SIRÂT di Óliver Laxe. Con Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Stefania Gadda, Tonin Janvier. Spagna, Francia, 2025. Avventura.
Quarto film di Óliver Laxe, Sirât ha vinto dodici premi internazionali, tra cui il Premio della giuria a Cannes, e ha ricevuto altre sessantotto nomination, una delle quali alla Palma d’Oro.
Di origini galiziane, cresciuto in Marocco e residente in Francia, Óliver Laxe è il prodotto di diversi mondi e diverse culture. È anche musulmano, vicino alla spiritualità sufi, ed è qui che va ricercata la sua visione profonda del mondo, dell’uomo, e ovviamente del cinema.
Nella tradizione escatologica islamica, come tramandata dagli Hadith, il Sirât è il ponte che le anime dovranno attraversare nel Giorno del Giudizio: largo e spazioso per le anime dei giusti, che potranno attraversarlo per raggiungere il Paradiso, è invece sottile come un capello e affilato come una spada per le anime dei peccatori, che cadranno nell’Inferno sottostante nel tentativo di passare oltre.
In Sirât, questo ponte assume i contorni più che mai concreti e fisici del deserto, un luogo desolato e quasi astratto ricreato tra i monti dell’Atlante in Marocco e i deserti dell’Aragona. Luogo dell’anima, prima di tutto, all’interno del quale si muovono personaggi che sono effettivamente morti dentro, ma non hanno ancora raggiunto la perfezione necessaria per passare oltre.
Girato in Super 16 mm e impreziosito dalla fotografia di Mauro Hace, il film presenta una dopo l’altra inquadrature che, come ne Le colline hanno gli occhi o perfino in Mad Max: Fury Road, rendono il deserto vero e proprio coprotagonista, lasciandolo però quasi sfumato, indefinito, a tratti sgranato, così da restituire un’atmosfera onirica che lo lasci in sospeso tra il mondo materiale e quello spirituale, tra la lucidità del viaggiatore e l’estasi del raver indotta da LSD e musica elettronica.
Il viaggio è quello, prima di tutto, del Luis di uno splendido Sergi López, un percorso che comincia come Sentieri selvaggi e che si trasforma in un’ascesi di spoliazione mistica, chiudendosi su un vero e proprio “salto della fede” di spielberghiana memoria che apre finalmente a nuovi orizzonti, nuovi sguardi, nuove prospettive, anche e prima di tutto interiori.
Sirât è soprattutto un’esperienza omni-sensoriale maestosa, sconvolgente, stordente: immersivo fino a essere doloroso, colpisce ogni senso come un pugno allo stomaco, fa assaporare al pubblico la polvere del deserto, fa rimbombare lo stomaco col ritmo della musica elettronica, riempie gli occhi di una luce accecante, e riscuote la stasi ipnotica con momenti di pura vertigine (anche) narrativa.
Laxe osa, porta i propri personaggi (perlopiù artisti di strada chiamati a interpretare se stessi) ai limiti estremi, non solo geografici ma anche emozionali, psicologici, spirituali, e non concede salvezza se non dopo l’attraversamento di perdita, dolore, terrore, morte, annientamento.
Se la fuga nel deserto comincia come un rifiuto di un mondo sempre più pericoloso e minaccioso per via di una Terza Guerra Mondiale intravista e ascoltata ma mai mostrata, si trasforma pian piano in una scalata ultraterrena, una faticosissima e dolorosa ascesa che realizza l’impossibilità della distanza e si apre necessariamente all’altro, inteso sia nella sua dimensione umana che nella sua dimensione trascendente.
Sempre attento a non lasciarsi fagocitare dall’impianto allegorico e con un talento estetico e spettacolare innegabile, Sirât si presenta come un’esperienza cinematografica assoluta, completa, potente, un viaggio coinvolgente, emozionante, imprevedibile che non cede un attimo e che ribalta continuamente le aspettative. Straordinario.
TITOLO ORIGINALE: Sirât
[Fonte: vistierivisti.wordpress.com]

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