domingo, 8 de fevereiro de 2026

«Sentimental Value» film di Joachim Trier



di Cinzia Cattin

Trionfatore assoluto agli “European Film Awards” 2026 con ben sei premi nelle categorie principali  – miglior film europeo, miglior regia, miglior attrice (Renate Reinsve), miglior attore (Stellan Skarsgård), miglior sceneggiatura (Eskil Vogt e Joachim Trier) e miglior colonna sonora originale (Hania Rani) -, il norvegese Joachim Trier era conosciuto per la cosiddetta trilogia di Oslo comprendente Reprise (2006), Oslo, August 31st (2011) e La persona peggiore del mondo (2021); anche se è solo grazie a quest’ultimo film che ha raggiunto l’interesse della critica internazionale. Si potrebbe scambiare facilmente con un altrettanto premiato regista norvegese, Dag Johan Haugerud, autore di un’altra trilogia ambientata nella capitale norvegese e intitolata Sex Dreams Love, il cui ultimo capitolo, Love è uscito il marzo scorso in Italia. La comprensibile confusione nasce anche da un’affine poetica di intenti dei due autori. Entrambi infatti privilegiano una scrittura filmica molto intensa e ricca, intesa ad indagare le dinamiche nei rapporti familiari ed umani dei protagonisti, lasciando in secondo piano l’azione. Ma, mentre il metodo di scrittura di Haugerud è prettamente letterario e centrato su conversazione e lunghi dialoghi, quello di Trier è senza dubbio più introspettivo e anzi, quasi all’opposto, pone al centro della trama l’incapacità dell’individuo di comunicare. E proprio nel mettere in scena questa mancanza rimane perfettamente in linea con la tradizione teatrale nordica del melodramma. 

Pure le vicende familiari del suo ultimo Sentimental Value, vincitore a Cannes del Grand Prix della Giuria, hanno luogo nella capitale norvegese, ma qui poco vediamo della città di Oslo se non una breve panoramica nell’introduzione d’inizio. Per il resto la maggior parte della storia si sviluppa quasi tutta dentro i muri di casa di una tradizionale abitazione in legno, decorata con delicati intarsi di colore rosso. Qui sono nate e cresciute le due sorelle Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). La prima è una rinomata attrice di teatro che impersona importanti ruoli in drammi – non a caso! – di Ibsen e Shakespeare, la seconda è una storica. Entrambe hanno molto sofferto per la separazione dei genitori e il successivo abbandono del padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista famoso, del nido familiare. Solo che, mentre Agnes è riuscita a crearsi un nucleo affettivo solido ed ha un marito ed un figlio, Nora, la più grande, non solo ha problemi a legarsi seriamente, ma soffre di attacchi di panico da palcoscenico che rendono l’avvio dei suoi spettacoli decisamente molto agitati per i colleghi. Quando, dopo la morte della madre, Gustav chiede a Nora di recitare nel ruolo principale di un progetto filmico che ha in mente di realizzare sul passato della loro famiglia, la ragazza rifiuta con rabbia e sdegno, sostenendo l’impossibilità fra loro di comunicare e di capirsi. Gustav, pur dispiaciuto, visto che aveva scritto il copione del film proprio pensando alla figlia, offre la parte all’attrice americana Rachel Kemp (Elle Fanning) conosciuta in occasione di un festival, nonostante questa non parli nemmeno una parola di norvegese e non assomigli per niente a Nora. Con grande fatica e soprattutto grazie all’amore fraterno di Agnes, Nora ed il padre compiranno un lungo percorso di riavvicinamento, attraversando delusioni personali, riscoprendo tragedie del passato familiare e risvegliando traumi infantili che sembravano sopiti.

Ancora una volta Joachim Trier non ha paura di mostrare i suoi protagonisti per quello che sono: caratteri fragili, non sempre capaci di prendere la decisione giusta, abili nel mostrarsi ostili verso gli altri più per paura o per proteggere le proprie debolezze che per cattiveria, rinchiusi dentro una corazza come dei ricci e quindi costretti alla solitudine.

La vecchia casa di famiglia sprigiona un’energia nascosta, con le sue crepe, i suoi segreti, le sue porte che si aprono e si chiudono, le sue zone d’ombra, quasi a voler e poter comunicare, con il silenzio dei suoi spazi, molto più delle persone che la vivono da anni. I muri casalinghi diventano il luogo privilegiato per raccontare e analizzare le complesse relazioni e gli instabili equilibri di una famiglia, spesso causati da traumi avvenuti nel passato, che ancora riversano ombre, sofferenza e incomprensione nel presente. E, come nei film precedenti di Joachim Trier, la salvezza alla crisi individuale si trova solo nella creazione artistica, nell’Arte con la A maiuscola, in questo caso nelle discipline del cinema e del teatro – mentre in La persona peggiore del mondo si trattava di graphic novel e fotografia. L’arte, tanto come la casa, rappresenta lo spazio, il terreno comune nel quale sia padre che figlia si muovono a proprio agio e dove possono incontrarsi, ponendosi allo stesso livello, se solo lo vogliono. Il regista, e per farlo come dicevamo si lascia ispirare dai maestri del melodramma nordico quali Ibsen e Strindberg, ma ci mette anche molto del cinema di Ingmar Bergman, descrive con acutezza e originalità i molteplici aspetti di un dramma dovuto all’incapacità di dimostrare affetto e alla mancanza di riuscire a comunicare amore. Un problema che pervade tutta la società contemporanea occidentale. Non c’è nessuna intenzione di fare critica sociale però, solo portare in luce le dinamiche di desideri e aspettative non andate a buon fine e che hanno provocato il disadattamento affettivo dei protagonisti.

Il legame letterario, o se vogliamo l’evidente volontà narrativa del film si accentua in più parti quanto il proseguimento del racconto è affidato ad una voce femminile in fuori campo. Nonostante la tragedia dei sentimenti, la narrazione di Sentimental Value, si arricchisce di momenti di ilare ed inaspettata comicità che alleggeriscono, almeno per qualche attimo, la densa atmosfera creata dagli intensi sguardi di un meraviglioso Stellan Skarsgård e da una sempre brava, a momenti eccezionale, specie nella sua spontaneità recitativa, Renate Reinsve. La riuscita e l’effetto sentimentale dei momenti e delle scene più marcanti, infatti sono lasciati alla bravura e alla prestazione degli attori, alla microscopica alterazione delle espressioni dei loro visi, alla postura e al movimento dei loro corpi, che trasmettono con vivida e genuina espressività ciò che non dicono le parole. Grazie a questa efficace, per quanto minimale, comunicatività siamo in grado di ritrovare il ‘valore affettivo’ di una famiglia, rimasto abbandonato fra le pieghe del passato e le fessure delle porte di casa. Molto consigliato perché è sempre un piacere riscoprire al cinema i grandi sentimenti.

In Concorso al Festival di Cannes 2025  (Grand Prix della Giuria)
In sala dal 22 gennaio 2026


Sentimental Value  – Regia: Joachim Trier; sceneggiatura: Eskil Vogt, Joachim Trier; fotografia: Kasper Tuxen; montaggio: Olivier Bugge Coutté; musiche: Hania Rani; interpreti: Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleaas, Stellan Skarsgård, Elle Fanning, Cory Michael Smith; produzione: Mer Film, Eye Eye Pictures, MK Productions, BBC Film, Lumen Production, Komplizen Film, Zentropa, Zentropa Sweden,  Film i Väst ; origine: Norvegia/Francia/ Germania/Danimarca, 2025; durata: 135 minuti; distribuzione: Teodora/Lucky Red. 


[Fonte: www.close-up.info ]

sábado, 7 de fevereiro de 2026

L’estat francés tardièr sus sas lengas

Malgrat la vitalitat de las lengas dichas regionalas coma l’occitan, lo còrs o lo breton, l’estat francés refusa de mesuras de proteccion eficaças, a la diferéncia de sos vesins europèus

Carcassona 2009

Imaginatz un ciutadan occitanofòn que se pòt adreiçar a un agent municipal en sa lenga, qu’inscriu sos mainats a l’escòla en occitan o que respond naturalament en aquela lenga pendent un contraròtle administratiu. Imaginatz un agricultor qu’emplena de formularis sens deure passar al francés, un pacient qu’escàmbia amb son mètge en la lenga que mestreja melhor, o encara un justiciable que s’exprimís davant un jutge sens qu’aquò pause de problèma. Dins l’estat francés, aquelas situacions relèvan encara largament de la politica-ficcion. Pasmens, correspondon simplament a una reconeissença ordinària de la diversitat lingüistica, tala coma ja existís en çò de bon nombre de vesins europèus.

Perque la reculada de las lengas minoritàrias es pas una fatalitat ligada a la modernitat o a l’urbanizacion, mas plan lo resultat de causidas politicas. Segon L’Express, al Reialme Unit, lo galés benefícia d’un ensenhament obligatòri e estructurat, que va de còps fins a l’immersion totala, al ponch que l’anglés i es ensenhat coma lenga segondària. Dins l’estat espanhòl, l’occitan —jos sa forma aranesa— es lenga oficiala dins la Val d’Aran e es uèi parlat per una larga majoritat de la populacion, contrast sasissent amb la situacion francesa. Aquela reconeissença resulta d’una volontat politica afirmada en Catalonha, puèi que l’occitan es protegit e promogut per l’estatut d’autonomia catalan e per la lei. S’inscriu mai largament dins un quadre ont mantuna lenga, coma lo catalan, lo basco o lo galèc, dispausan d’un estatut oficial e d’usatges institucionals espandits, contribuissent a lor transmission e a lor vitalitat sociala.

En Itàlia, los germanofòns del Naut Adige an drech d’utilizar lor lenga davant los tribunals e dins lors relacions amb l’administracion, sens qu’aquò pòrte tòrt a la coesion sociala. Soïssa, fidèla a son principi constitucional d’egalitat lingüistica, garentís una proteccion a l’ensemble de sas lengas nacionalas, e mai lo romanch, pasmens parlat per una minoritat plan reducha. Dins lo canton dels Grisons, aqueste es ensenhat a l’escòla e utilizat dins l’administracion e la vida publica, illustrant una concepcion de la diversitat lingüistica fondada suls dreches dels parlants puslèu que sus lor pes demografic. Pasmens, l’arpitan, un còp èra parlat dins mantun canton, a pas beneficiat del meteis estatut oficial e demòra fòrça minoritari, çò que mòstra que quitament en Soïssa, la proteccion lingüistica depend d’una reconeissença politica explicita. Se poiriá pausar una question semblabla sul lombard, lenga pròpria de Tessin e dels Grisons mas non reconeguda pr’amor d’una diglossia favorabla a l’italian.

Invèrsament, la situacion francesa revèla lo pes d’una causida politica de longa desfavorabla a la diversitat lingüistica. En refusant tota reconeissença juridica efectiva de las lengas dichas regionalas, l’estat a mantengut un quadre ont lor usatge public demòra marginal, quitament dissuadit. L’occitan n’ofrís una illustracion frapanta: parlat sus un vast territòri e per de milions de personas a la debuta del sègle XX, es uèi relegat a d’usatges privats o simbolics, sens vertadièra plaça dins l’administracion, la justícia o l’ensenhament general. Aquel declin es pas lo produch d’una evolucion naturala, mas la consequéncia dirècta d’una politica d’uniformizacion lingüistica que contunha de produire sos efièches.


[Imatge: Guilhèm Sevilha - sorsa: www.jornalet.com]

Os obxectos para vivir de David Chipperfield, o arquitecto discreto

Deseño para vivir, unha mostra inaugurada esta quinta feira na Casa RIA de Compostela, exhibe os obxectos que deseñou durante os últimos trinta anos David Chipperfield, arquitecto británico, e galego de adopción, gañador do Premio Pritzker de Arquitectura en 2023. 


David Chipperfield, esta quinta feira5 de febreiro, na inauguración da exposición 'Deseño para vivir'.

Escrito por Manuel Xestoso

Chámanlle o arquitecto invisíbel e, nun momento en que o seu oficio descansa en gran medida na capacidade de estrelato das súas figuras máis mediáticas, isto debe tomarse como unha prerrogativa que o distancia da cara máis frívola da arquitectura contemporánea. David Chipperfield, londiniense criado nunha granxa, Premio Pritzker de Arquitectura e galego de adopción, escolleu Compostela para inaugurar –esta quinta feira, na casa RIA, reformada e transformada polo seu propio estudio, David Chipperfield Architects– a primeira exposición monográfica dedicada aos obxectos que deseñou durante as últimas tres décadas, Deseño para vivir.

"O seu traballo como deseñador está moi ligado á arquitectura e ao deseño de interiores", explica Ane Escribano, arquitecta e parte do equipo de comisariado que argallou esta exposición. "Son obxectos que nacen da exixencia de cubrir necesidades específicas en edificios concretos pero que, co paso do tempo, acaban converténdose en produtos. El sempre traballa con compañías que teñen unha grande experiencia no campo do deseño, e ese é o punto de partida de David Chipperfield Design".

De feito, o "salto á fama" de Chipperfield chegou a través do deseño dunha tenda de Issey Miyake en Londres, algo que algunha vez o arquitecto considerou "un pouco triste". Porén, esa atención ao cotián tamén reflicte unha preocupación moi presente en toda a súa obra: a necesidade de regresar a unha arquitectura e a un deseño máis democráticos, que retomen as ideas básicas da Bauhaus de producir coa industria un produto de calidade a un prezo asequíbel para a maior cantidade de persoas posíbel. De feito, na exposición pódese ver un tirador que deseñou para a compañía alemá FSB, que foi a que produciu outro tirador de Walter Gropius. Unha continuidade que fala por si soa.  

"Na exposición podemos ver obxectos como a cafeteira moka que deseñou para Alessi, que contén unha reflexión que coincide exactamente con esa idea do deseño: trátase dun obxecto que non quere significarse especialmente, senón que busca recoller as calidades propias dese saber facer que se foi construíndo ao longo do tempo. El inspírase na primeira cafeteira moka que se produciu para tratar de mellorala, de engadir un elo máis na súa evolución. Non trata tanto de representar ideas persoais ou de deixar un selo individual, senón de achegar á súa historia unha pequena mellora, pasando desapercibido", acrecenta Escribano. "Foxe do atractivo que dá o obxecto de luxo ou extravagante para centrarse na súa utilidade, na súa funcionalidade e na sua beleza". 

Unha nova idea da modernidade  

Na obra de Chipperfield subxace unha idea de calado: repensar os conceptos de progreso e de modernidade. As crises ambientais e de perda de biodiversidade propiciaron que a arquitectura se interese por cuestións que se relacionan directamente coa sustentabilidade, nun percorrido que parece alimentar as ideas de decrecemento ou, como algunha vez ten manifestado o propio Chipperfield, de desprogreso.

No discurso inaugural da exposición, de feito, o arquitecto sinalou que "a crecente crise ambiental puxo de manifesto a irresponsabilidade coa que utilizamos os nosos recursos, así como o modo en que o dominio do mercado global está a socavar técnicas de produción intelixentes e vernáculas". E nesa tentativa de recuperación dos saberes tradicionais cifra o éxito dun novo deseño que fuxa das dinámicas de consumo para recuperar esa liña que une tradición e modernidade.

"Nese sentido", engade Escribano, "esta exposición fai fincapé na conexión coa cultura galega. Por un lado, dunha forma moi persoal, na que se reflicte o seu proceso de chegada á Galiza, de construción da súa casa, do bar que reformou en Corrubedo (Ribeira)... e de recoñecer os recursos que ofrece o territorio. E por outro lado, unha serie de referencias coas que David traballa desde hai moitos anos e nas que están moi visíbeis as relacións que estabelece coa cultura xaponesa. Isto vese moi ben na colección Redes, de Sargadelos, onde se une a conexión cos materiais que proporciona a Galiza –o caolín– e a tradición nipona, que está na base do deseño desas pezas de cerámica".  

A narrativa do local e o tradicional unida ao sosego e a minuciosidade da arte xaponesa e á preocupación por crear comunidade conforman un cóctel que está no fondo destas intervencións discretas que se opoñen a unha sociedade consumista que fomenta unha irresponsábel comodidade individual. Un proxecto no que, segundo Chipperfield, o deseño e a arquitectura, talvez as artes máis próximas a vida cotiá, teñen un papel que xogar. Pensar cal é ese papel conduce ás preguntas coas que rematou o seu discurso na inauguración da exposición. "Cal debería ser o papel do deseño? Como inflúe a crecente preocupación por manter as tradicións propias, empregar materiais locais e considerar as consecuencias das técnicas industriais na maneira en que deseñamos, fabricamos e distribuímos os produtos? Que é o deseño para a Galiza?".  

Cara á utopía de unir a creatividade e a existencia   

Como se quixese probar que é factíbel aquel vello desideratum das vangardas clásicas de unir a arte e a vida, a exposición Deseño para vivir esténdese por toda a Casa RIA, de tal maneira que moitas das pezas están integradas na arquitectura ou no deseño de interiores.   

"A lámpada que está no centro da escaleira e que une todos os espazos da casa, é un bo exemplo", subliña Ane Escribano. "É unha peza que chama moito a atención pero que ten un traballo moi complexo detrás. Por un lado, de concepto, para adaptarse á rehabilitación do edificio e ao seu proxecto arquitectónico e funcional. E por outro, cunha tecnoloxía que mostra a complexidade do labor técnico do deseño".   

Ademais, as paredes da casa están inzadas de bosquexos, debuxos, prototipos e maquetas que axudan a coñecer non só os obxectos en si final, senón tamén o proceso que leva até o resultado final.   

"En realidade, moitos das pezas de deseño están en casa RIA de forma permanente, e o que pretendemos con esta exposición é mostrar outra forma de entender a casa, o que pode redundar nun mellor coñecemento de todos aqueles obxectos que nos rodean habitualmente e de comprender un pouco mellor o papel que debe ter o deseño na nosa vida cotiá".


[Fonte: www.nosdiario.gal]





Política é civismo

 Escrito por Teresa Ribeiro

Constato, desde há muito, que mais depressa as pessoas falam publicamente da sua intimidade do que de política. Ainda há pouco tempo li, no Público, uma crónica que começava com a afirmação: "Não gosto de falar de política". Um desabafo tranquilo, de quem sabe que está a exprimir uma posição consensual. Este pudor sempre me intrigou, visto que não há nada que tenha mais impacto no "condomínio" social em que vivemos do que a política. Discutir política é, em última análise, um acto cívico. Exprime envolvimento, preocupação, sentido crítico e desejo de clarificar tudo o que de polémico vai acontecendo neste âmbito. 

Ao contrário, cultivar a reserva e o distanciamento sobre este tema é negar uma dimensão muito importante da nossa vida colectiva e passar a mensagem errada para as gerações vindouras, a de que a política não interessa a ninguém. Nada mais falso, nada mais perigoso.

[Fonte: delitodeopiniao.blogs.sapo.pt]

Portugal vota a la francesa, con la nariz tapada

Mucha gente votará por el Macron de turno –el centrista António José Seguro– como profiláctico contra una extrema derecha inflada por la insatisfacción generalizada con el sistema 

Cartel electoral medio arrancado de Jorge Pinto, el candidato de Livre a las elecciones portuguesas. / D. L.

 Escrito por David Lloberas  

Las presidenciales más reñidas y concurridas de los últimos 40 años han zarandeado la derecha portuguesa, y lo que queda de la izquierda parlamentaria. Desde las últimas elecciones legislativas, hace medio año que el país vive en un escenario electoral de tres tercios: uno para los restos de la izquierda (BE, PCP y Livre) junto con el socioliberal Partido Socialista (PS), otro para la derecha tradicional (PSD y CDS), y un tercero para la nueva derecha populista (Chega e IL). Este domingo tendremos un duelo “a la francesa” para elegir presidente de la República: un apestado del PS contra el líder de la extrema derecha

¿De dónde venimos?    

El escrutinio de la primera vuelta (18 de enero) dejó un escenario inesperado, dado que las encuestas daban una muy corta distancia entre los cinco candidatos con posibilidades de llegar a la cita de este domingo. Por un lado, el reaparecido António José Seguro (30 %) ha hecho realidad el meme de do nothing, win. Este antiguo líder centrista del PS ha visto pasar la última década en el banquillo después de haber perdido unas primarias abiertas contra António Costa en 2014, quien un año después llegaría al poder mediante un acuerdo parlamentario con la izquierda (BE y PCP), popularizado como Geringonça. Por otro lado, el malabarista del trumpismo luso, André Ventura (24 %), ha aprovechado una vez más una contienda electoral para reforzar su omnipresencia en el espacio mediático y discursivo de la vida política del país.

Las tres restantes figuras que aspiraban a llegar a una segunda vuelta se disputaban un electorado del llamado campo de la “derecha democrática”. A pesar de no conseguir su objetivo, el gran vencedor de la noche fue el actual eurodiputado de Iniciativa Liberal, Cotrim Figueiredo (16 %), que ha doblado los votos que su partido ha ido teniendo durante este ciclo electoral. Asimismo, uno de los principales derrotados ha sido el almirante Gouveia e Melo (12 %), encumbrado mediáticamente tras haber liderado el proceso de vacunación durante la pandemia de covid, por encargo del entonces primer ministro y actual presidente del Consejo Europeo, António Costa.  

Ciertamente puede parecer complicado para el almirante haber liderado las encuestas durante meses, y que a la hora de la verdad su perfil independiente y supuestamente conciliador no haya conseguido permear con la fuerza esperada entre los electorados vinculados a las dos fuerzas de un bipartidismo en decadencia, PS y PSD. Sin embargo, la derrota más humillante de la noche se la llevó Marques Mendes (11 %), y colateralmente el primer ministro Luís Montenegro (PSD), quienes apoyaron explícitamente al candidato. Parece no haber servido de gran cosa estar más de una década preparándose para la ocasión como comentarista y tertuliano televisivo, la misma fórmula que siguió en su día el presidente saliente Marcelo Rebelo de Sousa, también vinculado al PSD.   

Un análisis picadito    

Sin embarrarnos en un constante impresionismo sobre la presencia de la extrema derecha en las papeletas de la segunda vuelta, algo sin duda difícil de imaginar hace tan solo cinco años, estas elecciones han arrojado luz sobre algunos aspectos. En primer lugar, hay que destacar la fragilidad del gobierno, pues esta cuarta posición para un candidato apoyado por los partidos gobernantes (PSD y CDS) representa un duro revés, precisamente un mes después de que la primera huelga general desde 2013 consiguiera paralizar muchos sectores de la economía. En segundo lugar, detrás del escuálido resultado de los candidatos de la izquierda (BE, PCP y Livre) que juntos no sumarían ni un 5 %, hay una importante masa crítica progresista que, dada la falta de una figura unitaria de la izquierda y la posibilidad de un 8 de febrero con dos candidatos derechistas, ha optado por apoyar a Seguro como mal menor.

Y precisamente, aquí surge el tercer punto de análisis, la crisis del bipartidismo. A un Seguro explícitamente centrista, ha tenido que ser la izquierda quien le haga los deberes, como tantas veces en contextos de avance de la extrema derecha. Las causas de su victoria el 18 de enero fueron ajenas a él mismo, ya fuese por la pluralidad de candidatos de derecha, por la debilidad del gobierno, o por la subordinación de la izquierda. Ganar sin haber hecho nada, sin ser especialmente valorado o reconocido.   

Aunque previsiblemente este vaya a ser el próximo presidente de la República, el PS no puede estar de celebración. Este episodio recuerda a cuando el PS, con el discurso de “que viene el lobo”, consiguió una insólita mayoría absoluta en las legislativas de 2022. Fue un gigante con pies de barro, ya que tres años y dos elecciones después se quedó solo con la mitad de la representación, quedando por detrás de PSD y empatado con Chega.   

Finalmente, vamos a lo que interesa a los más morbosos, en el sentido literal de la palabra: ¡un tipo que se dedica a convertir cualquier debate en una conversación de bar, y cuyo partido vende camisetas hechas en Bangladesh con el eslogan “isto não é o Bangladesh” ha sacado muchos votos y en segunda vuelta volverá a estar en las papeletas! Realmente hay que reconocer que André Ventura ha sacudido la política portuguesa, consiguiendo normalizar socialmente todo aquello que años atrás parecería marciano y condicionando las propias medidas del gobierno. Todo ello mediante la técnica de la victimización y matonismo políticos al mismo tiempo, al más puro estilo Cs durante el proceso de autodeterminación de Cataluña… para que nos suene familiar. 

8 de febrero, ¿podemos estar tranquilos?  

En Portugal la presidencia de la República, a pesar de carecer de competencias ejecutivas, no tiene un papel meramente representativo, sino que decide a quién se encarga formar gobierno en base a los equilibrios parlamentarios y puede vetar leyes y devolverlas a la Assembleia da República. Estos poderes, junto con los dos tercios del Parlamento que la derecha controla por primera vez, podrían facilitar eventuales revisiones a una Constitución pervertida desde hace ya décadas, pero que todavía mantiene un simbólico preámbulo*. Sin embargo, la ambición de André Ventura es llegar a jefe de Gobierno, no de Estado. Lo mismo que ocurrió durante la dictadura del Estado Novo, Salazar y después Caetano, que siempre prefirieron ser presidentes do conselho (primeros ministros).   

Vista la distribución de apoyos implícitos y explícitos, no se auguran sorpresas con los resultados. Sin embargo, el líder de Chega continúa aprovechando la exposición mediática y los destrozos de la borrasca Kristin –que ha dejado miles de casas destrozadas y numerosas localidades sin electricidad–, para seguir con su estrategia de impugnación del statu quo del que él mismo procede, concretamente del PSD, partido por el que en 2017 se presentó a la alcaldía de Loures, en la periferia lisboeta, con una campaña que acabó trascendiendo los límites municipales, precisamente por su discurso discriminatorio contra los gitanos. 

No se puede hablar de statu quo establishment sin mencionar a António José Seguro, líder del PS durante los duros años de la Troika, quien promovió una política de conciliación con el gobierno de la austeridad de Passos Coelho (PSD-CDS). Mediante abstenciones innecesarias en presupuestos, ya que se trataba de un gobierno en mayoría, el PS de ese momento se convirtió en un colaborador voluntario de los mayores recortes al estado del bienestar, tangible todavía hoy en día, con unos servicios públicos cada vez más degradados. 

Aunque esta hoja de servicio le valió a Seguro muchas enemistades en el seno de su propio partido, patentes aún hoy por la falta de entusiasmo de diversas figuras con su candidatura, también le ha traído estos últimos días una lluvia de apoyos de la derecha parlamentaria, a excepción del primer ministro, Luís Montenegro (PSD).   

Seremos testigos, pues, de las enésimas presidenciales “a la francesa”, en las que mucha gente se acabará viendo obligada a votar por el Macron de turno como profiláctico contra una extrema derecha inflada por la insatisfacción generalizada con el sistema, que la izquierda no está sabiendo capitalizar.

* “[…] A Assembleia Constituinte afirma a decisão do povo português de defender a independência nacional, de garantir os direitos fundamentais dos cidadãos, de estabelecer os princípios basilares da democracia, de assegurar o primado do Estado de Direito democrático e de abrir caminho para uma sociedade socialista, no respeito da vontade do povo português, tendo em vista a construção de um país mais livre, mais justo e mais fraterno”.

[Fuente: www.ctxt.es]

 

 

 


Exministro de Defensa israelí: la ideología israelí de «supremacía judía» se asemeja a la teoría racial nazi

El exministro de Defensa israelí Moshe Ya’alon dice que la “ideología de la ‘supremacía judía’” se ha vuelto dominante en Israel y “recuerda a la teoría racial nazi”.

Escrito por Jonathan Ofir 

(MONDOWEISS)

A finales de la década de 1980, el filósofo israelí Yeshayahu Leibowitz hizo la controvertida advertencia de que la ocupación de 1967 corría el riesgo de convertir a los israelíes en «judeo-nazis».

Leibowitz encontró recientemente un sorprendente partidario de esta opinión: el exministro de Defensa israelí Moshe Ya’alon.

El viernes, Ya’alon tuiteó que «Yeshayahu Leibowitz tenía razón, y yo estaba equivocado». No se trataba de una referencia benigna, sino que se refería directamente a las «advertencias del difunto profesor Leibowitz … sobre el proceso de bestialización que nos lleva a convertirnos en ‘judeo-nazis’…». Ya’alon afirma que la «ideología de la ‘supremacía judía’» se ha vuelto «dominante en el gobierno de Israel» y que «recuerda a la teoría racial nazi». 

Esto se dijo en relación con la participación de Ya’alon en una ceremonia para conmemorar el Día Internacional de Conmemoración del Holocausto el 27 de enero. En su tuit, se burla repetidamente de la renuencia generalizada a comparar cualquier cosa que los judíos israelíes hagan hoy con lo que hicieron los nazis durante la Segunda Guerra Mundial.

Leibowitz fue un profesor e intelectual ultraortodoxo, a quien el difunto presidente israelí Ezer Weizman elogió como «una de las figuras más importantes en la vida del pueblo judío y del Estado de Israel» y «una conciencia espiritual para muchos en Israel». Leibowitz se opuso vehementemente a la ocupación israelí de 1967 y se refirió al juez del Tribunal Supremo, Moshe Landau, como «judeo-nazi» en 1987, después de que una comisión dirigida por él legalizara la tortura de palestinos. En la misma entrevista, Leibowitz también calificó el debate sobre la democracia israelí de «estéril» y calificó a Israel de «la única dictadura en el mundo ilustrado».

Así pues, este es el poder moral que Ya’alon intenta aplicar al hacer referencia a Leibowitz y al término «judeo-nazis», aunque su advertencia también incluye una evasiva porque cree que el próximo gobierno israelí todavía podría demostrar que Leibowitz está equivocado. 

Aquí está el texto completo de lo que Ya’alon compartió en las redes sociales (mi traducción del hebreo). He agregado numerosos enlaces a las muchas referencias condensadas en su tweet:

El martes pasado por la noche participé en una ceremonia conmemorativa del Día Internacional de Conmemoración del Holocausto. Al llegar a casa, recibí un mensaje sobre pogromistas judíos que atacan a palestinos en las montañas del sur de Hebrón, robándoles sus rebaños y quemando sus posesiones. «¡No se pueden comparar!»… Después de que las ambulancias que intentaban llegar al lugar fueran retrasadas por los terroristas judíos, tres palestinos fueron evacuados al hospital, donde uno de ellos sufrió una fractura de cráneo. «¡Ningún acontecimiento se puede comparar con el Holocausto que sufrió nuestro pueblo!»…

Por supuesto, me puse en contacto inmediatamente con los responsables de la seguridad de la zona, y me aseguraron que el incidente estaba siendo manejado por las FDI. Hasta ahora, ningún terrorista judío ha sido arrestado (como en muchos otros casos) porque… la policía israelí está controlada por un criminal convicto, un fascista kahanista racista [el ministro de Seguridad Nacional Itamar Ben Gvir], el Shabak [agencia de seguridad general] está controlado por [ David Zini ], el representante de la supremacía judía de las escuelas del rabino [Zvi] Thau[Dov] Lior, [Yitzhak] Ginzburgh y [Eliyahu] Zini (su tío), el ministro de Defensa [Israel Katz] está impidiendo la detención administrativa de terroristas judíos, y el ministro adicional en el Ministerio de Defensa [Bezalel Smotrich] está alentando puestos avanzados ilegales y los equipa con vehículos todo terreno, para hacer miserable la vida de los palestinos, hacia su despojo de sus tierras y el asentamiento de las tierras con judíos (¡una vez más preguntarán por qué he acusado al gobierno de ‘limpieza étnica’!?).

La ideología de la «supremacía judía», que se ha vuelto dominante en el gobierno de Israel, recuerda a la teoría racial nazi. «¡Pero no se puede comparar!»… He comandado la División de Judea y Samaria, el Comando Central y las Fuerzas de Defensa de Israel. Conocía las advertencias del profesor Yeshayahu Leibowitz sobre el proceso de bestialización que nos llevaría a convertirnos en «judeo-nazis» (en sus palabras), [sobre] nuestro control sobre otro pueblo. He hecho todo lo posible, tanto como ministro de Defensa, para que «supiéramos vencer al terrorismo, sin perder la humanidad». 

Nunca me he engañado pensando que solo mediante concesiones alcanzaríamos la paz ahora, y también comprendí el peligro que la supremacía judía representa para nuestro futuro y existencia. Por eso apoyo la separación, según el último discurso programático de Yitzhak Rabin Z”L [de bendita memoria] del 5 de octubre de 1995, y el título de mi libro es «El camino más largo, más corto».   

Tal como están las cosas hoy, el profesor Yeshayahu Leibowitz tenía razón y yo estaba equivocado. 

El deber del próximo gobierno de Israel es demostrar que el profesor Leibowitz estaba equivocado, para no destruir nuestro Estado.

El Estado de “supremacía judía” –el gobierno de mentiras y traición– el gobierno de los mesiánicos, los evasores del servicio militar y los corruptos, debe ser sustituido, antes de la destrucción.

Eso es mucho. Vamos a desglosarlo.

Si bien es evidente que se está produciendo un genocidio en Gaza, eso no es lo que inspiró a Ya’alon a compararlo con los nazis. No, se centra en la violencia colonialista que se vive en Cisjordania. En octubre de 2025, la ONU ya había contabilizado más de mil palestinos asesinados por soldados y colonos israelíes en Cisjordania en los dos años transcurridos desde octubre de 2023, lo que representa casi la mitad de las muertes en Cisjordania en los últimos 20 años. Y el ritmo se está acelerando: en 2025 se produjo un nivel sin precedentes de limpieza étnica en Cisjordania. Y sí, como señala Ya’alon, los colonos ilegales, a quienes llama terroristas judíos, están recibiendo carta blanca del ministro de Defensa. Y el político de extrema derecha Bezalel Smotrich, a quien llama el «ministro adicional», actualmente ejerce como gobernador de facto de Cisjordania, con un puesto ministerial a su medida en el Ministerio de Defensa, además de su cartera de Finanzas. Estas observaciones son objetivamente correctas. 

Pero Ya’alon también es un halcón con antecedentes en el Likud, un líder con un historial militar sangriento, que ha comparado a los palestinos con un «cáncer», al que aplicaba «quimioterapia» (cuando era jefe del Estado Mayor del Ejército en 2002 ). Así que es evidente que Ya’alon no vela por los intereses de los palestinos. La pregunta sigue en pie: ¿por qué Ya’alon cree ahora que un proyecto en el que fue tan fundamental está siendo corrompido por «judeo-nazis»?

En su mensaje, Ya’alon culpa a los judíos «mesiánicos» de la inminente desaparición del Estado. Nombra a varios rabinos, y estos son ideólogos fanáticos. El rabino Yitzhchak Ginsburgh, por ejemplo, glorificó la masacre de Baruch Goldstein de 1994 (asesinando a 29 fieles musulmanes palestinos en Al-Khalil) y respaldó el libro Torat Hamelech en 2009, un libro escrito por sus colegas de la yeshivá, que es un manual para matar al «enemigo» a través de la interpretación religiosa, incluido el asesinato de bebés, «si está claro que crecerán para dañar a los judíos». Y el rabino Dov Lior, quien también respaldó ese libro, es la inspiración espiritual de Itamar Ben-Gvir de Jewish Power. Moshe Ya’alon ciertamente señala a algunos judeo-nazis certificados, pero parece atribuir el problema principalmente al fanatismo religioso. 

Él cree tener la solución: “El gobierno de la ‘supremacía judía’, el gobierno de la mentira y la traición, el gobierno de los mesiánicos, los evasores del servicio militar y los corruptos, debe ser reemplazado, antes de la destrucción”. La referencia a los “evasores del servicio militar” se refiere a los judíos ultraortodoxos que buscan la exención del servicio militar. Así que hay un ángulo secular vs. religioso definido en su advertencia, pero su solución sigue siendo militarista. Él está advirtiendo sobre una “destrucción” que él ve como viniendo desde adentro. El término hebreo que usa en la repetida referencia a la destrucción –“horban”– es ampliamente entendido en la cultura judía como una alusión a la destrucción del Segundo Templo Judío en el año 70, se entiende como una destrucción del Estado judío.

¿Y por qué cree que destruirán el Estado? Porque están llevando a cabo el apartheid israelí de forma equivocada. Se está volviendo demasiado explícito. 

El tema de la limpieza étnica es central en el tuit de Ya’alon. En noviembre de 2025, concedió una entrevista a la Televisión Demócrata Israelí sobre Gaza, donde lanzó una advertencia similar sobre la posibilidad de que Israel se convirtiera en un «Estado mesiánico fascista, corrupto y leproso», «conquistando, anexando y llevando a cabo una limpieza étnica»… «Miren el norte de Gaza»… «¿Qué está pasando allí? No existe Beit Lahia. No existe Beit Hanoun. Actualmente operan en Jabalya y, en esencia, están limpiando la zona de árabes». Ya’alon ahora parece estar haciendo una advertencia similar sobre Cisjordania, pero hay un punto importante que recordar: como sionista, Ya’alon también apoya la limpieza étnica, pero no la forma en que la está llevando a cabo el gobierno actual. 

Este es el problema cuando los líderes sionistas advierten sobre la limpieza étnica: oponerse verdaderamente a la limpieza étnica en Palestina es oponerse a la creación del Estado de Israel. Y ninguno de ellos está dispuesto a admitirlo. Prácticamente ningún sionista hoy en día está dispuesto a reparar la Nakba con el regreso de los refugiados, ya que esto iría en contra del propósito original de esa limpieza étnica: la ingeniería demográfica de la supremacía judía.   

Ya’alon se refiere a Yitzhak Rabin, y muy específicamente a su último discurso en la Knéset, justo un mes antes de su asesinato. En este contexto, Ya’alon afirma apoyar la «separación». Muchos podrían interpretar esto como una alusión a la famosa «solución de dos Estados». Pero es precisamente su referencia a ese discurso en particular, donde Rabin prometió que el «Estado» palestino sería «una entidad inferior a un Estado»… «No volveremos a las fronteras del 4 de junio de 1967»… «La frontera de seguridad del Estado de Israel se ubicará en el valle del Jordán, en el sentido más amplio del término».

En otras palabras, el Plan de Oslo seguía siendo un diseño para un Estado de apartheid con supremacía judía desde el río hasta el mar . La «entidad» palestina sería un conjunto de bantustanes rodeados por el control israelí. Esto es también lo que Ya’alon apoya, y teme que el actual gobierno israelí esté amenazando esa visión. 

Así que, en última instancia, Ya’alon podría considerar a los actuales «extremistas» sionistas demasiado explícitos y cree que es necesario combatirlos para mantener un aura liberal y moralmente tolerable en el resto del mundo. Sin embargo, la vena «mesiánica» del sionismo es innegable: está obsesionado con la creación de un Estado judío desde el río hasta el mar (o más allá). La supremacía judía no es solo un insulto dirigido a la extrema derecha, como hace Ya’alon; es simplemente la naturaleza del sionismo.    

Ya’alon ciertamente acertó en algunos puntos: hay una razón para comparar las acciones de Israel con las de los nazis, y eso no debe interpretarse en modo alguno como antisemita, a pesar de lo que sugiere la infame definición de la IHRA. Y sí, Israel es, en efecto, un Estado de supremacía judía, pero no está aislado en la extrema derecha, ni entre los más religiosos, ni en ninguna geografía aislada dentro de la Palestina histórica. De la nada a la mar, Israel es un Estado de apartheid, y no se trata de este o aquel gobierno. Y sí, hay una limpieza étnica en curso, pero también hay un genocidio, apoyado sistemáticamente por una abrumadora mayoría de judíos israelíes, sobre todo desde la izquierda. En otras palabras, es mucho peor de lo que describe Ya’alon. No está claro si Ya’alon comprende su papel en la creación de esta realidad, y quizás ahora preferiría ser recordado como alguien que defendió los derechos humanos, contra los judeo-nazis. Pero es una ilusión. Él también forma parte de la supremacía judía.


[Fuente: www.gerardodelval.com]

Los antecedentes penales, la piedra con la que choca la regularización de migrantes

El requisito de carecer de antecedentes penales que contiene el borrador de la regularización extraordinaria obstaculiza la reinserción en las políticas migratórias 


Escrito por Ngone Ndiaye
 

Durante la pandemia de COVID-19, miles de personas extranjeras se encontraban en situación administrativa irregular mientras trabajaban sin garantías en sectores como el cuidado de personas, la agricultura, servicios de limpieza o reparto, sin ningún tipo de derecho laboral ni reconocimiento institucional. Así surgió el movimiento Regularización Ya, que ha venido impulsando la regularización extraordinaria de muchas de esas personas. Ahora, y gracias a este trabajo y a un acuerdo alcanzado entre PSOE y Podemos, al menos 500.000 extranjeros podrán regularizar su situación en España.

Tras el bloqueo de la iniciativa legislativa popular promovido por Regularización Ya, el Ejecutivo finalmente ha sacado adelante esta regularización con doble efecto: por un lado, ofrecer una salida a las personas solicitantes de protección internacional; y por otro, abrir una vía provisional a las personas extranjeras que ya vivían en España, pero seguían en un limbo administrativo.

El riesgo de quedar (de nuevo) fuera del sistema

Esta reforma extraordinaria reconoce la realidad social actual del país, donde era insostenible seguir manteniendo de manera indefinida y en la marginalidad administrativa a una parte de la población. Sin embargo, la regularización extraordinaria tiene un requisito que, según advierten abogados expertos, reproduce una exclusión ya presente en la actual Ley de Extranjería. Se trata de la exigencia de no tener antecedentes penales, tanto en España como en los países de previa residencia en los cinco años anteriores a la entrada en el país.

“No hay un problema con las personas extranjeras, ni con la regularización, ni con la delincuencia. Lo que hay es una narrativa de supremacía que permite que estas personas vivan escachadas”

“Para poder acceder a esta regularización, hay que ser impoluto administrativamente hablando”, cuenta a El Salto Loueila Sid Ahmed Ndiaye, abogada experta en extranjería. Entre los requisitos generales se encuentran no figurar como rechazable, no tener prohibición de entrada, no suponer una amenaza para la seguridad o la salud pública y, especialmente, “la ausencia absoluta de antecedentes penales, tanto en el país en el que reside como en el país que inmediatamente haya estado residiendo, siendo delitos que puedan ser computables conforme al ordenamiento jurídico español”, indica.

La abogada subraya que, más allá del cumplimiento formal de la norma, la medida tiene un impacto social positivo: “Hay personas que celebran esta medida porque tienen a empleados extranjeros que quieren trabajar y se han visto limitadas por los años, los plazos y las esperas. Entonces, de alguna manera, con esta medida triunfa todo el Estado de derecho”. Aun así, también alerta sobre la dureza de la normativa para los que cometan cualquier hecho delictivo: “No solo tienes que ser un ser de luz, sino también acreditarlo documentalmente [...] No te pueden constar antecedentes policiales ni penales aquí en España, no te pueden constar antecedentes penales ni policiales en tu país de origen, porque se consideran hechos desfavorables”.  Loueila Sid Ahmed Ndiaye cuestiona el discurso que justifica estas exigencias: “No hay un problema con las personas extranjeras, ni con la regularización, ni con la delincuencia. Lo que hay es una narrativa de supremacía que permite que estas personas vivan escachadas [asfixiadas, en el español de Canarias]”.

En la práctica, explica, cualquier condena penal excluye del proceso: “Quienes tengan antecedentes penales no van a poder acceder a esta regularización y tendrán que esperar a que se cancelen conforme al Código Penal”. Incluso faltas comunes podrán impedir durante años la obtención de una autorización de residencia: “Un fallo que un español puede cometer y que le permite seguir con su vida, para una persona extranjera supone quedar fuera del sistema. Por eso digo que la normativa extranjera es superestricta, superrestrictiva de derechos”, insiste. Aunque reconoce que la regularización extraordinaria puede reducir la explotación laboral y sacar a muchas personas de la exclusión administrativa, señala que sigue siendo una medida temporal: “La vida de la gente no es excepcional, y las personas extranjeras tampoco deberían serlo. La regularización no debería ser una excepción, sino la regla. Hace falta una normativa de extranjería flexible, accesible desde el minuto uno”.

Una clandestinidad administrativa que puede resultar contraproducente

Negar un permiso de residencia por la tenencia de antecedentes penales, no solo perjudica a la persona que lo solicita, sino que, según el abogado especialista en extranjería y portavoz de Extranjeristas en Red, Paco Solans, resulta contraproducente desde un punto de vista institucional. Explica a El Salto que excluir a estas personas de los procesos de regularización las empuja a una clandestinidad administrativa que dificulta su localización. Solans cuestiona la lógica del requisito de carecer de antecedentes penales y la califica como una “pulsión xenófoba” que divide entre “migrantes buenos y malos”: “Desde un punto de vista operativo no es muy lógico, pero lo cierto es que está en la ley”, afirma.

Uno de los principales problemas, advierte, son los antecedentes por delitos leves, muy frecuentes desde que las antiguas faltas pasaron a ser antecedentes penales. Solans apunta a que el borrador del reglamento podría intentar corregir algunos de estos excesos, pero reconoce los límites legales de la regularización extraordinaria: “No se puede conceder un permiso de residencia a quien tenga un antecedente penal vivo. Está en la ley y los reglamentos no pueden saltársela”. En especial, señala los casos de personas condenadas como supuestos patrones de patera, muchas veces con pruebas débiles: “Antes bastaba con que alguien dijera ‘ese llevaba el timón’ y le caía una condena por trata. Gente que ha pasado por prisión injustamente y que ahora, encima, no va a poder aprovechar una oportunidad como esta”.

Mantener la exclusión responde más a una lógica demagógica que a criterios de reinserción o seguridad

Para el abogado, la conclusión es clara: “Con la ley que tenemos, esta regularización es lo mejor que se puede hacer. Incluir a personas con antecedentes penales sería incumplir la ley”. Pero eso no cierra el debate. Al contrario, lo abre: “La ley de extranjería debería ser reformada y suavizada en este terreno”. Mantener la exclusión, insiste, responde más a una lógica demagógica que a criterios de reinserción o seguridad: “Ese bulo de que los inmigrantes vienen a delinquir es falso. La mayoría no tiene antecedentes y muchos de los antecedentes policiales vienen de controles étnicos, no de una conflictividad real”.

El peso de la ley no es igual para todos. Para una persona en situación administrativa irregular en España, un delito cometido en un contexto de necesidad —como un pequeño robo para sobrevivir— puede tener consecuencias mucho más duras que para el resto de la población: no solo una condena penal, sino también la exclusión automática de la regularización extraordinaria. La exigencia de carecer de antecedentes penales refuerza un sistema que penaliza de forma desproporcionada a personas con determinados perfiles raciales y sociales, algo que se refleja tanto en la Ley de Extranjería como en el propio proceso de regularización.

Desde esta perspectiva, el debate no debería limitarse a si una persona con antecedentes puede o no regularizar su situación, sino a cómo el sistema produce esos antecedentes y a quién se los produce. “Se castiga la supervivencia y luego se utiliza esa condena para cerrar cualquier vía de inclusión”, resume en una conversación con El Salto el abogado y miembro del Secretariado de la Pastoral de Migraciones de la Diócesis de Canarias, Daniel Arencibia, quien insiste en la necesidad de introducir el enfoque de la reinserción social en las políticas migratorias. “Ignorar a un colectivo no es una solución. Algo hay que hacer con esas personas, porque dejarlas en la marginalidad solo agrava el problema”.

Arencibia también reconoce que incluir a personas con antecedentes penales en una regularización extraordinaria chocaría con la actual Ley de Extranjería, pero plantea alternativas políticas que permitan salir de ese bloqueo. “No hablo de regularizar sin más, sino de crear alternativas específicas para personas con antecedentes”, explica. Entre las propuestas, menciona itinerarios de reinserción basados en trabajo comunitario, colaboración con organizaciones sociales o sistemas progresivos de acceso a derechos: “Si alguien no vuelve a delinquir, si demuestra integración, debería poder ir redimiendo su situación. De lo contrario, lo único que hacemos es empujarle de nuevo a la clandestinidad".

 [Foto: Álvaro Minguito - fuente: www.elsaltodiario.com]