Bella storia (vera) e buon cast capitanato da Isabelle Huppert, ma il racconto è convenzionale e pieno di cliché, con una forte dimensione da rotocalco
Raphaël Personnaz e Isabelle Huppert in La donna più ricca del mondo.
di Emanuele Rauco
“Conta
come ti vedono gli altri”. È la chiave di lettura di La donna più ricca del mondo:
la pronuncia un fotografo alla protagonista, cambiando completamente la sua
vita, oltre che la propria. Infatti, il film diretto da Thierry Klifa - in sala
dopo il fuori concorso di Cannes 2025 e la presentazione al Festival del nuovo
cinema francese di Roma - è ispirato a una vera storia che rielabora cambiando
i nomi e poco altro: si narra di Marianne, la donna del titolo interpretata da
Isabelle Huppert, erede di una potente ditta di cosmetici che subisce
l’adulazione e il fascino di Pierre-Alain (Laurent Lafitte), il fotografo di
cui sopra, il quale costruisce un’immagine pubblica vincente per
l’imprenditrice e si fa ripagare da donazioni, regali, investimenti che finiscono
per allarmare la famiglia.
Klifa, insieme a Cédric Anger e Jacques Fieschi, si ispira al caso Banier-Bettencourt che tenne banco su giornali e riviste d’Oltralpe tra gli anni ’80 e ’90, arrivando a conclusione giudiziaria solo nel 2016, per farne non un thriller o un dramma processuale, ma per raccontare il rapporto di una donna di potere con sé stessa, con il denaro e con quel potere.
Strutturando
il racconto per interviste, come se fosse un documentario, ma con un retrogusto
da interrogatorio - infatti il film si apre con la retata della guardia di
finanza per poi procedere a ritroso, il film racconta di un’ereditaria che non
ha alcun interesse per la ricchezza che le è capitata, sa gestirla e farla
fruttare, ma non combatte per essa, anzi pare quasi viverla come una gabbia, da
cui ipocritamente cerca di fuggire proprio nel rapporto con Pierre-Alain,
un’amicizia interessata, ma che paradossalmente resta sincera e “pura” proprio
per questo.
Klifa racconta lo sguardo manipolatorio della ricchezza e il filtro che essa apporto allo sguardo dei ricchi, cerca di riflettere sull’importanza dell’immagine e della sua costruzione, ragiona su cosa significhi farsi guardare nel capitalismo moderno, come la persona pubblica sia indice di salute economico-finanziaria (c’è un accenno, purtroppo non approfondito, sul passato del marito di Marianne come collaborazionista di Vichy, raccontato attraverso l’ascolto dei telegiornali) più dei libri contabili; per questo, appare sensata la decisione del regista e del direttore della fotografia Hichame Alaouié di restituire una dimensione estetica da rotocalco.
Peccato che in quella dimensione resti anche la narrazione, facendo mancare profondità al discorso, lasciando i protagonisti a navigare a vista dentro i cliché, soprattutto Lafitte che, pur portandosi a casa il César, sembra mimare e imitare la versione del gay vista ne Il vizietto; lo stesso Klifa vi rimane incastrato, indeciso tra ricostruzione fedelmente cronachistica e artificio narrativo esposto, e soprattutto, non riesce a gestire al meglio i tempi e toni del racconto, specie verso il finale, si rilassa, si sfilaccia e perde interesse proprio quando la tensione dovrebbe portare a una stretta.
La donna più ricca del mondo è uno di quei film che una volta avremmo definito
“medi”, basati su una bella storia e su bravi attori, uno di quei tipi di
produzione che sanciscono la salute di un’industria e di una cinematografia (e
che quella francese stia bene, al netto dei problemi congiunturali, è fuori di
dubbio); questo tenta anche di emanciparsi dagli schemi convenzionali, dai
codici di racconto per cercare una strada più peculiare, ma l’eccessiva
lunghezza e confidenza nei propri interpreti, i quali va detto sono bravi, ma
lavorano su binari confortevoli, specie Huppert, impediscono il successo
completo. Ed è un’impressione, un’apparenza, su cui Klifa al contrario di
Pierre-Alain non riesce a operare più di tanto.
[Foto: Manuel Moutier - fonte: www.cinematografo.it]



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