terça-feira, 24 de fevereiro de 2026

«Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti»

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati. Foto ufficiale del Governo colombiano

di Sophie Bessis, Dominique Eddé 

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicatiLa civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)


[Riprodotto su www.zeitun.info]


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