domingo, 13 de setembro de 2026

La destra israeliana sta facendo rinascere un classico del sionismo: ebraicizzare la Galilea

Ministri, ong e siti di notizie stanno unendo le forze per dipingere la crescita urbana dei palestinesi nel nord di Israele come un’“invasione” e promuovere l’insediamento ebraico. 


di Baker Zoubi

+972 Magazine 

Prima delle elezioni del mese prossimo la destra israeliana ha nel mirino un bersaglio vecchio e nel contempo nuovo: dopo Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme e il Naqab (Negev), ora politici di destra stanno promettendo sempre più spesso di usare la mano pesante sulla presenza palestinese in Galilea, nel nord di Israele. 

La politica nota come “ebraicizzare la Galilea” risale ai primi decenni di Israele, quando fu caratterizzata da espropri e restrizioni su vasta scala contro l’espansione delle città arabe e dalla creazione di nuove comunità ebraiche, tutto ciò con l’intento di ridefinire l’equilibrio demografico e spaziale della regione. 

Lo spirito di questa politica non è mai scomparso: nella regione la pianificazione urbana degli arabi è rimasta pesantemente limitata a favore dell’insediamento ebraico. Ma nelle ultime settimane la destra israeliana ha rinnovato questa campagna a voce alta. La possibilità stessa che una comunità araba possa espandersi, costruire un nuovo quartiere o avvicinarsi a un’altra comunità araba limitrofa è stata dipinta come una perdita di sovranità israeliana, una minaccia per la sicurezza e un cambiamento demografico fondamentale.  

A metà agosto il sito informativo di destra HaKol HaYehudi ha pubblicato un’inchiesta con il titolo “Il piano Khamaisi”. La ricerca presenta il lavoro del professor Rassem Khamaisi, un urbanista e ricercatore del villaggio di Kafr Kanna, come un progetto per l’occupazione araba “dall’interno” della Galilea. 

Il presunto piano, va detto fin da subito, è un’invenzione. Il reportage non rivela nessun documento segreto, ma semplicemente assembla articoli pubblicati, lezioni e vari programmi di Khamaisi, in cui egli è stato coinvolto da decenni, presentati come un malefico complotto nazionalista. 

Dai suoi tentativi di promuovere piani regolatori ed estendere i confini giurisdizionali fino alla regolamentazione dell’attività edilizia e al coinvolgimento dei cittadini arabi negli organismi di pianificazione, tutto questo è stato trasformato su un’unica mappa in blocchi arabi uniti che starebbero avanzando verso le principali strade e circondando le comunità ebraiche. 

L’“inchiesta” presenta lo sviluppo di queste comunità come una minaccia strategica e persino esiziale, sostenendo che nel caso di un conflitto i cittadini arabi sarebbero in grado di bloccare le principali arterie e separare il nord dal centro del Paese. Inutile dire che non viene presentata alcuna valutazione indipendente sulla sicurezza che colleghi i piani di sviluppo a questo scenario. La mappa in sé funge da prova: una volta che le varie comunità vengono colorate con la stessa tonalità la loro vicinanza viene presentata come un intento nazionalista condiviso. 

Ciò è anche quello che rende l’attacco contro Khamaisi così pericoloso. Egli viene dipinto come una persona che ha perfezionato le regole del sistema, inflitrato le sue istituzioni e le sta usando contro lo Stato. Di fatto non è solo Khamaisi che è sospettato, ma ogni ente locale arabo che cerchi di estendere la propria giurisdizione, ogni urbanista arabo che stili un piano urbanistico locale e ogni abitante arabo che faccia richiesta di un permesso edilizio. 

Un obiettivo sionista e nazionale” 

Il rapporto ha raggiunto il suo scopo, lanciando una vasta campagna che intende rappresentare la necessità per i cittadini palestinesi di avere una casa e infrastrutture come una minaccia e legittimare le richieste che erano già prevalenti nel discorso della destra: bloccare la pianificazione urbana degli arabi, intensificando la repressione e le demolizioni e ampliando l’insediamento ebraico. 

In un articolo di approfondimento su HaKol HaYehudi è stato chiesto a personalità di destra come “riportare la Galilea in mani ebraiche”. Ohad Tal, parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] del partito Sionismo Religioso [estrema destra dei coloni, ndt.] di Bezalel Smotrich, ha spiegato che “l’ebraicizzazione della Galilea è un obiettivo sionista e nazionale,” ed ha invocato il consolidamento delle fattorie agricole e l’eliminazione degli ostacoli dei piani regolatori agli insediamenti ebraici. 

Tzvika Mor, candidato nella lista dello stesso partito nelle imminenti elezioni, ha invitato l’opinione pubblica ad abituarsi all’idea che Israele ha una “quinta colonna sofisticata e subdola”. Ha chiesto un rigido controllo delle attività della comunità araba e un immediato congelamento di ogni progetto urbanistico approvato per espandere le città e i villaggi arabi in Galilea. Mor ha anche proposto di costituire una serie di nuovi insediamenti ebraici e di schierarvi dei soldati. 

Omer Rahamim, presidente dello Yesha Council (il movimento che unisce le colonie in Cisgiordania), che si candida anche lui nella lista del partito Sionismo religioso, ha chiesto di replicare nel Naqab e in Galilea il modello sviluppato in Cisgiordania: primo, espropriare terre attraverso la creazione di fattorie e pascoli per pecore e bovini e poi promuovere progetti di colonizzazione e offrire incentivi per potenziali acquirenti in modo da cambiare l’equilibrio demografico. 

Lo stesso Smotrich ha poi pubblicato una campagna video generata con l’IA in cui compare un palestinese della Cisgiordania che parla convulsamente con un parente di Sakhnin, una città araba della Galilea, e lo avverte che “gli ebrei stanno arrivando”. L’abitante della Cisgiordania continua: “Sta arrivando Smotrich per fare a te quello che ha fatto a noi. Vogliono ebraicizzare la Galilea e il Naqab.” Poi il video passa a una voce fuori campo e il testo conferma: “Sì, stiamo ebraicizzando.” 

È così che una campagna mediatica diventa un piano d’azione: i cittadini palestinesi sono presentati come una minaccia, un processo di pianificazione urbana civile viene trasformato in una “questione di sicurezza” e la soluzione proposta è il congelamento dello sviluppo delle comunità arabe e nel contempo viene accelerato l’insediamento ebraico. 

In vista delle elezioni questo discorso consente alla destra di unire due messaggi che hanno già dimostrato la loro forza: la paura del “nemico dall’interno” e la promessa di ripristinare l’“autorità”. E nella forma di mappe, numeri e nomi di comunità, la pianificazione urbana fornisce carburante retorico senza limiti. 

In questa campagna non sono coinvolti solo membri della Knesset; vi ha aderito anche Regavim, organizzazione di estrema destra fondata da Smotrich che promuove le demolizioni di quelle che chiama costruzioni “illegali” nelle comunità arabe da entrambe le parti della Linea Verde [divisione tra Israele e i territori palestinesi occupati, ndt.]. 

In un post intitolato “La Battaglia per la Route 77” Regavim descrive la costruzione non autorizzata da parte di arabi su terreni agricoli a nord di questa arteria come la creazione di un “nuovo corridoio di insediamenti nel cuore della Galilea” e definisce Kafr Kanna un “villaggio ostile”. Annunciando il “ritorno di Regavim a nord”, l’organizzazione afferma di aver scritto una “lettera urgente” alle autorità in cui chiede la fine dell’“invasione” da parte di comunità arabe. 

Apparentemente Regavim è un’organizzazione non governativa, ma negli ultimi anni il confine tra essa e le istituzioni statali è diventato sempre più sfocato. Non solo è stata fondata da Smotrich, l’attuale ministro delle Finanze di Israele e uno dei ministri del ministero della Difesa; quest’anno il suo ex-presidente Yehuda Eliyahu è stato nominato direttore dell’Autorità Israeliana per la Terra, l’ente statale responsabile di gestire la destinazione di buona parte dei terreni dello Stato di Israele. 

Un’organizzazione che plasma il discorso di “prendere possesso” da fuori è quindi ora collegato a centri di potere responsabili delle politiche della pianificazione territoriale. 

Demografobia 

Il timore di Khamaisi è che, anche senza una decisione del governo che adotti esplicitamente il termine “Progetto Khamaisi”, ciò sia sufficiente perché urbanisti e politici introiettino l’idea che autorizzare una qualunque espansione delle comunità arabe potrebbe farli diventare bersagli di un attacco pubblico. Ma egli non intende interrompere il suo lavoro. “Non svilupperemo le nostre comunità e non daremo risposte alle nostre necessità?” 

Mansour Alsana, architetto e urbanista, evidenzia la palese contraddizione insita in questa nuova campagna della destra: quando una comunità ebraica cresce si “espande” e si “insedia”, mentre una comunità araba “invade” e “occupa”. 

“Un piano regolatore non è una dichiarazione di sovranità”, dice Alsana a +972. “Non sposta un confine né toglie una zona al controllo dello Stato. Tenta di affrontare problemi di alloggi, scuole, infrastrutture, impiego e spazi all’aperto”. 

“Quando una famiglia araba costruisce una casa in Galilea non diventa sovrana e quando due comunità crescono una accanto all’altra non si crea nessuna entità politica tra loro”. 

Secondo Alsana, una volta normalizzata l’idea di cittadini come se fossero uniti in un conflitto demografico sul territorio, la questione non sarà più come viene pianificato l’uso dello spazio, ma per chi: chi è considerato un cittadino con diritti di pianificazione urbanistica e chi è percepito come una forza ostile che confisca la terra. 

Conseguenze indesiderate 

La destra israeliana può sostenere che il sistema di pianificazione è stato conquistato dagli arabi, ma la verità è l’esatto opposto. Da quando l’attuale governo è entrato in funzione c’è stata una evidente tendenza a ridurre le zone di sviluppo nelle località arabe, congelando piani regolatori complessivi e rimandando progetti su cui erano già stati investiti anni di lavoro e fondi pubblici. 

Tutto ciò nonostante il fatto che le zone sotto la giurisdizione delle comunità arabe comprendono solo circa il 3,4% del territorio israeliano all’interno della Linea Verde. Oltretutto il processo per ottenere una licenza edilizia all’interno di queste località richiede circa otto anni, più di tre volte il tempo necessario nelle comunità ebraiche. 

Questo è il contesto che viene cancellato quando il diritto a edificare della popolazione palestinese di Israele viene descritto come un’“invasione”. Nel Naqab, dove di recente il ministro della Sicurezza Nazionale si è vantato di aver effettuato 5.700 demolizioni nel 2025, è già chiaro verso quale direzione questo percorso si stia dirigendo. 

Il pericolo non si limita ai bulldozer. Congelare i piani di sviluppo significa meno quartieri, meno istituzioni pubbliche, meno opportunità di lavoro e di sviluppo. Ciò indebolisce le autorità locali, riduce l’economia formale e approfondisce le stesse difficoltà che portano alla diffusione della violenza e della criminalità, che invece vengono presentate come una prova del fallimento della società araba in Israele. 

Queste politiche stanno avendo anche una conseguenza indesiderata. Un rapporto del Van Leer Jerusalem Institute ha scoperto che il numero di arabi che vivono in comunità ebraiche (escludendo quelle definite “città miste”) è salito da circa 16.000 nel 2003 a circa 62.000 nel 2023. La crisi abitativa, la mancanza di terre, la pianificazione discriminatoria e la criminalità in aumento stanno spingendo famiglie palestinesi relativamente benestanti verso comunità in cui è più facile trovare alloggio e servizi. 

Comunitàfondateperrafforzare il dominio ebraico stanno quindi diventando di fatto esse stesse “città miste”. A Carmiel, che a lungo è stata considerata una città esclusivamente ebraica, la proporzione di abitanti arabi è salita al 5,1%. A Nof HaGalil (nota originariamente come Nazareth Illit) la proporzione ha raggiunto il 38,1%. 

La campagna contro Khamaisi, i rinnovati appelli a “ebraicizzare” la Galilea e il “ritorno al nord” di Regavim intendono ridurre e congelare ulteriormente la pianificazione territoriale araba e conferiscono a questa politica una giustificazione securitaria. Il suo successo non farà che approfondire la crisi abitativa, accelerare la costruzione senza permessi e obbligare più famiglie a cercare soluzioni al di fuori delle loro comunità, a volte proprio nelle città fondate per evitare la situazione contro cui la destra sta mettendo in guardia.

 

 

Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele che vive nel villaggio di Kufr Maser, in Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per mezzi di informazione arabi locali prima di arrivare alla posizione di capo redattore del sito di notizie Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 è stato collaboratore esterno di Local Call e +972 Magazine, pur continuando il lavoro part-time come capo redattore di Bokra e pubblicando editoriali su questioni politiche e sociali della società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico collabora con varie istituzioni su progetti di traduzione ed editing del testo e saltuariamente nel montaggio di programmi televisivi. Lui e sua moglie Yara hanno tre figli: una femmina, Jida, e due maschi, Jabr e Jawad.

 

 

[Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi - foto: Kafr Kanna - riprodotto su zeitun.info]


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