di Fabiana Sargentini
Titolo: Miroirs
No. 3 – Una macchina decappottabile corre per viuzze di campagna.
A bordo una giovane coppia discute. Frenata. Una donna di mezza età è sbucata
sul sentiero, dopo un breve scambio verbale la macchina riparte. Dopo qualche
curva il guidatore perde il controllo. Nell’aria risuona uno schianto metallico. La donna corre sul luogo dell’incidente e soccorre la ragazza, unica
superstite. All’arrivo dell’ambulanza la giovane dichiara di non voler essere
condotta in ospedale ma che preferirebbe rimanere lì, nella casa della soccorritrice.
La donna acconsente, senza fare una piega, come se si conoscessero.
In
un’atmosfera sospesa parte l’incontro tra due donne che hanno l’età anagrafica
per essere madre e figlia e invece sono due sconosciute. Quando si sveglia nel comodo letto Laura (Paula Beer) trova vicino degli abiti della sua
taglia e due tazze termiche su cui un bigliettino indica rispettivamente caffè
e tè. Scende in cucina e incontra Betty (Barbara Auer), la bella signora
che vive da sola nell’isolata casa della campagna tedesca. Parlano di cose
essenziali, la medicazione della ferita, gli studi della ragazza, il recinto da
ridipingere. Non si rivelano, si piacciono, si stanno accanto. Dopo qualche
giorno, Betty racconta dell’esistenza di un marito e di un figlio: decidono di
invitarli a cena. I due uomini – che esercitano il mestiere di meccanici nei
paraggi – trattano la donna con diffidenza, giungono facilmente a conclusioni
pregiudiziali, dubitano di lei, ragione per la quale forse l’hanno confinata
sola nella casa in campagna. L’arrivo di Laura dalla cucina con una pentola
fumante di un piatto tipico tedesco amato dai due contribuisce a distendere la
tensione. Ci sono cose non dette che è meglio non chiedere, capisce Laura. Ci
sono segreti che non è bene rivelare, capisce Betty. In questa doppia chiave il
rapporto tra le due donne si mantiene rispettoso e attento, in un’accezione di
cura che esonda in qualcosa di più che è difficile verbalizzare.
Max (Enno
Trebs), il figlio, più o meno coetaneo di Laura, è attratto dalla ragazza,
incuriosito le fa domande, scherza con lei che lo va a trovare quando è solo in
officina. In men che non si dica i quattro potrebbero facilmente venire
scambiati per i componenti di una famiglia felice. Ma sotto la patina molte
cose non tornano: un pianoforte scordato, i vicini che disapprovano in maniera
lampante passando e guardandoli, quei vestiti così perfetti di misura…
La ritualità dei gesti familiari – tagliare le verdure, riempire la lavastoviglie, stendere il bucato – si tinge di mistero nella semplicità di una inquadratura fissa fino allo sfinimento: il racconto si amplifica potenziando il non detto, lasciando emergere respiri e pause, parole tra gli sguardi, fantasmi evocati nel cuore e nei racconti.
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| Paula Beer (a destra) e Barbara Auer |
Rispecchiamento, tema del doppio, riconoscimento e memoria, questi i temi cari a Christian Petzold in tutta la sua cinematografia: in questo caso la pellicola sfugge alla classificazione di genere, thriller, mistery, omaggio hitchcockiano, la narrazione lineare dichiara un realismo venato di ambiguità, la complessità si riversa negli strati dell’umore di ognuna delle pedine di un gioco folle in cui non tutti sono a conoscenza delle regole. Non ci sono vittime, non ci sono carnefici, c’è un qualcosa che viene nascosto, qualcosa di perturbante che si annida in dettagli all’apparenza superficiali.
Lirico e
contemporaneo, un cinema che si direbbe fatto con poco: un numero ristretto di
attori, poche location, principalmente il casale, dialoghi essenziali, regia
incisiva. Non succede niente eppure succedono moltissime cose: nell’aria
serpeggia sotto le nuvole un mondo brulicante che non lascia emergere in
superficie che una spuma leggera, effervescente, stuzzicante, che solletica,
una marea pronta a travolgere tutto; eppure, forse destinata solo a implodere.
I quattro
protagonisti si muovono su una scacchiera classica ma secondo regole proprie,
imprevedibili: i giochi non si chiudono, si allargano, prendono nuove forme, i
legami sono mobili, mutevoli, discontinui, confondono lo sguardo, perdono
l’equilibrio per formarne uno nuovo. Lo spettatore assiste alla danza,
partecipa se ne sente il desiderio, osserva senza giudicare. All’interno di
ogni scena c’è un filo che si tende, una nota sospesa, una armonia ricercata e
mai raggiunta. Il clima generale del film può avviluppare o respingere: si sceglie
se entrare a farvi parte o trovarlo inconsueto, inverosimile, forzato.
La regia di Petzold è, comunque, spinta, decisa, immersiva, un’esperienza quasi fisica, certamente abile.
Miroirs
No. 3 –
Il segreto di Laura (Miroirs N.3) Regia e sceneggiatura:
Christian Petzold; fotografia: Hans Fromm; montaggio:
Bettina Böhler; interpreti: Paula Beer (Laura), Barbara Auer
(Betty), Matthias Brandt (Richard), Enno Trebs (Max), Philip Froissant (Jakob),
Hendrik Heutmann (Michael), Christian Koerner (Il padre di Laura), Victoire
Laly (Debbi); produzione: Schramm Film Koerner & Weber, ZDF,
ARTE; origine: Germania, 2025; durata: 86 minuti; distribuzione:
Wanted
[Fonte: www.close-up.info]

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