Il nuovo libro di
Benjamin Moser ritrova una tradizione di dissidenti che pagarono un prezzo per
essersi opporti alla spoliazione dei palestinesi, anche se non poterono
impedirla.
La demolizione di una casa palestinese a Jaffa nel 1949.
“Anti-Zionism: A Jewish History”, [Antisionismo: una storia ebraica] di
Benjamin Moser, Doubleday, 2026
di Yahia Lababidi
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Magazine
Poche parole come
“antisionismo” hanno subito nel dibattito pubblico contemporaneo una
limitazione del significato così rapida e sanzionatoria. Quella che in
precedenza era una posizione politica contestata, discussa all’interno della
tradizione religiosa ed etica ebraica, ora si presenta come già condannata,
trattata meno come un’idea storica che come una prova di contaminazione etica.
La parola non descrive più solo una posizione rispetto al nazionalismo o alla
costruzione di uno Stato, è diventata uno strumento di preclusione, capace di
ridurre a un’accusa prese di distanza e storie personali.
Questa riduzione
è avvenuta rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attacchi
del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti USA ha votato con 311 voti contro
14 per stabilire che antisionismo e antisemitismo sono sinonimi. Questa
risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata
di proteste contro il genocidio israeliano a Gaza. Insieme alle successive
iniziative legislative è servita a uno scopo più profondo: cancellare una lunga
e seria tradizione ebraica di opposizione al sionismo su basi religiose e
politiche.
“Anti-Zionism: A
Jewish History” di Benjamin Moser si prefigge di recuperare quella tradizione.
Biografo insignito del premio Pulitzer, Moser ha passato la sua carriera a
riscattare figure ai margini di quello che le istituzioni disposte ad
accettare, tra cui la critica americana Susan Sontag nel suo antagonismo e la
scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua singolarità. Mette questo
stesso impulso anche qui, verso una camera della storia intellettuale ebraica
che altri hanno da molto tempo dichiarato sigillata.
Forse quello che
la biografia insegna è che una vita resa in modo pieno propone
un’argomentazione più profonda di qualunque polemica. Una tesi può essere
rifiutata, una persona, testimoniata autenticamente, tende a perdurare.
Ognuno dei 12
capitoli del libro è dedicato a diversi mondi dell’opposizione: un rabbino polacco
il cui pacifismo derivava dallo studio della Torah; un ministro del governo
britannico la cui opposizione al sionismo era fondamentalmente patriottica; un
poeta olandese che arrivò a Gerusalemme come sionista e terminò come qualcosa
che i sionisti trovarono inaccettabile; un comunista egiziano che scrisse, in
arabo e con nome arabo, l’atto di accusa più preveggente contro il sionismo
prima della Nakba; un rabbino riformato statunitense che guidò un movimento
contro il sionismo finché, in seguito alle pressioni e quando l’aria cambiò,
ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi documenti.
Moser scrive che
le “Quartine”, la raccolta di brevi poesie di de Haan che “drammatizzavano la
lotta tra anima e corpo”, vennero pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua
morte e “salutate come uno dei più sublimi risultati nella storia della poesia
olandese”. Chi era al potere evitò di citare quello che gli era stato fatto.
La persecuzione
contro Hannah Arendt fu di altro genere, le è sopravvissuta. Ma la campagna
scatenata contro di lei non fu meno organizzata e alla fine vi hanno
partecipato i più importanti circoli del potere israeliano. Quando nel 1963
venne pubblicato “Eichmann a Gerusalemme” la reazione andò totalmente al di là
del semplice dissenso: comportò un tentativo coordinato di garantire che quello
che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nella mente
dell’opinione pubblica, da una versione artefatta che era facile condannare.
Venne accusata di
dire che gli ebrei erano complici della loro stessa morte. L’Anti-Defamation
League [una delle principali organizzazioni della lobby filoisraeliana negli
USA, ndt.] guidò l’attacco, facendo circolare una sintesi di cinque frasi in
cui risultava che Arendt incolpava gli ebrei della loro distruzione, un’accusa
subito ripetuta in tutti gli Stati Uniti. Moser nota anche che Siegfried Moses,
un importante politico del governo israeliano, andò da lei di persona per
chiederle di interrompere la pubblicazione del libro e Arendt venne a sapere da
altre fonti israeliane che era intervenuto lo stesso primo ministro David Ben
Gurion.
“L’immagine che
avevano creato era quella di un ‘libro malefico’”, scrisse. “Ora devono
dimostrare che è stato scritto da una ‘persona malefica’”.
Quello a cui la
campagna non poté sopravvivere, e sapevano che non avrebbe potuto farlo, era lo
sguardo onesto di chiunque non solo sui rapporti storici tra sionismo e
nazional-socialismo nell’accordo Ha’avara [con cui i dirigenti sionisti si
accordarono con i nazisti per uno scambio di ebrei tedeschi, denaro e merci che
favorì il regime di Hitler, ndt.], ma anche l’uso per il quale era stato
approntato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare il
ricordo degli assassinati in una moneta di scambio politica. Non si era mai
guardato alla sostanza, bastava il clamore.
Felicia Langer
passò 22 anni cercando di utilizzare il sistema giudiziario israeliano per
difendere i palestinesi sotto occupazione, perdendo la maggior parte delle
cause, vincendone poche e arrivando alla fine alla conclusione che il suo
lavoro in sé era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva
bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi
dava all’apparato della giustizia militare l’apparenza di imparzialità che
diversamente non avrebbe potuto rivendicare.
Quando alla fine
chiuse il suo studio nel 1990 dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà era
il rifiuto di fungere da alibi. Ormai decenni di ostilità avevano presentato il
conto. Era stata, scrive Moser, “derisa dalla stampa, le sputavano addosso per
la strada.” Arrivò a credere persino che i suoi clienti palestinesi venissero
puniti più duramente perché era lei a rappresentarli.
Lasciò Israele,
se ne andò in Germania, dove viveva suo figlio e si stabilì a Tubinga. Moser
nota l’amaro simbolismo della scelta: era “una dichiarazione che era più libera
come ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato ebraico.”
Da ragazzo Ronnie
Kasril piantava alberi. Aveva 10 anni, era un giovane sionista entusiasta a
Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva soldi per il Jewish National Fund che
incorniciava le ricevute delle sue donazioni e le appendeva nella sua camera da
letto. Gli alberi era piantati in Israele in una foresta il cui scopo, come
apprese in seguito, era nascondere le rovine del villaggio palestinese di
Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948.
L’antisionismo di
Kasrils emerse dalla lotta che aveva già caratterizzato la sua vita.
Sharpeville [famosa
strage di cittadini neri da parte della polizia sudafricana, ndt.] contribuì a portarlo nell’ANC [African Nationale
Congress, il partito di Mandela, ndt.] e alla lotta contro l’apartheid; in esilio vide Israele consolidare i suoi
rapporti con il regime sudafricano, un collegamento che secondo Moser rafforzò
la sua opposizione al sionismo.
Dopo la caduta
dell’apartheid comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza
politica che lo aveva formato. Nel 2001 scrisse una “Dichiarazione di Coscienza
da parte di un Sudafricano di Origine Ebraica”. Sei anni dopo in un pamphlet
dell’ANC fece un paragone tra la spoliazione dei palestinesi e i Bantustan [aree in cui era rinchiusa
la popolazione nera, ndt.] in
Sudafrica e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi
potevano vivere insieme in uno Stato democratico.
La reazione
comportò un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che
lui fosse “un vero ebreo”; venne denunciato per aver paragonato gli ebrei
israeliani ai nazisti; quando lasciò il governo [fu più volte ministro, ndt.], scrive Moser, Kasrils era diventato una persona
non grata per molti ebrei.
Ciò che
condividono queste quattro vite è il rifiuto, qualunque costo questa lucidità
comportasse, di guardare altrove rispetto a quello che stava realmente
avvenendo. La tradizione che Moser ha recuperato non è quella di un comodo
dissenso, tutti hanno pagato un prezzo per aver dato un nome a quello che
osservavano, senza mai smettere.
Due eredità inconciliabili
Prima dei dodici
ritratti l’introduzione di Moser al libro inizia con un lascito: la copia di
suo nonno della raccolta delle opere di Herzl, un pesante volume blu portato da
Breslavia al di là dell’oceano a Houston. Moser lo descrive come un talismano,
che conservò per decenni senza leggerlo con attenzione. Quando finalmente lo
fece, quello che vi trovò lo sconvolse: Herzl come antisemita e megalomane, un
uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. Il lascito
rimase, quello che cambiò fu il significato di tenerlo.
“Antisionismo:
una storia ebraica” è insolitamente esplicito riguardo ai suoi limiti. Moser lo
afferma chiaramente nell’introduzione: “Benché questo libro riguardi
necessariamente degli ebrei, esiste solo per via dei palestinesi.” Alla fine
dell’introduzione egli esprime la speranza che quelli che incontreranno questa
tradizione “si libereranno del solipsismo che è sempre stato un difetto degli
ebrei” e porranno “le vere vittime del sionismo, il popolo palestinese, al
centro di tutto quello che faranno.”
Non si tratta di
frasi a caso. Esse segnano, con una certa precisione, il limite esterno del
progetto di Moser. Il recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito
e moralmente serio, parla principalmente alla comunità la cui coscienza viene
riscattata. Il suo pubblico sono in primo luogo quanti hanno bisogno che gli
venga ricordato che l’opposizione al sionismo nacque all’interno della vita
intellettuale e spirituale degli ebrei. Questo lavoro è importante. Esso
giunge, per sua natura, da una direzione.
Quello che il
metodo di Moser non può fornire è la visione dall’altra parte: la vita che
sopportano quelli a cui queste dodici coscienze si opposero. Le personalità in
questo libro furono, per la maggior parte, testimoni della spoliazione dei
palestinesi piuttosto che suoi eredi. Videro chiaramente e pagarono per
parlare, mentre la spoliazione continuò. La loro opposizione era reale. La sua
insufficienza deriva dalla stessa testimonianza. I due fatti coesistono nello
stesso modo in cui una diagnosi corretta coesiste con una morte che non potrà
impedire.
C’è una sorta di
consolazione morale che il libro, e bisogna dargliene atto, si rifiuta di
offrire in modo troppo netto. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al
sionismo porta con sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione
ha un modo di avvicinarsi a chi viene consolato e la domanda di cosa questa
tradizione recuperata significhi per quanti hanno perso le proprie case mentre
essa veniva eliminata è una domanda a cui il libro si può avvicinare, ma non
può rispondere.
Leggere il libro
di Moser in quanto scrittrice palestinese significa, a tratti, sentire la
particolare estraniazione di essere il pretesto per un discorso condotto in
buona misura senza di te. La coscienza recuperata è reale e il costo sopportato
da quelli che l’hanno conservata non deve essere minimizzato. Però le case in
cui i miei nonni vivevano sono state svuotate durante gli stessi decenni in cui
questi dissidenti stavano discutendo e perdendo, e le case non aspettarono che
la questione fosse definita prima che venissero occupate.
Mia nonna Rabiha
Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds [Gerusalemme in arabo, ndt.] e fu tra i suoi primi giornalisti. La sua
voce risuonò in tutta la Palestina che esisteva ancora come luogo unitario, un
Paese con un servizio radiofonico e un poeta nazionale, una sua vita musicale
abbastanza importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya
al-Lababidi ricoprì quel ruolo al Palestine Broadcasting Service [Servizio Radiofonico
Palestinese] a Gerusalemme e
collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero le canzoni del popolo che
cercava di restare unito sotto enormi pressioni.
Nel 1948 mia
nonna venne sfollata sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiofonico
venne chiuso, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita
all’interno di una cultura coerente divenne, in una sola stagione, il primo
capitolo di un esilio non ancora terminato.
L’eredità di
Moser è un libro conservato attraverso frontiere e generazioni, leggibile ma
moralmente trasformato dalla lettura. La mia eredità è un Paese che non è
sopravvissuto a quegli anni: una voce eliminata dall’etere, un archivio
disperso, una casa lasciata con il presupposto di tornarci. Queste due eredità
sono quello che il libro racchiude senza riuscire a riconciliarle: il volume
blu di Herzl e il silenzio dove una volta trasmetteva Al-Quds Radio. Entrambe
sono reali. Solo una può essere tramandata.
Insistere
su un’alternativa
Prima
di Herzl, la prima pagina del
libro di Moser presenta una dedica: “Al popolo palestinese.” Poi arriva una
preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la madrepatria dei
loro desideri/e rendili di nuovo cittadini del paradiso”.
Leggere questo
libro come chiede di essere letto, verso quelli la cui perdita è la silenziosa
premessa di quasi ogni vita che contiene, significa iniziare a comprendere
quello a cui questo recupero assolve e dove non può arrivare. Le perdite della
mia famiglia non furono un’eccezione. Sono perdite comuni, quelle che i
dissidenti di Moser stavano cercando di impedire e non ci riuscirono, quelle a
cui la dedica si rivolge con una preghiera senza avere dietro un programma
politico, solo la più antica richiesta umana: concedi loro la madrepatria dei
loro desideri.
C’è una frase in
ebraico che ricorre nella storia che Moser ricostruisce: “Ein breira” o “Non
c’è alternativa”. Questa fu la logica che stava dietro alle spoliazioni, alle
guerre e ai negoziati negati che le prove d’archivio ora hanno reso
irrefutabili. Jabotinsky ne espresse la sincerità più dura e originaria: la
popolazione araba avrebbe resistito, ammise, aveva tutto il diritto di farlo e
avrebbe dovuto essere costretta ad arrendersi prima che ne potesse seguire un
qualunque accordo. Non c’era alternativa. Come se la storia si fosse ristretta
a un unico percorso e la gente che già vi viveva fosse semplicemente
d’intralcio.
Ciò che la
coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questo restringimento. Aaron
Samuel Tamares lo predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu [unico ministro ebreo del
governo britannico quando venne resa pubblica la dichiarazione Balfour, a cui
si oppose, ndt.] mise in
guardia a questo proposito nel governo inglese nel 1917. Ahmad Sadiq Saad lo
documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella
sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La
registrazione della loro accuratezza ora è estesa, documentata negli archivi
che Moser ha letto e nei libri che i Nuovi Storici israeliani ne hanno
ricavato. La storia non è stata nascosta, ma cancellata.
Il recupero di
questa storia non risponde alla preghiera che Moser propone. Sa che è
inadeguata, non può recuperare quello che è stato preso. Non può rimandare in
onda una radio. Non può rimettere insieme l’archivio di un compositore. Non può
riportare una donna anziana alla casa che ha lasciato credendo che ci sarebbe
tornata entro qualche settimana.
Quello che può
fare, e che il libro di Moser onestamente fa, è recuperare una genealogia
morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al sionismo era possibile e
onerosa. Vale a dire che c’era un’alternativa: una tradizione che
contiene Tamares e Arendt e Langer e Kasrils, persone serie che hanno
riconosciuto e resistito alla cancellazione dei palestinesi.
Verso la
conclusione del capitolo finale Moser scrive una frase che potrebbe servire da
seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi.
Sentiamo i legami ancora più stretti che ci legano tra noi e al popolo
palestinese che soffre così tanto in nostro nome.” È scritto in persona
plurale, il noi degli ebrei antisionisti, di quelli che hanno trovato se stessi
nel corso dei decenni di cancellazione che questo libro recupera. La
sofferenza, riconosce, avviene nel loro nome. La determinazione da offrire in
cambio è la loro.
Il resoconto è
onesto perché non sostiene mai di essere un rimedio. Un libro che fosse finito
con la convinzione di essere sufficiente avrebbe tradito la preghiera con cui
si apre. Invece “Antisemitism: A Jewish History” si chiude come inizia, nella
consapevolezza di una distanza che non può attraversare, verso persone che può
citare ma non risarcire.
“Concedi loro la
madrepatria dei loro desideri / e rendili di nuovo cittadini del paradiso.”
Di nuovo. La
parola contiene tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come ricostituzione.
Di nuovo, come il riconoscimento che qualcosa è stato preso a un popolo che ce
l’aveva e che quello che gli è stato preso ha un nome, e che il nome viene
ancora detto, in arabo e in esilio, con un anelito che non ha dietro un
programma politico e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica e sta
ancora aspettando.
Yahia
Lababid è una scrittrice arabo-americana di origini palestinesi, autrice di
sedici libri di poesia, saggistica, aforismi e colloqui. I suoi scritti sono
apparsi, tra le varie pubblicazioni, su The New Statesman, Liberties, World
Literature Today, Salmagundi e The Threepenny Review.
(traduzione
dall’inglese di Amedeo Rossi)
[Foto: Fritz
Cohen/GPO - riprodotto su www.zeitun.info]