La Palestine Mental Health Network invita i professionisti della salute mentale a dimettersi dall’International Psychoanalytical Association a causa dei pregiudizi antipalestinesi dell’organizzazione.
![]() |
La psicanalisi comprende meglio della grande maggioranza delle altre discipline che il silenzio non è mai neutrale. Ciò che non viene detto non scompare ma ritorna, distorto, come sintomo. Freud lo chiamò il ritorno di quello che viene represso e su questa intuizione costruì un intero metodo. Di cosa è sintomo, vale la pena di chiedersi, il silenzio dell’International Psychoanalytical Association [Associazione Psicanalitica Internazionale] (IPA) sul genocidio a Gaza?
Siamo le Palestine Mental Health Networks [Reti della Salute Mentale della Palestina], un collettivo di professionisti della salute mentale di 23 Paesi, uniti dal nostro impegno verso i principi della psicanalisi e la fondamentale dignità di tutti gli esseri umani, una categoria dalla quale spesso i palestinesi vengono esclusi. Nelle settimane successive a quando abbiamo diffuso un appello pubblico perché gli psicanalisti si dimettano dall’IPA, lo hanno fatto colleghi di tutto il mondo. Vale la pena di leggere con attenzione le loro ragioni. Non lo hanno semplicemente definito un fallimento politico. Lo hanno definito un fallimento clinico.
Il resoconto
L’IPA è rimasta in silenzio su Gaza per oltre due anni, più di 73.000 persone uccise, oltre 20.000 minori morti, carestia pianificata, torture documentate. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha definito il comportamento di Israele un plausibile genocidio. La Commissione d’Inchiesta dell’ONU ha confermato che si tratta di genocidio nel settembre 2025. L’International Association of Genocide Scholars [Associazione internazionale di Studiosi del Genocidio] ha confermato che tale è. L’IPA non ha emesso alcun comunicato, non ha chiesto un cessate il fuoco, non ha citato alcun crimine. Le parole “occupazione”, “genocidio”, “apartheid”, “assedio”, “punizione collettiva” e “pulizia etnica” non sono comparse in alcuna delle comunicazioni formali dell’IPA sulla Palestina.
Non è solo un questione di vigliaccheria istituzionale, ma di coraggio istituzionale selettivo.
Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022 l’IPA si è mossa nel giro di pochi giorni: una pagina di crisi dedicata, un fondo di aiuto d’emergenza, risorse cliniche e un comunicato che definiva la guerra “immorale” e chiedeva di “porvi fine”. Il presidente dell’IPA Heribert Blass ha affermato: “Noi chiediamo la fine immediata della guerra.” Noi chiediamo. Per Gaza, dopo oltre due anni, 73.000 uccisi, minori quotidianamente colpiti alla testa, una carestia indotta e torture documentate, l’IPA non ha chiesto alcunché. Non ha chiesto un solo cessate il fuoco. Per l’Ucraina: chiarezza morale e mobilitazione istituzionale. Per Gaza: silenzio. L’IPA vorrebbe farci credere che questa differenza è dovuta a una questione legale. Non lo è. E’ dovuta alla razza.
“Palestinesi non-terroristi”
La prima dichiarazione in assoluto su Israele-Palestina dell’IPA è stata l’8 ottobre 2023, un giorno dopo l’attacco di Hamas. Ha condannato Hamas e ha utilizzato la teoria psicanalitica — scissione, proiezione, l’istinto di morte — per patologizzare la resistenza palestinese come “lo scatenamento dell’istinto di morte”. Decenni di spoliazione, assedio e crimini di guerra documentati contro i palestinesi non hanno prodotto alcuna risposta istituzionale. L’attacco contro Israele ne ha prodotta una nel giro di 24 ore.
A venti giorni dall’attacco di Israele, dopo che migliaia di palestinesi erano già stati uccisi, la presidentessa dell’IPA Hariette Wolfe ha riconosciuto la sofferenza di “palestinesi non-terroristi”. Leggete questa frase come siete stati addestrati a leggere il linguaggio della negazione. “Non-terroristi” colloca “terroristi” come se fosse la condizione abituale dei palestinesi, l’anonima categoria dalla quale alcuni individui devono essere singolarmente inclusi nell’umanità. Non si tratta di un lapsus verbale, compare in un documento istituzionale studiato. Riflette la struttura di pensiero che ha guidato l’intero approccio dell’IPA nei confronti del genocidio: la sofferenza dei palestinesi è leggibile solo nella misura in cui può essere separata dalla resistenza palestinese — solo nella misura in cui come palestinesi possono essere fatti sparire in quanto soggetti politici.
La scusa legale
Il 6 gennaio 2026 le Palestine Mental Health Networks hanno scritto formalmente al direttivo dell’IPA. La lettera chiedeva che l’IPA parlasse del genocidio, riconoscesse la storia di 78 anni di occupazione e offrisse ai colleghi palestinesi la stessa rete di sostegno destinata a quelli ucraini. Il presidente dell’IPA Blass ha risposto nel giro di 24 ore.
Invece di affrontare in modo concreto la lettera, il dottor Blass ha proposto un’obiezione procedurale, sostenendo che la lettera era “anonima”, benché fosse firmata da un collettivo di clinici di 23 Paesi citati. Poi ha invocato vincoli legali: “In quanto ente benefico internazionale, è ormai evidente che l’IPA è sottoposta a vincoli legali e regolamentari che limitano la sua possibilità di fare dichiarazioni politiche.”
Limiti legali. Per Gaza, non per l’Ucraina, nel cui caso l’IPA non ha trovato simili vincoli quando ha chiesto la fine immediata della guerra. Non per il 7 ottobre, quando l’IPA non ha esitato a utilizzare una teoria psicanalitica per patologizzare la resistenza palestinese. I limiti giuridici sembrano agire con una precisione che non traccia rischi legali ma il rischio di turbare i membri impegnati a favore del sionismo.
Normalizzazione come programma
La posizione dell’IPA non è stata del tutto silente. Ha permesso, e promosso, un discorso selettivamente. Nel gennaio 2026 l’IPA ha annunciato un dialogo registrato tra un analista palestinese e uno israeliano pubblicizzato come uno “scambio intimo su Israele-Palestina”. Il video era stato registrato nel luglio 2024, quando erano già stati uccisi 40.000 palestinesi, quando era stato ucciso un minore al giorno, quando molti erano stati operati senza anestesia. La conversazione si incentrava sulle storie personali dei due analisti e sui loro sforzi per comprendersi a vicenda. Non ha citato il genocidio. Non ha affrontato la questione del colonialismo di insediamento israeliano. Ha creato una falsa simmetria tra il colonizzatore e il colonizzato.
Nel marzo 2026 l’American Psychoanalytic Association [Associazione Psicanalitica Americana], un’istituzione che fa parte dell’IPA, ha ospitato un simposio intitolato “Resilienza in risposta alla violenza e alla guerra”. Tre relatori: un ricercatore sulla resilienza, un analista israeliano invitato a parlare della risposta psicanalitica organizzata in Israele e uno psicoterapeuta palestinese, invitato non a parlare delle sofferenze dei palestinesi ma a presentare un caso clinico. Il trauma israeliano: citato, contestualizzato, istituzionalmente organizzato. L’esperienza palestinese: presente solo come materiale clinico. Un simposio sul trauma, tenuto durante il genocidio a Gaza, non riconosce i palestinesi come popolo che soffre. Li riconosce come fornitori di un esempio.
Le dimissioni
Finora vari membri hanno già lasciato l’IPA per questi problemi. Alcuni operatori hanno reso pubbliche le loro ragioni.
La dottoressa Avgi Saketopoulou, un’analista e teorica di New York, ha citato una cosa di cui raramente si parla in pubblico: il silenzio dell’IPA ha “creato un’atmosfera professionale permissiva in cui gli analisti sionisti si sentono autorizzati a scatenarsi, sostenendo cose razziste e discriminatorie con i loro pazienti e supervisori, sia nei consultori che nella nostra lista di indirizzi mail”. Pazienti palestinesi e arabi hanno lasciato prematuramente le cure; tirocinanti hanno cambiato supervisori perché i loro analisti hanno manifestato i loro pregiudizi in contesti clinici ed educativi. Sull’argomento dell’IPA riguardo ai vincoli legali la dottoressa Saketopoulou è stata esplicita: “Garantire lo status di associazione caritatevole è una strategia difensiva di lusso… quello che ci è stato effettivamente detto è che il silenzio sulla Palestina è il prezzo per fare affari.” Ha anche citato quello che ha descritto come uno scandalo che l’IPA ha accolto senza un commento: prima di assumere la presidenza il dottor Blass ha partecipato a un incontro con Yair Lapid, non uno psicanalista ma il leader di un partito dell’opposizione israeliana, che nel febbraio 2026 ha espresso il proprio appoggio a un “Grande Israele” citando i confini biblici che si estenderebbero fino all’Iraq. All’interno dell’IPA questo passa per neutralità. Non c’è uno scenario paragonabile, ha osservato la dottoressa Saketopoulou, in cui verrebbe visto come neutrale un presidente dell’IPA che si sia incontrato pubblicamente con membri della resistenza palestinese o persino con il leader dell’Autorità Nazionale Palesitnese. Meno male che i dirigenti dell’IPA non stanno prendendo posizione!
Denise Cullington, un’analista britannica con oltre trent’anni di esperienza sul campo, ha scritto al dottor Blass: “Ovviamente non si tratta di guerra tra due parti armate, ma di un attacco dal cielo contro ospedali, ambulanze, università, edifici, impianti di desalinizzazione e persone”. Ha citato quello che avrebbe voluto dall’istituzione: “Quello che speravo avreste fatto sarebbe stato dimostrare la vostra attenzione per la psicanalisi e per i vostri colleghi e aiutarli a far fronte alla situazione e al terribile dolore che ne deriva e iniziare ad ascoltare e a condividere il lutto.”
La domanda
Un’istituzione che non riesce a distinguere il genocidio dalle divergenze politiche, i valori dalle opinioni, ha rinunciato alla sua pretesa di essere un’autorità morale. Le Palestine Mental Health Networks chiedono agli psicanalisti di dimettersi dall’IPA.
A quanti dicono di dover rimanere per cambiare l’istituzione dall’interno: cosa è riuscito a cambiare finora il fatto che rimaniate nell’istituzione? In due anni e mezzo di genocidio la vostra presenza nell’IPA ha promosso i diritti dei palestinesi? Se il direttivo dell’IPA vede che persino quelli che sono indignati rimarranno e pagheranno la quota non ha ragioni per cambiare rotta. La vostra presenza non è utile, è una forma di legittimazione.
In futuro a un certo punto tutti parleranno del silenzio dell’IPA. Quando quel momento arriverà sarà impossibile dire a voi stessi che non sapevate. Può darsi che non sempre lo abbiate saputo. Ma adesso lo sapete.
Per favore, unitevi al nostro appello. Non c’è bisogno che siate membri dell’IPA per firmare questa lettera. Firmando dichiarate a quelli che sono ancora dentro l’IPA che la comunità globale della psicanalisi e della salute mentale non guarderà da un’altra parte: continuare a far parte di un’ istituzione che copre un genocidio è incompatibile con i fondamenti etici del nostro lavoro. Ogni firma, dall’interno e dall’esterno, accresce il peso morale di questo appello e rende più difficile ai membri di considerare la loro appartenenza come una scelta privata e apolitica. Non lo è.
Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfR9rB2cf0MxH-UyH8V6yODmBGIJ7s4 FHxTO5qbtvtImBz-rg/viewform
The Palestine Mental Health Networks
No Healing Without Liberation
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)
[Fonte: zeitun.info]

Sem comentários:
Enviar um comentário