quarta-feira, 18 de março de 2026

«Coazione a ripetere»: come la guerra permanente condiziona la psiche israeliana

Dal 7 ottobre all’Iran il governo israeliano ha ripetutamente usato lo stato di emergenza per rendere superfluo il pensiero individuale, spiega la Dott.ssa Dana Amir.

Un gruppo di israeliani presenti al funerale di due uccisi dai missili iraniani si protegge al suono delle sirene di un nuovo attacco.

di Dana Mills

+972 Magazine

Otto mesi fa Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, segnando l’inizio di quella che in seguito sarebbe stata definita la “Guerra dei 12 giorni”. Al termine il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato una vittoria storica. “Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di annientamento da parte di armi nucleari e la minaccia di annientamento da parte di 20.000 missili balistici”, ha affermato. “Se non avessimo agito ora lo Stato di Israele sarebbe presto andato incontro al rischio di un annientamento”.

La guerra si è svolta nel mezzo del genocidio israeliano a Gaza, meno di due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, e mentre Israele si confrontava contemporaneamente con Hezbollah e gli Houthi. Per molti israeliani ha segnato l’apice di un biennio caratterizzato da ansia, impotenza e incertezza. Ma sabato scorso l’avvio congiunto di una nuova guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha infranto le promesse di Netanyahu, insieme a qualsiasi illusione di tregua da un continuo stato di emergenza.

Come sempre l’esperienza stessa della guerra è condizionata dall’apartheid israeliano nella terra tra il fiume e il mare. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non hanno rifugi per sfuggire ai bombardamenti, mentre i cittadini palestinesi di Israele hanno infrastrutture molto meno stabili per proteggersi dai missili balistici. A volte sembra che Netanyahu e il suo governo siano impegnati in uno stato di guerra e instabilità permanente nella regione, in cui tutti gli esseri umani sono costretti a vivere in una condizione di costante vulnerabilità e precarietà.

Da sabato mattina, tra una corsa alla stanza antipanico e il tentativo di pensare al futuro prossimo e a medio termine, ho riflettuto sulle conseguenze psicologiche di questa situazione. Per comprendere meglio le implicazioni personali e politiche del vivere in uno stato di guerra perpetua ho parlato con la Dott.ssa Dana Amir, psicologa clinica, psicoanalista, scrittrice e poetessa.

L’intervista è stata modificata per motivi di sintesi e chiarezza.

Prima che gli israeliani avessero il tempo di piangere le vittime degli attacchi del 7 ottobre il governo ha iniziato a massacrare i civili palestinesi a Gaza, mentre i media tradizionali israeliani giustificavano questa violenza genocida sostenendo che avrebbe “impedito il prossimo 7 ottobre”. Secondo lei quale prezzo psicologico stanno pagando gli israeliani costretti a vivere in questo ciclo di paura e violenza da più di due anni?

Quando eventi di tale travolgente intensità – il 7 ottobre, il successivo massacro israeliano a Gaza e le guerre con Iran e Hezbollah – si verificano in così rapida successione la prima cosa che crolla è la capacità di elaborare il lutto, che è uno dei processi più essenziali per la psiche umana. Dobbiamo elaborare il lutto per andare avanti. Quando questa possibilità viene negata la psiche praticamente si blocca.

Il risultato è che noi israeliani siamo di fatto bloccati in uno stato psicologico primitivo riguardo allo sforzo necessario per elaborare eventi traumatici. Non abbiamo modo di fare ciò che è necessario per andare avanti. Ci lasciamo invece coinvolgere in una forma altamente pericolosa di coazione a ripetere: un impulso inconscio a rivivere l’evento ancora e ancora, a riscrivere il dolore sia a livello personale che collettivo.

Ciò a cui stiamo assistendo è una società che non riesce a elaborare il lutto e, di conseguenza, non riesce a condurre alcun significativo esame di coscienza, né interiormente né in relazione agli altri. Il risultato è una sorta di sprofondamento nel dolore, da cui le uniche vie d’uscita sono atti di vendetta che scaricano questo dolore sull’altro e lo riproducono al suo interno.

Il messaggio contraddittorio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima della guerra con l’Iran, che suggeriva un possibile accordo e minacciava contemporaneamente l’uso della forza militare, ha creato nell’opinione pubblica un continuo senso di impotenza, culminato sabato mattina con l’attacco alla Repubblica Islamica. Come si fa a fronteggiare tali livelli di incertezza?

Esiste davvero un profondo senso di impotenza accompagnato da uno stato di costante prontezza ad assorbire il dolore. Questa prontezza permane durante la guerra stessa, perché rimaniamo nell’assoluta incertezza su ciò che sta accadendo. Di conseguenza viviamo in uno stato di allerta incessante, estenuante e snervante.

In superficie questa prontezza fornisce un illusorio senso di potenza: l’essere pronti apparentemente porta all’azione, ad esempio a correre verso la stanza antipanico. Ma la prontezza in cui ci troviamo non ha orizzonte. Ben poco di ciò che accade dipende effettivamente da ciò che facciamo, e c’è una crescente sensazione che nulla di tutto ciò sia collegato ai nostri interessi. Siamo pedine su una scacchiera controllata da forze politiche che hanno sé stesse come unico orizzonte politico.

Questa situazione offre l’opportunità di riflettere sulla natura dell’ansia. Considero l’ansia psicologica l’equivalente della temperatura corporea, una sorta di meccanismo di segnalazione. Quando la temperatura corporea aumenta il nostro impulso immediato è quello di abbassarla. Ma la febbre è in realtà un segnale importante che il sistema immunitario sta combattendo qualcosa. È un meccanismo di allarme naturale che cerca anche di affrontare ciò che sta attaccando il corpo.

L’ansia funziona in modo simile: in uno stato di ansia normale, non in quella patologica, che è un’alterazione del meccanismo di segnalazione, l’ansia si intensifica quando c’è una minaccia per il sistema psichico e si attenua una volta che il sistema immunitario della psiche riesce a farvi fronte.

Tuttavia nella situazione attuale il termometro non funziona più correttamente. Siamo costantemente ansiosi e di conseguenza l’ansia diventa una condizione costante. Cambiano solo le cause.

Quando l’ansia diventa un parametro costante assomiglia a un malato alla cui malattia viene assegnato ogni giorno un nome diverso. Ieri moriva di influenza; oggi muore di cancro. Le malattie stesse perdono significato perché portano tutte allo stesso risultato. Di conseguenza non vengono mobilitate risorse reali per affrontarle.

Nel linguaggio della psicologia cognitiva questo si chiama impotenza appresa. È un fenomeno osservato nei topi da laboratorio che smettono di premere i pedali che forniscono loro cibo. Non riescono più a collegare un’azione specifica a un risultato specifico, e quindi si arrendono.

Gli israeliani sono da tempo quei topi. Abbiamo smesso di premere i pedali. Il nostro livello di ansia e impotenza è così alto che la maggior parte di noi ha rinunciato al tentativo di comprendere la connessione tra azione o inazione e il suo risultato. Sembra che tutti i risultati siano identici. In un certo senso questa è la grande vittoria del governo: è riuscito a trasformare cittadini attivi e pensanti in indifesi topi da laboratorio.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui a novembre una compagine di associazioni di psicologi e organizzazioni della società civile ha pubblicato una lettera in cui si chiedeva al primo ministro di dichiarare lo stato di emergenza nel campo della salute mentale.

Nel suo bestseller “The Shock Doctrine” Naomi Klein sostiene che governi e aziende sfruttano crisi estreme – guerre, disastri o collasso economico – per portare avanti programmi politici ed economici di vasta portata. Nel caso di Israele il governo sembra utilizzare l’accumularsi di così tanti fattori che generano ansia per reprimere il dissenso e intensificare il potere militare e la continua disumanizzazione dei palestinesi. Come possono le persone reagire sul piano psicologico e mantenere una resistenza collettiva in tali condizioni?

Gli stati di emergenza collettivi sono situazioni prodotte dagli stessi governi. Il loro utilizzo è legato alla dichiarazione dello stato di emergenza, che solo il detentore del massimo potere ha l’autorità di proclamare.

Quindi fin dall’inizio si tratta di una condizione imposta dal potere a quanti vi sono soggetti.

Nel momento in cui viene dichiarato lo stato di emergenza entriamo in una sorta di stanza sicura [a prova di esplosione] non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. È una condizione in cui siamo circondati da spesse mura, senza ricezione per i cellulari, isolati dal mondo esterno. Il significato di questa condizione è la rarefazione, o addirittura l’annullamento, del pensiero indipendente e critico. In uno stato di emergenza qualcun altro pensa per noi. L’emergenza stessa rende superfluo il pensiero individuale.

Se immaginiamo il sistema psichico come un apparato digerente, una sana digestione implica l’assunzione di ciò che è necessario ed espulsione di ciò che non lo è. C’è una negoziazione costante tra ciò che viene interiorizzato e ciò che viene rifiutato.

In questo stato di emergenza non c’è spazio per una tale digestione. O ingoiamo interamente i messaggi che ci vengono somministrati, o li sputiamo del tutto, oppure li teniamo bloccati nella gola.

Questo è il motivo per cui in situazioni di stato di emergenza può essere esercitata una forza così grande su di noi. È anche il motivo per cui il detentore del potere ha interesse a creare sempre più stati di emergenza. Il compito più difficile in tali circostanze è quello di recuperare la pluralità, il dubbio e il pensiero stesso.

Ora, mentre corriamo avanti e indietro verso i rifugi e l’Iran risponde ai continui bombardamenti israelo-americani le nostre vite sono cambiate ancora una volta. La frequenza degli attacchi e la rapida regionalizzazione della guerra hanno creato molteplici strati di incertezza. Come si collegano gli ultimi giorni ai due anni appena trascorsi?

Penso che questi ultimi giorni siano semplicemente un concentrato di ciò che accade ininterrottamente da più di due anni: ansia al massimo, esaurimento al massimo, nervi completamente a pezzi. E a tutto questo si aggiungono messaggi che inquadrano questa guerra come una guerra di liberazione, persino come possibile base per una nuova pace mondiale.

Il grado in cui questi messaggi sono distaccati dalla distruzione deliberata che viene perpetrata produce una profonda disconnessione tra causa ed effetto, una disconnessione che, come ho detto prima, crea terreno fertile per l’impotenza appresa.

Negli ultimi tempi sembra che non ci sorprendiamo più quando si verificano nuovi disastri. Una catastrofe segue l’altra. In che modo questo influisce sulla nostra capacità di immaginare un orizzonte diverso, di vivere le nostre vite con una prospettiva più ampia e immaginare un futuro non saturo di violenza?

La resistenza si basa proprio sulla capacità di immaginare, di andare oltre ciò che è immediatamente reale e concreto. La capacità di aggrapparsi alla possibilità di un orizzonte dipende da una sorta di lirismo individuale e collettivo dell’anima.

Non si tratta di un singolo atto di deviazione dalla realtà. È uno sforzo continuo per permettere alla realtà di trasformarsi dentro di noi ripetutamente, in modo che alla fine possa trasformarsi anche fuori di noi.

Nel 1920 Paul Klee dipinse l’Angelo della Storia [Angelus Novus”], raffigurando un angelo che fissa qualcosa da cui sembra cercare di fuggire. Il suo volto è rivolto al passato, mentre la sua schiena è rivolta al futuro. Negli ultimi giorni mi è spesso tornata in mente questa immagine: quella di una persona il cui sguardo è fisso su ciò che viene distrutto piuttosto che su ciò che potrebbe essere costruito; qualcuno che cerca di sfuggire a qualcosa, ma alla fine ne rimane intrappolato.

Il potere del lirismo umano risiede nella capacità di volgere in avanti il ​​volto dell’angelo della storia. È il potere di rivendicare per noi stessi non solo il diritto, ma anche l’obbligo di scegliere la vita anziché la morte, di scegliere il futuro anziché rievocare all’infinito il passato in modo compulsivo e futile.


Dana Mills è scrittrice, attivista, danzatrice e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di “Dance and Politics: Moving beyond Boundaries” [Danza e politica: oltrepassare i confini, ndt.] (2016), “Rosa Luxemburg” (2020), “Dance and Activism” Danza e attivismo, ndt.] (2021) e “One Woman’s War” [Guerra di una donna, ndt.] (2024).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

[Foto: Yonatan Sindel/Flash90 - fonte: www.zeitun.info]

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