Ambientato all’alba del colpo di stato di Pinochet in Cile, è un film acido e crepuscolare che riflette su rapporti umani messi alla prova da un passato ingombrante che ne condiziona il presente e sulla caducità della memoria. Comunque un riso amaro Wild Horse Nine lo lascia… Alla Mostra di Venezia 2026, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ad un grande John Malkovich.
di Alessandro Mastandrea
Dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e Gli spiriti dell’isola (2022), con Wild Horse Nine siamo al terzo lungometraggio diretto dal drammaturgo e regista inglese fieramente legato alle proprie origini irlandesi Martin McDonagh, il cui film era stato presentato con successo in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. E possiamo senz’altro subito anticipare che la pellicola ci conferma le alte aspettative della vigilia, perché in essa ritroviamo, in modo a nostro avviso non ripetitivo, tutto il repertorio cui il regista e sceneggiatore ci ha abituati.
Wild Horse Nine è il nome (di finzione, per quel che ci è dato sapere) che la CIA ha dato alla operazione segreta che l’undici settembre del 1973 porterà alla caduta del governo del presidente socialista Salvador Allende, democraticamente eletto e del quale vengono mostrate, durante le prime sequenze, immagini di repertorio con la folla festante in piazza ad acclamarlo. Quegli stessi anni, sono anche, però, quelli della presidenza Nixon e della dottrina Monroe messa in atto in modo spregiudicato dall’Intelligence americana in Sudamerica, considerato come giardino di casa degli Stati Uniti.
È in questo contesto storico
che a Santiago del Cile si trovano ad operare in Wild Horse Nine gli
agenti Chris (John Malkovich, intenso, stralunato e dolente, una prova
magnifica la sua) e Lee (un Sam Rockwell altrettanto straordinario): il
primo è un agente sul campo di lunga esperienza, che ha visto e, soprattutto,
fatto di tutto, coinvolto in alcuni dei fatti storici più controversi e
cruenti, sia in patria (girano infatti voci che sia stato coinvolto in modo
attivo nell’assassinio di John Fritzgerald Kennedy) che in America
latina e sul continente africano.
Un uomo avviato verso il
crepuscolo della propria esistenza umana, che avverte la necessità di fare i
conti con il proprio passato, con la vecchiaia e i suoi rimpianti, oltre
che con una salute e una memoria quantomai precarie (la seconda, potremmo dire,
quasi in modo provvidenziale). L’agente Lee, il secondo polo di questa strana
coppia, è anch’egli non più giovanissimo: ha lasciato a casa Marge (Parker
Posey), moglie fedifraga e insoddisfatta, e i propri figli. Entrambi gli
agenti non sono più attivi sul campo, Chris perché la sua condizione fisica e
mentale non lo consente, Lee invece perché è diventato, de facto, la balia
dell’amico e collega.
Tra i due esiste un rapporto di
sincera e profonda amicizia, sebbene la CIA non sia proprio il posto ideale per
praticare la sincerità e sebbene a Lee sia stato affidato il compito di sorvegliare strettamente il sodale da M.J. (Steve Buscemi, altra prova
attoriale solidissima) direttore delle operazioni segrete Usa in America
Latina.
Il banco inizia a saltare quando, sul punto di partire per l’Isola di Pasqua, in aeroporto, i due agenti segreti fanno la conoscenza di Monica (Mariana di Girolamo) e Alicia (Ailín Salas) due studentesse cui improvvisamente Chris rischia di rivelare tutto, divenendo egli stesso una minaccia per il governo per cui lavora. La permanenza sull’Isola di Pasqua non sarà priva di rischi per i due, ma regalerà loro anche la possibilità di mettere in prospettiva le cose e di fare pace con il proprio passato.
Dialoghi e situazioni surreali
si susseguono una dopo l’altro anche in Wild Horse Nine, in
maniera serrata, incalzante, e tutti i personaggi che entrano a far parte della
vicenda, anche quelli comprimari, sono cesellati nei dettagli più minuti e
seguono una parabola evolutiva che li vedrà divenire entità diverse da chi
erano a inizio pellicola. Alle situazioni drammatiche seguono situazioni
comiche e a queste ultime seguono momenti di stasi e contemplazione, dove la
figura umana è sovente messa a confronto con gli spazi, le geografie e
territori che essa abita (in questo caso quello incontaminato dell’Isola di
Pasqua), scoprendosi inadeguato.
E’, in un certo senso, la
fotografia di un condizione umana imprigionata dalla propria finitezza, dal
proprio ruolo sociale, ma che aspira ai grandi spazi, a una frontiera che qui
viene rappresentata tanto dai panorami incontaminati dell’Isola di Pasqua
(che richiamano quelli Irlandesi, cari al regista), quanto, in una sorta di
eco, dalle bellezze paesaggistiche della Monument Valley dove vive il
fratello di Chris, interpretato da Tom Waits.
Ritroviamo, quindi, anche in
questo Wild Horse Nine, una serie di coppie male assortite (ma
che tendono a completarsi a vicenda), persone dalla morale opaca, responsabili
di azioni deplorevoli e tuttavia in cerca di redenzione, portatrici di un
proprio codice morale, dietro cui, non a caso, si cela un’educazione cattolica.
Se è vero che la tragica
vicenda cilena rimane in parte sullo sfondo, non altrettanto lo è il giudizio
storico, politico, morale anche, che, attraverso i personaggi, Martin
McDonagh non ha paura di esprimere: “siamo qui per far cadere la vostra
democrazia”, dirà Chris alle studentesse, ormai preda di una sincerità senza
freni inibitori.
E’ un film crepuscolare, questo
Wild Horse Nine, che riflette su rapporti umani messi alla prova da
un passato ingombrante che ne condiziona il presente, sulla caducità della
memoria (bellissima la dicotomia tra un Chris che la sta perdendo ma che è
comunque intenzionato a salvarla mettendola per iscritto in forma di Memoir) e
della salute, sul perdono, la possibilità del riscatto e di una redenzione da
attuare anche solo nell’aldilà. Una riflessione, in ultima analisi, su memoria
e morte.
Assolutamente da non perdere
anche, ma non solo, per la magnifica interpretazione di John Malkovich premiata
al Festival di Venezia 2026.
In Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 (Coppa
Volpi per la migliore interpretazione maschile).
In
sala dal 5 novembre 2026.
Wild
Horse Nine – Regia e sceneggiatura:
Martin McDonagh; fotografia: Ben Davis; montaggio:
Mikkel E. G. Nielsen; musica: Carter Burwell; interpreti:
John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas,
Tom Waits, Parker Posey; produzione: Graham Broadbent, Peter Czernin,
Martin McDonagh, Anita Overland; origine: Gb, 2026; durata: 118
minuti; distribuzione: The Walt Disney Company Italia
[Fonte: www.close-up.info]


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