quarta-feira, 10 de junho de 2026

«Amarga Navidad» film di Pedro Almodóvar

Sarebbe fuorviante rimanere sulla constatazione di uno stanco meccanismo autocitazionista e, forse sottotraccia, anche autocelebrativo, perché l’attenzione viene riportata, se non proprio con costanza e rigore sempre e comunque con una precisa consapevolezza del (meta) discorso avviato, sulla cornice del film nel film. 

di Fabrizio Croce

Il suono delle lettere battute sulla tastiera di un computer che comincia a sentirsi fin dai titoli di testa, annuncia già uno degli intrecci portanti della struttura di Amarga Navidad, nuova stazione drammaturgica del romanzo cinematografico e della parafrasi autobiografica di Pedro Almodóvar: stavolta El Deseo, nome della casa di produzione fondata assieme al fratello Augustin e ispirata al tram di Tennessee Williams, scorre a partire dall’apparizione del suo fiammeggiante marchio grafico nel rapporto generativo con la scrittura che diventa immediatamente immagine, memoria, riflesso della realtà nel farsene non imitazione o mimesi, ma esplicita riformulazione nella misura del rapporto tra verità e finzione, tra organizzazione interna del racconto e le imponderabili digressioni esterne della vita parallelamente vissuta.  Il primo piano, inteso come frontale close-up e anche come prima inquadratura, non può essere che quello di un regista e sceneggiatore (nell’accezione tout court di autore) colto nel processo in medias res della realizzazione della sceneggiatura per un film.

Il dispositivo cinematografico si rivela più che mai nella sua evidenza e trasparenza, e non c’è l’hitchcockiano incastro tra falso e vero flashback, tra ricostruzione spazio temporale del set, del ricordo e del presente, con relativo capovolgimento di prospettiva e percezione, di precedenti opere almodovariane che ne sono i più diretti riferimenti: La mala educación (2004), vertigo straziante, desiderante e torbida di un complesso di colpa, e Dolor y gloria (2019), tra la struggente elegia del primo amore diverso e l’analisi impietosa del rimpianto come forma sublimale e consolatoria di una perdita e di una rimozione. Nel caso di Raúl (Leonardo Sbaraglia), il volto che ci appare nel campo e controcampo dello schermo di un PC e delle parole che vi vengono computate sopra, il passaggio che da forma alla storia in progress introduce direttamente questa dialettica; e le parole continuano a scriversi su una sequenza ambienta nel 2004, dove Elsa (Bárbara Lennie),  una donna che scopriremo essere una regista che ha rinunciato alle proprie ambizioni autoriali (dopo due flop diventati però “di culto”) sta facendo i conti con l’esordio di una crisi di panico e la voglia di riprovare con un terzo lungometraggio, dopo una routinaria carriera nella pubblicità. Ad accudirla e accompagnarla, c’è il suo ben più giovane compagno Bonifacio (Patrick Criado), con il quale già si pone un’asimmetria anagrafica, sociale, culturale (lui fa il pompiere e lo spogliarellista part time e lei lo aveva conosciuto ad un addio al nubilato, ingaggiandolo per uno spot di biancheria intima). Gli elementi per spalancare la voragine, o quantomeno il tarlo, di un altro melodramma sull’attrazione entusiasmante dei corpi e lo sgretolamento delle illusioni sentimentali ci sarebbe dunque, ma con la solita, magistrale e spiazzante capacità di passare da un piano all’altro della visione e dell’ascolto, Almodóvar mantiene il punto sul fatto che ci troviamo ai margini, parlando in termini di pagina scritta, di un film in potenza, ancora legato al testo e alla sua apertura verso direzioni e svolte inattese. 

             Leonardo Sbaraglia

Si tratta di una dichiarazione anzi, in maniera più risoluta, dell’affermazione di un punto di vista espresso già dal modo in cui viene presentata la figura di Raúl: la mdp si muove infatti dal basso verso l’alto, da dietro il computer, fino a fermarsi sul volto e sullo sguardo concentrato del regista sceneggiatore, che impone sopra a tutto il primato della propria creazione. E proprio partendo da questo presupposto vuole fare un film, mettendone in abisso la questione nella trama e duplicando nel profilo di Elsa il suo ego di artista che quasi rivendica il bisogno di acquisire, utilizzare, manipolare la vita propria e quelle degli altri come materia plasmabile a cui poter dare qualsiasi costrutto o elaborazione. Raúl ed Elsa diventano l’uno il proseguimento e l’estensione dell’altra, tanto da arrivare a dimenticarsi o a confondersi, in certi momenti, su chi stia raccontando la storia di chi, pur essendoci l’inequivocabile chiarezza dell’assunto.

Uno straniamento che avviene anche perché le sequenze del mondo parallelo di Elsa diventano progressivamente più lunghe, cercando di individuare quello che potrebbe essere il tema principale del suo sentire, pensare ed agire:  il conflitto, la colpa e il rimpianto (ancora loro) della donna che non è riuscita a salvare la madre malata, e ad elaborarne la morte, e che vorrebbe  salvare ora le persone a lei più care e vicine (una sua collaboratrice tradita dal marito, un’amica più giovane alle prese con il dolore incommensurabile per la morte di un figlio); una volontà, apparentemente altruista ma sostanzialmente egoriferita, che la porta a credere di scrivere nel copione che sta elaborando un salvifico finale alternativo per loro, confondendo la possibilità del processo creativo di integrare, compensare e in parte risanare i traumi e le ferite della vita, con l’onnipotenza di chi crede di avere il diritto di accentrare chiunque e qualsiasi cosa intorno al nucleo del proprio estro. 

Aitana Sánchez-Gijón e Leonardo Sbaraglia
Qui si pone però un altro problema, che forse è l’impasse, il corto circuito, il respingimento che provoca questo tardo “natale amaro” del cineasta madrileno: Elsa, e con lei i personaggi che la contornano, portano su di loro una sorta di opacità, di sfocatura, di poca incisività, quasi con la triste consapevolezza di essere derivativi e derivative di un sistema di codici e di rimandi chiusi dentro l’acquisita, e appassionatamente e convintamente amata, almeno per chi scrive, costellazione del cinema almodovariano, per interposto l’ (ennesimo) alter ego, Raúl. Tra l’altro il gioco di specchi si infittisce ulteriormente, visto che a interpretare il regista è Leonardo Sbaraglia, con un aspetto che è molto simile a quello di Antonio Banderas in Dolor y gloria, dove invece Sbaraglia faceva l’amante perduto (adombrando, non da un punto di vista strettamente autobiografico quanto più emozionale, la stessa storia tra Banderas e Almodóvar). Come dire che siamo ormai arrivati al ribaltamento del ribaltamento di proiezioni e identificazioni, con tanto di versione omosessuale femminile. Anche i due densissimi momenti musicali dedicati a Chavela Vargas (Amarga Navidad è il titolo di una sua celebre canzone), appaiono come rimembranze acustiche a circuito chiuso, che comunque spalancano l’intenso e malinconico scenario di un pianto mancato, di un non detto rimasto tale.

Ma, come si diceva, sarebbe fuorviante rimanere sulla constatazione di uno stanco meccanismo autocitazionista, e forse sottotraccia anche autocelebrativo, perché l’attenzione viene riportata, se non proprio con costanza e rigore, sulla cornice del film nel film. Almodóvar disinnesca così il rischio del compiacimento (che passa, per i cinefili adoranti, nel cogliere questa o quella menzione della sua filmografia), attraverso la controparte incarnata da Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), la ventennale agente, confidente, prima e migliore lettrice del lavoro di Raúl, che assume anche il ruolo di controcanto, di coro a una voce o di voce fuori dal coro, che non amplifica il portato tragico di quello script poco ispirato ma ne commenta, nello spazio diegetico di uno scontro memorabilmente dialogato, la carenza drammatica ( “da film di un’ora che potrebbe andare bene per una serie su Netflix”, con una pungente ironia sulla decadenza autoriale che ricorda, dall’altra parte del tavolo, la scena del dialogo tra Nanni Moretti e gli automatizzati dirigenti di Netflix in Il sol dell’avvenire). E il fatto che questo sradicamento appassionato della roccaforte del proprio immaginario e delle sue estenuanti reiterazioni passi per la calda presenza di un’attrice carnale come Aitana Sánchez-Gijón riassesta il colpo al cuore di un ritrovato fuoco centrale. Un rito di orgasmica esaltazione, catalizzatore di un bruciante godimento e di spregiudicate contraddizioni, dove il sé stesso che sa di poter creare viene sempre un attimo prima dell’altro da sé che chiede di poter essere ascoltato, e l’occhio è al contempo quello che uccide e quello che da la vita.

In Concorso al Festival di Cannes 2026
In sala dal 21 maggio 2026


Amarga Navidad  –  Regia e sceneggiatura: Pedro Almodóvar; fotografia: Pau Esteve Birba; montaggio: Teresa Font; musica: Alberto Iglesias; interpreti: Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Bárbara Lennie, Victoria Luengo, Patrick Criado, Quim Gutiérrez, Milena Smit; produzione: Agustín Almodóvar per El Deseo; origine: Spagna, 2026; durata: 111 minuti; distribuzione: Warner Bros Italia.

 

[Fonte: www.close-up.info]

Sem comentários:

Enviar um comentário