İlker Çatak gira un film apertamente politico: due artisti sgraditi al regime che infestano la Turchia col fantasma della libertà. Orso d’Oro a Berlino 76

Tansu Biçer e Özgü Namal in Yellow Letters
di Emanuele
Di Nicola
Turchia, oggi: un'attrice teatrale rifiuta la foto con un politico di governo e inizia la sua degradazione. È il congegno che innesca Yellow Letters, il nuovo film di İlker Çatak, Orso d’Oro a Berlino 76. Il regista de La sala professori getta la maschera e gira un film più apertamente politico. È anche al suo Paese che strappa il travestimento, incidendo l'affresco di un regime non apertamente autoritario ma una dittatura dolce, che lavora ai fianchi in modo implacabile, lentamente ti umilia e ti fa sparire.
Cosa c'è di peggio per due artisti di
oscurare la loro opera? È ciò che accade a Derya e Aziz, lei attrice, lui
regista indipendente, con una figlia di tredici anni, due che vogliono
coltivare la loro arte e non si piegano alla logica commerciale e all'inchino
obbligatorio al governo. Proprio con una recita teatrale inizia il racconto,
che mostra subito le qualità di Derya - e del marito al timone -, la quale però
rifiuta lo scatto di rito col politico, che durante lo spettacolo ha fatto pure
squillare il cellulare. Da qui si innesca il graduale scivolamento nell'abisso:
i due artisti ricevono le "lettere gialle" del titolo, che
significano licenziamento senza appello perché sgraditi al regime, lasciano
Istanbul e si trasferiscono ad Ankara dalla nonna.
Qui si apre un'altra porzione della storia,
che è un altro velo squarciato sull'esistenza sotto regime: continuare
tenacemente a resistere o chinare la testa per permettere la vita? Lui non ha
dubbi, prosegue la sua scrittura indie e anzi compone una pièce sulla vicenda,
che rappresenta la violenza di Stato per interposta metafora, una spoliazione
al metal detector che umilia il corpo e quindi la mente.

Özgü Namal e Tansu Biçer in Yellow Letters
Lei, invece, comincia ad ascoltare le
lusinghe di un'agente che la vorrebbe in una serie: basta cancellare qualche
post contro il governo... In mezzo a loro si installano due generazioni
lontane, la nipote e la nonna, in uno splendido doppio affresco che arriva a
toccarsi in modo struggente, la giovane che cresce senza libertà e l'anziana
che rivendica il suo femminismo ante-litteram, duro da esercitare in una
società tanto patriarcale. Intanto scontro tra marito e moglie sarà inevitabile
e porterà a una nuova consapevolezza.
Senza mai nominare l'elefante nella stanza,
Erdogan, Yellow
Letters traccia il disegno di uno Stato leviatano, segnato dal
controllo rigido e implacabile ma anche abitato da resistenti, artisti e
cittadini che mettono in atto un biocottaggio sistematico. Poi slitta sul piano
umano, col privato che è ugualmente politico, rimestando nel conflitto tra arte
e libertà e nel dolore delle scelte individuali, lottare ancora o firmare la
resa. Con un colpo di genio: le città incluse nei crediti (Berlino interpreta
Ankara, Amburgo interpreta Istanbul), in Turchia non si sarebbe potuto girare.
Magnifica la chimica tra gli attori, Özgü Namal e Tansu Biçer, che infestano la
dittatura col fantasma della libertà. Un grande film politico, in odore di
premio.
[Foto: Ella Knorz / ifProductions
/ Alamode Film - fonte: www.cinematografo.it]
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