los kuikuros, que demòran en patz amb la natura com an fach totjorn.

Los abitants d’origina europèa son tanben arribats dins la zòna. Son los celèbres pantaneiros, qu’an una cultura pròpria ligada a l’aiga e al noirigatge. E qu’an daissat la lor marca dins la region. Durant los darrièrs decennis tanben i son pervenguts de gauchos, del sud de Brasil.

La persona reala qu’inspirèt Sir Conan Doyle pel Mondperdut foguèt Percy Harrison Fawcett, coronèl e topograf britanic. Mai tard, la siá existència tanben seriá utilizada per crear lo personatge de ficcion d’Indiana Jones. Fawcett pensava que dins la sèrra do Roncador i aviá las roïnas d’una civilizacion plan anciana, Z, anteriora a la civilizacion egipciana.

En 1925, Fawcett, acompanhat de son filh Jack, e un amic, Raleigh Rimell, intrèron dins la forèst de Mato Grosso a partir de Cuiabá. Lo 29 de mai Fawcett envièt lo sieu darrièr messatge a la siá femna: “Cal aver paur de cap de desbranda...”

Puèi, silenci total. Los tres òmes desapareguèron a tot jamai. Dempuèi alara mai de 100 expedicions an ensajat de comprene la lor destinada. Fòrça d’eles tanben desapareguèron per totjorn. Los abitants de la region disián que foguèron assassinats per de tribus indigènas o encara qu’èran pervenguts a un portal cap a un mond sosterranh.

Uèi, l’arqueologia a descobèrt d’ancianas implantacions precolombianas units, las vilas-jardin. Fawcett, doncas, aviá rason: i aviá una anciana civilizacion en Mato Grosso mas èra pas de pèira e d’aur mas de tèrra e fusta.

Uèi, Mato Grosso es un territòri de lucha entre ecologistas e companhiás agricòlas. La tòca es d’arrestar la desforestacion e de salvar las comunautats indigènas. Una region ont la geologia, l’aiga, la flòra, la fauna e l’umanitat encara son ligats per de fils invisibles e prims. Benlèu per aiçò salvar lo territòri de Mato Grosso tanben vòl dire salvar la planeta, pr’amor de la crisi climatica actuala.

 

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