I sondaggi davano favorito il leader progressista, che però ha perso il voto delle periferie così come la regione di Minas Gerais. L’avvocatura di Stato indaga sull’ingerenza di Washington nella campagna elettorale.
di Estefano Tamburrini
Sarà ballottaggio, ma con un piede a destra. Con il 47,03% dei voti (oltre 56 milioni), Flávio Bolsonaro è in vantaggio di quasi due punti sul presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva, fermo al 45,16% (circa 54 milioni di voti). Bolsonaro vince anche all’estero con 25mila voti, contro i 18mila di Lula. I sondaggi davano un vantaggio di due punti al leader progressista, ma la mappa del voto è cambiata: oltre al meridione e al centro-ovest, l’ultradestra conquista lo stato di Minas Gerais, dove secondo l’immaginario comune si decide il prossimo presidente. Bolsonaro si aggiudica così il cuore economico e industriale, ma anche le periferie urbane. A sua volta, il candidato progressista mantiene la propria roccaforte a nord-est, ma la strada verso la rielezione è in salita su tutti i fronti.
“Ero convinto di vincere le elezioni al primo turno”, ha detto Lula, per il quale “da domani (oggi, ndr) inizia la nuova campagna”. Deve recuperare le periferie, entrate nell’orbita della destra. Crede nella possibilità di fermare Bolsonaro, che ha una “biografia scandalosa”, legata a “gruppi paramilitari” e a vicende di corruzione che “andrebbero chiarite”. Reagendo ai primi risultati, Bolsonaro ribadisce che il Paese “vuole un cambiamento”, sottolineando che “la fine dell’era del Partito dei lavoratori è vicina”. “Ho solo bisogno di un mandato”, promette, anticipando la volontà di rinnovare la Corte suprema “per affrontare e risolvere i veri problemi del Brasile”.
I voti dei candidati fuori corsa, Escritor Augusto Cury, Ronaldo Caiado e Renan Santos, entrambi di destra moderata (che sommano il 7,8% dei consensi), sono pronti a confluire su Bolsonaro, che resta favorito. Anche le camere vanno a destra: il blocco di centrodestra proietta la maggioranza assoluta al Congresso (53%), con almeno 270 deputati, e tra 35 e 40 seggi al Senato (che si è rinnovato di due terzi). Netta vittoria del blocco di destra anche alle elezioni regionali: ottiene 15 governatori su 25 al primo turno, tra cui Tarcísio de Freitas (San Paolo) e Cleitinho Azevedo (Minas Gerais). Restano in bilico sei stati, tra cui Distretto Federale e Amazonas.
Nelle ore del voto sono state arrestate 169 persone per reati connessi a propaganda irregolare, violazione del silenzio elettorale e corruzione elettorale: 23 persone sono state fermate per voto di scambio a Teresina, Piauí, Boa Vista e Roraima. Sequestrata anche la quantità complessiva di 789.800 reais in contanti (l’equivalente di 151mila dollari) destinati a corrompere gli elettori, non vincolati al momento a un singolo schema finanziario né a un unico candidato. Lo stesso Bolsonaro avrebbe violato il silenzio elettorale, chiedendo il voto ai cittadini in fila all’ingresso del suo seggio a Rio de Janeiro. Tensioni nei pressi dell’ambasciata brasiliana a Buenos Aires tra sostenitori dei candidati, ritardi significativi nelle aperture dei seggi negli Usa e un tentativo di distruggere materiale elettorale a Ginevra.
Il Brasile è diventato terreno fertile di ingerenze e attacchi ibridi Usa, su cui indaga l’Avvocatura dello Stato. La Polizia federale parla addirittura di un milione proveniente dagli Usa passato attraverso il programma di “Contrasto al lawfare e alla censura”. Altri fondi, destinati alla propaganda digitale, sarebbero arrivati attraverso il Rockbridge network, che fa capo al vicepresidente Usa JD Vance. Per l’Avvocatura, le azioni straniere puntano a “perseguire” e “indebolire la sovranità nazionale”. La Giustizia locale indaga anche sul trasferimento di 12 milioni di dollari eseguito nel 2025 dall’ex banchiere Filipe Vorcaro — oggi in carcere — per finanziare il film Dark Horse, prodotto da Go Up Entertainment e diretto da Cyrus Nowrasteh.
E non solo. Alla vigilia del voto, l’ambasciata Usa a Brasilia e la rete consolare hanno sospeso i servizi nel Paese per “motivi di sicurezza“, chiedendo ai cittadini americani di non avvicinarsi alle sedi diplomatiche senza fornire dettagli. Bolsonaro incolpa Lula della crescente insofferenza di Washington verso Brasilia, ritenuta “troppo vicina alla Cina“. Ma l’esecutivo non ci sta e denuncia l’evento come “un gesto diplomatico anomalo”, compiuto a “ridosso delle elezioni”, che “proietta instabilità” favorendo la destra. Lo staff di Lula ha chiesto alla Corte suprema di indagare sul “serio sviluppo” dell’ingerenza Usa, con la complicità dei fratelli Flávio ed Eduardo Bolsonaro. Washington ha imposto dazi punitivi contro il Brasile, avviato indagini sul sistema di pagamento Pix e revocato il visto a otto funzionari e undici giudici della Corte suprema, tra cui Alexandre de Moraes, sgradito a Trump per la condanna a Jair Bolsonaro causa tentato Golpe. Il tycoon ha persino ricevuto Bolsonaro Jr. a Washington a fine maggio come precandidato, provocando l’ira di Lula: “Se Marco Rubio vuole sostenere la candidatura del mio avversario, il senatore Flávio Bolsonaro, venga in Brasile e fondi un comitato elettorale. Li sconfiggeremo, in difesa della democrazia”.
Tali azioni hanno spinto i senatori Usa Shaheen, Kaine e Welch a denunciare in una lettera al segretario di Stato Rubio la “campagna di interferenza e destabilizzazione” della Casa Bianca, chiedendo di “riconoscere il risultato certificato delle elezioni democratiche 2026 in Brasile”. Da sottolineare infine il ruolo delle chiese evangeliche (30% della popolazione, 47 milioni di fedeli): oltre la metà sostiene Bolsonaro tramite la rete di Edir Macedo, le Assemblee di Dio e il fronte parlamentare evangelico. Flávio promette loro “quattro o cinque ministri convintamente evangelici” per “salvare anime” e “onorare il nome di Dio”.

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