segunda-feira, 21 de setembro de 2026

Non eroi, ma alleati: noi palestinesi non dovremmo ignorare gli israeliani antisionisti

di Hanin Majadli

Haaretz

L’ingresso dei palestinesi nel mondo di ebrei e israeliani antisionisti, o di coloro che fiancheggiano la lotta palestinese, è in gran parte un prodotto del genocidio a Gaza. La visibilità che questa minoranza israeliana ha ricevuto sui media internazionali e sulle reti sociali l’ha fatta emergere nel dibattito palestinese come mai prima d’ora. I palestinesi ascoltano e seguono israeliani di sinistra antisionisti, o coloro che li fiancheggiano. Chi preferisce un mondo in bianco e nero è confuso. 

Come dovremmo relazionarci con questi israeliani? È una domanda che si sente spesso: ogni volta che un israeliano che si oppone all’occupazione ottiene fama internazionale, ogni volta che un ebreo parla dei crimini israeliani davanti a un pubblico abituato a ignorare le testimonianze palestinesi e ogni volta che un israeliano riesce ad arrivare dove i palestinesi difficilmente potrebbero. Prendiamo ad esempio Yuval Abraham, uno dei registi di “Naza”, il documentario sull’esercito israeliano a Gaza che questa settimana ha vinto un premio al Festival del Cinema di Venezia.  

Le affermazioni sono note: Abraham, da israeliano progressista, non lo fa per la liberazione della Palestina, ma per riabilitare Israele. Non sta facendo un favore ai palestinesi. Sta cercando di salvare la società alla quale appartiene, non per smantellare l’equilibrio dei poteri da cui trae beneficio. I suoi film in realtà non costituiscono una minaccia per Israele, ma gli permettono di presentare al mondo il suo lato progressista anche se sta distruggendo Gaza.  

Altri chiedono come si possano addirittura applaudire le testimonianze di colonialisti che raccontano i propri crimini. La visibilità li rende meno complici? Il fatto che una persona si opponga all’occupazione annulla il suo ruolo nella società degli occupanti? Anche se si sostengono i palestinesi si resta israeliani, si traggono vantaggi dai privilegi dello Stato, si fa parte della struttura all’interno della quale ha luogo l’oppressione.   

La reazione provocata da Abraham e da quelli come lui non è nata dal nulla. Tocca una ferita palestinese ben nota. Il mondo tende ad ascoltare in modo diverso gli israeliani e i palestinesi. Ciò offre credibilità, risonanza e prestigio a cose che i palestinesi hanno detto per decenni. Sembra che affinché le sofferenze dei palestinesi siano riconosciute debbano prima uscire dalla bocca di un israeliano.   

È una rabbia comprensibile. Ma questa rabbia talvolta porta a una conclusione problematica: che tutto quello che proviene dagli israeliani sia di per sé contaminato.   

Yuval Abraham e Rachel Szor sono dissidenti e in Israele i loro film non hanno suscitato entusiasmo, ma piuttosto rabbia, furore, uno scoppio di violenze, richieste di revoca della cittadinanza e persino il loro assassinio. Non sono stati accettati quali parte di un’opinione diffusa, neppure di quella progressista, ma bollati come traditori. Chiunque cerchi di presentarli come un’altra branca dell’hasbara israeliana, termine usato per i tentativi governativi di giustificare le loro politiche, sta ignorando la realtà.   

Abraham e i suoi collaboratori hanno accesso a documenti, testimonianze e fonti che noi palestinesi semplicemente non abbiamo. Possono entrare in luoghi a noi inaccessibili. Possono portare le voci del pilota, dell’ufficiale, dell’agente di intelligence, dell’operatore del sistema, del colono. Possono svelare il meccanismo dall’interno. Questo è un privilegio, ma ha un’importanza. Noi possiamo usare il loro aiuto per rafforzare le tesi palestinesi, non c’è bisogno di farci prendere dal panico.   

Ed è anche importante ricordare il momento in cui è stata creato questo film. Abraham e Szor hanno girato il documentario in un momento in cui, non solo agli occhi dei palestinesi ma anche a quelli degli ebrei dissidenti, Israele è meno simile all’Israele di Rabin e della colomba della pace sionista e più simile a “Non puoi fare un paragone”.   

Da palestinesi non dobbiamo vedere Yuval Abraham e Rachel Szor come eroi. Non dobbiamo levarci il cappello davanti a loro. Ma non è neppure il caso di crocifiggere gli israeliani che scelgono di farlo.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

[riprodotto su www.zeitun.info]


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