quinta-feira, 16 de abril de 2026

Teologia dello sterminio

 


di Dante Barontini

L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su sui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.

Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese e araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.

Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto a esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.

L’adesione della popolazione israeliana questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre.

E del resto ben difficilmente si è visto tra i soldati o i riservisti dell’Idf – uomini e donne, senza distinzioni – un rigetto delle pratiche più atroci. Fin dalle magliette stampate con lo slogan “un colpo, due centri” con cui rivendicano l’omicidio di donne palestinesi incinte.

Chi, tra loro, non regge a tanto orrore consuma la propria crisi in privato – con la depressione o il suicidio – ma non con l’opposizione attiva al genocidio.

Al fondo di una propensione di massa allo sterminio del “nemico”, cui non viene riconosciuta alcuna legittimità a esistere e vivere, addirittura da prima di nascere, non ci può essere soltanto un “interesse nazionale” o una brama di possesso territoriale fuori misura.

In fondo la modernità, con tutti i suoi massacri, aveva raggiunto lo stadio del reciproco riconoscimento del nemico come un altro con opposti interessi, ma simile a noi, e con cui si poteva stare in guerra o in pace. Non solo tra “capi di stato” che ben si conoscevano e frequentavano, spesso imparentati, ma anche tra la “carne da cannone” (celebri alcune tregue spontanee tra truppe contrapposte in occasione del Natale o della Pasqua, nella Prima guerra mondiale).

Solo nella pratica e nel pensiero coloniale era sopravvissuto, o si era imposta, la concezione dell’altro come res nullius, animale da soma da sfruttare o, se ribelle, sterminare. Solo nel colonialismo per la sostituzione etnica – la nascita e la creazione degli Stati Uniti, dell’Australia, in parte del Sudamerica – il genocidio era diventato “pratica normale”, ma comunque occultata, negata, minimizzata.

Da dove vien fuori, dunque, questa riduzione di intere popolazioni a bestia eliminabile? Con tanto di rivendicazione spudorata?

La mente corre immediatamente al nazismo, alla sua partizione dell’umanità in un “popolo eletto” – gli “ariani”, bianchi, possibilmente biondi – e untermenschen, ossia slavi, rom, ebrei, neri, minoranze “devianti” o nemici ideologici, come i comunisti.

Ma anche in questo caso la “fondazione valoriale” della partizione era affidata a miti misterici, riti esoterici, teorie pseudoscientifiche facilmente smentite. Infame e pericoloso, insomma, ma circoscrivibile, sradicabile, prima con le cattive e poi con una cultura di massa degna di questo nome.

Il sionismo genocida è oltre. La fondazione sul Vecchio Testamento riporta i ragionamenti a un mondo scomparso da duemila anni e più. A un libro collazionato con gli scritti di invasati vissuti in periodi diversi, ma tutti convinti di mettere nero su bianco gli ordini deliranti di un unico dio creatore dell’universo, ma che in tutta quella creazione ha a cuore solo alcune tribù di un territorio semidesertico che oggi sappiamo essere parte infinitesima di un pianeta minore in un sistema solare periferico, ai margini di una galassia altrettanto periferica dentro un cosmo che ne conta a milioni. Un dio piuttosto strambo, diciamo la verità…

Favole e “leggi” per pecorai di 3.000 anni fa, per i quali il mondo coincideva con quello che i loro occhi potevano vedere e i loro piedi avvicinare. In un tempo in cui l’universo era fatto di stelle fisse, con una Terra al centro, neanche ben conosciuta, e i popoli conosciuti forse qualche decina.

E’ chiaro come il sole che rispolverare queste cazzate senza senso nel terzo millennio è un modo sbrigativo di legittimare “divinamente” una pretesa suprematista e razzista comunque inaccettabile per l’umanità.

Ma è anche chiaro come il sole che chi fa questa operazione sa benissimo di sparare palle buone per i gonzi, riparandosi dietro l’orrore dell’Olocausto per ripeterne modalità e finalità. Solo che ora lo si fa su qualcun altro, che quell’orrore non c’entra nulla (pure la storia del Gran Mufti filonazista è storicamente un falso, dato che era stato scelto, nominato e imposto dagli inglesi).

Eppure quel fantasy senza senso è invocato come fondazione di un diritto divino a sputare in faccia a tutta l’umanità. Perché i palestinesi e poi gli arabi sono soltanto il “nemico di oggi”, il più vicino e quello con i territori che fanno gola ora. Ma nessun essere umano è considerato che questo “pensiero” come “amico”. Lì dentro ci sono solo servi o nemici, a parte il “popolo eletto”.

Si dirà che però questa follia biblica è in fondo anche il fondamento della cultura ebraica, e in parte anche di quella cristiana. E’ parzialmente vero, ma è un falso.

Il cristianesimo si è caratterizzato fin da subito – come poi l’Islam – come religione potenzialmente universale. Chiunque poteva diventare cristiano, nessuno era escluso per principio, tutti erano e sono “recuperabili”. Nessuna comunità era “eletta”. E anche la perversione avvenuta con il potere temporale e poi il colonialismo non riuscì a cancellare completamente questa universalità.

La cultura ebraica della diaspora, da parte sua, pur conservando la tradizione, si era evoluta convivendo – spesso in modo difficile e discriminato – con innumerevoli culture differenti. Era diventata in maggioranza per forza di cose “internazionalista”, dando vita e spessore al pensiero socialista o comunista in misura persino superiore alla quota proporzionale degli ebrei coinvolti nei movimenti politici.

Un merito, certamente, di cui bisogna esser loro grati. Da lì venivano anche Marx, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, il controverso Trotski, lo stalinista Kaganovic, Joe Slovo (comunista lituano diventato capo dell’ala militare dell’Anc nel Sudafrica dell’apartheid), Primo Levi, e migliaia di altri compagni che continuano a insegnarci moltissimo.

E poi tanti scrittori, musicisti, registi, attori, scienziati (l’immenso Einstein su tutti, non a caso fermamente antisionista).

Questo mondo che puntava alla liberazione di tutta l’umanità, anche con la Rivoluzione, sembra oggi quasi scomparso, divorato da un sionismo che, una volta ricevuta una “nazione” come compensazione dell’Olocausto, si è velocemente trasformato nell’etnonazionalismo più integralista e razzista che ci sia mai stato. Col genocidio nel dna, ma “per ordine divino”.

Conoscere i fondamenti di questo delirio genocida è necessario, anche perché il conoscerlo spazza via molte fantasiose ipotesi di risoluzione diplomatica della questione mediorientale. Bisogna sapere con chi si ha a che fare, per definire le scelte politiche realistiche.


[Fonte: www.sinistrainrete.info]

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