Nel loro primo
lungometraggio, i belgi Charlotte Devillers & Arnaud Dufeys scelgono di
avvicinarsi fino al limite ai corpi e ai volti dei personaggi, per rinchiudere
ansie e urgenze dentro la struttura di un tribunale, filmata con intenti
concentrazionari. Su "On vous croit", sorprendente opera prima sulla
tutela dei minori e lo scontro durissimo con le regole dello stato di diritto.
Visto a Berlino 75 nella sezione Perspectives
di Michele Faggi
On
vous croit si apre con una sequenza di grande
drammaticità, dove una madre preoccupata cerca di convincere con la forza il
figlio adolescente a prendere i mezzi pubblici.
Un’estrema vicinanza ai volti, ai corpi e allo scontro fisico mediante
orchestrazione soggettiva, che si contrappone subito dopo alla geometria di un
moderno tribunale fatto di vetro e cemento.
Al suo interno Alice e i figli Etienne e Lila attendono un’udienza
evidentemente traumatica, mentre il minore si rifiuta strenuamente di
incrociare, anche solo per un istante, la figura che rappresenta l’altra parte
del dibattimento e che scopriremo essere il padre, nascondendosi negli anfratti
di un luogo inospitale, dove sembra impossibile uscire.
Nel loro primo lungometraggio, i belgi Charlotte
Devillers & Arnaud Dufeys scelgono di avvicinarsi
fino al limite ai corpi e ai volti dei personaggi, per rinchiudere ansie e
urgenze dentro una struttura filmata con intenti concentrazionari. Una prigione
angusta, caratterizzata da scale, corridoi e riflessi che limitano
l’espressione del soggetto, per tradurre visualmente il peso di una legge tecnicamente
chirurgica, inadatta ad applicare le conquiste dello stato di diritto come
forma di tutela per i minori.
Questa immersione in uno spazio illuminato a giorno da una luce accecante ed azzerante, sembra desumere alcuni
motivi visuali dall’espressionismo, per la relazione tra corpi, volumi
architettonici e la loro stessa dialettica all’interno di una realtà
prospetticamente distorta.
A questa sezione introduttiva fa eco l’ultima
parte del film, mentre lungo 55 minuti viene ricalcato il tempo reale dell’udienza
con l’ausilio di veri avvocati, impegnati insieme agli attori a sdipanare le caratteristiche
della vicenda che coinvolge i due contendenti.
Con un approccio marcatamente laboratoriale, il duo di autori riconfigura il
courtroom drama riorganizzandone proprio lo spazio scenico in una disposizione
frontale, costretta in quest’aula che domina la città dall’alto e con un valore
assoluto assegnato alla metamorfosi dei volti, vere e proprie mappe emotive,
contradditorie, rivelatrici e imperscrutabili.
Il tentativo di Devillers/Dufeys è quello di
discutere tutte le strategie di tutela relative alla protezione dei minori in
caso di incesto, quando questo non è evento documentabile se non attraverso le
numerose forme di rivelazione, conscie e inconscie, che il gesto, la parola e
il corpo delle vittime, possono esprimere.
C’è una qualità cinematografica intrinseca in ciò che la legge non può provare
e nella struttura stessa del dibattimento in aula.
Da questa prospettiva, i due autori tentano una strada diversa rispetto al dato
testimoniale che reagisce con altre forme del racconto, tra cui quella legata
alla visualizzazione della memoria, concentrando tutto sulla parola e sulla
gestione attoriale del volto.
Un esperimento a suo modo radicale, estremo nel rendere indefinita la verità e
nel concentrare tutte le ipotesi e lo sprigionarsi delle immagini nel precario
equilibrio tra raziocinio ed emozioni, vissuto da avvocati, contendenti,
giudice, e dove si manifesta lo scarto spesso violento tra parola e capacità
del volto di esprimere altri significati.
Inchioda questa disamina impietosa e tecnica del linguaggio giudiziario, separato da quella
tensione eminentemente teatrale e quindi calato nello spazio del cinema
mediante il contrasto durissimo tra primo piano e parola. Fuori campo, tutti
gli eventi evocati dall’esposizione dei fatti si concretizzano attraverso le
espressioni contratte e rilasciate dal volto di Myriem Akheddiou,
proprio quando a parti invertite non riescono mai ad avvicinare completamente
l’indicibile, oppure lo sfiorano per incuria, delegittimazione, vittimizzazione
secondaria. Tutte definizioni che si avvicendano e che non riescono a tradurre
quel dolore completamente visibile sul volto della donna.
Un crinale delicatissimo, perché senza mettere in dubbio i principi della
presunzione di innocenza, Devillers/Dufeys evidenziano i punti deboli di quello
stesso diritto, quando questo si sovrappone pericolosamente alle necessarie
norme di protezione preventiva nei confronti di un minore a contatto con la
possibilità di un trauma reiterato e reiterabile, da cui potrebbe rivelarsi
impossibile tornare indietro.
Diventa allora insostenibile assistere alla
descrizione delle conseguenze psicofisiche sul corpo di Etienne che hanno
cambiato la sua vita dopo i supposti stupri perpetrati dal padre. Nel tentativo
di cercare una dimensione equidistante nel racconto di esperienze soggettive
plurali, l’orrore preme dai margini e inibisce la messa in atto di altre
tutele, per rispetto procedurale.
Qui i due autori sembrano lasciar andare gli ormeggi, attivando una sequenza
frequentativa di eventi che sfondano le pareti rappresentative del tribunale,
per favorire il gesto liberatorio.
Il boccaglio da sub ficcato in bocca al padre e successivamente lo sfottò sui
capelli finti dell’avvocato dei minori da parte dei figli di Alice una volta
fuori dal tribunale, tendono ad attivare la forma di una reazione anarchica
rispetto all’esistente e che fa il paio con la didascalia conclusiva, quella
che ci informa sulla percentuale esorbitante di incesti rimasti impuniti.
Se sia un disequilibrio rispetto alle scelte
estetiche sino a qui praticate, oppure un’improvvisa necessità di aprire il
film ad una possibilità semplicemente liberatoria, più vicina alla percezione
del popolo contro la legge, è difficile da stabilire, perché al di là delle
riflessioni che può innescare sul piano giudiziario, è interessante il contrasto tra due opposte
gestioni dello spazio, che rovescia improvvisamente il film come un guanto,
attraverso la parodia feroce di quel sistema impenetrabile rappresentato fino a
quel momento.
Eppure, nel succedersi di immagini fulminanti che è difficile dimenticare,
emerge la solitudine del giudice, quella di Etienne, la vergogna improvvisa che
assale il volto dell’avvocato del padre, l’incapacità espressiva, quasi
fragile, dell’uomo stesso, ma soprattutto il girovagare di Alice alla disperata
ricerca dei figli, in uno spazio protetto che improvvisamente diventa labirinto
inestricabile, parte dello splendido e terribile set design immaginato da Mathilde
Lejeune, reso ancora più sottilmente minaccioso dall’elettronica di Lolita
Del Pino, drone music impalpabile come la luce satura fotografata da Pépin
Struye.
Devillers/Dufeys, già allavoro su nuovi
lungometraggi, sono due autori di talento da tenere assolutamente d’occhio.
On vous croit di Charlotte Devillers & Arnaud Dufeys (Belgio 2025, 78 min)
Interpreti: Myriem Akheddiou, Laurent Capelluto, Natali Broods, Ulysse Goffin, Adèle Pinckaers
Fotografia: Pépin Struye
Musica: Lolita Del Pino
[Materiale stampa e foto fornite da ufficio stampa The PR Factory]
[Fonte: www.indie-eye.it]
Sem comentários:
Enviar um comentário