Sarebbe fuorviante rimanere sulla constatazione di uno stanco meccanismo autocitazionista e, forse sottotraccia, anche autocelebrativo, perché l’attenzione viene riportata, se non proprio con costanza e rigore sempre e comunque con una precisa consapevolezza del (meta) discorso avviato, sulla cornice del film nel film.
di Fabrizio
Croce
Il suono delle lettere battute sulla tastiera di un computer che comincia a sentirsi fin dai titoli di testa, annuncia già uno degli intrecci portanti della struttura di Amarga Navidad, nuova stazione drammaturgica del romanzo cinematografico e della parafrasi autobiografica di Pedro Almodóvar: stavolta El Deseo, nome della casa di produzione fondata assieme al fratello Augustin e ispirata al tram di Tennessee Williams, scorre a partire dall’apparizione del suo fiammeggiante marchio grafico nel rapporto generativo con la scrittura che diventa immediatamente immagine, memoria, riflesso della realtà nel farsene non imitazione o mimesi, ma esplicita riformulazione nella misura del rapporto tra verità e finzione, tra organizzazione interna del racconto e le imponderabili digressioni esterne della vita parallelamente vissuta. Il primo piano, inteso come frontale close-up e anche come prima inquadratura, non può essere che quello di un regista e sceneggiatore (nell’accezione tout court di autore) colto nel processo in medias res della realizzazione della sceneggiatura per un film.
Il dispositivo cinematografico si rivela più che mai nella sua evidenza e trasparenza, e non c’è l’hitchcockiano incastro tra falso e vero flashback, tra ricostruzione spazio temporale del set, del ricordo e del presente, con relativo capovolgimento di prospettiva e percezione, di precedenti opere almodovariane che ne sono i più diretti riferimenti: La mala educación (2004), vertigo straziante, desiderante e torbida di un complesso di colpa, e Dolor y gloria (2019), tra la struggente elegia del primo amore diverso e l’analisi impietosa del rimpianto come forma sublimale e consolatoria di una perdita e di una rimozione. Nel caso di Raúl (Leonardo Sbaraglia), il volto che ci appare nel campo e controcampo dello schermo di un PC e delle parole che vi vengono computate sopra, il passaggio che da forma alla storia in progress introduce direttamente questa dialettica; e le parole continuano a scriversi su una sequenza ambienta nel 2004, dove Elsa (Bárbara Lennie), una donna che scopriremo essere una regista che ha rinunciato alle proprie ambizioni autoriali (dopo due flop diventati però “di culto”) sta facendo i conti con l’esordio di una crisi di panico e la voglia di riprovare con un terzo lungometraggio, dopo una routinaria carriera nella pubblicità. Ad accudirla e accompagnarla, c’è il suo ben più giovane compagno Bonifacio (Patrick Criado), con il quale già si pone un’asimmetria anagrafica, sociale, culturale (lui fa il pompiere e lo spogliarellista part time e lei lo aveva conosciuto ad un addio al nubilato, ingaggiandolo per uno spot di biancheria intima). Gli elementi per spalancare la voragine, o quantomeno il tarlo, di un altro melodramma sull’attrazione entusiasmante dei corpi e lo sgretolamento delle illusioni sentimentali ci sarebbe dunque, ma con la solita, magistrale e spiazzante capacità di passare da un piano all’altro della visione e dell’ascolto, Almodóvar mantiene il punto sul fatto che ci troviamo ai margini, parlando in termini di pagina scritta, di un film in potenza, ancora legato al testo e alla sua apertura verso direzioni e svolte inattese.
Si tratta di una dichiarazione anzi, in maniera
più risoluta, dell’affermazione di un punto di vista espresso già dal modo in
cui viene presentata la figura di Raúl: la mdp si muove infatti dal basso verso
l’alto, da dietro il computer, fino a fermarsi sul volto e sullo sguardo
concentrato del regista sceneggiatore, che impone sopra a tutto il primato
della propria creazione. E proprio partendo da questo presupposto vuole fare un
film, mettendone in abisso la questione nella trama e duplicando nel profilo di
Elsa il suo ego di artista che quasi rivendica il bisogno di acquisire,
utilizzare, manipolare la vita propria e quelle degli altri come materia
plasmabile a cui poter dare qualsiasi costrutto o elaborazione. Raúl ed Elsa
diventano l’uno il proseguimento e l’estensione dell’altra, tanto da arrivare a
dimenticarsi o a confondersi, in certi momenti, su chi stia raccontando la
storia di chi, pur essendoci l’inequivocabile chiarezza dell’assunto.
Uno straniamento che avviene anche perché le sequenze del mondo parallelo di Elsa diventano progressivamente più lunghe, cercando di individuare quello che potrebbe essere il tema principale del suo sentire, pensare ed agire: il conflitto, la colpa e il rimpianto (ancora loro) della donna che non è riuscita a salvare la madre malata, e ad elaborarne la morte, e che vorrebbe salvare ora le persone a lei più care e vicine (una sua collaboratrice tradita dal marito, un’amica più giovane alle prese con il dolore incommensurabile per la morte di un figlio); una volontà, apparentemente altruista ma sostanzialmente egoriferita, che la porta a credere di scrivere nel copione che sta elaborando un salvifico finale alternativo per loro, confondendo la possibilità del processo creativo di integrare, compensare e in parte risanare i traumi e le ferite della vita, con l’onnipotenza di chi crede di avere il diritto di accentrare chiunque e qualsiasi cosa intorno al nucleo del proprio estro.
Amarga Navidad – Regia e sceneggiatura: Pedro Almodóvar; fotografia: Pau Esteve Birba; montaggio: Teresa Font; musica: Alberto Iglesias; interpreti: Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Bárbara Lennie, Victoria Luengo, Patrick Criado, Quim Gutiérrez, Milena Smit; produzione: Agustín Almodóvar per El Deseo; origine: Spagna, 2026; durata: 111 minuti; distribuzione: Warner Bros Italia.
[Fonte: www.close-up.info]




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