sexta-feira, 27 de fevereiro de 2026

L'arte prigioniera dell'ideologia: in che modo i Talebani hanno silenziato l'industria cinematografica afghana?

La visione artistica dei film è stata repressa e sostituita con l'ideologia politica 

Sala vuota dell'ormai demolito Park Cinema di Kabul. Screenshot tratto dal video “Park Cinema 🎥 Kabul | La distruzione del Park Cinema di Kabul in Afghanistan” dal canale YouTube di Pathan Film

scritto da Hasht-e-Subh Daily

tradotto da Giulia Scolozzi

Questo articolo è stato scritto da Elina Qalam per Hasht-e Subh Daily [en, come i link seguenti] e pubblicato il 29 ottobre 2025. Una versione editata è pubblicata ora su Global Voices secondo un accordo di condivisone di contenuti.

Nel corso degli ultimi cinque anni, i Talebani hanno proibito ogni attività cinematografica nel Paese e demolito il palazzo del cinema presente nella capitale, Kabul. Da quando hanno preso il potere in Afghanistan nell'agosto 2021, i Talebani hanno iniziato a rimuovere gradualmente film e serie dai cataloghi delle emittenti nazionali, per poi chiudere i battenti delle sale cinematografiche al pubblico. Attraverso l'implementazione sistematica di politiche mirate, hanno eliminato le donne dai film.

Questo articolo si basa sull'inchiesta di Hasht-e Subh Daily e sulle interviste a numerosi filmmaker ed ex impiegati dell'agenzia statale del cinema, l'Afghan Film, localizzati dentro e fuori dal Paese. I Talebani hanno chiuso l'unica istituzione governativa esistente in Afghanistan responsabile della produzione, promozione e archiviazione cinematografica nazionale. Numerosi registi in esilio hanno espresso preoccupazione sul destino dell'Afghan Film Archive, col timore tangibile che possa essere distrutto.

L'importanza dell'Afghan Film non risiede solo nel ruolo ricoperto nel campo dell'arte e del cinema, ma anche nella sua unicità in qualità di custode della storia visiva del Paese. L'archivio conserva documentari risalenti all'inizio del XX secolo, relativi ai principali eventi politici della storia moderna dell'Afghanistan.

Eliminazione dell'Afghan Film

Con il ritorno al potere dei Talebani, la sfera culturale e artistica del Paese ha subito dure e massicce restrizioni. Fin dai primi giorni dalla presa della capitale Kabul, l'organizzazione politico-militare talebana si è gradualmente mossa verso la soppressione dell'arte, in particolare del cinema.

Come prima azione, il 21 novembre 2021, il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha emanato un decreto in otto articoli, che ha portato alla rimozione capillare delle donne dai media.

Proseguendo sulla stessa linea, il 22 marzo 2023 il municipio di Kabul amministrato dai Talebani ha annunciato che lo storico cinema Khairkhana sarebbe stato demolito per fare spazio a un'area commerciale, una moschea ed edifici residenziali. Si trattava del cinema più storico e conosciuto nella capitale.

Il 26 settembre 2023, I Talebani hanno deciso di dare in affitto lo storico edificio dell'Aryub Cinema. Già convertito in un parcheggio, questo cinema era considerato un'icona nel panorama cinematografico afghano per via della sua architettura unica.

Da ultimo, il 13 maggio 2025, i Talebani hanno ufficialmente sciolto l'Afghan Film. Era l'unico istituto cinematografico statale attivo nel Paese. Con questo provvedimento, le ultime speranze rimaste per il ritorno ufficiale del cinema in Afghanistan sono andate perdute: una delle più importanti istituzioni dell'industria cinematografica nazionale è stata abolita e consegnata alla memoria storica.

Ecco un video YouTube che testimonia la demolizione dell'Ariana Cinema, a Kabul.

Contraddizioni nell'approccio culturale dei Talebani

I Talebani hanno provato a presentarsi come sostenitori dell'arte e della cultura attraverso iniziative mirate, come l'organizzazione del festival cinematografico Did-e Naw. Esperti in materia di cinema affermano che simili iniziative intraprese da questi ultimi sono principalmente mosse da obiettivi propagandistici e non contribuiscono ad alcun cambiamento autentico nella mentalità culturale del gruppo fondamentalista.

Negli ultimi quattro anni, il regime ha prodotto nove film e una serie tv. Le donne restano assenti da tutte queste produzioni. Il contenuto di tali film promuove l'ideologia talebana, denigra il precedente governo, condanna i valori democratici, mentre glorifica gli attacchi kamikaze e la politica della guerra.

Stando a quanto scoperto da Hasht-e Subh Daily, i film talebani — per citarne alcuni, “Bagram Prison”, “Pul-e Company”, “Kabul Retaining Walls”, “State Gardener”, “A Working Day of a Police Commander” e “Ninth of Sunbula” — rappresentano solo una parte delle produzioni filmiche realizzate tramite finanziamenti governativi.

Tutti sono stati realizzati per legittimare la legge dei Talebani ed evidenziare i fallimenti del precedente governo. Molti di questi film sono intrinsecamente propagandistici nella loro essenza più che nella loro visione artistica; a ciò si aggiunge che i responsabili alla loro produzione sono stati prevalentemente registi inesperti o studenti alle prime armi.

Sayed Ahmad Shekab Mousavi, professore del Dipartimento di Cinema alla Facoltà di Belle Arti dell'Università di Kabul e che attualmente è alla Columbia University di New York in qualità di visiting researcher (o professore visitatore), osserva:

Durante il loro primo regime [dal 1996 al 2001], i Talebani distrussero film e serie tv, eliminarono le attrici dall'industria filmica, vietarono la musica consentendo solo canti e inni di carattere religioso. Ora assistiamo al proseguimento della stessa linea politica, ma in una veste diversa. In ogni caso, un punto è chiaro: questa volta, i Talebani stanno costruendo la loro storia visiva. È, sì, una storia che si fonda sulla censura, l'esclusione e la distorsione, ma alla fine resterà come loro eredità.

Il cinema in esilio

Sebbene i registi afghani in esilio descrivano la realizzazione dei film come “il miglior tipo di vendetta” contro i Talebani, riportano di dover fronteggiare numerose sfide all'interno dei Paesi in cui hanno cercato rifugio.

Aggiungono che le restrizioni finanziarie, la mancanza di accesso ai mezzi tecnici e l'assenza di opportunità professionali hanno complicato la produzione del loro lavoro.

La migrazione forzata ha spezzato il legame con il loro pubblico, rendendogli inaccessibile lo spazio culturale del proprio Paese. Ahmad Aryubi, ex responsabile dell'Aryub Cinema Hall, afferma:

Quando le nuove generazioni vedono solo questi film [prodotti dai Talebani], che sono sparuti e fiacchi, si fanno l'idea che siamo un Paese arretrato, incapace di produrre film e di restare sulla scena mondiale.

Marinan, regista afghano residente in Francia, dice:

La vita da esiliati è una grossa sfida. Alcuni potranno anche essere in grado di lavorare duro e farsi il proprio percorso, ma per molti è estremamente complicato. Conosco persone dotate di un talento unico, ma che non trovano posto nel cinema afghano finché vivono in nazioni europee.

La vita difficile dei registi in Afghanistan

Le conclusioni dell'inchiesta condotta da Hasht-e Subh Daily mostrano che la situazione di registi e cinema sotto il regime talebano versa in condizioni significativamente più critiche rispetto al passato. La dura censura, le restrizioni ideologiche e la proclamazione della proibizione del cinema da parte dei Talebani hanno reso qualsiasi attività filmica praticamente impossibile.

L'attrice Sabera Sadat descrive così le sue dure condizioni di vita:

Con l'imposizione delle misure restrittive al comparto cinematografico, ho perso il mio lavoro — allora lavoravo come attrice al Theater Directorate — e le mie condizioni di vita sono diventate estremamente difficili. Nella mia famiglia, ero io a portare il pane a casa, quindi questa situazione ha inciso negativamente sul mio morale e sulla mia identità artistica. Non potevo lasciare l'Afghanistan per via dei miei figli, che sono tutta la mia vita.

Sadat lancia una previsione cupa: “La situazione è molto grave. Secondo me, alla luce della situazione attuale, non c'è nessuna speranza per un ritorno del cinema.”

L'inchiesta di Hasht-e Subh Daily mostra che i Talebani permettono ai registi di lavorare, ma solo sotto strette condizioni. La prima è che la sceneggiatura del film debba essere inizialmente sottoposta ai Talebani e che, dopo il suo completamento, il film debba essere revisionato di nuovo.

L'autorizzazione alla proiezione del film è accordata solo se il prodotto è perfettamente allineato ai parametri del regime. In più, qualsiasi partecipazione delle donne nella produzione e realizzazione dei film è completamente proibita.

Sotto queste condizioni, l'industria cinematografica afghana è stata fattivamente chiusa, senza lasciare alcuno spiraglio di speranza per il riavvio o la ripresa delle attività artistiche libere. Molti registi hanno lasciato l'Afghanistan, mentre quelli rimasti vivono in povertà e disperazione.

[Fonte: www.globalvoices.org]

Pourquoi il ne faut pas abandonner l’écriture manuscrite à l’école

Aujourd’hui, stylos et cahiers cèdent de plus en plus la place aux écrans et claviers dans les salles de classe. Mais ces outils permettent-ils d’écrire avec la même efficacité ? En quoi supposent-ils des compétences différentes ?

Le recours au stylo ou au clavier a un impact sur les productions écrites des étudiants.

Écrit par Atheena Johnson

Docteure en linguistique appliquée, Université Paris Nanterre

Au fil des décennies, des dispositifs technologiques ont été progressivement intégrés à l’apprentissage des langues, c’est le cas récemment de l’intelligence artificielle (IA) générative.

La sophistication de ces outils condamne-t-elle à terme le recours aux crayons et aux stylos ? Ou les usages numériques peuvent-ils se combiner à l’écriture manuelle ? En quoi celle-ci garde-t-elle sa valeur pour l’être humain ?

Stylo ou clavier : un impact sur la mémorisation des connaissances

L’écriture à la main a longtemps été associée à la mémoire et aux apprentissages. C’est en 1829 que la frappe au clavier est apparue, elle est devenue courante en 1867 grâce à la première machine à écrire manuelle. Si les élèves d’autrefois apprenaient à écrire exclusivement à la main, les élèves d’aujourd’hui alternent entre écrans et papier.

Or, les recherches montrent que ces modalités n’ont pas les mêmes effets sur l’acquisition des connaissances. Dans une étude de 2014, on a observé que les élèves réussissent mieux à répondre aux questions analytiques s’ils prennent leurs notes à la main. Une étude de 2017 a établi que les étudiants de 20-25 ans retiennent plus longtemps les informations qu’ils écrivent à la main par rapport à celles qu’ils tapent sur un clavier.

 

Par ailleurs, on a découvert que les étudiants qui utilisaient l’intelligence artificielle depuis leurs premières rédactions se souvenaient très peu de ce qui était réellement écrit lorsqu’ils étaient testés sur leur capacité à citer un texte, contrairement à ceux qui avaient composé eux-mêmes leurs textes. Trouver un équilibre entre production écrite et numérique est dès lors très important.

Une richesse lexicale moindre dans les productions numériques

Dans une expérimentation menée en 2019, avant le boom des IA génératives que nous connaissons, nous avons comparé les productions manuscrites et dactylographiées d’étudiants en anglais. Nous avons constaté une moindre richesse lexicale dans les productions dactylographiées, ce qui confirme les tendances évoquées plus haut.

L’objectif de l’étude était de déterminer s’il existait des différences linguistiques en fonction du mode de production. Nous nous sommes intéressés aux aspects stylistiques, tels que la valeur informationnelle des textes, à l’organisation des textes ainsi qu’aux aspects lexicaux.

Il y avait 58 participants à l’étude, chacun produisant un texte dactylographié et un texte manuscrit à un intervalle d’une semaine. L’expérience a eu lieu dans le cadre de la préparation d’une évaluation finale. Les participants ne pouvaient pas avoir recours à des ressources pendant la production, pas de dictionnaire, pas d’outils d’autocorrection.

La majorité des textes ont témoigné d’une valeur informationnelle et d’une organisation textuelle statistiquement similaires dans les deux cas. Cela induit que le mode de production n’a pas eu d’influence sur les approches stylistiques utilisées.

Concernant la diversité lexicale, il n’en est pas de même. La richesse lexicale était bien plus importante dans la majorité des productions manuscrites. Les productions dactylographiées présentaient des faiblesses qui n’étaient pas présentes dans les productions manuscrites des mêmes participants.

Ces résultats peuvent avoir des implications pour l’enseignement de l’anglais et la manière dont les étudiants sont encouragés à produire des textes écrits.

Écrire sur écran, ça s’apprend

Depuis que la transition numérique a remisé les stylos au placard, plusieurs pays se sont penchés sur les incidences des usages numériques sur les compétences écrites : l’Espagne, les États-Unis ou encore la France.

Or, des études récentes soulignent l’importance de stratégies spécifiques d’écriture pour la progression des élèves, telles que la planification ou la relecture. Si la production manuscrite développe des capacités que le clavier ne développe pas, la maîtrise du clavier reste une compétence incontournable mais exigeante.

Les difficultés à écrire relevées aujourd’hui tiennent d’abord à leur place de moins en moins prioritaire dans les programmes scolaires en Europe, aux États-Unis ou encore en Chine.

Par ailleurs, les modes de production sont fondamentalement différents à trois niveaux. D’abord, la saisie et l’écriture se déroulent dans des cadres spatiaux distincts. L’écriture se produit dans un espace unifié tandis que la saisie se déroule dans deux espaces séparés. Ensuite, la manière dont l’individu compose avec les différences spatiales lors de la planification, de la transcription et de la révision d’un texte est également nettement différente. Enfin, la perception et les usages des étudiants varient selon les modes de production.

C’est pourquoi il est important de continuer à insister sur les bénéfices cognitifs de l’écriture manuscrite à l’école et ailleurs, tout en prenant conscience de l’apprentissage que suppose l’écriture numérique pour que les élèves arrivent au même niveau de fluidité sur écran que sur papier. En classe, il s’agit de réfléchir aux options proposées en termes d’outils de rédaction. Reste à suivre les prochaines évolutions : quels seront les impacts du recours croissant aux IA sur la production écrite ?


[Photo : Shutterstock - source : www.theconversation.com]



Dall’Italia all’Albania: il viaggio di una persona migrante nell’esperimento Meloni

Il protocollo italiano che dispone il trasferimento dei richiedenti asilo in centri di detenzione in Albania sta incontrando sempre maggiori critiche e problemi legali. Ma cosa accade realmente dietro i cancelli di questi centri di detenzione? Reportage di BIRN e Voxeurop.

Migranti che stanno per essere sottoposti agli screening sanitari nei centri di detenzione a Shëngjin, Albania


Mentre Nizam* naviga verso l’Italia a bordo di una barca sovraffollata di migranti, con il cellulare immortala quello che crede essere l’ultimo tratto di un viaggio straziante. 

Il giovane, che ha 21 anni e viene dal Bangladesh, dove lavorava come imbianchino, solleva il cellulare per riprendere il proprio volto e poi inquadrare le circa 50 persone stipate sull’imbarcazione bianca. Alle sue spalle, un uomo si copre gli occhi con le mani, forse in lacrime, mentre un altro gli sorride e gli dà una pacca sulla schiena. La poppa dell'imbarcazione rimane bassa mentre fende la superficie scintillante del Mediterraneo.

Più tardi, Nizam pubblica il video su TikTok, la testimonianza della sua pericolosa traversata. In sottofondo, una voce registrata dice in urdu: “Andiamo, è arrivato il nostro momento. Non preoccupatevi, presto saremo di nuovo insieme”.

Ma qualche giorno più tardi, invece di sbarcare in Italia per inseguire un futuro a lungo sognato, Nizam finisce dietro i cancelli dei controversi centri per migranti che l’Italia ha fatto costruire in Albania nell’autunno del 2024 e che da allora, sono oggetto di numerose battaglie legali.

A casa, in un piccolo villaggio del Bangladesh nel distretto di Madaripur, i genitori di Nizam attendono con ansia sue notizie. Sono state la madre e una delle tre sorelle a insegnargli a leggere, ma invece di andare a scuola, Nizam ha sempre dovuto lavorare per aiutare la famiglia. Sui social media si mostra come un playboy, pubblicando video che lo ritraggono a bordo di moto prese in prestito, con indosso gli occhiali da sole e un taglio di capelli all’ultima moda. Ma in realtà la sua vita è tutt’altro che sfarzosa. Con il padre malato e impossibilitato a lavorare, Nizam è l’unica persona che può contribuire alla sopravvivenza della famiglia. “Siamo molto poveri”, ha raccontato Nizam in seguito, “ho sempre dovuto lavorare”.

In preda alla disperazione, i genitori vendono un piccolo appezzamento di terra e si indebitano pesantemente per riuscire a racimolare abbastanza soldi e pagare un trafficante molto conosciuto nel villaggio. Dopo aver attraversato illegalmente India, Sri Lanka, Kuwait ed Egitto, Nizam arriva infine in Libia, prima a Bengasi e poi a Tripoli, dove finisce presto tra le mani della mafia libica. 

Gli sequestrano il passaporto, per tre giorni viene incarcerato e torturato, mentre i suoi aguzzini riprendono le violenze per poi inviare il video alla sua famiglia insieme a una richiesta di riscatto. Nizam è stato rilasciato solo dopo che i genitori hanno pagato il riscatto. “Una notte mi hanno portato in spiaggia e mi hanno caricato a forza su una barca” ricorda Nizam, che è partito per l’Italia dal porto libico di Zuara.

Nizam non sa nuotare e l’imbarcazione è talmente sovraffollata che è sicuro di morire. Eppure, mentre si avvicinano alla costa di Lampedusa, continua ad aggrapparsi alla speranza che il peggio sia ormai alle spalle.

Tuttavia, il viaggio di Nizam prende una svolta inaspettata. A fine gennaio, oltre 300 migranti partiti dai porti libici vengono intercettati dalle autorità italiane e molti di loro, incluso Nizam, vengono trasferiti su una nave della Marina Militare ancorata a una trentina di chilometri dalla costa di Lampedusa, dove vengono sottoposti a screening medici e a un primo interrogatorio per l’identificazione. 

A Nizam e altre 48 persone viene comunicato che saranno trasferiti nei centri di detenzione in Albania e, secondo alcune testimonianze, a questa notizia un gruppo di migranti egiziani avrebbe iniziato uno sciopero della fame.

La nave Cassiopea della Marina Militare attracca al porto di Shëngjin

“È stato un momento di disperazione, emotivamente è stata dura” racconta Cipriana Contu, avvocata che in seguito ha parlato con i migranti egiziani. “Quando hanno scoperto che sarebbero stati mandati in Albania, hanno iniziato uno sciopero della fame e alcuni di loro sono scoppiati in lacrime”.

A questo momento è seguita una settimana di incertezza, in cui i migranti, già esausti, vengono spostati tra i due centri in Albania – uno nella città portuale di Shëngjin e l’altro a Gjadër, distante venti chilometri – per compilare la documentazione e sottoporsi a controlli medici, interrogatori e udienze. Sei di loro vengono riconosciuti come minori o vulnerabili e vengono perciò trasferiti in Italia. I restanti 43, incluso Nizam, fanno richiesta di asilo ma le loro domande vengono prontamente rifiutate, aprendo la strada verso la loro espulsione.

Prima che ciò potesse accadere, è intervenuto un tribunale italiano che, come in casi precedenti, ha giudicato inammissibile il trattenimento dei migranti in Albania. Nizam è stato quindi trasferito a Bari in un centro d’accoglienza insieme agli altri migranti e da allora aspetta di sapere se la sua richiesta di asilo verrà accolta.

Il piano Meloni

Presentato da Meloni e dal suo omologo albanese Edi Rama nel 2023, il protocollo sulla gestione dei migranti prevede la detenzione di uomini adulti provenienti dai cosiddetti “paesi sicuri” e la loro sottoposizione a una procedura di asilo accelerata della durata di 28 giorni che probabilmente si concluderà con il rimpatrio. In Albania possono essere trasferiti solo i migranti soccorsi in acque internazionali e sprovvisti di un documento d’identità. Per attuare il piano, l’Italia ha inizialmente stanziato un budget di 653 milioni di euro per cinque anni, ma i costi sono già aumentati. Il progetto originario di Meloni prevedeva di ospitare in Albania 36 mila migranti all’anno.

In Unione europea il piano di Meloni ha ricevuto diversi apprezzamenti e anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha appoggiato alcune proposte per la costruzione di centri per il rimpatrio fuori dal territorio dell’Ue, esortando lo scorso ottobre i capi di stato a “prendere esempio dal protocollo Italia-Albania”. 

Keir Starmer, primo ministro laburista del Regno Unito che ha dichiarato “morto e sepolto” il piano di deportazione degli immigrati in Ruanda, ha incontrato Meloni lo scorso settembre per prendere spunto dall’iniziativa italiana.

Mentre i centri per migranti che l’Italia ha fatto costruire in Albania rimangono sotto la legislazione italiana, l’11 marzo la Commissione europea ha presentato un nuovo regolamento che consentirebbe agli stati membri di costruire centri per il rimpatrio al di fuori del territorio dell'Unione. Stando a una prima bozza, il regolamento, introdotto in risposta alle crescenti pressioni da parte dei governi con posizioni anti-immigrazione, andrebbe a sostituire una direttiva precedente e autorizzerebbe la costruzione dei cosiddetti “hub di rimpatrio” in paesi terzi, a patto che vengano rispettati “gli standard e i principi internazionali in materia di diritti umani”.

La Cassiopea ancorata a Shëngjin

Questi hub sarebbero destinati esclusivamente ai richiedenti asilo che hanno già ricevuto l’ordine di lasciare il territorio dell’Ue, mentre l'accordo Italia-Albania riguarda il trattamento delle richieste di asilo. Tuttavia, le decisioni di alcuni tribunali stanno facendo arenare gli sforzi di Meloni: a ottobre, la Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) ha stabilito che la definizione “sicuro” deve potersi applicare all'intero territorio di un paese. 

Il 24 gennaio, in seguito a un aumento delle partenze dalla Libia dovuto alle condizioni meteo favorevoli, la nave militare italiana Cassiopea è stata stanziata al largo di Lampedusa. Nei giorni successivi, la Guardia costiera e la Guardia di finanza hanno intercettato otto imbarcazioni dirette verso l’Italia: molti migranti sono stati portati proprio sulla Cassiopea per determinare chi di loro fosse idoneo al trasferimento in Albania.

Secondo una nota del ministero dell’Interno, 53 migranti in possesso di un documento d'identità sono riusciti a evitare il trasferimento e sono stati portati in Italia per seguire la regolare procedura d'asilo. Altri 49 - di cui 41 provenienti dal Bangladesh, sei dall'Egitto, uno dalla Costa d'Avorio e uno dal Gambia - sono stati invece trasferiti in Albania. Lo screening preliminare è stato svolto dall'Usmaf (Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera), mentre hanno presenziato all'operazione alcuni funzionari dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr). Era invece assente l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che aveva partecipato alle missioni precedenti, poiché il suo contratto era scaduto.

Nizam non è l’unica persona di Madaripur. Malik*, 27 anni, un tempo era uno studente universitario ma dopo la morte del padre ha dovuto iniziare a lavorare nelle fattorie per riuscire a comprare le medicine per la madre che soffre di diabete. Rohan*, 22 anni, è partito per poter assicurare un futuro migliore alla moglie e alla figlia, che non è ancora nata, ma il suo viaggio ha preso una piega drammatica in Libia. Arrestato dalla polizia e venduto alla mafia, Rohan ha trascorso due anni in prigione, dove ha subito torture e ha riportato una frattura alla spalla.

“Io non ho potuto studiare, ma mia figlia deve poterlo fare”, ha affermato Rohan secondo il verbale di un interrogatorio con i funzionari italiani in Albania.

Intanto, la mancanza di chiarezza sulla destinazione finale ha generato il caos tra i migranti. Durante un'ispezione dei centri albanesi da parte di alcuni parlamentari dell'opposizione, esperti legali e psicologi, un migrante egiziano ha raccontato che lui e i suoi connazionali si erano rifiutati di mangiare sulla nave. “Non sapevano di essere diretti in Albania” ha affermato Contu, che ha partecipato all'ispezione. “Erano esausti e diffidenti”, ha aggiunto Papia Aktar, interprete e consulente legale originario del Bangladesh.

Il centro per migranti a Shëngjin, in Albania, dove i richiedenti asilo vengono sottoposti a un primo screening prima di essere trasferiti a Gjadër. 

Una funzionaria del ministero dell’Interno a conoscenza dell'operazione non ha potuto confermare l'episodio e ha dichiarato: “Non abbiamo ricevuto alcuna segnalazione di rifiuto di cibo”.

La Cassiopea ha attraccato a Shëngjin intorno alle 7:30 del 28 gennaio, dove erano presenti anche Voxeurop e BIRN. Una volta scesi dalla nave a gruppi di nove o dieci, le persone migranti, visibilmente segnate dalla stanchezza, sono avanzate lentamente davanti a un cordone di agenti di polizia, medici e operatori umanitari. Indossano tutti i sandali e lo stesso maglione blu, alcuni sono avvolti in scialli e cappelli di lana per ripararsi dall’aria invernale e tra le mani stringono piccoli sacchetti di plastica con i pochi effetti personali. Poco dopo entrano nel centro d’accoglienza allestito al porto.

Tra le persone presenti allo sbarco c’è anche Ded Bukaqeja, proprietario di una società di telecomunicazioni che fornisce internet ai centri e che negli anni 90, dopo la caduta del regime comunista, fuggì in Italia insieme alla prima ondata di migranti albanesi. Nello sbarco di Shëngjin, Bukaqeja ha rivisto parte del suo passato: "Erano esausti e profondamente scossi. È stato straziante", aggiungendo che “nel vederli soffrire in quel modo, mi è tornato in mente tutto: eravamo esattamente come loro quando siamo partiti. Nessuno lascia il proprio paese per gioco”.

Nell’hotspot di Shëngjin, composto da prefabbricati grigi circondati da una recinzione metallica, i migranti vengono sottoposti a controlli per le malattie infettive, gli vengono dati cibo e vestiti e ricevono informazioni sulla procedura di asilo. Durante la permanenza l’uso dei cellulari è limitato ma, come fa notare una giovane assistente legale della cooperativa Medihospes, che si occupa di fornire una serie di servizi nei centri, “sono giorni che alcuni di loro non comunicano con le proprie famiglie e potrebbero pensare che siano morti”. In seguito a esami medici e psicologici approfonditi, sono stati individuati altri quattro migranti minorenni e uno in stato di vulnerabilità. Tutti e cinque sono stati quindi trasferiti in Italia e verranno sottoposti alla regolare procedura di asilo che, di solito, dura alcuni anni.

Il piano Meloni si inceppa

Per i migranti rimasti a Shëngjin vengono emessi ordini di detenzione, che dovrebbero essere convalidati dai tribunali italiani entro 48 ore. Vengono quindi trasferiti a Gjadër, un centro più grande circondato da mura di 5 metri, dove si svolgono i colloqui di asilo con funzionari che, collegati in videoconferenza dall’Italia, interrogano i migranti sulla loro traversata. Stando alle trascrizioni dei colloqui, ai migranti non viene assegnato un avvocato, una pratica ormai standard in situazioni di questo tipo, ma vengono assistiti da un interprete.

Ai funzionari Malik ha raccontato dei debiti che ha accumulato in Bangladesh e dell’aggressione subita per questo motivo da sua sorella che le ha provocato una frattura al naso; ha poi parlato degli 11 mesi di prigionia in Libia, durante la quale i suoi sequestratori gli hanno strappato le unghie e lo hanno bruciato con mozziconi di sigaretta. “Su tutto il corpo porto i segni delle violenze subite in Libia”, racconta Malik. "Non mi hanno dato da mangiare, da bere e non mi hanno permesso di lavarmi. Vivevo in condizioni pietose".

Malik ha implorato la commissione di non rimandarlo nel suo paese. “Vorrei solo avere l'opportunità di venire in Italia e lavorare”, ha affermato. “Vi prego di esaminare attentamente la mia richiesta”.

Nizam ha lanciato un appello altrettanto disperato: “Ho una richiesta per lo stato italiano: mandatemi in Italia per trovare un lavoro”, aggiungendo, “così potrò mantenere la mia famiglia e avere un futuro migliore”.

Durante i colloqui è stato individuato un altro migrante in stato di vulnerabilità che è stato trasferito in Italia. "Un’altra persona è stata identificata come vulnerabile poiché zoppicava. In seguito ho saputo che aveva segni di bruciature" ha spiegato un secondo assistente legale di Medihospes ed ex funzionario pubblico di Lezhe che ha chiesto di rimanere anonimo.

Il giorno seguente tutte le richieste di asilo sono state respinte, lasciando ai migranti sette giorni per presentare ricorso.

Francesco Ferri, esperto di migrazioni per l’ong ActionAid, presente all'ispezione, ha dichiarato inaccettabile il fatto che queste condizioni di vulnerabilità non siano state individuate prima. Secondo Ferri, i controlli preliminari sono stati eseguiti troppo rapidamente per poter riconoscere eventuali situazioni di fragilità psicologica.

Contu ha confermato che molti migranti sono confusi sulle procedure legali e che, oltre a questo, hanno bisogno di più tempo per elaborare il trauma. “Chi ha avuto esperienza di persecuzione e torture ha bisogno di tempo, sia per metabolizzare ciò che gli è successo, sia per riuscire a raccontarlo”, ha spiegato Contu, avvertendo che se ciò non avviene “il rischio è che non riescano a raccontare tutto oppure che [le loro dichiarazioni] appaiano contraddittorie”.

Una fonte interna al ministero ha replicato che in qualsiasi momento i migranti sono liberi di rivolgersi agli avvocati a disposizione nei centri e che hanno ricevuto informazioni dettagliate sui loro diritti legali durante un briefing iniziale di 20 minuti seguito da consultazioni individuali della durata di due o tre ore. L'assistente legale ed ex funzionario pubblico conferma questa versione: “Facciamo del nostro meglio per aiutare i migranti affinché le loro richieste di asilo vadano a buon fine”.

La resa dei conti è vicina?

Nel frattempo, i media italiani si chiedono se questa volta i tribunali decideranno di convalidare la detenzione dei migranti in Albania. Nel tentativo di evitare la situazione di stallo che si era creata nei casi precedenti, Meloni ha deciso di assegnare la decisione alla Corte d’appello che, tuttavia, ha nominato gli stessi giudici.

Le udienze si sono svolte a porte chiuse il 31 gennaio a Roma. Attraverso il viavai di porte che si aprivano e si chiudevano era possibile intravedere i giudici che, con l’assistenza degli interpreti, si preparavano a interrogare i migranti in collegamento video. Nei corridoi, gli avvocati esaminavano con ansia i documenti in attesa del loro turno mentre ai giornalisti era stato impedito l’accesso.

Per alcuni migranti, l'incertezza sul proprio futuro ha avuto un impatto significativo. Nel verbale dell'udienza di Nizam, per esempio, si legge che “il detenuto ha pianto durante tutta la seduta”. 

L'avvocata Calderoni ha criticato duramente questa procedura accelerata, spiegando che i casi le vengono assegnati con meno di 24 ore di preavviso, lasciandole ben poco margine per prepararsi alle udienze o parlare con i migranti. “Siamo costretti a lavorare alla cieca”, ha affermato Calderoni.

Con un'ordinanza emessa la sera del 31 gennaio, la Corte d’appello non ha convalidato il trattenimento dei 43 migranti, rinviando ancora una volta la decisione alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Di conseguenza, i migranti sono stati trasferiti in Italia, infliggendo un ulteriore colpo al piano Meloni. In un video girato da un funzionario portuale albanese e condiviso con Voxeurop e BIRN, si vedono i migranti camminare in fila indiana con in mano grandi sacchi neri per poi salire su una motovedetta della Guardia costiera. A differenza di quando sono arrivati, questa volta indossano giacche calde e scarpe adeguate.

I migranti sono arrivati al porto di Bari la sera del 1° febbraio, alcuni con i volti sorridenti che si intravedono dagli oblò. Ad accoglierli c’è un gruppo di manifestanti che protesta contro il piano Meloni, con uno striscione con la scritta “Welcome”. Una volta sbarcati, i migranti vengono caricati su un autobus e trasferiti in un centro di accoglienza alla periferia della città.

Da allora i centri albanesi sono vuoti, rimangono solo alcuni funzionari che trascorrono intere giornate nei prefabbricati o si bevono un caffè nei pochi bar ancora aperti sul lungomare di Shëngjin. Il governo Meloni sta discutendo dell’ipotesi di convertire le strutture in Albania in centri per il rimpatrio (Cpr).

Gli avvocati che difendono i migranti si sono affrettati a presentare ricorso contro il rifiuto delle richieste d’asilo prima della scadenza del termine di sette giorni, come confermato anche da Contu.

Per Nizam, Malik e Rohan, i giorni di reclusione sono finiti, nei centri di accoglienza italiani sono infatti liberi di uscire durante le ore diurne. L’avvocata Calderoni ha detto che i suoi clienti si stanno “riprendendo” e che potrebbero presto iniziare a lavorare, dal momento che le sentenze sui loro ricorsi sono previste per quest'anno. Nizam è di nuovo attivo sui social media, pubblica foto e video in riva al mare o alla guida di un'auto attraverso i paesaggi soleggiati della Puglia. Una foto in particolare lo ritrae davanti a un bar con un look elegante ma spontaneo: indossa i suoi abituali occhiali da sole e una camicia larga.

*I nomi sono stati cambiati per motivi di privacy

La produzione di questa inchiesta è sostenuta da una sovvenzione del fondo IJ4EU. L'International Press Institute (IPI), l'European Journalism Centre (EJC) e gli altri partner del fondo IJ4EU non sono responsabili del contenuto pubblicato e di qualsiasi uso che ne venga fatto.


[Foto: Nensi Bogdani/BIRN - fonte: www.voxeurop.eu]

quinta-feira, 26 de fevereiro de 2026

Distopias catarinenses

Uma sociedade tão doente tem legitimidade para contestar a morte de um cão? Uma sociedade que naturaliza o racismo e a higienização não é hipócrita ao lamentar o assassinato de um animal? 

Escrito por RICARDO ALEXINO

1.

Sempre que escrevo um artigo, inicio pelo título e penso a trilha sonora que o acompanha. No caso deste texto, a trilha sonora que me veio à mente foi a música de Chico César, Deus me proteja. Parte da letra diz: “Deus me proteja de mim. E da maldade de gente boa. Da bondade da pessoa ruim…”. Portanto, esta é a trilha sonora deste artigo.

O estado de Santa Catarina é hoje o “estado-maior do bolsonarismo”. No segundo turno de 2022, Jair Bolsonaro obteve cerca de 69,67% dos votos válidos no estado. Também é um estado onde proliferam células neonazistas, cujos valores são manifestados sem o menor pudor em várias instâncias públicas (prefeituras, câmaras de vereadores, assembleia legislativa e governo do estado), nas instituições de ensino e nas relações sociais e pessoais.

Originalmente terra dos indígenas carijós, Santa Catarina foi invadida pelos europeus em 1526, por Sebastião Caboto. Os indígenas foram escravizados, dizimados e quase exterminados – os que sobraram são alvo de racismo e nenhum respeito à sua cidadania. Estão nestas situações os também indígenas caingangues, choclengues e guaranis.

Nos anos de 1920 e 1930, o estado flertou com o nazismo, quando foi considerado uma das maiores adesões ao Partido Nazista fora da Alemanha. A primeira célula do Partido Nazista fora da Alemanha foi criada em Timbó, Santa Catarina, em 1928, espalhando-se rapidamente para cidades como Blumenau. Na época, Santa Catarina filiou 528 membros ao partido nazista, ocupando a segunda posição no Brasil em números absolutos. Na educação, as escolas teuto-brasileiras difundiam a ideologia nazista em seus materiais didáticos.

O imaginário da exclusão, que encontrou terreno fértil em Santa Catarina no passado, parece resistir ao tempo, reaparecendo sob novas formas. Avançando para os dias atuais, em novembro de 2025, Topazio Neto (PSD), prefeito de Florianópolis, criou posto de controle de entrada de pessoas na capital. Segundo ele, seria uma forma de impedir que pessoas não desejáveis adentrassem o município, decidindo que elas fossem devolvidas às suas cidades de origem. É como se Florianópolis criasse um posto de fronteira, desrespeitando o direito de ir e vir que a Constituição brasileira garante. O prefeito acredita que está protegendo a cidade contra “indivíduos indesejáveis”, pertencentes a grupos étnicos bem definidos. Florianópolis já mandou de volta às suas cidades de origem mais de 500 “pessoas indesejáveis”.

2.

Dentre tantos outros atos higienistas e racistas, que vemos nas notícias relacionadas ao estado, o governador Jorginho Mello sancionou lei que proíbe cotas raciais em universidades estaduais catarinenses. Segundo ele, as punições previstas para quem descumprir a nova legislação são multa de R$ 100 mil por edital e corte de repasses públicos. A explicação para isso é que “Santa Catarina tem mais brancos do que negros”.

Em fevereiro de 2025, o vereador negro Teodoro Adão (MDB), da cidade de São João Batista, no vale do Rio Tijucas, em Santa Catarina, denunciou que crianças brancas e negras estavam sendo separadas em salas de aula distintas em uma creche. As denúncias foram feitas por familiares, levando o vereador a visitar o local e afirmar ter encontrado aproximadamente 24 crianças separadas em dois grupos em salas diferentes, divididas pela cor da pele.

Outro caso que denota xenofobia e racismo é do vereador Mateus Batista (União Brasil), de Joinville. Ele subiu na tribuna da Câmara do município, em agosto de 2025, para defender o projeto que propõe controlar a migração de pessoas, com foco específico em moradores do Norte e Nordeste, para Santa Catarina.

O vereador defendeu a criação de um “Centro de Apoio e Controle Migratório”, que exigiria comprovação de residência em até 14 dias para quem chegasse à cidade, sugerindo que aqueles sem comprovação fossem “mandados embora”. Mateus Batista alegou que o fluxo migratório de estados do Norte e Nordeste poderia transformar Santa Catarina em um “grande favelão”. Ele também chamou o estado do Pará de “lixo”, em um discurso na Câmara. Vergonhosamente, nada sofreu pelo ato cometido.

Até o momento, este artigo me tem revirado os intestinos. Os casos de racismos estruturais e institucionais são infindáveis. Basta fazer uma pesquisa nos sites de busca da internet. Sim, Chico César diz muito com a letra de sua música: “Deus me proteja de mim. E da maldade de gente boa. Da bondade da pessoa ruim…”.

Uma sociedade tão doente tem legitimidade para contestar a morte de um cão? Uma sociedade que naturaliza o racismo e a higienização não é hipócrita ao lamentar o assassinato de um animal? O assassinato do cão Orelha, em 4 de janeiro de 2026, na Praia Brava, em Florianópolis, e as manifestações de comoção parecem uma ironia, um ultraje às pessoas negras, indígenas, nordestinas e nortistas que são diariamente violentadas por este tipo perverso de estado.

As comoções pelo assassinato de Orelha são uma máscara de falsidade fantasiada de preocupação com a vida. Um ambiente racista é capaz de tudo, inclusive de matar barbaramente animais e exterminar a natureza. Não adiantam passeatas para expressar a revolta do assassinato canino, se o racismo impera livremente em órgãos públicos e nas relações intrapessoais.

O silêncio dos “inocentes” também é preocupante, considerando que assistem impassíveis a pessoas negras, indígenas, nordestinas e nortistas sendo atacadas em sua dignidade e cidadania sem um único gesto de contestação e comoção.

“Deus me proteja de mim. E da maldade de gente boa. Da bondade da pessoa ruim…”.

*Ricardo Alexino é professor da Escola de Comunicações e Artes da USP.


[Fonte: www.aterraeredonda.com.br]