Medico di formazione, figlio di immigrati egiziani e di fede islamica, dopo aver perso nel 2018 la corsa a governatore del Michigan si è costruito un seguito tra podcast e tv, per poi battere il repubblicano Mike Rogers sotto il tiro incrociato di Trump, dell’AIPAC e di una deputata del suo stesso partito
Il senatore degli Stati Uniti eletto in Michigan, Abdul El-Sayed.
di Andrea Lanzetta
«Mi chiamo Abdul Rahman
Mohamed El-Sayed». Nel discorso della vittoria, il neo-senatore degli
Stati Uniti del Michigan, il primo di fede musulmana mai eletto a Washington,
ha scandito il suo nome per intero, facendo il verso al presidente Donald
Trump, che lo aveva deriso più volte, chiamandolo «Mohammed». Con il 52,3% e
oltre 300mila voti in più, oggi ha battuto in Michigan l’ex deputato repubblicano Mike Rogers,
appoggiato all’ultimo momento anche dalla sua sfidante sconfitta alle primarie
democratiche Haley Stevens. Così il medico democratico di 42 anni, figlio di
immigrati egiziani, nato e cresciuto nei dintorni di Detroit, è diventato il
primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Il seggio, finora occupato
dell’ex senatore democratico Gary Peters, resta al suo partito, mentre ai
repubblicani sfugge una delle migliori occasioni per frenare l’onda democratica
di queste elezioni di midterm 2026. Ma il record dice poco del personaggio e
per capire chi è e come sia arrivato a Washington bisogna fare un passo indietro.
Da Rochester Hills alla medicina, alla politica
Nato il giorno di Halloween del 1984 a Rochester Hills, a nord di Detroit,
la sua prima lingua è stata l’arabo. Tanto che il suo nome completo, ha
scherzato più volte El-Sayed, contiene «suoni che escono da parti della gola
che la gente non sa di avere». Pur essendo nato in un sobborgo di Detroit, è
cresciuto nel sud-est del Michigan insieme ai genitori immigrati egiziani,
divorziati quando lui aveva soltanto tre anni. Il padre, Mohamed, originario di
Alessandria d’Egitto, emigrò negli Usa per proseguire gli studi universitari in
ingegneria meccanica alla Wayne State University. La madre Fatten El-Komy,
invece, lavora come infermiera in Missouri. Il giovane Abdul però è stato cresciuto dal padre e dalla
sua nuova moglie, anche lei ingegnere meccanico, Jacqueline Johnson, originaria
della contea di Gratiot, in Michigan.
Diplomatosi nel 2003 alla Bloomfield Hills Andover High School, dove praticava wrestling, football e lacrosse, si è poi specializzato in biologia e scienze politiche all’Università del Michigan, dove divenne un pilastro della locale squadra di lucrose. Nel 2007, dopo aver parlato a nome dei laureati triennali dell’Università, si sentì suggerire dall’ex presidente Bill Clinton, intervenuto alla stessa cerimonia, di pensare un giorno a una candidatura. Allora lui, come raccontato dal TIME, si mise a ridere. «Non so se ha visto il mio nome», gli rispose. «Per me non funzionerà». Tre giorni dopo Clinton gli scrisse direttamente: «Caro Abdul, il tuo discorso di laurea è stato splendido: ti auguro ogni bene e cercherò di vivere abbastanza a lungo da avere bisogno di te come mio medico». Dottore lo è diventato davvero, con la laurea al Columbia University College of Physicians & Surgeons nel 2014, e un dottorato di ricerca all’Oriel College di Oxford, dove era arrivato con una borsa di studio Rhodes e da capitano di lacrosse aveva ottenuto il “full blue”, il massimo riconoscimento sportivo dell’ateneo britannico.
Nominato docente associato presso il Dipartimento di epidemiologia della
Mailman School of Public Health dell’Università di Columbia, la professione
vera, però, non l’ha mai davvero esercitata. Una decisione presa, ha raccontato
più volte, dopo aver curato un paziente durante gli studi, quando capì di voler
affrontare i problemi del sistema più che prendersi cura dei singoli malati.
Nel 2015, a poco più di 30 anni, divenne responsabile della sanità di Detroit.
«Abdul non era destinato a fare il politico», riassume il sito della sua
campagna elettorale. «Ha studiato per diventare medico, ma ha capito che era la
nostra politica disfunzionale a far ammalare le persone». Non a caso, tra i
risultati rivendicati con orgoglio da direttore della sanità della contea di
Wayne, un incarico ottenuto nel dicembre 2022 e ricoperto fino al dicembre
scorso, c’è l’approvazione di un programma per cancellare fino a 700 milioni di
dollari di debiti sanitari, anche se finora l’amministrazione è riuscita a
estinguere di fatto soltanto poco più di 57 milioni per circa 83.200 persone.
Ma se per il suo esordio politico fu scelto direttamente
dall’allora sindaco di Detroit, Mike Duggan, la sua prima vera candidatura fu
quella a governatore. Nel 2017, infatti, lasciò il Comune, spinto, disse
allora, dal lavoro sulla crisi idrica a Flint per ottenere la massima carica
dello Stato. Alle primarie del 2018, però, nonostante avesse raccolto un gran
seguito e ben 5 milioni di dollari di donazioni individuali e avesse incassato
il sostegno del senatore statunitense Bernie Sanders, della candidata
democratica al Congresso, Alexandria Ocasio-Cortez, la sua sfidante e presto ex
governatrice Gretchen Whitmer lo sconfisse con oltre venti punti di margine.
«Era come dire: “Tutto si muove velocissimo. Non so a cosa prestare
attenzione”», ha ricordato di recente, paragonando quella corsa alla prima
volta in cui, a lacrosse, si gioca in una categoria superiore. Seguirono un
podcast, un libro, presenze fisse su YouTube e in tv, in attesa di un’occasione
che non sapeva se sarebbe arrivata. Alla fine però giunse nell’aprile dell’anno
scorso con la rinuncia a sorpresa di Peters al suo seggio al Senato federale.
Così El-Sayed lanciò la propria campagna per le primarie democratiche con uno
staff di una manciata di collaboratori. «Ad aprile ricordo di aver parlato a
una stanza di cinque persone», ha detto subito dopo il voto, ricordando quei
primi mesi.
Dopo il ritiro della senatrice dello Stato Mallory
McMorrow a luglio, la narrativa mediatica della campagna si trasformò presto in
una lotta tra il riformismo di El-Sayed e l’ala moderata del partito, sostenuta
dall’establishment e rappresentata dalla deputata statunitense Haley Stevens.
Ad agosto, però, vinse il neo-senatore, anche se per soli 14.893 voti, meno di
un punto percentuale su oltre 1,5 milioni di preferenze, contro una rivale
sostenuta dalla governatrice uscente Whitmer, dal senatore Peters, dal leader
dell’opposizione alla Camera, Chuck Schumer, e da oltre 60 milioni di dollari
di donazioni, di cui 33 milioni erogati dalla lobby filo-israeliana
dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e dalla sua affiliata
United Democracy Project. «Con le parole di Muhammad Ali, abbiamo scosso il
mondo», disse allora El-Sayed davanti alla statua dello Spirit of Detroit,
preparandosi a sfidare il repubblicano Mike Rogers.
Il programma, il nome e la fede
La sua vittoria ha scatenato un’ondata di retorica
anti-musulmana da parte dei suoi avversari, che lo hanno etichettato come un
candidato «radicale», in particolare per le sue posizioni di denuncia del
«genocidio» a Gaza, su cui si era già scagliato contro l’amministrazione Biden
e Kamala Harris nel 2024. Rifiutando l’etichetta di «socialista», che invece
molti suoi sostenitori rivendicano, ha definito le posizioni su Israele una
specie di test di Rorschach morale per i politici americani. «Se non riesci a chiamarlo per quello che è,
cioè un genocidio, come pensi di opporti a Donald Trump?», ha detto una volta
alla rivista britannica TIME. Alla CNN, invece, ad aprile, ha detto: «Hamas:
malvagio. Governo israeliano: malvagio. Possiamo dire entrambe le cose». Non a
caso, gli attacchi peggiori sono arrivati da destra.
A un comizio in Michigan, nove giorni prima del voto, il presidente Donald Trump ha descritto El-Sayed, senza fondamento, come un membro della Fratellanza Musulmana e ha avvertito che, se avessero vinto lui e i democratici, avrebbero invitato «orde di jihadisti» sulle coste americane. Poi, in caso di elezione, il magnate ha chiesto di far passare il neo-senatore dal metal detector per entrare in Campidoglio e lo ha chiamato più volte con il suo secondo nome, Mohamed. Il vicepresidente JD Vance lo ha invece accusato di sostenere la «legge della sharia», mentre l senatore John Kennedy ha detto che El-Sayed «dorme con una maglia di bin Laden». Lo stesso sfidante repubblicano Mike Rogers ha rilanciato accuse infondate sui legami della famiglia con il movimento dei Fratelli Musulmani, da cui El-Sayed ha sempre preso le distanze. A un incontro con gli elettori, a chi gli chiedeva se condannasse il gruppo, fece notare che dietro la domanda si nascondeva il presupposto che un musulmano abbia una «doppia lealtà» e debba necessariamente scegliere tra religione e nazione. «Non mi candido per essere un senatore musulmano», disse allora. «Mi candido al Senato degli Stati Uniti e mi capita di essere musulmano».
Eppure il suo programma sta tutto in una riga: «Soldi fuori dalla politica,
soldi nelle vostre tasche e assistenza sanitaria per tutti». Sull’ultimo punto
vanta un’esperienza di prima mano: «Ho letteralmente scritto il libro sul
“Medicare for All” perché l’assistenza sanitaria è un diritto umano, non un
privilegio». Una posizione che non ha nulla a che fare con gli addebiti dei
suoi avversari.
Il significato della sua vittoria
Non tutti i colpi, però, sono arrivati da destra. A marzo
un uomo ha lanciato un camion contro la sinagoga Temple Israel di West
Bloomfield, sfiorando le aule dei bambini, ed El-Sayed, che ha condannato
l’attacco, ha scatenato l’indignazione dicendo in un video che «le persone
ferite feriscono altre persone», con riferimento ai parenti che l’aggressore
aveva perso in un raid israeliano in Libano. Si è scusato, ma molti elettori
ebrei hanno letto in quelle parole una giustificazione, mentre lui respingeva
l’accusa di antisemitismo. Criticare il governo israeliano, ha sempre detto,
non significa essere antisemiti. Hanno fatto discutere anche le sue apparizioni
con Hasan Piker, l’influencer radicale secondo cui «l’America meritava l’11
settembre». «Se essere perfettamente inoffensivi bastasse a vincere le
elezioni», rispose El-Sayed ad aprile ai giornalisti, «Donald Trump non sarebbe
mai diventato presidente». Il colpo più clamoroso, però, è arrivato la domenica
prima del voto, quando Haley Stevens, che dopo le primarie aveva promesso di
sostenerlo, si è presentata in una chiesa di Detroit al fianco dello sfidante
repubblicano Mike Rogers: «Sono qui con la persona che voterò per il Senato
degli Stati Uniti e questa persona è Mike Rogers». «Niente di tutto questo
conta», ha minimizzato allora El-Sayed.
Eppure ha vinto, in uno Stato dove, secondo un sondaggio del New York Times condotto a settembre, solo il 34 per cento degli elettori probabili approvava l’operato di Trump. Ai democratici offre un controargomento a chi, tra i moderati, sostiene che i progressisti siano troppo vulnerabili negli Stati in bilico, e sarà una pietra di paragone nel dibattito su che partito vogliano essere. «Non mi importa come pronuncia il mio nome», disse El-Sayed rispondendo a Trump da un comizio di Grand Rapids. «Perché può benissimo continuare a chiamarmi “senatore”. Per te sarò il senatore Mohamed, bro». Una risposta che ha tutta l’aria di una promessa mantenuta.
[Foto: ZUMAPRESS/AGF - fonte: www.tpi.it]

Sem comentários:
Enviar um comentário