quarta-feira, 6 de maio de 2026

Lo provençal serà lèu present dins la sintèsi vocala del Congrès

Après l’enregistrament d’una votz novèla, lo Congrès prepara l’integracion del provençal a «Votz», contunhant lo desvolopament dels espleches numerics en occitan

L’escrivan e professor Joan-Ives Casanova, especialista del provençal, prestèt sa votz pendent tres jorns d’enregistrament intensiu

Escrich per Jòrdi Ràfols

Lo Congrès Permanent de la Lenga Occitana perseguís lo desvolopament de sos espleches numerics amb l’integracion del provençal dins «Votz», sa plataforma de sintèsi vocala en occitan. Après lo lengadocian e lo gascon, aquela estapa novèla marca una avançada importanta per la representacion de las diferentas varietats de la lenga.

Per menar a bon tèrme aquel projècte, una votz novèla foguèt enregistrada en estúdio. L’escrivan e professor Joan-Ives Casanova, especialista del provençal, prestèt sa votz pendent tres jorns d’enregistrament intensiu. Aquel trabalh a permés de constituir un còrpus d’aperaquí 6000 frasas, representant près de dètz oras de donadas àudio brutas.

La sintèsi vocala «Votz» se basa sus de tecnologias neuronalas, capablas de produire una votz artificiala a partir d’aqueles enregistraments. Una fasa novèla d’entraïnament es prevista d’aicí a la fin de l’an, per tal d’integrar aquela votz provençala, mas tanben de melhorar las voses ja existentas en gascon e en lengadocian, aital coma d’apondre d’autras variantas.

Aquel projècte s’inscriu dins una dinamica mai larga de modernizacion de las aisinas lingüisticas occitanas. Gràcias a las avançadas recentas en intelligéncia artificiala, ven possible de crear e de melhorar de voses sinteticas amb de volums de donadas mai reduches que de per abans, facultant aital l’integracion de novèlas varietats de la lenga, coma la lemosina o l’aranesa, que seràn lèu tanben disponiblas.


[Imatge: CPLO - sorsa: www.jornalet.com]

Cierra Ediciones de la Flor, un sello emblemático de la historia del libro argentino

La editorial Ediciones de la Flor anunció el cierre de sus actividades, poniendo fin a una trayectoria de casi seis décadas en la industria del libro argentino. La despedida se hace visible en la actual edición de la Feria Internacional del Libro de Buenos Aires, donde el sello participa por última vez con la liquidación de su catálogo en el stand del Pabellón Amarillo.


Fundada en 1966 por Daniel Divinsky y Ana María “Kuki” Miller, la editorial se consolidó como una referencia dentro del campo independiente, con un catálogo que incluyó autores nacionales e internacionales de peso. Entre sus publicaciones más destacadas se encuentran obras de Quino, cuyo personaje Mafalda fue uno de sus mayores éxitos, así como títulos de Roberto Fontanarrosa, Griselda Gambaro, Umberto Eco y Rodolfo Walsh.   

En los últimos años, el sello había atravesado cambios significativos, entre ellos la salida de Divinsky en 2015 y la posterior migración de obras clave de su catálogo a grandes grupos editoriales. En particular, la transferencia de la obra de Quino a otra casa editorial fue señalada en el sector como un punto de inflexión para la sostenibilidad del proyecto.   

“En 1975 participamos de la primera Feria Internacional del Libro de Buenos Aires y, aun estando presos o en el exilio sus editores, estuvimos en todas las que hubo desde entonces, festejando la posibilidad de encontrarnos con nuestros lectores, escuchar sus comentarios, responder sus preguntas, y sonreír con cada uno que llegaba, libro o papelito en mano, a llevarse la firma de sus autores favoritos”, puede leerse en un texto expuesto en el stand en la Feria del Libro.

“Nuestros autores más importantes han sido nuestra familia, pero sus herederos eligieron otros rumbos. Editar libros en Argentina siempre fue una carrera con vallas y hasta aquí hemos llegado a los saltos. Hoy la tecnología y el estado de la economía exigen nuevos y muy diferentes desafíos, que resultan determinantes para una editorial que ha mantenido su independencia como bandera”, añade.

“Es nuestra última feria, y nuestro último año de actividad. Nos despedimos, sabiendo que nuestro legado vive en las nuevas editoriales fundadas por jóvenes que crecieron con nuestros libros, y que esos libros que editamos con convicción y amor todos estos años, seguirán en las bibliotecas y la memoria de nuestros lectores. Gracias a ustedes por ser parte de estos 60 años de nuestra historia”.  

El cierre marca el final de un ciclo para una editorial que mantuvo durante décadas un perfil independiente en un mercado atravesado por transformaciones económicas y tecnológicas. Su legado, sin embargo, permanece en un catálogo que formó parte central de la cultura literaria argentina y en generaciones de lectores que crecieron con sus libros.


[Fuente: www.huelladelsur.ar]

L’inizio della fine della dottrina israeliana della «sicurezza permanente»

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Un frammento di missile iraniano caduto sulle alture del Golan

di Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.   

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocò la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.   

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.  

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia imminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemente il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce immediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione politica, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.   

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.  

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.   

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.   

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.   

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.   

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.   

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.   

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].   

Un nuovo Medio Oriente   

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza più precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.   

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.   

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.   

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.   

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.   

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.    

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.    

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.   

Un vuoto di paradigma   

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.   

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.   

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.   

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.   

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.  

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

[Foto: Ayal Margolin/Flash90 - riprodotto su www.zeitun.info]

Cadaqués abans del turisme i de Salvador Dalí

 

Pier Maria Baldi, Vista de Cadaqués, 1668. © Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, Codice Med.Pal.123.1, fol. 16

Escrit per Maria Garganté Llanes

Profesora titular de Historia del arte, Universitat Autònoma de Barcelona

El 25 de setembre de 1668, de matinada, Cosme III de Mèdici i el seu seguici van arribar a la costa catalana. La seva arribada es va produir després d'haver-se fet a la mar a la ciutat italiana de Livorno, recórrer la costa tirrena, el mar de Ligúria i el golf de Lleó. El príncep hereu de Toscana iniciava així un viatge —com a part d'un periple europeu més ampli— per la península Ibèrica. La seva intenció era visitar les principals ciutats espanyoles i portugueses i, sobretot, la tomba de l'apòstol Santiago a Compostel·la.

Avui podem resseguir l'itinerari del príncep toscà gràcies, principalment, a la crònica oficial del viatge que va escriure el comte Lorenzo Magalotti i als 86 dibuixos que va realitzar l'arquitecte florentí Pier Maria Baldi sobre les poblacions visitades. Text i vistes conformen el volum titulat Relazione ufficiale del viaggio di Cosimo III dei Medici, custodiat a la Biblioteca Medicea Laurenziana de Florència.

Recorregut de Cosme III de Médici des de Livorno fins a Cadaqués. Google Maps

Una costa militaritzada

Cadaqués, a l'extrem oriental del cap de Creus, va constituir la primera parada peninsular de les dues galeres del seguici toscà. A aquesta li van seguir els ports de Roses i Palamós abans de desembarcar definitivament a Barcelona per continuar el viatge per terra. De la crònica de Magalotti es desprèn que la decisió de fondejar a la badia de Cadaqués va venir donada per la manca de vent, que aconsellava fer parada en aquest enclavament, situat als peus del puig Pení i a resguard dels corrents del nord.

La seva geografia abrupta i el difícil accés terrestre havien condicionat tant el seu desenvolupament econòmic com la seva exposició constant als atacs pirates, en particular per part de corsaris berberiscos. Aquests continuaven representant una amenaça significativa per a les poblacions costaneres catalanes al llarg del segle XVII.

Després de la guerra francoespanyola anomenada “dels Segadors”, un tractat de pau va obligar ambdues nacions a cedir territoris, fet que va convertir Cadaqués en una població gairebé fronterera i amb una guarnició militar permanent. Segons Magalotti, això consistia en un batalló “de cent homes que depenen del rei”.

L'arribada al port de Cosme de Médici va ser saludada amb quatre trets i contestada amb tres. En la visita al castell, el príncep va observar que els soldats anaven “mig nus” i molts d'ells no tenien ni la beina de la seva espasa, en “un clar senyal de la seva extrema mendicitat”. Per això, Cosme els va acabar regalant dotze peces de drap.

El dibuix de Baldi

La vista de Cadaqués realitzada per Pier Maria Baldi està presa des del mar, tot i que adopta un punt de vista més elevat. En tractar-se de la primera població en què s'aturen en territori hispànic, el dibuix presenta la singularitat de contenir dos emblemes heràldics. Així, s'hi poden veure el de la monarquia dels Habsburg a la part superior esquerra, i el del Principat de Catalunya a la part superior dreta.

El dibuix situa en primer terme una de les galeres amb els rems desplegats i l'illot anomenat “Es Cucurucut”. Als extrems apareixen, de manera fragmentària, la proa d'una altra embarcació i un altre illot corresponent al de s'Arenella. La població resulta fàcilment recognoscible, especialment pel sector anomenat “Es baluart”. El seu perfil lleugerament sortint el distingeix, així com els edificis que s'aixequen directament sobre la muralla, encara perfectament recognoscible i on s'observen algunes de les seves torres dempeus.

Pier Maria Baldi, Vista de Cadaqués, 1668. © Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, Codice Med.Pal.123.1, fol. 16.

Per la seva banda, l'església parroquial, tot i ser identificable, apareix una mica desdibuixada a causa de l'absència del campanar, que encara no s'havia construït i que avui constitueix un dels elements més característics del perfil de la població. Així mateix, encara faltaven prop de quaranta anys per a l'execució del seu retaule major, considerat actualment un dels exemples més notables del barroc català conservat in situ.

Davant el context esmentat d'inseguretat pels atacs corsaris, Cadaqués va desenvolupar un sistema defensiu d'acord amb els seus recursos. Tot i que en el dibuix es distingeix la torre del castell (avui desaparegut) a la part alta del nucli urbà, no disposava d'una fortalesa monumental. Tanmateix, comptava amb diverses torres de vigilància costanera, algunes de les quals es distingeixen en diferents punts de l'horitzó.

A banda i banda del conjunt emmurallat i més compacte s'estenen dos ravals. Les poques cases a mà esquerra es correspondrien avui amb les de Port Doguer, mentre que les situades a mà dreta, on es distingeixen fins i tot algunes empallissades a la platja, avui serien les del passeig marítim que condueix a les platges d'Es Poal i Es Pianc.

D'un lloc ‘miserable’ a icona de la Costa Brava

En el seu llibre sobre Cadaqués, el gran prosista Josep Pla assenyala de manera elegíaca que els pescadors solien pintar les seves embarcacions de negre, en consonància amb la pobresa del lloc.

Aquesta peculiar situació d'aïllament no va ser incompatible amb el comerç marítim amb ciutats com Gènova, Nàpols o l'Havana, o fins i tot amb l'origen grec d'alguns pescadors i coralers locals. La sortida per mar era més fàcil i natural que per terra, de manera que abans del segle XIX, Cadaqués va arribar a ser el segon port de la província de Girona en volum de mercaderies, només per darrere de Sant Feliu de Guíxols i per davant de Roses i Palamós.

Cadaqués de nit, per Eliseu Meifrèn, al 1911. Museu Nacional d'Art de Catalunya

A finals del segle XIX, l'arribada de famílies benestants i cultes, com els Pitxot, va afavorir la creació d'un ambient intel·lectual al qual també van contribuir notables locals com els Rahola. Aquest context va actuar com un poderós focus d'atracció per a artistes. Un dels primers a arribar-hi va ser Eliseu Meifrén, la pintura del qual va captar nombrosos racons de la llavors solitària bellesa d'aquesta vila marinera.

Amb el pas del temps, la població va deixar de ser aquell lloc “miserable” descrit per Magalotti per convertir-se, durant la primera meitat del segle XX, en una imatge icònica del paisatge català i en un nucli destacat de l'avantguarda artística. Va succeir especialment al voltant de la figura de Salvador Dalí qui, tot i que no va néixer a Cadaqués, hi va passar els estius de la seva infantesa i la petjada del paisatge va definir el seu imaginari pictòric. Més endavant, l'artista va adquirir i transformar diverses barraques de pescadors a la badia propera de Portlligat en la seva cèlebre casa-taller, avui convertida en museu i visitada anualment per milers de persones.

Panoràmica de la badia de Cadaqués, d'Antoni Bartumeus i Casanovas (feta entre 1906 i 1924). Memòria Digital de CatalunyaCC BY-NC-ND

La presència de Dalí va actuar com un autèntic imant per a altres artistes, intel·lectuals i creadors internacionals. Al llarg del segle XX, figures com Pablo Picasso, Richard Hamilton, Marcel Duchamp, Federico García Lorca i Man Ray, entre d'altres, van passar temporades a Cadaqués o hi van trobar inspiració, fet que va consolidar la seva reputació com a enclavament artístic.

En definitiva, tot i que aquesta vila marinera és una de les més representades en tot el paisatgisme català, va ser un arquitecte florentí del segle XVII el primer a plasmar la bellesa i singularitat del seu paisatge.


El projecta compta amb el suport del The Medici Archive Project de Florència, dirigit per Alessio Assonitis, expert internacional en els Medici, i del Centro Interdipartimentale di Ricerca sull’Iconografia della Città Europea, dirigit per Alfredo Buccaro, expert internacional en coreografies urbanes. A més, col·laboren la Biblioteca Medicea Laurenziana i el Kunsthistorisches Institut de Florència

[Font: theconversation.com]

terça-feira, 5 de maio de 2026

Coetzee, una oscuridad insondable

En «Un mal salvaje», Coetzee y Siccardi lanzan una tremenda acusación en contra de los procesos de colonización y la expansión amparada en la ideología del progreso 

Escrito por Fernando García Ramírez 

¿Es el racismo algo connatural al ser humano o se trata de una construcción cultural para justificar el abuso? Podemos suponer que los miembros de un grupo humano primitivo distinguían a los suyos de los de otros grupos. Se sabían diferentes a ellos, quizá mejores. Se defendían, si los invadían, acababan con ellos. Los seres humanos salieron de África y se dispersaron por la tierra. Los distintos lugares que los acogieron determinaron sus características físicas. Pelearon entre sí por los recursos escasos. Más tarde lucharon entre sí por sus creencias. Unos grupos invadían a otros para arrebatarles sus posesiones. Cada grupo humano se creía superior a los otros, por sus dioses o por sus armas. Mucho más tarde por el color de su piel.

Los seres humanos siempre han combatido a los diferentes. Forma parte de su naturaleza. Lo que es una construcción cultural es lo contrario: la fraternidad, la cooperación, el amor al prójimo, la solidaridad, la empatía, el cosmopolitismo.

El genocidio (actos cometidos con la intención de destruir, total o parcialmente, a un grupo nacional, étnico, racial o religioso) no es un fenómeno nuevo en la historia humana. Los israelitas intentaron exterminar a los cananeos siguiendo órdenes divinas. La gran Atenas conquistó y ejecutó a la población masculina de Melos de acuerdo a la lógica de “el fuerte hace lo que puede y el débil sufre lo que debe”. Roma aniquiló a los cartagineses. Hay teorías que indican que los neandertales fueron perseguidos y eliminados por los homo sapiens. Hasta nuestros días prevalece esa tentación destructiva. Recientemente, el hombre más poderoso de la tierra amenazó con acabar con una civilización entera.

La conciencia del horror que representa el genocidio es reciente. J. M. Coetzee afirma que el clima intelectual cambió cuando los alemanes fueron obligados a visitar los campos de concentración y las escenas recogidas en estos se exhibieron en documentales que detallaban la barbarie nazi. Por vez primera los europeos pudieron ver las consecuencias de un genocidio. En 1945 nació la conciencia de este crimen de lesa humanidad. Dos años después, en 1947, ocurrieron dos hechos trascendentales. El primero, la creación del Estado de Israel, un Estado que nació con el Holocausto (un genocidio) como mito fundacional. El segundo fue el establecimiento, en el marco de la ONU, de la Convención para la Prevención y la Sanción del Delito de Genocidio. La idea era clara: no se volvería a tolerar que se persiguiera a un grupo minoritario por motivos étnicos, racionales o religiosos. Lo cual no quiere decir que se hayan acabado los genocidios.

Lo anterior viene a cuento por la aparición de Un mal salvaje, de J.M. Coetzee y F.M. Siccardi, en el cual abordan diferentes acciones genocidas –en la Patagonia, en Sudáfrica, en Namibia y en Australia– como resultado de la expansión colonial y, en el caso de Argentina, del establecimiento de su Estado nacional.

Este cambio de sensibilidad en nuestra época ha arrojado una extensa y densa sombra sobre el pasado de algunas naciones y sus procesos coloniales. Actualmente puede decirse que se ha extendido y es mayoritaria una visión crítica sobre el colonialismo y sus excesos. Vivimos, señala Coetzee, un momento de inversión fundamental de cómo pensábamos nuestro pasado, y de la relación de nuestro pasado con nuestro presente. Se ha vuelto urgente encontrar respuestas adecuadas a preguntas básicas: ¿cómo pudimos hacer eso?, ¿cómo pudimos tolerar que pasara?, ¿qué podemos hacer para enmendarlo? Podemos decir, claro, que no se puede hacer nada, que ya pasó mucho tiempo. Por eso Coetzee recuerda a Faulkner, quien escribió: “El pasado nunca está muerto. Ni siquiera es pasado”. Siguen ocurriendo en nuestros días genocidios y masacres. No han desaparecido, ni hay señales de que en el futuro desaparezcan, los prejuicios raciales.

Un mal salvaje está compuesto por cuatro ensayos de Coetzee (dos sobre Sudáfrica: Karoo y El Cabo; uno sobre Namibia y otro sobre Australia), dos de Siccardi (sobre la Pampa y la Patagonia), un diálogo entre ambos y un breve texto de colofón escrito al alimón. El libro, como todos los de Coetzee, deja un regusto amargo, pero sin quejas, crítico y autocrítico. Reconoce la dificultad de tratar el tema de la crueldad de los colonizadores sudafricanos porque estos fueron sus antepasados y él de alguna manera fue beneficiario del bienestar producto de la colonización.

A diferencia de lo que expone Siccardi sobre Argentina, los textos de Coetzee están sembrados de dudas. ¿Qué derecho tengo de juzgar estos hechos? ¿Puedo juzgar el pasado con los puntos de vista del presente? ¿No les corresponde a las víctimas buscar justicia y no a mí? A pesar de sus dudas, Coetzee es claro en su condena. Claro y durísimo, como suele ser Coetzee, que gusta de escarbar en las heridas. Respecto a la crueldad de sus ancestros, “me encuentro en una posición moral y psicológicamente conflictiva”. No me identifico con ellos, dice. Se tiende a romantizar a los san y a los khoi, los grupos aborígenes exterminados por los colonizadores sudafricanos. Se les ve como “una rama mejor, más sencilla y más bella de la humanidad”. No vivían en un tiempo histórico sino mítico. Su desaparición, señala Coetzee, “me provoca una tristeza profunda”. Cuando piensa que sus ancestros destruyeron esas culturas, “no siento más que repulsión”. “No puedo comprenderlos”. “No puedo perdonarlos”. “Los veo como personas malvadas. Los veo como agentes del demonio”.

Y no es para menos. Coetzee detalla el proceso de colonización en Sudáfrica. Los primeros europeos en el Cabo no llegaron a asentarse. Crearon en principio un centro de abastecimiento para los barcos que viajaban a la India. Con el tiempo fue creciendo el asentamiento. Arribaron colonos holandeses. Comenzaron a criar vacas y ovejas. Para el pastoreo de los animales fueron expandiéndose, invadiendo y apropiándose de la tierra de los aborígenes. Comenzaron los conflictos. Crearon escuadrones de la muerte para aniquilar a las tribus. En el siglo XIX llegaron los colonos ingleses. Debido a la Revolución industrial la demanda de lana creció exponencialmente. Los ingleses prohibieron la esclavitud en la colonia, por lo que a los hombres los mataban mientras que a las mujeres las empleaban de sirvientas y a los niños los destinaban como apoyo en las estancias. Coetzee señala que estas dos políticas, el exterminio directo y la separación de mujeres y niños (para integrarlos a “la civilización”), tenían el mismo efecto genocida: la extinción de las poblaciones de aborígenes. A los hombres, a balazos. A las mujeres y niños, mediante la segregación, al mantenerlos lejos de los hombres cancelaban la posible descendencia. El rifle y la cruz fueron instrumentos del genocidio. Amparados en la ideología del progreso, exterminaron a pueblos enteros.

Un proceso semejante al que ocurrió en Sudáfrica en el siglo XVII se vivió en Namibia (a manos de colonos alemanes) y en Australia (a manos de los británicos) en el siglo XIX. Los aborígenes morían por efecto de las balas, por las enfermedades europeas, por el alcohol que los colonizadores inducían, el hambre o la desesperación. En suma, “por la decisión tomada en Inglaterra de plantar la bandera británica y abrir nuevos terrenos a la colonización”.

Presenta muchas similitudes el genocidio en Australia, Namibia y Sudáfrica con el que se llevó a cabo a finales del siglo XIX en la Patagonia, obra del gobierno argentino presidido por Julio A. Roca. Los políticos argentinos suelen decir que “los mexicanos descienden de los aztecas y los argentinos, de los barcos”. Como si a la llegada de los migrantes europeos no hubiera cientos de miles de aborígenes locales. Borges mismo, que por momentos no disimula su racismo, dice que no había mucha población en la pampa. Lo cierto es que sí había. A lo largo del siglo XIX los migrantes europeos que se habían asentado al norte de Buenos Aires llegaron a varios acuerdos de convivencia y comercio con los indígenas que vivían al sur. Juan Manuel Rosas firmó varios tratados con ellos de cooperación, seguridad y convivencia. Pero a finales del siglo XIX todo cambió. Los acuerdos fueron traicionados. El presidente Roca planteó entonces “la solución final al problema de los indios”. Inició propiamente el genocidio de los aborígenes, con el fin de apoderarse de gigantescas extensiones de tierra que prácticamente duplicaron el tamaño del país.

Las conclusiones a las que llega Siccardi son terribles. Para “blanquear” al país, el gobierno argentino cometió genocidio contra los aborígenes patagónicos. A cambio de apoyo financiero para su movimiento político, Roca cedió enormes extensiones de tierras a los terratenientes para que estos pudieran aumentar su capacidad agrícola (Argentina se convirtió en “el granero del mundo”) y ganadera (surtió de carne a Europa durante la Primera Guerra Mundial). A principios del siglo XX, Argentina fue uno de los países más ricos del mundo, lo que no se dice es que esa riqueza estaba cimentada en el genocidio de sus aborígenes. Aún hoy hay quien niega esa herencia indígena, a pesar de que pervive en la genética argentina.

El proceso que refiere Siccardi es atroz. La ocupación argentina de la pampa produjo matanzas, violaciones, saqueos, internamientos en campos de concentración, servidumbre involuntaria de mujeres y niños, invisibilización de la parte indígena “bajo la ficción de una Argentina blanca, sin indios”.

Todo proceso de colonización es violento por naturaleza. A un territorio ocupado por decenas o cientos de miles de indígenas originarios llega un grupo humano de otro continente, se apropia de los territorios, masacra a los hombres y esclaviza a las mujeres y a los niños. Antes de hacerlo, los deshumaniza. A través de la literatura, las artes y la prensa los reduce a una condición de salvajes. “Siempre es más fácil cometer crímenes de lesa humanidad en contra de víctimas que han sido despojadas de su condición humana”, señala Siccardi.

Un mal salvaje contiene una tremenda acusación en contra de los procesos de colonización y en contra de la expansión amparada en la ideología del progreso. Detallan Coetzee y Siccardi crímenes de una oscuridad insondable.

Coetzee, en uno de los mejores momentos de este libro, ensaya una especie de debate imaginario entre él y los perpetradores del genocidio contra los aborígenes sudafricanos. “Los actos que a ustedes en el siglo XXI les parecen terribles a nosotros en el siglo XIX nos parecían distintos”, le dicen. A lo que Coetzee les responde: “La moral no es relativa. Cuando mataron a hombres desarmados, cuando violaron a sus mujeres y esclavizaron a sus hijos, sabían que estaban cometiendo un crimen”. Y le contestan: “Éramos la vanguardia de un movimiento de la civilización occidental, debíamos colonizar el desierto, volverlo productivo, tienes que comprender, ser empático”.

Un mal salvaje es un libro polémico, por momentos muy difícil de leer por las atrocidades que cuenta. Abre muchas interrogantes. Plantea muchas discusiones morales que se podrían tener sobre México, por ejemplo. Coetzee se niega a ser juez. Pero no puede perdonar a los suyos, a sus ancestros.

En Sudáfrica hace décadas un partido de hombres negros ganó democráticamente las elecciones y ahora mismo detenta el poder. Se celebraron juicios y se emitieron condenas. Alemania pidió perdón por las atrocidades que cometió en Namibia. Luego del derrumbe de la dictadura, la Constitución argentina reconoce ahora el derecho de los pueblos originarios. En Australia se reconoció recientemente el genocidio de los aborígenes pero no pasó nada, no hubo ningún tipo de reparación del daño.

“El pasado nunca está muerto”, escribió Faulkner. Un mal salvaje conecta los traumas del pasado con problemas vigentes del presente: la discriminación, la marginación y el racismo. El pasado ni siquiera es pasado.~~


[Fuente: www.letraslibres.com]

«Saudades trago comigo», fado mouraria interpretado por Camané

                                                                              Saudades trago comigo

Do teu corpo e nada mais

Pois a lei por que me sigo

Não tem pecados mortais

 

Talvez tu queiras saber

Porque em vida já estou morto

São apenas podes crer

As saudades do teu corpo

 

E tu que sentes por mim

Desde essa noite perdida

Sentes esse frio em ti

Que eu sinto na minha vida

 

Eu sei que o teu corpo

Há-de sentir a falta do meu

Por isso eu tenho a saudade

Que o meu corpo tem do teu

 

Eu tenho um sonho doirado

Sonho que a minha alma quer

É morrer cantando o fado

Nos braços duma mulher




                                                                

Letra: António Calém

Disco: «Uma Noite de Fados», 1995

 

«Muita gente fala mal da imigração. Acho estranho, porque Portugal é um país de emigrantes»

O jornalista sueco Henrik Brandão Jönsson vive no Rio de Janeiro há 25 anos e escreveu o livro 'Saudade'. Falou com emigrantes açorianos na Califórnia, madeirenses que fizeram vida na Venezuela e cabo-verdianos que emigraram para Nova Inglaterra, nos EUA. Também ele, que nasceu na Suécia e trabalha no Brasil, passa pela “sensação de querer partir e querer ficar ao mesmo tempo”. 

Foi a saudade que Henrik Jönsson sentiu da Suécia na pandemia que o levou a falar com emigrantes da Madeira, Açores e Cabo Verde sobre a saudade deles.

Escrito por Carla Alves Ribeiro

Durante a Guerra Fria, os Estados Unidos terão colocado na Base das Lajes, nos Açores, 32 armas nucleares. A morna mais conhecida de Cabo Verde, Sodade, popularizada pelo mundo inteiro por Cesária Évora, foi escrita em 1954 pelo violonista Armando Soares, um dos músicos de morna mais conhecidos de São Nicolau, e não por Armando Cabral e Luís Morais. A autoria foi-lhe reconhecida por um tribunal em 2006, mas o músico morreria quatro meses depois, aos 77 anos, sem receber dinheiro nenhum de direitos de autor. Em 2017, Nicolás Maduro decidiu oferecer aos venezuelanos pernil de porco para o Natal, mas a empresa portuguesa a quem foi feita a encomenda recusou-se a fornecer a mercadoria se o pagamento não fosse efetuado antecipadamente e saldada uma dívida anterior. Quem sofreu as consequências foram os emigrantes portugueses em Caracas, donos de supermercados.

Estas histórias controversas são abordadas no livro Saudade que o autor, Henrik Brandão Jönsson, acaba de lançar em Portugal (Penguin) e que ele considera que podem interessar ao leitor português. Mas elas são apenas pequenos episódios da história maior, escrita originalmente em sueco pelo jornalista, que é perceber a palavra portuguesa “saudade” relacionada com a emigração.

“Eu sempre tive curiosidade sobre essa palavra, porque é tão bonita e tão única. Não tem outra palavra no mundo que tenha dois sentidos ambíguos. Tristeza e alegria juntos. Sempre tive curiosidade, mas não sabia pessoalmente o que é saudade, até que durante a pandemia estava no Brasil e fiquei com saudades da Suécia. Não podia ir à Suécia. Comecei a fazer comida sueca no Rio, a escutar música sueca, estava com muita saudade. Então pensei, tenho que escrever sobre saudade e divulgar essa palavra bonita aos suecos, para eles entenderem o que é saudade”.

A Penguin volta a editar um livro de Henrik Brandão Jönsson –em 2022 lançou Viagem pelos Sete Pecados da Colonização Portuguesa –, também por Saudade tocar num tema que se discute muito nesta altura em Portugal, explica Henrik Brandão Jönsson. “O livro fala muito de migração. Hoje em dia é um tema aqui em Portugal. Muita gente fala mal da imigração. Na Suécia e aqui. Mas o que eu acho estranho é que Portugal é um país de emigrantes. Agora há pessoas chegando aqui e eu acho que Portugal podia falar melhor da imigração. E são muito criticados, os imigrantes. Então eu espero que o meu livro possa também contribuir para entender o que é a imigração. Não são ladrões que vão de um país para o outro. É para melhorar a vida”.

Ao longo desta investigação em torno da “saudade”, que levou o jornalista a viajar para os Açores, Madeira, Cabo Verde, Venezuela e Estados Unidos, surgiram outras histórias que surpreenderam Henrik Brandão Jönsson – Brandão por via do casamento com uma brasileira –, correspondente na América Latina do principal jornal sueco (Dagens Nyheter) e que vive no Rio de Janeiro, Brasil, há 25 anos (ver entrevista ao lado).

É o caso, por exemplo, da emigração açoriana para Central Valley, na Califórnia, para onde levaram uma atividade que conheciam bem na sua terra natal – as vacarias. Descobriu que quando os açorianos chegaram àquele grande vale separado da costa californiana pelas Cordilheiras Costeiras, os suecos já lá estavam. “Eu não sabia dessa história. Quando eu cheguei lá havia uma cidade ao lado de Turlock que se chama Hilmar. E Hilmar é uma palavra sueca, o nome é sueco. E as pessoas disseram, há uma colónia sueca aqui. O quê? E eles contaram-me toda essa história, que os suecos chegaram antes dos açorianos. Eram suecos que moravam em Minnesota, nesses lugares frios. E foram enganados, compraram terra em Central Valley e não tinham água. Depois chegaram os açorianos e eles não se entenderam bem, porque os suecos eram protestantes e os açorianos são católicos. Eles não casaram entre si.”

Os açorianos levaram para a Califórnia a Festa do Espírito Santo (Holy Ghost Festa) que ainda hoje é uma grande celebração por aquelas terras – como aliás as touradas, embora “sem sangue” (Portuguese Bloodless Bullfights). Henrik Brandão Jönsson falou com muitos dos portugueses daquela região agrícola, mostrando como os emigrantes sentem a saudade, numa espécie de grande reportagem pintada pelas suas próprias angústias. “Retratando, explorando a saudade deles, também para entender a minha saudade. Entrevistei pessoas, migrantes, porque todo o mundo que emigrou tem saudades”, conta ao DN.


Há emigrantes portugueses espalhados por muitas partes do mundo, mas o ângulo do jornalista ficou bem definido à partida: os que vieram de ilhas. Por isso temos a emigração dos açorianos para a Califórnia, a dos madeirenses para Caracas, e a dos cabo-verdianos para Nova Inglaterra, nos Estados Unidos.

“Os que são das ilhas, têm mais saudade. Todo o mundo que muda de um lugar para outro tem saudade. Mas se você vem de uma ilha, sente mais, porque tem saudade do mar. E há essa coisa também de uma ilha ser uma área restrita, você pode ver de um lado para o outro”.

Alguns dos ‘personagens’ desta história são Daniel Martiniano, antigo caçador de baleias açoriano, Elda Medeiros, cujos pais emigraram para Turlock quando o vulcão Capelinhos entrou em erupção no Faial, era ela criança, ou o padre Isaque que aos oito anos, na década de 1980, também chegou a Central Valley. Também conhecemos a história de José Viveiros, que emigrou para Caracas com o padrasto e a mãe aos 13 anos, singrou e vendeu o posto de combustível antes que Chávez se apropriasse dele; ou de Dionísio Pereira, que partiu do Funchal para a Venezuela para fugir ao serviço militar, criou a sua própria empresa, vendeu-a, mas com a hiperinflação, perdeu todo o seu património; ou ainda de Fernando Campos, gerente dos supermercados Gama em Caracas que, na altura da polémica do pernil de porco, viu a Guarda Nacional invadir-lhe o escritório.

A primeira vez que Henrik Brandão Jönsson entrou em contacto com a palavra “saudade” foi numa loja de discos em Lisboa, em 1993, ao ver o álbum de Cesária Verde com a canção Sodade. E para este livro ele viajou até Cabo Verde e falou com Sónia e Irineu Soares, os filhos de Armando Soares, reconhecido pela justiça como o autor da letra e música da mais famosa morna do mundo, e que também foi emigrante.

Os cabo-verdianos são também um povo de emigrantes e neste livro ficamos a conhecer histórias de vida como a de João Cardoso Corrêa, 77 anos, originário da ilha do Fogo, que está há 25 anos em Brockton, Nova Inglaterra, e que não vê a mulher, Josefa, há 24 anos, por lhe ter sido recusado o visto.

Mas este livro é também uma viagem pessoal de um emigrante sueco a viver no Brasil há um quarto de século. Nas conversas que foi tendo com os emigrantes com quem se cruzou, levantou-se a questão: onde morrer e onde ser enterrado? Morrer no país de acolhimento mas ter a morada eterna onde se nasceu? “Todos os imigrantes lutam com essa questão. Eles vão voltar para morrer? Algumas pessoas querem isso. E outras pensam, não, porque tenho aqui os meus filhos, os meus netos. Mas a maioria quer ser enterrado por um padre português.”

Henrik Brandão Jönsson nunca tinha pensado nisso, mas o tema da morte do emigrante atravessou-se nesta narrativa, e ele até pediu conselho a dois padres com quem falou, um na Califórnia e outro na Venezuela. A resposta foi a mesma – o tempo ajudará a decidir – levando-o a questionar-se sobre se é uma pergunta padrão dos sacerdotes... A dúvida de Henrik acompanho-o neste livro, mas no final o escritor revela em que país quer morrer, e em que país quer ser enterrado.

Henrik escreve sobre como ele próprio sente saudades da Suécia quando está no Brasil, e do Brasil quando está na Suécia, e de como os sabores são importantes para “matar saudades”. “A minha saudade não é do nacionalismo, da bandeira sueca, é dos sabores. Agora na Páscoa tive um ataque de saudade. Estava a ver a família no Instagram celebrando e abri a geladeira, achei uma lata de arenque, fiz ovos, arenque, matei a saudade”.

A saudade também não tem o mesmo peso em Portugal e no Brasil. “Especialmente para os cariocas, a saudade é qualquer coisa. Ah, que saudade, esse sorvete! Você encontra uma pessoa ontem e encontra no dia seguinte, e que saudade de ontem! Então, a palavra não é tão pesada. Aqui em Portugal saudade é mais saudade, é mais séria, mais sentimental, mais melancólica”.

Não se teoriza sobre a saudade neste livro, mas explica-se a origem da palavra e de como se enraizou na língua portuguesa. O autor cita Onésimo Teotónio Almeida - açoriano que se doutorou em Filosofia na Universidade de Brown, onde foi professor catedrático no Departamento de Estudos Portugueses e Brasileiros - que diz que a saudade é um sentimento universal, mas que só o português tem uma palavra para o definir. Faz o contraponto com o linguista Marco Neves, que afirma que não é uma palavra intraduzível, embora não numa única palavra.

Uma coisa é certa: com a globalização, há cada vez mais pessoas no mundo a sentir saudade. Henrik Brandão Jönsson considera que a palavra vai espalhar-se por outras línguas. Com os anglicismos a proliferarem, saudade pode bem tornar-se um lusismo em várias línguas por esse mundo fora. “Eu acho que no futuro, dentro de dez, 15 anos, as pessoas vão usar a palavra saudade no inglês, no mandarim... Porque é uma palavra única para o sentimento que está virando a norma. Você nasce num lugar, muda para outro. Todo o mundo, daqui a pouco, vai ter saudade. Acho que essa palavra vai espalhar-se. Na Suécia, por exemplo, nós usamos muitas palavras em inglês. Os suecos já estão a começar, por causa do meu livro, a falar ‘ saudade’, com pronúncia sueca.

Henrik Jönsson vive no Rio de Janeiro e é correspondente do maior jornal sueco na América Latina.

“Se o Flávio ganhar, ele vai abrir o Brasil à exploração americana”

No livro Saudade relata uma conversa com Marcelo Rebelo de Sousa quando ele foi à reabertura do Museu da Língua Portuguesa, em São Paulo, em 2021. Mas ele não gostou das perguntas.

Não, ele não gostou, eu provoquei-o um pouco. São Paulo é a cidade onde há mais pessoas que falam português. Eu perguntei ao Marcelo o que ele sentia em relação a isso, que o Brasil, que é uma ex-colônia, tem um museu da língua que vem do Portugal. Ele realmente não gostou da pergunta. Porque ele tem orgulho que o português é de Portugal, não é do Brasil, o Brasil é uma ex-colónia. Então os repórteres de Portugal que estavam lá riam, porque eles não tinham, talvez, a coragem de fazer essa pergunta. Mas eu, enquanto sueco, não tenho nada a ver com isso. Então eu podia fazer essa pergunta.

Como correspondente do Dagens Nyheter, acompanha mais a área política?

Mais política, mas é claro que vou trabalhar na Copa do Mundo. Vou cobrir Portugal, Brasil e a Suécia, porque sou o único do jornal que fala português. Então vou ver o Colômbia-Portugal, em Miami. Talvez o último jogo do Cristiano Ronaldo.

E como é que está a situação política no Brasil?

Está muito difícil. Muito difícil, porque as pessoas cansaram-se de Lula. Lula fez muita coisa boa para o Brasil. Ele é uma pessoa maravilhosa, mas ele é um homem de 80 anos. Não tem herdeiro, não tem alguém que pode ganhar as eleições, mas as pessoas estão tão cansadas de ver Lula que eu acho que eles vão votar em qualquer um que não seja Lula.

O que antecipa nos próximos tempos no Brasil, com as eleições?

Quem na pesquisa é mais forte é o Flávio Bolsonaro, o filho de Bolsonaro, e ele pode ganhar. Ele é muito esperto, ele não usa o sobrenome Bolsonaro, ele só fala Flávio, Flávio, Flávio, Flávio. Porque as pessoas não gostam muito de Bolsonaro, mas como ele é Flávio, então não é Bolsonaro. Então há o risco de ele ganhar as eleições. Se o Flávio ganhar, ele já falou para Trump que ele vai vender os minerais raros para os Estados Unidos. Ele vai abrir o Brasil para a exploração americana. Agora tem muita exploração da China no Brasil, mas isso vai acabar, e os Estados Unidos vão entrar e enganar o Brasil pegando petróleo, minerais, pedras, essas coisas. Porque o Flávio já falou isso, vem para o Brasil, pega nossas coisas.

E qual é a situação agora na Venezuela?

Está melhor, mas ainda é uma ditadura, ainda tem presos políticos, a economia não vai para a frente. Mas eu acho que a Delcy Rodríguez é cem vezes melhor que Maduro. Ela está negociando com os Estados Unidos, está abrindo, mas o país está muito afetado pelo chavismo. Então vai demorar até pegar de novo. Mas eu, como jornalista, acho que é mais fácil ir para a Venezuela. Agora você pode fazer as matérias, a repressão não é tão forte como era dantes.

Os emigrantes portugueses na Venezuela podem ter alguma esperança?

Sim, eu acho que sim. Já falei com várias pessoas que saíram da Venezuela em 2016, quando havia fome, essas coisas. Foram para Madeira ou para o continente de Portugal e agora estão voltando para Caracas. Então tem mais esperança que a economia vai funcionar de novo na Venezuela.

 

[Fotos: Gerardo Santos - fonte: www.dn.pt]