Il grande documentarista è morto a 85 anni. Autore di un’opera senza paragoni, dal monumentale La battaglia del Cile alla magnifica trilogia delle Ande, con coscienza politica e visione cosmologica
di Lorenzo Ciofani
“Un Paese che non ha documentari cinematografici è come una famiglia senza album familiare”, disse, una volta, Patricio Guzmán, e ogni popolo meriterebbe una voce come quella di questo testimone del suo tempo e memoria storica del suo Paese. Quel Cile tanto amato quanto rimpianto che Guzmán abbandonò nel novembre del 1973, all’indomani del colpo di Stato che rovesciò il governo di Salvador Allende e sancì l’inizio della dittatura militare di Augusto Pinochet. Dopo essere stato tenuto prigioniero allo Stadio Nazionale di Santiago e minacciato di morte, Guzmán ha girato il mondo, da Cuba alla Spagna fino a Parigi, dov’è morto ieri, 15 settembre, a 85 anni.
Regista cruciale per capire il Novecento ma anche il terzo millennio, Guzmán ha realizzato la monumentale trilogia La battaglia del Cile (L’insurrezione della borghesia, 1975; Il colpo di stato, 1977; Il potere popolare, 1979), un capolavoro del documentario politico incentrato sulla cronaca delle tensioni che portarono al golpe, dalle elezioni parlamentari che decretarono la vittoria di Allende agli scioperi della classe operaia contro gli industriali fino alle ingerenze americane nell’insediamento dei militari. Realizzato in circostanze avventurose e con poche risorse (anche Chris Marker procurò della pellicola), il materiale fu nascosto a casa di uno zio di Guzmán e successivamente portato fuori dal Cile (fu sempre Marker ad aiutare il regista a mettersi in contatto con la comunità cubana per finalizzare il montaggio).
La battaglia del Cile
Negli anni
Novanta, Guzmán tornò in Cile per mostrare la trilogia, che fino a poco tempo
prima era stata bandita dal regime. Da questa esperienza nacque
il documentario Cile, la memoria ostinata (1997), che
inaugurò una nuova fase del percorso del regista. Dopo l’acclamato Salvador
Allende (2004), che alterna archivio e presente per restituire
la qualità umana e politica del presidente destituito ma anche per evidenziare
le responsabilità americane nell’organizzazione del golpe, Guzmán elaborò
un altro progetto, la cosiddetta Trilogia delle Ande, che rappresenta il
suo capolavoro della maturità e la definitiva consacrazione internazionale.
Con il meraviglioso Nostalgia della luce
(2010), Guzmán fa convergere memoria e identità partendo
dal deserto di Atacama, il luogo più arido della Terra dove la
dittatura militare gettò i cadaveri dei desaparecidos.
Ma, beffa della natura, quel luogo riesce a conservare i cadaveri proprio
in virtù del suo clima, spingendo un gruppo di donne a cercare i propri
cari dispersi. La grandezza di Guzmán sta anche nel tracciare un parallelo
con l’astronomia, poiché nel deserto c’è un osservatorio: il cielo e la terra,
i corpi celesti e i corpi morti, l’arcano e il concreto, osservare e scavare.
Ossessionato dal passato rimosso, sublima il dolore collettivo attraverso
una visione cosmologica per ipotizzare una convivenza con le domande senza
risposta. È un film combattente, civile, commovente, d’una bellezza
struggente e magnifica, che interroga “l’evidente necessità del ricordo” e
l’identità di una nazione.
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Nostalgia della luce
Il secondo
capitolo della trilogia, La memoria dell’acqua (2015),
è un racconto sulla violenza che nel titolo originale (che suona come “il
bottone di madreperla”) si riferisce alla storia emblematica del primo indigeno
portato in Inghilterra e poi ricondotto in patria privato della propria
identità. La violenza come strumento per eliminare l’ingombro dell’uomo
non conforme al potere, con la speranza che il riscatto venga dal mare,
cioè della natura. Una potente riflessione sulla responsabilità di chi
è sopravvissuto alla tragedia, dove l’infinitamente piccolo dell’uomo si oppone
all’infinitamente grande del cosmo. Presentato alla Berlinale, ebbe il premio
per la miglior sceneggiatura.
Guzmán ha setacciato le contraddizioni di un Paese che s’è negato la necessità della memoria, dalle popolazioni della Patagonia saccheggiate dai coloni ai desaparecidos cancellati dalla dittatura di Pinochet. Ha lavorato sulle zone d’ombra e sulle rimozioni di un romanzo collettivo, costruendo un cinema saggistico e comunque fortemente narrativo, sempre radicato in una visione cosmologica. Come confermato dall’atto finale della trilogia, La cordigliera dei sogni (2019), una struggente opera-mondo, stratificata e didattica nel senso più alto, che riflette su spazio e tempo sulle Ande come testimone silente della storia cilena dando voce ai superstiti e aprendosi a una vera utopia: quella che il Cile recuperi l’innocenza e l’allegria.
Patricio Guzmán con l'indigenza
Kawesqar Gabriela Paterito sul set di La
memoria dell'acqua.
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(Webphoto) |
E la dimensione militante dell’autore, ormai anziano ma
mai domo, riecheggia anche nell’ultimo lavoro, Cile – Il mio paese immaginario
(2022), che inquadra il tumulto sociale che, nell’ottobre 2019, portò la gente
in piazza. Una richiesta di democrazia, una vita migliore, un sistema
educativo e sanitario migliore e una nuova Costituzione che dà voce alle
attiviste femministe, segno del risveglio di un popolo a quasi mezzo secolo dal
colpo di Stato. E il Cile ha riconosciuto il suo lavoro lucido e
appassionato conferendogli, nel 2023, il Premio nazionale delle Arti
performative e audiovisive, la più alta onorificenza statale per un artista (il
secondo regista dopo Raúl Ruiz).
[Fonte: www.cinematografo.it]




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