domingo, 8 de novembro de 2026

El president d’Israel encarrega a Eisenkot de formar govern i aparta Netanyahu

La formació centrista va obtenir la segona posició a les eleccions del 27 d’octubre · Té el suport de 67 diputats dels 120 que hi ha al parlament israelià  


El president d’Israel, Isaac Herzog, ha encarregat aquest dissabte al líder del partit Yashar, Gadi Eisenkot, la formació de govern després de les eleccions legislatives del passat 27 d’octubre, en què la formació centrista va ser la segona més votada, només per darrere del partit Likud del primer ministre Benjamin Netanyahu. La decisió implica apartar Netanyahu de la possibilitat de liderar la formació del nou executiu, tot i que el seu partit va obtenir la primera posició als comicis i que el mateix mandatari reclamava rebre aquest encàrrec.

“Després de la conclusió, dijous, de la ronda de consultes (…), el president ha informat el líder del partit Yashar, Gadi Eisenkot, de la seva intenció d’encarregar-li la formació de govern”, ha informat l’oficina presidencial en un comunicat.

Herzog ha convidat Eisenkot a la Residència del president aquest diumenge a les 17.00 per a “encarregar-li la formació de govern”, segons que explica el comunicat.

Durant la ronda de consultes, un total de 67 dels 120 diputats de la Knesset, el Parlament israelià, “van recomanar al president Herzog que el líder de Yashar, Gadi Eisenkot, rebés l’encàrrec de formar govern”.

Altres quaranta-sis diputats van demanar que l’encàrrec de formar govern recaigués en el primer ministre sortint, Netanyahu, mentre que un grup de set diputats van optar per no recomanar cap candidat.

Un cop rebi l’encàrrec formal, Eisenkot disposarà de vint-i-vuit dies per formar govern, un termini que es podrà prorrogar catorze dies més per decisió presidencial, d’acord amb la normativa recollida a la Llei bàsica, la Constitució israeliana.

 

[Font: www.vilaweb.cat]

 

«Wild Horse Nine», film di Martin McDonagh (2026)

Ambientato all’alba del colpo di stato di Pinochet in Cile, è un film acido e crepuscolare che riflette su rapporti umani messi alla prova da un passato ingombrante che ne condiziona il presente e sulla caducità della memoria. Comunque un riso amaro Wild Horse Nine lo lascia… Alla Mostra di Venezia 2026, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ad un grande John Malkovich.

di Alessandro Mastandrea

Dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e Gli spiriti dell’isola (2022), con Wild Horse Nine siamo al terzo lungometraggio diretto dal drammaturgo e regista inglese fieramente legato alle proprie origini irlandesi  Martin McDonagh,  il cui film era stato presentato con successo in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. E possiamo senz’altro subito anticipare che la pellicola ci conferma le alte aspettative della vigilia, perché in essa ritroviamo, in modo a nostro avviso non ripetitivo, tutto il repertorio cui il regista e sceneggiatore ci ha abituati.

Wild Horse Nine è il nome (di finzione, per quel che ci è dato sapere) che la CIA ha dato alla operazione segreta che l’undici settembre del 1973 porterà alla caduta del governo del presidente socialista Salvador Allende, democraticamente eletto e del quale vengono mostrate, durante le prime sequenze, immagini di repertorio con la folla festante in piazza ad acclamarlo. Quegli stessi anni, sono anche, però, quelli della presidenza Nixon e della dottrina Monroe messa in atto in modo spregiudicato dall’Intelligence americana in Sudamerica, considerato come giardino di casa degli Stati Uniti.

È in questo contesto storico che a Santiago del Cile si trovano ad operare in Wild Horse Nine gli agenti Chris (John Malkovich, intenso, stralunato e dolente, una prova magnifica la sua) e Lee (un Sam Rockwell altrettanto straordinario): il primo è un agente sul campo di lunga esperienza, che ha visto e, soprattutto, fatto di tutto, coinvolto in alcuni dei fatti storici più controversi e cruenti, sia in patria (girano infatti voci che sia stato coinvolto in modo attivo nell’assassinio di John Fritzgerald Kennedy) che in America latina e sul continente africano.

Un uomo avviato verso il crepuscolo della propria esistenza umana, che avverte la necessità di fare i conti con il proprio passato, con la vecchiaia e i suoi rimpianti, oltre che con una salute e una memoria quantomai precarie (la seconda, potremmo dire, quasi in modo provvidenziale). L’agente Lee, il secondo polo di questa strana coppia, è anch’egli non più giovanissimo: ha lasciato a casa Marge (Parker Posey), moglie fedifraga e insoddisfatta, e i propri figli. Entrambi gli agenti non sono più attivi sul campo, Chris perché la sua condizione fisica e mentale non lo consente, Lee invece perché è diventato, de facto, la balia dell’amico e collega.

Tra i due esiste un rapporto di sincera e profonda amicizia, sebbene la CIA non sia proprio il posto ideale per praticare la sincerità e sebbene a Lee sia stato affidato il compito di sorvegliare strettamente il sodale da M.J. (Steve Buscemi, altra prova attoriale solidissima) direttore delle operazioni segrete Usa in America Latina.

Il banco inizia a saltare quando, sul punto di partire per l’Isola di Pasqua, in aeroporto, i due agenti segreti fanno la conoscenza di Monica (Mariana di Girolamo) e Alicia (Ailín Salas) due studentesse cui improvvisamente Chris rischia di rivelare tutto, divenendo egli stesso una minaccia per il governo per cui lavora. La permanenza sull’Isola di Pasqua non sarà priva di rischi per i due, ma regalerà loro anche la possibilità di mettere in prospettiva le cose e di fare pace con il proprio passato. 

E’ capitato che, subito dopo il suo esordio cinematografico di In Bruges (2008), qualcuno abbia accostato l’opera di Martin McDonaghs alla filmografia dei Fratelli Coen o di Quentin Tarantino, ed effettivamente, almeno in parte, delle similitudini esistono. Eppure, film dopo film, il regista nato nel distretto londinese di Camberwell, si è sicuramente emancipato da tali accostamenti, rivelando uno stile proprio, temi e situazioni ricorrenti oltre che, nella sua veste di sceneggiatore, una capacità di scrittura fuori dal comune, figlia della sua esperienza teatrale.

Dialoghi e situazioni surreali si susseguono una dopo l’altro anche in Wild Horse Nine, in maniera serrata, incalzante, e tutti i personaggi che entrano a far parte della vicenda, anche quelli comprimari, sono cesellati nei dettagli più minuti e seguono una parabola evolutiva che li vedrà divenire entità diverse da chi erano a inizio pellicola. Alle situazioni drammatiche seguono situazioni comiche e a queste ultime seguono momenti di stasi e contemplazione, dove la figura umana è sovente messa a confronto con gli spazi, le geografie e territori che essa abita (in questo caso quello incontaminato dell’Isola di Pasqua), scoprendosi inadeguato.

E’, in un certo senso, la fotografia di un condizione umana imprigionata dalla propria finitezza, dal proprio ruolo sociale, ma che aspira ai grandi spazi, a una frontiera che qui viene rappresentata tanto dai panorami incontaminati dell’Isola di Pasqua (che richiamano quelli Irlandesi, cari al regista), quanto, in una sorta di eco, dalle bellezze paesaggistiche della Monument Valley dove vive il fratello di Chris, interpretato da Tom Waits.

Ritroviamo, quindi, anche in questo Wild Horse Nine, una serie di coppie male assortite (ma che tendono a completarsi a vicenda), persone dalla morale opaca, responsabili di azioni deplorevoli e tuttavia in cerca di redenzione, portatrici di un proprio codice morale, dietro cui, non a caso, si cela un’educazione cattolica.

Se è vero che la tragica vicenda cilena rimane in parte sullo sfondo, non altrettanto lo è il giudizio storico, politico, morale anche, che, attraverso i personaggi, Martin McDonagh non ha paura di esprimere: “siamo qui per far cadere la vostra democrazia”, dirà Chris alle studentesse, ormai preda di una sincerità senza freni inibitori.

E’ un film crepuscolare, questo Wild Horse Nine, che riflette su rapporti umani messi alla prova da un passato ingombrante che ne condiziona il presente, sulla caducità della memoria (bellissima la dicotomia tra un Chris che la sta perdendo ma che è comunque intenzionato a salvarla mettendola per iscritto in forma di Memoir) e della salute, sul perdono, la possibilità del riscatto e di una redenzione da attuare anche solo nell’aldilà. Una riflessione, in ultima analisi, su memoria e morte.

Assolutamente da non perdere anche, ma non solo, per la magnifica interpretazione di John Malkovich premiata al Festival di Venezia 2026.

In Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile).

In sala dal 5 novembre 2026.


Wild Horse Nine – Regia e sceneggiatura: Martin McDonagh; fotografia: Ben Davis; montaggio: Mikkel E. G. Nielsen; musica: Carter Burwell; interpreti: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits, Parker Posey; produzione: Graham Broadbent, Peter Czernin, Martin McDonagh, Anita Overland; origine: Gb, 2026; durata: 118 minuti; distribuzione: The Walt Disney Company Italia

 

[Fonte: www.close-up.info]

sexta-feira, 6 de novembro de 2026

Un tribunal francés ordena a devolución dun cadro de Pissarro expoliado polos nazis aos herdeiros dun coleccionista

Os receptores son os herdeiros de Salomon Flavian (1892-1955), un banqueiro xudeu de orixe romanesa establecida en París. Le port de Dieppe permanecera durante décadas fóra do mercado artístico ata a súa reaparición nunha poxa de Sotheby's en Londres  

O cadro de Pissarro «La place du Théâtre Français et l'avenue de l'Opéra» na galería Sotheby's de Londres

 

Un tribunal de París ordenou este xoves a restitución aos descendentes dun coleccionista expoliado durante a Segunda Guerra Mundial polos nazis dun cadro do pintor impresionista Camille Pissarro. Na súa resolución, o Tribunal Xudicial de París declarou nulas todas as vendas realizadas desde a confiscación da pintura, incluída a última celebrada por Sotheby's en Londres no 2024, e ordenou a súa devolución aos herdeiros de Salomon Flavian (1892-1955), un banqueiro xudeu de orixe romanesa e coleccionista de arte establecida en París.

 

A corte considerou acreditado que o antepasado dos demandantes era o propietario lexítimo da obra e que esta fora confiscada durante a ocupación nazi, xunto ao resto da súa colección. O cadro, titulado Le port de Dieppe (O porto de Dieppe, en Normandía), permanecera durante décadas fóra do mercado artístico ata a súa reaparición na poxa de Sotheby's en Londres, onde foi vendido o 25 de xuño do 2024 por 1,2 millóns de libras esterlinas, uns 1,4 millóns de euros. O tribunal francés tamén ordenou a Sotheby's que facilite aos descendentes, nun prazo de dous meses, a identidade completa do comprador da pintura na poxa de 2024, e se non o fai deberá pagar unha multa de 1.000 euros por cada día de atraso.  

 

Os xuíces consideraron que a negativa para revelar a identidade do comprador impide aos herdeiros exercer os seus dereitos de restitución fronte ao actual propietario e obstaculiza o obxectivo da normativa francesa de abril de 1945, que establece a devolución dos bienes expoliados aos seus lexítimos propietarios ou descendentes. A sentenza é de execución inmediata, incluso se algunha das partes presenta un recurso. A obra, realizada en 1902 mediante a técnica do óleo sobre lenzo, ten unhas dimensións de 65,3 por 81,2 centímetros.

 

 

[Imaxe: ANDY RAIN | EFE - fonte: www.lavozdegalicia.es]

Una òbra en catalan empòrta lo prèmi Médicis estrangièr 2026

L’escrivana Eva Baltasar es guierdonada per Déclin et fascination, traduccion francesa del roman Ocàs i fascinació, publicat en 2024 


Escrich per Jòrdi Ràfols 

L’escrivana barcelonesa Eva Baltasar a emportat lo prèmi Médicis estrangièr 2026 per son roman Déclin et fascination, traduch del catalan per Annie Vaths. Es lo primièr còp qu’una òbra literària escricha en catalan recep aquela prestigiosa distincion. Creat en 1970, aquel prèmi recompensa cada an un roman estrangièr traduch en lenga francesa e publicat dins l’estat francés.

Nascuda en 1978, Eva Baltasar es una escrivana catalana que se faguèt conéisser d’en primièr per sa poesia abans de se virar cap al roman. Ocàs i fascinació, publicat en 2024, conta l’istòria d’una femna confrontada a la precarietat e l’exclusion sociala, dins una vila marcada per las inegalitats e la crisi del lotjament. Abans de recebre lo prèmi Médicis, lo roman èra ja estat guierdonat pel prèmi Crexells 2025 e èra estat finalista del prèmi Òmnium del melhor roman de l’an 2024. 

Lo prèmi Médicis compòrta tres categorias principalas: lo roman francés, lo roman estrangièr e l’ensag. Creat en 1958, prèmia d’òbras literàrias publicadas dins l’annada. Lo guierdon emportat per Eva Baltasar balha una importanta reconeissença a la literatura catalana dins l’estat francès.

 

[Imatge: Vilaweb - sorsa: www.jornalet.com]

A defensa do activista propalestino Fergie Chambers denuncia «graves alteracións» na tradución da documentación extradicional

A defensa presentou un escrito ante a Audiencia Nacional asegurando que as autoridades estadounidenses alteraron de “mala fe” as traducións que achegaron na documentación remitida ao Estado español 

O empresario e activista propalestino, Fergie Chambers

 

Nun escrito remitido a pasada terza feira á Audiencia Nacional, a defensa do activista Fergie Chambers denunciou que as autoridades estadounidenses alteraron de “mala fe” as traducións que achegaron na documentación remitida ao Estado español, para elevar a gravidade dos feitos atribuídos a Chambers.

O equipo de avogados puxo en coñecemento do tribunal as discordancias detectadas, entre as que se atopan cuestións “tan graves” como cambiar a expresión “acción directa” por “violencia directa”, incorporar aos feitos relacionados coas protestas contra Elbit Systems “tres incendios” que non aparecen no orixinal ou cambiar a “activación” de botes de fume por “detonación”. Todos estes cambios foron despois reproducidos en documentos do procedemento no Estado español, mais non estaban na documentación orixinal. Pídese, aliás, que o Ministerio Fiscal se pronuncie e que manifeste se, á vista das substanciais discrepancias da tradución oficial e a real, mantén a mesma cualificación dos feitos. 

A defensa sinalou que isto é “relevante” porque inclúe presupostos de violencia, perigo, finalidade e autoría e considerou que existen motivos para sospeitar que “as alteracións máis relevantes poden responder a un exercicio de mala fe dos Estados Unidos dirixido a inducir a erro as autoridades españolas ao cualificar os feitos e decidir sobre a extradición”.

O que considerou “a máis grave de todas as alteracións”, e que levou as autoridades españolas a vincular Chambers coa “promoción de actividades terroristas”, é algo que non está nos cargos, pero que Estados Unidos “intenta armar en relación con este caso”. Así, até en catro ocasións, nas declaracións de terceiros nun chat no que non estaba Chambers, a expresión “global terrorism game” (“o xogo do terrorismo global”) é traducida como “actividades de terrorismo global”. “No orixinal, o que é un xogo de palabras en sentido figurado pasa a ser, na tradución ao español, un substantivo de acción”, apuntou a defensa.  

En total detectáronse 12 alteracións substanciais da tradución que elevan a “gravidade dos feitos” e poderían incidir na cualificación dos delitos no Estado español, o cal abriría a porta á extradición de Chambers.  

Ao respecto, o pasado mes de setembro, o Goberno español pediu agardar a decisión que adopte a Audiencia Nacional, “con todas as garantías”, sobre a petición de extradición a Estados Unidos do estadounidense e activista propalestino James ‘Fergie’ Chambers, encarcerado en Madrid desde xullo após ser detido en Eivissa. O Goberno de Donald Trump reclama a súa extradición por un presunto “apoio económico ao grupo Hamas”, que non está probado. Segundo explicou a ministra portavoz, Elma Saiz, na rolda de prensa posterior ao Consello de Ministros, o Executivo español “formalizou unha primeira fase” que permite continuar co exame da petición por parte do órgano xudicial. “Hai que deixar traballar agora a Audiencia Nacional e tamén a defensa do señor Chambers”, sinalou Saiz. “Cando se coñeza a resolución da Audiencia Nacional con todos os argumentos enriba da mesa, adoptarase unha decisión definitiva”, engadiu a ministra.  

Neste senso, a defensa do activista propalestino, encabezada polo avogado Baltasar Garzón, considerou que a decisión do Consello de Ministros de dar continuidade ao procedemento de extradición a Estados Unidos “senta un mal precedente” para a defensa da causa palestina e supón unha “clara discordancia” coa posición do Executivo español. “Debemos respectar a decisión acordada polo Consello de Ministros; non obstante, senta un mal precedente en torno á defensa da causa palestina e supón na práctica unha clara discordancia na postura do Executivo español”, sinalou Garzón.

O avogado sostén que o Estado español “non pode defender o dereito internacional e os dereitos do pobo palestino e a protección de quen presta axuda humanitaria e, ao mesmo tempo, permitir que prospere unha solicitude que presenta claros indicios de persecución política     por parte da Administración estadounidense”. 

Aliás, a parella de Chambers, Stella Schnabell, asegurou estar “desconsolada” pola decisión do Executivo español e subliñou que esta é de carácter formal e “non se basea en ningunha avaliación das acusacións do Goberno dos EUA contra Fergie”. Schnabell afirmou confiar en que os tribunais españois e, “en última instancia, o Goberno de España”, se neguen a participar na que cualificou de “persecución política” contra Chambers. Porén, considerou que a decisión de continuar co procedemento “envía unha mensaxe profundamente inquietante: que, mesmo no Estado español, a solidariedade co pobo palestino podería tratarse como un delito”. Segundo Schnabell, existe o risco de que “a represión da Administración Trump contra os movementos progresistas e a favor de Palestina se estenda a Europa”, o que, ao seu xuízo, podería sentar “un precedente perigoso para outros”.

 

 

[Foto: Adrià Riudavets / Europa Press - fonte: www.nosdiario.gal]

 

quinta-feira, 5 de novembro de 2026

Eisenkot o Netanyahu: a prescindere da chi formi il governo la democrazia è morta

La maschera del liberalismo di Israele è stata spazzata via dal feroce espansionismo dello Stato e dal desiderio collettivo di vendetta nei confronti dei palestinesi 

Un cartello elettorale raffigurante i due rivali Eisenkot e Netanyahu

di David Hearst

Se Israele fosse una democrazia, come sostiene la diaspora ebraica, in questo momento si starebbe formando un governo che rispecchia l’esito delle elezioni di ieri sera. 

Si tratterebbe di un esecutivo, di maggioranza o di minoranza, guidato da Gadi Eisenkot, con la partecipazione, formale o informale, dei due blocchi palestinesi. 

Se Benjamin Netanyahu rispettasse questo risultato per il suo blocco di estrema destra non ci sarebbe alcuna possibilità di tornare al potere. Per il primo ministro più longevo della storia di Israele, sarebbe la fine di un’era. 

Ma Israele non è una democrazia, e Netanyahu non è un democratico. 

È uno Stato di coloni che si è modellato in modo sempre più stretto attorno all’identità e alle posizioni dei fascisti ebrei. 

Si tratta di una potenza occupante in cui i palestinesi vengono cacciati dalle proprie case, come accade a Hebron, senza alcuna sentenza del tribunale, senza alcun diritto a ricorsi o risarcimenti e in totale assenza di un qualsiasi iter legale. 

La questione centrale che gli ebrei devono affrontare non era nemmeno presente nel dibattito elettorale. 

Al centro del dibattito c’erano la leadership di Netanyahu, il suo colpo di mano contro la magistratura, il rifiuto degli ultraortodossi di prestare servizio militare e l’isolamento internazionale di Israele; tutto, tranne il genocidio a Gaza, i pogrom nella Cisgiordania occupata e il futuro dei palestinesi. 

Una minaccia esistenziale 

In questa campagna elettorale ogni partito sionista ha agito come se metà della popolazione del territorio dominato da Israele non esistesse e dovesse essere esclusa. 

Diversi partiti hanno fatto della deportazione e dello sfollamento dei palestinesi due punti cardine del proprio programma. Sionismo Religioso, guidato da Bezalel Smotrich, ha promesso di “ebraicizzare” la Galilea e il Negev (Naqab), terre in cui vivono centinaia di migliaia di palestinesi. 

La popolazione palestinese in Israele ha compreso, a ragione, di trovarsi di fronte a una minaccia esistenziale e si è recata alle urne in numero record nel tentativo di impedire che ciò accadesse. Palestinesi che per decenni avevano boicottato le elezioni sono andati a votare. 

“Non ci sentiamo al sicuro. Il senso di sicurezza è svanito del tutto e intendo sicurezza a ogni livello”, ha dichiarato Ibrahim Said a Middle East Eye. “Mi sento non solo un cittadino di seconda classe, ma di ventesima classe”. 

Circa l’80% dei cittadini israelo-palestinesi si è recato alle urne. Questo dato rappresenterà un campanello d’allarme per il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, il quale terrà a mente lo shock di queste elezioni in vista di futuri tentativi volti a restringere e limitare il peso elettorale dei palestinesi. 

I cittadini ebrei e quelli palestinesi non sono mai stati su un piano di parità, ma oggi il divario tra loro ha assunto contorni grotteschi. Lo stesso vale per i loro rappresentanti politici: uno di loro, Sami Abu Shehadeh, leader del partito Balad, è stato escluso dalla competizione elettorale a causa di un articolo in cui analizzava l’attacco di Hamas del 7 ottobre e le sue conseguenze. 

E lo stesso vale per il loro voto. Israele è ormai un Paese in cui si rischia di essere picchiati o accoltellati solo perché si parla arabo, come accaduto a tre cittadini drusi in un locale notturno a Tel Aviv e, se si è medici o operatori sanitari, si può arrivare a perdere il proprio posto di lavoro. 

Essere un arabo sionista, come nel caso dei drusi che prestano servizio nell’esercito, non offre alcuna protezione contro i fascisti. 

Gli arabi sono percepiti come un nemico esistenziale non solo dagli ebrei suprematisti, ma dall’intera popolazione ebraica israeliana. Di conseguenza lo stesso Eisenkot e tutti i suoi alleati, a eccezione di uno, hanno esplicitamente dichiarato che non avrebbero mai assunto il potere attraverso un accordo con i due blocchi politici palestinesi: la Lista Comune e Ra’am. 

Secondo loro uno Stato ebraico non può essere governato da arabi, a prescindere dal fatto che siano sionisti o meno. 

Manovre politiche 

In qualsiasi altro Paese un risultato del genere avrebbe reso i partiti arabi l’ago della bilancia della formazione del governo, dato che le previsioni assegnavano loro complessivamente 17 seggi. Ma non viviamo in un’epoca in cui si sa perdere con dignità. 

Proprio come Flavio Bolsonaro, che si è rifiutato di riconoscere la vittoria del presidente Lula da Silva in Brasile, o come l’ex presidente statunitense Donald Trump dopo l’elezione di Joe Biden nel 2020, anche Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte in silenzio. 

Sappiamo già che nei giorni precedenti al voto ha tentato in ogni modo di riaccendere il conflitto con l’Iran; e ha fallito solo perché il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir si è rifiutato di assecondarlo, stando a quanto riportato dai media israeliani. 

Quando quel tentativo è fallito Netanyahu ha pubblicato un’immagine generata dall’intelligenza artificiale di un fungo atomico sopra Tel Aviv, e ha ampiamente diffuso la notizia del [presunto] tradimento di Zamir, con l’obiettivo di far apparire i vertici militari come troppo teneri riguardo alla difesa di Israele. 

Nelle settimane o nei mesi di manovre politiche che seguiranno un attacco all’Iran diventa più, e non meno, probabile; se non altro per predeterminare la linea politica del suo successore. 

Al pari di Trump, Netanyahu è un bugiardo patologico. Tuttavia, è molto più intelligente e subdolo: il che spiega la sua longevità [politica]. 

Dover rispondere di corruzione davanti alla magistratura, o affrontare una commissione d’inchiesta sulle gravi lacune in materia di sicurezza che hanno lasciato il sud di Israele esposto all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, rappresenta solo la minore delle sue tre principali preoccupazioni. 

La terza, e più importante, consiste nel realizzare il sogno di suo padre, Benzion Netanyahu, studioso nato in Polonia e sionista revisionista, di annettere la Cisgiordania occupata o, per usare le loro parole, restituire il regno di Giudea e Samaria allo Stato ebraico. 

Sottovalutare il fondamentalismo di Netanyahu significa lasciarsi attirare dal suo inglese americano con inflessione della Pennsylvania in una trappola ben congegnata, nella quale sono caduti, uno dopo l’altro, diversi presidenti degli Stati Uniti. 

Netanyahu si è già trovato in una situazione analoga in passato. Sa bene come proporre ai suoi avversari politici un governo di unità nazionale per poi annientarli. 

Sa come puntare a una seconda tornata elettorale, consapevole che in quel caso le migliaia di elettori ebrei residenti all’estero non tornerebbero una seconda volta in Israele per votare contro di lui. Nel frattempo egli rimane primo ministro ad interim, una condizione che potrebbe protrarsi per molti mesi. 

In qualità di leader del partito di maggioranza, il Likud, Netanyahu potrebbe persino ottenere la grazia dal presidente israeliano Isaac Herzog in merito alle accuse di corruzione che pendono su di lui; inoltre Herzog potrebbe incaricarlo di formare il nuovo governo. 

Il terrorismo dei coloni 

Sarebbe altrettanto folle immaginare che Ben Gvir e Smotrich si facciano da parte senza opporre resistenza. Oggi dispongono di una propria milizia armata: Ben Gvir ha infatti annunciato che dal 7 ottobre il suo ministero ha rilasciato 100.000 licenze per il porto d’armi. 

La maggior parte di queste armi è finita nelle mani dei coloni. Già prima dell’attacco di Hamas, ai coloni veniva data la priorità nell’ottenimento del porto d’armi, poiché vivevano in una “zona di pericolo”. Secondo un’analisi del 2024 un terzo di tutti gli adulti negli insediamenti di Adora, a nord-ovest di Hebron, possedeva una licenza per il porto d’armi. 

In realtà Ben Gvir e Smotrich dovrebbero indossare divise militari, non abiti eleganti; d’altronde godono anche del sostegno dell’elettorato giovanile. 

Negli Stati Uniti, stando a un recente sondaggio condotto dal Jewish Voters Resource Center, quasi la metà degli ebrei sotto i 35 anni ha respinto il concetto di uno Stato basato sulla supremazia ebraica, a favore di una cittadinanza paritaria per palestinesi ed ebrei all’interno di un unico Stato binazionale. 

In Israele il voto dei giovani ha preso una direzione opposta. I sondaggi condotti tra chi votava per la prima volta hanno mostrato che se l’esito elettorale fosse dipeso dal voto giovanile Ben Gvir e Smotrich avrebbero ottenuto insieme oltre il 16% dei consensi, pari a 29 seggi. Ben Gvir ha tutte le ragioni per considerarsi un primo ministro in pectore. 

L’avvertimento della CIA, secondo cui le crescenti fratture tra gli ebrei in Israele potrebbero condurre a una guerra civile, non è una semplice boutade retorica o polemica. 

Se Eisenkot riuscisse a formare il prossimo governo il suo primo e principale compito sarebbe quello di neutralizzare i coloni; un’impresa non facile, dato che questi potrebbero aver già acquisito un potere eccessivo. 

Come ha scritto il direttore Aluf Benn su Haaretz, i coloni e i loro sostenitori politici darebbero vita a una campagna determinata per preservare i traguardi raggiunti sotto Netanyahu. Per loro il momento attuale rappresenta un’occasione provvidenziale per instaurare il “regno di Giudea” sull’odierna mappa della Palestina. 

La follia dell’Occidente 

Ma c’è un errore ancora più importante che i sostenitori occidentali del progetto sionista si apprestano a commettere. 

Anche una temporanea uscita di scena di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich verrebbe accolta con un evidente sospiro di sollievo in Gran Bretagna e in tutte le capitali occidentali. 

Si giungerebbe alla conclusione che Israele sia tornato nelle mani di una persona pragmatica, che conosce bene la Cisgiordania, capace di impedire che il blocco di insediamenti “E1” separi in due il territorio occupato, condannando di fatto uno Stato palestinese ancora prima che possa nascere. 

Tutte le pressioni esercitate sui governi occidentali affinché isolino Israele tramite sanzioni svanirebbero e dopo tre lunghi anni si tornerebbe alla normalità. 

Ma non cambierebbe nulla per i palestinesi, che continuerebbero a soffrire la fame, sotto assedio e all’interno di tende, frugando tra le macerie di quella fossa comune che è Gaza, alla ricerca dei resti dei propri familiari massacrati. 

In Cisgiordania, sotto la guida di Eisenkot, i palestinesi continuerebbero a essere terrorizzati da bande di coloni ebrei protetti dall’esercito. In Israele, chiunque osasse parlare arabo in pubblico rischierebbe ancora il linciaggio. 

E nulla cambierebbe nemmeno per i vicini di Israele, sempre più impotenti. Vaste aree del Libano meridionale e della Siria, ben più estese di Gaza, rimarrebbero ancora sotto l’occupazione dell’esercito israeliano, mentre i territori siriani abitati dai drusi continuerebbero a essere un protettorato di Israele. 

Israele continuerebbe a considerarsi in guerra con tutti i suoi vicini arabi: la verità, che nessuno vuole affrontare, è che Israele è cambiato per sempre. 

Nel suo desiderio collettivo di vendetta a Gaza, il Paese ha gettato via la maschera del liberalismo. Negli ultimi tre anni, Israele si è rivelato per ciò che è sempre stato: un progetto coloniale incapace di convivere pacificamente con le popolazioni di cui continua a sottrarre le terre. 

‘Uno spettacolo con un unico protagonista’ 

Questo concetto è stato espresso con forza da una persona che nessuno definirebbe mai un simpatizzante dei palestinesi: Ronald Lauder, ottantaduenne miliardario ebreo e presidente del Congresso ebraico mondiale. 

Lauder è diventato, di fatto, un’impresa sionista che fa capo a un’unica persona. Ha finanziato la creazione di scuole ebraiche nell’Europa dell’Est e ha destinato ingenti somme del suo patrimonio a istituzioni in Israele. La sua ricchezza gli ha permesso di stringere amicizie con 40 leader mondiali, ma il legame più stretto è stato quello con Netanyahu. 

Eppure, in un’intervista davvero sorprendente rilasciata al quotidiano Haaretz e pubblicata questo mese, Lauder ha rotto un silenzio che durava da 30 anni. 

«Ci ​​troviamo di fronte a un dittatore, a uno spettacolo con un unico protagonista. Israele è una democrazia, ma Netanyahu non sta rispettando le regole della democrazia», ha affermato Lauder. 

«Qualche settimana fa ho parlato con il re di Giordania. La Giordania è sempre stata uno dei paesi più leali nei confronti di Israele; eppure, a causa di ciò che ha fatto Ben Gvir, abbiamo trasformato il nostro alleato più fedele in un paese che ora nutre odio verso Israele», ha aggiunto. «E quando [i suoi sostenitori] picchiano un fotografo del Washington Post… quanto si può essere stupidi? Per colpa di questo, il Washington Post odierà Israele. Odio! E a che scopo?» 

Secondo quanto riportato da Haaretz, sul volto di Lauder è apparso un profondo senso di disgusto mentre raccontava di aver interrotto i propri legami con Israele. 

«Ho venduto il mio appartamento a Tel Aviv e ho donato la mia casa a Be’er Sheva al Fondo Nazionale Ebraico, di cui sono anche presidente. In sostanza, ho tagliato i ponti. Perché la situazione è diventata così…» Lauder ha interrotto la frase, mimando il gesto del vomito. 

Ha inoltre descritto l’Israele di oggi come un Paese che si trova in una «posizione molto difficile. Più difficile di quanto loro stessi si rendano conto… Israele ha perso non solo l’Europa e altre aree, ma anche la diaspora. Certo, gli ebrei della diaspora restano leali a Israele, ma non sentono che Israele li stia proteggendo». 

Queste parole provengono da un uomo che un tempo era il più stretto confidente di Netanyahu, incaricato delle missioni diplomatiche più delicate, come la mediazione con Hafez al-Assad in Siria riguardo alle Alture del Golan. 

«Alla fine ho capito che Israele non voleva davvero la pace, ma il dominio. E così me ne sono andato». 

Lauder coglie un aspetto che figure come il primo ministro britannico Andy Burnham potrebbero fin troppo facilmente trascurare, nella fretta di nascondere questo conflitto sotto il tappeto. Israele continuerà a «prendersi tutto», fino al proprio crollo. 

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye. 

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È un commentatore e relatore esperto della regione, nonché analista dell’Arabia Saudita. In passato è stato editorialista di politica estera per il Guardian e corrispondente in Russia, in Europa e a Belfast. È approdato al Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove ricopriva il ruolo di corrispondente per il settore dell’istruzione.

 

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

[Foto: Jack Guez/AFP - fonte: www.zeitun.info]

Brasil: Lula y los jóvenes le pusieron un freno a la ultraderecha

 

Contra todos los pronósticos, Luis Inacio Da Silva se impuso en la segunda vuelta con un 51,79%, contra el candidato de la derecha Flavio Bolsonaro que sumó un 48,21%. La diferencia de cuatro millones y medio de votos, muchos de los cuales se sumaron en las últimos días, permitieron al Frente electoral liderado por el PT conseguir un triunfo histórico que habilita un cuarto mandato de Lula. El apoyo y la movilización de los jóvenes fue decisiva en los tramos finales de la campaña.  


El candidato opositor, Bolsonaro no ha reconocido la derrota, alegando que la extensión del horario de votación de dos horas fue ilegal, pero ya el Tribunal Electoral se ha expedido reconociendo la victoria oficialista. Por ahora, las únicas irregularidades evidentes fueron cometidas por el bolsonarismo, que trató de paralizar el transporte en zonas de fuerte apoyo al lulismo. En la capital de Bahía, fue denunciado el secretario de Movilidad de Salvador, capital del estado, por reducir el transporte al 50%. Esta tramoya electoral se repitió en otros estados. La estratagema de impedir que las personas concurran a votar fue la misma que utilizó la derecha en ocasión de las elecciones de la Asamblea Constituyente en Venezuela en el año 2017. 

El triunfo de Lula significa una derrota inesperada de la derecha y tiene un gran valor simbólico, porque Brasil es el país más poblado y la primera potencia económica de Nuestramérica. Este resultado electoral, que sumó diez millones de votantes que apoyaron a Lula, ha detenido la seguidilla de triunfos de la ultraderecha en Colombia, Perú, Bolivia, Chile y Ecuador. Significa un tropiezo para que se cumpla el sueño dorado de las élites estadounidenses de controlar absolutamente lo que consideran “su patio trasero”. 

En las últimas semanas, en cientos de manifestaciones reunidas en todo el territorio nacional pudieron visualizarse una muy importante cantidad de jóvenes que rescataban la tradición histórica de movilizarse en momentos decisivos del país. 

El frente organizado por el PT no es una agrupación de izquierda, como suele ser calificada por la derecha, sino más bien tienen un perfil nacionalista. Promovido por un partido con origen obrero como es el PT, y con el voto de pequeñas agrupaciones con un perfil de izquierda más definido, suma a sectores de la burguesía industrial de San Pablo, cuyo máximo representante es el vicepresidente Gerardo Alckim, que fue el candidato de la derecha derrotado por Lula en 2006. También cuenta con apoyos dentro de las Fuerzas Armadas y el Poder Judicial. La burguesía industrial brasileña siempre ha tenido un proyecto propio con respecto a su país y Nuestramérica, que choca con los intereses avasalladores del trumpismo que quiere reducir al país a un exportador de materias primas. 

Lo mismo sucede en las Fuerzas Armadas. Allí se ha desarrollado históricamente un pensamiento que percibe a Brasil como la gran potencia de la región. Algo así como un subimperialismo, con fuerte influencia militar, ideológica y económica en sus países linderos (Paraguay, Argentina, Uruguay, Bolivia, Perú, Colombia, Venezuela y Guyana). Los planes estadounidenses de reducir al país a un vasallo, interviniendo incluso en decisiones judiciales o de política nacional, causan malestar en los altos mandos militares brasileños, que además, consideran impropio que un capitán, como fue Jair Bolsonaro, de órdenes a oficiales superiores. 

El último gobierno de Lula, fue el menos reformista de sus mandatos. Es indudable que ha seguido sacando a muchas familias brasileñas de la pobreza extrema, pero el crecimiento de Brasil de los últimos años no se ha repartido beneficiando a los trabajadores formales. La concentración de la riqueza y las grandes desigualdades que han caracterizado históricamente a Brasil se han mantenido sin grandes cambios. 

Más por desesperación que por convicción, el PT afrontó esta última vuelta apelando a la movilización popular, y encontró un eco muy importante en la juventud que no quiso hipotecar su futuro y salió a votar masivamente. Las nuevas tecnologías de comunicación que habían sido decisivas en el triunfo de la derecha en primera vuelta y que manejan mayoritariamente los jóvenes, esta vez también fueron utilizadas por el PT. El canal de whatsapp “Ejercito de Lula”, llegó a reunir a 11 millones de seguidores. 

El triunfo de Lula significa un fuerte dolor de cabeza para Milei, que se pasó las últimas semanas insultando al Presidente del país que es el principal socio comercial de Argentina. 

Milei llamó a Lula: “ladrón”, “mentiroso”, “zurdo empobrecedor”, “basura socialista”, “dictador comunista” y provocó que la cancillería brasileña llamara “a consultas” a su embajador. Apostó en forma irresponsable a un triunfo seguro de Bolsonaro, y se metió en la campaña electoral del país vecino, cuyas autoridades reelectas le pasarán la factura, no solo al presidente sino también a empresarios locales que habitualmente hacen negocios con Brasil. 

El “efecto Milei”, parece cada vez más perjudicial para sus socios electorales del continente. No faltaron en Brasil quienes disgustados con el gobierno de Lula no fueron a votar, o votaron en contra del oficialismo en la primera vuelta. Pero cuando lo escucharon a Milei cambiaron el voto. El presidente argentino propone un imaginario que espanta. Aun por cuestiones de orgullo nacional, personajes como el presidente argentino son piantavotos. 

Al igual que Bolsonaro, Milei no ha reconocido hasta el momento el triunfo de Lula. Queda en soledad frente a los otros presidentes de Nuestramérica (la mayoría de derecha) que sí, han reconocido los resultados. Al hiperkinético tuitero se le paralizaron los dedos. 

El gobierno de Estados Unidos, que intervino activamente en estas elecciones, apoyando a Bolsonaro, acuso de supuestas irregularidades al acto electoral en Brasil. Sostuvo que se aplicó el Manual de Joe Biden (expresidente demócrata) para ganar las elecciones. Trump fue otro de los grandes derrotados por los resultados de Brasil y acumula puntos en contra, para la elección legislativa de medio término, que se realizara el próximo mes en Estados Unidos.

 

[Imagen de Portada: BBC - fuente: www.huelladelsur.ar]

 

Dominique A, retour au rock et à l’autobiographie dans une époque inflammable

Dominique A branche à nouveau sa guitare et opère un retour à soi. Il dessine sur Spirales une géographie personnelle, mais il s’attaque aussi à des thèmes plus politiques. Dans un air du temps électrique en France, le chanteur jusqu’ici bien éloigné du bruit permanent des réseaux sociaux, n’a cependant pas pu éviter la polémique en pleine sortie d’un 16e disque résolument rock. 

Album «Spirales» de Dominique A

Écrit par Bastien Brun 

Les boucles offertes par la vie ont souvent joué un rôle important chez Dominique A. Dans son livre Y revenir (*), paru en 2012, le chanteur avait déjà raconté son retour à Provins, la ville où il avait grandi jusqu’à l’adolescence et contre laquelle il avait gardé une dent. Peu avant cela, il devait sortir une chanson appelée « Ostinato », du nom de ces boucles musicales répétitives qui n’en finissent jamais. 

Pour Spirales, il revient à Provins, retrouve ses amis (« Un jour j’ai disparu », « Evanoui »), et puis se souvient de Picasso Y Los Simios, ce groupe de new wave croisé lors de ses débuts à Nantes. « Quand j’ai tiré le fil de la première chanson, "La roue du jardin Garnier", je me suis dit que j’allais faire ce à quoi je me suis souvent refusé : parler de moi, relater des expériences de ma jeunesse... J’ai juste eu envie d’exprimer cela en réaction à mon disque studio précédent, Le monde réel, où j’avais plus une posture de narrateur extérieur », explique Dominique A.   

« Enclencher la distorsion et envoyer le boulet » 

Les retrouvailles avec les vieux camarades sont empreintes d’une nostalgie légère. Le temps a simplement conservé les souvenirs heureux. Ce retour à des endroits et des personnes qui ont compté va de pair avec la mise en avant des guitares électriques. L’idée d’aller vers un rock brut de décoffrage s’est mise en place avec le contrebassiste Sébastien Boisseau, le batteur Etienne Bonhomme et le clavieriste Julien Noël, les musiciens qui ont accompagné sa dernière tournée.

Dans une époque électrique, brancher les guitares a eu valeur de défouloir. « Le premier signe, ça a été le concert en commun donné en 2019 avec Mark Long, dont il est question dans la chanson "Mark" (**), rembobine-t-il. J’étais assez impressionné parce que je jouais avec des musiciens anglais qui ne me connaissaient pas forcément. Et c’est ce que raconte la chanson :  on a répété, j’ai entendu le batteur cogner comme un sourd et je me suis dit "Je vais mettre la disto !" J’ai enclenché plusieurs pédales et on a fait du bruit. Je me suis rendu compte le soir du concert que j’adorais ce truc primaire : enclencher la distorsion et envoyer le boulet. On dit que tout le monde peut le faire, c’est vrai, mais qu’une rage froide passe là-dedans, ce n’est pas si évident. » 

Alors qu’ils apparaissent rêches au premier abord, les 16 morceaux de Spirales laissent entendre plus de nuances qu’il n’y paraît. Les gris s’y dessinent et, au fil des écoutes, on se surprend à découvrir des paysages sonores plus contemplatifs (« Longueville »), tandis que la contrebasse roule. Les boucles de batterie épileptiques et les stridences répondent à des morceaux plus contemplatifs et à des montées post-rock (« 39 rue Sainte-Croix »).   

Un propos directement politique 

Comme dans beaucoup de disques de notre époque en France, la crainte de la guerre court entre ses lignes. On retrouve également une critique de la société connectée dans « Coltan », qui évoque l’exploitation minière pour la fabrication des smartphones, et « Shining à 12 ans », sur le fait que ces mêmes téléphones permettent à nos ados d’accéder sans filtre à des images violentes. L’auteur du « Courage des oiseaux » s’inquiète de la perte d’attention entraînée par les écrans et des conséquences néfastes du fait d’être connecté en permanence avec le monde entier depuis son téléphone. 

Mais au-delà de ce constat, son propos se fait aussi plus politique et direct. « Peut-être qu’un peu de bromure / En haut lieu un peu plus souvent / Rendrait le monde un peu moins dur / Plein de gens vivraient plus longtemps », dit-il dans « Bromure ». Ce qui va dans le sens des positions d’un auteur-compositeur-interprète qui s’est jusqu’ici bien gardé de se dire engagé, tout en ne faisant pas mystère de ses convictions politiques à gauche. En avril dernier, il avait ainsi annoncé sur Instagram son intention de boycotter les Relay, ces maisons de la presse présentes dans les gares, et de ne plus se produire à l’Olympia ou au Casino de Paris, parce qu’ils appartiennent tous au milliardaire breton Vincent Bolloré proche de l’extrême droite.

Est-ce cette prise position qui lui est revenu comme un boomerang en pleine figure ? Un climat politique très tendu à six mois de la prochaine élection présidentielle ? Un bashing qui vise en ce moment les artistes ? À la veille de notre entretien, Dominique A devait poster une « mise au point » sur les réseaux sociaux. Une interview accordée à Paris Match, hebdomadaire désormais dans le giron de Bolloré, et titrée sur son site internet « Je ne suis absolument pas LFIste, Mélenchon est dangereux », lui a valu une « shit storm ». Préoccupé par cette campagne de dénigrement sur les réseaux sociaux, le chanteur devait rappeler dans un long message son opposition franche au Rassemblement National (RN), et tout en se positionnant à gauche, se dire « très gêné par le culte du chef » chez La France Insoumise (LFI). 

Une grande première en près de 35 ans de carrière pour quelqu’un dont le propos a surtout été d’amener un peu de poésie à qui l’écoute.


(*) Dominique Ané, Y revenir, Stock, 2012.  

(**) Mark Long était le chanteur du groupe de new-wave britannique The Opposition, qui a largement influencé Dominique A.


Dominique A Spirales (Cinq 7 / Wagram Music) 2026

Site officiel / Facebook / Instagram / YouTube

    

 

[Source : www.rfi.fr]