Prima capitale europea della cultura transfrontaliera, la città slovena e la sua gemella italiana mostrano un'Europa in cui la frontiera scompare dal paesaggio, ma rimane impressa nella memoria.
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| Un manifesto di Nova Gorica-Gorizia "Capitale europea della cultura transfrontaliera". | Photo: ©GpA |
- Di Gian-Paolo Accardo
Sono rari i luoghi in Europa in cui l'idea di frontiera è allo stesso tempo molto presente e, di fatto, totalmente assente dal paesaggio. Non è quindi un caso che Nova Gorica e Gorizia siano state le prime città a condividere il titolo inedito di capitale europea della cultura transfrontaliera nel 2025.
Da un lato, Nova Gorica, città nuova creata praticamente dal nulla in Jugoslavia all'indomani della Seconda guerra mondiale; dall'altro, Gorizia, millenaria città asburgica, passata all'Italia dopo la Prima guerra mondiale e amputata di diversi quartieri e del suo entroterra dopo la sconfitta dell'Italia fascista.
Molto meno famoso di quello di Berlino, il muro – in realtà una recinzione sormontata da filo spinato – che divideva la città e segnava il confine con la Jugoslavia era ben visibile nella piazza della stazione, ed era la prima cosa che vedevano i viaggiatori che sbarcavano a Nova Gorica. La recinzione è stata progressivamente smantellata a partire dal 2004, in occasione dell'adesione della Slovenia all'Unione europea.
Da quando il Paese è entrato nello spazio Schengen, nel dicembre 2007, il confine è solo simbolico. Oggi, solo una targa fissata al suolo sul piazzale della stazione e i resti della base della recinzione ricordano che un tempo due visioni dell'Europa e del mondo si fronteggiavano in quel luogo. Il posto è diventato uno dei simboli della fine della Guerra fredda e dell'unità europea e, in questa giornata di fine autunno, diversi gruppi di turisti fanno la fila per scattare una foto con un piede su ciascun lato della linea di demarcazione.
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Se oggi sloveni e italiani vivono tutto sommato in buona armonia e se le due città che un tempo si voltavano le spalle sembrano oggi essersi fuse al punto che si può passare, almeno a piedi, da una all'altra senza rendersene conto, alcuni simboli ricordano che non è sempre stato così e che, per alcuni, la frattura non è ancora completamente sanata.
“È difficile parlare di una vera e propria riconciliazione quando Mussolini è ancora cittadino onorario di Gorizia e l'associazione dei veterani della X MAS [un'unità d'élite del regime di Salò] è sempre la benvenuta al municipio di Gorizia, con commemorazioni alla presenza dell'assessore alla cultura”, tempera Luka Lisjak Gabrijelčič, storico, politologo e direttore della rivista culturale di Nova Gorica Razpotja.
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“Dall'altra parte del confine”, continua, sul monte Sabotin, che domina la città e che fu teatro di una sanguinosa battaglia durante la Prima guerra mondiale, “la scritta TITO”, dedicata al fondatore della Jugoslavia socialista (1953-80), “è ancora ben visibile sopra la città; non è una reliquia del passato, ma è stata ricostruita una decina di anni fa”. Come per rispondergli, un tricolore si illumina di notte a poche decine di metri di distanza, lato italiano. Qui il confine è ancora ben reale.
“Dopo l'ingresso della Slovenia nello spazio Schengen, molti speravano che le due ‘città gemelle’ si sarebbero unite definitivamente in un unico spazio urbano transfrontaliero”, spiega Gabrijelčič. “Queste aspettative sono però state deluse: nei 15 anni successivi a quel momento si è sentito spesso dire che ‘i muri più difficili da abbattere sono quelli che sono nella testa delle persone’”.
Un sentimento confermato dal sindaco di Nova Gorica, Samo Turel, a proposito della doppia Capitale europea della cultura: “È un sogno lungo 40 anni per gli abitanti di entrambi i lati del confine che si concretizza con questo progetto. Quale modo migliore per abbattere davvero i confini che rimangono: quelli che permangono nelle nostre teste e nelle nostre culture”.
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Samo Turel | Foto: ©Luka
Mavri, Razpotja
Intervenendo in occasione della trentatreesima conferenza di Eurozine, la rete di media culturali europei di cui fa parte anche Voxeurop, Turel ha ricordato che questo stesso confine “era stato tracciato nella carne della popolazione, separando le fattorie dai loro fienili, i cortili degli edifici e i cimiteri”.
L'evento è stato co-organizzato da Razpotja nel centro EPIC, situato proprio accanto al confine italiano e dedicato all'interpretazione del Ventesimo secolo, un luogo definito “all-man's land” da Mija Lorbek, direttrice di Nova Gorica/Gorizia Capitale europea della cultura. È proprio sul superamento di questa demarcazione fisica e mentale che le due città hanno inaugurato il concetto di Capitale europea della cultura transfrontaliera, come ha spiegato Lorbek nella stessa occasione.
Gabrijelčič è d'accordo: "Penso che sia stata un'esperienza fondamentale per entrambe le città. La cultura ha acquistato più rilevanza nella vita quotidiana a Nova Gorica e Gorizia, e la consapevolezza del suo peso è aumentata in due realtà urbane che forse in passato l'avevano troppo trascurata“, afferma. ”Ma soprattutto, le due città hanno preso coscienza di avere storie importanti da raccontare a un pubblico più ampio. Storie che rimangono rilevanti per l'Europa di oggi. Ancora più che in passato.”
Si potrebbe essere tentati di parlare di “riunificazione” per le due città, sul modello di tante altre città che le guerre e i trattati hanno diviso e poi riunito, ma il caso di Nova Gorica e Gorizia è diverso e, a suo modo, unico.
Quando fu tracciata la frontiera tra l'Italia e la Repubblica socialista di Slovenia, in occasione del trattato di Parigi del 1947, fu deciso che a Gorizia sarebbe stato seguito il tracciato della ferrovia transalpina, che collegava Trieste a Linz, in Austria, e segnava il confine settentrionale della città. La stazione ferroviaria di Gorizia fu così praticamente il primo edificio della nuova città che il maresciallo Tito, che guidò la Jugoslavia fino alla sua morte nel 1980, volle erigere come vetrina del socialismo a portata di vista dell'Occidente.
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| La scultura “Il ribelle”, sulla facciata del municipio di Nova Gorica. | Foto: ©GpA |
La nuova città fu quindi costruita secondo un progetto elaborato dall'architetto sloveno Edvard Ravnikar, allievo di Le Corbusier, e si ispirava al razionalismo che dominava all'epoca. Secondo l'intenzione di Tito, avrebbe dovuto diventare una vetrina del socialismo. Il contrasto con la Gorizia barocca e ottocentesca non potrebbe essere più forte. Molti giovani provenienti da tutta la Jugoslavia, i “mladinici”, parteciparono alla costruzione del nuovo centro città, la cui strada pedonale centrale è una delle prime ad essere state costruite in Europa.
Il cuore di Nova Gorica ruota attorno alla spianata su cui si affacciano il teatro nazionale e il municipio. Progettato dall'architetto Vinko Glanz, quest'ultimo presenta diversi simboli che evocano la storia recente, come le quattro sculture in stile realismo socialista che decorano la facciata – i due “Ribelli” guardano ovviamente verso l'Italia – e l'affresco di Slavko Penkov che decora la sala del consiglio comunale. Quest'ultimo illustra la storia della Primorska (la regione di Nova Gorica), dedicando ampio spazio all'occupazione italiana (1916-1943) e alle violenze che ne seguirono. La leggenda vuole che gli ospiti italiani seduti al lungo tavolo che occupa la sala siano sistematicamente invitati a prendere posto di fronte a questa parte dell'affresco.
Il gesto non è insignificante, come ricorda Luka Lisjak Gabrijelčič: “Le narrazioni storiche rimangono contrapposte, spesso in modo piuttosto teso e non privo di atti di violenza – più verbale e simbolica che fisica, a dire il vero. D'altro canto, ci sono sempre più iniziative che promuovono il dialogo tra queste diverse interpretazioni e cercano di presentarle come elementi di una realtà stratificata”.
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Una realtà che gli abitanti delle due città sembrano essersi appropriati. Ne hanno avuto la prova quando la barriera fisica che era scomparsa un giorno del febbraio 2004 è riapparsa nel marzo 2020. “La pandemia di Covid-19 ha segnato una cesura importante”, racconta Gabrijelčič.
“Da un giorno all'altro, il muro – in senso quasi letterale, perché si trattava di una recinzione metallica – è tornato a ergersi”, ricorda lo storico. "Le famiglie sono state separate; molte persone non potevano più attraversare il confine per andare al lavoro o visitare amici e parenti. È stato un momento davvero traumatico che ha fatto capire che, in realtà, le due realtà urbane erano già molto più unite di quanto pensassimo”.
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Negli ultimi anni, “questa consapevolezza si è tradotta in numerosi progetti comuni”, continua. “Molti conservano un sapore amaro: i controlli di polizia alla frontiera che erano stati istituiti durante il periodo del Covid sono ancora lì, ora in nome della lotta contro l'immigrazione”.
La sera, sul lato italiano, al posto di frontiera di Erjavčeva ulica/Via San Gabriele, unico punto di passaggio stradale tra le due città, un agente ferma e poi, dopo alcune domande di routine, lascia passare le poche auto che entrano a Gorizia. Di fronte alla sua guardiola fiocamente illuminata, quella slovena è stata trasformata in un centro culturale e artistico dedicato alla riscoperta delle memorie condivise dagli abitanti di queste “due città-comunità che vivono fianco a fianco eppure in realtà parallele”.
| Capitale europea della cultura: titolo simbolico o strumento politico? |
Lanciata
nel 1985 come iniziativa prevalentemente simbolica volta a promuovere gli
scambi culturali, la Capitale europea della cultura si è, secondo molti
ricercatori, progressivamente trasformata in
uno strumento politico che combina governance culturale, sviluppo urbano e
costruzione dell'identità europea.
Gli
studi che mettono a confronto le città capitale europea dagli anni Novanta
evidenziano una tensione ricorrente tra la partecipazione culturale
d'iniziativa locale e il controllo politico da parte del governo centrale, in
particolare quando entrano in gioco importanti finanziamenti per le
infrastrutture e la visibilità dell'Ue. Il 2000, anno in cui sono state
designate contemporaneamente nove città, ha segnato una svolta, a seguito della
quale la commissione europea ha progressivamente formalizzato i
criteri di selezione, i meccanismi di valutazione e i requisiti in materia di
impatto a lungo termine.
Negli
anni 2010 alcuni ricercatori hanno criticato sempre più aspramente quella che definiscono “strumentalizzazione
della cultura”: le città utilizzano il marchio Capitale europea della cultura
per giustificare progetti di ristrutturazione immobiliare, la costruzione di
edifici emblematici e strategie turistiche che spesso marginalizzano gli attori
culturali locali. Analisi comparative di città come Pécs 2010 (Ungheria), Sibiu 2007 (Romania)
o Plovdiv 2019 (Bulgaria)
mostrano che, sebbene il numero di visitatori aumenti spesso temporaneamente, i
vantaggi sociali e culturali dipendono fortemente dai modelli di governance e
dall'autonomia delle istituzioni culturali locali.
Il
caso di Pécs 2010 è ancora ampiamente citato come esempio da non seguire.
Inizialmente concepito come un progetto di rinnovamento culturale condotto a
livello locale, il programma è stato progressivamente preso in mano dagli
interessi politici centrali, con conseguenti superamenti dei costi, ritardi nei
progetti faro e danni istituzionali duraturi. I media ungheresi, in particolare HVG,
hanno mostrato come la programmazione culturale sia stata più volte subordinata
alle scadenze dei lavori di costruzione e alla simbologia politica, mentre
diversi luoghi culturali che erano stati promessi hanno aperto con anni di
ritardo o non hanno mai svolto la loro funzione iniziale. Più di un decennio
dopo, Veszprém-Balaton 2023 è
stato deliberatamente presentato come una risposta correttiva dal governo di Viktor Orbán.
Traendo esplicitamente insegnamento dall'esperienza di Pécs, gli organizzatori
hanno evitato investimenti prestigiosi una tantum e hanno preferito distribuire
le risorse tra decine di piccole città e iniziative culturali.
In questo contesto, il modello transfrontaliero Nova Gorica-Gorizia 2025 è ampiamente considerato dagli studiosi come un'esperienza correttiva: sposta l'attenzione dalle infrastrutture al patrimonio comune, alla memoria delle regioni di confine e alla partecipazione civica transnazionale. Resta aperta la questione se questo modello possa resistere alle pressioni strutturali che hanno plasmato le precedenti capitali europee della cultura e il suo successo non è garantito. Le Capitali europee della cultura 2026 sono Oulu (Finlandia) e Trenčín (Slovacchia). |
🤝 Questo articolo è stato scritto nell'ambito del progetto europeo PULSE. György Folk (EUrologus/HVG) ha contribuito alla sua stesura.
[Fonte: www.voxeurop.eu]














