La sentenza sottolinea il fatto che gli impegni politici– per quanto profondamente radicati – non devono calpestare i diritti fondamentali
Dal fiume al mare niente industrie di guerra è la dicitura del cartello esibito in una manifestazione a Berlino l'11 luglio 2026.
di Marla Karnabach
Middle East
Eye
Questo mese un
tribunale tedesco ha stabilito che paragonare Israele alla Germania nazista è
un’espressione giuridicamente tutelata, evidenziando un crescente conflitto tra
le tutele costituzionali e l’impegno politico di Berlino verso Tel Aviv.
Il tribunale
regionale ha assolto una donna incriminata da un tribunale di prima istanza per
dei post sui social media che paragonavano la condotta di Israele a Gaza ai
metodi del regime nazista.
Negli ultimi anni
il sostegno della Germania a Israele ha sempre più marcato la condotta della
polizia, le decisioni amministrative e i procedimenti penali.
Dopo il 7 ottobre
2023 la Germania ha messo al bando Hamas e Samidoun, un gruppo di difesa
palestinese, al tempo stesso utilizzando sempre più le leggi originariamente
destinate ad impedire una rinascita nazista per reprimere le critiche ad
Israele.
La recente
sentenza del tribunale, che ha riconosciuto che l’utilizzo da parte della donna
dell’immaginario nazista nel contesto della condotta di Israele a Gaza
costituiva un’espressione politica tutelata, ha rigettato la nozione prevalente
nell’ambito delle cerchie tedesche secondo cui simili analogie sono per loro
natura intrinsecamente criminali.
Tenendo conto
della perdurante discussione riguardo al fatto che Israele sta commettendo un
genocidio, insieme ai mandati della Corte Penale Internazionale contro i
principali politici israeliani e ai casi pendenti contro Israele e la Germania
presso la Corte Internazionale di Giustizia, il governo tedesco è ben lungi dal
conseguire il consenso dell’opinione pubblica.
Anche prima dei
fatti del 7 ottobre 2023 e della guerra che ne è seguita, più di un terzo dei
tedeschi intervistati hanno affermato di ritenere che ciò che Israele stava
compiendo contro il popolo palestinese era “in linea di principio la stessa
cosa che i nazisti del terzo Reich fecero agli ebrei”.
Da allora
l’opinione pubblica si è ulteriormente inasprita, con oltre il 60% di tedeschi
attualmente a favore di sanzioni europee contro Israele.
Riflessione
morale
I paragoni tra
Israele e la Germania nazista hanno fatto parte di dibattiti accademici,
filosofici e giuridici fin dalla nascita dello Stato di Israele, fondato nel
1948 attraverso il brutale sterminio e la pulizia etnica della popolazione
indigena palestinese.
Questi paragoni
sono comparsi per lungo tempo nei dibattiti sulla memoria, identità e
riflessione morale di palestinesi, israeliani e tedeschi. I termini Shoah e
Nakba significano entrambi “catastrofe”, e studiosi come Amos Goldberg e Bashir
Bashir li hanno analizzati come traumi nazionali interconnessi.
Hanno sollevato
problemi di responsabilità storica e colpe inerenti, specialmente per quanto
riguarda il come la memoria di una catastrofe modelli l’interpretazione
dell’altra.
L’interconnessione
è rintracciabile anche nel discorso tedesco contemporaneo sulla memoria
ebraica: nel 2023 Masha Gessen ha paragonato Gaza ai ghetti ebrei sotto
occupazione nazista, scatenando polemiche intorno al Premio Hannah Arendt.
La polemica
rivela una particolare richiesta all’autorità su come possa essere invocata la
memoria ebraica e su come la sofferenza palestinese possa esserle paragonata.
Durante la prima
Intifada alcuni soldati israeliani hanno raccontato di essersi identificati con
i nazisti quando erano testimoni della persecuzione dei palestinesi e uno di
loro ha rivelato in uno studio sulla rivolta del 1987-93: “Mi sono sentito
come…come… come un nazista…sembrava esattamente come se in realtà noi fossimo i
nazisti e loro fossero gli ebrei”.
Eppure negli
ultimi dieci anni l’impegno della Germania verso la sicurezza di Israele è
passato dall’essere un principio di politica estera al costituire un più ampio
modello che informa la politica interna.
Anche se questa
“ragion di stato” non ha valore giuridico indipendente, ha influenzato sempre
più le decisioni di ministeri, università, municipalità e forze dell’ordine.
Tuttavia la recente sentenza della corte chiarisce che tali impegni non possono
sostituire le regole costituzionali nel determinare la legittimità del discorso
politico.
I governi possono
perseguire particolari obbiettivi di politica estera, ma i tribunali sono
vincolati ai principi costituzionali piuttosto che alle propensioni
dell’esecutivo. La decisione quindi respinge implicitamente i tentativi di
trasformare la “ragion di stato” della Germania in un concetto
quasi-costituzionale in grado di porre limiti al discorso politico.
In tal modo
riafferma l’autonomia della legge costituzionale contro la crescente influenza
della dottrina politica.
Più ampia
trasformazione
Ricordando il
passato nazista della Germania e il ruolo che i parlamentari e il sistema
giudiziario hanno ricoperto nel supportare la persecuzione e la tortura delle
minoranze, oggi i giudici hanno un obbligo morale di astenersi dal considerare
l’ideologia del governo una giustificazione per reprimere le opinioni di
opposizione – soprattutto alla luce dell’appoggio di Berlino ad un Israele che
sta compiendo una pulizia etnica in Palestina e sud del Libano.
Il caso di
libertà di espressione riflette una più ampia trasformazione nella Germania
contemporanea. I processi penali relativi alla Palestina sono progressivamente diventati
battaglie simboliche circa l’identità nazionale e la memoria storica.
Tali dibattiti
sono raramente limitati a dettagli di un singolo slogan o immagine, fungendo
invece da meccanismo attraverso cui lo Stato cerca di riprodurre una
particolare interpretazione della responsabilità post-bellica della Germania.
Da questo punto di vista l’aula di tribunale diventa un luogo in cui vengono
discusse differenti interpretazioni della storia, della democrazia e della
legittimità dello Stato.
La recente sentenza
non stabilisce un diritto incondizionato per i dissidenti a paragonare Israele
alla Germania nazista, né smantella le leggi tedesche contro la negazione
dell’Olocausto o la sua istigazione. Piuttosto, ribadisce che il diritto penale
non può diventare uno strumento per imporre il consenso politico.
I diritti
costituzionali esistono proprio per tutelare l’espressione politica,
soprattutto laddove gli interessi governativi favoriscono la sua limitazione.
Resta incerto se
la sentenza segnerà l’inizio di un più ampio mutamento. I tribunali tedeschi
continuano ad emettere sentenze contraddittorie sul discorso relativo alla
Palestina, lasciando attivisti, giornalisti e studiosi nell’incertezza sui
limiti dell’espressione legittima.
Le leggi
anti-terrorismo vengono inasprite, gli attivisti vengono processati per
adesione ad un’organizzazione criminale e le sentenze dei tribunali sono ancora
poco chiare sul fatto che lo slogan “dal fiume al mare” sia legalmente vietato.
Ma considerando
la storia della Germania di complicità giudiziaria nel legittimare la
persecuzione statale, i giudici hanno una particolare responsabilità
costituzionale nel garantire che gli impegni politici, per quanto profondamente
radicati, non calpestino i diritti fondamentali.
Marla Karnabach è una ricercatrice socio-giuridica che si occupa di giustizia penale
internazionale, diritti umani e sudovest asiatico. Vive a Berlino, ha una
laurea magistrale in giustizia penale internazionale e una laurea in
giurisprudenza e attualmente frequenta un dottorato di ricerca all’università
di Potsdam.
[Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna - foto: Tobias
Schwarz/AFP - riprodotto su zeitun.info]

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